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lunedì 12 dicembre 2016

Ricevo e rispondo

Mi scrivono:

«[...] quello che sta cercando di fare la Chiesa, nel caso dei divorziati risposati, è di applicare l'epikeia tomista, concetto simile ed allo stesso tempo diverso all'oikonomia orientale.


Mi pare che gli ortodossi abbiano da secoli una pratica più misericordiosa, verso chi fallisce nel matrimonio, e allora perché solo i cattolici dovrebbero essere trattati con più durezza? Se può vivere in grazia di Dio un cristiano ortodosso risposato dovrebbe valere lo stesso anche per un cristiano cattolico. 


Mi dica dove sbaglio, eventualmente, per favore. Grazie».

Caro lettore,

ho riportato quanto sostanzialmente lei mi ha scritto evitando appunti sulla mia persona che non ritengo affatto importanti per il nostro discorso.
Il discorso del matrimonio fallito e del risposarsi è abbastanza antico, in Oriente. Nonostante ciò, le norme, entrate nella legge romana, che lo disciplinavano non sono state recepite in Occidente. 
Facciamo un po' di chiarezza.
La Chiesa in Oriente (come in Occidente) ha sempre ribadito l'importanza dell'indissolubilità del matrimonio. In Oriente ciò si applica per chi si risposa con un rito penitenziale di matrimonio, non identico al vero rito matrimoniale. Chi si risposa, poi, non si può accostare frequentemente al sacramento dell'Eucarestia ma solo nelle feste più importanti e a determinate e strette condizioni. Chi vive così, è dunque in una situazione penitenziale permanente e non sarebbe in tale situazione se fosse sposato nel primo matrimonio.
Questo secondo (al limite terzo) matrimonio penitenziale non è cosa regolare ed è cosa solo tollerata in ragione della debolezza umana.

È lo stesso discorso che si sta facendo nel mondo cattolico, oggi? Mi scusi, ma non mi sembra affatto anche perché, letto con la mentalità di chi invoca misericordia nel Cattolicesimo, anche questa forma ortodossa porrebbe in "serie B" il cristiano risposato.

Infatti, nella mente di chi invoca la misericordia non esiste alcuna condizione penitenziale nel senso sopra spiegato poiché la situazione cristiana è osservata molto umanamente con mentalità umanistica, non soprannaturalmente. Non è infatti un caso che si parli di "diritto" (alla comunione per il divorziato risposato), un termine laico che non è di pertinenza all'ambito religioso. Nella stessa Bibbia non si parla mai di diritti ma l'uomo, rivolgendosi a Dio, gli chiede: "Insegnami i tuoi decreti!" (vedi Sl 118) poiché il centro di tutto non è l'uomo con le sue supposte ragioni ma Dio.
D'altronde questi "fiori di misericordia" occidentali, nascono in un contesto nel quale in gran parte si sono persi i riferimenti spirituali e ascetici che, al contrario, sono chiarissimi in Oriente in chi li vuole praticare, potendo pure trovarsi una tradizione che, in tal senso, è viva, non teorica.
Ciò che è importante, infatti, non è la sola liturgia. La conservazione di una forma tradizionale di culto non è nulla se è priva di una profonda prospettiva spirituale-carismatica (in senso patristico), se è priva di un'autentica teologia praticata nella vita del cristiano.
La gloria del Cristianesimo, infatti, non sono le semplici istituzioni esterne o l'aiuto che gli viene dato da un imperatore o da un capo di Stato (in un sito "supercattolico" pensano che l'esistenza di Putin sia la gloria dell'ortodossia russa, ma questa idea è piuttosto sempliciona, superficiale e stupida!). La gloria del Cristianesimo è la sua pratica che fa incontrare Cristo in interiore homine.

Allo stesso modo, invocare una misericordia senza vivere un'autentica prospettiva penitenziale (ognuno ha un motivo per essere un penitente fiducioso!), non serve a nulla se non a illudere e a portar fuori strada le persone, come in effetti sta succedendo.


Ecco perché personalmente mi schiero con i perplessi dinnanzi a queste pianificate pubblicità di "misericordia ecclesiale" che cercano vanamente di fare un restyling esteriore ad un edificio le cui colonne portanti stanno per rovinarsi.

14 commenti:

  1. Accettabile, a mio parere, sentire come accusativo il luogo in cui incontrare Cristo, ma allora accusativo sia: in interiorem hominem. Parimenti accettabile, sempre a mio parere, sentirlo come stato in luogo e allora resti l'ablativo della citazione originaria agostiniana (se non vado errato) ergo: in interiore homine.
    Per il resto, come sempre, molto interessante. Grazie.

