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mercoledì 19 ottobre 2016

Speranza o certezza nell'Al di là?

La porta del CIelo
Miei cari lettori, non turbatevi e non stancatevi se ripeto che il nostro Cristianesimo, in Europa Occidentale, è gravemente malato. Non faccio che constatarlo di continuo, ad ogni piè sospinto. Ieri ho partecipato ad un evento luttuoso, evento coperto da molti rischi.

Il rischio di una liturgia banale non c'era: la messa era quella tradizionale (la “tridentina”), fatta con molta pietà e raccoglimento.

Il rischio di un sacerdote secolarizzato non c'era: il buon prete che ha celebrato era quanto di meglio si potesse trovare in tutto il Friuli (e non sto scherzando né facendo un complimento o un'esagerazione), uomo pio, umile e con un profondo senso delle tradizioni.

Il rischio di essere in una chiesa-garage non c'era: la chiesa della celebrazione era un piccolo salotto antico, calda e accogliente.

Insomma, questo evento luttuoso era celebrato con una liturgia che sicuramente Dio ha gradito.

Ciononostante, c'è stato qualcosa che, ad un certo punto, mi ha fatto sobbalzare. L'ottimo prete, in un istante della sua appropriata omelia, ha accennato che “bisogna avere speranza nell'Al di là”. Le mie orecchie hanno sentito la frase ma, più delle orecchie, il mio cuore ha assaporato lo spirito con cui veniva detta. Ho sentito la natura troppo mentale di tale frase: partiva dalla mente, come affermazione frutto di logica, e vi ritornava chiudendosi logicamente su se stessa e facendo leva su un dovere morale di tipo religioso. Era qualcosa di molto piatto. Immediatamente il mio cuore ha sussultato e mi sono detto: “Bisogna avere la speranza nell'Al di là? No! Si ha la certezza nell'Al di là!”.

Coincidenza volle che la sera ho avuto modo di sentire un ottimo amico, intellettuale, storico e filosofo ma, soprattutto, uomo spirituale. Costui, senza sapere di questa mia esperienza mattinale, ha toccato lo stesso tasto. Ho capito, allora, che questo tema era molto importante, fondamentale, al punto che si gioca tutto qui.

Ma perché inconsapevolmente quest'ottimo prete ha parlato di una speranza (di ordine intellettuale) mentre io ho reagito proponendo una certezza? È presto detto.

Nei secoli, all'interno del mondo cattolico c'è stato un progressivo allontanamento e diffidenza dall'esperienza mistica con la quale un animo religioso si accosta al Dio ineffabile e ne percepisce la reale presenza. Questo allontanamento, marcato anche dalla condanna al Quietismo nel XVII secolo, ha accentuato l'impegno nel sociale e l'intellettualizzazione del Cristianesimo. Il Cristianesimo è divenuto sempre più un'agenzia morale (ci si deve comportare “bene” per meritare il Paradiso) e un'accademia teologico-intellettuale. Non meraviglia che Kant abbia estremizzato i termini di un discorso che, logicamente, andava nella sua direzione con la sua opera “La religione entro i limiti della semplice ragione”. Sintetizzo per sommi capi un discorso molto complesso ma, ciononostante, il lettore capirà che qui a rimetterci le penne è proprio l'escatologia Cristiana, l'Al di là stesso. Tutto si esaurisce e si motiva nell'Al di qua.

In un quadro di questo tipo non fa meraviglia che anche un ottimo prete ne esca impolverato, che faccia leva su una concezione morale e si muova su un piano logico-intellettuale.

Al contrario, l'Al di là, come Dio stesso, appartiene alla mistica cristiana, al campo delle percezioni interiori, quelle percezioni che, poi, costruiscono le certezze. In origine la speranza cristiana stessa si fonda su tali certezze al punto che la si può così sintetizzare: siccome io Ti sento per grazia, spero nella tua bontà verso di me, nella possibilità che Tu mi accolga eternamente nella tua gioia.

