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venerdì 13 aprile 2018

Ricevo e rispondo

Caro Pietro, ho letto molti sui articoli recenti e passati e volevo ringraziarla perché li trovo di una profondità e di una lucidità disarmante. Ho trovato risposte ad alcune grosse domande che mi ponevo e la ritengo una delle pochissime fonte sicure presente in rete. Ho capito cosa intende quando lei dice che vuole dare degli "strumenti" di lettura per vivere l'evento cristiano: l'altro giorno leggevo un commento di un autore di area cattolica che parlava degli scritti dei padri in modo molto scettico perché si contraddicevano su dei punti e questo fatto per questo autore che usava un certo linguaggio teologico non poteva essere possibile! invece è possibile dato che i padri come ha spiegato lei cercano di spiegare la loro esperienza di Cristo e i termini talvolta per spiegarla possono contraddirsi, ma questo non è un errore o pressapochismo come l'autore in questione ne riferiva. E questi strumenti gli ho imparati dai suoi articoli! grazie! Poi volevo chiederle un'altra questione che ogni tanto mi pongo: quando si parla di testimonianza cristiana oggi di oggi nei tempi cupi che corrono a lei che cosa le viene in mente? Grazie, Mattia.

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Gentile Mattia, 
ho dato un risalto al suo gradito intervento più di quanto non si aspettava, non per portare luce su me stesso (non ha senso!) ma perché avvalora il metodo che in questo blog ho proposto, metodo che, poi, non è mio ma appartiene alla tradizione antica della Chiesa.
La cosiddetta "comprensione" religiosa avviene su più piani, a seconda di come una persona vive. Un tempo si diceva quidquid recipitur ad modum recipientis recipitur per indicare che ognuno recepisce le cose a seconda del suo orientamento e formazione.
Che recepirà il cosiddetto mondano della Scrittura, se non quanto colpisce le sue passioni? Che recepirà l'intellettuale razionalista della Scrittura, se non quanto rientra nel suo schema mentale preconfezionato, scartando perciò quanto non lo è?
Nel primo caso sono toccati e forse vengono pure "drogati" esclusivamente i sensi, nel secondo ci si chiude in un sistema intellettualistico astratto pensando che la realtà vera sia solo questa.
I Padri della Chiesa insistono molto sulla formazione del cuore, ossia sull'interiorità e la spiritualità umana. Una volta che il cuore è sensibilizzato, inizierà a recepire la sapienza della Scrittura, che non coincide affatto con la semplice "intelligenza" della stessa e, tanto meno, con i suoi aspetti meramente superficiali.
I termini e i concetti cristiani tradizionali sono relativi unicamente alla sapienza e se, a volte, sembrano contraddire l'intelligenza, ciò vuol semplicemente dire che la superano.
La chiave per entrare nella sapienza dei Padri, che poi è la sapienza biblica tout-cour, è l'umiltà: sapere di non sapere. L'umiltà unita al lume perennemente acceso della preghiera e della contrizione apre la via alla conoscenza sapienziale.
Poco importa se tale conoscenza non è sempre possibile esprimerla a parole. Sta di fatto che può essere intuita, vissuta, in qualche modo testimoniata. La vicinanza con qualcuno che la incarna provocherà inevitabilmente una certa sua irradiazione su di noi. "Non sentivi che il cuore ci bruciava?", dicono i discepoli di Emmaus capendo da ciò che il viandante sconosciuto era l'uomo-Dio, la Sapienza di Dio. 
Oggi si parla di "nuova evangelizzazione" ma, figli del razionalismo e dell'illuminismo qual siamo, pensiamo di evangelizzare con qualche ora di bla-bla-bla e con un po' di spettacolo sensazionalistico.
Non combineremo nulla.
L'evangelizzazione è l'irradiazione, come da un sole, di un'energia nuova che proviene da cuori purificati, in altre parole è il contatto con l'Al di là già in questo mondo.

Nei tempi attuali, così difficili e disorientanti, Dio è sempre presente. Non resta che prendere la via indicata anticamente per scoprirlo. Passeranno i personaggi che oggi sembrano magnifici, passeranno le chiacchiere e le confusioni, Dio rimane e rimarrà. Avvicinarsi a Dio comporta, per l'antica tradizione, preparare il cuore, non riempirsi il cervello, camminare nell'umiltà e nel nascondimento, non cercare palcoscenici mondani o ecclesiastici per gonfiarsi come ranocchi, vivere nella perenne contrizione, non in un inutile e controproducente "pride". L'uomo da solo non è nulla, è come l'erba del campo che il mattino fiorisce e la sera dissecca... Ma l'uomo toccato dalla trascendenza si rinnova e può veramente dire "Cristo è risorto" per averlo interiormente colto.

