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giovedì 13 luglio 2017

Antropologia ottimistica bizantina – antropologia pessimistica luterana

Martin Lutero (1483-1586)
Il modo di considerare l’uomo, da parte della letteratura patristica è sostanzialmente positivo, soprattutto negli autori greci. Da quest’ultimi si è sviluppata una spiritualità in base alla quale l’uomo per natura è buono ma ferito dalle conseguenze del peccato adamitico. Se opera il male non è solo in conseguenza di tale ferita che lo inclina a sbagliare ma per l’azione incessante dei demoni i quali s’insinuano in lui come dei parassiti nella sua buona natura (*). L’azione demoniaca si serve innanzitutto di pensieri e d’immagini che vengono fatte considerare all’uomo. Entrando in dialogo con pensieri e immagini mentali, l’uomo si può aprire al loro acconsentimento e con questo mezzo si sviluppano o si rinfocolano le passioni che portano, di conseguenza al peccato. 

L’uomo è buono ma è in una condizione di debolezza dalla quale si può sottrarre con un’incessante opposizione ai pensieri passionali fortificata dalla grazia della preghiera e dei sacramenti. 

Questa è dunque l’antropologia degli antichi Padri alla quale fa ancora riferimento l’Oriente bizantino e su essa appoggia la sua spiritualità praticata dagli asceti ortodossi. 

Se adesso ci volgiamo in Occidente, non per polemica ma per un semplice confronto, è inevitabile paragonare questo genere di antropologia con quella ben differente luterana. Martin Lutero (1483-1586) fu un monaco agostiniano alcuni tratti del cui pensiero risentono di un agostinismo esasperato. 

Per Lutero l’uomo è radicalmente malvagio: fa il male perché la sua natura è malvagia e non può operare differentemente. Lo può salvare solo la fede fiduciale in Dio che, in tal modo, lo giustifica. Si noti: non lo cambia, lo giustifica!

Mentre la patristica antica fa un’equivalenza tra la bontà e la natura umana al punto che per santAtanasio con lincarnazione del Verbo luomo può divenire dio (per grazia), l’antropologia luterana fa un’equivalenza tra la corruzione e la natura umana. 

Mentre nell’ascetica orientale si ritiene che il demonio cerca di convincere l’uomo di essere cattivo per farlo solidarizzare con lui, per Lutero l’uomo è corrotto di natura e non ha bisogno di essere convinto in tal senso da nessuno. 

Attenersi alla bontà è necessario anche nel pensiero luterano perché l’uomo essendo un animale sociale deve poter convivere con i suoi simili in un mondo che ha delle regole per poter funzionare. Ma la ricerca della bontà in senso religioso è un’altra cosa: essa significa solo una dimostrazione di orgoglio, un presumere quanto non potrà mai aversi, data la corruzione della natura umana. 

Al contrario, pensare che la natura umana è inguaribilmente corrotta significa, agli occhi degli asceti orientali, cadere nel peccato della disperazione. Inoltre, la ricerca della bontà per loro è un dato essenziale non per sentirsi qualcuno ma per prepararsi al Regno e ciò può avvenire efficacemente solo con l’aiuto della penitenza, dell’umiltà e della preghiera e, soprattutto, con il concorso indispensabile della grazia sacramentale che è una forza divina. 

Il concetto di grazia, per Lutero è, invece, differente poiché egli lo legge nel senso di un “essere graziati” da una condanna inevitabile, il che avviene solo per fede. Ci troviamo, dunque, davanti a sistemi religiosi che, sotto questo aspetto, non si possono integrare, nonostante nel mondo protestante si siano sviluppate, dal tempo della Riforma, concezioni non tutte uniformi al pensiero luterano e di cui è bene tenere conto. 

Il mondo cattolico attuale ondeggia o in direzione luterana o in direzione patristica senza assumerne, però, tutti i presupposti e le conseguenze. Ad es., se parla di “peccato in pensieri” non esiste, tuttavia, una precisa pratica per confutarli come nellascetismo bizantino e la “custodia dello sguardo” in ambiti tradizionalisti viene equivocata con un “castigo dello sguardo”. Le condizioni remote al peccato (uno sguardo e una curiosità inopportune, un pensiero vagante) oramai non sono più seriamente considerate nel Cattolicesimo che, quindi, decurta la dottrina ascetica antica forse perché non la ritiene più applicabile ai nostri giorni o forse perché la pensa confinabile ai soli ambiti monastici. Anche l'idea che luomo possa divenire dio per grazia (idea già Atanasiana ma ribadita soprattutto nel XIV secolo bizantino), è sempre parsa troppo forte al Cattolicesimo e, quando era dominato dai presupposti filosofici tomisti, era ritenuta addirittura quasi eretica. 

In tutto ciò ci sembra che il Cattolicesimo si situi in una specie di “via media”, per usare un vocabolario proprio a John Henry Newmann (1801-1890), laddove, al suo tempo, tale “via media” era rappresentata dall’Anglicanesimo. 

Ma se si considerano le ultime derive, la quasi indifferenza per le tematiche morali tradizionali di papa Bergoglio nell’Amoris Laetitia, si è tentati di concludere che anche la “via media” sembra oramai essere stata superata. 

Queste differenze ci obbligano a constatare una permanenza di identità distintamente diversificate e non facilmente integrabili tra loro all’interno del Cristianesimo. Sulla base di cosa, dunque, si vuole a tutti i costi fare un’unità? (**) 

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(*) Le presenti riflessioni emergono al mio spirito grazie anche alla traduzione d'una opera relativa alla vita e ai consigli spirituali di uno Staretz russo. Quando avrò finito di tradurre questo libro lo renderò noto. È infatti uno stimolo ad una migliore vita cristiana, al pentimento, alla preghiera, alla lotta contro le passioni e alla vigilanza spirituale. È scritto con un linguaggio molto semplice. Reputo che farà molto bene a quanti cercano di essere fedeli. 

(**) Bene inteso la domanda è retorica. Non essendoci un vero motivo interiore per fare tale unità, il motivo non potrà che essere esteriore ossia mondano, seppur con pretesti evangelici e in un quadro religioso. E, da questo punto di vista, sembra che centri di potere esterni al Cristianesimo stiano giocando un ruolo di non secondario piano. Se può passare il paragone, è come trovarci dinnanzi ad un matrimonio di convenienza, dove gli sposi hanno nulla o poco in comune ma dove l’interesse per unirli gioca un ruolo fondamentale. Tutti sanno, poi, come finiscono tali matrimoni!

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