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lunedì 31 ottobre 2016

Chiesa e mondo, Cristianesimo e cultura

Riguardo a queste tematiche si può trovare qualcosa lungo tutto il mio blog che, per definizione, non pretende d’essere esaurientemente scientifico. Ho deciso di aprire un post specifico per far riflettere i miei buoni lettori su tali temi poiché, oggi in cui si assiste alla radicalizzazione di certe tendenze, si notano atteggiamenti tra i più disparati.
La radicalizzazione spinge a due estremi:

1) La trasformazione della Chiesa in setta. Qui è perso ogni reale contatto con il mondo e con la cultura. Mondo e cultura sono visti come perenni antagonisti e nemici, cose da evitare perché assai pericolose. La Chiesa-setta finirà per promuovere epurazioni, brucerà libri e spingerà a bruciare le persone, cosa avvenuta nel passato e tendenzialmente presente in ogni realtà religiosa integristica. La setta è un rullo compressore: dove passa tritura e riduce la vita ad una dimensione monocolore.
2) La trasformazione della Chiesa in mondo. Qui è perso ogni reale contatto con l'integrità della propria fede e il credente insegue ogni genere di modello che i vari contesti culturali gli propongono. Succede quanto, negli anni ’70, accadeva in molto Cattolicesimo dove la teologia si scioglieva in antropologia. Questa trasformazione ha portato molti ambiti del Protestantesimo e dell’odierno Cattolicesimo a mantenere in piedi le strutture ma a svuotarle da ogni senso tradizionale. È la trasformazione della Chiesa in mondo ad aver confuso la spiritualità in sociologia, ad aver trasformato la liturgia in spettacolo, rigettando le forme simboliche che legano alla trascendenza per privilegiare modalità di tipo ludico e antropocentrico.

Evitando questi estremi, oggi massivamente presenti, la Chiesa si pone come lievito nella pasta del mondo. Non tutta la pasta può essere lievito, bene inteso!, e il lievito stesso non può essere pasta. Detto in altra forma, il fine di un monastero funzionante (e il monastero è una piccola Chiesa), non è quello di far divenire monaci tutti gli uomini ma di scegliere, tra gli uomini, quelli che possono divenirlo per testimoniare dinnanzi al mondo una modalità diversa di vita attraverso la quale s’intuisce una Presenza ultraterrena. Il monastero non impone il suo stile alla società ma indica alla società stessa il fine degli uomini e la via per raggiungerlo meglio possibile, pur nella diversità di uomini e culture. San Gregorio Palamas (+ 1359), monaco esicasta bizantino, non proibiva ai laici di studiare la filosofia pagana, poiché il rapporto dei laici con la cultura ha una sua importanza, ma proibiva ai monaci di farlo, dal momento che il monaco ha un compito specifico e si deve esercitare in quello, senza far disperdere le energie del suo spirito in molte altre direzioni.
Partendo dalla lezione di Palamas, si può dedurre che il compito del sacerdote è quello di coltivare un costante rapporto con Dio, assumendo l’identità di “medico delle anime”, come dice il Crisostomo, non assumendo compiti estranei a tale finalità.

La cultura umana, in tutte le sue sfaccettature, non ha un fine morale o teologico (anche se talora le è stato assegnato) ma puramente descrittivo. La letteratura, ad esempio, è in qualche modo la geografia dell’interiorità umana, così com’è. Se ne deduce che essa non può essere distrutta in nome della fede, né letta ideologicamente con occhiali che ne fuorviano il senso ma, in nome della stessa fede, il monaco può astenersene esattamente come si astiene dalla filosofia pagana. La Chiesa nel suo insieme, però, non può non tenerne conto per sapere esattamente in che mondo vive. 

Il rapporto Cristianesimo-cultura è quanto mai complesso ma non può essere eluso. La capacità dinteragire con i vari contesti culturali senza sottomettersi ad essi risulterà un imperativo per il cristiano. Se ciò non avviene, si può sospettare una reale incapacità di rapporto umano mentre il rischio disolare il Cristianesimo nell’ambito della setta sarà molto forte.

