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sabato 15 febbraio 2014

Gesù Cristo, Signore dei signori....



Questo post è legato a quello immediatamente precedente. Abbiamo visto l'anemia crescente del Cristianesimo occidentale, anemia che si manifesta inevitabilmente nella sua liturgia in cui si riflette sempre meno la divinità di Cristo, il dogma della Trinità, tutto quello che ha sapore di trascendenza. Oramai è prevalentemente un discorso umano, con speranze umane e logiche umane. Il tutto è coperto dal zucchero a velo del sentimentalismo religioso.
Le rare volte in cui mi capita di entrare in una chiesa cattolica in cui si celebra con la messa riformata vengo sempre assalito da una triste sensazione, come se tutto quello che sento non si distanziasse che ben poco da un livello di chiacchiere da osteria. A differenza dell'osteria in chiesa, magari, si fanno discorsi un poco più seri ma la logica di fondo non cambia. È tutto così sconfortatamente "troppo umano" da lasciare la bocca asciutta e inaridire il cuore. Mi chiedo come mai i cristiani non se ne accorgono ma, forse, tutto questo è analogo alla differenza tra il surrogato e il caffé: per accorgersi della differenza tra i due bisogna prima aver conosciuto cosa sia un buon caffé. Chi non ha mai sentito il buon caffé si accontenterà anche del prodotto più scadente che gli viene fatto passare per caffé...

Qualche anno fa', quando andai al funerale di una mia zia, ebbi modo di sentire nella messa dei testi che, in parte, riflettevano espressioni tradizionali ma, in parte, avevano concezioni troppo umanistiche, così umanistiche da creare una sorta di chiusura della terra in se stessa: non era possibile avere sensazione di cielo. E sono certo di non esagerare!

Questo è il livello miserevole al quale la maggioranza dei chierici ha steso la Cristianità, forse spinti da cause esterne (qualcuno non cristiano con molti soldi e potere li deve avere spinti a farlo). Poi coprono il tutto con le migliori intenzioni e propositi. Riempiono la testa di dolci parole ma lasciano il cuore a digiuno! Ed è il cuore a smascherare questa falsità.

Ebbene, questo processo continua e, in un certo senso, si sta radicalizzando: abbiamo recentemente visto il relativismo papale che spinge ognuno a cercare la sua spiritualità, il cristiano nella Bibbia, il mussulmano nel Corano, l'ebreo nell'interpretazione rabbinica della Scrittura. Abbiamo visto che pure l'ateo è lasciato alla sua "buona coscienza" poiché l'unico vero peccato, oramai, pare essere solo l'ingiustizia sociale.
Non si vede che, o prima o poi, questo relativismo porterà alla morte del Cristianesimo stesso. Non lo si vede e pare non esistere alcuna preoccupazione: il cuore di questi chierici è altrove!

Ebbene, nonostante ciò, succedono fatti in perfetta controtendenza.

Uno di questi è la strana storia di Gulshan Esther, una mussulmana convertita al Cristianesimo in seguito a fatti assai singolari. È vero che la forma di Cristianesimo a cui questa islamica pakistana si convertì è quella di tipo protestante. Ma è altrettanto vero che il contesto in cui avvenne (una società interamente mussulmana), la modalità in cui avvenne (una specie di "rivelazione" divina personale) e i particolari di tutta la sua storia, sono cose da non sottovalutare. Lei stessa ad un certo punto dice che con l'Islam non si va in Paradiso, cose che oggi pure un papa si vergogna di affermare.

Includo questa storia per dire che, nonostante i profondi tradimenti del clero, i pasticci assurdi dei cristiani, l'imbastardimento del Cristianesimo attuale, Gesù Cristo è e rimane sempre il Signore dei signori e, quando e come vuole, è in grado di capovolgere le cose. 

Quanto segue è il primo capitolo del libro della vita di Gulshan Esther tratta dal libro "Il velo strappato". Alla fine del capitolo c'è un video nel quale parla della sua vicenda (con traduzione in francese).

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Capitolo 1 

VERSO LA MECCA

Non avrei dovuto recarmi in Inghilterra in quella estate del 1966 secondo l’ordinario corso degli eventi. 
Io, Gulshan Fatima, la figlia minore di una famiglia Sayed, musulmana discendente diretta del profeta Maometto attraverso l’altra Fatima, sua figlia, avevo sempre vissuto una tranquilla vita costretta nella mia casa, quasi reclusa, nella regione del Punjab, Pakistan. E ciò non solo perché ero stata educata secondo la purdah sin dall’età di sette anni nel pieno rispetto dei più rigidi dettami del codice islamico ortodosso sciita, ma anche perché paralizzata e quindi incapace di lasciare la mia stanza senza l’aiuto di qualcuno.
Il mio volto era velato agli occhi degli uomini, fatta rara eccezione per i parenti più prossimi come mio padre, i due fratelli maggiori e mio zio. Per i primi quattordici anni della mia debole esistenza i muri delimitanti il perimetro di un grande giardino a Jhang, a circa 250 miglia da Lahore, costituirono per me i confini del mondo.
Fu mio padre a portarmi in Inghilterra – proprio lui che aveva sempre guardato con sospetto quegli inglesi che adoravano tre dei invece di un solo Dio. Non mi permetteva neppure di studiare la lingua degli infedeli durante le mie lezioni con Razia, la mia insegnante, per paura che potessi in qualche modo essere contaminata da quell’errore ed essere così allontanata dalla nostra fede. Eppure decise di portarmi fin là dopo aver speso una quantità enorme di denaro in patria nel tentativo di trovare una cura che giovasse alla mia condizione o il miglior consiglio medico. Fece tutto questo per amore, preoccupandosi della mia felicità futura; ma quanto poco sapevamo dei problemi e del dolore che attendevano, nascosti dietro l’angolo, la mia famiglia quando atterrammo all’aeroporto di Heathrow quel giorno all’inizio di aprile. Strano che io, la figlia paralitica, la più debole dei cinque figli, mi sarei rivelata alla fine la più forte di tutti e sarei diventata una roccia per dare rifugio a tutto ciò che egli aveva di più caro.
Ancora oggi, nella mia maturità, mi basta chiudere gli occhi per vedere subito con la mia mente un’ immagine a me cara: quella di mio padre, il dolce Aba-Jan; così alto e magro, sempre ben vestito nel suo perfetto abito nero dal collo alto fermato con bottoni d’oro, pantaloni ampi e un turbante bianco avvolto sul capo con della seta blu. Lo vedo così, quando da bambina, come suo solito, entrava nella mia stanza per insegnarmi la mia religione. 
Lo vedo in piedi accanto al mio letto, davanti all’immagine della casa di Dio, La Mecca, il luogo più sacro per l’Islam, la Ka’aba, voluta secondo la tradizione da Abramo e restaurata da Maometto. Papà sfila il Santo Corano dallo scaffale, il luogo più alto in quella stanza, perché niente deve trovarsi al di sopra del Corano.
Bacia innanzitutto la copertina di seta verde e recita il Bismillah i-Rahman-ir-Raheem (io inizio nel nome di Dio, il Misericordioso e Compassionevole), aprendone quindi la copertina di seta verde, dopo aver precedentemente, con molta cura, eseguito il Wudu, le abluzioni rituali necessarie prima di poter toccare o aprire il libro sacro. Ripete il Bismillah e poi mette il Sacro Corano su di un rail, uno speciale leggìo a forma di X, toccando il libro solo con la punta delle dita. Si siede così che anch’io, adagiata comodamente su di una sedia, possa leggere. Anch’io ho eseguito a mia volta il Wudu aiutata dalle mie serve. 
Papà fa scorrere le dita sullo scritto arabo finemente decorato mentre io ansiosa di compiacerlo ripeto dopo di lui la Fatiha, l’Inizio, cioè quelle parole che legano insieme tutti i musulmani in qualunque parte si trovino:

