Benvenuto

Benvenuto su questo blog!

venerdì 20 marzo 2020

Coronavirus e spiritualità


A causa della nota pandemia del coronavirus, l'Italia è soggetta da più giorni ad una rigida normativa che non consente alla popolazione di muoversi se non in casi molto definiti e strettamente necessari. Le persone devono dunque rimanere a casa e limitare i propri spostamenti e le proprie relazioni. Gli esercizi, tranne le farmacie e i supermercati, sono chiusi. Neppure nel periodo di ferragosto le strade delle nostre città sono così vuote.

Tutto questo cosa c'entra con la spiritualità?, mi chiederete.
Ebbene esiste un legame, seppur indiretto tra queste due realtà perché, in un certo senso, le città sono divenute dei grandi monasteri, quelli di un tempo, ovviamente.
Come in antichità il monaco rimaneva confinato nella sua cella, nelle città odierne si deve restare in casa. Per qualcuno, già abituato senza radio e televisione, la propria casa diventa a maggior ragione come una cella monastica.

Ora, il monaco di un tempo sapeva che questo permanente ritiro non era fine se stesso ma in funzione dell'interiorizzazione della preghiera, dell'attivazione del suo “occhio interiore”, affinché la propria energia non si disperdesse al di fuori di sé lasciando la casa del suo cuore vuota. Infatti, in una casa vuota e ben spazzata subito accorrono i demoni, come ricorda il vangelo, e non vi giungono a mani vuote: portano i loro regali, tentazioni e pensieri malvagi. Il loro fine è sempre quello di disperdere l'energia interiore spegnendo così l' “occhio interiore” attraverso il quale, in casi particolari, può giungere l'esperienza divina.

Il monaco di un tempo sapeva bene tutto ciò e perciò accettava di buon grado l'isolamento dal mondo. Man mano che la sua interiorità prendeva forza ed era visitato dalle consolazioni divine (in tal senso la letteratura patristica è più che chiara), comprendeva che la vita mondana con tutte le sue distrazioni è una follia, che la catena dei pensieri ossessivi o l'attaccamento alle passioni negative agiscono similmente alla frusta di un gatto a nove code sul corpo; feriscono l'anima a tal punto da renderla come un colapasta, incapace di raccogliere l'acqua evangelica per dissetarla, di riconoscere consistenza in qualsiasi discorso che cerchi di elevarla e spiritualizzarla.

E oggi? Oggi assistiamo ad ampi settori di ecclesiastici completamente conquistati dallo spirito di questo secolo che, appunto, è uno spirito dispersivo e, poiché normalmente chiunque altro non può essere meglio del clero, la conseguenza è il totale disorientamento dei cosiddetti cristiani. 

Ciò significa pure che il dover rimanere a casa per molte persone finirà per divenire una pena insopportabile. Questo perché vivere “al di fuori” di sé è talmente diffuso da essere divenuto una cultura generalizzata, amplificata, per di più, dall'economia capitalistica, tutta basata sul consumo frenetico. Le persone sono sempre più destabilizzate, rese fragili da questa situazione in costante accelerazione, dipendenti totali dal possesso del mondo materiale. Non potendo o non volendo nutrire la propria interiorità vivono nella superficie delle apparenze esteriori, nello sfavillio dei negozi e nella transitorietà delle mode. 

Di conseguenza, essere obbligati a rimanere in casa le riporta al centro di loro stesse e non pochi di quanti vivono così possono sentirsi vuoti, persi, infastiditi. Intuiscono il deserto del proprio cuore, bisognoso di essere colmato da una verità che non sono le solite vuote chiacchiere, neppure di tipo religioso, una verità che implica un'autentica Presenza che non sono in grado di trovare e, dinnanzi al loro cuore desertificato, se ne ritraggono orrificati per dimenticare cercando ancora altre distrazioni in un circolo vizioso senza fine. 

Il virus miete le sue vittime e fa riapparire, al contempo, il grande rimosso odierno, la morte dinnanzi alla quale l'uomo mondano prova orrore.