Nella storia del Cristianesimo orientale c’è stata una risposta differente a seconda delle nazioni e dei momenti storici. L’Ortodossia russa della diaspora, ad esempio, sin dai primi anni del ’900 si è trovata a confrontarsi con la cultura occidentale, particolarmente nei salotti e nelle accademie parigine. Se a volte ha creato dei pensieri fuorvianti, ha tuttavia contribuito a far conoscere il pensiero cristiano ortodosso, confrontandosi pure con le istanze filosofiche del tempo.
Non altrettanto è accaduto per l’Ortodossia greca, piuttosto chiusa in se stessa e indifferente a questo genere di rapporti. Ancor oggi, osservando attentamente le vetrine delle librerie a Salonicco, si nota che i maggiori esponenti della storia bizantina non sono i greci attuali, diretti discendenti degli antichi bizantini, ma gli inglesi, i francesi, i tedeschi... Se ne trae l’impressione che i greci odierni, che per primi dovrebbero interessarsi a questi temi, sono trainati da tutti gli altri, come fossero preda di una diffusa apatia. Al contrario, tale apatia verso la cultura era completamente inesistente nell’antica Costantinopoli la quale, pure nei decenni precedenti alla sua caduta, era percorsa da forti interessi culturali. Purtroppo si sa pure che, da allora ad oggi, ci sono stati secoli di sottomissione ai turchi e tale traumatica esperienza non ha potuto non incidere nell’animo ellenico ...

Questi diversi orientamenti ci mostrano atteggiamenti differenti di Chiesa con tutti i rischi che ne possono derivare. Qualcosa del genere la si nota, ovviamente, pure all’interno dello stesso Cattolicesimo che ci può offrire infiniti esempi in tal senso (*).

A mio avviso la posizione migliore è quella di saper vivere la realtà urbana (con i suoi incontri e confronti) senza mai essere sottomessi ad essa. E qui penso ad un importante nome dell’Ortodossia contemporanea, Giovanni Meyendorff (+ 1992), il quale, addottorato alla Sorbona, fu uomo di cultura ma pure di essenzialità cristiana. Nonostante fosse molto impegnato, riusciva a trovare un pomeriggio alla settimana nel quale invitava a casa storici, filosofi, letterati, per discutere dei temi allora ricorrenti osservandoli in una luce cristiana. Quello stesso Meyendorff che, una volta giunto in America, contribuì non poco alla presenza del Cristianesimo ortodosso e al radicamento della Chiesa nel Nuovo Mondo.

Anche attraverso questi esempi si comprende bene che la Chiesa non può essere una setta e non può neppure sciogliersi nel mondo nel quale è chiamata a vivere, cosa oggi non più evidente come un tempo.


NOTA

(*) Un esempio abbastanza paradossale ma reale lo notiamo in questo dialogo tra fedele e prete, dialogo che definirei tra sordi, nel quale è compendiato gran parte dell'atteggiamento del Cattolicesimo contemporaneo il quale, con queste basi, è indubbiamente destinato all'estinzione (per leggere il testo clicca qui). 
Si noti come per il sacerdote il termine "simbolo" è equivalente a quello di "idea". Il "simbolo", per questo genere di clero, è totalmente privo di significato, non è un legame reale ed efficace tra la terra e il Cielo, si esaurisce in un concetto puramente ideale o idealistico, parte dall'uomo e all'uomo ritorna senza essere minimamente asceso, senza implicare la benché minima esperienza spirituale. 
La fede di questa gente è totalmente sradicata da quella dei Padri e del Cristianesimo antico. Si tratta di un Cristianesimo in perenne stato di scisma dai suoi stessi fondamenti che assume un comportamento patologico con il suo passato e la sua tradizione. Stupisce l'assordante silenzio e la quasi totale mancanza di reazione da parte dei laici e soprattutto da parte della gerarchia ecclesiastica: è come trovarsi dinnanzi ad un corpo che sta morendo...

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