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lunedì 14 ottobre 2019

Chiesa ortodossa russa: "L'invalidità delle ordinazioni nella nuova chiesa ortodossa ucraina"


Église orthodoxe russe : « De l’invalidité des ordinations dans la nouvelle l’Église orthodoxe d’Ukraine »
Il "vescovo" Epifanios capo della pseudo chiesa Ucraina
riconosciuto come legittimo dal patriarca Bartolomeo e dalla Chiesa di Grecia, 
Il Dipartimento per le relazioni estere della Chiesa ortodossa russa ha messo in linea lo scorso 7 ottobre la traduzione francese dei commenti del Segretariato della Commissione sinodale biblica e teologica della Chiesa ortodossa russa intitolata: “Sull'invalidità delle ordinazioni di scismatici Ucraini e la non canonicità della ‘Chiesa ortodossa ucraina’”. [Si propone questa traduzione anche per sottolineare che la recente accoglienza della pseudo-chiesa ucraina da parte della Chiesa di Grecia è cosa particolarmente grave. ndt].

14 ottobre 2019
di Jivko Panev

   
Commenti del segretariato della Commissione sinodale biblica e teologica della Chiesa ortodossa russa.

Il procedimento unilaterale del Patriarcato di Costantinopoli in Ucraina, conclusosi nel gennaio 2019 con la firma di un cosiddetto “tomos di autocefalia”, nonostante la volontà contraria dell’episcopato, del clero, dei monaci e dei laici della Chiesa ortodossa ucraina ha suscitato un vivace dibattito nei circoli ecclesiastici. Un’analisi della letteratura su questo tema mostra che molti di coloro che sono coinvolti in questi dibattiti mettono in stretta relazione la questione ucraina con le nozioni chiave dell’ecclesiologia ortodossa, come la successione apostolica, l’economia e i suoi limiti, il funzionamento del Chiesa ortodossa a livello universale, la conciliarità e il primato. Nelle loro opere, molti autori, compresi autori di lingua greca, sono giustamente preoccupati di come la successione apostolica sarà preservata intatta, dopo la decisione del Sinodo del Patriarcato di Costantinopoli di ammettere degli individui nella comunione eucaristica che non sono stati legittimamente ordinati.

Le principali tesi prodotte dal Patriarcato di Costantinopoli per giustificare i suoi interventi in Ucraina sono già state esaminate in dettaglio dalla Commissione sinodale biblica e teologica, nei commenti alla lettera del patriarca Bartolomeo all’arcivescovo Anastasio d’Albania del 20 Febbraio 2019, pubblicati dal Patriarcato di Costantinopoli. Mentre il dibattito sulla questione ucraina è continuato tra i vescovi, il clero e i laici di alcune Chiese ortodosse locali, il Segretariato della Commissione ha commentato le questioni più importanti sollevate durante la discussione.

Il problema della successione apostolica tra i “gerarchi” scismatici 

La maggior parte delle “consacrazioni” episcopali nella “Chiesa ortodossa ucraina” risalgono all’ex metropolita di Kiev e di tutta l’Ucraina, Filarete Denissenko, bandito il 27 maggio 1992 dal Concilio episcopale della Chiesa ortodossa ucraina e poi ridotto allo stato laicale dal Concilio episcopale della Chiesa ortodossa russa l’11 giugno 1992. Il monaco Filarete non si pentì e continuò la sua attività scismatica, particolarmente nel territorio di altre Chiese autocefale cosicché il Concilio episcopale della Chiesa ortodossa russa del 18-23 febbraio 1997, lo scomunicò con l’anatema. Sebbene abbia fatto più volte ricorso al Patriarca di Costantinopoli, la sua condanna è stata riconosciuta dalla Chiesa ortodossa costantinopolitana e da altre Chiese locali, come attestano i documenti.

Nell’ottobre 2018, il Patriarcato di Costantinopoli annunciò improvvisamente che avrebbe dato ascolto a un altro appello del monaco Filarete e che lo stava ripristinando nel suo rango e nel suo titolo di “ex metropolita di Kiev”. Denissenko, tuttavia, non ha fatto penitenza e la decisione del Santo Sinodo del Patriarcato di Costantinopoli non è stata preceduta da un riesame del suo fascicolo né dalle accuse mosse contro di lui. Cinque mesi dopo la concessione del “tomos di autocefalia”, il metropolita  Denissenko e alcuni altri “vescovi” si ritirarono dalla “Chiesa ortodossa ucraina” riconosciuta da Costantinopoli e dichiararono che stavano riformando il “Patriarcato di Kiev”, consacrando nuovamente a tal scopo dei “vescovi”.

