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giovedì 30 marzo 2017

Divisione-inclusione; straniamento-coinvolgimento.


INTRODUZIONE 

Ogni ideologia e filosofia ha delle “parole-chiavi” con le quali presenta se stessa. Pensiamo, ad esempio, al termine “proletario”, adoperato e diffuso dal marxismo. Similmente, ogni sistema religioso ha delle “parole-chiavi” che lo qualificano. 
Se queste parole sono travisate o rovesciate, assistiamo certamente ad un’alterazione di quel sistema religioso o alla sua involuzione a seconda dei casi. 
Esempi storici ci sono offerti da molti movimenti religiosi che, sin dall'inizio del Cristianesimo, si sono staccati dalla comunione ecclesiale. 
I termini usati e l’articolazione dei discorsi religiosi sono importanti. 
Non a caso anticamente, quando si fissavano dei dogmi si cercava di assegnare un campo semantico a determinati termini con la maggior precisione possibile. 
La preoccupazione di precisare non era mai fine se stessa ma tesa a non alterare l’identità essenziale della fede cristiana. Ci sono dunque state due fasi fondamentali: 

1) Uso di “termini-chiave”, tra i diversi termini offerti dalla cultura circostante; 

2) Precisazione sempre maggiore di tali termini, a volte svuotandoli del significato comune dato loro dal mondo ellenistico-romano con un significato nuovo che risponde alle esigenze della fede cristiana. 

Sono esattamente queste due fasi che hanno strutturato la teologia cristiana e, allo stesso tempo, identificato più precisamente la Chiesa dinnanzi a tutti. 

Da alcuni decenni a questa parte nel Cattolicesimo osserviamo un fenomeno speculare ed opposto: 

1) Dequalificazione dei “termini-chiave” tradizionali al Cristianesimo sostituiti da molti altri termini. Tale dequalificazione avviene in certi ambienti "progressisti" contemporaneamente a chi cerca di conservarli, fintanto che non si impone il cambiamento voluto dai primi ambienti. 
Perciò, secondo i primi ambienti, sarebbe necessario operare una “de-ellenizzazione” del Cristianesimo. Lo si diceva un tempo e, attualmente, sono stati rivivificati i presupposti per ripeterlo, come se fosse possibile fare tabula rasa della storia o demolire gli strati di terreno sui quali si appoggia una città. 

2) Una crescente imprecisione nell’utilizzo dei termini scelti e nella costruzione dei discorsi, giungendo a provocare non poca confusione in chi ancora si riferisce a riferimenti tradizionali o in chi cerca qualcosa di realmente e significativamente solido in senso religioso 


All’interno di questo nuovo quadro si pone la personalità di papa Bergoglio che, per quanto riguardi direttamente il mondo Cattolico, non può non impressionare, con il suo stile, anche realtà ad esso estranee. 
Ecco perché un intellettuale cristiano-ortodosso mi ha recentemente contattato segnalandomi una frase del discorso di Bergoglio a Monza, frase che lo ha colpito molto negativamente. 
Questa frase è fino ad ora sfuggita, guarda caso!, a diverso mondo cattolico “tradizionalista”, il che non indica una grande attenzione dello stesso:

«Evocare la memoria è il migliore antidoto a nostra disposizione di fronte alle soluzioni magiche della divisione e dell'estraniamento» (vedi qui)

In questa unica frase si condensano gli elementi che ho sopra indicato con qualcosa di più. 
Procedo alla sua analisi con una necessaria premessa. 

PREMESSA 

Nel Cristianesimo originario c’era un atteggiamento particolare, ben descritto nella Lettera a Diogneto: « L'anima abita nel corpo, ma non è del corpo; i cristiani abitano nel mondo, ma non sono del mondo» (VI, 3). Il cristiano sfugge alla realtà mondana perché è cittadino del Cielo. Passando nel mondo lo illumina con la sua fede e le sue opere ma sa benissimo che la sua tenda non è di quaggiù, come ricorda san Paolo. Questa coscienza del Cristianesimo primitivo è stata assunta dal monachesimo, nel momento in cui, divenendo religione di Stato, la Chiesa correva il rischio di una mondanizzazione (come spesso poi è avvenuto). Il monaco, come il cristiano primitivo, abita il mondo ma non è del mondo. Egli si divide e si estranea dal mondo. È come l’uomo che nel Vangelo scopre un tesoro e, per averlo, vende tutto ciò che ha (= si estranea da tutto). 
Anche qui, dunque, notiamo che ci sono due “termini-chiave” che denotano questa coscienza, tutt’altro che opzionale e secondaria: “divisione” ed “estraneamento”. Lo stesso termine di “sacro”, opposto a quello di “profano”, suppone un concetto di separazione, di allontanamento dalla quotidiana banalità. 
Separando, velando, sacralizzando, la liturgia cristiana ha anticamente educato i fedeli ad orientarsi a Dio. Il separato per eccellenza, il monaco, vive ogni istante il detto scritturistico: “Perciò, ecco, la attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore” (Os 2, 16). Non è la piazza o i clamori della città il luogo in cui si possa sentire la presenza divina, permeati come sono di attenzioni prevalentemente mondane, ma è il deserto (reale o metaforico che sia), luogo lontano dalle normali attenzioni umane. In questo luogo può avvenire l’elevazione dell’uomo in Dio, non a parole ma a fatti, non conoscendolo per sentito dire o nell’esteriorità di opere in cui in realtà si cerca se stessi, ma sostanzialmente. 

