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sabato 1 ottobre 2016

A proposito di benevole concessioni liturgiche...

Un momento della liturgia pontificale nella chiesa del rosario a Trieste (fonte qui)

Sono stato gentilmente invitato ad un Vespero pontificale, tenuto a Trieste nella chiesa del Rosario. Il Vespero era celebrato nel rito romano preconciliare, quindi tutto in lingua latina, in gregoriano e polifonia. Il celebrante era il cardinale Raymond Burke.
Si capiva che l'organizzazione della cerimonia era stata curata fin nei piccoli dettagli e l'esecuzione della stessa manifestava ordine, compostezza e delicatezza.
A essere sincero non era nulla di nuovo per me, abituato a liturgie assai tradizionali da molto tempo. Non era nulla di nuovo anche perché per molti anni ho pregato con il breviario benedettino preconciliare, imparando non pochi salmi a memoria, quei salmi che rimontano a san Gregorio Magno e ad epoche ben precedenti alla sua.
La preghiera in lingua latina mi è familiare come le mie tasche, non meno di quanto mi sia familiare pregare con il greco liturgico, cosa che faccio attualmente.
I salmi nel latino della volgata erano un tempo noti al popolo delle nostre zone ed erano cantanti con dolci melodie, dette patriarchine, lungo tutta la costa dalmata. Ricordo ancora il canto salmodico del popolo per le feste della Madonna, quando le voci delle donne all'unisono cantavano “Lauda Jerusalem Domino, lauda Deum tuum Sion”. Era liturgia di popolo! Questo latino con il suo incenso si mescolava nelle persone e diveniva vita che fluiva. Nessuno vedeva queste cose come “speciali” poiché facevano normalmente parte della vita del popolo. Esattamente come, mangiando, ci si riempie lo stomaco, così, pregando in queste forme antiche, ci si riempieva l'animo di luce.

Ma a Trieste c'era tutto ciò? Ecco il problema! Prescindendo da ogni altra possibile considerazione  (spirituale, dogmatica) mi limito a dire solo quanto segue.
Da alcuni decenni il mondo Cattolico ha deciso di rendersi scismatico dalla sua antica liturgia, confezionandone una nuova con un tenore differente, un orientamento differente, una lingua diversa... L'avversione del neoclero per gli antichi riti è ben presente anche oggi e prova chiaramente che sta su un campo ben diverso da quello dei loro confratelli di 50-60 anni fa. Usare il termine “scismatico” dalla propria tradizione liturgica non è, dunque, né eccessivo né fuori luogo. Sono perciò cresciute diverse generazioni di cattolici per i quali gli antichi riti non sono solo visti come cose “strane” e forse “proibite” ma come cose, di fatto, non più cattoliche. Questo è inevitabilmente segno di un estrangement, quell'estrangement che genera sempre scissioni all'interno di una Chiesa, o prima o poi. Lo stesso cattolico che frequanta un rito antico (seppur di rado) e che frequenta i riti rinnovati (con non poche estemporaneità) finisce per essere scisso spiritualmente al suo interno come chi dovesse fingere di essere marito di due mogli con atteggiamenti e caratteri diversi tra loro.
Quand'ero bambino, al contrario, era normale pregare con la mamma sia in italiano, sia in latino. Il cattolico di un tempo era naturalmente bilingue, tanto quanto il greco-ortodosso di oggi che, pur non capendo perfettamente il greco-bizantino, lo frequenta quando s'immerge nei venerandi riti della sua Chiesa. 
Invece, oggi, nel mondo cattolico si ha rifiutato questo bilinguismo e i neocattolici, se ancora pregano, oltre a farlo solo in italiano, vi aggiugono una mentalità che, probabilmente non è più quella tradizionale, una mentalità che rispetta sempre meno i criteri di una sana spiritualità.

In definitiva: oggi il contesto dello stesso cattolicesimo è totalmente cambiato! Se esistono piccole realtà tradizionali o tradizionaliste, queste sono solo l'eccezione di fronte ad un mondo ben diversamente orientato. Le assemblee che si riuniscono domenicalmente, oramai, hanno dimenticato tutta o gran parte dell'eredità simbolica della liturgia e la stessa intenzione di tradurre in italiano (componendo però testi con mentalità nuova e inserendo il tutto in un quadro rinnovato) non ha per nulla aiutato a pregare di più e meglio i fedeli.

L'iniziativa tradizionale di Trieste potrebbe avere avuto un senso compiuto se si fosse calata in un ambiente in cui normalmente si praticava una liturgia con caratteristiche molto simili, se non identiche, caratteristiche di adorazione, di rispetto, di frequente contiguità con la lingua latina. In questo caso sarebbe stata la punta più elevata di un percorso, la sommità raggiungibile di un monte alla quale si accede tramite una strada. Queste cose non possono essere concepibili e autentiche se non hanno un background, una stabile comunità orante! Dal momento che purtroppo così non è e non è neppure possibile ottenerlo, queste liturgie (vespri, messe o quant'altro) non possono che parere dei fiori in provetta in mezzo al deserto, dei vasi cinesi bellissimi ma custoditi nella teca di un museo che, per benevola concessione, è dato vedere di rado. Esse sono come un santuario posto a 600 metri dal suolo, a mezz'aria, che si può solo contemplare dal basso ma che non è possibile accedervi poiché gli sono state tagliate tutte le vie di accesso.