“Lode sia ad Allah Signore della Creazione, 
pieno di Compassione, Misericordioso, 
Re nel giorno del giudizio! 
noi adoriamo solo te e a te solo chiediamo aiuto, 
guidaci sul giusto cammino, 
il cammino di coloro sui quali hai mostrato il tuo favore, 
non di coloro sui quali hai riversato lo sdegno o coloro 
che si sono allontanati da te e sono persi”.


Dal Sura oggi noi leggeremo gli Imrans: 

Allah! non c’è altro Dio al di fuori di lui, il vivente, l’Eterno. Egli ha rivelato a te il libro con la verità confermando le scritture che lo hanno preceduto: poiché egli ha già rivelato la Torah ed il Vangelo come guida degli uomini e la distinzione tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.

Faccio ciò che ogni bambino musulmano di famiglia ortodossa impara a fare sin dai primi anni della sua infanzia, leggere cioè il Sacro Corano in arabo. Si può comprendere solo in arabo, la lingua in cui fu scritto. Noi musulmani sappiamo che non può essere tradotto senza correre il rischio di perdere qualcosa del suo significato. Si tratta di un libro sacro e non un libro qualsiasi. 
Quando si termina la lettura completa del sacro testo per la prima volta – io avevo circa sette anni e questa età viene considerata l’età della discrezione – si dà una festa. La chiamiamo “ameen del Santo Corano” in cui tutti i membri della famiglia, gli amici ed i vicini sono invitati. Nel luogo centrale del bungalow dove gli uomini siedono separati dalle donne da un divisorio, il mullah recita delle preghiere che segnano l’ingresso in questa importante e nuova fase della vita mentre le donne che sono sedute nell’area del cortile ad esse destinata, smettono di parlare per ascoltare.
Siamo giunti alla fine del Sura. Ora inizia il mio catechismo. Papà mi guarda accennando un sorriso, dice “Ben fatto piccola Beiti (figlia)”. Ora rispondi a queste domande: “Dove è Allah?” 
Vergognandomi ripeto la lezione che conosco così bene: “Allah è dappertutto”. 
“Allah vede tutte le azioni che fai sulla terra?”.
“Sì, Allah vede tutte le azioni che faccio sulla terra, sia buone che cattive e conosce anche i miei pensieri nascosti”. 
“Che cosa ha fatto Allah per te?” 
“Allah mi ha creato e ha creato non solo me ma tutto il mondo. Lui mi ama e ha cura di me. Mi ricompenserà con il cielo per le mie buone azioni e mi punirà con l’inferno, per tutte le opere cattive”. 
“Come puoi guadagnare l’amore di Allah?”
“Posso guadagnarmi l’amore di Allah tramite una sottomissione completa alla sua volontà e mediante un’obbedienza totale ai suoi comandamenti”. “Come puoi conoscere la volontà ed i comandamenti di Allah?” 
“Io posso solo conoscere la volontà e i comandamenti di Allah mediante il Santo Corano e le Tradizioni del nostro Profeta Maometto (possano la pace e la benedizione di Allah essere su di lui)”. 
“Molto bene” dice mio padre, “ora c’è qualcosa che vuoi sapere? Hai delle domande?”
“Sì padre, ti prego, spiegami perché l’ Islam sia migliore delle altre religioni?”, chiedo ciò non perché io conosca tutto sulle altre religioni ma perché mi piace ascoltarlo parlare della nostra.
La risposta di mio padre è chiara e definita. “Gulshan, io voglio che ti ricordi sempre questo: la nostra religione è più grande di qualsiasi altra perché Maometto è innanzitutto la gloria di Dio. Ci sono stati molti altri profeti, ma Maometto ha portato il messaggio finale di Dio all’umanità e non c’è nessun bisogno di un altro profeta dopo di lui. In secondo luogo Maometto è amico di Dio; egli distrusse tutti gli idoli e convertì all’Islam il popolo che li aveva adorati. In terzo luogo Dio dette il Corano, il libro più sacro di tutti a Maometto. È l’ultima parola di Dio e noi dobbiamo obbedire a questa parola; tutte le altre scritture sono incomplete”.
Io ascolto. Le sue parole sincidono, s’intagliano sulle tavole della mia mente e del mio cuore. Se abbiamo tempo, gli chiederò di illustrarmi ancora una volta l’immagine appesa nella mia stanza.
“Che cosa significa andare in pellegrinaggio alla città santa della Mecca, quel magnete verso cui ogni musulmano si volta cinque volte al giorno per pregare? E anche noi ci voltiamo in direzione della Mecca nella nostra città quando il muezzin richiama all’azzan dal minareto della moschea. Quel suono riecheggia lungo le stradine, tra il rumore del traffico e dei commerci ed entra nelle nostre finestre chiuse all’alba, a mezzogiorno, nel pomeriggio e di sera chiamando il fedele alla preghiera con la prima dichiarazione dell’Islam:

“La ilaha ill Allah,
Muhammad rasoolullah! 
Non c’è Dio al di fuori di Allah:
e Maometto è il suo profeta”.

Papà mi spiega tutto. È stato due volte in pellegrinaggio - una volta da solo e una volta con sua moglie, che è mia madre. 
Ogni musulmano deve recarvisi almeno una volta nella vita e più volte se è una persona ricca; andare in pellegrinaggio è il quinto dei cinque pilastri dell’Islam che uniscono milioni di musulmani in molti paesi differenti ed assicurano la continuazione della nostra fede.

