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mercoledì 28 settembre 2016

Norme di comportamento in chiesa da un Galateo degli anni '50



Mi è capitato tra le mani un Galateo, pubblicato nel 1954 alla sua nona edizione, che mi ha particolarmente incuriosito soprattutto quando tratta il comportamento da tenersi in chiesa.
Il libro, scritto in un italiano che oramai non si usa più, è interessante: presenta lo spaccato di una società oramai inesistente, società che offre ossequio a certe norme comportamentali ma che, contemporaneamente, si sente sempre più attratta da quella disinvoltura che si affermerà inesorabilmente.
Certo a quel tempo nessuno avrebbe mai immaginato che, non molto dopo, pure il clero si sarebbe accodato all'andazzo dei tempi e si sarebbe fatto paladino della dissacrazione delle chiese...

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IN CHIESA



Ab Jove principium, dicevano i nostri antichi, e anche noi cominceremo col tracciare le linee di quel galateo che, se deve sempre osservarsi dinanzi agli uomini e nelle case loro, a più forte ragione va riguardosamente osservato dinanzi a1 Creatore supremo e nelle case ove Egli risiede.

Fra i miei lettori molti, io voglio sperarlo, possederanno il bene inestimabile della fede sotto quella

forma che S. Paolo chiama rationabile obsequium; sapranno dunque benissimo quali ragioni e quale importanza abbiano anche certe dimostrazioni esterne di culto o di convenienza che giustamente sono prescritte.

Ma posso anche supporre che vi siano delle anime, perfettamente e sinceramente credenti, che non abbiano potuto acquistare la cognizione o la pratica di tali norme, posso supporre altresì che alcuni, pur non aderendo alla fede comune; abbiano il nobile e lodevole desiderio di comportarsi in modo che nulla possa offendere o disgustare i credenti con cui si trovino insieme.

Le mie avvertenze, dunque, potranno far del bene a tutti, e non faranno male a nessuno.

In chiesa si va per le funzioni religiose consuete; si va per alcune cerimonie solenni; si va, infine, per ammirare bellezze d’arte.

E comincio subito da questo caso.


La nostra Italia e così ricca di meraviglie architettoniche, di quadri, di sculture, di mosaici, intagli, cesellature e oggetti preziosi d’ogni sorta, che non vi è, si può dire, nessuna modesta Citta di provincia, e forse anche nessuno sperduto paesello che non veda entrare i visitatori nelle sue chiese.

Nelle citta principali poi, in quelle che la rinomanza ormai mondiale ha classificato tra 1e artistiche per eccellenza, è un flusso e riflusso perenne: tanto che saggiamente in alcuni luoghi sono state fissate alcune norme riguardo a1 tempo.

È evidente che non si sceglierà mai volentieri l’ora delle sacre funzioni e specialmente quella della Messa cantata. Chi ha senso di religiosità e riguardo gentile a quella degli altri, sa quanto sia molesto quello scalpiccio, quel mormorio, quel trapassar di luogo in luogo di un gruppo talvolta numeroso di persone, mentre tutto intorno spira e impone i1 mistico silenzio del raccoglimento.

Ma quando fosse assolutamente inevitabile entrare in tali ore, la persona bene educata attenua i1 rumore dei passi, tien sommessa la voce, e se vi è un «Cicerone» sta vicino a lui più che sia possibile, a1 fine di non costringerlo a parlar troppo forte.


Non si creda però che, anche a chiesa vuota e silenziosa, sia lecito dipartirsi molto da queste norme. Vi può esser sempre, in un canto, qualche silenzioso orante che, proprio in quel momento, espande i dolori del suo cuore e chiede soccorso alla bontà suprema: rispetto a lui. E rispetto, sempre, in ogni caso, a1 luogo sacro.

Non tutti sanno, ma tutti dovrebbero sapere che passando davanti all’altare del S.S. Sacramento è obbligo piegare i1 ginocchio a terra, e che se vi fosse esposizione solenne per 1e Quarant’ore o per altra funzione, è prescritto piegarle ambedue. Così si deve fare anche nel momento dell’elevazione, nel caso che durante la visita si stesse celebrando qualche Messa: bisogna allora aver la pazienza di attendere che siano cessati gli squilli del campanello, e proseguir poi, più tacitamente e riguardosamente ancora, i1 pellegrinaggio d’arte.