Questa è l’esperienza monastica dei padri della Chiesa testimoniata in non pochi dei loro scritti. 

La stessa storia del monachesimo, d’altronde, indica bene come questa separazione dal mondo sia stata, in realtà, fertile per il mondo stesso: i monasteri benedettini, una delle poche istituzioni funzionanti nell’Alto Medioevo, hanno preservato la civiltà e il Cristianesimo stesso in un contesto totalmente decaduto semplicemente fuggendo dalla sua corruzione, non mescolandosi con le masse ma distinguendosi da esse. 

ANALISI 

Nella frase di Bergoglio i termini “divisione” ed “estraneamento” sono posti all’interno di un discorso d’inclusività: nella società tutti, cristiani compresi, sono chiamati ad edificare delle realtà inclusive dove non deve esistere opposizione e isolamento alcuno. Si noti che si parla di "inclusività" non di una semplice integrazione! Questa “inclusività” riguarda pure la Chiesa che, al suo interno, deve demolire il più possibile divisioni e muri (*)

Tale messaggio, se assolutizzato, tende ad essere utopistico. A parte ciò, il papa non precisa che, come una fede non si può sovrapporre o intercambiare con un’altra, così l’inclusività ha dei limiti oltrepassati i quali si generano inevitabili conflitti, a meno di non rendere tutto perfettamente uguale a tutto (forse è qui che vogliamo andare!). 

D’altra parte, se vogliamo esaminare a livello pratico la cosa, solo le coppie in cui uno dei due sposi è indifferente alla religione dell’altro, possono essere perfettamente “inclusive”. Inoltre: 

a) L’ “evocazione della memoria”, indicata così genericamente, non significa molto, anzi potrebbe non significare nulla se non si indica a “quale” memoria ci si riferisce, quello che in questo discorso non mi pare sia stato efficacemente fatto; 

b) “divisione” e “straniamento” sono considerati tout-court come una “soluzione magica”, sacrificando in questa totalizzante e ingenerosa frase ogni possibile applicazione a cui tali parole possono rivolgersi, pure l'applicazione tradizionale insita al Cristianesimo da me sopra ricordata che non è per nulla ricordata come una eccezione storicamente fertile. 
Si può quindi operare una opposizione di 180° rispetto alle posizioni antiche che ritenevano necessaria la “divisione” e l’ “estraneamento” per la maturità del cristiano (anticamente non c’era vescovo che non fosse passato per l’esperienza monastica, almeno da una certa data in poi). Tale frase è, dunque, particolarmente fuorviante poiché è rivolta a dei cristiani, dal momento che definisce “magico” (**) un atteggiamento un tempo sostanzialmente dettato dalla fede. Pare qui far capolino un certo agnosticismo constatato altre volte in discorsi papali di altre circostanze. 

c) La dequalificazione di questi due “termini-chiave” viene operata con la contemporanea articolazione di discorsi generici e sfumati che ingenerano confusione, come ricordato in alto. 

CONCLUSIONI 

Esaminata con attenzione, questa frase è dunque densa di conseguenze e significati. Per quanto ad uno spirito superficiale possa apparire inoffensiva e ampiamente accettabile, ingloba in sé una tendenza almeno potenzialmente ereticheggiante (nel senso etimologico del termine) con una forte valenza decostruttiva per tutta la Chiesa. Dopo questa frase è il profondo significato di tutto il mondo monastico ad essere messo in discussione ma è abbastanza certo che dai monaci occidentali non arriverà alcuna reazione! 

____________ 

 NOTE 

(*) Non a caso con questo papa il concetto stesso di “sacro” è praticamente disprezzato, cosa unica nella storia di tutto il Cattolicesimo ma che da tempo si maturava negli insegnamenti teologici e nei chierici. 
Per quanto riguarda l'obiezione di chi potrebbe contestare queste mie osservazioni adducendo il fatto che le osservazioni papali si rivolgono al contesto sociale, non tanto a quello religioso, mi sembra che per il papa non si debba porre chiusure in qualsiasi ambito, religioso o sociale che sia. La generalizzazione da lui fatta è tale da porre da parte ogni minima prudenza o attenzione verso il mondo, dal momento che oramai per lui non ha alcun senso la separazione Chiesa-mondo.

(**) Non si pensi che questa boutade del papa sia un semplice "parlar a vanvera". Equivocare un atteggiamento di fede con qualcosa di magico è possibile solo se si ha spostato la spiritualità a livello della mera psicologia, come oramai succede in gran parte del Cattolicesimo odierno, per cui sinceramente uno si chiede a cosa si pensa in questi ambienti quando si evoca la "presenza dello Spirito santo" nella Chiesa durante la festa di Pentecoste. Ciò si è reso possibile proprio perché si è imposta una visione praticamente antropocentrica, ossia tagliata da un reale contatto con il Trascendente. Inutile ribadire che di questa mentalità sembrano permeati tutti i discorsi papali che, però, si muovono in un ambito volutamente ambiguo per non essere inquadrati con certezza in una categoria unicamente profana dalla quale, in realtà, sembrano discendere, esaminando attentamente tutto il contesto e le conclusioni alle quali portano. Questo è infinitamente più preoccupante del semplice allontanamento dalla dottrina morale tradizionale come, al contrario, molti tradizionalisti notano concentrando le loro critiche prevalentemente su questo versante. Chi si preoccupa solo di ambiti morali, nella fede, ha un animo di "grana grossa", al punto che gli sfuggono dettagli più "fini" ma infinitamente più importanti. Ma, dati i tempi, per molti non è possibile fare di meglio.

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