“Papà anch’io andrò alla Mecca?” gli chiedo. Lui sorride e si abbassa per baciarmi la fronte: “Certo che ci andrai piccola Gulshan. Quando sarai più grande e forse…” Non finisce la frase ma io so che cosa vuole dire: “quando le nostre preghiere per te troveranno risposta”.
Questi momenti minsegnano la devozione verso Dio, l’attaccamento alla mia religione e alle sue tradizioni, un fiero orgoglio della mia discendenza dal profeta Maometto mediante suo genero Alì ed una comprensione della dignità di mio padre che non è solo il capo della nostra famiglia ma anche un discendente del Profeta, un Sayed e anche uno Shah. È anche un Pir, cioè un leader religioso con grandi possedimenti in tutto il paese ed un enorme bungalow pieno di ogni comodità circondato da giardini nella nostra città.
Ora inizio a comprendere per quale motivo siamo così rispettati come famiglia anche dal mullah o maulvi che viene a rivolgere le sue domande a mio padre, domande religiose a cui egli stesso non riesce a trovare risposta. Guardando indietro posso scorgere lo scopo di quegli anni di schiavitù quando la mente e lo spirito si schiudevano come i boccioli di rosa nel nostro giardino ridente, così tenuto con amorevole cura dai giardinieri.
Il mio nome Gulshan nella lingua Urdu significa “luogo dei fiori, giardino”. Io, una pianticella malata con un nome simile, ero veramente tenuta come quei fiori da mio padre.
Lui ci amava tutti - i suoi due figli Safdar Shah e Alim Shah; le tre figlie Anis Bibi, Samina ed io. Sebbene l’avessi deluso una prima volta poiché ero nata donna e poi a sei mesi perché resa paralitica dal tifo, mio padre mi amava ugualmente o forse anche più degli altri.
Non era forse stata mia madre stessa a lasciargli questo sacro compito di prendersi cura di me sul letto di morte? “Ti prego Shah-ji non sposarti di nuovo per amore della piccola Gulschan”. Queste furono le sue ultime parole prima di morire. Desiderava proteggermi da una matrigna e dai suoi figli e la mia dote dalla spoliazione in quanto figlia della prima moglie e dall’esser trattata in modo scortese perché ero malata e nubile.
Mio padre aveva promesso di far ciò molto tempo prima e rimase fedele alla parola data in un paese in cui, secondo il Corano, un uomo può avere fino a cinque mogli se è abbastanza ricco da poter garantire a tutte la stessa qualità di vita.
La mia vita procedette indisturbata secondo questo schema fino a quella visita in Inghilterra all’età di quattordici anni. Il terzo giorno tutto iniziò a cambiare in modo subdolo innescando una catena di conseguenze sorprendenti. E non potevo prevedere nulla mentre attendevo nella stanza d’albergo a Londra insieme a Samina e Sema.
Eravamo in attesa del verdetto dello specialista inglese del quale mio padre aveva tanto sentito parlare in Pakistan mentre continuava la sua ricerca di un trattamento medico migliore. Questo dottore si sarebbe pronunciato una volta per tutte su quello che sarebbe stato il mio futuro.
Se fossi guarita da questa malattia che aveva paralizzato tutta la parte sinistra del mio corpo poco dopo la nascita, allora avrei potuto sposare mio cugino al quale ero stata promessa in moglie già dall’età di tre mesi e che ora in casa a Multan, nel Punjab, attendeva notizie sullo stato della mia salute. Qualora non fossi guarita, la promessa di matrimonio poteva essere sciolta, ma avrei provato una vergogna maggiore che essere prima sposata e poi abbandonata da mio marito. 
Avvertimmo il rumore dei passi. Samina e Sema subito si alzarono, aggiustandosi i loro lunghi dupatta con nervosismo. Samina aggiustò il mio sul volto mentre ero sdraiata sul mio letto. Tremavo, certamente non per il freddo. Cercavo di serrare i denti per fermarli ed impedire che battessero tra loro. La porta si aprì; mio padre entrò insieme al dottore. “Buongiorno”, disse una voce molto gentile e piacevole. Io non riuscivo a vedere la faccia del dottor David, ma c’era un’atmosfera di autorità e di conoscenza intorno a lui.
Mani ferme tirarono su la lunga manica del mio abito e cominciarono a palpare il braccio sinistro molle. Passarono poi alla gamba sinistra, anch’essa immobile. Passò un minuto e poi lo specialista si pronunciò.
“Per questo caso non c’è cura, solo la preghiera” disse il dottor David a mio padre. Non c’era nulla che equivocasse la quieta finalità della sua voce.
Giacevo sul mio letto ed ascoltavo il nome di Dio usato da quello strano dottore inglese. Ero molto confusa. Che cosa poteva mai sapere di Dio?
I suoi modi gentili e partecipi rivelavano ciò che stava accadendo: ogni speranza di guarigione era svanita per sempre. Egli però aveva indicato la via della preghiera. 
Mio padre lo accompagnò alla porta e quando tornò indietro disse: “È stato bello che un inglese ci abbia detto di pregare”.
Samina mi tolse il dupatta (velo) dal volto e mi aiutò a sedere. “Papà, non può fare nulla perché io stia meglio?” La mia voce tremava. I miei occhi erano pieni di lacrime. Mio padre strinse la mia mano senza vita e disse sollecitamente “C’è un solo modo. Bussare alla porta celeste. Andremo alla Mecca come volevamo fare. Dio ascolterà le nostre preghiere e torneremo a casa pieni di ringraziamento”. Mi sorrise ed io cercai di sorridergli in risposta. Il mio dolore era il suo, ma egli non era nella disperazione. C’era una speranza rinnovata nella sua voce. Sicuramente alla Casa di Dio o alla fonte miracolosa di Zamzam avremmo trovato risposta al desiderio del nostro cuore.
Rimanemmo in quell’albergo qualche altro giorno finché papà riuscisse a trovare posto sul volo di ritorno che passava per Jeddah, l’aeroporto in cui atterrano tutti quelli che si recano alla Mecca; non l’aveva fatto prima perché aveva voluto attendere quello che il medico avrebbe detto e le cure a cui avrei dovuto sottopormi. Aveva già previsto questa visita prima del mese in cui quell’anno cadeva il pellegrinaggio alla Mecca come ringraziamento per le cure mediche.
Durante quei giorni che precedettero il ritorno, papà andò a visitare alcuni amici della comunità pakistana ed alcuni vennero da lui. Normalmente le donne di quelle famiglie mi avrebbero fatto visita, ma per la vergogna della mia condizione e non sentendomi a mio agio nell’accogliere degli sconosciuti in casa, poche di loro bussarono alla nostra porta.
Chi avrebbe mai desiderato vedere quegli arti inariditi, privi di vigore e di vitalità che al tatto apparivano come una molle gelatina? 
Mentre le mie coetanee iniziavano a sognare il giorno in cui avrebbero indossato l’ abito nuziale rosso ricamato d’ oro e piene di gioielli sarebbero andate a vivere nella casa dei loro mariti portandosi dietro la dote, io dovevo fare i conti con un futuro fatto di solitudine. Tagliata fuori dai miei simili, una non-persona. Non sarei mai stata completamente una donna e perciò dovevo nascondermi dietro ad un velo di vergogna.
