I nostri
tempi procellosi non devono trovarci deboli ma motivati e forti. Il
dramma, infatti, non è tanto la diffusione della negatività attorno a noi,
nella società e nella Chiesa, ma quanto, a causa di ciò, potrebbe
succedere in noi.
L'uomo dal
cuore retto oggi potrebbe essere tentato di chiudersi in se stesso,
abbandonare tutto, visto che il mondo intero pare immerso in una
densa indifferenza verso le cose migliori e più alte.
Ebbene, no!
Ciò non deve avvenire almeno per amor del proprio interiore
benessere, quel benessere promesso da Cristo stesso il quale ha
assicurato di donare una pace che il mondo non conosce (Gv 14, 27).
Certo, è
necessario pagare il prezzo della fatica, della ricerca, dell'andare
contro corrente. Ma uno non lo farebbe se, per caso, il premio fosse
un'ingente eredità? E se lo si fa per un'eredità, che comunque non
è mai in grado di saziare la propria interiorità, perché non lo si
deve fare per quanto ha un più alto e grande valore?
Qui le
persone si fermano perché percepiscono Dio e i beni celesti come
qualcosa di irraggiungibile, di ideale o appartenente al
mondo degli ideali. Non essendo qualcosa che, di fatto, li tocca
finiscono, al più, nell'offrir loro un ossequio formale ma la loro esistenza è davvero lontana da tutto ciò.
Si ha un bel
parlare di secolarismo che invade la Chiesa, che permea la società,
della ricerca del piacere immediato alla quale oramai sono sottomessi
i chierici stessi. Parlarne e accusare questo fenomeno non serve a
ridimensionarlo e tanto meno a guarirlo.
A livello
intuitivo qualcuno comprende che esiste un meccanismo che, nel cuore
della Chiesa stessa, si è inceppato, qualcosa che pian piano nel
tempo ha finito per bloccarsi, come se si avesse esposto i delicati meccanismi di un
orologio ad una secolare polvere la quale, ispessendosi, ha finito
per bloccare e rompere tutto.
L'intuizione
sente bene, infatti, ma la ragione non arriva ancora a capire, non sa
come porre rimedio al tutto, come far risvegliare la coscienza
cristiana.
I tentativi
nati in Occidente dalla Riforma luterana ai giorni nostri hanno
fondamentalmente fatto leva su due sfere: la ragione e i sensi.
La
Rivelazione portata da Cristo e testimoniata dalla Chiesa lungo i
secoli è passata attraverso il filtro sempre più raffinato della
ragione e la fruizione sensoriale, un bisogno di “vedere” in
qualche modo il mistero, di sentirsene toccati fisicamente.
Attraverso la ragione si ha “pensato” Dio fino a racchiuderlo nei
limiti dei nostri angusti ragionamenti. L'ultima filosofica
conseguenza è stata quella di negarne l'esistenza. Attraverso una
certa percezione sensoriale si ha modellato una particolare devozione
e una singolare mistica sempre più sensuale. La conseguenza ultima è
stata quella di aver fatto aderire la propria interiorità a dei
semplici bisogni fisici o di aver equivocato l'amore umano con
l'amore divino, abbandonando il secondo per nutrirsi solo del primo,
ben più accessibile e immediato. La scienza, poi, sulla base della sperimentazione legata alla constatazione fisica, ha negato il soprannaturale.
Si deve dedurre che l'ateismo
teorico o pratico e la ricerca dei piaceri non sono, così,
un'invenzione della cattiva società ma hanno trovato una loro prima
inconscia incubazione nello stesso pensiero teologico delle
accademie europee, maturato già da alcuni secoli. Non è difficile trovare
letture e autori che ci confortino in tal senso.
Cos'è stato
perso? Ecco la domanda fondamentale.
In questo
cammino plurisecolare, al di là o assieme alle questioni più
squisitamente teologiche, è mutato il concetto stesso di uomo.
L'uomo moderno di questi ultimi secoli è un uomo di ragione e sensi
e con questi due principi ha costruito tutta la civiltà attorno a
sé. Con la ragione ha formato il diritto che regolamenta la società
e la Chiesa, con i sensi ha raffinato la sua estetica nelle arti. La
stessa religiosità, come dicevamo, si è modellata con questi due
principi e quanto non risultava ad essi conforme è stato lentamente
messo da parte.
Nella
liturgia, le forme simboliche, che non si spiegano necessariamente né
con la ragione né con i sensi, sono state le prime ad essere
progressivamente abbandonate. Il fenomeno è emerso dapprima nel mondo
protestante e poi, coerentemente, nel mondo cattolico attraverso una
riforma di inaudita vastità e orgogliose pretese.
In tal modo
inevitabilmente quanto ereditato è stato progressivamente livellato,
abbassato, adattato per poi essere... svuotato!
Cos'è
stato, allora, perso?
Semplice: il
concetto di uomo tradizionalmente biblico e patristico.
Per la
Bibbia e i padri, ossia i commentatori più autorevoli della Bibbia
nei primi secoli, l'uomo è certamente dotato di ragione e di sensi
ma, in più, è dotato di un cuore spirituale. La Rivelazione
apportata da Cristo è convenientemente abbordabile solo attraverso quest'ultimo
perché spesso sfugge alla ragione e, a maggior ragione, ai sensi.
Il cuore
spirituale non è una metafora, un modo di dire, ma corrisponde
all'interiorità umana più profonda, la sede dell'intuizione, potremo dire. Così, quando Cristo parla di “cuore di pietra” e “cuore di carne”,
intende che, all'origine, prima di riceverne la possibilità,
tutti hanno un “cuore di pietra”, ossia insensibile alla
Rivelazione, incapace di esserne esistenzialmente toccati.
È assurdo
pensare che una “migliore” spiegazione razionale potrà attirare
le persone al Vangelo, esattamente com'è assurdo credere di far
leva sui sentimenti o sui sensi per ottenere il medesimo scopo. La
Rivelazione è il Dio che agisce nell'interiorità umana e, pur
mantenendo il mistero, fa sentire la sua ineffabile presenza.
Di
conseguenza san Paolo parla di “uomo spirituale” o interiore e lo
contrappone all'uomo secolare o “carnale”. La durezza con cui san Paolo condanna chi si dà alle mollezze e alla dissoluzione morale nasce proprio dalla constatazione che, così facendo, si rende sempre più insensibile la propria interiorità. È tutt'altro che moralismo, dunque!
Quanto si
definisce con il termine “ascesi”, ossia la fuga dalla mondanità
e la pratica dei comandamenti e della preghiera, ha senso tanto in
quanto opera un risveglio di questa interiorità, una sua
sensibilizzazione attraverso la quale “fiumi di acqua viva
sgorgheranno” nel proprio seno (Gv 7, 38).
Laddove
l'ascesi non esiste più, è disprezzata o equivocata c'è da temere
di essere in presenza di un concetto di uomo modificato, rispetto a
quello biblico, ossia ad una rappresentazione ideologica di uomo, un
uomo unicamente “carnale”, come direbbe san Paolo.
In questo
caso, la Chiesa ha smesso di essere tale e si è trasformata nel suo
contrario, pur mantenendo tradizionali apparenze.
Per
ricominciare davvero, è dunque necessario riprendere la pratica cristiana camminando in un giusto equilibrio e nella tradizione più
vera e piena ben sapendo che quanto di religioso vediamo attorno a noi non è
che in gran parte travisato o avvelenato.

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