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venerdì 30 giugno 2017

Ecȏne dopo 25 anni

La classica liturgia latino-gregoriana nella chiesa principale del Seminario

Ecȏne è una località alpina della svizzera francese in cui un tempo c'era una casa appartenuta ai canonici del Gran san Bernardo oramai di fatto estinti (vedi qui). Questa casa è poi appartenuta al noto arcivescovo Marcel Lefebvre che vi ha costruito un Seminario per formare in modo tradizionale dei sacerdoti cattolici. Erano gli anni '70, famosi per le derive contestatrici nella società e per gli impazzamenti religiosi nel mondo cattolico, impazzamenti che, ahimé, proseguono ancor oggi seppur in un contesto assai mutato. In un mondo che lasciava ben volentieri alle sue spalle il proprio passato, Ecȏne divenne rapidamente il simbolo della reazione e del fanatismo.
Quando conobbi questa realtà religiosa, più di 25 anni fa, l'arcivescovo Lefebvre era ancora vivo. Lo ricordo come un uomo semplice e dal sorriso luminoso. Ero molto giovane e quindi privo di punti di riferimento per comprendere e ben orientarmi nella galassia catto-tradizionalista che mi si presentava. I giovani del Seminario erano molto più numerosi degli attuali; d'altra parte allora Ecȏne era l'unico luogo che manteneva la liturgia latina nella sua forma tradizionale e mons. Lefebvre riusciva a tenere unito il suo gruppo, a differenza di oggi. Nonostante la mia inesperienza mi accorgevo che quelle persone erano tutte molto idealiste: non facevano altro che parlare di principi e di come tali principi oggi venissero traditi.
Si può apprendere da loro una buona cosa: la capacità di rimanere fedeli alle proprie scelte, costi quel che costi. Nella vita, infatti, non è importante il plauso della gente ma rimanere fedeli ai buoni orientamenti della propria coscienza. Il “pacco regalo” del mondo tradizionalista cattolico ha molte cose, alcune che già allora mi parevano piuttosto strane o esagerate, ma, ovviamente, ne ha pure altre positive.

L'ambiente montano circostante alla struttura religiosa di Ecȏne
Ritornarvi dopo più di un quarto di secolo aveva almeno due finalità: esaminare la mia reazione, poiché oramai non osservo più le cose con uno sguardo troppo inesperto e apprendere che succede oggi in quel posto. Ebbene, sono stato ancora confermato nelle mie attuali posizioni.

I ragazzi che s'incrociano lungo il percorso verso il Seminario o negli stessi suoi locali sono molto gentili: salutano e sorridono. Ma questa politesse francese non significa automaticamente apertura d'animo verso il prossimo, come ebbi poi modo di constatare. 


La tenda per le ordinazioni sacerdotali
Ero giunto alla vigilia delle ordinazioni sacerdotali, per la festa di san Pietro e Paolo, e il luogo ferveva di preparativi. Nel campo antistante il Seminario, la prairie, era accampata una grande tenda adibita ad ampio santuario nella quale, il giorno dopo, si sarebbe celebrata la grande liturgia delle ordinazioni dalle 9 di mattina fino alle 13. La mia intenzione era quella di fermarmi solo per osservare i Vespri celebrati in modo molto preciso, nella classica forma della liturgia romana.

Nonostante non avessi intenzione d'intavolare alcun discorso con le persone del luogo, ben indaffarate in molte faccende, ci ebbi a che fare almeno per due cose essenziali: avere qualche informazione e chiedere dove avrei potuto trovare dell'acqua per dissetarmi. In quest'ultimo caso, ebbi una risposta strana e dissonante: “Se lei ha sete non ci sono che le toilettes dove può bere, non esiste altro!”. La mia mente tornò al passato quando non ricevevo certo quella risposta, in un tempo in cui, giovane come loro, ero visto come un possibile nuovo adepto. Se fossi stato un po' sfrontato avrei potuto rispondere all'abbé: “Ma pure lei, se ha sete, beve dalle toilettes?”. Era inutile chiederglielo perché sapevo che qualche decina di metri più in là c'erano le cucine e non serviva neppure fare delle scale per raggiungerle, dal momento che il refettorio era molto vicino ad esse. Ma l'abbé nato senz'altro dopo la mia ultima visita in quel posto, non sapeva che io conoscevo quel particolare. Immediatamente pensai al detto evangelico: “Avevo sete e mi avete dato da bere...”. Gesù Cristo prima di ogni altra cosa pone attenzione alle persone: “Avevo sete, avevo fame, ero nudo...”. Non mi risulta che nel Vangelo sia scritto: “Avevo sete e mi avete mandato nelle latrine!”. Non faccio gratuita ironia perché la risposta ricevuta imprimeva nettamente la sensazione d'una esclusione che in altri ambienti non esiste affatto. Infatti, ogni volta che mi reco nel Monte Athos so per esperienza che pure l'ultimo scalcinato monastero, perfino in una kalivi dai tetti di latta, appena arriva un pellegrino, un monaco gli va incontro con un bicchiere d'acqua e un dolcetto su un vassoio per rinfrancarlo. Ovviamente il fine del monaco non è quello di portare acqua ai pellegrini ma di pregare e di santificarsi. Tuttavia, l'attenzione al Vangelo lo obbliga a fare ciò perché non può esistere vero amore per Dio se non esiste vero amore per il prossimo! E, alla fine, tutto è organizzato in quel senso e nessuno può dire: "Le cucine sono chiuse, andate nelle latrine" lavandosene le mani. È un piccolo particolare, se vogliamo, ma fa accedere a tutta una mentalità.
Probabilmente l'abbé che mi ha dato quella risposta, non priva di garbata francese politesse che nel contesto mi suonava piuttosto ipocrita, non da molta importanza a questo precetto evangelico perché per lui sono importanti i grandi principi, le grandi idee per le quali si consacra pur di salvare il Cattolicesimo dalla “putredine modernista” della quale oggi è affetto, come sicuramente si dirà nel suo Seminario.

