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mercoledì 12 febbraio 2014

Cristianità occidentale, sei ancora viva?


Ho voluto intenzionalmente intitolare questo post così perché mi pare proprio il caso di farlo.
Mi è giunta notizia dei risultati relativi ai sondaggi che il papa argentino ha ordinato, per poter riflettere sui problemi relativi alla famiglia e alla società. I sondaggi dimostrano l'esistenza d'un forte allontanamento, anche da parte dei cosiddetti credenti, dalle indicazioni morali tradizionali. Quello che, però, non viene evidenziato (probabilmente perché si ha paura di vedere la tremenda realtà) è a che genere di "credo" aderiscono questi cristiani praticanti. Poco dopo il giubileo dell'anno 2000 era stato fatto un sondaggio di tal genere nelle scuole superiori di Roma con risultati talmente scoraggianti d'aver fatto trasecolare il card. Ruini (c'è da chiedersi in che realtà vivesse!). Da allora, da quanto ne so, nessuno ha osato verificare più niente.

A tutto questo si deve aggiungere quanto segue. Mentre la liturgia tradizionale, con testi che risentono dei dibattiti teologici e cristologici dei primi secoli, offriva chiari riferimenti su Cristo (in quanto Dio e uomo), sulla Trinità (come mistero tripersonale di un solo essere), sulle Persone divine (come comunione dei tre in un'unica volontà d'intenti che nasce dal loro unico essere), i testi liturgici di recente composizione sono sempre più sfuggenti in materia e generici.
Questo contribuisce ad alimentare nei cristiani praticanti idee sempre più sfocate su quello che riguarda il nucleo della loro fede (la Trinità e Cristo in quanto Dio e uomo). Inoltre, anche tra loro esiste una consistente tendenza a "demitizzare" i dogmi relativi a Dio e a Cristo. C'è da dire che il clero spesso non li aiuta affatto.
Mentre la Trinità non è più "capita" o accettata in senso tradizionale, Cristo diviene, al più, un uomo eticamente coerente, in funzione di una società più "umana" e "giusta". Si adagiano su questo piano almeno l'80% dei cosiddetti cristiani credenti e praticanti.

L'assenza di una reale coscienza teologica e dogmatica rende la Chiesa in Occidente assolutamente anemica. L'assenza di una spiritualità virile, forte e autentica in moltissime realtà ecclesiali, stende la Chiesa occidentale sul capezzale. Che senso ha riempirsi di attività per nascondere questo vuoto? Non è, forse, essere simili a chi rinfresca la facciata di un vecchio edificio senza accorgersi che le colonne portanti sono prossime a cedere?




Ebbene, davanti a questa intensa debolezza esistono persone che iniziano a dare forti colpi per fare cadere l'edificio. Riporto a titolo di semplice esempio un video, trovabile su youtube, di un'associazione mussulmana francese la quale, senza alcun timore, ridicolizza la fede cristiana. Ha campo libero proprio perché in Francia il Cristianesimo è ancor più anemico rispetto all'Italia. 
In particolare, in questo video viene ridicolizzata la Trinità servendosi di frasi evangeliche citate fuori contesto con una lettura razionalistica (in ciò questi signori sono simili all'ateo Oddifreddi) e con conclusioni chiare: la Trinità non è che una serie di contraddizioni logiche per cui è necessario aderire solo al Dio manifestato dal "profeta" Mohammed.

Quest'associazione mussulmana francese non ha fatto solo questo video ma tutta una serie di video fortemente anticristiani. 

Ebbene, oggi l'80% dei cristiani in Occidente non è in grado di dare una risposta alla verve di questo mussulmano. Tra questi cristiani anemici ci sarà sicuramente chi capitolerà e gli darà ragione. 

Tra quell'80% per cento probabilmente nessuno sarà in grado di capire che le questioni, così malamente esposte nel video, sono state già fatte ai tempi di san Giovanni Damasceno (VIII sec.) e che costui aveva già risposto. Nulla di nuovo sotto il sole!
Tra il 20% dei cristiani che potrebbero avere qualche arma culturale ci sarà sicuramente chi riterrà che san Giovanni Damasceno è "superato" e con lui tutta la riflessione patristica antecedente e posteriore. Ci sarà chi non conoscerà la prigionia tra i turchi di san Gregorio Palamas (XIV sec) e di come questo santo bizantino abbia già allora esposto il mistero della Trinità in termini così chiari da rischiare la vita.

Lo studio della patristica e delle chiare esposizioni dei Padri pare non servire ad altro, nelle scuole teologiche cattoliche, che a ritenere i Padri stessi superati in favore di una teologia odierna sempre più sfocata, vaga, inclusiva, non di rado confusionaria.

Così oggi tende comunemente a prevalere l'idea di un Cristo simbolo di bontà, dove la Trinità stessa non vuol dire molto e lo Spirito Santo è, in fondo, un'espressione della coscienza umana. Queste idee peregrine, condivise e diffuse anche da don Franco Barbero, un prete cattolico molto attivo nonostante sia stato ridotto allo stato laicale dal Vaticano, non sono nate da lui e continuano a diffondersi divenendo in buona parte volgata corrente. 

Se dopo innumerevoli anni il Vaticano è intervenuto contro le idee barberiane (ed è perciò stato stigmatizzato dai cosiddetti "progressisti"), i pastori davanti alle derive dogmatiche ed etiche dell'attuale mondo continuano a lasciare correre tacendo sempre più. Questa sembra pure essere la politica dell'attuale papa: la gente è debole, non perdiamo tempo a rafforzarla contrastando le sue debolezze per non divenire antipatici!

I pastori odierni non ricordano che, in realtà, chi condivide certe idee, pur credendo d'essere cristiano o cattolico, ha cessato d'appartenere al Cristianesimo: che senso ha dirsi cristiani quando si ha tolto la corona della divinità a Cristo?

Chi ha scoronato Cristo è divenuto, piuttosto, un ottimo terreno di semina per il "verbo" di persone come il mussulmano del video proposto. Oggi siamo a questo livello e a nulla serve compiacersi delle aperture di questo o quell'uomo di Chiesa, delle aperture verso i poveri di questo o quel papa...

Queste "glorie di cartapesta" altro non sono che un lacero paravento che nasconde a stento un cumulo di macerie e miseria (Cfr. Mt 23, 27). 

Una risposta dei Padri


San Giovanni di Damasco
Non mi pare giusto limitarmi a quanto detto ma, dinnanzi alla provocazione blasfema del mussulmano del video, propongo una delle argomentazioni usate dai Padri davanti a chi negava la Trinità.
La negazione della Trinità è prima di tutto una tentazione giudaico-cristiana. I giudeo-cristiani non potevano non avere un concetto rigorosamente forte dell'unità e dell'unicità divina. Dinnanzi alla loro difficoltà di ammettere la Triunità divina, la Chiesa per bocca dei suoi insegnanti qualificati, i Padri, ha sempre ribadito che la Trinità è una rivelazione divina e che fermarsi alle credenze giudaiche significa fermarsi all'ombra rifiutando il sole. (Che sia questo uno dei motivi per cui, ponendo l'Ebraismo nel novero delle religioni morte, i Padri sono volutamente dimenticati? Sono fortemente tentato a crederlo!).