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    1. Grazie, stavo per correggerlo io stesso o meglio mi ero prefissato di farlo prima di fare diverse altre cose.

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    2. Ma la prassi della "oikonomia" non è essa stessa un cedimento contrario alle parole di Cristo? Ho letto di alcuni vescovi ortodossi (es. Ignazio Branchaninov) che si rifiutarono sempre di concedere dispense per le seconde nozze. È così?

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    3. Nel mondo ortodosso esistono molte cose: alcune persone propendono di più per lo spirito "oikonomico" e altre per lo spirito rigido. Non mi meraviglia che alcuni vescovi possano rifiutarsi categoricamente dinnanzi alla richiesta di seconde nozze. Personalmente non sono così rigido e propendo per l' "oikonomia" perché la vita umana, soprattutto oggi, è sempre più complessa e fragile.
      Pensi che a volte salta fuori la problematica dei preti sposati rimasti vedovi e che non possono risposarsi. Ci sono diversi vescovi che si chiedono se è giusto lasciare le cose così.
      Nel caso dei preti, l'Ortodossia è rigorosa: non permette assolutamente il secondo matrimonio, almeno fino ad oggi.
      In genere tiene conto della situazione umana: non si può applicare a tutti la rigorosità della legge ma questo non significa affatto che chi è in grado non debba applicarla nella sua forma radicale.
      A tutti Cristo chiede di essere perfetti per il regno dei Cieli ma pochi sono in grado di esserlo, in pratica. Ciò non significa che la perfezione per il regno non sia più tale!
      Così io vedrei pure la questione sul matrimonio.

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  2. Salve caro Pietro, sono il lettore che le ha scritto le righe a cui lei ha gentilmente risposto.

    Innanzitutto la ringrazio per la risposta, molto gentile ed esauriente, in secondo luogo vorrei dirle che io sono d'accordo con la sua prospettiva, nel senso che sarei d'accordo su una pratica penitenziale perpetua che potrebbe permettere ai cattolici divorziati di riaccostarsi all'Eucaristia solo in determinate occasioni, a fronte di un rito penitenziale.

    Questa soluzione, tra l'altro, era stata proposta al Sinodo ma non è stata accolta.

    Vuole sapere come la vedo io? Gli ortodossi in questo hanno ragione, perché affermano si l'indissolubilità del matrimonio, ma dall'altro lato, ricordando che "il sabato è per l'uomo e non l'uomo per il Sabato" permettono una via d'uscita a chi fallisce grazie alla penitenza, via d'uscita decisamente più comprensiva rispetto a quella attuata in Occidente fino ad Amoris Laetitia.

    Secondo me il problema qui è che, da un lato, per secoli la Legge è stata il SOLO metro di misura della pastorale della Chiesa Cattolica verso queste persone (pensi che, prima del 1983, erano addirittura scomunicati i divorziati risposati), dall'altro questa esasperazione passata sta portando, oggi, ad una esasperazione in senso opposto, parlando addirittura di "diritto alla Comunione" in una prospettiva totalmente umana, cosa anche questa sbagliata.


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    1. Il mondo Cattolico oscilla da secoli tra interpretazioni soggettivistiche e interpretazioni oggettivistiche. Si sta consumando in tutto ciò. In realtà non va bene né il soggettivismo (faccio quello che mi sento) né l'oggettivismo (devo fare quanto la legge prescrive) ma la gradualità, l'ascensionalità per potersi rivestire di Cristo ed essere trasformati in lui.
      Ecco perché in Oriente quando si parla di "oikonomia" (interpretazione lasca della legge) non si esclude mai l' "akribeia" (interpretazione rigorosa della legge). Una porta pian piano alla seconda o dovrebbe portare alla seconda. Al contrario, la storia religiosa occidentale è tale per cui si oscilla sempre per opposti: o bianco o nero, o rigoroso o lasco. Tutto questo ha pure creato una "cultura" dove è difficile trovare serenità spirituale perché si finisce per essere idealisti, non realisti.

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  3. Esatto caro Pietro, è proprio come dice lei.

    Ed è inutile che si affermi "la Chiesa è sempre stata misericordiosa", perché di fatto nei secoli passati, in Occidente, ciò che l'ha fatta da padrone è la Legge, e non certo la Misericordia.

    Penso saprà che prima del 1983 i divorziati risposati erano scomunicati e addirittura venivano loro negate le esequie.

    Secondo me era inevitabile, dopo tali esagerazioni, un contraccolpo di segno uguale e contrario.