La chiesa principale del Seminario
E qui si apre una grande questione da me per nulla considerata 25 e più anni fa. Dicevo che l'orientamento di fondo di tutto questo mondo è molto idealistico. Ma questo non può che porre delle domande: una religiosità concepita in grandissima parte su un piano ideale (i grandi principi, le idealità), non corre il forte rischio di divenire pura ideologia? In parole povere, una religiosità idealistica in cosa si discosterebbe dallo stile di un programma partitico? O ancora: i rapporti umani all'interno di una religiosità idealistica non sono, forse, assai simili a quelli di un partito totalitario?
In un partito totalitario se il “compagno” o il “camerata” fanno delle domande scomode, magari con la migliore delle intenzioni, iniziano ad essere sospettati, a far parte dei possibili reietti per aver osato mettere in dubbio il programma di partito. Qualcosa del genere non è, forse, possibile anche in questi ambienti? Sono domande retoriche perché in realtà io so per esperienza che in questi ambienti religiosi i rapporti umani sono in grandissima parte sottomessi ad un programma ideologico, seppur di tipo religioso.

Il padre misericordioso, nella nota parabola evangelica, continua ad amare il proprio figlio anche se gli ha dissipato metà dei beni; continua ad aspettarlo perché, seppur abbia idee e stili di vita contrari ai suoi e dei quali è convintissimo, lo ama e spera sempre in un suo ritorno. L'atteggiamento del padre misericordioso non può esistere in un ambito ideologizzato perché qui se solo si offre il minimo sospetto d'aver “tradito l'idea” si è tagliati “fuori” in quanto “persona pericolosa”. Non servirebbe ricordarlo, ma questo è pure l'atteggiamento delle sette.

Facciamo un passo ulteriore con il quale tiriamo le conclusioni.
Se i rapporti umani sono sottomessi ad un “programma di partito”, che tipo di familiarità può mai esistere tra le persone? Possono esistere, sì, dei rapporti funzionali, dove ognuno ha bisogno del suo prossimo per fini ideologico-personali, ma null'altro. Con questi presupposti le persone stanno assieme ma non si sentiranno mai affratellate, rimarranno individui.
Ebbene il fine della Chiesa non è questo. La Chiesa è stata fondata, voluta da Cristo, per unire a Dio e affratellare evangelicamente le persone. Egli stesso non chiama i suoi discepoli “servi” ma “amici”. Cristo capisce perfettamente che il cuore dell'uomo non trova pace se non riposa in Dio e se non è circondato da autentici rapporti di fratellanza. L'uomo, che si sposi o meno, cerca sempre una famiglia perché dalla famiglia proviene. E nella famiglia ci si sente a casa, nonostante possano anche esserci momenti poco sereni, perché è un luogo stabilizzante. Ovviamente qui non considero le famiglie patologiche che certo non stabilizzano chi ci vive, ma famiglie normali.

L'individualismo è l'esatto contrario della famiglia, l'esatto contrario della Chiesa voluta da Cristo. Eppure oggi lo si constata massivamente pure nelle realtà ecclesiali il che è indice di un vero e proprio fallimento. A quel punto la religiosità non è qualcosa che passa nel vissuto ma riguarda solo la mente con l'idea di sottomettervi sommariamente la vita, come il programma di un partito, e regola i rapporti tra gli uomini. Fa impressione che un movimento convinto di poter rinnovare positivamente il Cattolicesimo, come il tradizionalismo cattolico di cui Ecȏne è bandiera, possa, alla fine, essere soggetto alla peggiore ruggine dei nostri tempi. Fa impressione ma a me non meraviglia più. Questo è il motivo di fondo per cui, pur apprezzando molto l'antica liturgia latina celebrata ad Ecȏne e facendo appello alla tradizione e ai principi evangelici, non sono mai stato un tradizionalista cattolico né da questi ambienti sono mai stato riconosciuto come tale.

16 commenti:

  1. Salve,

    Sono cattolico e mi accosto ai sacramenti da anni presso la Fraternità Sacerdotale San Pio X oltre a lasciarmi istruire dai suoi sacerdoti in materia dottrinale e spirituale. Mi sono ritrovato "casualmente" su questo blog a leggere questo suo articolo che, in verità, mi ha lasciato molto perplesso dato che, a giudicare dal taglio generale di ciò che scrive su questo spazio virtuale, mi aspettavo considerazioni leggermente più profonde, più solide (per così dire) e meno bergogliesche.
    La polemica sull'acqua mi sembra a dir poco risibile, se mi è concesso dirlo, oltre che squisitamente retorica...tra l'altro non mi risulta che ad Econe non sia possibile bere un bicchiere d'acqua, anche quando si creano questi grandi raggruppamenti di persone (nelle occasioni più solenni) in cui si cerca sempre di fare ciò che si può per rendere meno gravosa possibile ai fedeli la permanenza, fermo restando che Econe non è un catering come, a detta sua, sembrerebbe essere ad esempio il Monte Athos dove solerti monaci accorrono ai pellegrini con dolcetti e bibite. A me poi, se devo essere sincero, hanno raccontato storie molto diverse al riguardo, ma non divaghiamo troppo...
    Detto questo non voglio dedicare altro tempo a commentare questa questione poco seria e, per le occasioni future (se mai ce ne saranno), le consiglio semplicemente di chiedere a qualcun altro dove poter bere dell'acqua.

