L'architettura classica
di una chiesa ha dei valori simbolici esaminati già nella Mistagogia
di san Massimo il Confessore (VII sec.). Non ripercorrerò questo
trattato che lascio alla lettura dei più volenterosi. In questa
sede, ispirato anche da tale opera, mi limito a fare qualche
considerazione che c’interesserà particolarmente, dati gli strani
attuali tempi.
L’architettura
classica di una chiesa (bizantina, romanica o di altro stile) è
realizzata in un certo modo per rispondere a criteri pratici ma non
solo.
Un
elemento importante nelle architetture antiche è l’orientamento
ma, pure, il modo di disporre le finestre, i lucernari, le cupole.
Dalle finestre di una cupola (pensiamo all’esempio classico di
quella di santa Sofia a Costantinopoli) piove la luce all’interno
dell’edificio.
In
un tempo in cui non esisteva l’illuminazione elettrica, era
importante che l’interno di un edificio sfruttasse meglio possibile
la luce solare. Nel caso della chiesa di santa Sofia, la luce solare
fa un vero e proprio “concerto” di raggi e, piovendo dall’alto,
illumina determinati punti nell’edificio sacro. Evidentemente in
tale edificio non tutto è cupola, i suoi lucernari non sono tutto
quello che ha. Eppure essi assolvono un compito importante, al punto
che anche gli angoli più umili e reconditi ne possono usufruire.
Il
significato simbolico di tutto ciò è presto detto.
Non
tutti i cristiani riescono ad essere a diretto contatto con il Cielo,
non tutti riescono ad avere il cuore così trasparente a Dio come il
vetro di una finestra. Il “beati i puri di cuore perché vedranno
Dio” (Mt 5, 8) è sperimentato sempre da molto pochi,
purtroppo! L’importante, però, è che alcuni tra molti possano
assolvere questo compito. Tradizionalmente costoro sono sempre
stati i monaci che, quindi, sono rappresentati, nell’edificio
ecclesiastico, dalle finestre di una cupola. Perciò anticamente il
monachesimo era considerato da tutti fondamentale, poiché,
nell’ascetismo trasfigurato dalla grazia, il monaco attingeva più
luce possibile per diffonderla attorno a sé e tale diffusione
riguardava anche la parte più umile della Chiesa.
In
queste condizioni, succede come in un edificio ecclesiastico: la
mattonella del pavimento, quella posta nell’angolo più nascosto e
che nessuno nota, quella che pare non serva a nulla a contatto com’è
con la terra, è illuminata dalla luce delle finestre della cupola. E
se la luce nobilita un oggetto così umile, quanto più lo fa con
quelli più importanti: l’ambone, il pulpito preziosamente
adornato, l’altare, ossia il luogo più sacro della chiesa!
Ma
se, ad un tratto, si pensa che le finestre non servono e le si oscura
totalmente o parzialmente, succede come nel Cattolicesimo dove i
monasteri sono stati “riformati e aggiornati” secolaristicamente,
o com’è successo nel Protestantesimo dove i monasteri sono stati
soppressi perché ritenuti “dannosi” e “inutili”.
Che
può succedere in queste situazioni? Lo vediamo chiaramente con
l’esempio dell’edificio ecclesiastico: se ne oscuriamo le
finestre e non abbiamo alcun’altra illuminazione, il suo interno
rimarrà buio.
Se,
poi, tutto ad un tratto qualcuno pensa che le finestre debbano essere
poste sul pavimento in modo che le persone ci camminino su, che
succederà? Oltre ad avere una chiesa buia, dove neppure gli oggetti
più belli possono essere notati, tali finestre saranno solo
d’inciampo, diverranno oggetti davvero inutili.
In
una Chiesa i monaci sono le finestre, non sono la luce ma, nel loro
quotidiano sacrificarsi, operano in modo da farsi attraversare da
essa, da farsene trasformare perché tale luce possa toccare e
nobilitare tutti, anche i più umili e lontani.
Come
le finestre stanno in alto, così essi stanno lontano da tutti,
praticando il Vangelo rigorosamente e fuggendo dal mondo. Se ne
capisce la necessità quando si pensa che una finestra è invasa
dalla luce solo quando è posta in alto, verso il cielo. È solo
questo tipo di vita che guida davvero la Chiesa ed è quanto forma l’aspetto “carismatico” della Chiesa stessa.
Le
colonne che reggono l’edificio rimandano ai vescovi o al clero in
genere e sono l’aspetto “istituzionale” della Chiesa. Essi,
permettendo ai monaci di vivere in una condizione più elevata,
traggono il beneficio della loro fatica.
