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martedì 17 ottobre 2017

Dire qualcosa di nuovo....

La locandina di un film con un titolo emblematico
che indica il bisogno morboso di tutta la nostra epoca
Lungo la mia esperienza religiosa, passando attraverso diversi ambienti cristiani mi è capitato spesso di sentire, in essi, il bisogno di dire “qualcosa di nuovo” al mondo. Questo bisogno nasce prima di tutto nelle scuole di teologia per poi determinare una mentalità che coinvolge laici e chierici.

Ci chiediamo prima di tutto: cos’è la teologia? 

La teologia non è, come spesso si dice, la “riflessione su Dio” (Theos-logos, discorso su Dio), nel senso che non sgorga da un’attività cerebrale ma da un incontro di grazia. Gli apostoli che hanno incontrato Cristo e ne sono stati plasmati sono divenuti dei teologi. I santi che, nella grazia e nella fede, hanno esperimentato la presenza di Dio nella loro vita, attraverso eventi straordinari o nella quotidianità, sono divenuti dei teologi anche se non hanno mai frequentato una accademia.
Il presupposto per la teologia è la fede, l’umiltà, la collaborazione umana alla grazia divina.
Poi la teologia si può articolare anche in un discorso ma non è mai stata questa la principale preoccupazione dei Padri della Chiesa <1> i quali scrivevano solo per difendere l’esperienza di grazia nello Spirito, per continuare a renderla possibile. A loro non interessavano i trattati di teologia e, semmai, componevano delle catechesi per introdurre i catecumeni nel mistero che doveva solo essere vissuto, non scandagliato razionalisticamente. Perciò i trattati teologici dei Padri non sono mai una semplice riflessione fine se stessa.

Nel momento in cui la teologia si articola in un discorso si serve di categorie culturali, le categorie che il mondo circostante mette a disposizione, ma ne opera una purificazione per non dare adito ad equivoci o alterazioni, situazioni tradizionalmente denominate come eresie.
Quello che infatti è essenziale è mantenere il dato rivelato sempre identico a se stesso per poter far accedere la persona all’esperienza di Cristo nello Spirito <2>.  Credere in modo alterato, infatti, è come versare dell’acqua fuori da un’anfora, non in essa. Il credere inclina l’animo in una certa maniera in modo che l’acqua dello Spirito possa versarsi nel cuore umano. In caso contrario, è come pensare di illuminare l’interno di una casa tenendo le sue tapparelle chiuse al sole. Ecco perché il dogma è importante e la rivelazione dev’essere conservata sempre identica a se stessa.
Ciò che può cambiare, ma con le dovute attenzioni, è la modalità culturale con la quale la si trasmette. Questo non lo può fare chiunque perché il vero teologo ha bisogno di essere profondamente radicato nell’esperienza spirituale e, allo stesso modo, profondamente cosciente del suo tempo, caratteristiche, queste, assai poco comuni tra le persone.

Si eviteranno così due cortocircuiti: 
1) il conservatorismo fine se stesso, ossia quell’attitudine religiosa in base alla quale tutto deve rimanere identico, anche elementi prettamente secondari e culturali, legati esclusivamente ad un certo tempo; 
2) il bisogno morboso di esprimere sempre “qualcosa di nuovo”, dietro al quale, in realtà, c’è la tendenza ad edulcorare e ad abbassare le tradizionali esigenze cristiane.

Inutile dire che, nel nostro attuale contesto, più che al primo, siamo dinnanzi al secondo cortocircuito determinato pure da tutta la nostra cultura attuale che ha sempre bisogno di “novità” per sentirsi viva, una cultura che confonde non di rado la vita con il vitalismo.