Alloggiavamo in una stanza confortevole al secondo piano dell’albergo accanto a quella di mio padre. C’erano tappeti spessi e un bagno nella nostra camera. Samina e Sema dormivano nella mia stanza su un letto pieghevole alzandosi a turno per aiutarmi. Oltre a prendersi cura di me e lavare a mano la biancheria intima nella nostra stanza da bagno, non avevano altro da fare. 
Il tempo tuttavia trascorse abbastanza velocemente impegnata con i libri, i cinque momenti di preghiera ed i riti ordinari di lavarsi, vestirsi e mangiare che richiedono molto più tempo quando riguardano una persona disabile.
Ascoltavo i pettegolezzi di Samina e Sema che di tanto in tanto facevano qualche veloce visita ai negozi in strada, ma avevano sempre paura di girare da sole. Normalmente si contentavano di osservare il mondo esterno attraverso la finestra descrivendomi quello che vedevano. 
Le loro reazioni erano quelle tipiche delle ragazze di campagna del Pakistan e talvolta mi facevano ridere. “Oh che bella città”, diceva Samina, “Quanta gente che cammina su e giù per la strada e quante auto!” Poi un grido da parte di Sema: “Guarda, le donne hanno delle gambe nude qua, ma non se ne vergognano? Uomini e donne camminano insieme tenendosi per mano. Si stanno baciando. Andranno direttamente all’ inferno!”.
Eravamo cresciute nell’osservanza di regole ferree riguardanti l’abbigliamento e il comportamento sin dalla nostra infanzia. Eravamo coperte con modestia dal collo fino alle caviglie dallo shalwar kameeze del Punjab - una tunica lunga e molto ampia sotto la quale indossavamo dei pantaloni che arrivavano appunto alla caviglia.
Il collo era avvolto da una lunga e ampia sciarpa, detta dupatta, che serviva a coprire il capo e quando era necessario poteva essere tirata giù per coprire il volto. Quando faceva freddo ci avvolgevamo con uno scialle; se uscivamo, indossavamo il burka, un velo impenetrabile e lungo che ci copriva dalla testa fino ai piedi. Partiva dalla testa e all’altezza del volto aveva un’apertura con una fitta rete che ci permetteva di guardare all’esterno del burka stesso.
Rendeva impossibile la benché minima conversazione per strada e limitava la capacità di vedere e di ascoltare di chi lo indossava. 
A quei tempi non mettevamo in discussione le regole che governavano la nostra vita; eravamo terrorizzate anche solo a pensarlo. Avrebbe significato rinnegare le nostre convinzioni; il velo infatti era una protezione: potevamo guardare fuori, verso il mondo, ma il mondo non poteva guardarci.
Osservando il modo in cui erano vestite le donne a Londra, con quelle minigonne ben al di sopra del ginocchio, era ovvio che tutte e tre ci trovassimo d’accordo nel ritenere che fosse la città più perversa del mondo.
Parlare ad un uomo che non fosse un membro della famiglia o a un servo o a un cameriere di sesso maschile bastava a rovinare per sempre la reputazione di una donna nel nostro paese e ancora di più nella nostra città.
Scopo ultimo del purdah era naturalmente proteggere l’onore della famiglia. L’ombra o il più piccolo cenno di sospetto non dovevano intaccare le figlie di una famiglia musulmana. Le pene per l’indiscrezione potevano essere terribili.
Tre volte al giorno il cibo ci veniva portato con un carrello da un cameriere che però rimaneva sulla porta e Salima e Sema lo portavano all’interno. Talvolta era una cameriera inglese a fare questo servizio ed allora chiudevo gli occhi per non vedere le sue gambe. 
Mi stavo stancando del cibo dell’albergo, così papà iniziò ad ordinare pollo ogni giorno considerato halal, cioè puro e preparato secondo i canoni prestabiliti. La carne di maiale invece era haram, cioè impura. Anche solo pronunciare il termine “maiale” rendeva impura la bocca di chi lo diceva a tal punto che ancora oggi uso la parola barla, che significa “outsider”, quando mi riferisco al maiale. Tale è la forza di quell’ educazione ricevuta sin dall’infanzia. Qualunque altro tipo di carne era sospetto poiché poteva essere stato cucinato con del lardo di maiale. Insieme al pollo ci venivano servite verdure e riso; per dolce mangiavamo gelato e bevevamo Coca Cola. Ne avevamo una bella scorta nella stanza.
A dire il vero avevo un grande desiderio di curry e kebab. Mi mancavano le pesche e i frutti di mango che crescevano sugli alberi da frutto in casa. 
Papà faceva del suo meglio per tenermi su. Mi portò fuori per delle piccole escursioni due o tre volte. Una volta mi fece vedere l’area intorno all’ albergo mentre in un’altra occasione insieme alle serve ci portò in taxi a fare un giro nelle vicinanze. Mi spiegò anche perché gli Ingrez non fossero come noi.
“Siamo in un paese cristiano” diceva; “credono in Gesù Cristo come Figlio di Dio. Naturalmente sono nell’ errore perché Dio non si è mai sposato e quindi non ha potuto avere un Figlio. Tuttavia anch’essi sono il popolo di un Libro come lo siamo noi. Musulmani e Cristiani hanno lo stesso Libro”.
Questo mi rendeva molto perplessa. Come potevano condividere lo stesso nostro Libro eppure essere così diversi da noi? 
“Hanno libertà di fare molte cose che noi non possiamo fare”, disse. Possono mangiare carne di maiale e bere alcolici. Per loro non c’è nessuna distanza tra l’ uomo e la donna. Spesso vivono insieme senza essere sposati e quando i bambini crescono normalmente non rispettano i loro genitori. Tuttavia è brava gente e molto puntuale. Hanno anche dei sani principi. Quando fanno una promessa, la mantengono, non come gli asiatici.
Papà era un’ autorità su questa materia. Lui aveva continui rapporti con stranieri poiché si occupava dell’esportazione del cotone pakistano delle sue piantagioni. 
“Differiamo da loro per la religione. Ma si tratta di brava gente in grado di fare tutto il possibile per aiutarti. Sono umani”, concluse.
Io ponderai le contraddizioni degli Ingrez - un popolo cortese che vive in un paese gentile e pieno di verde dove cade abbondantemente la pioggia, il cui Libro li aveva portati ad un tale stato di libertà. Eppure il nostro libro era in qualche modo simile al loro. Quale era dunque la chiave di questa differenza tra noi? Chiedevo troppo ad una ragazza di quattordici anni. Così cacciai questa domanda dalla mia mente dedicandomi completamente all’anticipazione del pellegrinaggio che ci attendeva.
Tutto ciò avveniva alcuni anni prima di ricevere ulteriore luce. Ma quando questa luce arrivò, non sarei stata capace di mandarla via con tanta facilità.