Con l'insorgere dell'Islam il dibattito si fa ancor più serrato. Si creano permanenti dialoghi tra cristiani e mussulmani dove i primi tentano, spesso inutilmente, di mostrare le loro ragioni teologiche ai secondi. Da quando Damasco divenne proprietà dei mussulmani, si fecero periodici incontri e dialoghi. Da un certo punto in poi furono gli stessi mussulmani a troncarli: i cristiani dovevano finalmente capire d'essere una popolazione sottomessa e tale dovevano restare.

Ma come esplicavano la Trinità questi cristiani ai mussulmani del tempo? Lo possiamo vedere nel dialogo avuto da san Gregorio Palamas con i turchi dove il santo bizantino fa un paragone geniale e chiaro al contempo, paragone che sicuramente esisteva ben prima di lui.

Palamas paragona il Padre al pensiero umano, il Figlio alla parola proferita dall'uomo e lo Spirito al soffio emesso dall'uomo stesso nell'atto di pronunciare la parola.

Un uomo quando parla - è lo stesso Palamas a dirlo - in un istante solo pensa e parla, emettendo le parole con il soffio della sua bocca.
I tre atti non si possono dividere al punto che fanno una cosa sola in un'indivisibile unità. La Rivelazione ab extra della Trinità non può non svolgersi in questo modo altrimenti non si ha rivelazione alcuna! Ed è per questo che Dio si rivela come Trinità. È per lo stesso motivo che per la dottrina patristica Dio si è sempre rivelato come Trinità, pure nell'Antico Testamento.

Il Padre è l'origine di tutto, la fonte della divinità, come il pensiero umano è la fonte del discorso (= "Il Padre è maggiore di me" Gv 14,28). Il Figlio è l'espressione concreta del Padre (= "Chi vede me vede il Padre" Gv 12,45) come la parola è l'espressione concreta del pensiero. Per questo Cristo è denominato Logos (Gv, 1, 1), ossia "Parola del Padre". Lo Spirito è quella realtà con il quale il Padre si può esprimere nel Figlio, esattamente come il discorso si può esprimere attraverso il fiato umano. Lo "Spirito di verità" (Gv 16,13) da vita al Logos, proprio come il fiato umano da vita alla parola stessa permettendole di essere. È perciò che è pure detto "Spirito di vita" (2 Cor 3,6).

D'altronde è Spirito di verità proprio perché si esprime in perfetta conformità con il Padre e il Figlio, come l'alito segue il comando del pensiero umano e da vita alla parola facendola proferire dalla bocca.

Dio nel Nuovo Testamento si è manifestato come Trinità seguendo questa logica.

Davanti a queste spiegazioni, i mussulmani non riuscivano a controbattere, dal momento che erano di un'evidenza solare, impossibili da smentire tanto erano insite nell'esperienza quotidiana di tutti.

Ebbene, questa geniale spiegazione l'ho potuta imparare solo frequentando i testi patristici. Ma, oggi, chi mai la conosce? Chi mai la predica? Chi mai la testimonia?
Assistiamo, invece, sgomenti a gerarchie ecclesiastiche che, volens dolens, predicano un vero e proprio relativismo dogmatico in cui siamo distanti anni luce dalla mentalità dei Padri, che è la vera mentalità della Chiesa.

Fintanto che non si tornerà a queste fonti vivendole, la Chiesa in Occidente non riuscirà a ritrovare se stessa. Peregrinerà come un accecato tra i politeismi pagani (il Pantheon di varie credenze ritenute tutte leggittime e quasi intercambiabili) e il monotesimo vetero testamentario inteso come un rifiuto pratico della Trinità (ed ecco che Cristo diviene semplice sapiente e uomo). Ma questa non è mai stata la Chiesa del Nuovo Testamento, la Chiesa dei Padri, bensì una sua drammatica contraffazione. 

Oggi gran parte degli ambienti ecclesiali sono una patetica contraffazione della Chiesa. È questa la triste realtà.


sabato 8 febbraio 2014

La liturgia patriarcale a Madison Square (New York)



Propongo questo post per far riflettere i lettori su alcuni punti a mio avviso importanti. Premetto che non sono un estimatore di liturgie con grandi numeri (grandi cori, grandi assemblee...). Personalmente credo che una liturgia intima con poche persone sia in grado di giungere molto più in profondità. Inoltre non amo affatto le liturgie negli stadi (Madison Square ha dimensioni tali da essere qualcosa di simile) perché tendono a spettacolarizzare qualcosa che è e deve restare intimo e spirituale. 
Detto ciò invito i lettori a dare un occhio a questo video perché, nonostante alcuni limiti, la soluzione ottenuta riesce a salvare alcune essenzialità a mio avviso perse nelle grandi adunanze liturgiche del mondo cattolico dove la messa si riduce in gran parte a kermesse
Nel video (che riprende la Divina Liturgia o messa bizantina) si nota come l'assemblea, pur essendo assai numerosa, non viene illuminata. È illuminata solo la zona che simboleggia il santuario e il grande coro perché legga nei suoi spartiti le parti da cantare. Il coro canta polifonicamente accompagnato con l'organo. Questo non piace ai puristi del canto bizantino ma è senz'altro una mano tesa in direzione di chi è abituato a sentire i canti ecclesiali all' "occidentale"; segno questo della flessuosità liturgica del mondo bizantino, il quale pur essendo flessuoso non scade mai nel cattivo gusto quando si attiene ai canoni tradizionali. La liturgia, pur con adattamenti nella lingua del popolo, rimane sempre ad un alto livello. Non esiste teatralità, nonostante la magniloquenza dell'occasione. Tutto questo insegna come, rimanendo vincolati ai moduli tradizionali, sia possibile adattarsi anche a determinate circostanze senza snaturare la liturgia. Basterebbe volerlo.

domenica 26 gennaio 2014

Ancora uno scritto sulle preghiere sacerdotali fatte in silenzio


Qualche post fa si può trovare su questo blog la questione delle preci fatte in silenzio. Ma, ho notato, non ho trattato solo io questo argomento. In un altro blog un sacerdote ne ha fatto un ottimo commento che riporto, per quanto tendenzialmente non ami fare copia/incolla di cose che si trovano già altrove. 


Ecco il testo da integrare senz'altro con quanto già da me detto (vedi link). 


 "Noi ordiniamo a tutti i Vescovi e ai sacerdoti di non più fare in silenzio, ma in modo da essere uditi dal popolo fedele, la divina oblazione, così come la preghiera che accompagna il battesimo: lo spirito degli uditori ne potrà ricavare una maggior devozione, un nuovo ardore per lodare e benedire Dio.  Questo è l'insegnamento del divino Apostolo, nella sua prima lettera ai Corinti".

