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domenica 8 luglio 2018

Spigolature...

Osservando il Cattolicesimo contemporaneo, una delle cose a mio avviso più interessanti è l'atteggiamento psicologico assunto dalle persone dinnanzi alle problematiche presenti nella Chiesa cattolica (relativizzazione o annullamento della dottrina, perdita dei principi morali, ecc.). 

Tra i cattolici frequentanti un gran numero o non riesce a vedere tali problematiche o le minimizza notevolmente, ritenendole solo un adattamento ai tempi attuali, dando l'impressione di una Chiesa nella quale, di fatto, la verità di oggi non deve necessariamente coincidere con la verità di ieri. 

Un numero minore riesce a valutare oggettivamente lo scollamento tra prassi, dottrina e morale tradizionale e ne soffre. Sono i cosiddetti “conservatori” legati, in un modo o in un altro, al ricordo di una Chiesa nella quale si aveva ancora il coraggio di praticare e predicare tutto un altro modo di essere, pur con i limiti di allora. I “conservatori”, come ho già avuto modo di dire, non sono i “tradizionalisti”, ossia quel gruppo ancor più esiguo di persone i quali, dall'esame delle problematiche, giungono alle logiche conseguenze nella prassi. I “conservatori” si lamentano che le cose non vanno bene ma, all'atto pratico, non oppongono alcuna reale ed efficace resistenza al cambiamento, a differenza dei cosiddetti “tradizionalisti” che perciò, per la stampa liberal-chic, sono i “cattivi” della situazione. 

Tuttavia, esiste una caratteristica comune a questi due ultimi gruppi: entrambi soffrono di una certa soggezione verso l'autorità, seppur in modo differente. 

I “conservatori”, che rimpiangono il bel passato, ritengono che l'autorità ecclesiastica sia intangibile: la si potrà criticare ma non ci si può opporre ad essa per cui è essenziale esserne legati. È letteralmente insopportabile l'idea di non averci più a che fare. 

Ad esempio, in una Chiesa che progressivamente diviene tutta ariana, queste persone, pur opponendosi teoricamente all'arianesimo, finiranno per sottomettersi ad esso pur di rimanere in comunione con il proprio vescovo diocesano. E se qualcuno mostrerà loro questa contraddizione, essi pian piano finiranno per negare all'arianesimo il carattere di eresia, vedendolo come un adattamento alla mentalità contemporanea solo apparentemente in contrasto con il passato, un modo differente di esprimere la verità di ieri. Chi non vede, qui, la riduzione della verità cristiana ad un semplice gioco intellettuale? (1)

I cosiddetti “tradizionalisti” hanno idee più chiare: comprendono che è la verità di sempre a fondare la legittima autorità e, partendo da tale principio, possono fare scelte coerenti che richiedono non poco sacrificio personale. Tuttavia, anche loro pongono enfasi all'autorità gerarchica e ciò può inclinare alcuni a quell'atteggiamento psicologico tipico dei “conservatori” sopra esaminato. È esattamente questo che spiega il cambiamento di alcuni “tradizionalisti”, cambiamento che potrebbe sembrare inspiegabile se osservato superficialmente (2): fino ad un certo periodo essi pensano che la verità sia più importante di un'autorità ecclesiastica che l'annebbia, da un certo periodo in poi, ritengono che l'autorità stessa sia indiscutibile e che la verità debba di fatto adattarsi ad un nuovo contesto e corso storico. 

Questo crea non poche stupefacenti “conversioni”. Tra le diverse da me viste ne cito un paio.

Ricordo un laico, gran benefattore storico della Fraternità san Pio X, particolarmente affezionato a mons. Lefebvre, il quale ad un certo punto fece ritorno alla sua diocesi chiedendo al vescovo diocesano scusa per i suoi atteggiamenti contro la carità ecclesiale. All'origine di tale “conversione” ci fu un suo profondo turbamento all'idea che la Fraternità non potesse più aver a che fare con la sede romana. Così, se costui fino a ieri chiamava “eretico” Paolo VI, fra non molto non avrà alcun problema a dichiaralo santo dal momento che il papa attuale lo canonizzerà. Immagino che ora gli atteggiamenti di Bergoglio criticati aspramente dai  “tradizionalisti” non lo scandalizzeranno  affatto: il capo ha sempre ragione!

Ricordo anche l'esempio di un giovane il quale, come un primo tempo fu affascinato dai “lefebvriani”, in un secondo tempo ne sentì orrore davanti alla logica idea di doversi allontanare dalle strutture diocesane e dal papa stesso. Sentirsi solo per avere assunto responsabilmente delle logiche decisioni lo atterriva e questo gli fece voltare le spalle ai “lefebvriani” (3)

Ora, al di là delle scelte di campo (chi scrive non appartiene a tali campi), al di là del fatto stesso che Paolo VI sia stato eretico o santo, quello che qui fa veramente problema è l'atteggiamento psicologico assunto e che, quanto meno, è contraddittorio per non dire patologico. 