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"Sono nata in una famiglia musulmana del Pakistan. Ho avuto un'infanzia normale. Mia madre è deceduta quando avevo sei mesi e una governante si è occupata di me. Un giorno ebbi la febbre tifoide che evolse in polio. La malattia si è aggravata sempre più poiché la persona che si occupava di me non lo faceva convenientemente.

Un giorno mentre mio padre venne a vedermi, la nutrice gli disse che il lato sinistro del mio corpo non funzionava più. Allora mio padre mi ha condotto da un dottore per seguire un trattamento. Purtroppo alcuno dei medici incontrati ha potuto guarirmi in Pakistan.

Così, quando avevo 14 anni mio padre mi condusse in Inghilterra. Quando un medico mi visitò, disse a mio padre che nessun medicamento avrebbe potuto ridonarmi la carne (in quel lato non avevo più carne). Non restava che la preghiera. Mio padre decise di condurmi alla Mecca e a Medina per un pellegrinaggio, particolarmente per pregare per me e per la mia guarigione.

Quando siamo andati alla Mecca abbiao praticato tutto quanto si doveva fare. Mi hanno fatto fare un bagno speciale di acqua santa, di acqua sacra, ma nulla è cambiato. Non potevo né lavarmi, né sedermi, né camminare. Due persone si occupavano di me 24 ore al giorno. Così siamo ritornati in Pakistan. La mia famiglia aveva speranza della mia guarigione ma quando ha constatato che, al mio ritorno, non era cambiato nulla, non disse niente. Allora persi ogni speranza di guarire.

Malgrado tutto, continuai a pregare 5 volte giorno e notte. Digiunavo durante il mese di Ramadan. Per anni ho continuato così poiché ero molto legata all'Islam, nessuno avrebbe potuto farmi lasciare l'Islam. Mio padre mi aveva insegnato tutto dell'Islam.

Due anni più tardi, mio padre è improvvisamente deceduto. Il giorno in cui avvenne piansi tutto il giorno e la notte nella mia camera domandando ad Allah: "Fammi morire, non posso vivere in quesot mondo senza mio padre. Hai preso mia madre e ora prendi mio padre. Allah, sono già per metà morta, non lasciarmi in questa situazione. Prendimi!". Piangevo continuamente e non arrivavo a dormire la notte.

Alle 3 di mattina sentii una voce che mi disse: "Non piangere, ti manterrò in vita". Era una voce talmente dolce, talmente umile, talmente bella... Questa voce mi disse ancora: "Leggi quello che mi riguarda nel Corano, nella Sura di Maria, leggi nel Corano quanto vi è scritto su chi dona la vista ai ciechi guarisce i malati, risuscita i morti. Io sono la Parola di Vita, lo Spirito di Dio e verrò presto; io sono".

Ero così felice di sentire questo!

Allora quel giorno ho chiesto alla mia servitrice di portarmi il Corano. Infatti io leggevo sempre ma senza capire bene. Ho avuto un Corano in lingua urdu e ho letto esattamente gli stessi versetti che questa voce mi aveva annunciato. Ho avuto un messaggio nel Corano: "Il Figlio di Maria è colui che guarisce, guarisce i malati, risuscita i morti, da la vista ai ciechi, è la Parola di Dio e verrà presto". Ero talmente felice di sentire questo!

Ho iniziato a pregare nel nome del Figlio di Maria che era quello che poteva guarire, poteva guarirmi. Ho pregato per 3 anni. Alla fine di questi 3 anni ne avevo abbastanza ed ero innervosita perché ero sempre nello stesso stato sul mio letto.

Allora l'8 gennaio 1971, alle 3 di mattina, mi sono svegliata e ho pregato: "Ascolta, guarda, Figlio di Maria, ora fanno 3 anni che prego in tuo nome. Tu sei quello che guarisce ma io sono sempre nello stesso stato". Mentre dicevo queste parole, la stanza si riempì d'una luce abbagliante. Ho visto la luce ed ero spaventata. Mi coprii la testa ma la luce era sempre più forte.

Iniziai a scoprire un poco la mia testa per vedere da dove veniva la luce e ho visto tredici persone, brillanti, che stavano presso il mio letto. Quando le vidi ebbi ancora più paura perché la porta della mia camera era chiusa e le mie finestre erano chiuse. Dissi ad Allah: "Chi sono queste persone? Da dove vengono?". Allah non mi rispose. Quello che stava al centro dei tredici iniziò a parlare: "Sono Gesù Cristo Emmanuele, il Figlio di Dio. Da tre anni tu preghi in mio nome, ora sono davanti a te; levati e vieni verso di me". Dissi a Gesù: "Ma io non posso, non ce la faccio perché sono inferma e nessuno può aiutarmi ad avvicinarmi a te!". Gesù disse ancora: "Io sono la via, la verità e la vita, nessuno non viene al Padre se non attraverso di me. Levati e vieni verso di me!". Vidi una luce attraverso le sue mani venire verso di me. In un solo momento ho sentito una forza, una potenza nella mia carne che si è spinta sul mio corpo. Mi sono sollevata dal letto e mi sono avvicinata a Gesù. Mi sono inginocchiata ai suoi piedi e ho notato che i piedi delle persone non toccavano il suolo ed erano al di sopra di esso. Allora Gesù mi ha aiutata a sollevarmi, mi ha benedetta con la sua mano e la luce è giunta su di me. I miei vestiti che erano verdi sono divenuti bianchi come quello che porto ora grazie la sua luce gloriosa e brillante. Cari fratelli e sorelle, prima che mi guarisse tutto il mio fianco sinistro non era che un piccolo osso fine, questa carne è quello che mi ha donato Gesù.

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mercoledì 12 febbraio 2014

Cristianità occidentale, sei ancora viva?


Ho voluto intenzionalmente intitolare questo post così perché mi pare proprio il caso di farlo.
Mi è giunta notizia dei risultati relativi ai sondaggi che il papa argentino ha ordinato, per poter riflettere sui problemi relativi alla famiglia e alla società. I sondaggi dimostrano l'esistenza d'un forte allontanamento, anche da parte dei cosiddetti credenti, dalle indicazioni morali tradizionali. Quello che, però, non viene evidenziato (probabilmente perché si ha paura di vedere la tremenda realtà) è a che genere di "credo" aderiscono questi cristiani praticanti. Poco dopo il giubileo dell'anno 2000 era stato fatto un sondaggio di tal genere nelle scuole superiori di Roma con risultati talmente scoraggianti d'aver fatto trasecolare il card. Ruini (c'è da chiedersi in che realtà vivesse!). Da allora, da quanto ne so, nessuno ha osato verificare più niente.