 No, non è il Vaticano II - che non ha prescritto di recitare il canone diversamente da come si e fatto per secoli e secoli - (anche il canone a voce alta è una delle tante cose che si attribuiscono spesso al Concilio e che il Concilio non ha mai detto, al pari dell'abolizione del latino, della celebrazione cosiddetta verso il popolo, della S. Comunione in mano e non in ginocchio, delle chitarre, della creatività liturgica etc.).  

Il testo suddetto è uno stralcio di un decreto dell'imperatore Giustiniano, il quale, inascoltato in vita, sembra essersi ripreso la rivincita 1400 anni dopo la sua morte (cit. in L. Thomassin, Traité de l'Office divin dans ses rapports avec l'oraison mentale, 1688; abbiamo consultato l'edizione del 1894, a c. dei benedettini di Ligugé: il testo citato è a p. 105-106).  

Questo decreto conferma l'antica prassi, così ben descritta nelle Costituzioni apostoliche, secondo la quale al momento in cui "il sacrifico comincia… i fedeli pregano nel segreto del loro cuore; poi, quando la preghiera è terminata, sono ammessi alla partecipazione al Corpo e al Sangue del Signore".

Del resto, Giustiniano non ha argomenti o esempi di prassi precedente su cui appoggiarsi: egli cita, fuori luogo, San Paolo, precisamente 1 Cor 14; in questo passo l'Apostolo mette in guardia uomini di parlare ad altri uomini in modo loro incomprensibile, ma non si tratta qui delle preghiera eucaristica, bensì di fraterna esortazione vicendevole o parola carismatica. 

Il grande teologo oratoriano francese Luis Thomassin (1619-1695) così spiega: "Se un uomo non deve esortare un fratello in modo incomprensibile, Dio infinito e ineffabile ha bene il diritto e la gioia di donarci, nel più augusto dei sacramenti, delle cose superiori alla nostra intelligenza, a cui dobbiamo prestare particolare ossequio" (Traité de l'Office divin, p. 106).  Lo stesso Thomassin nota che Giustiniano non aveva altri argomenti se non quello debolissimo di 1 Cor: se avesse avuto una pezza di appoggio nella prassi di qualche importante chiesa, la avrebbe senz'altro usata. Ma che cosa ha spinto i santi Padri a non seguire il decreto di Giustiniano? Perché contravvennero platealmente il decreto del potente imperatore?  Qual era la loro forma mentis?  Quali i loro argomenti? 

I motivi erano sostanzialmente due: da una parte l'idea della preghiera come azione divina nell'uomo, piuttosto che azione umana; vedremo in seguito come non era ancora avvenuta la frattura - tutta moderna - tra liturgia e orazione mentale. 

Dall'altra, la consapevolezza della sublimità del mistero che si attua nel Sacrificio Eucaristico. 

Vediamo ora il primo punto, e partiamo dall'invito rivolto ai fedeli dal celebrante all'inizio della preghiera eucaristica: sursum corda, in alto i cuori.  Qui non si tratta dei cuori intesi come sede del sentimento, bensì della mens, ovvero della parte alta o fondo dell'anima.  
La partecipazione alla liturgia non può essere disgiunta dall'orazione mentale, da quello stato in cui si trova l'anima che vuol essere obbediente al comandamento del Signore secondo il quale è necessario pregare sempre. Così afferma s. Clemente Alessandrino: "Sia che si trovi in cammino, sia che parli, sia che lavori secondo le luci e le norme della legge eterna, [il giusto] prega continuamente. Giacché il santuario più abituale della sua orazione è il fondo del suo cuore, dove custodisce i gemiti e i desideri che s'innalzano fino al trono del Padre celeste" (Stromata, VII, MG IX, 470, cit. in Traité de l'Office divin, p. 16-17). E San Basilio chiedendosi come sia possibile, stando al versetto semper laus eius in ore meo (Ps 33,2), che la nostra bocca faccia sempre risuonare la lode del Signore, afferma che noi abbiamo una sorta di bocca interiore e spirituale attraverso la quale possiamo assimilare la parola divina, la verità e il Verbo stesso: è questa la bocca che Dio ci ordina di tenere sempre aperta, per ricevere il cibo incorruttibile della verità eterna. L'impressione che la verità e la carità di Dio hanno compiuto nei nostri cuori sussiste stabilmente nella nostra anima, e ne costituisce veramente una santissima preghiera (In Ps. XXXIII, MG XXIX, 354, cit. in Traité de l'Office divin, p. 18) . 

Questa preghiera, secondo S. Agostino, non è altro che lo Spirito Santo, Carità che prega in noi, che abita nei nostri cuori, da dove fa salire verso il cielo un'orazione ininterrotta (In Ep. Joann., tract. VI, ML XXXV, 2024, cit. in Traité de l'Office divin, p. 24) La predicazione e la salmodia hanno il compito di risvegliare questa preghiera muta, ma il cui silenzio permette che si realizzi nella sua profonda e massima attività, in quanto attività divina in noi. Allora cosa significa sursum corda?  

Che la vostra anima ora si inabissi nel mistero, che sia la bocca spirituale che si nutre delle grazie del Sacrificio e che non lasci fuoriuscire parole umane, ma solo l'inesprimibile gemito dello Spirito Santo, Carità increata diffusa nei nostri cuori.  Che non ci sia parola umana frammezzo alla Grazia del mistero che discende da Dio e che a Lui risale dai nostri cuori…  Hai dilatato il mio cuore - dice il Salmo 118,32 -, perché l'orecchio di carne non può intendere (occhio non vide e orecchio non udì) il mistero che si celebra, e qualunque suono entri, in questo momento, nell'orecchio naturale, toglierebbe spazio al nutrimento celeste.  Non è forse questo l'orecchio che il Signore ci ha aperto toccando quello del sordomuto? E non è forse la lingua del cuore - ovvero la possibilità al nostro cuore di essere la lingua dei gemiti inesprimibili dello Spirito Santo -, quella che Gesù ci ha sciolto, intimando effatá alla vecchia lingua annodata dal peccato originale? E non si dica che il popolo non capisce! Proprio perché si capisce quel poco che si può capire della sublimità del mistero, ci si rifiuta di ingabbiarlo o di ridurlo a mera comprensione discorsiva; la ragione non è però affatto esclusa quando comprende che deve fermarsi e cedere il passo a una conoscenza intuitiva, sempre razionale, ma più simile quella degli angeli e dei beati in Paradiso.  

Amare conclusioni. 