Le donne dovrebbero entrare in chiesa solamente col capo coperto e modestamente vestite... Ma ahimè! non tocchiamo un doloroso argomento. Basti, a nostra vergogna, ricordare i cartelli ammonitori che sono appesi alle porte d’ogni chiesa: basti dire che alle grandi basiliche, ormai, e stato necessario metter di guardia un vigile, il quale ha l’incarico, non credo gradito certamente, di ammonir 1e visitatrici (meno male che la maggior parte sono straniere) di coprirsi 1e braccia e le spalle di cui fino allora avevan fatto esposizione sul listone di Piazza S. Marco o nelle vie e ai caffè circostanti a S. Maria del Fiore, o a sotto la Galleria Vittorio Emanuele presso a1 Duomo di Milano. C’è poi anche l’altro cartello: Vietato sputare. E il divieto è espresso ora in questo, ora in quel modo, ma la sua insistenza prova che non siamo riusciti ancora a vincerla su questo importantissimo punto di igiene e di decoro.

La persona sana e pulita non sente mai i1 bisogno di sputare: tuttavia, se circostanze e ragioni specialissime la obbligassero a farlo, non dimentichi che tale atto così schifoso a vedersi, deve essere compiuto con la massima secretezza, in un apposito fazzoletto.


Veniamo ora a1 contegno da tenersi durante la sacre funzioni.


Occorrerà dire che non si deve stare sdraiati sul sedile, né accavallar 1e gambe?

Le nostre signore, così avvezze adesso a tale libertà di modi e alla gioia ineffabile di mostrar i polpacci e perfino 1e loro ginocchia, non sanno talvolta privarsene nemmeno nel luogo più sacro. 

Quando si deve stare in ginocchio e quando a sedere e quando in piedi è prescritto dalla liturgia. Alle persone deboli e vecchie è naturalmente concessa maggiore libertà; basta per loro che stiano genuflesse nei momenti più solenni, quando lo squillo del campanello 1i annunzia reiteratamente. Ma chi non può stare in ginocchio non si creda lecito però, se è fra i banchi, di stare in piedi mentre gli altri siedono o stanno genuflessi: è grave scortesia verso quelli che sono dietro toglier loro la vista dell’altare e delle cerimonie che vi si svolgono, per mostrar loro quella del proprio dorso, spesse volte massiccio ed esorbitante.


Durante 1e prediche è prescritto un rispettoso e assoluto silenzio. Nel passato, era invalsa 1a strana usanza di testimoniar a1 predicatore la propria ammirazione con un concerto di tossi e raschiature di gola, che si alzava unanime quand’egli faceva purito per la prima pausa, e più ancora alla fine.


Allora udrai fra gli uditori tosse

Universale: ognun si spurga e sputa (!!)

E forte applaude col polmone...


diceva il Gozzi dei tempi suoi. Ora tale usanza è, fortunatamente, quasi del tutto scomparsa. Ma è accaduto che, in tempi più recenti, qualche oratore veramente eloquente, che era riuscito a scuoter 1e fibre più intime in un affollato uditorio, sentì uno scroscio fragoroso di applausi salutar la perorazione.

Caso d’eccezione, e come tale scusabile, ma guai se divenisse comune.

Durante la predica, non si deve mostrar noia né disapprovazione in nessun modo: non sbadigliare, non mormorare, non commentare; se il predicatore infiorasse di qualche barzelletta il suo dire, basta che un sorriso sfiori le nostre labbra, e lasciamo alle donnicciole la risatina discretamente rumorosa e prolungata che a loro sembra un doveroso segno di consenso e di ringraziamento.


Nelle preghiere comuni la persona bene educata non alza mai troppo la voce e non batte la cantilena; se poi si cantano i bellissimi inni ecclesiastici, si guardi bene dall’esporre tutta la forza dei suoi polmoni, per quanto grande sia l’entusiasmo devoto ed, eventualmente, anche la sua valentia nell’arte.

In chiesa, come in ogni altro luogo pubblico, del resto, si cede volentieri il posto a una Signora, a un vecchio, ad altra persona debole che, giunta un po’ in ritardo, sta disagiata. In generale, la cortesia impone, in questo caso, più di accettare che di rifiutare.

