Benvenuto

Benvenuto su questo blog!

martedì 30 agosto 2016

La maschera della mondanità

Mi è stato segnalato un articolo che, a suo tempo, lo scrittore e poeta Pierpaolo Pasolini scrisse su Paolo VI quando, in occasione di un incontro avuto con i pellirossa, il pontefice si coprì il capo con una corona di penne. Forse storicamente è quello il primo momento in cui un papa iniziò ad assumere vestiari o atteggiamenti non suoi nell'intenzione di compiacere le persone.
A Pasolini non sfuggivano di certo i significati profondi di questo tipo di atteggiamenti e non si lasciava incantare da scuse convenzionali e banali che spesso si sentono per spogliare tali fatti del loro vero contenuto. Intravvide, dunque, in questo mascheramento la tragedia di una Chiesa che, sempre più ignorata dal mondo, iniziava a rincorrerlo assumendone modi e atteggiamenti. Una tragedia davanti alla quale si sorride per ingannare se stessi e gli altri. Contemporaneamente, in questi ambienti ecclesiastici era sempre più diffuso, fino a divenire volgata comune, un autentico disprezzo per le proprie radici, per le forme tradizionali con cui non solo il cattolicesimo ma il cristianesimo stesso si è espresso lungo i secoli. Ci troviamo dinnanzi ad una Chiesa che ha perso se stessa ed è in scisma con il suo passato. È senz'altro una situazione inedita nella storia e che produce all'interno di tale Chiesa un'altra creatura, somigliante alla prima ma sostanzialmente diversa da essa. Ebbene, nelle parole di Pasolini pare ritrovarsi tutto questo. Inutile dire che tali parole, lungi dall'essere state capite, apparvero all'Osservatore Romano di allora come un'inutile provocazione alla quale il poeta rispose con poche ma sferzanti frasi. Oggi le parole dello scomparso scrittore paiono essere più vere che mai. La soluzione, quella di essere autenticamente se stessi, non pare affatto essere presa in considerazione e si cerca di essere sempre più "come gli altri" non avvedendosi che, così, gli "altri" hanno una scusa in più per allontanarsi dalla Chiesa ...