1) Mai come in questo caso è vera quella battuta che dice che mentre Gesù ha fatto il discorso della montagna, i preti fanno una montagna di discorsi; e passino tutti i consigli pastorali, presbiterali, vicariali, inter-qui, inter-là, inter-su e inter-giù.  Anche se talvolta è tempo rubato all'Adorazione Eucaristica, almeno il popolo di Dio non è defraudato della possibilità di ascoltare quel Dio che parla non in commotione, ma nel silenzio: si tratta infatti di riunione di addetti ai lavori e operatori pastorali, che se la raccontano tra di loro, mentre fuori dalla sala delle riunioni il mondo va a rotoli. Invece, le tante monizioni abusive e la recita ad alta voce delle poche preghiere che dovrebbero essere recitate in silenzio anche nella nuova Messa, uniti al canone a voce alta, mostrano la frattura post-conciliare tra liturgia e orazione mentale, la riduzione razionalista e giansenista della liturgia.  

2) Una delle parole d'ordine del post-concilio è ressourcement, termine a ragione usato da De Lubac e dal pur discutibile movimento della Nouvelle Théologie: in sé il termine è giustissimo se inteso come necessità della sacra doctrina di ritornare incessantemente alle fonti, pena scadere in una teologia razionalisteggiante.  Ma, in pratica a quale ressourcement abbiamo assistito?  Che l'esegesi mette dubbi sulla storicità di Gesù Cristo (monumentale la fatica di Benedetto XVI - vero Davide contro Golia, fionda contro le atomiche dell'intellighenzia - scarsa - accademica dominante: con quei suoi tre preziosi volumetti su Gesù ha dettato le linee per i veri esegeti del futuro), e che - per quanto riguarda i Padri -, questi vengono ignorati e declassati a uomini del loro tempo quando sono in contrasto con l'ideologia dominante neomodernista. Fanno comodo solo quando una qualche loro frase fuori contesto può essere usata contro la Tradizione.  

3) È cambiata la liturgia, perché è cambiata la teologia della preghiera: non si prega più come prima non solo perché sono state anacquate e rimodernate tante preghiere dell'antico messale (nel nuovo benedizionale non si nomina una volta sola il demonio, e l'acqua benedetta è solo un ricordo del battesimo: anacquata in tutti i sensi), ma perché si è ridotta la preghiera a prodotto dell'uomo a lui comprensibile.  Ed è cambiata la teologia della preghiera perché è cambiata la teologia della grazia.  Ma questo è un argomento che richiede ben altri approfondimenti, che spero altri più competenti di me possano fare, pur proponendomi di fare la mia modesta parte nei prossimi mesi.

don Alfredo Maria Morselli

Fonte: 
http://blog.messainlatino.it/2014/01/il-divino-eloquentissimo-silenzio-del.html

mercoledì 22 gennaio 2014

La Chiesa "del futuro"

Internet è lo specchio della società nel male e nel bene. Come nella società ci si lamenta per molte cose che non funzionano, così succede su internet. 

Riguardo la Chiesa si scrive di tutto, cose vere, altre meno vere, altre ancora totalmente false. Davanti alle situazioni patologiche di Chiesa ognuno offre delle alternative: c'è chi se ne frega completamente, chi auspica un ritorno alla tradizione, intendendolo tradizionalisticamente, chi desidera una Chiesa ancor più "aperta e giovane" (ossia secolarizzata).

Personalmente sono convinto che è necessario muoversi su due piani: a) dirigersi in strutture ecclesiali semplici, più semplici possibili; b) rinnovarsi seguendo direttrici tradizionali ma senza dimenticare che viviamo nel nostro tempo.

Questi due punti, a mio avviso, possono fare la "Chiesa del futuro". Il resto mi sembra destinato a decadere inevitabilmente.
Esamino in dettaglio questi due piani di scelta.

a) Penso sia necessario innestarsi o fare riferimento a strutture semplici. Quando penso ad esse ho in mente, ad esempio, un piccolo monastero con pochi monaci e una fraternità di pochi laici che lo supporta. Le grandi realtà, oramai, sono tutte più o meno contaminate da uno spirito che non è affatto quello ecclesiale autentico. Personalmente mi sono dato l'impegno di non perdere tempo a denunciare o "combattere" vescovi, preti o realtà similari (lo dovrebbe fare, semmai, un santo e io non lo sono affatto!). 

In questo blog si parla di liturgia, assai raramente di questo o quel "prete" o "vescovo" che sbagliano. Infatti, se si deve portare rispetto per l'episcopato e il sacerdozio, non ci si può illudere che, da questi erranti, si possa ottenere qualcosa, magari combattendoli con acredine. Spesso non solo non si ottiene nulla ma si ha pure una recrudescenza degli errori. 

Lungi dal capire questo, su internet molti si scandalizzano e occupano gran parte del loro tempo a scrivere e a rispondersi su cosa fa questo o quel prete, questo o quel vescovo. Sembra una coazione a ripetere che brucia quel poco ossigeno che ancora rimane. Invece di vedere la cosa per quel che è (patologica!) ci sono blog che attirano fiumi di pettegoli, come se fossero donne al mercato, un atteggiamento che i padri della Chiesa criticherebbero con molta severità! Laddove c'è gente che "mena i pugni" c'è sempre un capannello di curiosi e di tifosi. Ma è questo lo spirito della Chiesa?

Le grandi realtà anche nei tempi "migliori" sono sempre state esposte, più di chiunque altro, alle tentazioni del secolo. Oggi lo sono immensamente di più e non c'è ambito che si salvi al punto che attualmente è messa a repentaglio la sostanza stessa del Cristianesimo.

D'altronde, come possono esserci vescovi cattolici corrotti vi sono pure vescovi ortodossi corrotti. La "ruggine dei tempi" invade proprio ogni ambito. 
Al contrario, in una piccola realtà la situazione si può controllare meglio. Ad esempio, in un piccolo monastero un priore sensato penserà 10 volte prima di fare entrare un monaco o ordinarlo prete. Questo, soprattutto se costui è psicoproblematico, vanitoso, se semina zizzania ed è un animo inquieto, ozioso e pettegolo.  Infatti, un monaco del genere dividerà la comunità e tenderà a distruggerla. 

Viceversa, in una diocesi (cattolica o ortodossa è lo stesso, da questo punto di vista), un vescovo non vive in comunità con i suoi preti, non ne deve sopportare direttamente le originalità. Non di rado  cercherà di non pagare mai per gli errori del suo clero e farà, se può, da "scaricabarile".

Qui la tendenza è contraria. Si tende ad ordinare chiunque perché si ragiona con una mentalità freddamente istituzionale: ho un "buco" vuoto - una parrocchia senza prete - e devo riempirlo con un "tappo", uno che ordino al sacerdozio; qualsiasi "tappo" è buono basta che funzioni per un po'. 
Non c'è attenzione alle reazioni che, prima o poi, si genereranno. Ho visto fin troppe volte, e in molti ambienti clericali, questo cieco "opportunismo" che non ha la minima lungimiranza ed è tremendamente dannoso per la Chiesa. Il prodotto sono certi presbitèri composti da un'accolita di gente in cui spiccano elementi molto "originali" (*) ...