A tutto questo si deve aggiungere quanto segue. Mentre la liturgia tradizionale, con testi che risentono dei dibattiti teologici e cristologici dei primi secoli, offriva chiari riferimenti su Cristo (in quanto Dio e uomo), sulla Trinità (come mistero tripersonale di un solo essere), sulle Persone divine (come comunione dei tre in un'unica volontà d'intenti che nasce dal loro unico essere), i testi liturgici di recente composizione sono sempre più sfuggenti in materia e generici.
Questo contribuisce ad alimentare nei cristiani praticanti idee sempre più sfocate su quello che riguarda il nucleo della loro fede (la Trinità e Cristo in quanto Dio e uomo). Inoltre, anche tra loro esiste una consistente tendenza a "demitizzare" i dogmi relativi a Dio e a Cristo. C'è da dire che il clero spesso non li aiuta affatto.
Mentre la Trinità non è più "capita" o accettata in senso tradizionale, Cristo diviene, al più, un uomo eticamente coerente, in funzione di una società più "umana" e "giusta". Si adagiano su questo piano almeno l'80% dei cosiddetti cristiani credenti e praticanti.

L'assenza di una reale coscienza teologica e dogmatica rende la Chiesa in Occidente assolutamente anemica. L'assenza di una spiritualità virile, forte e autentica in moltissime realtà ecclesiali, stende la Chiesa occidentale sul capezzale. Che senso ha riempirsi di attività per nascondere questo vuoto? Non è, forse, essere simili a chi rinfresca la facciata di un vecchio edificio senza accorgersi che le colonne portanti sono prossime a cedere?




Ebbene, davanti a questa intensa debolezza esistono persone che iniziano a dare forti colpi per fare cadere l'edificio. Riporto a titolo di semplice esempio un video, trovabile su youtube, di un'associazione mussulmana francese la quale, senza alcun timore, ridicolizza la fede cristiana. Ha campo libero proprio perché in Francia il Cristianesimo è ancor più anemico rispetto all'Italia. 
In particolare, in questo video viene ridicolizzata la Trinità servendosi di frasi evangeliche citate fuori contesto con una lettura razionalistica (in ciò questi signori sono simili all'ateo Oddifreddi) e con conclusioni chiare: la Trinità non è che una serie di contraddizioni logiche per cui è necessario aderire solo al Dio manifestato dal "profeta" Mohammed.

Quest'associazione mussulmana francese non ha fatto solo questo video ma tutta una serie di video fortemente anticristiani. 

Ebbene, oggi l'80% dei cristiani in Occidente non è in grado di dare una risposta alla verve di questo mussulmano. Tra questi cristiani anemici ci sarà sicuramente chi capitolerà e gli darà ragione. 

Tra quell'80% per cento probabilmente nessuno sarà in grado di capire che le questioni, così malamente esposte nel video, sono state già fatte ai tempi di san Giovanni Damasceno (VIII sec.) e che costui aveva già risposto. Nulla di nuovo sotto il sole!
Tra il 20% dei cristiani che potrebbero avere qualche arma culturale ci sarà sicuramente chi riterrà che san Giovanni Damasceno è "superato" e con lui tutta la riflessione patristica antecedente e posteriore. Ci sarà chi non conoscerà la prigionia tra i turchi di san Gregorio Palamas (XIV sec) e di come questo santo bizantino abbia già allora esposto il mistero della Trinità in termini così chiari da rischiare la vita.

Lo studio della patristica e delle chiare esposizioni dei Padri pare non servire ad altro, nelle scuole teologiche cattoliche, che a ritenere i Padri stessi superati in favore di una teologia odierna sempre più sfocata, vaga, inclusiva, non di rado confusionaria.

Così oggi tende comunemente a prevalere l'idea di un Cristo simbolo di bontà, dove la Trinità stessa non vuol dire molto e lo Spirito Santo è, in fondo, un'espressione della coscienza umana. Queste idee peregrine, condivise e diffuse anche da don Franco Barbero, un prete cattolico molto attivo nonostante sia stato ridotto allo stato laicale dal Vaticano, non sono nate da lui e continuano a diffondersi divenendo in buona parte volgata corrente. 

Se dopo innumerevoli anni il Vaticano è intervenuto contro le idee barberiane (ed è perciò stato stigmatizzato dai cosiddetti "progressisti"), i pastori davanti alle derive dogmatiche ed etiche dell'attuale mondo continuano a lasciare correre tacendo sempre più. Questa sembra pure essere la politica dell'attuale papa: la gente è debole, non perdiamo tempo a rafforzarla contrastando le sue debolezze per non divenire antipatici!

I pastori odierni non ricordano che, in realtà, chi condivide certe idee, pur credendo d'essere cristiano o cattolico, ha cessato d'appartenere al Cristianesimo: che senso ha dirsi cristiani quando si ha tolto la corona della divinità a Cristo?

Chi ha scoronato Cristo è divenuto, piuttosto, un ottimo terreno di semina per il "verbo" di persone come il mussulmano del video proposto. Oggi siamo a questo livello e a nulla serve compiacersi delle aperture di questo o quell'uomo di Chiesa, delle aperture verso i poveri di questo o quel papa...

Queste "glorie di cartapesta" altro non sono che un lacero paravento che nasconde a stento un cumulo di macerie e miseria (Cfr. Mt 23, 27). 

Una risposta dei Padri


San Giovanni di Damasco
Non mi pare giusto limitarmi a quanto detto ma, dinnanzi alla provocazione blasfema del mussulmano del video, propongo una delle argomentazioni usate dai Padri davanti a chi negava la Trinità.
La negazione della Trinità è prima di tutto una tentazione giudaico-cristiana. I giudeo-cristiani non potevano non avere un concetto rigorosamente forte dell'unità e dell'unicità divina. Dinnanzi alla loro difficoltà di ammettere la Triunità divina, la Chiesa per bocca dei suoi insegnanti qualificati, i Padri, ha sempre ribadito che la Trinità è una rivelazione divina e che fermarsi alle credenze giudaiche significa fermarsi all'ombra rifiutando il sole. (Che sia questo uno dei motivi per cui, ponendo l'Ebraismo nel novero delle religioni morte, i Padri sono volutamente dimenticati? Sono fortemente tentato a crederlo!).

Con l'insorgere dell'Islam il dibattito si fa ancor più serrato. Si creano permanenti dialoghi tra cristiani e mussulmani dove i primi tentano, spesso inutilmente, di mostrare le loro ragioni teologiche ai secondi. Da quando Damasco divenne proprietà dei mussulmani, si fecero periodici incontri e dialoghi. Da un certo punto in poi furono gli stessi mussulmani a troncarli: i cristiani dovevano finalmente capire d'essere una popolazione sottomessa e tale dovevano restare.

Ma come esplicavano la Trinità questi cristiani ai mussulmani del tempo? Lo possiamo vedere nel dialogo avuto da san Gregorio Palamas con i turchi dove il santo bizantino fa un paragone geniale e chiaro al contempo, paragone che sicuramente esisteva ben prima di lui.

Palamas paragona il Padre al pensiero umano, il Figlio alla parola proferita dall'uomo e lo Spirito al soffio emesso dall'uomo stesso nell'atto di pronunciare la parola.