_________

 I  DILEMMI DI UN PAPA

Forse qualche lettore è stato colpito da una fotografia di Papa Paolo VI con in testa una corona di penne Sioux, circondato da un gruppetto di «Pellerossa» in costumi tradizionali: un quadretto folcloristico estremamente imbarazzante quanto più l'atmosfera appariva familiare e bonaria. Non so cosa abbia ispirato Paolo VI a mettersi in testa quella corona di penne e a posare per il fotografo. Ma non esiste incoerenza. Anzi, nel caso di questa fotografia di Paolo VI, si può parlare di atteggiamento particolarmente coerente con l'ideologia, consapevole o inconsapevole, che guida gli atti e i gesti umani, facendone «destino» o «storia». Nella fattispecie, «destino» di Paolo VI e «storia» della Chiesa. Negli stessi giorni in cui Paolo VI si è fatto fare quella fotografia su cui «il tacere è bello» (ma non per ipocrisia, bensì per rispetto umano), egli ha infatti pronunciato un discorso che io non esiterei, con la solennità dovuta, a dichiarare storico. E non mi riferisco alla storia recente, o, meno ancora, all'attualità.
Tanto è vero che quel discorso di Paolo VI non ha fatto nemmeno notizia, come si dice: ne ho letto nei giornali dei resoconti laconici ed evasivi, relegati in fondo alla pagina. Dicendo che il recente discorsetto di Paolo VI è storico, intendo riferirmi all'intero corso della storia della Chiesa cattolica, cioè della storia umana (eurocentrica e culturocentrica, almeno). Paolo VI ha ammesso infatti esplicitamente che la Chiesa è stata superata dal mondo; che il ruolo della Chiesa è divenuto di colpo incerto e superfluo; che il Potere reale non ha più bisogno della Chiesa, e l'abbandona quindi a se stessa; che i problemi sociali vengono risolti all'interno di una società in cui la Chiesa non ha più prestigio; che non esiste più il problema dei «poveri», cioè il problema principe della Chiesa ecc. ecc.
Ho riassunto i concetti di Paolo VI con parole mie: cioè con parole che uso già da molto tempo per dire queste cose. Ma il senso del discorso di Paolo VI è proprio questo che ho qui riassunto: ed anche le parole non sono poi in conclusione molto diverse. A dir la verità non è la prima volta che Paolo è sincero: ma, finora, i suoi impulsi di sincerità hanno avuto manifestazioni anomale, enigmatiche, e spesso (dal punto di vista della Chiesa stessa) un po' inopportune. Erano quasi dei raptus che rivelavano il suo stato d'animo reale, coincidente oggettivamente con la situazione storica della Chiesa, vissuta persona1mente nel suo Capo. Le encicliche «storiche» di Paolo VI, poi, erano sempre frutto di un compromesso, fra l'angoscia del Papa e la diplomazia vaticana: compromesso che non lasciava mai capire se tali encicliche fossero un progresso o un regresso rispetto a quelle di Giovanni XXIII. Un papa profondamente impulsivo e sincero come Paolo VI aveva finito con l'apparire, per definizione, ambiguo e insincero.
Ora di colpo, è venuta fuori tutta la sua sincerità, in una chiarezza quasi scandalosa. Come e perché? Non è difficile rispondere: per la prima volta Paolo VI ha fatto ciò che faceva normalmente Giovanni XXIII, cioè ha spiegato la situazione della Chiesa ricorrendo a una logica, a una cultura, a una problematica non ecclesiastica: anzi, esterna alla Chiesa; quella del mondo laico, razionalista, magari socialista - sia pur ridotto e anestetizzato attraverso la sociologia. Un fulmineo sguardo dato alla Chiesa «dal di fuori» è bastato a Paolo VI a capirne la reale situazione storica: situazione storica che rivissuta poi «dal di dentro» è risultata tragica. Ed è qui che è scoppiata, stavolta sinceramente, la sincerità di Paolo VI: anziché prendere la falsariga del compromesso, della ragion di Stato, dell'ipocrisia, sia pure postgiovannea, le parole «sincere» di Paolo VI hanno seguito la logica della realtà.
Le ammissioni che ne sono seguite sono dunque ammissioni storiche nel senso solenne che ho detto: tali ammissioni infatti delineano la fine della Chiesa, o almeno la fine del ruolo tradizionale della Chiesa durato ininterrottamente duemila anni. Certamente - magari attraverso le illusioni che non potrà non dare l'Anno Santo - Paolo VI troverà modo di ritornare (in buona fede) insincero. Il suo discorsetto di questa fine d'estate a Castelgandolfo, sarà formalmente dimenticato, saranno alzate intorno alla Chiesa nuove rassicuranti barriere di prestigio e speranza ecc. ecc. Ma si sa che la verità, una volta detta, è incancellabile; e irreversibile la nuova situazione storica che ne deriva.
Ora, a parte i particolari problemi pratici (come la fine delle vocazioni religiose) sulla cui soluzione il Papa è apparso impotente a fare qualsiasi ipotesi, è su tutta la drammatica situazione della Chiesa che egli si dimostra del tutto irrazionale (cioè, ancora una volta in altro modo, sincero). La soluzione infatti che egli propone è «pregare». Il che significa che dopo aver analizzato la situazione della Chiesa «dal di fuori», e averne intuito la tragicità, la soluzione che egli propone è riformulata «dal di dentro».