Davanti a queste situazioni, l'unica cosa che il cristiano può fare è quella di non "confidare nei potenti nei quali non c'è salvezza", come recita il salmo 146, non mescolarsi con loro, ricordarli nella preghiera e costruire un mondo più pulito nel proprio piccolo.

b) Ma per fare questo è necessario lavorare "a fondo". Di qui il recupero di tutti gli strumenti necessari per "lavorare bene" nel campo cristiano. Il recupero della tradizione (intesa come ho descritto nei post precedenti) è indispensabile. Questo da la possibilità di essere saldamente ancorati. Una retta conoscenza della sapienza biblica, mediata dalla lettura sapienziale dei padri, una nutriente pratica della liturgia (nelle sue espressioni tradizionali), sono quanto di meglio si possa avere. Inutile dire che esattamente questo è il lavoro che si fa - per vocazione - nelle strutture monastiche (in quelle che funzionano davvero, non nei pensionati per nullafacenti mantenuti!).

Il mondo clericale non si deve disprezzare ma storicamente ha spesso generato (soprattutto in Occidente) ogni genere di malanno mettendo in serio repentaglio la salute stessa della Chiesa (**). Un genere molto simile di danni si stanno iniziando ad osservare ora anche in Oriente (***).

Appoggiarsi nuovamente a realtà puramente clericali mi sembra l'errore di fondo di un certo tradizionalismo che non riesce a leggere obbiettivamente alcuni fatti storici e da per scontato troppe cose. Appoggiarsi a quelli che si pensano essere "i grandi" (o indugiare a parlare sempre su di loro) è anche l'atteggiamento di quei pochi che, approfittando del Cristianesimo, sono animati da manìe di grandezza...

Personalmente credo che la "Chiesa del futuro" - per poter reggere al gelido clima secolaristico - non può che avere una mentalità monastica, realizzata in  piccoli centri di tipo familiare. Mentre i clericalisti cercano i centri di potere, i monaci (veri) vi fuggono e in questo fuggire si concretizza la vera edificazione cristiana.

I potenti continueranno la loro opera di svuotamento di senso ma, alla fine, rimarranno soli. 
E quando un potente è solo e non seguito da alcuno a chi parlerà?
Tuttavia, questo avverrà solo se la gran massa dei laici capirà che è meglio volgersi alla costruzione di cose positive, non perdere tempo continuando a parlare in modo sempre più nevrotico di quello che "i potenti" non fanno. E i laici che fanno? Chiacchierano?

Nella costruzione ci si chiarifica lo spirito. Nel continuo dibattito lo si annerisce. Purtroppo, quanti siti e blog "supercristiani" diffondono spessa caligine nera su internet! 

"Tu quando vedi un sacco della spazzatura che fai? - chiedeva un monaco atonita ad un laico - lo apri e semini in giro la spazzatura per riempirti di puzza pure tu o, piuttosto, lo chiudi meglio e lo metti nel contenitore apposito?".

Ognuno di noi che fa?

_____________

(*) Voi capite bene che, finatanto che sono uno o due su 30, la cosa è ancora gestibile. Quando iniziano a divenire 20-25 su trenta è il caos totale! 

(**) Il riformatore Martin Lutero riporta un detto che già allora circolava ampiamente: "A Roma si fa la fede, altrove vi si crede!".

(***) In una lettera enciclica del patriarca di Costantinopoli, nella seconda metà del XIX secolo, si ricordava che "il popolo è il custode della tradizione". Mi sono sempre chiesto perché il popolo nella sua interezza e non semplicemente il clero. Questo passo è estremamente profetico nel momento attuale in cui, in Occidente, gran parte del clero ha perso il concetto di tradizione. Purtroppo qui il popolo non è più in grado di custodire una tradizione che non conosce affatto bene e che, addirittura, disprezza con idee preconcette che buona parte dello stesso clero ha in loro infuso.

giovedì 16 gennaio 2014

Un detto più attuale che mai!




“È necessario che il discorso sulla fede non sia concesso a tutti e in ogni momento, ma soltanto ad alcuni e in momenti determinati: intendo riferirmi a quelli che non sono completamente negligenti e lenti di intelletto, o a quelli che non sono eccessivamente insaziabili, ambiziosi e infervorati più del dovuto in favore della devozione. […] Solo quelli moderati nella discussione, poiché sono veramente ornati e saggi, devono avere libertà di parlare. La folla, invece, deve essere allontanata da questa strada, e dalla loquacità che oggi dilaga come una malattia”.

Gregorio di Nazianzo, 
Orazione XXXII, 16. 

Una preghiera sempre meno personale...

Inizio questo post in modo un poco singolare. Qualche ora fa è apparso alla mia mente un interessante parallelo tra due idee che desidero condividere. 

L'immagine con cui si apre questo post è una cabina telefonica. Vedendola forse diamo per scontato  alcune cose che, viceversa, sono importanti: una cabina è fatta per custodire il dialogo di una persona con un'altra, oltre che, ovviamente, per non disturbarla dai rumori esterni. 

Questo bisogno di custodia era tipico di un mondo che, ahimé, ci lasciamo sempre più alle spalle, un mondo in cui era socialmente radicata un'acquisizione che ritengo tutt'ora valida.
Quest'acquisizione è formata da due aspetti: 

1) in una persona c'è un profilo pubblico (quello che può condividere con tutti o con la maggioranza delle persone);

2) c'è pure un profilo personale (quello che condivide solo con pochi, se non con pochissimi o con solo se stesso).
L'immagine esterna della cabina telefonica impone immediatamente il secondo aspetto: chi è esterno ad essa è escluso dalla condivisione di alcuni messaggi.

Con la rapidissima diffusione del telefono cellulare è avvenuta una piccola "rivoluzione" sociale: la netta divisione tra profilo personale e pubblico è saltata nella maggioranza dei casi. Ben pochi sono coloro che usano il cellulare telefonando a bassa voce! In questo modo, i messaggi personali (o personalissimi!) vengono resi noti a tutti, che lo si voglia o meno.

Questo crollo del diaframma tra profilo personale e pubblico lo si è notato molto tempo prima anche nella moda, laddove parti quasi intime del corpo umano erano messe a nudo, sotto gli occhi di tutti.

Pare che la società sia pian piano trascinata in una direzione dove, quant'è personale, non può più rimanere isolato. La cosa addirittura "piace" agli svaporati perché accarezza il loro narcisismo. Essi non si accorgono dell'ultima logica conseguenza di questo: l'abolizione totale di uno spazio individuale custodito. Infatti, si parla sempre più di violazione di dati personali e quanto si scrive su internet può benissimo essere monitorato da centri a noi ignoti, non solo per indagini pubblicitarie...

Considerando cosa avviene nella Chiesa, trovo un parallelo curioso con questo fenomeno ma anche un'altra cosa: sembra che in essa questo processo di "demolizione" del profilo personale sia avvenuto addiritura prima rispetto alla società, come se in essa alcuni responsabili collaborassero con chi ha interesse a cambiare determinati consolidati costumi sociali per un più efficace controllo dei singoli.