Non è vittoria poter celebrare qualche volta in un rito vetusto, sarebbe vittoria poter essere educati, con strutture permanenti e attive, in un rito antico ma questa è, precisamente, la cosa più difficile da ottenere, e non a caso! In mancanza di ciò, questi riti non solo danno l'impressione d'essere esposizioni museali ma, peggio, fanno pensare alla concessione dell'ultima sigaretta ad un condannato a morte ...

22 commenti:

  1. Tristemente sono d'accordo con lei, e infatti non frequento più i luoghi dove si tengono le messe tridentine, che frequentavo quando potevo: non potevo fingere che era tutta una recita, sopratutto da parte degli officianti, numerosi, davantii a un piccolo numero di fedeli ben intenzionati ma come smarriti. La sensazione era come se si fingesse di vivere quello che non riusciva a vivere più. Mi ricordava un mondo che conoscevo letterariamente, quello degli emigrati russi fuggiti al tempo della rivoluzione d'ottobre, che si ritrovavano per parlare fra di loro, ricordare, commemorare, mantenere in vita quello che non esisteva più: nobile e disinteressato, certo, ma sterile forse anche per se stessi. Rispetto i tradizionalisti delle messe in latino, e se càpita vado a una loro messa ma senza illudermi più: è finito tutto, e proprio perchè è cambiata la mentalità generale di cui noi stessi viviamo. Se l'aria è inquinata possiamo metterci una maschera ogni tanto, per una boccata d'ossigeno, ma poi si deve tornare alla vita quotidiana dell'abituale inquinamento. Quello che dice lei a proposito della necessità di un contesto di strutture permanenti e attive è giusto, ma ci vorrebbero gli uomini adatti e non mi pare che gli esangui officianti dei riti tridentini possano fornire il sangue vitale di una rinascita. Siamo in un mondo di leoni e iene e bisogna averne uguali forze. Tutto è possibile, forse sperando nei giovani preti che, dicono, non hanno i pregiudizi ideologici del clero sessantottino. Chissà...

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  2. Tutto vero. Però ben vengano queste iniziative, anche se il sottofondo culturale non è benevolo. Verranno altri tempi e si ringrazierà il cielo se si saranno conservare queste liturgie, anche se ora sembrano "cose" da museo.

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    1. L'importante è partire da qualche parte ma mai dare per scontate le cose!

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  3. “Era tutta una recita” ... ecco il nodo della questione che indica una profonda dissociazione dalla vita, contrariamente ad un autentico rito che esprime la vita cristiana del popolo!
    Un secondo nodo importante che lei dice è “La sensazione era come se si fingesse di vivere quello che non si riusciva a vivere più”. E questo ci ricollega alla costruzione, perfettamente postmoderna, di una “realtà virtuale tridentina”, ossia di un rito formale, perfettamente artificiale!

    La cosa più triste è che certi organizzatori non vedono questi palesi limiti e, per giunta, mi dicono: “Che me ne importa a me? L'importante è che io abbia questo rito, poi se le persone capiscono o non capiscono è del tutto secondario com'è del tutto irrisorio cosa avverrà dopo la mia morte".

    Questo discorso, proviene da questi ambienti, ed è assai limitato ed egoista. Con questa mentalità si vive la liturgia non come evento di grazia che cambia l'animo proprio e del popolo cristiano lungo la storia, come il luogo in cui il Signore passa, ma come un puro evento estetico-celebrativo.

    Oggi qualcuno in quella chiesa triestina si gloriò con me perché al cadinale, che la mattina dovette sciropparsi una messa di ben 4 ore, sovvenne un mezzo malore...

    Non capiscono, costoro, che il rito è per il bene dell'animo e del corpo e che, quindi, per giungere ad un equilibrio armonioso, la preghiera dev'essere calibrata in modo equilibrato e sapiente! Una messa che dura 4 ore, dove il celebrante deve stare sempre sul “chi va là” (secondo lo stile latino-cattolico) impone uno sforzo pesante anche per chi è nel pieno delle energie, figuriamoci per un ottantenne!

    Poi la messa è per l'uomo o l'uomo per la messa? Quando si alterano così gli equilibri (e qui sono stati palesemente alterati) si passa la misura del buon senso e si da la netta impressione che l'uomo sia per la messa, costi quel che costi. Tutto ciò sembra qualcosa di estremamente edonistico.

    Neppure le veglie notturne nel Monte Athos (che durano 13 ore) impongono ai singoli monaci e ai celebranti uno sforzo del genere, poiché laggiù c'è un sapiente alternarsi di persone tra coro e officianti e il vescovo, quando c'è, presiede solo nei momenti più importanti.
    La comunità monastica nel suo insieme garantisce lo svolgersi continuo del rito, esattamente come, nei primi secoli cristiani, nella chiesa del Santo Sepolcro a Gerusalemme, si garantiva il culto 24 ore al giorno!

    No, la mia impressione chiara e netta e che qui, per farsi una "scorpacciata" di "tradizione tridentina" si ha sottoposto un povero ottuagenario ad uno stress non da poco, perché il fine era la fruizione estetica del rito, non tanto uscirne cambiati dal Signore, il fine era estetico-edonistico, non tanto spirituale! Neppure il malore dell'anziano prelato li ha aiutati a pensare che forse avevano un pochino esagerato in qualcosa...
    E questo la dice lunga sulla mens di certi tradizionalisti...

    Per quanto riguarda le strutture educative, queste dovrebbero essere animate da persone di cuore e di cultura ed entrambe le cose, lo sappiamo!, sono assai carenti oggi visto che perfino il Vaticano, nei suoi documenti ufficiali, oramai cade in palesi errori di latino!