Dunque non solo tra impostazione e soluzione del problema c'è un rapporto storicamente illogico: ma c'è addirittura incommensurabilità. A parte il fatto che il mondo ha superato la Chiesa (in termini ancora più totali e decisivi di quanto abbia dimostrato il «referendum») è chiaro che tale mondo, appunto, non «prega» più. Quindi la Chiesa è ridotta a «pregare» per se stessa. Così Paolo VI, dopo aver denunciato, con drammatica e scandalosa sincerità il pericolo della fine della Chiesa, non dà alcuna soluzione o indicazione per affrontarlo.
Forse perché non esiste possibilità di soluzione? Forse perché la fine della Chiesa è ormai inevitabile, a causa del «tradimento» di milioni e milioni di fedeli (soprattutto contadini, convertiti al laicismo e all'edonismo consumistico) e della «decisione» del potere, che è ormai sicuro, appunto, di tenere in pugno quegli ex fedeli attraverso il benessere e soprattutto attraverso l'ideologia imposta loro senza nemmeno il bisogno di nominarla? Può darsi. Ma questo è certo: che se molte e gravi sono state le colpe della Chiesa nella sua lunga storia di potere, la più grave di tutte sarebbe quella di accettare passivamente la propria liquidazione da parte di un potere che se la ride del Vangelo.
In una prospettiva radicale, forse utopistica, o, è il caso di dirlo, millenaristica, è chiaro dunque ciò che la Chiesa dovrebbe fare per evitare una fine ingloriosa. Essa dovrebbe passare all'opposizione. E, per passare all'opposizione, dovrebbe prima di tutto negare se stessa. Dovrebbe passare all'opposizione contro un potere che l'ha così cinicamente abbandonata, progettando, senza tante storie, di ridurla a puro folclore. Dovrebbe negare se stessa, per riconquistare i fedeli (o coloro che hanno un «nuovo» bisogno di fede) che proprio per quello che essa è l'hanno abbandonata. Riprendendo una lotta che è peraltro nelle sue tradizioni (la lotta del Papato contro l'Impero), ma non per la conquista del potere, la Chiesa potrebbe essere la guida, grandiosa ma non autoritaria, di tutti coloro che rifiutano (e parla un marxista, proprio in quanto marxista) il nuovo potere consumistico che è completamente irreligioso; totalitario; violento; falsamente tollerante, anzi, più repressivo che mai; corruttore; degradante (mai più di oggi ha avuto senso l'affermazione di Marx per cui il capitale trasforma la dignità umana in merce di scambio).
È questo rifiuto che potrebbe dunque simboleggiare la Chiesa: ritornando alle origini, cioè all'opposizione e alla rivolta. O fare questo o accettare un potere che non la vuole più: ossia suicidarsi. Faccio un solo esempio, anche se apparentemente riduttivo. Uno dei più potenti strumenti del nuovo potere è la televisione. La Chiesa finora questo non lo ha capito. Anzi, penosamente, ha creduto che la televisione fosse un suo strumento di potere. E infatti la censura della televisione è stata una censura vaticana, non c'è dubbio. Non solo, ma la televisione faceva una continua réclame della Chiesa. Però, appunto, faceva un tipo di réclame totalmente diversa dalla réclame con cui lanciava i prodotti, da una parte, e dall'altra, e soprattutto, elaborava il nuovo modello umano del consumatore. La réclame fatta alla Chiesa era antiquata e inefficace, puramente verbale: e troppo esplicita, troppo pesantemente esplicita. Un vero disastro in confronto alla réclame non verbale, e meravigliosamente lieve, fatta ai prodotti e all'ideologia consumistica, col suo edonismo perfettamente irreligioso (macché sacrificio, macché fede, macché ascetismo, macché buoni sentimenti, macché risparmio; macché severità di costumi ecc. ecc.). È stata la televisione la principale artefice della vittoria del «no» al referendum, attraverso la laicizzazione, sia pur ebete, dei cittadini. E quel «no» del referendum non ha dato che una pallida idea di quanto la società italiana sia cambiata appunto nel senso indicato da Paolo VI nel suo storico discorsetto di Castelgandolfo. Ora, la Chiesa dovrebbe continuare ad accettare una televisione simile? Cioè uno strumento della cultura di massa appartenente a quel nuovo potere che «non sa più cosa farsene della Chiesa»? Non dovrebbe, invece, attaccarla violentemente, con furia paolina, proprio per la sua reale irreligiosità, cinicamente corretta da un vuoto clericalismo? Naturalmente si annuncia invece un grande exploit televisivo proprio per l'inaugurazione dell' Anno Santo. Ebbene, sia chiaro per gli uomini religiosi che queste manifestazioni pomposamente teletrasmesse, saranno delle grandi e vuote manifestazioni folcloriche, inutili ormai politicamente anche alla destra più tradizionale. Ho fatto l'esempio della televisione perché è il più spettacolare e macroscopico. Ma potrei dare mille altri esempi riguardanti la vita quotidiana di milioni di cittadini: dalla funzione del prete in un mondo agricolo in completo abbandono, alla rivolta delle élites teologicamente più avanzate e scandalose.
Ma in definitiva il dilemma oggi è questo: o la Chiesa fa propria la traumatizzante maschera del Paolo VI folcloristico che «gioca» con la tragedia, o fa propria la tragica sincerità del Paolo VI che annuncia temerariamente la sua fine.