Un esempio lampante. La riforma della messa nel mondo cattolico ha praticamente abolito le preghiere "segrete", quelle preghiere, cioè, che venivano recitate dal sacerdote  quasi in silenzio. 


Viceversa nella messa tradizionale esistono due chiarissimi piani: 

  1. il dialogo del sacerdote con i fedeli e con Dio (preghiere ad alta voce). Corrisponde pressapoco al "profilo pubblico" sopra descritto ed è la preghiera condivisa; 
  2. il dialogo del solo sacerdote con Dio (preghiere a bassa voce). Corrisponde pressapoco al "profilo personale" ed è la  preghiera personale.

Questo secondo piano, poi, sembra addirittura seguire meglio la raccomandazione di Cristo nel modo in cui si deve autenticamente pregare.
Questa divisione non è propria alla sola antica messa cattolica ma ad ogni liturgia tradizionale: si pensi alle preci sacerdotali del lucernario nel vespro bizantino, recitate pure queste sottovoce mentre il cantore recita il salmo 103.

Nel mondo cattolico, con l'abolizione delle preci "segrete", tutto è stato livellato ad un solo livello: quello pubblico, come se fosse indispensabile essere sentiti da tutti in ogni momento, come se la preghiera rivolta in primis verso Dio debba essere intesa da tutti per poter salire a Lui ed essere efficace. Con tutta la prudenza del caso, noto in queste abolizioni una rabbrividente superficialità se non altro perché aprono sempre più il campo al bisogno di apparire (che è in sé un atteggiamento mondanissimo), alla pura fenomenologia che può bellamente dimenticare l'essenza spirituale.

Vi scorgo pure quanto sta avvenendo oggi in altri campi della nostra società.

Se vi si pensa attentamente, non è un caso che un movimento di tipo settario del mondo Cattolico pratichi le confessioni "pubbliche" dove un singolo, davanti a tutti, deve sciorinare le sue colpe individuali, anche pesanti. E non è neppure un caso che i responsabili del cattolicesimo non facciano nulla per correggere questa situazione.
Certo al di fuori di quelle cerchie molti ancora non hanno questa prassi ma l'esempio del movimento indica senz'altro una tendenza significativa, soprattutto in considerazione di quanto esposto.

Infatti anche qui si vede la medesima situazione: la cancellazione di uno spazio individuale, in cui si può esercitare la peculiarità espressiva del singolo.

Temo che pure con questi fenomeni, di cui forse inconsapevolmente si sono fatti alfieri e precursori alcuni riformatori cattolici, l'intera società stia lentamente scivolando in un'ulteriore massificazione e omologazione.

Noto, infine, che tutto ciò è divenuto una moda per cui anche in liturgie tradizionali (come quelle del mondo ortodosso) le preghiere da dirsi silenziosamente oramai si fanno sempre più ad alta voce perché i fedeli le intendano.
Evidentemente chi un tempo ha stabilito che certe preghiere sono da eseguirsi silenziosamente non aveva il bisogno attuale di chi, facendosi udire anche quando non dovrebbe, colpisce gli astanti. 

Un tempo era chiaro che si avrebbe dovuto "colpire" solo Dio per essere da Lui esauditi. Oggi è sempre meno chiara la raccomandazione di Cristo: "Cercate prima il regno di Dio e tutto il resto vi sarà dato in conseguenza". Così questo e altro contribuiscono ad abbassare la qualità generale. Conseguentemente, molti ambienti di  Chiesa non si propongono più come un solido appoggio davanti ad un mondo che cambia e, forse inconsapevolmente, ne accellerano la mutazione...


P. S. Importante precisazione.

Vorrei precisare che nella liturgia tradizionale si mantiene un perfetto equilibrio tra la dimensione sociale della preghiera e quella personale. 

Infatti, la persona compone, sì, la Chiesa in quanto membro di un corpo, ma non viene meno nella sua personale individualità! Anche per questo si sottolinea la differenza tra la persona del sacerdote e quella di tutti gli altri con preghiere che costui recita a bassa voce: nella sua persona egli è mediatore-sacerdote tra il popolo e Dio.

Gli altri non lo sono come lui e, infatti, logicamente non dovrebbero sentire alcune sue preghiere, non dovrebbero condividere alcuni suoi spazi (che dire delle "singolari" realtà in cui in una chiesa non esiste più il presbiterio e i laici leggono il vangelo quand'anche non "concelebrino"?).



L'abolizione del piano personale (abolendo le preghiere silenziose) e l'appiattimento nella sola dimensione pubblica. inclina inevitabilmente ad una confusione del rapporto tra persona e comunità. Allora la persona o diviene elemento impersonale della comunità (realtà ideologico-settaria) o, come in certe realtà protestanti, fa Chiesa e comunità per se stesso (realtà individualistica). Socialmente questi atteggiamenti si traducono o in un "comunismo radicale" alla Pol Pot o in un individualismo sfrenato e senza veri rapporti col prossimo.

Se non ci sono più preghiere silenziose del sacerdote, è inevitabile che vi siano luoghi in cui alcuni fedeli recitano pure le "parti" del prete. È chiarissimo, qui, che le funzioni si sono confuse! Il ruolo personale si confonde fino all'indistinzione con il ruolo altrui.


Contro tale fatto è inutile invocare discorsi teorici in cui si pensa che nulla sia cambiato! È inutile prendere in giro se stessi se la teoria va in una direzione e la pratica in tutta un'altra.


Vedete: qui non è celato un semplice attentato all'identità sacerdotale. Qui a monte c'è prima di tutto la confusione tra quanto distingue la persona (ossia i suoi elementi propri e non condivisibili) e quanto si condivide nella comunità (ossia gli elementi che il singolo mette in comune).


In altre parole, sembra che nella mens di alcuni riformatori liturgici che hanno ideato certe innovazioni, esista un concetto poco realistico di uomo ma, in compenso, molto ideologico!




domenica 12 gennaio 2014

L'occhio dell'anima

Stasera passando a piedi attraverso un quartiere residenziale urbano ammiravo le tante finestre accese dai palazzi. Uno "spettacolo" che non si può osservare la sera nei palazzi veneziani, ridotti ad essere sedi di mostre o uffici: oramai la vita familiare non riscalda più quei palazzi già da qualche secolo!

Siccome non ero solo, ho chiesto a chi mi stava vicino: "Che differenza c'è tra un palazzo illuminato come questi e un palazzo ugualmente illuminato ma senza anima viva al suo interno?".

La domanda non era oziosa: quello che i sensi percepiscono non è detto che corrisponda automaticamente a quello che pensiamo (luce di una casa = casa abitata). Si noti che, essendo inverno ed essendo tutte le finestre chiuse, non si percepiva alcun rumore da quegli appartamenti. Non si notava neppure qualche figura muoversi all'interno. Per questo ho posto tale domanda.