Si vedrà che Filarete fu deposto per scisma ma che questa causa, pur essendo una delle principali, non fu la sola. L’atto giudiziario del Concilio dell’11 giugno 1992 cita, tra l’altro, le seguenti accuse: “metodo autoritario di leadership ..., totale disprezzo della voce conciliare della Chiesa”, “spergiuro”, “deformazione consapevole delle decisioni autentiche del Concilio episcopale”, “si è arbitrariamente attribuito il potere collegiale”. La validità di queste accuse fu, con ogni probabilità, respinta senza esame dal Sinodo di Costantinopoli, ma presto dimostrata dallo stesso Filarete, autore di un nuovo scisma, questa volta all’interno della nuova struttura stessa, praticamente ricadendo nella condotta che ha motivato la sua deposizione quasi trentanni fa. Pertanto, l’unico gerarca dell’ex “patriarcato di Kiev”, che a suo tempo era stato canonicamente consacrato, respinse la nuova “chiesa autocefala” e respinse pubblicamente il cosiddetto “tomos di autocefalia”.

Inoltre, la gerarchia della cosiddetta “Chiesa ortodossa autocefala ucraina” è stata pienamente integrata nell’“episcopato” della “Chiesa ortodossa ucraina”. Tuttavia, questo “episcopato” risale alle “consacrazioni” fatte nel 1990 dall’ex vescovo di Jitomir, Jean Bodnartchouk (ridotto allo stato laicale con una decisione del Santo Sinodo della Chiesa ortodossa russa nel 1989) e dall’ex diacono Victor Chekaline (ridotto allo stato laicale nel 1998 per immoralità), un impostore che finge di essere vescovo, senza essere mai stato consacrato, neppure dagli scismatici. Gli scismatici cercarono di “provare”, usando documenti falsi, che un altro gerarca aveva partecipato alla consacrazione dei primi “vescovi” dell’UAOC con Bodnartchouk, ma un attento esame, basato su documenti provenienti dagli archivi, ha stabilito che quest’informazione era completamente falsa.

Parte della “gerarchia” della “Chiesa ortodossa autocefala ucraina” è stata riconsacrata da Filarete Denissenko, ma le “ordinazioni” di numerosi “vescovi” di questa struttura risalgono a Chekaline, compresa la “consacrazione” del Nikolai Maletitch, che deve attribuire pure la sua alla gerarchia Chekaline. Senza nemmeno avere la successione apostolica, lex arciprete Nikolai Maletich è stato ristabilito dal Patriarcato di Costantinopoli nel titolo di ex metropolita di Leopoli. Questo fatto dimostra che il Santo Sinodo del Patriarcato di Costantinopoli ha restaurato i due leader con le loro gerarchie senza aver neppure studiato le circostanze della loro uscita verso lo scisma e quelle della loro condanna, né la questione della successione di consacrazioni scismatiche, o anche senza aver letto gli elementi principali della loro biografia.

I limiti di applicazione del principio di economia 

La prima e assolutamente necessaria condizione per l'applicazione del principio di economia nell'accoglienza di vescovi o chierici scismatici nella Chiesa, è l'espressione del loro pentimento. San Basilio Magno, nella sua prima regola, afferma: "Quanto a quelli che si trovano nelle parasinagoghe, quando si sono perfezionati con una giusta penitenza e un serio pentimento, devono essere ricollegati alla Chiesa". Egli testimonia che "gli stessi personaggi costituiti in dignità, usciti con i ribelli, sono ammessi nello stesso ordine, dopo aver fatto penitenza". Anche altri autorevoli canonisti bizantini sottolineano, nei loro commenti, la necessità del pentimento: Giovanni Zonaras, Teodoro Balsamone e Alessio Aristene [1]. L'ottavo canone del Primo Concilio Ecumenico, dedicato all'accoglienza dei convertiti dallo scisma dei novaziani, prescrive di riceverli solo dopo aver fornito un documento scritto, attestante che osserverebbero tutte le cose e le definizioni della Chiesa cattolica. Infine, il settimo Concilio ecumenico ha ricevuto i vescovi iconoclasti nella comunione della Chiesa solo dopo che ciascuno di loro ha proclamato di rinunciare ai suoi precedenti errori (Primo atto del VII Concilio Ecumenico).