Che
beneficio trarrebbero se, tutto ad un tratto, alterassero il
monachesimo come chi oscura le finestre di una chiesa o le costruisce
sul pavimento? Le colonne, ossia i vescovi, continuerebbero a reggere
l’edificio, certo!, ma in quale stato, visto che il suo interno
sarà avvolto dalla più nera oscurità?
La
predicazione clericale senza la vita carismatica non ha alcuna
incidenza, anzi può essere controproducente.
Per
questo non ci si deve illudere: la moralità non è l’unica
condizione per far funzionare una Chiesa e non è neppure la più
importante. L’applicazione morale è paragonabile ad una chiesa il
cui interno è pulito e ordinato. Ma una Chiesa può essere nel buio
sia con la morale sia senza di essa e in entrambi i casi può avere
un clero che l’amministra efficacemente. Sarà come avere un
edificio privo di finestre e con ottime colonne che lo reggono
saldamente. Se è al buio, finisce per essere relativo il suo ordine
o disordine interno. Solo la luce che piove dall’alto può
efficacemente dare un senso all’ordine e rivelare il danno del
disordine, non una semplice predicazione di alcuni, per quanto sia
utile anche questa. La Chiesa è prima di tutto e sempre una questione
di grazia, ossia di vita, di luce.
Ecco
perché è profondamente misero pensare che per la Chiesa possa
essere sufficiente il suo solo aspetto istituzionale e che l’aspetto
carismatico sia, nella migliore ipotesi, un “di più opzionale”,
un donum superadditum, per dirla con l’espressione teologica
di Tommaso d’Aquino. È pericoloso credere di poter fare a meno
dell’aspetto carismatico ritenendo che, tanto, tutto va comunque avanti,
visto che l’unica cosa importante è essere morali per
“acquistarsi” il Paradiso!
È
ancora più misero, addirittura blasfemo, ritenere, come oggi si
tende a fare pure nel Cattolicesimo, che Dio ci salva comunque,
indipendentemente dal nostro pentimento e dai nostri criteri morali
tradizionali, perché siamo in una condizione tale da non migliorare
e perciò siamo giustificati da Dio ...
È
come pensare che in un edificio ecclesiastico (privo di luce
elettrica) le finestre siano opzionali o, essendo troppo lontane dal
pavimento, siano perfettamente inutili e non possano dire nulla al
pavimento stesso. Tale pensiero si giustifica solo nel caso in cui dalle
finestre che sono ancora in alto non scenda più luce da tempo (ossia
la cosiddetta grazia non ci sia o non funzioni più nella Chiesa il che, con certi presupposti, succede di certo!).
Se
il carisma non è più praticato e riconosciuto come importante,
anche il monaco (o il religioso) si adatterà a quest’incredibile
mentalità e, nel migliore dei casi, farà assistenzialismo perché
penserà che pregare significa fare l’animatore sociale,
l’infermiere o lo psicologo. Ma così egli è esattamente come la
finestra costruita sul pavimento: qualcosa di curioso, stravagante se
vogliamo, ma perfettamente inutile all’edificio. Per giunta sarà
d’inciampo a quanti vogliono veramente camminare dentro la Chiesa.
Nessuno
nega che in casi di autentica necessità anche un eremita debba
abbandonare la sua cella per sovvenire le persone (d’altronde in
caso di guerra o di calamità pure le tovaglie di un altare latino
diventavano fasce per le ferite dei malati). Ma queste sono
situazioni eccezionali che tali devono rimanere, altrimenti la
cosiddetta “finestra” perde completamente il suo ruolo
essenziale.
E, stando così, alla povera mattonella umile e nascosta del pavimento,
sarà tolta l’unica cosa che la impreziosiva e scaldava: la luce.
Il sacro altare e l’ambone riccamente adornato, poi, non si
distingueranno più da ogni altra cosa, immersi come saranno nel
buio. Così, come per una mente assolutamente mediocre, tutto diverrà
uguale a tutto e lo stesso buio sarà chiamato luce a seconda delle
circostanze.
Chiunque ora può capire che la confusione nella Chiesa è data da una mancanza di luce, ossia da una
mancanza di grazia, non perché mancano i Vangeli o non li si commentano adeguatamente!
“Ma
abbiamo i vescovi, il magistero dei papi che ci spiegano la verità,
le encicliche dei patriarchi”, dicono alcuni. Ecco, è come dire:
“Abbiamo comunque le colonne in questa chiesa e la reggono
efficacemente”.
