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lunedì 17 luglio 2017

Recensione alla Divina Liturgia curata dalla Metropoli Ortodossa d'Italia (Patriarcato Ecumenico)

La liturgia di san Giovanni Crisostomo è, come sappiamo, praticata ordinariamente nelle Chiese ortodosse. La Metropoli ortodossa d'Italia, facente capo al Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli, ha deciso per la prima volta dalla sua istituzione (nel 1993) di editare un libretto ufficiale per i fedeli su tale Liturgia grazie al lavoro di una Commissione liturgica composta da membri laici e sacerdoti. 
Il libretto ha un formato tascabile (la metà di un foglio A5), e presenta la Divina Liturgia del Crisostomo in quattro lingue: greco (lingua di riferimento), italiano, romeno e paleoslavo. Ha un'introduzione del Metropolita d'Italia e Malta, Gennadios Zervos. Riporto un lungo passo di tale introduzione perché ne verificheremo la veridicità:  

«Benedico i laici professori, i reverendissimi presbiteri e archimandriti della nostra Arcidiocesi che hanno lavorato con cura e diligenza per presentare al popolo di Dio un testo, se non “infallibile”, certamente plasmato dal loro amore […] La Commissione ha lavorato con serietà e responsabilità, avendo il dovere di presentare un testo senza errori dal punto i vista della lingua italiana, anzi di ricercare termini e parole adatte e ben comprensibili, precise, in uso nella lingua corrente e di trasmettere con chiarezza i mistici tesori di Spiritualità Ortodossa. La creazione di un vocabolario comprensibile e chiaro, l'uso di un vocabolario nobile, il fornire una sola traduzione in italiano per ogni parola greca, come anche l'essere concorde alla teologia mistica dei santissimi Padri e degli scrittori mistici: tutti questi erano i punti più esaminati e approfonditi per far assicurare un testo di qualità superiore, preciso dal punto di vista liturgico […] e degno a essere abbracciato e usato dai sacerdoti, dalle nostre parrocchie, monasteri comunità e confraternite, così come anche dai nostri fedeli ortodossi. Nei limiti delle nostre possibilità abbiamo letto e seguito i lavori della “Commissione speciale”; esprimendo quindi ai suoi valorosi membri di nuovo le nostre congratulazioni, auguriamo e benediciamo […] con la preghiera di diffondere questa eccellente opera della nostra Arcidiocesi». 

Evitiamo di soffermarci sullo stile enfatico del Metropolita, pressapoco da 45 anni in Italia ma con un italiano ancora a tratti sommario (“così come anche” invece di “come pure”, “degno a essere abbracciato”, invece di “degno di essere abbracciato”) e andiamo al sodo: la sua trionfale introduzione corrisponde al vero? Più no che sì.

Scorrendo il testo si comprende che la Commissione incaricata di redigere la traduzione aveva anche persone di un certo valore. Lo si desume perché alcuni passi hanno una precisa interpretazione della lingua greca, rispetto ad altri testi correnti della stessa opera. 

Un particolare mostra che si tiene conto dello strato biblico ed ebraico della Liturgia, soprattutto quando si deve tradurre ὁ Θεὸς ὁ ἅγιος, ὁ ἐν ἁγίοις ἀναπαυόμενος, letteralmente “Dio santo che riposi nei santi”, ma che il testo, tenendo conto della consuetudine ebraica di nominare il santuario come il luogo delle “cose sante”, traduce “Dio santo che riposi nel santuario”. 

Purtroppo le osservazioni positive vengono ben presto spente da apporti dissonanti, fuori luogo e, pure, totalmente errati. Evidentemente, il responsabile della Commissione e il Metropolita non se ne sono accorti (nonostante tali “apporti” siano molto chiari e distribuiti in un testo, tutto sommato, poco esteso e di facilissima lettura) o li hanno evidentemente creduti “eccellente opera”, come afferma lo stesso Metropolita! 

Ne faccio un breve elenco ma temo che, purtroppo, ce ne saranno altri. 