Tuttavia si può, dopo aver seduto qualche tempo, restituire alla persona gentile i1 posto che essa ha ceduto.


In chiesa non si dovrebbe né salutare, né stringersi la mano, né avviar conversazioni nemmeno tra persone che da un pezzo non si vedevano. Senza esser troppo rigorosi, basterà in tal caso accennare col capo con un lieve sorriso il piacere dell’incontro, riservando poi, all’uscita, i saluti e la conversazione.


Vi sono poi delle funzioni e cerimonie speciali, durante l’anno ecclesiastico, che hanno del caratteristico e del pittoresco per modo tale che 1a curiosità si confonde ben spesso colla devozione. In tali casi è più che mai necessario il debito riguardo ai diritti altrui, che sono pur quelli di vedere e sentire come noi, e il massimo rispetto anche a ciò che può prendere un tantino la sembianza di uno spettacolo profano. Avviso specialmente ai nostri fratelli meridionali, o ai forestieri che si recassero colà, dove la devozione assume talvolta forme così singolari.


Durante le meste e suggestive cerimonie della settimana santa, dove molti concorrono, specialmente a Roma, come a uno spettacolo gratuito, silenzio e rispetto! Purtroppo, nelle grandi basiliche, si vede una folla rumorosa e ondeggiante prender d’assalto i banchi, accavallarsi, disturbare e profanare quelle ore di raccoglimento: si sente un rumore confuso di passi, e un suonar di favelle svariate...


A quelle funzioni, e in generale, durante la settimana santa, è riguardo e rispetto un vestire serio e composto, a colori scuri. Nei paesi latini, ai Sacramenti le donne devono accostarsi col capo coperto; è questo un obbligo che non esiste nei paesi germanici, ma al quale da noi sarebbe grave irriverenza mancare. Ma forse molti non sanno che alla Comunione si dovrebbe andare senza guanti.

II vestire della donna, del resto, dovrebbe sempre esser modesto, durante ogni funzione ecclesiastica. È giusto che alla domenica si sfoggi un po’ più di eleganza, è anche ragionevole e conveniente, e direi persino rispettoso, portar nella casa di Dio anche la massima cura che ci sia possibile nel nostro vestiario... ma di questo a convertirla in un bazar di nastri, di sete, di frange, di trine, a un’esposizione di braccia e di colli e di gambe, ci corre, oh, ci corre”...


Oltre che per queste consuete funzioni si va in chiesa anche per alcune cerimonie solenni: tali sono i battesimi, 1e nozze, 1e prime comunioni e 1e cresime. E purtroppo ci sono anche i funerali.

Nella gloriosa cerimonia del battesimo, a1 piccolo incosciente che dorme o vagisce tra 1e candide trine, fa corteo una radunanza più o meno numerosa di persone: il babbo felice, i fratellini, spesso altri parenti, gli amici, i padrini.

Tutti hanno l’obbligo di un contegno serio e riverente, e non può servire di scusa alla trasgressione la straordinaria eccitazione del momento. Ma il padrino e la madrina devono anche saper bene quale’è il loro ufficio in quel momento: essi assumono una responsabilità seria davanti alla Chiesa e davanti a1 neonato, e debbono rispondere in suo nome. Sappiano dunque (lasciando ad altro luogo considerazioni più gravi) che quelle cerimonie hanno un profondo significato, e le assecondino debitamente. Durante gli esorcismi, i1 padrino e la madrina stenderanno la mano senza guanto,

insieme col sacerdote, sul capo del bambino, e un’altra volta quando l’acqua è versata. Poi, sempre con la mano destra, prendono un cero acceso che rendono subito 'dopo che il prete ha benedetto il piccino in nome della Chiesa.

S’intende che si devono pronunziare a voce chiara, se non molto squillante, 1e risposte prescritte, e che si dovrà recitare correntemente e rispettosamente i1 Credo che forma parte della cerimonia solenne: 

ch’è porta della Fede che tu credi.

Il padrino o la madrina della Cresima hanno anch’essi la loro parte nella cerimonia, ma si limita a quella dell’assistenza: i1 giovane cresimando sa ormai parlare da sé! ... e dovrebbe anche capire da sé quello che fa. Tuttavia, gravi legami 1i legano a1 figlioccio; di questi però si parlerà ad altro luogo.