Ma se prescindiamo dall'esperienza del Divino, quindi dalla prospettiva mistico-spirituale, tutto diviene “dovere” morale, convenzione religiosa, cosa che si “deve pensare”. No, il Cristianesimo non è un pensiero, è un'esperienza. Il pensiero viene dopo e, a mio avviso, non è neppure così importante, dal momento che un pensiero può essere benissimo combattuto con un altro pensiero ma l'esperienza si afferma per se stessa e non può essere contraddetta da nulla. Infatti i farisei potevano pure argomentare contro Cristo, al cieco nato, ma costui gli oppose la forza di un'evidenza esperienziale: "Una cosa so, che ero cieco e ora ci vedo" (Gv 9, 25). Ecco perché un cristiano provato ha la certezza dell'Al di là, non una sua misera e umbratile “speranza intellettuale” appoggiata a concetti e parole.

Ma se si indica diversamente, se il baricentro della vita cristiana sta altrove, si capisce benissimo che si finisce per giungere ad un quadro generale che, in Occidente, non tiene più e trascina tutto dietro di sé. 
La mistica bizantina, al contrario, ci riporta nella retta prassi, non perché è bizantina o perché è orientale ma perché riporta ad un senso autentico del Cristianesimo, ad una prassi antica, a quanto dovrebbe sempre essere. Con essa si può dire: “Io [o Dio] ti conoscevo per sentito dire ma ora i miei occhi ti vedono” (Gb 42,5).

Se certi ambienti ecclesiali non ci portano fino alle soglie di questa percezione hanno fallito totalmente e non hanno più alcun senso. Al contrario, la Chiesa nella sua vera e intima essenza non può che fondarsi su Dio e sulla sua reale percezione, non può che accompagnare già su questa terra alle soglie del paradiso, dalle fessure delle cui porte intravvediamo luce. Ecco perché sant'Ambrogio si permetteva di contrastare l'imperatore rispondendogli: “O Imperatore voi rendete culto [pagano] a ciò che non conoscete, noi [cristiani], al contrario, rendiamo culto a ciò che conosciamo”. Sicuramente la conoscenza di Ambrogio non era una conoscenza prettamente intellettuale ma intuitivo-spirituale, l'unica che ci permette di avere certezza nelle cose di fede! Si insegna questo nei nostri ambienti e nei nostri seminari? No di certo e i prodotti si vedono dal momento che pure i praticanti sono feriti da lancinanti dubbi e lo stesso papa (ahimé!) giunge a giustificarli affermando  che se non si dubita si è un poco scemotti, vera e propria blasfemìa, questa ...


6 commenti:

  1. Caro Pietro,
    condivido pienamente quanto scrive. Purtroppo l'uomo europeo è lentamente precipitato in un ateismo dei contenuti di fede e quindi in un ateismo di fatto. Anche per me i funerali di parenti e amici nelle chiese cattoliche sono un dramma dove spesso si somma la sciatteria della celebrazione con un malcelato ateismo rancoroso nei confronti di Dio, il tutto proprio da parte di quel clero che dovrebbe confermare i cristiani nella loro fede. Ma in quale fede? Nel Simbolo noi non confessiamo solo la fede nell'aldilà inteso nei termini che lei ha giustamente espresso, ma anche e soprattutto confessiamo l'attesa della risurrezione. È questa confessione di fede che manca oggigiorno nel cristianesimo europeo e che purtroppo comincia a mancare anche in prelati della Chiesa Ortodossa. È questo che ha sempre fatto la differenza tra la fede cristiana e il paganesimo, la morte come un addormentarsi in Cristo nell'attesa del risveglio, della risurrezione.  "Questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nessuno di quelli che egli mi ha dati, ma che li risusciti nell'ultimo giorno. Poiché questa è la volontà del Padre mio: che chiunque contempla il Figlio e crede in lui, abbia vita eterna; e io lo risusciterò nell'ultimo giorno".