Un uomo quando parla - è lo stesso Palamas a dirlo - in un istante solo pensa e parla, emettendo le parole con il soffio della sua bocca.
I tre atti non si possono dividere al punto che fanno una cosa sola in un'indivisibile unità. La Rivelazione ab extra della Trinità non può non svolgersi in questo modo altrimenti non si ha rivelazione alcuna! Ed è per questo che Dio si rivela come Trinità. È per lo stesso motivo che per la dottrina patristica Dio si è sempre rivelato come Trinità, pure nell'Antico Testamento.

Il Padre è l'origine di tutto, la fonte della divinità, come il pensiero umano è la fonte del discorso (= "Il Padre è maggiore di me" Gv 14,28). Il Figlio è l'espressione concreta del Padre (= "Chi vede me vede il Padre" Gv 12,45) come la parola è l'espressione concreta del pensiero. Per questo Cristo è denominato Logos (Gv, 1, 1), ossia "Parola del Padre". Lo Spirito è quella realtà con il quale il Padre si può esprimere nel Figlio, esattamente come il discorso si può esprimere attraverso il fiato umano. Lo "Spirito di verità" (Gv 16,13) da vita al Logos, proprio come il fiato umano da vita alla parola stessa permettendole di essere. È perciò che è pure detto "Spirito di vita" (2 Cor 3,6).

D'altronde è Spirito di verità proprio perché si esprime in perfetta conformità con il Padre e il Figlio, come l'alito segue il comando del pensiero umano e da vita alla parola facendola proferire dalla bocca.

Dio nel Nuovo Testamento si è manifestato come Trinità seguendo questa logica.

Davanti a queste spiegazioni, i mussulmani non riuscivano a controbattere, dal momento che erano di un'evidenza solare, impossibili da smentire tanto erano insite nell'esperienza quotidiana di tutti.

Ebbene, questa geniale spiegazione l'ho potuta imparare solo frequentando i testi patristici. Ma, oggi, chi mai la conosce? Chi mai la predica? Chi mai la testimonia?
Assistiamo, invece, sgomenti a gerarchie ecclesiastiche che, volens dolens, predicano un vero e proprio relativismo dogmatico in cui siamo distanti anni luce dalla mentalità dei Padri, che è la vera mentalità della Chiesa.

Fintanto che non si tornerà a queste fonti vivendole, la Chiesa in Occidente non riuscirà a ritrovare se stessa. Peregrinerà come un accecato tra i politeismi pagani (il Pantheon di varie credenze ritenute tutte leggittime e quasi intercambiabili) e il monotesimo vetero testamentario inteso come un rifiuto pratico della Trinità (ed ecco che Cristo diviene semplice sapiente e uomo). Ma questa non è mai stata la Chiesa del Nuovo Testamento, la Chiesa dei Padri, bensì una sua drammatica contraffazione. 

Oggi gran parte degli ambienti ecclesiali sono una patetica contraffazione della Chiesa. È questa la triste realtà.


sabato 8 febbraio 2014

La liturgia patriarcale a Madison Square (New York)



Propongo questo post per far riflettere i lettori su alcuni punti a mio avviso importanti. Premetto che non sono un estimatore di liturgie con grandi numeri (grandi cori, grandi assemblee...). Personalmente credo che una liturgia intima con poche persone sia in grado di giungere molto più in profondità. Inoltre non amo affatto le liturgie negli stadi (Madison Square ha dimensioni tali da essere qualcosa di simile) perché tendono a spettacolarizzare qualcosa che è e deve restare intimo e spirituale. 
Detto ciò invito i lettori a dare un occhio a questo video perché, nonostante alcuni limiti, la soluzione ottenuta riesce a salvare alcune essenzialità a mio avviso perse nelle grandi adunanze liturgiche del mondo cattolico dove la messa si riduce in gran parte a kermesse
Nel video (che riprende la Divina Liturgia o messa bizantina) si nota come l'assemblea, pur essendo assai numerosa, non viene illuminata. È illuminata solo la zona che simboleggia il santuario e il grande coro perché legga nei suoi spartiti le parti da cantare. Il coro canta polifonicamente accompagnato con l'organo. Questo non piace ai puristi del canto bizantino ma è senz'altro una mano tesa in direzione di chi è abituato a sentire i canti ecclesiali all' "occidentale"; segno questo della flessuosità liturgica del mondo bizantino, il quale pur essendo flessuoso non scade mai nel cattivo gusto quando si attiene ai canoni tradizionali. La liturgia, pur con adattamenti nella lingua del popolo, rimane sempre ad un alto livello. Non esiste teatralità, nonostante la magniloquenza dell'occasione. Tutto questo insegna come, rimanendo vincolati ai moduli tradizionali, sia possibile adattarsi anche a determinate circostanze senza snaturare la liturgia. Basterebbe volerlo.

domenica 26 gennaio 2014

Ancora uno scritto sulle preghiere sacerdotali fatte in silenzio


Qualche post fa si può trovare su questo blog la questione delle preci fatte in silenzio. Ma, ho notato, non ho trattato solo io questo argomento. In un altro blog un sacerdote ne ha fatto un ottimo commento che riporto, per quanto tendenzialmente non ami fare copia/incolla di cose che si trovano già altrove. 


Ecco il testo da integrare senz'altro con quanto già da me detto (vedi link). 


 "Noi ordiniamo a tutti i Vescovi e ai sacerdoti di non più fare in silenzio, ma in modo da essere uditi dal popolo fedele, la divina oblazione, così come la preghiera che accompagna il battesimo: lo spirito degli uditori ne potrà ricavare una maggior devozione, un nuovo ardore per lodare e benedire Dio.  Questo è l'insegnamento del divino Apostolo, nella sua prima lettera ai Corinti".

 No, non è il Vaticano II - che non ha prescritto di recitare il canone diversamente da come si e fatto per secoli e secoli - (anche il canone a voce alta è una delle tante cose che si attribuiscono spesso al Concilio e che il Concilio non ha mai detto, al pari dell'abolizione del latino, della celebrazione cosiddetta verso il popolo, della S. Comunione in mano e non in ginocchio, delle chitarre, della creatività liturgica etc.).  

Il testo suddetto è uno stralcio di un decreto dell'imperatore Giustiniano, il quale, inascoltato in vita, sembra essersi ripreso la rivincita 1400 anni dopo la sua morte (cit. in L. Thomassin, Traité de l'Office divin dans ses rapports avec l'oraison mentale, 1688; abbiamo consultato l'edizione del 1894, a c. dei benedettini di Ligugé: il testo citato è a p. 105-106).  

Questo decreto conferma l'antica prassi, così ben descritta nelle Costituzioni apostoliche, secondo la quale al momento in cui "il sacrifico comincia… i fedeli pregano nel segreto del loro cuore; poi, quando la preghiera è terminata, sono ammessi alla partecipazione al Corpo e al Sangue del Signore".

