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martedì 1 marzo 2016

Malattia e Cristianesimo

Anni fa una persona, neppure cristiana, fece una breve riflessione che mi sembra assai utile esporre in questo blog: “Un albero sano ha la naturale capacità di trasformare il liquame del sottosuolo in linfa e la linfa in succo nei suoi frutti. Anche noi dovremo fare altrettanto”. Questa riflessione di tipo zen è particolarmente urgente oggi nel quale si vede ben altro: ovunque si rimprovera che il mondo, la società, la Chiesa nella sua struttura umana non funzionano, ci si alza la mattina lamentandosi e si va a letto continuando a lamentarsi. Siamo come degli alberi che, notando il liquame nel sottosuolo, si schifano di esso e vogliono del succo di frutta già pronto.
Indipendentemente dalla situazione oggettiva che ci circonda, io noto una cosa: siamo noi a non funzionare affatto!

Nella teologia (e nella vita) di san Massimo il Confessore, vissuto nel VII sec., si nota un'ottimismo irrefrenabile, certamente non ingenuo ma completamente basato sulla convinzione che, siccome Cristo ha vinto la morte con la sua resurrezione, oramai il potere del male non ha più alcuna voce definitiva sulla creazione. La luce della resurrezione si espande ovunque e può essere frenata solo da un cuore chiuso. Ciononostante, la resurrezione ha aperto una fase totalmente nuova nella storia dell’umanità, qualsiasi cosa possa accadere.
Questo ottimismo teologico non è venuto meno neppure dinnanzi alla pesante crisi religiosa della quale il santo è stato vittima, morendo in esilio con la mano destra e la lingua mozzata.

Ma questi erano uomini forti, erano “alberi” che non temevano di incontrare con le radici il fango della terra, poiché lo sapevano trasformare nel dolce succo dei frutti. Un Cristianesimo di questo livello dimostra di funzionare, di non farsi sbatacchiare dalla storia, di non temere se il mondo si costruisce nuove opzioni, incurante delle esigenze evangeliche.
La sensazione spirituale ma concreta che “Cristo ha vinto la morte” pone il vero credente su una roccia ferma per cui nulla lo scuote, qualsiasi cosa accada, contrariamente all'uomo che confidando nell'uomo sperimenta la maledizione biblica, ossia la perenne instabilità del suo essere.

Se la resurrezione di Cristo è un'affermazione teorica (o ideologico-fanatica senza alcuna reale profondità religiosa), quello che conta unicamente è avere potere nel mondo. La religiosità diviene qualcosa di carnale, di psichico-passionale, l'esercizio di un potere più o meno coercitivo sugli altri. Ovviamente se la società comincia ad avere orientamenti o idee difformi da quelli del potere religioso, si urla allo scandalo e, a mio avviso, le ragioni religiose sono solo formali. La realtà è che una religione che si autoconcepisce come potere non può sopportare che alcuni la pensino diversamente da lei perché ciò, per lei, è indice di un potere sempre meno esteso. Farsi paladini di una morale è una pura motivazione esteriore alla quale possono cadere i soliti ingenui che la vedono idealisticamente.

Due notizie recenti mi hanno fatto riflettere, a tal proposito:

a) negli ambienti tradizionalisti-cattolici alcuni accusano altri di avere atteggiamenti di potere, autoritativi, da KGB (vedi le solite querelles contro mons. Fellay da parte di chi, alla fine, non gli è affatto distante). Mi viene da ridere poiché costoro non si accorgono che questo tipo di atteggiamento imperialistico e clericale fa parte del DNA di un certo tipo di Cattolicesimo a partire dalla riforma gregoriana. Costoro sono come una capra che da del cornuto ad un cervo. Quando un certo tipo di Chiesa assume criteri imperiali e mondani come stile di vita (anche se con motivazioni religiose), inevitabilmente diverrà autoritativa ed opprimente. In una realtà così la religiosità si modella su un livello molto psichico e umano: il singolo deve “espiare” per le colpe sue e del mondo che non accetta il potere della Chiesa e di chi la comanda. Siamo dinnanzi ad una religiosità molto “carnale” e, sinceramente, avvilente.

b) Il livello “carnale” di religiosità impone approcci di tipo assai grossolano in cui il singolo, credendosi come Gesù Cristo, vuole sacrificarsi e soffrire per redimere il mondo. Questa concezione idealistica produce mostri. Non di rado ci sono state applicazioni religiose molto deviate, soprattutto in certe congregazioni religiose. L'ultima pare riscontrarsi nei “Francescani dell’Immacolata”, un'istituzione nella quale, almeno fino a poco tempo fa, ci si doveva flagellare e si imponeva al proprio corpo umiliazioni di ogni sorta in vista di una presunta santificazione. Ultimamente pare siano uscite notizie pure più inquietanti (vedi qui).
Io stesso, mio malgrado, venni a contatto di un ex novizio di questa congregazione il quale fuggì perché, in uno stile del genere, la sua salute fu messa seriamente a repentaglio. Nonostante ciò, questa congregazione è da alcuni considerata ingiustamente “perseguitata” e i suoi aderenti sono dipinti come dei perfetti religiosi, quando io preferirei soppesare ogni singolo caso e persona. Certo un'istituzione nella quale si esalta il dolorismo e lo psichismo religioso (che i padri antichi e l'ascetica antica condannavano chiaramente), non depone assolutamente a favore di essa.