    Gli officianti tridentini, eccezioni a parte, sono come giustamente lei dice "esangui". Per questo pure io, alla fine, mi sono allontanato dagli ambienti di questo genere e, le assicuro, sto assai meglio ... Il Signore aiuti e illumini le persone di buona volontà che vi sono dentro, le aiuti almeno a non illudersi!
    Infatti non si tratta di riprodurre meccanicamente un rito e pensare che con questo tutto è risolto (sarebbe da deficienti!) ma di rientrare in possesso di una tradizione (che comporta aspetti profondamente spirituali), di viverci DENTRO e solo dopo anche il rito sarà come il frutto della pianta. Ma pensare ad un frutto dando per scontato o trascurando la pianta nella propria vita è solo segno di profondo accecamento spirituale...

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  4. Da "tradizionalista" concordo con lei quasi al 100%. Il problema è: meglio il nostro ambiente, che nonostante tutti i suoi difetti -e all'occhio di un giovane, che non soffre quindi di ricordi nostalgici, saltano evidenti-almeno garantisce una Messa cattolica e prova a tradere quod accepit (dopo decenni di distruzione della Fede)? O parrocchie/strutture ufficiali dove ormai si celebra un culto para-protestante, in cui al già molto carente rito bugniniano si aggiungono altari girati, comunione sulla mano, omelie ereticali e sacrilegi di ogni tipo? E non è che i greco-cattolici (o gli ortodossi) siano così messi bene, almeno da quel po' che ho visto. Lei come vede la questione?

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  5. Una persona inizia a camminare nella situazione in cui si trova, bella o brutta che essa sia. Questo mi pare evidente! Agli inizi di tutto, la mia parrocchia cattolica era una realtà quasi totalmente protestante, con un parroco umanamente ottimo ma ideologicamente rivoluzionario e comunista, di quelli che non credono affatto nel sacro.. Io ho iniziato così e, chiedendo aiuto, pian piano ho cercato di farmi strada.
    Se uno si siede dov'è e da per scontato che tutto va bene secondo me è l'inizio della fine. Ecco perché io polemizzo con sommo piacere davanti a questi tradizionalisti tronfi, satolli di godimento erotico, per un rito che di fatto è e rimane sganciato dalla vita personale e dalla Chiesa... Non ci si deve illudere perché è da ricostituire tutta la vita cristiana. Il rito può essere un punto di partenza ma è senz'altro, soprattutto!, un punto di arrivo. Sganciare un rito antico dallo stile di vita che poteva avere con esso un Gregorio Magno (tanto per fare un esempio) è da perfetti accecati...

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  6. Per quanto riguarda il mondo ortodosso, visto che lo conosco un pochino, posso dire che laggù ci sono tutti i difetti umani del mondo cattolico. Ma dal punto di vista istituzionale NESSUNO osa pensare che il rito debba essere sovvertito e ci sono molte istituzioni "educative" che sono i monasteri che funzionano dove abbiamo delle vere e proprie sorgenti di tradizione VIVENTE. Questo fa in modo che quella Chiesa, nonostante pesanti problemi umani, sia ancora viva e vitale. Ma se una Chiesa inizia ad avere problemi identitari a livello istituzionale (dove nel caso italiano un papa afferma eresie nel silenzio attonito dei fedeli cattolici), i suoi monasteri sono oramai in gran parte dei cronicari, del sale non più salato, e sono visti come quasi totalmente insignificanti per la vita cristiana (poiché l'importante è sfamare i negretti, non pregare), allora siamo già giunti alla necrotizzazione delle strutture ecclesiastiche!

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  7. “Era tutta una recita” , dice uno dei miei gentili lettori. La cosa mi fa ricordare un fatto eloquente e paradossale. Il cardinale Oddi, se non ricordo male, anni fa era invitato in un istituto religioso tradizionalista per conferire gli ordini sacri. Dovendo seguire il pontificale del 1962 era obbligato a conferire il suddiaconato prima del diaconato e del sacerdozio. Il signor cardinale se ne uscì con una trovata che suona pressapoco così: "Eh va beh, devo conferire il suddiaconato perché i libri me lo chiedono ma, in realtà, non credo più all'esistenza di quest'ordine perché Paolo VI lo ha abolito". Il fatto, raccontatomi da persone affidabili, la dice lunga ed entra perfettamente nel giudizio del mio lettore!

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  8. Caro Pietro, seguo volentieri il suo blog da molto tempo e pur non potendomi comprarare con Lei in nessun modo vista la mia scarca educazione e non essendo nemmeno italiano vorrei spezzare una lancia a favore della parrocchia sopra citata.

    Visto che nella parrochia si celebrano sia la stana messa antica che i vesperi ogni settimana e visto che tutte le festivita includono le celebrazioni tradizionali non si puo dire, che questi eventi non sono la punta elevata di un percorso, perche in questa parrochia ci sono molte persone che seguono e conoscono la liturgia tradizionale. Non si puo per questo dire, che non ci sia una stabile comunita orante.

    Quando anni fa ho iniziato a seguire la messa in latino in questa parrochia non conoscevo nessuno. In diversi anni pero ho conosciuto tante persone delle quali posso parlare solo bene e che reputo davero cristiane. Anche come straniero sono stato accolto bene. Seguendo piu che posso la liturgia antica posso dire che personalemente sia i vesperi che la messa pontificale siano stati per me "la punta elevata di un percorso" e credo che posso affermarlo anche in nome di molti dei parrocchiani della parrocchia Beata Vergine del Rosario.

    Come il piu grande neo nei suoi scritti vedo la tendenza a sminuire i difetti nel mondo "ortodosso" e di potenziare quelli nella Cattolica.