    A leggere questo suo scritto sembra che la sua idea di "Fede cristiana" sia poco più di un'amicizia o di una sorta di convivialità tra correligionari, un sentimento che ci fa stare bene con gli altri e che ci rende un po' tutti amici. Dice di essere stato ad Econe 25 anni fa, tuttavia mi permetto di farle presente, nel caso non avesse fatto in tempo ad apprendere questa nozione ad Econe, che la fede cattolica non è niente di tutto questo; la fede cattolica è Dio che si rivela agli uomini, incarnandosi, soffrendo sul calvario e morendo in croce per la remissione dei peccati, discendendo negli inferi e resuscitando il terzo giorno per poi ascendere in Cielo.
    Quello che lei chiama "idealismo" o "ideologia" o "partito" - analogamente all'attuale sedente sulla Cattedra di San Pietro - non è altro che la certezza di questa fede, la sua professione integrale e il rifiuto di ogni cedimento sia in ambito dottrinale che liturgico. La convivialità e i buoni sentimenti possono essere una conseguenza di questa adesione alla verità rivelata ma non ne sono di certo il fulcro o il centro fondamentale.

    Se ritiene tutto ciò una "idealità" o addirittura un "individualismo" vuol dire che non ha capito assolutamente nulla della spiritualità latina, nonostante il tempo passato ad Econe (forse troppo poco). In questo caso comprenderei la causa del suo allontanamento dal Cattolicesimo in favore dei dissidenti orientali.

    Per concludere: se con questo articolo voleva in qualche modo dire che nel mondo cattolico "tradizionalista" (tautologia fatale) esistono persone che spesso mancano di carità e che non si comportano correttamente con il prossimo le do assolutamente ragione, ne esistono molte purtroppo, ma questa è la caducità della nostra natura ferita e la nostra vita è una lotta continua, una tensione mistica verso la perfezione evangelica. "Ho creduto anche quando dicevo: «Sono troppo infelice». Ho detto con sgomento: «Ogni uomo è inganno»" (Sal CXV, 10-11).

    Alessandro -

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  2. Gentile Alessandro,

    prima di tutto grazie per la sua attenzione e benvenuto.
    A differenza di certi blog cattolici che amano censurare questo mio spazio virtuale io non censuro le sue obiezioni alle quali mi appresto volentieri a rispondere, nonostante ciò chieda ulteriore tempo ed energia. Non presumo di convincerla ma questo non importa: scriverò per chi mi capirà.

    Innanzitutto lei afferma che faccio valutazioni "bergogliesche". Probabilmente non mi conosce: di Bergoglio non ho proprio nulla e non ne spartisco nulla. Tanto Bergoglio è anti-tradizionale tanto io sono tradizionale e se non mi riconosco nelle ideologie di destra (se posso dire così) mi riconosco ancor meno nelle ideologie di sinistra (nelle quali mettiamo certamente Bergoglio e i suoi fans).
    In fondo sempre di ideologia si tratta, muovendosi da visioni molto antropocentriche, figlie entrambe del nostro tempo.

    Lei ridicolizza la questione dell'acqua (che è solo un elemento rivelatorio) ridicolizzando pure la contraria disponibilità atonita (che poi proviene da una autentica sensibilità evangelica e monastica; tutto un altro mondo rispetto a quello della "cultura clericale").
    L'acqua è un particolare ma è il Signore stesso a ricordarcelo. A questo punto anche il Signore si sbaglierebbe e farebbe stupidamente "catering" (visto che dobbiamo a tutti i costi salvare chi sbaglia)? Ma passiamo oltre...

    Le relazioni tra cristiani non sono certo una semplice questione di "amicizia" tra gente che la pensa allo stesso modo perché dovrebbero avere l'energia della Grazia. Purtroppo è così che spesso in pratica si riducono ad essere. Potrei fare nomi e cognomi di persone vicine o appartenute al tradizionalismo che, di fatto, la vivevano in tal modo. La cosa si riduce e si appiattisce evidentemente al piano della semplice ideologia, come se la cosiddetta "Grazia" non ci fosse o non avesse senso.

    La fede ha dei principi, ha dei dogmi, bene inteso. Questi principi e questi dogmi non sono discutibili perché sono come dei paracarri per la strada ... non sono filosofia e devono divenire vita, ossia devono segnare un CAMMINO ascensionale.
    Di fatto la teologia, nel mondo cattolico tradizionale (perché in quello modernistico è quasi evaporata) è filosofia. Filosofia tomista, se vuole, ma filosofia.