L'esempio del monaco antico, perciò, riguarda  particolarmente tutti, quel monaco per il quale la morte non è la fine di tutto ma il passaggio verso il Tutto e il dimorare lontano dalla confusione mondana è una beatitudine! Da quell'esempio pure la parabola del figlio dissoluto assume tutto il suo eloquente significato poiché costui può tornare alla casa paterna, può accettarla e viverci bene, solo quando “rientra in sé”, come dice il vangelo. Questo “rientrare in sé” è la chiave di comprensione di tutta la vita cristiana ed è, allo stesso tempo, una definizione fortemente simbolica, ha tutt'altro che una accezione banalmente morale.

Le istituzioni ecclesiastiche, il clero e quanto è stato tradizionalmente disposto nella Chiesa ha il suo senso tanto in quanto aiutano le persone a “rientrare in sé”, non a disperderle facendole “uscire da sé” in una corsa verso sfibranti esteriorità. La stessa Chiesa deve dare l'esempio di “essere in sé”, non di “uscire da sé”, come si sente a volte da parte di qualche alta autorità religiosa con inevitabili ricadute pratiche che non possono che essere nefaste e antievangeliche.

Di conseguenza, i cristiani devono aver ben presente che le istituzioni ecclesiastiche sono dei puri mezzi, non dei fini o dei permanenti appigli. Ciò non significa affatto prescinderne e tanto meno disprezzarle ma saper instaurare con esse un rapporto corretto.

La mamma permette di aggrapparsi alle sue gonne solo al figlio più piccolo. Ma quando il piccino cresce, pur seguendolo, lo allontana dalla gonna perché deve reggersi da solo. I cristiani non possono continuare ad aspettarsi tutto dal clero anche perché un certo clero odierno potrebbe essere spiritualmente molto più malato di loro; le istituzioni non si devono mai idolatrare come vedo spesso fare per ignoranza e debolezza. Nel mondo cattolico questo continuo e ossessivo appellarsi al papa, chiedere al papa, protestare verso il papa non potrebbe essere anche il risultato di una etero-dipendenza divenuta dannosa nonostante, anticamente, la preminenza delle figura papale avesse una funzione molto equilibrata? Quale eremita o asceta antico aveva un tal singolare atteggiamento che, in pratica, nell'attenzione del singolo, tende a porre una creatura al posto del Creatore poiché gli fa dedicare fin troppe attenzioni ed energie privandole ad Altro? Che forse, nel Cristianesimo, non abbiamo un Dio in grado di guidarci direttamente, nonostante l'utile presenza dei ministri sacri e delle gerarchie la cui ragion d'essere è, appunto, solo quella di farci maturare in Cristo?

Il vangelo ricorda che il "Regno di Dio è dentro di voi", per cui chi lo sa cercare non ha alcun fastidio e noia quando è costretto a limitare i propri rapporti umani e a chiudersi tra le mura domestiche. 

Questo fa capire anche che l'autentico monaco è davvero l'uomo forte, colui che è in grado di dire e di dare molto pure oggi, proprio perché, infatti, oggi siamo giunti a vivere con uno stile che è il suo esatto contrario, uno stile che, però, rivela perfettamente una malattia che ci ha tutti indeboliti, omologati ed estremamente etero-dipendenti, resi tali da tutto un mondo consumistico che, al contrario, ci illude di essere forti, originali e indipendenti nella misura in cui ci assoggetta a sé.

Il rigore normativo imposto dall'autorità civile alla popolazione a causa del coronavirus, può aiutarci a prendere coscienza di tutto ciò analogamente a chi può comprendere di essersi rammollito solo quando finalmente lo constata in montagna, dopo anni d'innaturale vita cittadina. 

E, anche qui, non mi sembra casuale che molti santuari e monasteri antichi siano stati costruiti in punti elevati, in alture e in montagne, quasi a significare che quanto con la disciplina rafforza il corpo richiama in qualche modo quanto rafforza lo spirito; l'altura geografica che si conquista con un corpo sano è simbolicamente collegata con l'altura spirituale che si raggiunge con un'animo altrettanto sano. 

Un concetto sapienziale che abbiamo troppo velocemente dimenticato, purtroppo!

Nessun commento:

Posta un commento

Si prega di fare commenti appropriati al tema. Ogni commento irrispettoso o fuori tema non verrà pubblicato.