Religiosità vista come potere sul mondo e vissuta in modo psichico-doloristico sono, purtroppo, la marca distintiva (e malata) di un certo tipo di Cattolicesimo. Per reazione altri cattolici, che definiremo sans-souci, annacquano l'identità religiosa in un pantheon nel quale c'è tutto e il suo contrario. Qui la religiosità è puro umanismo.
Questo panorama generale non offre alcuna vera e reale opzione a chi vuole poggiare i piedi sulla roccia ferma evangelica, di cui sopra facevo accenno.

In questo modo, dinnanzi ai problemi del mondo e della società non si porta dell'aria respirabile ma si appesantisce e si rende ancor più conflittuale una situazione già fin troppo difficile.

Il senso di fastidio da me provato leggendo certi blog cattolici, non è perciò minore rispetto a quello che potrei provare dinnanzi a quegli ingenui per i quali tutto va bene e per cui il permissivismo è sempre sicuro segno di progresso e modernità. In fondo entrambi sono sullo stesso piano, idealistico i primi, idealistico i secondi.


Della luce di Cristo che risorge dai morti qui non si vede alcun bagliore ma solo bagarre contro bagarre in un crescendo continuo di tensione e recriminazioni ...

2 commenti:

  1. Ma che significa che Cristo ha vinto la morte? Che luce potrebbe venirmi da una frase come questa, che ripetiamo automaticamente come un rotolo di preghiere tibetane?

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  2. La sua è un'obiezione che stimo molto perché nasce dalla sincerità (cosa non facile a trovarsi perfino tra i cosiddetti "credenti").
    Un tempo, in una riunione biblica di una parrocchia cattolica un gruppo leggeva il passo dell'apostolo Filippo che, ispirato dallo Spirito, dopo aver battezzato l'eunuco della regina Candace sente di dover percorrere una certa strada per ispirazione divina.
    Dopo che tutti avevano detto la loro impressione io dissi pressapoco così:
    "Preferirei che qualcuno mi dicesse di non credere all'ispirazione divina piuttosto di vedere questa passività in cui si da per scontato la sua esistenza ma si glissa sopra di essa come se fosse una favola". Questo era un gruppo "biblico" di una parrocchia cattolica.

    Lei, per fortuna sua, non è come queste teste un po' ottuse!
    E' molto sincero e questo le fa onore. Ma, se il contesto ecclesiale nel quale fa riferimento la potesse aiutare, non farebbe questa domanda.
    Infatti gli atteggiamenti di chi vede un po' come una favola gli eventi soprannaturali del Vangelo e la Resurrezione in primis nascono da un non ben confessato, ma chiaro, agnosticismo che oramai permea pure le chiese. I singoli non possono far di meglio, ovviamente!

    Nel mondo cattolico ci sono movimenti ecclesiali che sottolineano in forma molto enfatica la Resurrezione di Cristo dai morti riempiendosene la bocca, come fanno certi predicatori protestanti nelle tv americane. Il mio riferimento non è questo poiché qui siamo davanti ad un puro fanatismo.
    La coscienza che l'evento della Resurrezione ha aperto una nuova era è chiaro, viceversa, in quei personaggi carismatici (che chiamo santi) nei quali non di rado avvengono eventi non ordinari. Parlo di una santità di un certo spessore, non di santarelli da quattro soldi.
    Uomini che sanno frenare il corso di una malattia, apportano guarigione, danno consigli che elevano le persone, comunicano con l'Al di là, sembrano non valere nulla ma hanno una profondità spirituale stupefacente, sanno proporre il Vangelo con fermezza e umiltà senza umiliare nessuno, sono il segno di una umanità nuova, il germe della resurrezione che produce i suoi frutti in attesa di attuarli totalmente alla fine dei tempi.
    Per questo la vera icona della Chiesa non è cercarla in modo un po' malato nelle semplici istituzioni umane (si pensi a tutti quelli che hanno fatto del papa un idolo e sono più papisti del papa) ma in quelle persone (fossero pure pochissime!) che sono la prova vivente della Resurrezione di Cristo.

    Ecco dunque perché la liturgia bizantina, anche nel momento più oscuro in cui celebra la morte di Cristo il venerdì santo, non è mai pessimistica e non indugia nel dolorismo come talora vediamo in Occidente: Cristo è risorto dai morti e con la sua morte ha portato la vita a coloro che stavano nei sepolcri.

    Questa è la fede della Chiesa, non basata semplicemente su una pura fiducia riguardo ad un evento evangelico ma sperimentata in tutti quei casi in cui, in un santo, si rivede qualcosa di Cristo stesso.

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