La lettera-bomba di mons. Viganò sulla spinosa questione del clero omosessuale e, in particolare, sull’abusatore seriale mons. McCarrick, non ha fatto altro che rendere ulteriormente noto un problema sempre più grande all’interno del Cattolicesimo.
A dire il vero, non è solo il mondo cattolico ad avere tali problemi ma, più o meno, tutte le Chiese cristiane, il che significa essere dinnanzi a dei problemi umani sempre più grossi.
Un clero gay sempre più libertino può essere qualificato come una vera e propria infiltrazione massiva di estranei all’interno della Chiesa, ossia di uomini che si servono della Chiesa piegandola e usandola per le loro finalità (soldi, sesso e quant’altro), senza necessariamente servire la Chiesa.
Tali estranei, gay o meno, sono sempre esistiti ma oggi il loro numero è talmente aumentato da mettere in serio pericolo la credibilità della Chiesa stessa.
Qui non è in gioco una banale questione sessista o “omofobica”, come direbbero alcuni, ma un vero e proprio rovesciamento di sensi e di valori: laddove un tempo era la Chiesa a cambiare le persone, oggi sono certe persone a cambiare la Chiesa (o a tentare di farlo) abbassando indefinitamente le esigenze evangeliche o traducendole in questioni sociologiche o psicologiche che poco o nulla hanno a che fare con il cuore del Vangelo.
Certamente nel mondo cattolico odierno stanno arrivando tutti i nodi al pettine, dopo decenni di allegra tolleranza e, pure, di spensierata licenza al punto che, per quanto riguarda i chierici gay, le loro cordate si alimentano e s’ingrossano sempre più divenendo sempre più sfacciate perché, alla fine, protette dalle massime autorità.
Le massime autorità si servono di loro in quanto ricattabili poiché ciò è utile a chi gestisce un'istituzione con rigidi criteri mondani di potere. Perciò essi vengono privilegiati e promossi.
È vero che la Chiesa accoglie e deve accogliere tutti ma non per lasciarli nella loro situazione primigenia o, peggio, per radicarli nelle loro secolari convinzioni.
Così, il vero problema per la Chiesa non è che un uomo sia gay ma che pratichi la sua sessualità fino a giustificare il libertinaggio senza porsi alcuno scrupolo e si dica, al contempo, cristiano.
Questo è problematico perché non implica una semplice questione morale ma uno stile di vita!
Non si vuole affatto fare degli stereotipi sottolineando certe tipologie caratteriali poiché chi non ha potuto constatare, nella realtà, che nel mondo gay esistono pure persone “allegre” ossia caratterialmente leggere, vacue, superficialmente estetiche?
L’uso di “gay” (ossia “allegro”) per qualificare tali persone non è buttato a caso e finisce per rappresentare uno stile che, di fatto, è opposto a quello tradizionale della Chiesa dove, al contrario, prevale l’interiorità, la moderazione, la profondità spirituale.
Chi non ha incontrato, almeno una volta, il tipico gay (o il chierico gay) estroso, vezzoso, capricciosamente femminile? [*] E come non notare che tale stile è diametralmente opposto a quello del saggio uomo spirituale, dell’asceta che vive nell’essenzialità e nelle rinunce? Questo tipo di clero rappresenta, dunque, il tipico “prete moderno”, come dice il popolo correntemente, non il “prete di sempre” come dovrebbe essere, il prete disperso nelle chiacchiere da salotto, non il prete dedito all'adorazione...
Non si tratta semplicemente di essere dinnanzi a sensibilità differenti che devono coesistere nella stessa casa, si tratta di un vero e proprio rovesciamento di mentalità dove la mentalità mondana ha sostituito quella ecclesiale tradizionale.
La questione gay richiama ed esprime senz’ombra di dubbio una certa cultura attuale nella quale ognuno deve aver diritto ad esprimere se stesso, così com’è. Questa cultura, che potremo definire individualista, è semplicemente contraria alla cultura della Chiesa nella quale l’individuo ha valore tanto in quanto esprime e incarna la tradizione, non quando finisce per rovesciarla per esprimere la sua individualità.