1) La preghiera diaconale “Ὑπὲρ εὐκρασίας ἀέρων, εὐφορίας τῶν καρπῶν τῆς γῆς...” è tradotta: “Per la mitezza del clima, la fecondità dei frutti della terra...”. Il diacono prega perché Dio conceda un clima mite e... dei frutti “fecondi”? Dovrebbe, semmai, pregare per dei frutti “abbondanti”, non fecondi. È solo per la semente o per la terra che ci si augura la fecondità, non per i frutti!! 

2) “Τῆς παναγίας, ἀχράντου, ὑπερευλογημένης, ἐνδόξου, Δεσποίνης ἡμῶν, Θεοτόκου καὶ ἀειπαρθένου Μαρίας...”. Il termine ἀχράντου, riferito alla Madre di Dio è sempre reso come “purissima”. In realtà la giusta traduzione è “pura”, non essendo preceduto dal “παν”. 

3) Eὐσπλαχνία, bellissimo termine biblico che indica la “tenerezza viscerale” di Dio, è stravolto traducendolo “commozione”. 

4) Il verbo ψάλλω significa letteralmente “canto” da cui ψάλτης, ossia cantore. Ebbene, qui è reso ovunque con “salmeggio”. Se lo si può accettare per quanto riguarda i salmi, non si può assolutamente dire “salmeggio un inno o un'antifona”. Non è lingua italiana ma inopportuno calco dal greco! 

5) L'inno di Giustiniano ὁ μονογενὴς Υἱὸς riporta in un suo versetto una strana traduzione: “O figlio unigenito e Logos di Dio […], fatto uomo immutato, fosti crocifisso”. Fatto uomo immutato? Che vuol dire? La soluzione è nel greco il quale, se fosse tradotto meglio, renderebbe questo passo così: “Tu, che senza mutamento [nella tua divinità], ti sei fatto uomo”! 

6) L'invocazione “abbi pietà di noi!” è resa “abbi misericordia di noi!”. In tal modo il Trisagio è tradotto: “Santo Dio, Santo forte, Santo immortale, misericordia di noi!”. Non è un errore sfuggito ma un dato costantemente presente in tutta la Liturgia. Evidentemente il Metropolita pensa che ciò appartenga a “termini e parole adatte e ben comprensibili, precise, in uso nella lingua corrente”. È il caso di dire “Signore, pietà!” (non certo “Signore, misericordia!”). 

7) Ad un certo punto è citato il seguente versetto biblico: “Benedetto colui che viene in nome del Signore”. Immediatamente un italiano si accorge dell'errore perché in tutte le Bibbie italiane si traduce: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore”! La prima frase “in nome” ricalca il greco ἐν ὀνόματι Κυρίου ma dimostra l'ignoranza dell'italiano: se io vengo “in nome di Tizio”, vuol dire che lo sostituisco; se vengo “nel nome di Tizio”, vuol dire che lo rappresento. Evidentemente anche questi sono “termini e parole adatte e ben comprensibili, precise, in uso nella lingua corrente”, come dice il Metropolita? 

8) L'inizio dell'inno Cherubikòn ordinariamente è tradotto: “Noi che misticamente rappresentiamo i cherubini...” (Oἱ τὰ χερουβεὶμ μυστικῶς εἰκονίζοντες...). Nel libretto è tradotto: “Noi mistiche icone dei cherubini...”. Invece, teologicamente, l'uomo non è icona dei cherubini ma di Cristo! Quindi qui c'è pure un errore teologico, nel tentativo di fare un calco dal greco costi quel che costi... 

9) La preghiera sacerdotale che segue all'inno dei Cherubini riporta, ad un certo punto, il seguente passo: “A te, infatti, mi appresso avendo chinato la mia cervice e ti supplico...”. La mia cervice?? Questo è un termine preciso, “in uso nella lingua corrente”, come dice il Metropolita? Da quando, questi signori, o il responsabile della Commissione, hanno sentito nell'italiano corrente (non in quello ottocentesco letterario) il termine “cervice”? E non si pensi che così si nobilita la lingua italiana; ci si rende solo ridicoli e ci si mostra ignoranti. La rubrica che precede tale preghiera è invece, stranamente, corretta perché riporta: “Al canto dell'inno Cherubico, il sacerdote chinato il capo...”. Il termine “cervice” non ricorre solo qui ma anche in altri passi, segno che è voluto con inspiegabile determinazione. 