Sì,
le colonne ci sono e magari sostengono l’edificio a dovere ma in
qual stato è tale edificio? Il suo interno è immerso nell’oscurità
e non è possibile camminarvi perché s’inciampa e si fa danni
ovunque!
Infatti,
le parole non servono a nulla se non c’è una vita che le illumina
dal di dentro e una Chiesa non serve a nulla e, nel caso migliore, in
nulla si distingue da una accademia, se non ci sono in essa dei
monaci e dei mistici asceti che praticano la loro vocazione.
Riprendiamo
a costruire le finestre in alto, più in alto possibile perché sia
tornato a dare il primato al “carismatico” sull’
“istituzionale” laddove quest’ordine è stato secolarmente
capovolto.
La
mattonella del pavimento non può essere finestra e neppure la
colonna lo può essere ma qualcuno lo può forse divenire.
Il
monachesimo santo è l’unico
vero magistero che ci manca perché senza la luce del Sole in
una Chiesa ci si riempie solo di parole, di suoni! Lo stesso Vangelo
senza una vita illuminata non solo non serve più ma diviene pretesto
per irridere il Cristianesimo come di fatto sta succedendo ...
Qualcuno
obbietterà: “Ma nella storia ci sono stati papi e vescovi santi,
veramente carismatici. Un esempio: papa Gregorio Magno. Quindi il
papato stesso è un carisma!”.
Attenzione:
il carisma da essi avuto derivava da una pratica ascetica alla quale
si erano lungamente preparati in precedenza. Essi erano dei monaci
(Gregorio lo era stato) solo successivamente divenuti vescovi.
Cambiarono la loro funzione, da “finestra” a “colonna” (per
usare l’esempio sopra utilizzato) ma con il vantaggio di aver
conosciuto la luce per esserne stati attraversati, non soltanto
esteriormente toccati. Poi, nel caso di Gregorio, il fatto di essere
“colonna” era un peso, non un onore, perché lo distoglieva
continuamente dall’amata preghiera che prima faceva senza essere
continuamente interrotto. Il papato, per Gregorio, era un peso e una
responsabilità, non un “carisma” perché comportava il dovere di
confermare nella fede i propri fratelli e ciò non si può fare con
semplici parole ma con una santa vita!
Nella
prospettiva di questi santi, è cieco o folle chiunque non lotta
nell’ascesi ritenendo sufficiente amministrare la Chiesa con il
Diritto Canonico e formarsi con uno studio intellettuale.
D’altronde,
oggi chi vuole essere “considerato” nel Cattolicesimo gerarchico
è instradato nello studio del Diritto Canonico stesso, non nella
pratica della spiritualità o in un’autentica esperienza monastica!
So
di qualche buon sacerdote cattolico, che voleva ritirarsi in
preghiera per qualche tempo in un Santuario, e poi seppe d’essere
stato ampiamente deriso dai suoi confratelli. Inoltre, se devo
credere a quanto mi hanno riportato, so qualcosa di più grave:
qualche tempo fa un cardinale affermava che, non portando soldi in
Vaticano, i monasteri erano per la Chiesa cattolica perfettamente
inutili!
I
santi e i mistici, che passano attraverso la prassi ascetica
custodita nella tradizione monastica e nella memoria ecclesiale, non
sono medaglie al petto dei vescovi che se ne servono per la loro
gloria individuale, per mostrare la “loro” singolare ragione e
chiederne obbedienza. Le reliquie di questi santi non servono per far
mercato organizzando feste formali con buoni sentimenti. Non sarebbe più vero culto ma feticismo dove non si giunge all'essenziale.
E l'essenziale è che i santi asceti sono i luminari della Chiesa perché hanno permesso alla
Luce di attraversarli per illuminare ogni cosa grazie a cui tutto si
può distinguere.
Oggi
certi tradizionalisti cattolici mostrano un’incredibile ingenuità
meravigliandosi davanti alla rapida secolarizzazione del
Cattolicesimo. Ovviamente, credendosi i custodi di un buon ordine
antico (che in realtà è solo quello dell’epoca moderna), danno la
colpa al Concilio Vaticano II e con ciò pensano di aver risolto
tutto. Le cose, invece, sono assai più complesse: è ovvio che
spostando pian piano nei secoli il primato dal carismatico
all’istituzionale il risultato non poteva che portare all’anemia
del Cattolicesimo attuale e non è che, riportando l’orologio della
storia agli anni ’50 del XIX secolo, si risolve tale crisi. Ci si
pone solo nell’anticamera della situazione odierna lasciando
perfettamente intatti tutti i presupposti per rigenerarla nuovamente.