    Sperando di poterla un giorno conoscere la saluto in Cristo e Maria.

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  9. Le parrocchie dell' "indulto" (come si diceva negli anni '90) non sono rette da un clero dedito unicamente al culto antico ma "biritualista", si potrebbe dire, e questo porta a relativizzare molte cose...

    Non mi consta che la chiesa nella quale è avvenuta la liturgia pontificale sia una parrocchia di antico rito, quindi è una chiesa nella quale si fa all'occorrenza ogni culto con i fedeli che ci sono e questi ultimi alla fine si adattano anche ai culti nuovi che per me, non ne faccio mistero, sono piuttosto problematici (vedasi l'altarino verso il popolo che "intrigava" durante il pontificale del cardinale e che indica il biritualismo di tale chiesa!).
    Non nego che tali persone possano essere ottime ma, adattandosi alla bisogna, alla fine tendono a mettere un po' sullo stesso piano molte cose (anche se forse non tutte). Lo immagino, non conoscendo le persone ma capendo come vanno certe cose...

    D'altra parte, il problema che io sollevo non è isolato unicamente a questa chiesa ma è un problema universale: il mondo cattolico vive in una stranissima stagione dove ci sono due liturgie romane (una antica e una nuova, che in realtà non è neppure romana, stando a Klaus Gamber).
    Questa è una anomalia che indica qualcosa di molto storto. Non a caso Ratizinger aveva ipotizzato la soluzione in un unico rito nel quale confluisse l'antico e il nuovo. Questo terzo rito (sarà un ibrido tra i due?) avrebbe almeno il pregio di dare una uniformità ora inesistente ma forse potrebbe addirittura complicare la situazione continuando a creare nodi su nodi invece di risolverne.

    Quello che certamente esiste nell'attuale situazione è una specie di dissociazione tra chi segue il nuovo e chi segue il "vecchio". Il "vecchio", poi, ha bisogno di una cornice (come scrivo) che non le viene data se non con moltissime restrizioni, per cui ha la forte probabilità di scadere nel museale. E così d'altronde è visto dalla maggioranza del mondo cattolico, come così sarà stata vista pure la messa da ogni altro cattolico di Trieste non tanto avezzo alle cose "vecie"...

    Il mondo ortodosso, con tutti i suoi difetti umani, non ha pero' spaccato il quadro della tradizione (dal punto di vista liturgico, che è quanto qui osserviamo) come è avvenuto nel mondo cattolico. E questo non sono solo io a dirlo. Lo ha detto pure un laico dal pensiero libero, tal Guido Ceronetti, alcuni anni fa, vedendo nell'Ortodossia una posizione vincente rispetto a quella del mondo Cattolico. D'altronde spaccare il quadro della tradizione è micidiale perché porta né più né meno alla morte di una Chiesa ...

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  10. Buon giorno. Ho letto, con l'attenzione che meritano i post di questo blog, questo articolo.
    Condivido l'ansia positiva e costruttiva che esso trasmette.
    In questa mia riflessione mi riferisco ai Vespri.
    Pur condividendo tutto quello che è stato scritto debbo, per ragionbi storico-musicali, notare che in talune località è antica consuetudine eseguire i primi vespri in forma solenne e con il canto dei salmi in latino composti da Compositori locali o famosi.
    Dopo la riforma del breviario da parte di Paolo VI in alcune località si sono mantenuti i salmi , l'Inno e il Magnificat musicati nei secoli scorsi magari facendo la Lettura breve, il responsorio e le invocazioni dal nuovo breviario. Un pasticcio liturgico che ha cercato di salvare capra e cavoli ( la buona musica e le esigenze attuali liturgiche).
    Se in una Comunità, come quella triestina, sono in grado di ben comprendere e "vivere" il vespro nella forma antica, comprendendo i salmi ecc ecc, penso che sia cosa buona e giusta mantenere quella bella consuetudine.
    Diversamente se i fedeli non sono in grado di far loro le preghiere latine è bene che ci sia appositamente per loro un'adeguata catechesi e ovviamente i foglietti bilingue.
    Per quanto riguarda il rito della Messa ripeto per laa millesima volta che non importa la lingua ma il rito.
    Il mirabile rito antico, così ricco di simbolismi, anche nbella lingua corrente andrebbe benissimo per riavvicinare il popolo assetato di spiritualità alla fresca sorgente del sacro.
    Un saluto cordiale.

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    1. E' un palliativo pure questo: il rito in lingua latina era ma diciamo pure che è il collante di tutto l'ecumene cattolico. Primo perchè sebbene coi suoi limiti ma anche la lingua latina trasmette anche lo stesso modo di "pensare" la Liturgia e secondo perchè pure le traduzioni sono state ben manipolate: l'esempio eclatante è il "pro multis". Terzo anche la miglior tradizione musicale sacra è in latino. Trieste che era porto dell'Impero Asburgico erede del Sacro Romano Impero ben può far capire la questione: qualsiasi abitante dell'Impero da Vienna a Budapest assisteva e partecipava allo stesso identico rito.

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    2. Tradurre senza avere costantemente sotto gli occhi i testi di riferimento (in greco o in latino che siano) è tradire! Non meraviglia che, dunque, i traduttori delle liturgie si siano dati dapprima "licenza poetica", poi "libera interpretazione" e in seguito pura invenzione, pur di seguire quanto stava loro a cuore. Se il testo di riferimento diceva un'altra cosa, tanto peggio per il testo! C'è da dire che oggi questo mal vezzo prosegue alla grande ... Vedevo, per fare un esempio, la traduzione che in tempi forse più tranquilli aveva fatto il vescovo trevigiano Mistrorigo dei salmi della Volgata. Anche lui si dava licenza poetica e addirittura saltava versetti interi. Se lui, che era un "conservatore" faceva questo figuriamoci gli altri, quanto meno sono dei manipolatori!