Pierpaolo Pasolini (Corriere della Sera, 22 settembre 1974)

16 commenti:

  1. Come Pasolini, ma meglio di lui: http://www.maurizioblondet.it/quella-sinistra-rabbia-si-sente-ad-amatrice/

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grazie, non ci sono parole per commentare questa vera e propria apostasia clericale! E poi non dicessero (perché pure osano controbbattere) che questo linguaggio è eccessivo e fanatico...
      La realtà è che questo neo-clero ha predicato un Dio piacione, che obbedisce ai desideri mondani dell'uomo, tutto a servizio del materialismo odierno e quando interviene un evento disastroso che scompagina questo ordine di cose, ovviamente!, i poveretti si ribellano a questo Dio predicato loro dai preti... È fin troppo evidente che il Cristianesimo, in queste condizioni, è prossimo alla sua fine...

      Elimina
    2. Penso anch'io che la Cristianità sia prossima alla fine o alla riduzione ai minimi termini.
      Ci salverà l'Islam?

      nikolaus

      Elimina
    3. No, l'Islam non ci salverà. Al contrario ci farà soffrire, o meglio farà soffrire chi ha una concezione liberalistica della vita (non è il nostro caso, mi pare) e chi ha un concetto spirituale della vita, poiché nell'Islam c'è il prevalente concetto di sottomissione, cosa ben diversa dal "vi ho chiamati amici" di Cristo.
      La Cristianità, almeno in Occidente, è prossima ad una forte contrazione e questo lo si può imputare storicamente a varie cause, non ultima delle quali la desistenza di troppo clero, il suo abbandono delle essenzialità cristiane, l'aver reso tutto una apatica crisalide, circondata di formalità e di vuote forme. D'alatronde, se il clero è santo, i laici sono buoni; se il clero è buono i laici sono mediocri, se il clero è mediocre, i laici sono insufficienti e se il clero è insufficiente (come oggi) i laici diventano delinquenti.... Non è un caso che ad Amatrice e dintorni si abbia fastidio alla sola parola "Dio" (lo leggevo oggi, con un certo orrore).
      Il timore di Dio è prima scappato via dai preti, poi dai laici. Oggi non si raccolgono più i cocci bensì la polvere di essi...

      Elimina
  2. Diciamo ni: la sottomissione dovrebbe essere un concetto ancor più forte nella Cristianità visto che Nostro Signore si sottomise a tal punto alla Volontà del Padre da accettare volontariamente la morte e quella dolorosa e infamante della Croce. In fin dei conti quindi il concetto islamico di sottomissione non è molto diverso da quello Cristiano del libero arbitrio che non significa certo fare quello che ci pare che tanto poi basta un fervorino (meglio se ecumenico) e Dio perdona tutto, ma sottomersi alla Volontà di Dio.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. No, precisiamo meglio!
      La sottomissione alla volontà del Padre, in Cristo significa che la sua volontà umana segue quella paterna (Cristo essendo anche Dio ha due volontà, quella umana e quella divina in comune con il Padre, secondo la dottrita diotelita ben espressa da san Massimo il Confessore). Ma il concetto di sottomissione non qualifica il Cristianesimo in sé il quale è qualificato da un ben altro concetto, quello di redenzione.
      Sicché mentre il Cristianesimo si qualifica con la sola parola di "redenzione" (dove seguire la volontà del Padre significa essere un altro Cristo per grazia, ossia partecipare alle deità per grazia), l'Islam si qualifica con la sola parola di "sottomissione" dove l'uomo rimane la formica, il granello di sabbia che è e tra Allah e lui c'è e rimane una distanza infinita.
      "Sottomissione" nell'Islam indica lo schiacciamento dell'uomo dinnanzi alla maestà di Allah, mentre il concetto NON CENTRALE di sottomissione nel Cristianesimo indica l'elevazione dell'umanità al trono di Dio.
      L'umiliazione della sottomissione nell'Islam fa rimanere uomo l'uomo (poiché sarebbe bestemmia la sola idea di avvicinarlo all'Assoluto), l'umiliazione della sottomissione nel Cristianesimo, esemplificata da Cristo, è l'ingresso nel Regno dei Cieli, la comunione con l'Increato e la sua possibile esperienza già qui in terra.
      Siamo su pianeti decisamente diversi.

      Elimina
    2. Inoltre si tenga pure conto che l'obbedienza cristiana (quella vera!) non è mai "cieca e assoluta", ossia priva di "Logos" o ragione. Tant'è vero che la stessa Madre di Dio prima del suo "sì" cercò una ragione nelle parole dell'angelo annunziante. L'obbedienza "perinde ad cadaver" è una distorsione moderna che poi è stata pagata a duro prezzo... L'ho scritto in questo blog: perfino l'obbedienza (e la sottomissione) del figlio al proprio padre spirituale è condizionata al progresso del figlio stesso, non è mai fine se stessa! Siamo ancora su pianeti decisamente diversi!