Tutto
si spiega in modo perfettamente logico, basta riuscire a vederlo: il
carisma (quello vero!) non è una promessa divina che si applica
magicamente, come se lo Spirito Santo automaticamente fosse
assicurato a quel papa o a quel concilio, tant’è vero che i
pronunciamenti gerarchici e conciliari erano anticamente lungamente
vagliati da tutta la Chiesa.
Il
carisma non è la prerogativa dei cosiddetti “movimenti
carismatici”, nei quali pare emergere una specie di nevrosi
collettiva che viene scambiata per dono dello Spirito Santo.
Il
carisma è un’illuminazione interiore di grazia, che da una
profonda conoscenza e coscienza della Chiesa. Per raggiungerla è
necessaria una lotta, come si diceva anticamente, poiché solo “dando
il sangue si avrà lo Spirito”. E anche ciò non è automatico
perché avviene quando Dio vuole. Per questo Cristo usa espressioni
forti al limite del paradossale quando dice: “Chi
ama padre o madre più di me, non è degno di me; e chi ama figlio o
figlia più di me, non è degno di me”
(Mt
10, 37).
La perla preziosa non si da per nulla (cfr. Mt
13, 46)
o per una magica e automatica promessa divina che ci s’illude di
trovare nei Vangeli.
Questo
vale per tutti nella Chiesa, qualsiasi ruolo si assuma in essa,
perché siamo tutti uomini, dal primo dei chierici all’ultimo dei
fedeli, e condividiamo tutti la medesima umanità. E l’umanità,
per essere illuminata, chiede sacrificio (basti pensare alla fatica
che si deve fare per pregare, a volte).
L’umanità
non può essere illuminata dalla grazia (con la conseguenza della
conoscenza che ne deriva) senza sacrificio perché lo stato umano è
quello ereditato dalla disobbedienza adamitica, uno stato opacizzato,
indebolito spiritualmente. È dunque necessario andare, in un certo
senso, contro la propria natura, ossia “dare il sangue” per
“avere lo Spirito”. Come
in una palestra è
necessario molto esercizio per allenare i muscoli, così per
sensibilizzare l’interiorità sono necessarie molte
preghiere e lunghe Liturgie. Chi
pensa di ricevere da Dio sconti, come nella stagione dei saldi,
abbreviando fino al ridicolo la Liturgia della Chiesa è solo stato
ingannato. Sarebbe come chi pretende di vincere una gara senza
essersi esercitato. A questo anticamente si ha sempre creduto.
Credere
che la grazia (e la conoscenza che ne deriva) sia data
automaticamente e per una promessa divina ad alcuni “privilegiati”
nella Chiesa, è come essere davanti ad una superstizione. Da sempre si ritiene che la
grazia sacramentale ha bisogno di una buona disposizione interiore
per agire positivamente, il che dimostra che nella tradizione antica non c’è
alcun spazio per concezioni magiche nella Chiesa!
Prescindere
dallo sforzo umano è allora una superstizione, ma una superstizione
furba, però, perché nella storia religiosa è stata impiegata
sempre e solo per fini di potere unicamente istituzionale. Cos’era,
infatti, la compravendita delle indulgenze? Nonostante oggi che non
esistano più tali eccessi, in alcuni è rimasta questa pericolosa
mentalità.
È
allora chiaro e logico che, attraverso tale mentalità, qualsiasi
cosa detta da un’autorità istituzionale nella Chiesa (papa,
patriarca o metropolita) è senz’altro vera e bisogna obbedirvi
immediatamente perché lo Spirito Santo è loro magicamente
assicurato!
Dopo
quanto detto, dovrebbe risultare evidente che tale mentalità magica
ignora le dinamiche basilari della vita cristiana e il funzionamento
tradizionale della Chiesa.
La
Chiesa nel suo funzionamento armonioso e regolare è, invece,
paragonabile ad un edificio con le sue colonne (i vescovi e il clero
in genere) le sue finestre e lucernari (i mistici e i monaci) e il
suo pavimento (i fedeli). Ognuno deve stare al suo giusto posto
affinché tutto abbia la sua giusta collocazione e chi entra vi trovi
ordine e armonia, ne possa progredire ed esserne positivamente
trasformato.
©
Traditio
Liturgica

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