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    3. Dal momento che io sono uno di coloro che che – nei limiti delle proprie capacità e nell'esiguità delle proprie possibilità – hanno prestato il proprio contributo collaborativo alla realizzazione ed allo svolgimento della visita del Cardinale Burke a Trieste, in occasione della festa patronale della Chiesa Parrocchiale e Cappella Civica della Beata Vergine del Rosario, sia per la celebrazione dei Vespri Pontificali (sabato 1° ottobre), che della S. Messa Pontificale (domenica 2 ottobre), mi sento chiamato in causa da quanto scritto negli interventi che mi precedono. Desidero pertanto fornire il punto di vista di uno che ha vissuto questo singolare avvenimento ab interiori, e mi sento in dovere altresì di compiere alcune puntualizzazioni riguardo a certe interpretazioni di carattere fuorviante, nonché alcune correzioni a vere e proprie imprecisioni presenti nei testi precedenti.

      Il signor Pietro C. mostra di conoscere bene il depolrevole stato in cui la Chiesa Cattolica si trova a versare in questi ultimi decenni: la sua appare un'analisi tanto realistica quanto desolante (non certo disperante!) di una situazione che si trascina malamente avanti da ormai quasi mezzo secolo. Non è certo fuori luogo – né tanto meno esagerato – definire "scismatica" la frattura venutasi a creare fra la nuova chiesa conciliare vaticanosecondista – sedicente cattolica – ed una liturgia che fa riferimento a valori, che usa simboli comunicativi, che si avvale di strumenti espressivi del tutto "altri" rispetto al dilagante sentire. Alla base di questo vero e proprio scisma, però, non si può non constatare – e certo con profonda amarezza – una scissura incolmabile a livello dottrinale fra ciò in cui "credono" papi, vescovi, preti e fedeli "aggiornati" ed il Depositum Fidei, che tutti i Pontefici sarebbero chiamati (obbligati) a difendere, e nessuno di essi deve modificare a suo proprio capriccio od opinione. Del resto si sa: lex credendi legem statuat supplicandi; si prega come si crede, ed il modo in cui si prega è indice rivelatore di ciò in cui (non) si crede.

      Il signor Pietro C. dimostra anche di essere a conoscenza dei gravissimi rischi che il biritualismo comporta. Sono perfettamente d'accordo su questo punto: il biritualismo non è logico, non è coerente, non è edificante. Non è possibile aderire ad un rito che esprime un determinato sistema dottrinale (rivelato, ed elaborato nei millenni) e contemporaneamente celebrarne un altro, diverso, che esprime concetti ambigui quando non in flagrante contrasto teoretico e pratico con il sistema precedente. È il principio di non-contraddizione che, senza scomodare lo Stagirita, sarebbe in grado di comprendere qualunque persona che si trovi in possesso del normale sensus Fidei, ancorché di un minimo di buon senso logico. È purtroppo assai vero: il biritualismo può portare con estrema facilità (e con danni incalcolabili) allo straniamento dell'anima, alla dissociazione spirituale, financo alla alienazione interiore, sia in chi celebra sia in chi assiste. La soluzione c'è; è pronta lì; non serve andarla a cercare chissà dove; non c'è bisogno di surriscaldare i cervelli di fini teologi o finissimi liturgisti: la soluzione sta nel ritorno della Chiesa alla sua liturgia di sempre e, ovviamente, all'impianto teologico-dogmatico-dottrinale di sempre, che è pronto all'uso (salvo essere stato rinchiuso in naftalina da parecchi decenni). Non dall'invenzione di novità verrà la restaurazione della gloria della Chiesa (lungi da noi la supposta riforma della riforma liturgica, che sarebbe un monstrum peggiore di quello partorito da Paolo VI, un vero e proprio Frankenstein in cui pezzetti di bene sarebbero cuciti ad altrettanti pezzi di male, dando luogo ad un ibrido artificioso e artificiale, del tutto innaturale, ad ulteriore detrimento della Fede, quod Deus avertat!), ma dal recupero da parte della Chiesa della propria Tradizione, cioè a dire: della propria identità.

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    4. Spiace a questo punto, dopo un tale excursus del tutto condivisibile e sottoscrivibile, dover constatare che il signor Pietro C. non conosce la realtà parrocchiale e pastorale della Chiesa e Cappella Civica della B. V. del Rosario di Trieste. Frequento tale Chiesa fin dagli anni – ormai lontani, ahimè! – in cui, studente ginnasiale e liceale, venivo ad edificare l'anima ed a rinfrancare lo spirito profittando delle liturgie tradizionali che vi si celebravano. Erano per l'appunto gli anni Ottanta del secolo scorso, e questa era proprio una di quelle famigerate «parrocchie dell'indulto». Ho preso a frequentarla ancora più assiduamente (con frequenza quasi quotidiana – ed in numerosi periodi dell'anno liturgico anche più volte nell'arco della giornata –) a partire dal 2005, quando vi ha fatto il proprio arrivo l'attuale Parroco e Cappellano Civico. Proprio a far data da quel momento le celebrazioni in rito antico (o classico, o tradizionale, o tridentino, o preconciliare, o nella forma extraordinaria, ma in una parola: in rito cattolico romano) hanno iniziato una moltiplicazione nel numero ed una elevazione nella qualità, che non ha pari a memoria d'uomo nella storia della nostra città E, ad essere franchi, anche consultando le Cronache storiche degli Archivi (diocesano, capitolare, civico) non si trova riscontro che possa reggere il confronto con l'attività che si tiene presso la B. V. del Rosario in questi ultimi 11 anni. Lo zelo pastorale, l'intrepido coraggio l'instancabile opera apostolica dell'attuale Parroco hanno reso questa parrocchia un unicum sicuramente in Italia e probabilmente nell'Europa tutta. Se è ben vero che generalmente nelle parrocchie biritualiste ogni tanto si celebra con il V.O.M., al Rosario ogni tanto si celebra con il N.O.M.