Nella solennissima funzione del matrimonio, gli sposi sono, si sa bene, gli attori principali e quelli che concentrano in se tutti gli sguardi. Non parlando del loro vestiario che dev’essere adatto alla condizione e all’età, e limitando qui 1e mie avvertenze a1 contegno, io credo che 1a sincerità del sentimento, la viva comprensione del gran memento che essi passano sian più che sufficienti a dare loro la dignità semplice e naturale ch’e i1 pregio più richiesto. Si cerchi, se mai, da parte d’una sposina tenera e sensibile, di porre un freno alla sua viva commozione, per essere attenta a1 cerimoniale! Ricevere l’anello simbolico, stringer la mano che 1e viene offerta... E pronunziare con voce modesta, ma chiara, i1 «Sì» solenne.

Allo sposo poi non è mai abbastanza da raccomandarsi i1 rispetto ed il raccoglimento, se anche la sua fede fosse scarsa o nulla. E non ho mai potuto leggere senza vivo disgusto ciò che vien raccontato del Principe Girolamo Napoleone, quando impalmò la nostra angelica principessa Clotilde. Fosse affettazione o fosse distrazione (era sempre rimasto in piedi guardando qua e là si fece ripeter 1a domanda rituale, e alla seconda volta, come scosso, rispose precipitosamente: Mais  oui, certainement oui!


I padrini stanno a lato degli sposi, per lo più in piedi, tutto intorno fan corona i parenti e gli amici; e le signore hanno, in tale occasione, diritto di usare le loro più eleganti acconciature, purché non siano contro i1 decoro e la modestia.

Ma non si può assolutamente approvare né compatir l’usanza di alcuni paesi, che appena finita la Messa, le amiche (o sedicenti tali) si precipitino addosso alla sposa soffocandola di baci e di auguri.


In Francia tale sfogo di tenerezza si fa in sacrestia, dove gli sposi si recano a firmare i1 registro: da noi sarà meglio rinunziarvi o serbarlo alle pareti domestiche.


Ultima triste nota, i1 funerale. Qui la parte è tutta del clero; gli astanti non hanno altro obbligo che assistere in rispettoso raccoglimento. I prossimi parenti si schierano presso il feretro, gli altri e gli amici e lo stuolo degli accompagnatori nei prossimi banchi. Che nessuna mossa intempestiva, che nessun lieve mormorio turbi la sacra maestà del rito. E nell’uscir dalla chiesa, e nel ricomporre i1 corteo, silenzio ancora e compostezza. E, per carità, signore, non vesti o cappelli dai colori vivaci! Possibile che nel vostro guardaroba non ci sia un abito nero, o almeno un soprabito, e un cappello scuro?... Ho visto sfilare, dietro qualche feretro, una processione multicolore ch’era una vera irrisione! ...


E quanto al silenzio e al rispetto, se la parentela col morto o una stretta amicizia non ve li impongono senz’altro, colla forza del dolore, se le vostre relazioni con lui non erano tali da penetrarvi l’anima nel solo rimpianto della sua perdita, basti a rendervi tali quale circostanza lo vuole, 1a fatale avvertenza: Hodie mihi, cras tibi!

2 commenti:

  1. Il linguaggio sembra quasi ottocentesco e suppongo che la prima edizione sia molto anteriore a questa nona del 1954. Quello che mi colpisce però è la riprovazione verso usi e modi evidentemente usuali per l'ambiente e l'epoca in cui il libro è stato scritto ma che per me, bambino negli anni '50, erano del tutto sconosciuti: evidentemente nella mia infanzia i costumi erano migliorati (?) oppure esistevano differenze profonde tra zona e zona, regione e regione, o diversi ambienti sociali. Atteggiamenti che l'autrice condanna come abituali erano da noi del tutto inconcepibili, ma evidentemente hanno potuto prevaricare su tutto, con l'approvazione o la sollecitazione del clero

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    1. Il libro rappresenta senz'altro uno spaccato di vita perché indica una prassi sia nel bene che nel male... Oggi sia bene che male sono stati così superati da non avere più senso, c'è il superamento dello stesso concetto di eresia! Tuttavia se si può scherzare con i concetti e le parole, non così con la natura e la realtà che stanno sempre lì a ricordarci i nostri autentici fondamenti!

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