    Non esiste quella connessione evidente nella patristica e nella teologia bizantina in cui la teologia è come l'insegnamento della Chimica che ha la parte "teorica" immediatamente seguita dalla parte pratica di laboratorio. Il detto atanasiano di Cristo che assume l'umanità perché noi diventiamo dei è un bell'esempio di teologia dogmatica che si connette con l'aspetto pratico, se così possiamo dire. Ma tutto ciò fu incomprensibile ai franchi (da cui poi è provenuta la teologia latina posteriore alla patristica latina). I franchi e le loro scuole teologiche che stabilirono un nuovo stile, hanno inaugurato la progressiva intellettualizzazione della teologia inclinandola inesorabilmente verso la sua successiva e progressiva secolarizzazione. Per questo nella loro nuova teologia latina la teologia può tranquillamente prescindere dalla spiritualità e sta su un piano differente rispetto a quello avuto nel periodo patristico. Questa è storia, anche se forse non le è mai stata raccontata e mai gliela potranno raccontare.

    Di conseguenza questa prima frattura ha portato non solo al progressivo isolamento della dogmatica nell'ambito della filosofia o del puro pensiero, ma al suo successivo abbandono attuale in tutto favore di una "pratica" di fatto assolutamente laica (nel pensiero di Bergoglio), poiché come si diceva in un detto del movimento ecumenico, "La teologia divide ma la pratica unisce".

    La spiritualità, con la condanna del quietismo, si è sovente ristretta al devozionalismo scadendo non di rado nello psicologismo.
    (continua)

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  3. [Un ragazzino con gli occhi sbarrati davanti al tabernacolo, proprio nella chiesa del Seminario di Econe, è un bell'esempio di atteggiamento psicologistico condannato in Oriente, tanto per dirne una, ed è in tutto simile ad un adolescente, da me visto a saint Nicolas de Chardonnet, che si strusciava super affettivamente e sospirava nel banco mentre pregava!].

    La grande spiritualità non ha nulla a che vedere con lo psicologismo che è una sorta di vero e proprio autismo o cortocircuito della persona su se stessa.
    Nella patristica la spiritualità corrisponde con un cammino ascensionale che inizia con l'ascesi e con una comunione mistica che tutti i fedeli dovrebbero praticare, non solo quelli più bravi.

    Anche questa è una cosa che non si dice ma di fatto è accaduta: il progressivo abbassamento delle esigenze cristiane e questo ben prima del Vaticano II; nella Controriforma i mistici erano più sospettati degli stessi protestanti e questo la dice lunga!

    L'Occidente non si è trovato ateo da un giorno ad un altro ma la cosa è scivolata lentamente, per gradi, iniziando proprio dall'interno degli ambienti ecclesiastici, magari pure con le migliori intenzioni, passando per successivi riduzionismi.

    Con queste cose in testa siamo arrivati ad oggi dove, da un lato, abbiamo Bergoglio che per incontrare gli uomini cassa (o tende a cassare) la dottrina e, dall'altra, abbiamo gli ideologi conservatori che, per trattenere qualcosa della dottrina, non sanno incontrare o proporla gli uomini.
    Al contrario la verità è equilibrio e sta proprio al suo centro.

    Non sono più convinto, come lei pensa, che le persone in errore o mancanti di carità hanno solo delle colpe personali e che la struttura non c'entra affatto.
    Io, al contrario, penso che la struttura c'entra eccome e c'entra sempre di più perché certi casi non sono più sporadici o occasionali ma sempre più frequenti.

    Se poi non lo si vuole vedere perché si è attaccati all'unica cosa che si ha e si capisce, questo lo comprendo ma è un altro paio di maniche.

    (continua)

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  4. Un ultimo consiglio: evitiamo di fare come in politica dove quando una persona segnala un problema vero c'è sempre un esponente del partito attaccato che ridicolizza su un piano di pura formalità il suo presunto attaccante, spostando la cosa su un piano prettamente personale (Bergogliesco, non capisce nulla, è superficiale, ecc.).
    La realtà pone delle questioni che non possono essere denigrate, soprattutto quando possono indicare un profondo orientamento o mentalità. Poco ha importanza che esse possano essere considerate secondarie. Per questo il Vangelo è REALISMO non idealismo e Cristo quando parla di "dissetare gli assetati, sfamare gli affamati e vestire gli ignudi" ha i piedi ben per terra, non parla di ideali. Ovviamente per lei forse questo è "catering" quindi iniziamo bene cassando e ridicolizzando di fatto il Vangelo stesso!

    Solo con questi piedi per terra si è Cristiani (così mentre i presbiteri degli Atti degli Apostoli si dedicano alla preghiera, i diaconi servono ai bisogni materiali della Chiesa, non mandano i dissetati a bere l'acqua dei cessi!).
    Osservare il Vangelo come si presenta significa farci il migliore dei servizi. In caso contrario si è l'immagine speculare dei modernisti: tanto questi non pregano più e si dedicano ai servizi sociali, tanto chi li contrasta con la scusa di pregare e della conservazione dei dogmi, può reputare assurdo l'aspetto caritativo (per pura contrapposizione).

    Per questo, alla fine, certi tradizionalisti sono gemelli siamesi di certi progressisti e la Chiesa sotto Pio XII è stata letteralmente incapace di frenare il montante modernismo in seno ad essa.
    Per questo chi mi accompagnava ad Econe è ha notato tutto ciò mi ha detto che, alla fine, non gli pareva notare una grande differenza tra tradizionalisti e modernisti: in fondo i secondi sono figli di alcuni presupposti distorti offerti dai primi.