10) Lascio perdere altri punti deboli (come l'uso di termini traslitterati e non spiegati quali Theotokos, dynamis, metània, ecc.). Non mi trattengo sul principio artificiale per cui ogni termine greco deve rigorosamente essere tradotto da uno italiano, dal momento che proprio questo libro lo viola (vedi ad es. a p. 44 dove il verbo ψάλλω è tradotto “intonare”) e giungo alla “ciliegina sulla torta”.

Verso la fine della Liturgia, in una delle preghiere per ricevere la Comunione, è riportato: “Ecco, mi appresso alla divina comunione; o Creatore non bruciarmi con questa transustanziazione...”. Transustanziazione ??!?? Chi ha pasticciato su questo testo ha così interpretato il termine μετουσία. Tale pasticcio indica chiaramente il modo in cui almeno qualcuno ha lavorato, con il benestare dei responsabili, essendo questo termine troppo clamoroso per passare inosservato. 

Penso che solo un approccio rigido alla lingua possa produrre tali cose poiché fa avvicinare al testo bizantino con i paraocchi: quanto si trova nel vocabolario dev'essere automaticamente riportato. 

In effetti, alla voce “μετουσιόω” in Lexikon zur byzantinischen gräzität, [5 Faszikel, Verlag der Österreichischen Akademie der wissenschaften, Wien 2005, p. 1017.] si dice: “in eine andere materie umwandeln” ossia “convertire ad una diversa materia”. Il dizionario forse suggerisce una specie di “transustanziazione”. 

Però non si può lavorare così, accontentandosi di un vocabolario, tanto più che il termine “transustanziazione” appartiene alla filosofia tomista del XIII secolo, mentre il testo di questa preghiera lo antecede di alcuni secoli ed è, per giunta, di ambito bizantino, non latino! 

Per venirne fuori, un traduttore serio cerca il modo in cui il termine è stato significato nelle opere dei Padri. E da queste opere risulta che μετουσία viene inteso con “partecipazione”

“[...] ἀλλ' ὡς ἀληθῶς αὐτῷ πλησιαζούσας ἐν πρώτῃ μετουσίᾳ τῆς γνώσεως τῶν θεουργικῶν αὐτοῦ φώτων”. 

[...] sono veramente vicine a lui [a Cristo] nella prima partecipazione della conoscenza delle sue luci divine”. 

(Pseudo-Dionysius Areopagita, De caelesti hierarchia, in “Corpus dionysiacum II”, ed. G. Heil, A. M. Ritter, Berlin, 1991, 208 B 10). 

Ho controllato anche altri autori nella Patrologia Graeca, come Giorgio di Nicomedia, e si segue l'identico significato. 

Così è assai più probabile che la traduzione sia: “Ecco, mi appresso alla divina comunione; o Creatore non bruciarmi con questa partecipazione...”. La frase con il termine “partecipazione” risulta essere molto più sensata anche dal punto di vista elementare e logico, non solo filologico. 

Mi sono dilungato apposta per mostrare come, in certi ambiti, non sia proprio possibile fare un discorso serio di traduzione. Anche se certe persone possono ricevere buoni suggerimenti, proseguono per una strada alquanto stravagante, per non dire altro. Qualsiasi persona che conosca un po' di greco e, soprattutto, di lingua italiana, che abbia un po' di buon senso e di metodo, toglierà a lavori del genere ogni credito. 

Le parole magniloquenti di un Metropolita non potranno mai trasformare in oro quello che rimane vile metallo al di là di ogni buona intenzione. Mi duole affermarlo ma i fatti sono questi e qui si giudicano solo i fatti. 