Fondamentalmente, l'applicazione del principio d'economia agli scismatici è possibile solo osservando un altro antico principio, secondo il quale una sanzione può essere revocata solo dall'autorità ecclesiastica che l'ha inflitta. Il 5° canone del Primo Concilio Ecumenico stabilisce che "coloro che i vescovi, in ciascuna diocesi, hanno rimosso dalla comunione ecclesiastica, che appartengano al clero o ai laici, devono attenersi alla regola che coloro che sono stati respinti da alcuni non siano ricevuti da altri" (vedi anche il 32° Canone Apostolico, il sesto canone del Concilio di Antiochia). Inoltre, secondo il 2° canone del 6° Concilio Ecumenico che approvava simili decreti del Concilio di Cartagine, le persone scomunicate dal Concilio della loro Chiesa non hanno il diritto di appellarsi al tribunale del patriarca di nessun altra Chiesa qualunque essa sia. Pertanto, la questione della revoca delle sanzioni degli scismatici e della loro ricezione nel loro ordine può essere risolta positivamente dalla Chiesa che ha imposto tali sanzioni, o dal Concilio ecumenico, con la partecipazione obbligatoria della Chiesa locale che ha sofferto per l'azione degli scismatici e tenendo conto della sua posizione. Un tipico esempio di economia è quello verso i vescovi meleziani, che fecero scisma nella chiesa locale di Alessandria. Al primo Concilio ecumenico fu chiesto di esaminare tal caso. Tuttavia, il Concilio ha espresso il suo verdetto con la partecipazione e tenendo conto dell'opinione del vescovo Alessandro d'Alessandria che, secondo gli atti conciliari, è stato "il principale attore e partecipante su tutto ciò che accadde in seno al Concilio" . Più vicino ai nostri tempi, lo scisma nella Chiesa bulgara ortodossa del Concilio pan-ortodosso di Sofia è terminato allo stesso modo nel 1998. Per motivi di economia, ha ricevuto nel suo ordine precedente i gerarchi scismatici, dopo che l'ultimo fece penitenza e si unì al suo legittimo primate, il patriarca Massimo di Bulgaria.

Pertanto, la decisione unilaterale del Patriarcato di Costantinopoli di accogliere gli scismatici ucraini nel loro ordine precedente non può essere riconosciuta come legittima, neppure sulla base del principio di economia, poiché non sono state stabilite e adempiute due condizioni essenziali per la sua applicazione: il pentimento degli scismatici e la loro riconciliazione con la Chiesa che avevano lasciato e che li aveva sanzionati.

È fondamentale che nel corso della sua storia, la Chiesa ortodossa, in tutti i casi di applicazione del principio d'economia agli scismatici, abbia avuto a che fare con persone la cui consacrazione rimontava da una successione d'imposizioni delle mani, almeno in modo formale, a vescovi che una volta erano consacrati canonicamente. Non esiste un precedente nella storia in cui "individui" la cui ordinazione per imposizione delle mani risale a impostori che non hanno mai ricevuto la consacrazione episcopale e nonostante ciò sono ricevuti "nel loro ordine precedente". In questo senso, per quanto riguarda la maggior parte dei "gerarchi" della cosiddetta "Chiesa ortodossa autocefala ucraina", menzionata sopra, la formulazione stessa della questione dell'applicazione del principio d'economia è assolutamente impossibile.

La mancanza di legittimità della "Chiesa ortodossa ucraina" 

Nella storia della Chiesa ortodossa (specialmente nel periodo contemporaneo), ci sono diversi casi in cui lo Stato e le autorità politiche hanno svolto un ruolo importante nel proclamare l'autocefalia. In questo modo, nel diciannovesimo e all'inizio del ventesimo secolo, apparvero le Chiese autocefale attuali. Questi processi, in genere, furono la conseguenza della creazione di uno Stato nazionale sovrano (in Grecia, Bulgaria, Romania, Serbia) e furono considerati come un elemento di costruzione nazionale. La legittimità di una nuova Chiesa autocefala è stata sostenuta dalla maggioranza della popolazione.