    Le auguro cordialmente ogni bene!

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    1. Innanzitutto la ringrazio per non aver censurato il commento.
      Scrivo solo adesso perché non ero sicuro che fosse il caso di rispondere o meno alle sue obiezioni, dato che spesso me ne vengono proposte di molto simili dai modernisti, ai quali in genere preferisco non rispondere. Quindi anche io farò un piccolo sforzo.

      Detto questo, non sono una persona insistente ma non posso fare a meno di rilevare ancora che il discorso che lei fa sul "dissetare gli assetati, sfamare gli affamati e vestire gli ignudi" per dare ragion d'essere alle sue argomentazioni sia sostanzialmente un esercizio di retorica. Questo santo comando dato dal Signore nell'evangelo è coerente con tutta la sua dottrina ovviamente ed è un grande mezzo per produrre santità se vissuto nella maniera corretta ma, come ho scritto nel commento precedente, non è la sintesi dell'essere cristiani, infatti anche un ateo o un agnostico possono "dissetare gli assetati, sfamare gli affamati e vestire gli ignudi", quindi, ne consegue che non si possa ridurre tutta la religione a questo, altrimenti basterebbe distribuire acqua a chi ne ha bisogno per poter dire di avere la Grazia. Cosa inverosimile.

      Il discorso che lei fa sulla "filosofia" è vero solo in parte: mentre la teologia latina è sicuramente caratterizzata da un approccio più razionale (ma non razionalistico) ad oriente si tende verso l'irrazionale, queste due differenze sono dovute da parte latina alla ripresa - a partire dal medioevo - di Aristotele perfezionato e purificato dagli elementi dissonanti con il Cristianesimo da San Tommaso d'Aquino, mentre ad oriente la ripresa di Platone, anche sotto l'impulso o l'influenza dei vari culti neoplatonici e del movimento ellenista, ha favorito l'approccio irrazionale e il rifiuto della ragione unita alla contemplazione per giungere agli "oggetti" della fede. Inutile dire che a partire dallo scisma queste differenze furono esaltate e ipertrofizzate soprattutto dalla parte greca con una teologia sempre più improntata su un apofatismo granitico, e, in seguito, anche dai latini con il razionalismo produttore di varie e gravi eresie ed errori. Queste differenze teologiche le vediamo con chiarezza anche nella liturgia, basti guardare infatti la separazione dello spazio del presbiterio che ad occidente è separato da una balaustra, mentre ad oriente da una parete che è l'iconostasi. In principio la pergula latina superava la balaustra in ampiezza, come anche l'iconostasi non era tanto sviluppata quanto lo è oggi.
      I franchi ebbero sicuramente un peso e un ruolo sulla definizione di alcuni elementi, ma non influirono particolarmente sull'approccio "aristotelico" della teologia latina, influenzarono invece molto di più la liturgia, che arricchirono di preghiere e invocazioni assenti nel messale originale che poi vennero adottate per tutta la Chiesa latina, anche fuori dai loro domini. (continua)

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    2. La teologia latina non è inferiore a quella greca e non manca di nulla, né di spiritualità, né di fedeltà al santo evangelo, né di applicazioni concrete e adeguate, è semplicemente un modo diverso per giungere alle medesime conclusioni e per professare la medesima fede, adatto ai latini e alla loro mentalità. Una teologia apofatica o anche solo tendente all'irrazionale attecchirebbe con maggiore difficoltà in occidente, come una teologia razionalistica o anche solo tendente all'esercizio della ragione attecchirebbe con maggiore difficoltà ad oriente, anche la storia delle eresie ce lo dimostra. Infatti i vari movimenti ereticali tendenti al razionalismo attecchirono solo ad occidente mentre quelli tendenti all'irrazionalismo solo in oriente, come ad esempio, rispettivamente, fecero l'arianesimo e il monofisismo. L'attuale teologia vaticana invece non proviene dalla vera e santa teologia latina (legata alla patristica tanto quanto quella bizantina), né da una sua degenerazione, ma dalla gnosi, infatti i modernisti si occupano degli uomini, del liberalismo (religioso e non), dell'assistenzialismo umanitario, dei diritti dell'uomo, della democrazia per poi girare l'altare verso il popolo, celebrano i Divini Misteri in vernacolo e non danno importanza alla dottrina come ad ogni cosa che riguardi Dio perché Dio è nell'uomo e l'uomo, da Dio, è libero di adorarsi come meglio crede.
      Quindi mi pare ovvio che non ci sia nulla di tomistico in tutto ciò, come mi sembra palese l'assenze di una connessione a quanto insegnato dagli antichi teologi latini, anzi, vedo una evidentissima ed esplicita opposizione.

      Certamente moltissimi occidentali oggi - svuotati di ogni senso del sacro - apprezzerebbero molto di più una teologia irrazionalistica che una razionale: la ragione, donataci da Dio per conoscerlo, amarlo e servirlo è vista infatti come qualcosa di freddo, stretto e scomodo perché mette l'uomo davanti a delle evidenze, le evidenze della Rivelazione, che non può negare impugnando la ragione stessa. Se l'uomo occidentale seguisse San Tommaso e i teologi latini nell'esercizio della ragione dovrebbe adeguarsi alla Verità rivelata, quindi predilige l'irrazionale, il sentimento, il senso, che a differenza della ragione gli concede un piano d'azione diverso, quello spazio necessario per negare l'evidenza della Verità e chiudersi in un solipsismo intimistico - questo sì - oggettivamente idealistico (perché surreale) con il quale può tranquillamente negare Dio e la Sua rivelazione senza il timore della ragione che a Dio stesso lo conduce.