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    5. Posso testimoniare che in questi 11 anni, al Rosario, si sono celebrate – e si continuano a celebrare – SS. Messe in tutti i gradi previsti: dalle Messe lette private alle Messe lette con cantici, dalle Messe d'organo alle Messe cantate, dalle Messe prelatizie more Cappellanorum alle Messe solenni in tertio, dai “Pontificaletti” ad uso dei Protonotari Apostolici alle Messe Pontificali al faldistorio, alle Messe Pontificali al trono (con buona pace di quei pestiferi mestatori che vogliono sostenere – in piena malafede e senza alcuna prova oggettiva – che "la Messa preconciliare era sempre uguale a se stessa"). Per non parlare poi della Settimana Santa (tutta interamente celebrata in canto, compresa la grandiosa Ufficiatura delle Tenebre degli ultimi tre giorni), dei Vespri (cantati, solenni e pontificali), della quasi totalità delle restanti Ore canoniche (Mattutini, Lodi, Prima, Terza, Sesta), delle Novene (del Natale, della Pentecoste, della Madonna della Salute, dell'Immacolata) delle Tredicine (di S. Antonio), dei Tridui, delle Processioni (almeno 7 ogni anno, quando non di più), delle Assoluzioni, dei Rosari, delle Funzioni Mariane (tutto il mese di Maggio e tutto il mese di Ottobre), delle Funzioni del Sacratissimo Cuore di N.S.G.C. (tutto il mese di Giugno), delle Funzioni del Preziosissimo Sangue di N.S.G.C. (tutto il mese di Luglio), delle Funzioni Eucaristiche (ogni domenica dell'anno), dei Battesimi, dei Matrimoni, delle Esequie. Durante tali cerimonie la Cappella Musicale Parrocchiale ha eseguito ed esegue le pagine immortali dei più grandi repertori e degli eterni maestri (solo per citare i più noti: Bach, Mozart, Monteverdi, Palestrina, da Victoria, Cavalli, Pachelbel, Purcell, Byrd, Anerio, Bruckner, Schutz, Rheinberger, Gesualdo da Venosa). L'amore straordinario del nostro Parroco per Nostro Signore, per la Fede e per la Chiesa, che si esprimono attraverso queste sublimi liturgie, non ha mancato di edificare i fedeli; il suo zelo apostolico sta dando i suoi frutti: molti "lontani" (quasi tutti giovani) si avvicinano alla Fede; abbiamo avuto la maturazione di conversioni e di vocazioni sacerdotali. Mai nessuno di coloro che hanno preso parte alle attività della Parrocchia, prima del signor Pietro C., ha avuto l'impressione di trovarsi di fronte ad una recita o a qualcosa di slegato dalla realtà del quotidiano. E questo proprio perché, per i fedeli del Rosario, lo straordinario è divenuto l'ordinario, la bellezza del Cattolicesimo autentico e genuino si è reimpadronita delle loro anime, il suavis odor Christi ha permeato di sé la vita quotidiana di tutti.

      Ciò che si è vissuto sabato e domenica scorsi a Trieste non è stato assolutamente un'eccezione, sibbene il culmine (almeno per il momento) di un percorso di Fede, certo con le sue difficoltà e fatiche, ma disseminato di innumerevoli ed entusiasmanti soddisfazioni spirituali. Ben lungi dal costituire un "evento" nel senso mondano del termine, la visita del Card. Burke è stata una vera e propria ulteriore gemma preziosa che si è incastonata nella già preziosissima corona che il Parroco del Rosario di Trieste va costruendo quotidianamente a maggior gloria di Dio, della Beata Vergine e dei Santi. Nulla di strano ciò che è avvenuto nei primi due giorni di ottobre a Trieste e nessun effetto di estrangement, almeno in chi conosce – e, soprattutto, vive – la nostra realtà.

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    6. Oltre al merito – evidente ed indiscutibile – dell’attuale Parroco di aver avviato una insostituibile opera di confermare nella Fede cattolica i parrocchiani, unitamente a quella ri-educazione di molti intelletti al gusto, all’arte, alla bellezza, non gli si può misconoscere quello di aver fatto piazza pulita intorno a sé (e, di conseguenza, intorno a noi) di tutta quella congerie di pseudo-tradizionalisti tronfi e stolidi, estetizzanti ed inconsistenti, che fin troppo spesso gravitano intorno agli ambienti cosiddetti “della tradizione”. Dirò di più: il Parroco del Rosario non ha attuato nessuna misura per ottenere tale scopo; nonappena tali personaggi si sono accorti della serietà, della continuità e della coerenza di ciò che egli andava proponendo ed attuando, si sono dileguati spontaneamente. Di essi non ci rimane che una pallida, bizzarra, memoria.