La questione gay richiama ed esprime senz’ombra di dubbio una certa cultura attuale nella quale ognuno deve aver diritto ad esprimere se stesso, così com’è. Questa cultura, che potremo definire individualista, è semplicemente contraria alla cultura della Chiesa nella quale l’individuo ha valore tanto in quanto esprime e incarna la tradizione, non quando finisce per rovesciarla per esprimere la sua individualità.
Che piaccia o no ci troviamo dinnanzi a due mondi contrapposti che non è possibile conciliare. O prendere o lasciare!
Quindi quando parliamo dei “diritti” dei gay (ma potremo anche accennare ai “diritti” delle donne, delle minoranze etniche e così via) e cerchiamo di introdurre tali concetti nell’ambito della Chiesa, è come cercare di mescolare l’acqua con l’olio, dal momento che ci troviamo dinnanzi ad elementi costituzionalmente diversi, che puntano a finalità differenti. Non dico che un ambito è buono e l’altro è cattivo, dico che ci troviamo dinnanzi a realtà diverse che tali devono essere riconosciute.
Nella Chiesa non esiste un “diritto” ad essere gay ma un dovere ad assumere l’animo di Cristo che non è un animo secolare ma uranico e ascetico.
Parlare di “diritti” nella Chiesa significa introdurvi una logica puramente secolare che, alla fine, confligge con le basi della Chiesa stessa a meno di non cambiare quest’ultima fino a farle assumere connotati antitradizionali, come sarebbe in chi trasforma l’olio in acqua in modo che l’acqua che vi si aggiunge possa mescolarsi a quella preesistente senz'alcun problema.
Affrontare la questione gay nella Chiesa come una questione puramente morale è assolutamente riduttivo e può finire per esporre il fianco ai più fieri detrattori della Chiesa stessa come, ad esempio, a chi nega la nozione stessa di peccato.
L’esortazione antica con la quale s’invitava le donne convertite a “divenire uomini” significava, in altri termini, deporre l’animo vezzoso, capriccioso, superficiale per assumere l’animo essenziale di un certo tipo di uomini, perché solo nell’essenzialità si può incarnare il Vangelo.
L’esortazione antica con la quale s’invitava le donne convertite a “divenire uomini” significava, in altri termini, deporre l’animo vezzoso, capriccioso, superficiale per assumere l’animo essenziale di un certo tipo di uomini, perché solo nell’essenzialità si può incarnare il Vangelo.
Se ciò riguarda le donne, che dire di un certo tipo di gay, modaioli e goderecci? E allora che senso ha vaneggiare di una “Chiesa giovane”, allegra, bontempona e aperta a tutte le mode?
Non esiste una “Chiesa giovane” o una “Chiesa vecchia” ma la Chiesa di sempre!
Qui non si tratta di “avercela” con qualcuno o con un certo tipo di cultura, non si tratta di condannare l’allegria vissuta con equilibrio e moderazione, ma di far in modo che le persone giuste trovino la loro giusta collocazione senz’alterare un ambiente che, piaccia o no, è quello che è e tale deve rimanere.
Dal momento che oramai in Occidente si è piegata la Chiesa a riferimenti puramente mondani (quali sono la questione dei “diritti” e dell’indiscriminata integrazione per tutti), non vedo via di uscita o, quanto meno, mi è assai difficile vederla, umanamente parlando.
Una persona razionale che conosce la tradizione della Chiesa dovrebbe farsi molti dubbi, osservando l'attuale stato del mondo Cattolico, aperto a tutto tranne che ad un sano ritorno alle tradizioni.
Di sicuro, come si è detto, un tempo la Chiesa cambiava le persone ma oggi sono le persone che vogliono cambiare la Chiesa. Questo capovolgimento ha qualcosa di profondamente antievangelico e, laddove si verifica, è tale da togliere ad una comunità cristiana le caratteristiche della vera Chiesa, quella voluta da Cristo ...
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[*] Queste tipologie esistono sia tra i cosiddetti "tradizionalisti" sia tra i cosiddetti "progressisti", il che può accomunare questi due ambiti facendo loro esprimere un identico ethos che, di fatto, è molto secolare.
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[*] Queste tipologie esistono sia tra i cosiddetti "tradizionalisti" sia tra i cosiddetti "progressisti", il che può accomunare questi due ambiti facendo loro esprimere un identico ethos che, di fatto, è molto secolare.

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