“Non dice nulla di nuovo”, mi diceva un vescovo metropolita ortodosso per criticare, con una certa invidia, un suo confratello greco che, al contrario di lui, ha fatto diverse interessanti pubblicazioni anche in lingua inglese. “Ha detto qualcosa di nuovo”, si affermava riguardo al Metropolita Zizioulas il quale, in realtà, pone qualche aspetto problematico nella sua teologia. “Qua non c’è nulla di nuovo”, diceva indispettito un seminarista cattolico in visita ad un monastero benedettino molto tradizionale, con l’antica liturgia latina. “Non dicono nulla di nuovo”, affermano infastiditi certi chierici cattolici nei riguardi di quelle posizioni magisteriali che, nella morale, si schierano su posizioni conservative.

Tutti costoro da chi hanno imparato la necessità di dire “qualcosa di nuovo” e quando è iniziata questa moda? 

Questa moda è senz’altro scoppiata in casa cattolica dopo il Concilio Vaticano II e ha abbacinato tutti coloro che se ne sono lasciati attrarre. Ovviamente era ben presente anche prima, seppur non ufficializzata. Dire “qualcosa di nuovo” è il pallino dell’attuale papa di Roma il quale vuole trasformare il Cattolicesimo in un modo che nessun suo predecessore ha finora fatto.

In realtà temo che l’ansia del “nuovo” riveli, neppur tanto nascostamente, il fastidio verso la tradizione cristiana, quella tradizione che spinge il credente a guardare al Cielo e ad avere un atteggiamento parco e modesto verso i beni della terra. Qualcosa di “nuovo”, come adattare ai tempi presenti la vita religiosa ha, di fatto, abbassato lo sguardo dal Cielo alla terra e ritenuto anacronistica la pratica dei dieci comandamenti e della spiritualità.

A questo punto la maschera è caduta ed appare chiaro a chi lo vuole vedere che “dire qualcosa di nuovo”, in realtà, significa spesso allontanarsi dal Vangelo e da Cristo stesso. 

Il Cristianesimo oggi è in gran parte esattamente su questo punto.

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Note

<1> Se non si capisce questo, si finirà per addossare ai Padri l'ingenerosa accusa di "pigrizia intellettuale". Essi, in tal modo, sono stati visti (e in parte lo sono ancora) come la "preistoria" della teologia, non come dei veri teologi, dal momento che la teologia, da una certa epoca in poi, è ritenuta una semplice attività speculativa dell'intelletto. 

<2> Al contrario, la cultura secolare, soprattutto occidentale, ha sempre cercato l'originalità e le novità. È per questo motivo che, nel campo artistico, si è passati dal periodo romanico a quello gotico, da questo al rinascimentale, al barocco, al neoclassico e via di seguito. La teologia autentica, invece, pur tenendo conto dei cambiamenti della cultura secolare, è ancorata fermamente al dato rivelato che non le permette sostanziali mutamenti.  Il dato rivelato, non essendo qualcosa di semplicemente umano, non è suscettibile di cambiamenti e alterazioni il che lo rende qualcosa di permanente per tutti i tempi e luoghi. Oltre quest'osservazione si tenga pure presente che, mentre la rivelazione cristiana punta ad un'esperienza ineffabile e spirituale non immediatamente evidente ai più, la cultura secolare trasmette ogni genere di esperienza e ricerca, in tal senso, sensazioni sempre nuove. Sono ambiti totalmente diversi e con finalità diverse per cui non dovrebbero essere confusi! 
Se si confondono i riferimenti della cultura secolare con quelli dell'autentica teologia (come accade oggi) non si capisce più perché la teologia dovrebbe rifuggire da cambiamenti anche essenziali mantenendosi in perfetta continuità sostanziale con quella di tutte le epoche. Si invoca, allora, un "aggiornamento" che si mostra sempre più per ciò che è: un'alterazione. Quando quest'incomprensione caratterizza gran parte del clero di una Chiesa, quella Chiesa si è oramai secolarizzata ed è divenuta realmente scismatica con il suo passato, nonostante affermazioni verbali che cercano di provare l'opposto. 

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