Qui, però, entra in gioco un'altra componente, la più affascinante che ognuno di noi ha senza a volte saperlo: se i sensi non ci danno alcuna prova chiara che una casa è abitata, c'è qualcos'altro che ci indica la presenza della vita, qualcosa paragonabile alla sensazione di un calore umano che s'irradia da quegli appartamenti, calore che intuiamo "come" se fossero onde che ci raggiungono attraverso l'aria e s'infrangono su di noi. Per questo amo attraversare i luoghi residenziali ed evito i percorsi turistici (che danno sensazioni completamente artificiali e inerti miste ad eccitazioni nervose). (*)

Faccio un altro genere di esempio per essere più chiaro. Molto tempo fa, quand'ero un giramondo, decisi di prendere una corriera per andare in Grecia. Esistevano delle corse che, partendo da una città del nord, percorrevano tutta la penisola italiana, s'imbarcavano in un traghetto e poi raggiungevano il luogo prestabilito. Era un viaggio molto economico, per lo più preferito da studenti. L'unico neo, oltre al fatto d'essere un viaggio "eterno", era l'orario di partenza: 4,30 di mattina. Se un giovane ragazzo non voleva o non poteva spendere, doveva aspettare il bus sotto la pensilina fintanto che questo arrivava. Una volta lo feci pure io. Ad una certa ora mi addormentai. Saranno state le tre di mattina. Nel dormiveglia, nel totale silenzio, avvertii una presenza umana in avvicinamento, pur mantenendo gli occhi chiusi. Li aprii: pareva essere un malintenzionato, un ladro, il quale con passi leggerissimi e silenziosi stava avvicinandosi (forse per derubarmi, chissà!). Me ne accorsi senza aver avuto bisogno dei sensi! Dopo che aprii gli occhi, lo sconosciuto si allontanò rapidamene.

Questo indica che dentro di noi ci sono delle potenzialità alle quali non diamo molto peso le quali, però, non fallano. A volte tutto questo lo chiamiamo "intuito", altre volte "sesto senso".

Vi ho parlato di queste cose per mostrarvi un punto che mi sta particolarmente a cuore.

Nel prologo di Giovanni, l'apostolo dice che il Logos di Dio - Gesù Cristo - è la vita. Questa vita si è trasmessa agli apostoli non tanto con un insegnamento verbale quanto attraverso una convivenza: Cristo abitava assieme ai suoi seguaci. 

Avendola avuta vicino, questa stessa vita si è fatta riconoscere ai discepoli di Emmaus con un segno particolare al punto che uno disse all'altro: «Non sentivamo forse ardere il cuore dentro di noi mentr'egli ci parlava per la via e ci spiegava le Scritture?» (Lc 24, 33).

Oggi si da a questo passo un valore romantico o pietistico (quando lo si crede e non lo si ritiene una favola). Ma si dimentica che, allora, queste valenze erano ben lungi dall'esistere! Qui si cela quello che chiamo "sesto senso" o intuito spirituale. Quest'intuito ha una qualità ancor superiore a quella dei miei esempi suddetti.

Se scorriamo la patristica greca, questo "sesto senso" ha un nome preciso: occhio del cuore, detto pure nous o, ancora, intelletto spirituale.

In questo modo, l'uomo è composto da corpo (con i cinque sensi), razionalità e intelletto spirituale. L'intelletto spirituale non è affatto la razionalità anche se oggi, per la maggioranza del Cristianesimo occidentale, i due termini tendono ad essere perfetti sinonimi (non a caso la cosiddetta spiritualità non ha alcun reale valore e vive ai "margini" quando non è addirittura equivocata. Di qui certe affermazioni sull'orlo del blasfemo: "La Chiesa non si regge con le Ave Maria!", come diceva un noto arcivescovo).

Se l'intelletto spirituale apre a sensazioni di altro ordine (e gli esempi che ho posto in alto, per quanto inadeguatissimi, ne forniscono la vaga idea), è logico che una vita cristiana in cui tale intelletto è cieco, non potrà che essere di basso livello.

È il caso di chi sa tutto a livello concettuale, conosce le leggi della Chiesa e il catechismo a mena dito; senza aver illuminato l'intelletto (= averlo reso attivo), sarà intelligente, mai sapiente! 

È pensando a costui che Cristo dice: «Se il tuo occhio è sano, anche il tuo corpo è tutto nella luce; ma se è malato, anche il tuo corpo sarà nelle tenebre» (Lc 11, 34). Non è il molto studio ad illuminare l'intelletto (i dottori della legge non furono mai i discepoli di Cristo!) ma qualcos'altro. Solo con quel qualcos'altro tutto assume il suo giusto ruolo ed equilibrio e rende sapienti. Lo stesso Cristianesimo, agli inizi, si autodenominava  "sophia cristiana", non "razionalità cristiana"!

Essendo oramai divenuto solo la seconda,  "razionalità cristiana", il Cristianesimo nelle nostre regioni è spesso e volentieri una realtà puramente filantropica e abolisce sempre più la preghiera e ogni genere d'impostazione tradizionale nella liturgia. È tutto molto logico, se ci si pensa! 
Non ci si deve illudere: nessuno, pensando di sanzionare castighi, può credere di ristabilire un ordine tradizionale (che nasce solo da presupposti di ordine spirituale) (**).

Quello che ho sempre "rimproverato" ad un certo tradizionalismo cattolico (non dico che tutti i suoi componenti sono così!) è il fatto di non riuscire ad arrivare in profondità: si accoglie quanto contraddistingueva la Chiesa cattolica fino a cinquant'anni fa senza rendersi conto che c'è un tesoro molto più grande e nascosto da porre in luce.

Questo tesoro si gusta con intuizioni di altro genere che, si può dire, sono sempre appartenuti alla grande mistica cristiana. 

Sono convinto che la Liturgia tradizionale non è nata semplicemente per motivi razionali (anche certi distruttori della stessa li hanno!) o per motivi puramente didattici (certi distruttori della stessa sono i primi a parlare di "pastorale liturgica"). 

È nata, sì, per santificare i fedeli ma il santificare non è mai fine se stesso: serve ad aprire in loro un "occhio interiore", un "senso spirituale", attraverso il quale contemplare, attraverso i simboli, realtà celesti. Se non si arriva a questo, o non ci si avvicina, nulla ha veramente senso!

Ecco le vere basi e la vera identità della liturgia tradizionale ed ecco perché le riforme liturgiche, nate con scopi puramente umani (anche se con le migliori intenzioni), alla fine svuotano e rendono inservibile la liturgia stessa!

Sono solo i "puri di cuore" che, attraverso i segni e i simboli disposti nella liturgia possono "vedere Dio". E lo vedono nel senso da me su indicato, anche se lo descrivo in modo molto impreciso e approssimativo.

Gli altri, tutti gli altri che ne sono "fuori", scambieranno la buccia del frutto per il frutto intero, un palazzo illuminato (ma vuoto) con un palazzo popolato di gente (***).

E allora ecco le liturgie e le chiese che non hanno nulla di sacro. 
Solo un cieco nell'anima può vedere in esse lo "splendore" di Dio. 
Oggi siamo su questo livello almeno nel 90% dei casi. Mai come oggi il Cristianesimo è rappresentato da una sparuta minoranza di persone.

