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martedì 23 agosto 2016

Comunità benedettine...

Nei pressi di Prosecco, località in provincia di Trieste famosa per il suo vino, c'è un piccolo monastero di monache benedettine. Il monastero è dedicato a san Cipriano. Originalmente le religiose risiedevano nel centro storico di Trieste, in un antico stabile. Non potendo più rimanervi, hanno trovato una nuova sistemazione in una località tranquilla che ben si presta alle esigenze di un monastero. Il nuovo complesso offre una buona impressione, ha le dimensioni di una grande casa ed è accogliente, non incute soggezione come certi antichi palazzi padronali. L'aria del monastero sa di buono. Ci si rende conto che ci sono delle persone che pregano e vivono tranquillamente. Seppur la mia visita è stata fugace, nulla mi ha comunicato delle disarmonie, come quelle che talora si sentono provenire da locali con famiglie difficili e problematiche.

La vita pacata dei monaci è quanto il nostro mondo dimentica ma, in realtà, è quanto di cui avrebbe bisogno: negli ambienti monastici è normalmente assente quel nervosismo che riempie l'aria delle nostre città, troppo piene di negative polluzioni mentali.

Sono giunto nel monastero in un momento in cui le monache cantavano il vespero domenicale, metà in latino e metà in italiano, secondo uno schema proposto dall'Abbazia di Praglia (Padova) e che, a mio modesto avviso, pare essere piuttosto ridotto per essere praticato nei monasteri.
Entrando in chiesa sono finite le mie percezioni positive perché ho subito avuto una sorpresa: non esiste alcuna separazione tra il coro delle monache e l'area riservata ai laici. In questo modo, chi entra è come se fosse quasi tra le file delle monache stesse. Strana cosa questa, poiché tutto ciò non dovrebbe essere consentito, se non altro per motivi di ordine pratico: così la preghiera delle monache non è per nulla custodita ed è facile che chi entra ed esce le distragga.
Al posto dell'altare la chiesa ha una mensa, al centro del coro monastico. Non esiste, dunque, alcuna separazione tra il santuario (nel qual centro normalmente c'è l'altare) e il coro. Come il coro è di fatto confuso con il piccolo spazio della chiesa che funge da navata, così il coro è confuso con il santuario. Si può tranquillamente dire che chi ha progettato questa chiesa, forse con l'approvazione delle monache stesse, ha mandato la simbolica ecclesiale a farsi benedire!
Sulla mensa, brillava un solo cero. "Buffo - mi son detto - nel mondo cattolico si è passati dalle 6 o 4 candele sull'altare a sole 3 candele. Poi anche queste sono parse troppe e si ha preferito metterne solo 2. Ora qui brilla una sola candela!".
Ovviamente queste non sono affatto pure esteriorità o questioni formali ma rimandano a tutto un modo di sentire che, evidentemente, è cambiato con il tempo trascinando anche gli ambienti dei monasteri, normalmente più conservativi.
Verso la fine dell'ufficio monastico è iniziata la preghiera d'intecessione. Dal gregoriano, che stabiliva un piano dignitoso e alto di preghiera, ho avuto la sensazione di scendere in uno scantinato: le preghiere d'intercessione erano improvvisate dalle monache stesse e non avevano, perciò, uno stile liturgico ma un semplice stile pietistico personale; erano espressione di quella che un tempo si definiva "devozione privata". Qualcuna di loro si dilungava in poco opportune descrizioni cronachistiche di fatti e avvenimenti, qualcun'altra raccomandava un trattamento dignitoso ai rifugiati, come vuole papa Francesco. Nessuna, ovviamente, pregava per la conversione di tali persone... 
Questa parte aveva introdotto una cesura tra la preghiera ufficiale, la liturgia, e la preghiera personale e individualistica facendo decadere la liturgia stessa, immiserendola, alterandone la natura. Le monache benedettine avrebbero dovuto saperlo, essendo appartenenti ad un ordine attento alle res liturgicae ma, evidentemente, sono pure loro vittime dell'incredibile confusione dei tempi attuali.

Notavo tutto ciò in modo discreto a chi mi accompagnava. La monaca più vicina a noi dava segni di fastidio per la nostra discretissima presenza critica. Che dire? La mia mente volava in certi monasteri bizantini dove, al contrario, nonostante l'entrare e l'uscire di fedeli e monaci per i bisogni della comunità, nonostante il rumore delle cucine poco lontane, la preghiera continua lo stesso per tutti, la pietà non si lascia distrarre da nulla, la devozione non scade mai in pietismo individualistico: è tutto un altro mondo!
Al contrario, il fastidio della monaca per la nostra presenza mi faceva pensare di non essere in una chiesa, nella quale il sacro permea tutto, anche l'infante che piange in braccio alla mamma, ma in una biblioteca oxfordiana, dove al minimo rumore di pagine sfogliate, qualcuno solleva lo sguardo e rimprovera silenziosamente chi lo causa. Qui, allora, si stava su un piano psichico mentale, non tanto su un piano spirituale!
A questo punto mi sono mosso e sono subito uscito di chiesa verso luoghi per me più ricreativi...

