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sabato 22 settembre 2018

L'isolamento del Patriarca Ecumenico Bartolomeo I

Come indicato nei due post precedenti, l'iniziativa del patriarca Bartolomeo I di concedere l'autocefalia alla chiesa scismatica ucraina è foriera di molte conseguenze all'interno dello stesso mondo ortodosso. Oltre a varare un nuovo tipo di ecclesiologia, molto simile a quella cattolico-romana dove il papa può intervenire direttamente e senza invito alcuno in una qualsiasi Chiesa locale, iniziativa inaudita nell'Ortodossia che non attribuisce alcun "servizio petrino" a Costantinopoli [1], tale innovazione non nasce dal nulla. Infatti può discendere da una tendenza costante e coltivata lungamente di porsi al di sopra della Chiesa, non di stare nella Chiesa, uno stile, inutile dirlo, praticato negli ambienti fanarioti e che porta almeno parte dei suoi chierici ad avere atteggiamenti sempre più clericalisti, impositivi, apodittici e lontani dal popolo. D'altra parte, si può ben dire che la Chiesa locale di Costantinopoli sia una Chiesa quasi priva di popolo e oramai composta da soli chierici. Questo produce facilmente molte conseguenze e contribuisce a spiegare l'iniziativa individuale del Patriarca Ecumenico che, alla fine, lo spinge in un autoisolamento ecclesiale, dal momento che la maggioranza delle Chiese autocefale ortodosse condannano tale sua recente iniziativa. D'altronde, è assolutamente controproducente sostenerla invocando la storia e distorcendone i fatti, come sta facendo qualche gerarca del Patriarcato Ecumenico senza il minimo timore di cadere in un palese ridicolo e nullificare ciò che resta della propria autorevolezza (vedi qui). Le sorti di Bartolomeo I, sempre più isolato e contestato (non dimentichiamo il flop del Concilio di Creta sul quale gran parte dell'Ortodossia preferisce non parlare più), ricordano quelle di Francesco I le cui innovazioni antitradizionali trovano sempre più resistenze nel mondo cattolico. Ciò suggerisce una specie di "unità spirituale" tra Oriente e Occidente (diretta forse da identici "cosiglieri" [2]?) basata su mentalità e criteri unicamente secolari.

  
Il patriarca Teofilo di Gerusalemme: 
"L'unità della Chiesa è un dono dello Spirito Santo, e noi siamo chiamati a preservarla e rafforzarla. La distruzione di questa unità è un grave crimine. Condanniamo nei termini più categorici coloro che stanno commettendo azioni dirette contro le parrocchie della Chiesa ortodossa canonica in Ucraina. Non invano i santi padri ci ricordano che la violazione dell'unità della Chiesa è il peccato più grave".

Il patriarca Teodoro II di Alessandria e di tutta l'Africa: 
"Preghiamo Dio, che fa tutto per il nostro bene, che istruisca tutti per una soluzione a questi problemi. Se lo scismatico Denisenko [l'autoproclamato "patriarca" dello scismatico "Patriarcato di Kiev"] vuole tornare nel seno della Chiesa, allora deve rivolgersi da dove è partito. Ciò che è caduto deve tornare da dove è caduto. Dio è misericordioso verso coloro che si pentono e la Chiesa perdona e accoglie nel suo abbraccio materno tutti coloro che si pentono". 

Il patriarca Giovanni X di Antiochia e di tutto l'Oriente: 
"La Chiesa antiochena si erge insieme alla Chiesa russa, contro lo scisma della Chiesa in Ucraina". 

Il patriarca Ilya della Georgia: 
"Sua Beatitudine non è d'accordo con l'iniziativa del Patriarcato ecumenico riguardante l'Ucraina, poiché riconosce solo la Chiesa legittima guidata dal Metropolita Onuphry". 

Il metropolita Rostislav delle terre ceche e della Slovacchia: 
"Uno scisma, causato dall'egoismo dell'uomo, può essere guarito solo attraverso il pentimento e il ritorno alla Chiesa. La nuova autocefalia deve essere il risultato di un consenso".

Il patriarca Ireneo di Serbia:
"La ragione di questa lettera è la preoccupazione del Santo Sinodo della Chiesa ortodossa serba e del suo patriarca a seguito dell'interferenza dei gerarchi del Patriarcato ecumenico, riguardo alla concessione del Tomos di autocefalia  a entità scismatiche ucraine, contro la volontà della Chiesa russo-ortodossa in nome della maternità ecclesiastica del passato cioè di un nuovo parametro canonico. Un argomento simile è usato anche per la "Chiesa ortodossa di Macedonia". L'eresia dell'etnofloretismo è una delle disgrazie essenziali dell'ortodossia contemporanea!".

(Cfr. qui e qui)

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[1] Se Roma, per avvalorare il servizio super-ecclesiale del suo vescovo, ha fatto appello al noto passo di Mt 16, 18-19, almeno da un certo periodo in poi, tale motivazione apostolica non esiste a Costantinopoli che, dunque, non può appoggiare il "papismo" di Bartolomeo su nulla. Neppure il fatto che, al tempo del primo Concilio ecumenico, fosse vista come la seconda Chiesa dell'Impero ne avvalora l'attuale ruolo, se non per una sorta di vetusta consuetudine. Infatti, oramai l'Impero romano non esiste più, il millet turco nemmeno e Costantinopoli, ossia Istanbul, è una città quasi totalmente mussulmana, totalmente estranea al Fanar che ospita e a volte sopporta. Se dovessimo adoperare i criteri del primo Concilio ecumenico al tempo presente, il protos non sarebbe più Bartolomeo ma il patriarca di Mosca, in quanto sede con maggior numero di fedeli e influenza. Che, dopo la caduta dell'impero bizantino, Bartolomeo I stia accellerando, senza volerlo e senza averne coscienza, la caduta del suo patriarcato?

[2] Vedi qui.

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