      Durante la due-giorni triestina del Card. Burke, ho avuto l'onore ed il piacere di esserGli a lungo vicino, e mai Egli ha espresso fastidio, tedio o stress per le celebrazioni: che abbia addirittura subito una sorta di malore all'idea della durata della Messa mi sembra assurdo, paradossale, risibile. Se non fosse una bufala ridicola, sarebbe una vergognosa menzogna. Non ho idea da dove l'attento signor Pietro C. abbia tirato fuori questa notizia (forse che qualcuno l'ha pronunciata in tono di battuta scherzosa, salvo poi che il Nostro non sia stato in grado di rilevarne lo spirito?) Al contrario, invece, ho saputo da fonte certissima che il Card. Burke, martedì 4 ottobre, ha incontrato in Vaticano, ad una adunanza della S. Congregazione per le Cause dei Santi, un Arcivescovo di Curia, anch'egli triestino, e si sia prodotto con lui in una serie di felicitazioni, elogi e complimenti per le due giornate appena trascorse nella di lui città; per l'affetto con cui è stato accolto e ricevuto, per l'"atmosfera autenticamente cattolica" che vi si respirava, per la magnificenza delle celebrazioni. Non una parola su ioptetiche eccessive lunghezze o supposti squilibri cerimoniali; non una parola su stress, stanchezza, insofferenza.

      L'accorto signor Pietro C. tralascia poi di specificare chi sia l'"ottantenne" stressato, poi, poco dopo, citato come "povero ottuagenario". Anche se la mia ragione mi porta a respingerlo, tuttavia un inquietante dubbio si insinua: che si riferisca all'eminentissimo Card. Burke? Ma il Cardinale è nato nel 1948 ed ha, dunque, 68 anni! Stento a credere che un così attento osservatore delle dinamiche del mondo cattolico sia potuto incorrere in una gaffe a tal punto grossolana ed imbarazzante! Insomma: il vecchio stressato ed in mala salute non era, alla fine, né stressato né ammalato; e non era nemmeno vecchio.

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    7. Non è poi chiaro neanche quali siano le fonti che il signor Pietro C. utlizzi per le proprie informazioni. Sta di fatto che, qualsiasi esse siano, non risultano per nulla attendibili: infatti, dopo aver aumentato l'età del Cardinale di almeno 12 anni (sic!), piazza in apertura di articolo una fotografia che mostra, sì, un momento di una Messa Pontificale del Card. Burke nella Chiesa della B. V. del Rosario di Trieste, ma non si riferisce a quella del 2 ottobre u.s., sibbene alla Messa celebrata da noi da sua eminenza il giorno dell'Ascensione di N.S.G.C. al Cielo, nell'anno di salute 2015 (foto vecchia di più di un anno, quindi!): anche il più distratto degli osservatori, presente alle Funzioni Pontificali di questa recentissima festa patronale, si sarebbe accorto che il Primo Cerimoniere, il Diacono ed il Suddiacono sono diversi; non è la stessa nemmeno la Pianeta di cui è parato il Cardinale!

      Da ultimo, poiché non oso pensare che una persona così addentro al latino ecclesiastico ed al greco liturgico, tanto da conoscerli "come le proprie tasche", si sia dedicato talmente tanto alle due lingue sacre al punto da obliare la retta sintassi della lingua italiana, sono più che convinto che quando scrive «si ha rifiutato questo bilinguismo [...]» e poi, più sotto, «si ha sottoposto un povero ottuagenario [...]» producendosi in quelli che sembrano due clamorosi sfondoni nell’uso degli ausiliari, che qualunque maestrina segnerebbe con la matita blu, sia stato in realtà innocente vittima di mero refuso di digitazione.

      Un tanto si doveva non certo per vis polemica, ma per amor di verità, per esigenza di precisione, per dovere di giustizia.

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    8. Ecco la conclusione: Un tanto si doveva non certo per vis polemica, ma per amor di verità, per esigenza di precisione, per dovere di giustizia.

      In realtà le parole sono ampiamente contraddette dal contenuto come ora mostrerò (non sono disposto a fare altri "dialoghi" del genere!).

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    9. Risposta al commento 7 ottobre 2016 07:23

      Mi sembra che fin qui concordiamo, per quanto, poi, sia importante capire cosa sia la "tradizione" alla quale si collega il rito antico della Chiesa germanico-romana (i riti romani antichi, quelli precedenti all'invasione dei germani, sono nell'unanime consenso dei liturgisti in notevole quantità andati persi...). Se la "tradizione" significa portare acqua al mulino del clericalismo (ossia dell'autoritarismo clericale) allora torniamo nella situazione che poteva caratterizzare (per fare un esempio) il giorno precedente al disastro della diga del Vajont. Non si può pensare di risolvere i problemi ecclesiali semplicemente riportando prima del concilio l'orologio della storia, è come aver cercato di risolvere il disastro del Vajont riportando gli orologi 24 ore prima che questo fosse accaduto, non le sembra?


      Risposta al commento 7 ottobre 2016 07:24

      Posso non conoscere la storia di questa chiesa nei dettagli ma una cosa mi è chiarissima, com'è chiara a chiunque entri in quel tempio: l'altare verso il popolo, cementato a terra e ben stabile, che nessuno lungo tutto questo tempo di "grazie", come lei dice, ha voluto, ha pensato (?) né ha potuto toccare, quel tavolo (per dirla meglio) che "intriga" e che, nel campo dei simboli, indica una contraddizione palese e fastidiosa tra quanto in teoria si dovrebbe credere (la preghiera rivolta verso oriente) e quanto poi si lascia praticare, poiché, penso, il fatto stesso che sia ancora lì indica che in quello stesso ambiente si pratichi anche il culto rinnovato. Dunque nei particolari posso dire di non conoscere questa realtà (chi mai può conoscere nei particolari tutto di tutti?) ma questo è sufficiente per darmi una impressione generale molto dubbiosa. Post factum non valet argumentum!