      Quindi ognuno resti nella sua teologia: i greci in quella greca, i latini in quella latina.

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    3. Gentile Alessandro,

      non è mia intenzione convincerla, badi bene! Tuttavia pubblico ancora una volta un suo intervento perché mostra chiaramente ai lettori il modo di argomentare da lei adoperato. Mi riservo di risponderle in un momento di maggior tranquillità perché anch'io come tutti devo lavorare per vivere. Non si offenda se mi permetto di anticiparle che mi risulta EVIDENTE la sua ignoranza sulla teologia patristica e sugli ulteriori sviluppi avvenuti in Oriente. Allo stesso modo lei fa delle affermazioni di principio ma che andrebbero chiarite almeno con un piccolo esempio, visto che NON E' QUESTO il luogo per una trattazione dettagliata. In caso contrario non è convincente e a nulla serve fare appello alla razionalità quando si usano metodi apodittici e slogans. Apprezzo assai la sua generosità e il suo tentativo di chiarire le cose ma, appunto, patisce di molte distorsioni che a lei non le sono evidenti. Avrò modo di riprendere questo argomento più tardi.

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    4. Gentile Alessandro,

      rieccomi come promesso. Premetto che ulteriori commenti e approfondimenti preferisco non lasciarli qui, dal momento che questo non è il luogo migliore ma farli in altra sede, magari per posta elettronica.
      Cercherò di essere semplice e inizio dalla sua ultima affermazione: "Ognuno resti nella sua teologia". Inutile dirle che questo non lo può dire a me e neppure a chi è animato da una sincera conoscenza. La teologia non è astrattezza ma, stando alla lezione dei Padri (ai quali faccio ben volentieri riferimento) concretezza e conduce ad essa. Se Cristo non fosse stato Dio (aspetto dogmatico) non avrebbe fatto quanto ha compiuto (aspetto pratico). Ancora: se lo Spirito Santo non fosse Dio (aspetto dogmatico) a nulla servirebbero i Sacramenti e la Grazia sarebbe priva di forza quindi l'uomo non potrebbe cambiare affatto (aspetto pratico). I sacramenti privi di forza lasciano l'uomo nelle sue passioni (che fosse questa la vera radice della rivoluzione luterana?).
      Di conseguenza, non considerare l'apporto dei Padri Greci alla Chiesa Universale significa escludersi dalla comprensione del Credo stesso, composto in Oriente e attraverso la teologia dei Padri Cappadoci. Non considerare tale apporto significa imitare (guarda caso!) la teologia franca che ha influito non poco in Occidente (si imponeva pure con la spada!) la quale poteva accedere solo agli scritti di sant'Agostino e poco altro perché ignorante della lingua greca. Nonostante questa ignoranza ha voluto essere assai presuntuosa e voleva imporsi su papa Leone III il quale saggiamente la mise alla porta (allora!).
      La teologia latina ha dunque BISOGNO di quella greca per non partire per la tangente come avvenne con i franchi ed è in quella greca che trova il suo giusto equilibrio.

      Lo schema semplicistico che lei mi pone (teologia orientale: irrazionale o tendente all'irrazionale; teologia occidentale: razionale) è completamente sbagliato. La "teologia apofatica" appoggiata sulla giusta interpretazione di Dionigi l'Areopagita non è irrazionale. I Padri successivi parleranno in tal senso di "natura increata" (l'intima realtà divina) e di "natura creata" (il cosmo e l'uomo). La logicità umana si applica a quanto ricade sotto le nostre possibilità (la "natura creata") e in qualche modo agli effetti della Grazia nella "natura creata", NON nella "natura increata". Contrariamente a ciò i franchi e la loro teologia pensarono di entrare NELLA "natura increata" attraverso il processo dell'analogia (questo purtroppo è stato ereditato di peso nella teologia tomista). In questo modo hanno violato l'inviolabile ponendo le basi per la filosofizzazione della teologia e, in tempi attuali, per la sua ampia secolarizzazione.