La proposta di creazione di una Chiesa autocefala ucraina del presidente ucraino Petro Poroshenko, avanzata nel 2018, si basava anche sull'affermazione che, se non tutti, almeno la maggioranza degli ortodossi ucraini sosteneva l'idea dell’autocefalia. Nelle sue dichiarazioni pubbliche, il patriarca Bartolomeo di Costantinopoli, avendo probabilmente fatto affidamento alle informazioni ricevute dalle autorità ucraine, era anche certo che, se non l'intera popolazione ortodossa dell'Ucraina, almeno la maggioranza, si unirebbe all’ “Unica Chiesa”.

Tuttavia, gli eventi dimostrarono in modo convincente che l'idea di "Chiesa autocefala" non era sostenuta, in effetti, dalla maggioranza degli ortodossi ucraini. La struttura creata dal Patriarcato di Costantinopoli è composta quasi esclusivamente da rappresentanti di due gruppi scismatici. Dei 90 vescovi della Chiesa canonica, solo due si sono uniti alla nuova organizzazione. La Chiesa ortodossa ucraina, presieduta dal metropolita Onofrio di Kiev e di tutta l'Ucraina, continua a essere la confessione più popolare del Paese, sia in termini numerici di vescovi, chierici e parrocchie, sia in termini numerici di fedeli. Questo fatto conferma ancora un passo dell'enciclica dei patriarchi orientali del 1848: "È il corpo stesso della Chiesa ad essere il guardiano della pietà, vale a dire il popolo stesso, quello che ha sempre il desiderio di mantenere invariata la fede”.

La sconfitta di Petro Poroshenko alle elezioni presidenziali del 2019, per cui la proclamazione dell'autocefalia ucraina era una parte fondamentale della sua campagna elettorale, ha solo confermato che le affermazioni della "Chiesa ortodossa ucraina" come ruolo della Chiesa nazionale erano mal fondate.

Deformazione del ruolo del primo vescovo nella Chiesa ortodossa 

I membri e gli esperti della Commissione sinodale biblica e teologica hanno analizzato in dettaglio le tesi della lettera del patriarca Bartolomeo nei suddetti commenti. Queste tesi sottolineano gli eccezionali pieni poteri dell'autorità dei patriarchi di Costantinopoli in tutta la Chiesa ortodossa. Tra queste tesi spiccano i seguenti punti:

La dottrina di una "responsabilità oltre i confini" del Patriarca di Costantinopoli nella risoluzione definitiva di diverse situazioni canoniche nelle altre Chiese locali; in altre parole il diritto di intervenire nella vita interna di qualsiasi Chiesa locale.
La dottrina del diritto di essere "custode" e "arbitro" per risolvere i disaccordi tra le Chiese locali, per "rafforzare", anche di propria iniziativa, gli atti dei primati delle Chiese autocefale che troverebbe inadeguati;
La rappresentazione del "primato d'autorità" del patriarca di Costantinopoli a livello universale come condizione assolutamente necessaria per l'esistenza della Chiesa, proprio come lo è il primato d'autorità del vescovo nella propria diocesi o quello del primate all'interno dei confini della sua Chiesa locale;
Il diritto di definire e ridisegnare i confini delle Chiese ortodosse locali, di staccare diocesi, episcopato, clero o laici dalla sacra giurisdizione, severamente vietato dai santi canoni, in una Chiesa locale, e di sottoporli in un'altra; il diritto di proclamare unilateralmente l'autocefalia di parti di altre Chiese locali, anche contro la volontà dell'autorità ecclesiastica;
Il diritto di ricevere e giudicare come ultima istanza gli appelli di vescovi e chierici di qualsiasi Chiesa autocefala. 

Le posizioni di questa nuova dottrina sono in contraddizione con la Santa Tradizione della Chiesa di Cristo; distorcono grossolanamente l'ecclesiologia patristica, incitano i gerarchi e i teologi del Patriarcato di Costantinopoli che li difendono alla formazione nell'est ortodosso di un modello di leadership ecclesiastica che si avvicina al papismo medievale. I santi padri dell'Ortodossia, i gerarchi e i teologi degli antichi patriarcati orientali, hanno avuto molto da soffrire, confessando la loro fede, nella lotta contro l'idea papista. La Chiesa ortodossa russa si attiene scrupolosamente a ciò che questi padri hanno difeso nelle loro controversie con il papismo nei secoli passati. Non è superfluo citare un passo dell'enciclica patriarcale e sinodale del 1895, menzionato nei Commentari della Commissione, com’è stato menzionato sopra, un passo in cui la Santa Chiesa di Costantinopoli ha testimoniato e ha condiviso la prospettiva ortodossa del primato:

“Da questo canone [28° canone del Quarto Concilio Ecumenico, nota del CSBT ] sembra che il vescovo di Roma sia uguale in onore al vescovo di Costantinopoli e ai vescovi delle altre Chiese, e non sarà trovato in nessun riferimento il fatto che il vescovo di Roma sarebbe stato l'unico capo della Chiesa cattolica e il giudice infallibile dei vescovi nelle altre Chiese indipendenti e autocefale”. 

La Chiesa russa ha ricevuto questa fede da sua madre, l'antica Chiesa di Costantinopoli, che la conservava saldamente, non accettando né distorsioni né innovazioni.

L'interruzione della comunione eucaristica 

A causa dei procedimenti anti-canonici del Patriarcato di Costantinopoli in Ucraina, la Chiesa ortodossa russa fu costretta a interrompere la comunione eucaristica, guidata dai santi canoni che prescrivono chiaramente d’interrompere la comunione con coloro che "rimangono in comunione con gli scomunicati". Va ricordato che, durante il V Concilio Ecumenico, il santo imperatore Giustiniano invitò i padri del Concilio a cessare di commemorare Papa Vigilio, "non leggendo più il suo nome estraneo ai cristiani nei sacri Dittici, per non comunicare con ciò all'infamia di Nestorio e Teodoro". Se continuare la comunione con un individuo che sostiene una dottrina condannata dalla Chiesa significa condividere con lui la sua infamia, quale dovrebbe essere la reazione all'accoglienza alla comunione da parte dei gerarchi e dei chierici della Chiesa costantinopolitana, di coloro che, fino a poco tempo fa, l'intera Ortodossia riconosceva come scismatici, privi della grazia e impostori? Non è forse un peccato contro la Chiesa e la Santa Eucaristia?

Smettendo di commemorare il papa, l'imperatore Giustiniano ha sottolineato che, nonostante l'accaduto, "rimaniamo uniti alla Sede Apostolica ... perché nonostante il cedimento di papa Vigilio o di qualsiasi altro non si può danneggiare la pace delle Chiese (Acta Conciliorum Oecumenicorum, IV, 1. P. 202). Questo è il motivo per cui la Chiesa russa non si è separata da qualcosa di santo o veramente ecclesiale nella Chiesa costantinopolitana. Tuttavia, essa considera impossibile condividere gli atti non canonici del suo primate, dei suoi gerarchi e del clero, dovendo proteggere i suoi fedeli figli. Pertanto, il rifiuto forzato di partecipare ai sacramenti del Patriarcato di Costantinopoli, in piena comunione con individui privi della successione apostolica, è dettato dalla devozione alla Divina Eucaristia e dall'impossibilità di condividere, anche indirettamente, la santità del Sacramento con gli scismatici.

Questa rottura forzata della comunione con la Chiesa di Costantinopoli è dettata dal desiderio di preservare la purezza della fede e di seguire rigorosamente la tradizione della Chiesa.

Eleviamo preghiere ardenti e zelanti all'unico Dio glorificato nella Trinità, in modo che i problemi provocati dal Patriarcato di Costantinopoli si risolvano e perché si ripristini l'unità di pensiero e della Chiesa ortodossa.

___________________

[1] Giovanni Zonaras: "Coloro che si trovano nelle parasinagoghe e vengono di nuovo ricevuti nella Chiesa se si convertono con una giusta penitenza, saranno quindi ricevuti, spesso, nello stesso ordine".

Teodoro Balsamone: "Coloro che hanno organizzato parasinagoghe si uniscono di nuovo alla Chiesa se si pentono con dignità, così da essere spesso ricevuti nel loro ordine precedente”.

Alessio Aristene: "Questi, se si pentono e si correggono con una giusta penitenza e conversione, vengono riuniti di nuovo alla Chiesa, come un solo corpo" (Commenti sulla 1a Regola di San Basilio il Grande).

Vedi: https://orthodoxie.com/eglise-orthodoxe-russe-de-linvalidite-des-ordinations-dans-la-nouvelle-leglise-orthodoxe-dukraine/


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