Mi riservo di aggiungere altre eventuali osservazioni su tale lavoro che, mi si dice, ha riempito di tristezza e irritato alcuni studiosi ben ferrati nelle materie umanistiche.

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Addenda 1

Com'era prevedibile il libretto contiene ulteriori errori.
A p. 82 è riportata una rubrica che recita quanto segue:

ερες λγει χαμηλοφνως τν Χερουβικν μνον, τνστασιν Χριστο θεασμενοι” (μνον κατ τς Κυριακς κα κατ τν Πασχλιον περοδον)...
La traduzione in italiano corretto è la seguente:
Il Sacerdote dice sommessamente l'inno Cherubico “Contemplando la resurrezione di Cristo” (solo durante le Domeniche e il periodo Pasquale)...
Nel libretto, invece, si scrive:
Il Sacerdote recita tra sé l'inno Cherubico, “La resurrezione di Cristo contemplando” (in Domenica e nel periodo di Pasqua)...

Immediatamente balzano all'occhio omissioni ed errori. Prima di tutto non si dice mai “in Domenica” ma, semmai, “nella Domenica” (anche se la traduzione corretta è “nelle Domeniche”), poi è omesso il termine μνον ossia “solo” o “solamente”. Ciò è indice di una persona ignorante dell'italiano (contrariamente alla pubblicità del Metropolita nell'introduzione) e superficiale nel tradurre.

Addenda 2

Le omissioni sono indice di superficialità, quindi di un lavoro tutt'altro che professionale. Ne troviamo un'altra a p. 110. L'esortazione del sacerdote all'inizio dell'Anafora è:
νω σχμεν τς καρδας che letteralmente tradotta significa: “Teniamo in alto i cuori”. Nel libretto troviamo: “Teniamo in alto i nostri cuori”. Dov'è il termine nostri in greco? E se proprio si doveva aggiungerlo, dal momento che nel greco è assente, si avrebbe dovuto scrivere così: “Teniamo in alto i [nostri] cuori”.
Abbiamo evidentemente a che fare con qualche persona che non conosce neppure tali elementari rudimenti. E poi hanno il coraggio di editare un libro di liturgia e di lodarlo!



Addenda 3

Nella grande preghiera d'intercessione iniziale, al diacono si fa cantare:

“Per la Santa Grande Chiesa di Cristo, per la nostra Arcidiocesi divinamente redenta...”. 

Questo testo non esiste da nessuna parte, o meglio, la preghiera per la “Santa Grande Chiesa di Cristo” avviene solo al Fanar (Patriarcato Ecumenico) non fuori di esso. Invece, l' “Arcidiocesi divinamente redenta...” è una pura invenzione. Mi consta che nella storia della Liturgia solo chi defletteva dall'Ortodossia si inventava i testi liturgici o alterava quelli esistenti! Siamo in questo caso?

Inoltre ogni volta che ricorre il nome del vescovo, nel libricino è specificato il nome di Gennadios, cosa che nei testi liturgici non si fa mai.

Sicuramente ci sono altri errori ed omissioni...


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3 commenti:

  1. Buongiorno.
    Volevo suggerirle di consultare la traduzione fornita dalla Diocesi Ortodossa Romena d'Italia: per quanto sia stata probabilmente tradotta dal testo romeno e non sia bilingue, a tutta prima si presenta con molti pregi. P.e. il greco "eusplanchnia" è stato tradotto con "viscerale amore". Se non riesce a procurarsene forse posso aiutarla. grazie per la pazienza accordatami.

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  2. La ringrazio per la segnalazione e mi felicito se i romeni hanno fatto un libro più serio. Ovviamente non prendo in considerazione le traduzioni dal romeno e dal paleoslavo perché sono "traduzioni di traduzioni". Il testo base è sarà sempre quello greco.

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  3. Da fonte autorevole mi è giunta una notizia abbastanza terribile, se è vera: il Patriarca agli italiani che giungono a salutarlo (a Costantinopoli-Istanbul) regala questo orrido libretto...

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