    Con stima per lei ed il suo lavoro
    Eugenio

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    1. Il punto centrale da lei toccato è capitale: il credo non dice "Spero nella vita eterna" ma "Credo nella vita eterna", non lo pone nelle speranze ma nelle certezze a cui credere. Questo perché la fede cristiana si appoggia su un'evidenza constatata dagli apostoli, non su un pensiero: la resurrezione di Cristo.
      Tutto ciò non è una "inutile elucubrazione" come mi è stato scritto per commentare questo post, commento che non ho pubblicato anche per il nick inopportuno utilizzato. Questo è il fondamento della fede cristiana. E tale fondamento, una volta risorto Cristo, si appoggia su un "sentire profondo", intuitivo, di ordine mistico, come ho già scritto. Ora, questo "sentire profondo", o "sentire col cuore", come si direbbe in Oriente, è stato smarrito in grandissima parte. La visione razional(ista), istituzional(ista), ha prevalso e con essa un modo molto intellettuale di esporre la fede. Ad esso allegato c'è un modo moralistico di applicarla (= le regole vanno applicate).
      Ma questa impostazione, che pure era stata instillata nelle generazioni precedenti, quelle "ante-concilio", ha fatto vedere tutto il suo vuoto: un pensiero senza la sperimentazione della benedetta presenza di Cristo fa presto ad evaporare, ed eccoci nell'agnosticismo di chierici e laici odierni.
      Bisogna essere molto rintronati per non rendersi conto di queste cause-effetto...

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  2. Lei indica differenze, contraddizioni, contrasti tra l'atteggiamento spirituale orientale e quello occidentale; tutta una serie di suoi commenti percorrono questa via e sono tutti utili, interessanti e costruttivi , ma sarebbe ancora più completo, mi permetta, e non vuol essere un consiglio ma una preghiera, se ogni tanto indicasse un nome, un titolo di libro, dei riferimenti bibliografici insomma, che ci permettessero di approfondire e allargare i nostri punti di vista. Altrimenti si finisce la lettura, se ne continua la riflessione tra sè e sè, ma si resta in noi stessi a rimuginare e a dolersi senza opera forte di ricostruzione di noi stessi, figli non educati di padri degeneri. Chi la legge può essere una persona mediamente colta ma ignorante quasi del tutto di certi campi specifici. Per esempio per me l'ortodossia è un oceano sul cui bordo sto un poco sbigottito e non saprei come e da che parte affrontarlo. Lei indica la via ma non dice come percorrerla senza sbagliare. Certo competerebbe ad altri un simile insegnamento, ma se potesse ogni tanto lasciar cadere qualche sassolino che noi, o almeno certamente io, troverei utile e necessario per affrontare correttamente e fruttuosamente il cammino. Non si sottovaluti e sappia che nel deserto anche un bicchier d'acqua può salvare la vita. Grazie

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    1. Alcuni riferimenti bibliografici li ho già dati lungo tutto questo blog. Spesso dico che è necessario leggere le catechesi patristiche. Le trova nelle librerie religiose. Ma assieme a tutto questo, per dare forza e senso alla lettura, è opportuno avere contatti con persone spirituali di grande profondità. Non ce ne sono moltissime. Io viaggio spesso e ho contatti per tal fine, altrimenti si è slegati dalla tradizione vivente. Ho contatti con il mondo monastico, in parte occidentale e, soprattutto, orientale.

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  3. "Sperare nell'aldilà" obiettivamente sembra un'affermazione vaga estratta dal film "Ghost", quello in cui facevano i vasi coi fantasmi. Certo che lì in quella dicitura c'è mente e non fede, nè spiritualità.
    E d'accordo in pieno che è avvenuto nel Cattolicesimo un allontanamento dall'esperienza mistica per sostituirla con l'impegno nel sociale o con l'intellettualizzazione del Cristianesimo.
    E' talmente reale che se si parla di mistica, di intuizione spirituale che in alcuni singoli esiste ancora, si viene accusati, a volte anche rabbiosamente, di "sentimentalismo" o di basarsi sull'emozione, e di esser usciti dalla gabbia della ratio.

    ma in Ebrei 11,1, leggiamo:
    "Ora la fede è certezza di cose che si sperano, dimostrazione di cose che non si vedono."

    la differenza con la frase segnalata è abissale, da sobbalzare.

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  4. E pensi che chi ha sollecitato questa "speranza per l'al di là" è un ottimo sacerdote, che purtroppo come tutti viene toccato dalla polvere dei nostri tristi tempi. Che sarebbe successo se fosse stato un sacerdote "ordinario" o, peggio, poco credente? Il mondo cattolico è veramente messo molto ma molto male...

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