Le auguro cordialmente ogni bene.


  

2 commenti:

  1. Caro Pietro, mi unisco al ringraziamento di Mattia e lo faccio per le stesse ragioni che lui ha espresso. Ho anch'io fatto tesoro, pur nei miei limiti, del metodo che lei ha sempre proposto. Dopo qualche esitazione, mi sono convinto del fatto che avesse sostanzialmente ragione nelle sue "diagnosi" sulla attuale crisi di fede - dovuta al razionalismo che si è impossessato dell'Occidente - e sulle "terapie" che propone, ossia tornare ai Padri, nostra radice comune e nostri buoni educatori del cuore.
    Per quanto riguarda il tema della nuova evangelizzazione e il fatto che essa non richieda discorsi convincenti, ma la conversione dei nostri cuori mediante la grazia divina, vorrei riportare un detto che si trova negli Apoftegmata Patrum, nel capitolo dedicato ad Abba Antonio: "Tre Padri avevano l'abitudine di andare a visitare Antonio ogni anno e due di loro erano soliti discutere dei loro pensieri e della salvezza delle loro anime con lui, ma il terzo rimaneva sempre in silenzio e non gli chiedeva nulla. Dopo molto tempo, Abba Antonio gli disse 'vieni spesso qui a vedermi, ma non mi chiedi mai niente', e l'altro rispose, 'Padre, a me basta vederti' " Purtroppo non vedo molti eredi di Abba Antonio attorno a me, ma non ho dubbi sul fatto che la miglior evangelizzazione la faccia il fedele trasfigurato dalla grazia.
    Un cordiale saluto

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  2. Gentile Michele,
    l'apoftegma da lei citato è fondamentale: l'esperienza in Cristo non è questione di chiacchiere ma di grazia vissuta e zampillante nel cuore i cui effetti si irradiano attorno alla persona. La memoria di Dio (ossia la preghiera), quando diviene frequente contribuisce a creare un "guscio" protettivo attorno alla persona, un'atmosfera che le da pace. Nella memoria frequente si è poco a poco disposti in modo tale da comprendere con una luce nuova (certamente non razionalistica!) le Scritture e il baricentro di se stessi scende nel cuore, luogo in cui la stessa mente si rifugia estraniandosi, dunque, dalla folla di pensieri nocivi o noiosi che possono affliggerla.
    A quel punto si comprende la differenza profonda esistente tra la dispersione o dispersività - oggi imperante - e l'interiorizzazione, essenziale per un minimo progresso nella fede.
    Le passioni di qualsiasi natura tendono ad estraniare l'uomo da se stesso, strappandolo dalla casa del cuore per farlo risiedere in altri luoghi.
    Il monastero, per i santi Padri, non è altro che il luogo in cui il figlio prodigo ritorna, la casa paterna, dopo aver provato la dispersione dovuta alle passioni.
    Solo nella casa paterna ritrova se stesso, il suo senso e il suo centro, casa paterna che è in effetti il vero volto della Chiesa.
    A quel punto un uomo così disposto è pronto ad accogliere la Grazia che Dio irradia quando lo ritiene opportuno. Nella forza della grazia avviene l'esperienza della pace, gioia e illuminazione nello Spirito santo. A quel punto si capisce che il Paradiso non è una pia speranza ma una realtà effettiva. Stando davanti all'Abbà Antonio basta guardarlo per vedere i raggi di grazia irradiare dal suo volto. Non serve altro se non questa esperienza, fosse solo di un istante. Il resto è vanità e noia.

    Come ben comprende tutto ciò è dovuto alla preghiera unita strettamente all'umiltà e alla contrizione. Ma come capire la qualità della propria preghiera?
    Quando la preghiera è sentita come un puro dovere e le si concede qualche angolo isolato della propria giornata la sua qualità è molto bassa. Solitamente questa preghiera è puramente mentale (quando, peggio!, non sia sentimentale). Perché la preghiera sia viva è necessario che scenda nel cuore e da lì provenga. A quel punto, se Dio lo vuole, la preghiera assume un calore e un gusto tutto nuovo. Chi la esegue sa di non farlo più per "compiere un dovere", non osserva più l'orologio aspettando il tempo per finirla, ma la rende frequente e, nei casi più elevati, continua.
    Se nelle Chiese non si inizia a dire tutto ciò si continuerà a girare a vuoto o a giocare con il Vangelo con le conseguenze che tutti vediamo attorno a noi.

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