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    5. La razionalizzazione della teologia con il suo principio di analogia se nei grandi autori non pare produrre grossi errori negli epigoni e nei successori di quest'ultimi, poi, li pone. Quando oggi i cosiddetti modernisti spiegano l'amore Trinitario servendosi dell'analogia del rapporto sessuale tra i coniugi non portano, in fondo, che le estreme conseguenze a basi poste molti secoli prima.
      Questo "razionalismo latino" che io chiamerei "razionalismo franko-latino", per essere più precisi è eretico per la Patristica greca. Non serve andare agli autori del XIV secolo per vederlo, né tantomeno al troppo ingiustamene esecrato Fozio (che era uno dei maggiori intellettuali del suo secolo). Basta fermarsi a Gregorio il Teologo patriarca di Costantinopoli (in Occidente conosciuto "solo" come Gregorio Nazianzeno) (IV sec.). Nel suo epistolario troviamo ampi commenti verso chi ha la presunzione di "ficcare il naso" in Dio e in chi pretende di fare teologia senza passare attraverso una purificazione ascetica. Vedremo come nell'Occidente basso-medioevale quando la teologia è solo "esercizio ginnico" della mente, la premessa purificazione ascetica sarà messa totalmente da parte. D'altra parte le Università (nelle quali si insegnava teologia) non sono i monasteri!
      In questo sostengo la definizione di Jean Leclerc: prima della teologia universitaria-scolastica esisteva la teologia monastica, degna erede di quella patristica!
      Ma questa divisione, vede, non gliela insegneranno mai perché demolisce inevitabilmente il sistema teologico successivo (o quanto meno ne diminuisce assai l'importanza). Tanto vale insegnare che la teologia dei Padri greci era "irrazionale" e che non è mai esistita una teologia monastica ma una "teologia pre-scolastica", dando l'idea che prima della grande Scolastica la Chiesa si muoveva nell'ombra e in uno stadio infantile!
      Abbia pazienza: l'esempio che mi pone sulle differenze liturgiche "esaltate" dopo lo scisma è risibile. Non starò a dilungarmi su queste cose elementari e la invito a leggere un buon manuale storico di liturgia (non di quelli che non ci capiscono nulla!).

      Le considerazioni sull'attuale "teologia vaticana" sono imprecise e generiche. Prima di tutto non esiste una sola "teologia" nel mondo Cattolico odierno. Poi molte di queste teologie nascono da presupposti secolarizzati e, come abbiamo accennato, il secolarismo in teologia entra poco alla volta, goccia dopo goccia: non è un fenomeno che appare al termine del Concilio Vaticano II e neppure 100 anni prima. La radice sta tutta nel non rispettare il giusto apofatismo, nel confondere il metodo che si applica nelle "realtà create" con l'attenzione a quelle "increate" (di cui sappiamo qualcosa solo per Rivelazione). La radice sta nell'aver trasformato la spiritualità (che originariamente era UNA sola perché rifletteva e discendeva dall'UNICA teologia) in molte spiritualità (domenicana, francescana, ignaziana...) dove l'elemento sentimentale e psicologistico inizia ad essere sempre più predominante, contrariamente ai chiari avvertimenti della spiritualità antica che diffidava a ragione da tutte queste cose.
      Se oggi abbiamo una Chiesa (modernistica) che si fonda su effetti spettacolari, in fondo è logicamente discendente da questo tipo di cose che gestavano o iniziavano a fare i loro vaggiti già nella cosiddetta "Chiesa tridentina".
      Questo è quanto posso dirle in questa sede. Non importa se non lo capirà. Io stesso ci ho messo molti anni per poterlo capire e accettare e ora certamente non mi immergerò nel fiume Lete per tornare nell'incoscienza.
      Le auguro di cuore ogni bene!

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    6. Ultima cosa. Le dice "non posso fare a meno di rilevare ancora che il discorso che lei fa sul "dissetare gli assetati, sfamare gli affamati e vestire gli ignudi" per dare ragion d'essere alle sue argomentazioni sia sostanzialmente un esercizio di retorica".

      No, mi spiace, la retorica forse è la sua. Cristo è chiaro e limpido. La Chiesa antica nella sua organizzazione (Presbiteri, Diaconi) pure. La teologia patristica lo era pure: l'uomo è corpo-anima-spirito. Non si può pretende di curare l'anima senza porre attenzione alla salute dell'uomo nella sua interezza. Squilibrare questo significa cadere nell'eresia di chi considera solo il corpo o solo l'anima. Personalmente sono convinto che una certa "spiritualità" tridentina non è altro che la vendetta sulla Chiesa di alcuni presupposti neoplatonici (già presenti in Agostino d'Ippona, per la verità).
      L'attenzione anche all'aspetto corporale è tipico della cultura monastica dove al pellegrino l'abate lava addirittura le mani, lo nutre e lo alberga nella foresteria. Poi nella cultura cittadina e clericale tutto ciò pian piano si perde fino al punto che se io glielo ricordo lei si oppone vigorosamente. Vede, questo non è "esercizio di retorica", questa è cultura cristiana. C'è chi ce l'ha e chi non la vuole avere e, peggio!, neppure riconoscere. Poi, a corona di tutto, si pensa che il tradizionalismo cattolico da lei abbracciato è un MODELLO da seguire per riformare il Cattolicesimo. No, se il tradizionalismo è quello che lei mi ha esposto, non si va proprio da nessuna parte. Ci si illude soltanto!

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  5. Sono sempre molto interessato ai suoi commenti e a tutti i suoi post. Apprezzo la lucidità e la sincerità con cui espone i suoi ragionamenti e la precisione con cui li argomenta.
    Ciò che mi lascia spesso con l'amaro in bocca, dopo la lettura, è la quasi costante assenza di una "pars construens", cioè di proposte, suggerimenti, idee, esperienze personali che possano contribuire ad indirizzare menti ed azioni verso il miglioramento delle condizioni in cui versa la vita di fede nelle nostre regioni.
    La "pars destruens" è sempre tagliente ed efficace, ma sarebbe bello ogni tanto leggere una sua presa di posizione.
    Alle volte, per fare un esempio, sembra che lei dimostri una spiccata preferenza per il mondo ortodosso, salvo poi scagliarsi contro l'attuale sua assimilazione a quello cattolico.
    Ebbene, per cosa pende la sua personale bilancia? Quali consigli darebbe ad un suo lettore incerto, bisognoso di qualcuno che contribuisca ad indicargli una strada costruttiva in questo maremagnum di incertezze?
    Grazie sin da ora per il suo commento!