4 commenti:

  1. Triste, ma frequente... purtroppo le comunità femmilini sono state spesso le più danneggiate dall'uragano modernizzante, anche quelle teoricamente più contemplative. La separazione tra santuario, coro e navata rimane soltanto nei monasteri antichi, quelli nuovi vengono costruiti secondo i moderni canoni. In questo non si allontanano dalla prassi corrente nelle chiese cattoliche oggi.

    Mi permetta in piccolo inciso - dilettante in certo senso - sulle candele. Si pensa che nel primo millenio (almeno in occidente) le candele sull'altare fossero due, le altre sarebbero messe dietro questo. Quando le candele vennero infine ammesse sulla superficie dell'altare, queste variavano in numero: dipendendo dalla solennità della festa (2, 4, 6) oppure seguendo simbolismi legati al contenuto della festa stessa (12 candele nelle feste degli apostolil, 7 in quelle dello Spirito Santo, ecc.). Dopo Trento il sistema che seguiva la solennità venne imposto tramite il messale del 1570, seppur alcuni riti particolari (quello di Parigi, dei monaci di Cluny) utilizzavano fino a 15 candele nelle Messe più solenni. Ma d'altra parte, la Messa privata, che seppur frequente veniva ancora nel Medioevo considerata una sorta di abuso, non aveva una regolamentazione chiara, quindi - e si può vedere in affreschi bassomedioevali - veniva spesso celebrata con una sola candela appunto!

    E così, come se fosse un segno della calamità dei tempi, la prassi di quelle monache si avvicina alla situazione caotica del basso Medioevo.

    Per quanto riguarda la pseudo-oratio fidelium, sembra che que questo genere particolare sia diventato più frequente negli ultimi tempi. Ma mi pare che ci sia qualcosa da Lei solo accennata, ma che in grande parte soggiacce a questo fenomeno: il loro atteggiamento veniva in grande misura influenzato dai desideri, persino i più fantasiosi, di papa Francesco. Se tutte le parole del vesovo di Roma condizionano in questa misura fino alla vita delle comunità contemplative, quale soluzione può esserci? Fin quando pure i monaci cattolici non si smettano di fare gli “impiegati” al servizio del general manager, e cioè fin quando la figura del papa non torni al suo giusto posto, non ci saranno opportunità per il cristianesimo occidentale di tornare nella senda spirituale da cui non dovrebbe essere mai uscito.
    Questa è soltanto una riflessione personale, ma mese dopo mese me ne convinco di più.

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    1. Puntuale e interessante la sua rifelessione!
      Riflettevo giusto ieri che Cristo, nel Vangelo, non dice di essere l'Autorità bensì di essere la Verità e la Vita (vedi vangelo giovanneo). Egli che la Chiesa confessa essere Dio, non si presentava come Autorità ma come Verità e Vita per mostrare a noi uomini che non è l'autorità (religiosa) a fare la verità (prospettiva istituzionale) ma solo la verità vissuta e la vita nella verità a fare l'autorità (prospettiva carismatica).
      La nostra storia, al contrario, ha portato una gran parte del Cristianesimo a credere che l'autorità ecclesiastica fa (proclama, commenta) la verità, un'autorità garantita per se stessa, capovolgendo così l'ordine voluto da Cristo. La conseguenza estrema dei nostri giorni è logica ed è la confusione religiosa.
      Così non meraviglia se le monache in luogo di centrarsi nella vita e nella verità, tendano ad essere influenzate dall'autorità immettendo nel loro stile monastico quell'opacità che solo un'autorità sempre più mondanizzata può infondere.

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  2. La Sua notazione, carissimo sig. Pietro, circa la apparente confusione ambientale che caratterizza tanto singolarmente le Liturgie ortodosse mi fa venire in mente ciò che provo quando, nelle mie saltuarie domeniche romane, passo davanti alla chiesa di San Salvatore in Campo (tra largo Argentina e piazza Trinità de' Pellegrini), dove viene celebrata la Divina Liturgia per la comunità degli ortodossi eritrei residenti in Roma.
    Purtroppo, non ho la ricchezza lessicale che ci vuole per parlarne adeguatamente, per cui qui mi limito a esortare Lei, signor Pietro, a fare almeno una volta la mia stessa esperienza, così che, attraverso le parole che - ne sono arcisicuro - Lei sentirà di dover dedicare a questa straordinaria Liturgia, quanti La seguono nella Sua preziosissima fatica potranno respirare idealmente l'aria di sacro che ogni domenica (e, da qualche tempo, anche in molti giorni feriali) spira dal luogo che Le ho segnalato.

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    1. Preciso perché forse non ci siamo capiti: le liturgie ortodosse possono essere erose dal formalismo e dal clericalismo che contraddistingue un certo tipo di clero mal formato o ben poco formato. Le basi, invece, sono sane e fino ad oggi non sono state intaccate: in una chiesa ortodossa nessuno mai penserebbe di abolire il santuario o di confonderlo con la navata!
      Quanto ho sopra esposto riguarda un monastero cattolico femminile (di rito latino). È qui che sono entrare le cose più assurde, non tanto a livello umano-personale (da questo punto di vista tutto il mondo è paese) ma istituzionale, il che è gravissimo.

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