      Elimina
  3. Non sto dicendo che la sottomissione sia la "qualifica" del Cristianesimo (ma in certi aspetti potrebbe anche esserlo ad esempio nel Monachesimo nel quale la rinucia alla propria volontà è essenziale) ma che il concetto è o meglio era ben presente nella dottrina del Libero Arbitrio quindi è su questo piano che pongo la questione. L'opposto della sottomissione è la ribellione di cui sappiamo bene chi sia il primo artefice, ed è quello cui si assiste abbondamente al giorno d'oggi nel clero in primis. Direi quindi che l'unica differenza su questo piano è che il Cristianesimo ti pone davanti a due strade: o compi la Volontà di Dio per essere realmente libero e ti sottometti alla Sua Volonta in tutto e per tutto oppure no, nell'Islam c'è una sola: "devi" sottomerti. L'esempio che prendono molti Padri del Monachesimo ma anche gli spirituali islamici per i quali egli è il pilastro della Fede per la sottomissione è Abramo. Questo è ciò che intendevo.
    Detto questo mi premeva dire che la sottomissione nel Cristianesimo è molto ma molto annacquata di questi tempi mentre nella spiritualità dei Padri essa è molto forte specie all'inizio (e chi ben comincia....) sostituita da un concetto luciferino di libertà.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. La sottomissione è un semplice mezzo, non un fine e, per quanto riguarda il Cristianesimo, non la definirei così bensì userei il termine "obbedienza".

      Il "sottomesso" è colui che sta "sotto" il che fa molto "gerarchia istituzionale", richiama una mentalità estranea al Cristianesimo patristico e certamente molto più riscontrabile nella istituzione imperiale.

      Cristo chiede la sequela a sé, certamente!, chiede di assumere il suo giogo, ma definisce i suoi discepoli "amici", non servi (sottomessi!!!).
      Queste cose devono essere ben chiare, dal momento che le ipsissima verba di Cristo dovrebbero essere sopra a tutto, perfino sopra le interpretezioni del diritto ecclesiastico!

      Quando nel Cristianesimo entra un'idea prevalentemente istituzionalizzata, ordinata nelle ferree leggi di Codici legali, prevale anche un concetto di "superiore" e di "inferiore" ma questo tipo di mentalità non si armonizza sempre bene con il Vangelo e bisogna avere il coraggio di vederlo e di dirlo una volta per tutte!

      Nel monachesimo antico l'obbedienza alle semplici regole monastiche viene ben dopo perché l'unica regola da seguire nei monasteri antichi era la VITA del santo fondatore! Non è dunque un caso che in esso, che ha pure una sua struttura e una sequela di vita, una obbedienza al padre spirituale, non ha quell'idea rigorosa e recente (direi pure feudale!!!) di "superiore" e di "inferiore" con l'annessa idea di una pura e passiva sottomissione.

      Sì, penso che ora ha capito bene: io sono fautore dell'obbedienza alle tradizioni antiche ma non sono certo fautore di un'idea di sottomissione "tout-court" la cui radice più che evangelica è semplicemente legalistica; si tratta in definitiva di una sovrapposizione culturale al Cristianesimo.

      E siccome l'Islam, alla fine, ha una matrice fortemente legalistica, non meraviglia che il concetto di sottomissione in esso sia centrale e molto forte.

      Non faccia, la prego!, l'errore di considerare queste mie osservazione come una relativizzazione dell'obbedienza (non lo sono affatto!), altrimenti non ci siamo assolutamente capiti!

      Si tratta di capire che, ben prima l'idea cortigiana e imperiale di sottomissione, nel Cristianesimo esisteva l'obbedienza alla sequela di Cristo, in un ambiente in cui i cristiani non rivendicavano privilegi e diritti sugli altri (vedi le lettere paoline) e l'unica cosa da perseguire era Cristo tutto in tutti. Per questo sant'Agostino dice di essere "vescovo per voi ma cristiano CON VOI". Questa frase in un contesto legalistico di sottomissione (secondo i canoni imperiali) si è svuotata di senso. Infatti, oggi i vescovi cattolici (eredi di questa lunga storia con annesse mentalità) di fatto non la capiscono più... come pure troppi vescovi ortodossi, ahimé! Essi ragionano con l'idea del diritto in testa e chi segue questa mentalità finisce per discostarsi, senza saperlo, dalla mentalità di Cristo benedetto!