    È come sulla sessualità, noi abbiamo per secoli represso qualunque forma di sessualità additandola come il male assoluto, dandone un'interpretazione il più restrittiva possibile anche nel matrimonio, e il risultato qual'è stato? La rivoluzione sessuale.

    Probabilmente, se noi cattolici non avessimo oppresso le persone in questo modo, con una sessuofobia delirante e maligna, nei secoli passati, non avremmo avuto la rivoluzione sessuale. Ogni eccesso porta con se un altro eccesso uguale e opposto.

    Se da un'occhiata qui https://books.google.it/books?id=i3ieAgdnlPEC&pg=PA74&lpg=PA74&dq=santolilli+bambino+dannati&source=bl&ots=b0aGc30y30&sig=_8MctdogYtQT7Uoz9OcX1kKy6L0&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwjP_P6k3_3QAhWlBcAKHXn8DyMQ6AEIGjAA#v=onepage&q=santolilli%20bambino%20dannati&f=false vedrà che Sant'Alfonso Maria De Liguori addirittura predicava la dannazione di un ragazzino al primo peccato impuro, e neanche un peccato impuro "materiale", ma solo di pensiero!

    Sarei curioso di sentire il suo parere, ma credo che sia la rivoluzione sessuale che l'attuale enfasi sulla Misericordia siano nate da secoli di sessuofobia malata e opprimente nei quali l'unica cosa a troneggiare era la Giustizia di un Dio terribile e vendicativo, pronto a schiaffare dei bambini all'inferno al primo peccato.

    Sarei curioso di sentire la sua opinione nel merito.

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    1. Io non penso affatto che ci siano state intenzioni malevole, nel tirare troppo la corda del legalismo o del moralismo, nel Cattolicesimo di ieri. Ma quello che è innegabile, è che si generò una eterogenesi dei fini: più si insisteva sulla moralità, in modo anche eccessivo, più la società iniziava a sfuggire dalle esortazioni ecclesiastiche. Gli inizi del '900 sono, sotto questo profilo, l'inizio di un mondo "nuovo" e la fine del pontificato di Pio XII è un vero psicodramma per papa Pacelli. Il papa infatti comprendeva che non riusciva più ad avere presa sulla società e che l'esaltazione della "bella virtù" della Goretti oramai non coinvolgeva più le masse. Non fu certo un caso che con Giovanni XXIII certi linguaggi non si usarono più e, da lui in poi, il Cattolicesimo si adattò alla società, le corse dietro, iniziò a farsi "simpatico" ad essa imitandola, pur di non perderla. Papa Bergoglio è l'esaltazione più estrema di tutto questo, dal momento che appena può non parla come pontefice ma come frequentatore dei mercati, un linguaggio pressapochistico e con lo stesso livello e tenore delle persone di mercato. Non si avvede che, così, non eleva nessuno e abbassa se stesso e quanto egli rappresenta.

      Se è vero che il mondo cattolico latino è stato piuttosto sessuofobico, io però non ci vedrei tutta la "colpa" qui anche se concorse e non poco a generare, per opposizione, una società postcristiana.

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  4. Ma soprattutto, caro Pietro, mantenendosi sempre "rigidi" come vogliono alcuni, non si rischia di mettere in pericolo la salvezza delle anime?

    Se diciamo ad una persona che per salvarsi ed essere in grazia di Dio deve necessariamente rispettare concretamente una determinata norma, anche quando non sia in condizione di farlo, non rischiamo di avvelenare la coscienza di questa persona causandone la dannazione?

    Dopotutto non era San Paolo che affermava che "senza la Legge il peccato è morto"?

    Ora, è chiaro che non intendo dire, alla luterana, che la legge non debba esserci, ma mettendo la barra troppo alta per tutti (l'applicazione rigida della legge) non si rischia di mettere in stato di peccato consapevole e quindi a rischio di dannazione troppe persone? Vorrei sentire cosa ne pensa in merito perché sull'argomento ho dubbi laceranti.

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    1. Quello che mi pare manchi drammaticamente nel mondo cattolico è il padre spirituale, ossia una persona con una autentica esperienza spirituale che, pian piano, accompagna qualche credente nella via della fede. La fede, infatti, non è come la lista della spesa: faccio questo e sono a posto. Vivere la fede significa applicare costantemente le direttive di Cristo nelle possibilità date al momento ad una certa persona. Chi "somministra" la giusta misura è il padre spirituale. Purtroppo in mancanza di una saggia guida le persone o diventano massimaliste (col rischio di essere puramente teoriche e non combinare nulla) o minimaliste (non combinando nulla). Manca la giusta misura data da una buona esperienza della fede e dell'umanità.