______________

(*) Come si possono avere sensazioni positive da un quartiere (pur non vedendo o sentendo anima viva), se ne possono avere pure di pessime. Ci sono quartieri di Parigi, per nulla pubblicizzati, in cui si sente una sensazione di oppressione, di oscurità (anche se hanno vie e palazzi lindi e pinti). Avendoci vissuto per qualche anno ho girato abbastanza in quella metropoli. Un tardo pomeriggio domenicale, con l'idea di raggiungere più velocemente una fermata del metrò, sono entrato in un quartiere deserto. Ho immediatamente sentito una sensazione fastidiosa e non capivo il perché. Mi fu chiaro dopo un poco: una prostituta di colore mi fissava invitandomi a gesti a salire in una di quelle case! Non la degnai di uno sguardo. Quelle erano case infelici!

L'occhio del cuore arriva a capire molto prima della razionalità! Parigi, per quanto sia la capitale europea della cultura, la considero una città con diversi quartieri abbastanza inquietanti.

(**) È piuttosto ricorrente, nel mondo tradizionalista, l'idea che solo un papa "di polso", imponendo delle leggi e facendole obbedire sotto pena di castighi, potrebbe risollevare le sorti del Cattolicesimo. 
Io mi chiedo: come si fa ad essere così ingenui? In fondo, il mondo cattolico è arrivato allo stadio odierno proprio perché ha attraversato secoli di sottomissione a feree leggi. Allora è prima di tutto necessario mostrare che le basi della Tradizione si appoggiano non su una comprensione razionale (o razionalistica), non su un puro ordine legale, ma su disposizioni il cui fine è la santificazione (ossia il risanamento dell'occhio interiore, per dirla evangelicamente e patristicamente). Questo sarebbe facile se, nel mondo cattolico, ci fossero monasteri che funzionassero bene e la loro spiritualità fosse veramente il timone della Chiesa. Invece non è affatto così! L'unica soluzione è data solo al singolo il quale, con somma fatica, deve cercare di recuperare una visione equilibrata e concreta di se stesso, riappropriandosi della spiritualità ecclesiale e, con questa, di ogni cosa tradizionale da sempre appartenuta alla Chiesa. 


(***) Per questo motivo sono totalmente contrario a chi mette dei video in una chiesa per "vedere meglio" cosa avviene sull'altare. In una chiesa non si tratta di "vedere" (ecco perché in Oriente, invece, si nasconde) ma d'intuire! Se si diseduca le persone portandole al puro dato fenomenologico (il semplice vedere) e li si diseduca ulteriormente facendo loro vedere il fantasma (o l'ideologizzazione) della realtà (perché è questo che mostra il televisore!), si ridurrà la liturgia adirittura al fantasma del materiale, del fenomenico. Nella visione televisiva si rende fantasma pure il materiale, figuriamoci se si può trasmettere lo spirituale che s'irradia da una materialità trasfigurata! Qui, al più, lo spirituale è scambiato con il "moralistico", il "concettuale", il "sentimentale", cose che non c'entrano nulla con esso!
Purtroppo questo è arabo per molti cristiani "progressisti" e, ahimé, pure per diversi cosiddetti "tradizionalisti".
Il secolarismo ha marcato pesantemente tutti per cui moltissimi considerano le cose religiose stando a "pancia a terra". 
Ecco perché le messe con danze (come fanno in america latina) sono la logica conseguenza di tale impostazione puramente profana e desacralizzante!
A sua volta, un certo tipo di "tradizionalismo" è completamente impotente a risollevare le sorti di questa anemicissima Cristianità...

venerdì 10 gennaio 2014

Una fede (non più) sicura....

Gentili lettori,

il dialogo aperto avuto con la signora Trifletti (che riassume una certa posizione dell'italiano medio) si è forse concluso stasera con ulteriori risposte da parte sua e da parte mia. Avevo preparato uno scritto più ampio ma ho deciso di non pubblicarlo per non appesantirvi la lettura.

Ho dato nuove risposte nel post "Ricevo, rispondo".

Che dire?
Sono disorientato e meravigliato. Da un lato, però, sono grato a questa signora che mi ha fatto ricordare quanto lontane siano le posizioni dei singoli cristiani odierni rispetto alla fede tradizionale.

Vivendo e lavorando all'Università può capitare di non rendersi conto che "fuori" il livello delle persone è ben differente, il modo di ragionare può essere diffusamente illogico. Vivendo in un'atmosfera tradizionale di fede, può capitare di non rendersi conto che "fuori" il livello delle persone è ugualmente ben differente, il modo di intendere la fede spesso esprime il gusto o il capriccio di ognuno, non il Vangelo.

Non dico che sono fortunato e gli altri no. Dico che i grandi testimoni della fede del passato oggi rimarrebbero allibiti. Infatti, qui non si tratta solo di una cultura (o di culture) differenti da un tempo.

Si tratta di un cambio sostanziale nel Cristianesimo stesso. Ci troviamo davanti ad una creatura "teoricamente" unita al suo passato ma in realtà totalmente dissociata da esso.

Un tempo quella odierna l'avrebbero chiamata eresia (o eresie). Oggi la chiamano "visione pluralistica", "ricchezza", "splendore", "carisma". Sta di fatto che, definita in un modo o in un altro, è divenuta un cibo in cui la prospettiva divina d'altri tempi è completamente evaporata, divenendo una filosofia umana tra le tante.

A tal proposito, mi sembra importante riportare le ultime battute del mio dialogo con la Trifletti. Rispondendo alla sua apologia sui dubbi da unirsi alla fede, le ricordavo una cosa elementare:

Se la cultura non crede più "alle idee chiare e distinte", il cristiano ci crede ancora perché non ha questioni puramente umane. Ad esempio, l'idea chiara e distinta che Cristo è risorto perché di questo ne hanno avuto esperienza i suoi apostoli rimane. Nessuno la può toccare in nome di nulla altrimenti è vana la nostra fede, come dice san Paolo!
Se non si distingue bene il piano umano dal piano divino (che s'interseca con l'umano) si umanistizzerà il Vangelo e lo si svuoterà facendolo soccombere anche alle più disperate e vuote filosofie.

Molti sono a questo punto. È forte un sospetto che col passare del tempo diviene sempre più certezza: nel Cristianesimo attuale pochissimi sanno quale sia il piano divino! Non credono più che il Cristianesimo abbia una prospettiva divina! Ma è ancora Cristianesimo, questo?

Viceversa, chi sceglie la Tradizione non si pone con la maggioranza perché ha acquisto possibilità che altri non hanno. Ed è solo questo l'importante.

Senza la Tradizione, invece, assume sempre più forza la domanda di Cristo: "Quando il Figlio dell'uomo tornerà sulla terra troverà ancora la fede?".

Non mi sembra si possa aggiungere molto di più!