      Risposta al commento 7 ottobre 2016 07:24

      Prendo atto di quanto dice, anche se il profluvio di espressioni barocchizzanti mi lascia di stucco (io e il barocco non andiamo d'accordo!!). Quello che lei forse non capisce e che la mia perplessità nasce osservando il contesto ampio del mondo cattolico nel quale le vostre iniziative si calano. Il mondo cattolico fa da "castone" alla liturgia di sua appartenenza e se il "castone" spesso non funziona e non va esiste un divorzio, una contraddizione. Voglio ammettere che tutte le vostre iniziative siano positive ma le famose "messe concerto", se non vado in errore, quelle che duravano pure tanto tempo quanto quello he avete fatto durare voi, erano viste di cattivo occhio dallo stesso Pio X. La liturgia ha degli equilibri delicati che solo animi raffinatamente spirituali possono rispettare. Molti si fermano ai concerti o a una devozione romantica che non apprezzo molto per i suoi caratteri tendenzialmente smielati ed eccessivamente affettivi, dunque non ascetici.

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    10. Risposta al commento 7 ottobre 2016 07:25

      Mi fa sorridere la fuga di alcuni personaggi che ho pure io avuto la sventura di conoscere, quelli che occupandosi di liturgia e volendo farsi vedere "esperti" pastrocchiano sull'origine dei paramenti citando, in modo costantemente errato (quindi non sbagliando casualmente), i nomi dei paramenti greci...
      A parte questi personaggi da operetta, i dettagli del malore del cardinale li ho ricevuti dalla bocca di chi stava in presbiterio e, da VICINO, ha assistito a tutta la cerimonia quindi la sua reprimenda vada a lui, non a me che riporto il fatto com'è stato visto e testimoniato dai più prossimi, non da chi se ne stava comodo e lontano sui banchi! Per quanto riguarda l'età del cardinale forse mi sono sbagliato ma non è questo il punto importante. Il punto importante è: in una celebrazione l'uomo è per il rito o il rito è per l'uomo? Dalla risposta a questa domanda discendono tutte le conseguenze del caso e i baricentri, nei due casi, si situano in ben differenti posizioni.



      Risposta al commento 7 ottobre 2016 07:25

      Questo è veramente il punto a cui lei voleva arrivare: sminuire e dichiarare inutile il mio commento. Approfittando di alcuni particolari (l'età del cardinale), lei insinua che il discorso di fondo da me proposto è inattendibile. Ebbene no!
      La stessa foto da me pubblicata è ripresa dal "Piccolo" di Trieste su un evento precedente nella stessa chiesa, perché è quello che al momento avevo a disposizione e questo non è sufficiente a sminuire il mio discorso!
      Infatti io cito il link del giornale giusto sotto la foto pubblicata.
      Non capirlo (o fare finta di non capirlo) sottende una possibile intenzione manipolatoria!
      Stesso metodo denigratorio (quindi tutt'altro che onorevole da parte di chi lo compie) si effettua facendo leva sulla sintassi italiana da me utilizzata. Il mio scrivere non è sempre perfetto non perché non conosca la lingua italiana ma perché le condizioni nelle quali scrivo sono a volte tali da non permettermi la migliore delle concentrazioni. Nell'Università nella quale lavoro gli stessi italianisti (che dovrebbero conoscere a mena dito l'italiano) confessano che lo scrivere è frutto di "sudore e sangue" e se il tempo non è sufficiente si fa quel che si riesce, soprattutto per il suo caso nel quale la mia risposta sarà PERFETTAMENTE INUTILE. Anche il vangelo di san Marco ha un greco pieno di errori eppure.... in quel caso è Vangelo e nessuno dei credenti ne sminuirebbe l'attendibilità, se non altro dal punto di vista religioso!

      Questi rilievi formali per invalidare il discorso altrui sono gli stessi di certi atei i quali, notando che i vangeli citano diversamente le stesse parabole evangeliche, ne invalidano il contenuto storico e religioso. E i grulli ci cadono!

      Questo far leva sulle presunte debolezze degli altri (metodo secolare usato spessissimo in politica per "sputtanare" l'avversario per pura vis polemica!) indica l'animus di chi lo fa nel tentativo a me fastidiosissimo ma utile agli stessi grulli di stornarli dalle critiche di fondo. Ho sempre pensato che un certo tipo di cattolicesimo calcasse la stessa arena del mondo secolare al quale, a parole, si dice avversario!

      Le parole passano (le mie con qualche scorrettezza formale e le sue super barocche) ma i fatti rimangono: non si può credere di risolvere i problemi del cattolicesimo portando gli orologi della storia 24 ore prima del crollo della sua "diga del Vajont"!

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  11. AVVISO
    Non sono disposto più a pubblicare commenti lunghi come il precedente e neppure a tollerare il modo con il quale sono redatti (dove a parole si dice di non fare quello che poi nei fatti si fa). Inoltre questi "dialoghi" sono perfettamente inutili perché, alla fine, chi si siede su troni barocchi (pensando che semplicemente "queste" cose danno gloria a Dio) è tutt'altro che disposto a lasciarli.
    Ho pubblicato molti commenti e si dimostra ampiamente che si può pure dissentire dal sottoscritto senza giungere a stancarmi l'anima così tanto. Grazie.

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