Come si fa a sopportare tale contraddizione? Non lo arrivo logicamente a capire... Posso capire coloro che sono da sempre stati relativisti, in quanto comunque coerenti con loro stessi, ma non una persona che fino a ieri non lo era e che da oggi in avanti lo diviene. Infatti, tali contraddizioni non si spiegano sul piano della logica ma su quello della pura psicologia.

Per la logica l'autorità ecclesiastica si spiega richiamando il vangelo: l'apostolo Pietro è fondamento della Chiesa, secondo il noto passo evangelico, nella misura in cui diviene pietra, ossia rimane nella fede in modo stabile e inalterato. Non è fondamento della Chiesa a prescindere dalla fede o relativizzandola. Ne consegue che l'autorità nella Chiesa è tale fintanto che esprime questa fede neotestamentaria, stabile e inalterata. Nella misura in cui l'autorità non trasmette o offusca tale fede (il che è sempre possibile), perde il suo carisma e non è più vincolo di unità. Lo scisma inevitabile creato (latente o evidente che sia), non è determinato da chi ha conservato la fede nei riguardi dell'autorità che l'ha relativizzata ma dall'autorità relativista verso chi ha conservato la fede. 

Quando vedo qualche esponente tradizionale del clero cattolico e qualche altro del cattolicesimo "ufficiale" non posso non vedere di fatto almeno due chiese che vivono ancora sotto lo stesso tetto. Non esiste, tra loro, uno scisma conclamato ma un vero e proprio scisma di fatto, tanto diverso è il loro stile e il loro stesso modo di porsi al mondo. La fede, dunque, determina e legittima l'autorità, non il contrario (4) e l'autorità stessa non è magicamente protetta dal cadere in errore.

Ma se, in luogo di osservare questo punto fondamentale, si pone accento sulla questione psicologica, ossia sul bisogno perfettamente umano di rimanere collegati ad una società di persone con la sua gerarchia rassicurante, tutto si capovolge e si sconvolge. 

In questo caso non solo non avremo avuto un sant'Atanasio ma assai prima dei tempi attuali il Cristianesimo si sarebbe disciolto in una delle tante filosofie o gnosi secolari.

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(1) Il lettore non si lasci sfuggire questo appunto perché è proprio l'intellettualizzazione della verità, prescindendo dalla sua possibilità di viverla, che ha generato mostri nel Cristianesimo occidentale. Una pura intellettualizzazione non tocca più la vita e, di conseguenza, le questioni psicologiche dei "conservatori" (o di altri gruppi cattolici) divengono più importanti della verità stessa e delle sue conseguenze pratiche. La prevalenza degli aspetti psicologici su quelli spirituali (che affondano le loro radici nella dogmatica) avviene proprio perché la spiritualità non dice più nulla e si è operata una "arianizzazione" del Cristianesimo che finisce per toccare e accomunare molti "conservatori", "tradizionalisti" e "progressisti" cattolici.

(2) Ecco perché l'abbé Paul Aulagnier, che nel 1993 rampognava padre Gerard Calvet di aver abbandonato i tradizionalisti entrando in piena comunione con la "Roma modernista" (vedi qui), nel 2004 fece la stessa cosa.

(3) È interessante esaminare questa paura, quasi un horror vacui. Qui, al di là delle giustificazioni teologiche che si sono date nella storia, l'attenzione è posta su un elemento umano: la relazione con una istituzione o un particolare gerarca ecclesiastico. Venendo meno questa, pare esistere un vuoto quando, in realtà, non è affatto così. La comunione con Cristo finisce per dire assai di meno rispetto alla comunione con un gerarca ecclesiastico il che, sinceramente, sembra essere un vero e proprio arianesimo ecclesiale: della Chiesa si apprezza veramente solo l'aspetto materiale e visibile e, di fatto, pare poco importante quello invisibile e spirituale. In tutto ciò si da per scontato che la parte visibile della Chiesa porti necessariamente e automaticamente a quella spirituale quando nella realtà non è sempre così e si deve distinguere caso da caso.

(4) Non si deve ritenere quest'enfasi dell'autorità una questione puramente personale poiché ha un'origine chiaramente istituzionale: è la sede romana che per secoli ha enfatizzato la sua autorità fino al punto da determinare, nel singolo credente, una soggiacenza tale da farla precedere alla verità stessa. La stessa autorità episcopale, per quanto non celebrata come quella romana, riveste in questo contesto un ruolo decisivo. Quello che si determina nel singolo non viene certamente ammesso nella dottrina cattolica tradizionale che ha cura di fare le dovute distinzioni ma di fatto avviene correntemente nella pratica e si verifica anche in altre situazioni rispetto a quelle sopra evidenziate. Il rischio più che evidente è che l'autorità gerarchica potrebbe non servire pienamente la verità ma servirsi e modificare la verità stessa, come in non poche occasioni è storicamente avvenuto. 

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