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mercoledì 5 luglio 2017

Impressioni amalfitane

Il nome di Amalfi riporta immediatamente ai banchi di scuola e fa affiorare il ricordo che la cittadina è stata per lungo tempo una repubblica marinara. Il periodo in cui Amalfi solcava libera i mari, fu il suo momento più florido prima della sua sottomissione ai normanni avvenuta attorno al 1139. Ma anche allora Amalfi non si spense d’un colpo rimanendo per diverso tempo vivace. Oggi pare piuttosto incredibile che Amalfi abbia potuto essere una potenza marinara: la cittadina è realmente piccola e lo spazio antistante non lascia sospettare una qualche passata potenzialità.  Inoltre, nella storia spesso non si pone in luce che l’intraprendenza degli amalfitani non era certo limitata al semplice commercio e alla costruzione di proprie navi, necessarie per mantenere il presidio marino. L’autonomia politica amalfitana aveva come corrispettivo, sul piano religioso, una precisa identità, se non proprio un’autonomia, che la collegava strettamente all’impero bizantino.
La successiva perdita d’autonomia politica portò la città ad un inarrestabile declino e al raffreddamento dei rapporti religiosi con l’Oriente. Se oggi il visitatore si reca ad Amalfi non trova nulla che possa in qualche modo collegarlo con il periodo pre-normanno, eccezion fatta per qualche manufatto come le porte bizantine del duomo. Al di là di una rappresentazione folcloristica annuale, la città non offre nulla ai visitatori e ai turisti che possa farle ricordare il suo glorioso passato, neppure una semplice brochure, nei pochi negozietti antistanti il porticciolo. L’oblio è prevalso e il nuovo assetto religioso pure.

Ma con in mente alcuni riferimenti, il luogo ci parla ancora. Non mi riferisco alla facciata del duomo né al suo chiostro adiacente, decorati nell’onda nostalgica del Medioevo che caratterizzò il romanticismo ottocentesco. Mi riferisco a quanto segue.

Probabilmente quasi nessuno sa che san Francesco venne ad Amalfi per venerare il corpo dell’Apostolo Andrea (un possesso che indica il grande prestigio della città) e per fondarvi uno dei suoi primi conventi. Il Poverello vi arrivò nel 1220 con il discepolo Bernardo da Quintavalle. È vero che Amalfi in quel periodo era già sotto il dominio normanno ma è contemporaneamente vero che il suo passato religioso non doveva affatto essersi affievolito. Se il Poverello vi giunse e si convinse di potervi fondare un convento, vi dovette notare attenzione e fervore religioso. Un altro discepolo del Poverello, Angelo Clareno, che per tristi successive vicende si trovò a soggiornare in un’isola greca, ci testimonia che lo stile monastico da lui ivi riscontrato, sarebbe stato l’ideale per Francesco. Non è dunque un caso che il Poverello si ferma ad Amalfi: vi trova il buon terreno per  far rinascere un autentico spirito religioso, un terreno in tutto simile a quello trovato dal Clareno nella religiosità monastica bizantina.

Quanto rimane del Monastero degli Amalfitani
nel Monte Athos: la torre.
Questa riflessione è avvalorata da un ulteriore fatto storico: attorno al 1045 nel Monte Athos venne fondato un monastero benedettino. I monaci provenivano tutti da Amalfi. È consuetudine atonita accogliere qualsiasi monaco o eremita che desideri condurre una vita religiosa ma a patto che costui professi la fede ortodossa. È dunque indubbio che Amalfi in tal data non solo era collegata con l’impero bizantino ma ne condivideva la fede. Monaci amalfitani continuarono ad esistere nell’Athos fino agli inizi del XIV secolo, segno che il passato religioso non si spense da un momento ad un altro e che le date con le quali si vuole dividere l’Occidente dall’Oriente cristiano sono più convenzionali che reali.

C’è poi un altro particolare, forse secondario ma non così privo d’importanza. Il sito geografico in cui si trova Amalfi è abbastanza somigliante al litorale della penisola del monte Athos. Come quella, la costa amalfitana è contraddistinta da rilievi montuosi e mare. Pare dunque verosimile che gli amalfitani sull’Athos si sentissero praticamente a casa propria. Tutto ciò pian piano finì e oggi non ne rimane praticamente nulla. Un’estemporanea visita del patriarca Bartolomeo al luogo e un suo pernottamento in quello che fu il convento francescano, trasformato nel frattempo in Hotel 4 stelle, non ha certo aiutato a rinverdire gli oramai lontani ricordi, esattamente come una sola rondine non può mai far primavera…

1 commento:

  1. Segnalo il seguente contributo in rete: http://www.ecostiera.it/costiera-amalfitana-ora-et-labora-nei-suoi-monasteri-le-radici-di-una-grandezza/

    Si faccia pure riferimento ad un articolo datato ma pur sempre interessante di Agostino Pertusi, Nuovi documenti sui benedettini amalfitani dell'Athos, in "Aevum" 5/27 (1953), pp. 400-429.

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