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  5. @Pietro

    "Io non penso affatto che ci siano state intenzioni malevole, nel tirare troppo la corda del legalismo o del moralismo, nel Cattolicesimo di ieri. Ma quello che è innegabile, è che si generò una eterogenesi dei fini: più si insisteva sulla moralità, in modo anche eccessivo, più la società iniziava a sfuggire dalle esortazioni ecclesiastiche. "

    Precisamente. È proprio così. Non sto dicendo che ci sia stata una volontà malevola in mezzo, chiaramente, però per l'appunto ha generato una reazione uguale e opposta.

    C'è un detto che afferma “Il diavolo manda sempre nel mondo gli errori a coppie – a coppie d'opposti", ed è ciò che sta accadendo oggi nella Chiesa, dove da un lato vediamo in inesorabile massimalismo e legalismo farisaico della peggior specie (confermando molte delle critiche mosse negli ultimi 4 anni verso certe persone) dall'altro vediamo uno spirito antinomista quasi luterano.


    Penso che gli ortodossi in questo siano più equilibrati. E mi chiedo: perché nel mondo cattolico, che si rifà al tomismo, che è filosofia realista per definizione, negli ultimi secoli ci si è spinti per opposto idealismi, come vediamo oggi nel l'idealismo tradizionalista e quello modernista?

    Sinceramente non so rispondere.

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    1. L'importante non è rispondere ma prenderne atto e, partendo da ciò, tirare le debite conseguenze.

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  6. Sa cosa penso, Pietro? Lei ha ragione, ma il problema è che qui servirebbe proprio una conversione di MENTALITÀ radicale.

    Sono giorni che, in altri blogs, sto provando, tanto per dire, a spiegare a dei fedeli con mentalità tradizionalista la differenza tra situazione di peccato grave oggettivo (quanto alla materia) e imputabilità soggettiva (che può non esserci pur in una situazione di peccato grave oggettivo quanto alla materia, ed è ciò che è affermato in Al ma anche nel Catechismo al paragrafo 1860).

    Ma non c'è nulla da fare, non recepiscono, e non perché siano stupidi, è proprio la loro forma mentis che è irrimediabilmente inquadrata nella mentalità che lei chiama "da lista della spesa". È la mentalità di chi è schiavo della legge.

    All'estremo opposto, sul versante modernista, ci sono fedeli che invece affermano addirittura che l'indissolubilità matrimoniale non è vincolante nemmeno a livello teoretico, e che la Chiesa potrebbe cambiare tale regola.

    Insomma, per i tradizionalisti esiste solo la Legge, di fronte alla quale la persona scompare letteralmente, schiavizzata dalla Legge che, per parole stesse di San Paolo, è "la forza del peccato".

    Dall'altro i modernisti negano a priori qualunque cogenza della legge morale, arrivando ad affermare che essa cambi da situazione a situazione e che non rappresenti nemmeno la stella polare a cui tendere gradualmente in base alle proprie forze, ma un elemento cangiante e relativo.

    Come vede oggi nella Chiesa sono diffusi due errori basati entrambi su un idealismo uguale e opposto: tradizionalismo e modernismo sono due facce della stessa medaglia.

    Purtroppo chi cerca di rimanere equilibrato, come cerco di fare io e mi sembra anche lei, finisce per venire fagocitato da questi due opposti idealismi uguali e contrari al tempo stesso.

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    1. I problemi degli altri appartengono solo a loro! Se uno vede le cose solo dal punto di vista della legge la cosa riguarda solo lui, non me e questo dovrebbe essermi ininfluente.

      All'inizio, tuttavia, non era così poiché la legge, come dice san Paolo, è un pedagogo non un fine, il fine è Cristo. La legge serve tanto quanto deve condurre a Cristo. Per questo possono esistere applicazioni della stessa secondo oikonomia e queste, se sono vere, non hanno alcuna intenzione di intaccare l' akribeia.

      La sua esperienza mi fa ricordare la mia: se parli ad alcuni supercattolici in termini possibilisti, subito ti danno ingiustamente del "protestante" o del "modernista" mentre se parli a cattolici liberali in termini integri ti danno ingiustamente del "tradizionalista".

      Tutto questo è segno di una divaricazione, non di una visione cattolica, nel senso etimologico del termine. E la divaricazione è sempre segno di un depauperamento, se non di una eresia. Ma essi sono bel lungi dal rendersene conto poiché vi vivono permanentemente immersi...

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