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    1. Grazie a lei per le sue osservazioni!
      La pars construens sta sempre all'ombra di quella destruens! I riferimenti sono al monachesimo, non al clericalismo che ha fatto fin troppo danni, alla vita spirituale non ad uno pseudo-devozionalismo di tipo psicologistico (come ho accennato sopra), ad una teologia che dia un vero e profondo riferimento a Cristo come Dio e salvatore del mondo (tema caro alla Patristica), non ad un Cristo tra mille dei, ad una Chiesa che offra la sensazione del Trascendente (aspetto carismatico), non ad una struttura fine se stessa...
      Se tutto questo può esistere nel mondo Cattolico non ho nulla da aggiungere, se tutto questo esiste nel mondo ortodosso, nulla da contestare. Ma quando tutto ciò è inquinato, equivocato, che sia nel mondo cattolico che in quello ortodosso, allora inizia la mia pars destruens.
      Non sono il tipo da dire "vai in quella chiesa da quel prete" per poi sentirmi rispondere "quel prete mi ha tradito, quella chiesa non funziona". Preferisco dare un metodo con il quale orientarsi.
      Ogni bene!

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  6. Io sono stato in visita ad una casa della fraternità, e mi hanno dato da mangiare bere e ospitato senza chiedermi nulla in cambio.

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    1. Caro Sconosciuto, nessuno dice che la Fraternità in termini assoluti non ospiti e non abbia riguardo verso le persone. Io riferisco il caso a me capitato e, se insisto, lo faccio perché c'è chi non vuole vedere le mie considerazioni le quali, mi sembra, non siano campate per aria.

      Il ragazzo ventenne che mi ha dato quella sommaria risposta nel Seminario, è evidentemente uno che non ha molto tatto ma, ritengo con una certa sicurezza, per lui l'attenzione personale non è così importante perché è piuttosto abituato all'attenzione in senso istituzionale. Così sono "tirati su" quei rampolli!
      Alcuni anni fa quando incontrai nella regione del Massiccio Centrale (Francia) un sacerdote "lefebvriano" rimasi colpito perché costui, invece di rilassarmi, mi bomdardava di domande ("Cosa pensa di questo, di quello..."). Un approccio perfettamente ideologico, come vede, ossia "istituzionale".
      Al contrario, l'approccio evangelico non è affatto questo, basta leggere il Vangelo senza paraocchi!

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  7. Gentile Pietro, se ha tempo e voglia, potrebbe approfondire il perchè della sua perplessità sull'analogia tra l'amore trinitario e l'amore coniugale? Mi sembra un tema attualissimo in questo tempo in cui la Chiesa sta affrontando la devastazione del matrimonio... Grazie

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    1. Quanto ha a che vedere con l'intimità della vita divina non ha nulla a che vedere con il creato. I rapporti tra le tre Persone ci sono e rimarranno sempre sconosciuti. Parlare in termine di "processione" (lo Spirito "procede") e in termini di "generazione" (il Figlio è "generato") non significa aprire il mistero che rimane chiuso e sigillato. Per tutta la patristica greca e latina è così (con una certa eccezione per Agostino che un po' ci "pasticcia" su).
      Quello che noi partecipiamo di Dio è la sua sola Grazia. Di questa possiamo parlare per gli effetti che generano in noi, ma non sono effetti naturali perché rendono l'uomo affine a Dio.
      Ma siccome su questo campo c'è molta confusione in casa nostra, a volte mi chiedo cosa pensano i cristiani quando si celebra la festa di Pentecoste!
      Comunque sia, il rapporto coniugale appartiene alla natura creata. Non sono un sessuofobico quindi non penso che questa sia una cosa cattiva, nel suo giusto quadro. Ma per i Padri il rapporto coniugale caratterizza l'uomo decaduto e non era neppure previsto nel Paradiso prima della caduta (vedi Gregorio di Nissa).
      Figuriamoci, allora, se loro fanno un'analogia tra questo e la vita intratrinitaria!! La sola idea di poterlo fare li avrebbe fatti divenire verdi!!
      Una Chiesa che ha BISOGNO di fare un parallelo analogico tra l'intimità sessuale coniugale (per quanto pervasa di tenerezza e intensità) e la vita intratrinitaria ha perso la bussola! Dio è completamente altro da qualsiasi cosa possa esserci nell'esperienza umana.
      Quando parliamo di Dio come "amore" (o gli affibbiamo molti altri appellativi) non ci riferiamo assolutamente alla sua vita intima (per tutta la patristica greca) ma AGLI EFFETTI della grazia di Dio in noi, effetti che non riguardano la vita intima divina ma la relazione tra Dio e il creato (ben altra cosa!).
      La teologia "franka" confonde totalmente questi due piani e di conseguenza ha portato tutta questa confusione dal IX secolo fino ad oggi, pian piano, aumentandola di secolo in secolo con la conseguenza che oggi confondiamo totalmente DIo con le NOSTRE percezioni esclusivamente umane. Un lungo cammino ma che poi porta alla secolarizzazione TOTALE della teologia. Bergoglio così indifferente alla teologia, in fondo, non è che un frutto logico di questo cammino.

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