      Elimina
  4. Non intendo assolutamente una sottomissione Cristiana "legalistica" la quale allora diventa servilismo e clericalismo ma come adesione libera e cosciente alla Volontà di Dio rinunciando in toto alla propria. A me non dà assolutamente fastidio il termine sottomissione così inteso nel Cristianesimo anzi... specie in quest'epoca di aperta ribellione alla Legge di Dio. Cristo stesso si scagliava contro il "legalismo" degli scribi e dei Farisei che interpretavano la Legge di Dio a loro uso e consumo.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. "Il mio cibo è fare la volontà del Padre mio", si trova scritto, non "il mio cibo è sottomettermi". Tuttavia, comprendo il suo discorso!
      Nel nostro contesto è forte la tentazione di una interpretazione legalistica perché la storia ci ha portato a questo. Ed è perciò che è nata la ribellione ad ogni imposizione.
      Si tratta di riportare la bilancia nella sua posizione di equilibrio ma il contesto odierno del mondo cattolico, è bene ribadirlo!, è tale per cui un prete ha più prestigio se studia diritto canonico, rispetto a spiritualità o dottrina patristica. Questo perché lo stesso clero "che conta" percepisce che il diritto serve a qualcosa mentre le altre discipline servono solo a far bei discorsi....
      E' ovvio che con teste così la sottomissione è qualcosa di legale e sarà difficile cambiare!
      In Cristo non si trova il termine "sottomissione", viceversa lo si trova in san Paolo diretto, guarda caso, verso le donne in un passo che oggi non pare molto felice e nel quale si nota tutta l'impostazione dell'ebreo tradizionale di allora nell'apostolo.
      Anche qui non si tratta di predicare tutto il contrario tipo la "liberazione" della donna dalle "catene" del focolare, come sproloquiavano le femministe nel '68, ma di stabilire una distinzione di ruoli nel reciproco rispetto e nell'obbedienza alla sequela di Cristo.
      Comprendo il suo significato di "sottomissione" ma, in un mondo come il nostro, preferirei utilizzare un altro termine per non cadere in equivoci e per non occhieggiare all'Islam. Non dimentichiamo che il cristianesimo patristico e l'Islam sono su fronti decisamente opposti!

      Elimina
  5. Mah.... guardi non è che il termine obbedienza abbia miglior fortuna oggi sia nel clero che nel popolo di Dio... come la si giri è qui che la situazione reale è l'esatto opposto a quella che dovrebbe essere... è de facto un sinonimo di mero servilismo (basti vedere il codazzo dell'attuale Papa) e l'Islam c'entra ben poco in tutto ciò. Paolo VI fu anche colui che dismise l'uso del Triregno... per poi mettersi in testa il copricapo dei pellerossa... segno più che tangibile dell'"abdicazione".

    RispondiElimina
  6. L'bbedienza non ha miglior fortuna... è vero! E' come essere davanti ad un esercito di ciechi per i quali i colori non hanno senso. Ciononostante, obbiettivamente non è vero che il grigio è come il nero e che il nero può essere scambiato con il blu, indipendentemente da che ne dicano i ciechi, non le sembra?
    Le ultime generazioni oramai si sono talmente indurite che il Cristianesimo avrà vita sempre più dura, putroppo. Forse è per questo che il neo clero oramai desiste dal proclamare realtà religiose e ripiega su escamotages sempre più secolarizzanti...
    Quello che è veramente FONDAMENTALE non è se questo o quel papa abbia abdicato dalla sua dignità, quando piuttosto se noi abbiamo CHIARO, al fondo del nostro essere cosa significhi l'essenza del cristianesimo!

    RispondiElimina
  7. buongiorno Sig. Pietro,
    guardi come siamo ridotti anche a livello monastico.. quando mai si toccherà il fondo?
    http://www.iltimone.org/35083,News.html

    nikolaus

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Interessante segno dei tempi, anche se penso che lo facciano più per compiacere "el papa" che altro... Penso che ne farò un commento fra non molto, tempo permettendo!

      Elimina
  8. Errata corrige: Perinde ac cadaver, non ad cadaver... Grazie!

    RispondiElimina

Si prega di fare commenti appropriati al tema. Ogni commento irrispettoso o fuori tema non verrà pubblicato.