Del resto, Giustiniano non ha argomenti o esempi di prassi precedente su cui appoggiarsi: egli cita, fuori luogo, San Paolo, precisamente 1 Cor 14; in questo passo l'Apostolo mette in guardia uomini di parlare ad altri uomini in modo loro incomprensibile, ma non si tratta qui delle preghiera eucaristica, bensì di fraterna esortazione vicendevole o parola carismatica. 

Il grande teologo oratoriano francese Luis Thomassin (1619-1695) così spiega: "Se un uomo non deve esortare un fratello in modo incomprensibile, Dio infinito e ineffabile ha bene il diritto e la gioia di donarci, nel più augusto dei sacramenti, delle cose superiori alla nostra intelligenza, a cui dobbiamo prestare particolare ossequio" (Traité de l'Office divin, p. 106).  Lo stesso Thomassin nota che Giustiniano non aveva altri argomenti se non quello debolissimo di 1 Cor: se avesse avuto una pezza di appoggio nella prassi di qualche importante chiesa, la avrebbe senz'altro usata. Ma che cosa ha spinto i santi Padri a non seguire il decreto di Giustiniano? Perché contravvennero platealmente il decreto del potente imperatore?  Qual era la loro forma mentis?  Quali i loro argomenti? 

I motivi erano sostanzialmente due: da una parte l'idea della preghiera come azione divina nell'uomo, piuttosto che azione umana; vedremo in seguito come non era ancora avvenuta la frattura - tutta moderna - tra liturgia e orazione mentale. 

Dall'altra, la consapevolezza della sublimità del mistero che si attua nel Sacrificio Eucaristico. 

Vediamo ora il primo punto, e partiamo dall'invito rivolto ai fedeli dal celebrante all'inizio della preghiera eucaristica: sursum corda, in alto i cuori.  Qui non si tratta dei cuori intesi come sede del sentimento, bensì della mens, ovvero della parte alta o fondo dell'anima.  
La partecipazione alla liturgia non può essere disgiunta dall'orazione mentale, da quello stato in cui si trova l'anima che vuol essere obbediente al comandamento del Signore secondo il quale è necessario pregare sempre. Così afferma s. Clemente Alessandrino: "Sia che si trovi in cammino, sia che parli, sia che lavori secondo le luci e le norme della legge eterna, [il giusto] prega continuamente. Giacché il santuario più abituale della sua orazione è il fondo del suo cuore, dove custodisce i gemiti e i desideri che s'innalzano fino al trono del Padre celeste" (Stromata, VII, MG IX, 470, cit. in Traité de l'Office divin, p. 16-17). E San Basilio chiedendosi come sia possibile, stando al versetto semper laus eius in ore meo (Ps 33,2), che la nostra bocca faccia sempre risuonare la lode del Signore, afferma che noi abbiamo una sorta di bocca interiore e spirituale attraverso la quale possiamo assimilare la parola divina, la verità e il Verbo stesso: è questa la bocca che Dio ci ordina di tenere sempre aperta, per ricevere il cibo incorruttibile della verità eterna. L'impressione che la verità e la carità di Dio hanno compiuto nei nostri cuori sussiste stabilmente nella nostra anima, e ne costituisce veramente una santissima preghiera (In Ps. XXXIII, MG XXIX, 354, cit. in Traité de l'Office divin, p. 18) . 

Questa preghiera, secondo S. Agostino, non è altro che lo Spirito Santo, Carità che prega in noi, che abita nei nostri cuori, da dove fa salire verso il cielo un'orazione ininterrotta (In Ep. Joann., tract. VI, ML XXXV, 2024, cit. in Traité de l'Office divin, p. 24) La predicazione e la salmodia hanno il compito di risvegliare questa preghiera muta, ma il cui silenzio permette che si realizzi nella sua profonda e massima attività, in quanto attività divina in noi. Allora cosa significa sursum corda?  

Che la vostra anima ora si inabissi nel mistero, che sia la bocca spirituale che si nutre delle grazie del Sacrificio e che non lasci fuoriuscire parole umane, ma solo l'inesprimibile gemito dello Spirito Santo, Carità increata diffusa nei nostri cuori.  Che non ci sia parola umana frammezzo alla Grazia del mistero che discende da Dio e che a Lui risale dai nostri cuori…  Hai dilatato il mio cuore - dice il Salmo 118,32 -, perché l'orecchio di carne non può intendere (occhio non vide e orecchio non udì) il mistero che si celebra, e qualunque suono entri, in questo momento, nell'orecchio naturale, toglierebbe spazio al nutrimento celeste.  Non è forse questo l'orecchio che il Signore ci ha aperto toccando quello del sordomuto? E non è forse la lingua del cuore - ovvero la possibilità al nostro cuore di essere la lingua dei gemiti inesprimibili dello Spirito Santo -, quella che Gesù ci ha sciolto, intimando effatá alla vecchia lingua annodata dal peccato originale? E non si dica che il popolo non capisce! Proprio perché si capisce quel poco che si può capire della sublimità del mistero, ci si rifiuta di ingabbiarlo o di ridurlo a mera comprensione discorsiva; la ragione non è però affatto esclusa quando comprende che deve fermarsi e cedere il passo a una conoscenza intuitiva, sempre razionale, ma più simile quella degli angeli e dei beati in Paradiso.  

Amare conclusioni. 

1) Mai come in questo caso è vera quella battuta che dice che mentre Gesù ha fatto il discorso della montagna, i preti fanno una montagna di discorsi; e passino tutti i consigli pastorali, presbiterali, vicariali, inter-qui, inter-là, inter-su e inter-giù.  Anche se talvolta è tempo rubato all'Adorazione Eucaristica, almeno il popolo di Dio non è defraudato della possibilità di ascoltare quel Dio che parla non in commotione, ma nel silenzio: si tratta infatti di riunione di addetti ai lavori e operatori pastorali, che se la raccontano tra di loro, mentre fuori dalla sala delle riunioni il mondo va a rotoli. Invece, le tante monizioni abusive e la recita ad alta voce delle poche preghiere che dovrebbero essere recitate in silenzio anche nella nuova Messa, uniti al canone a voce alta, mostrano la frattura post-conciliare tra liturgia e orazione mentale, la riduzione razionalista e giansenista della liturgia.  

2) Una delle parole d'ordine del post-concilio è ressourcement, termine a ragione usato da De Lubac e dal pur discutibile movimento della Nouvelle Théologie: in sé il termine è giustissimo se inteso come necessità della sacra doctrina di ritornare incessantemente alle fonti, pena scadere in una teologia razionalisteggiante.  Ma, in pratica a quale ressourcement abbiamo assistito?  Che l'esegesi mette dubbi sulla storicità di Gesù Cristo (monumentale la fatica di Benedetto XVI - vero Davide contro Golia, fionda contro le atomiche dell'intellighenzia - scarsa - accademica dominante: con quei suoi tre preziosi volumetti su Gesù ha dettato le linee per i veri esegeti del futuro), e che - per quanto riguarda i Padri -, questi vengono ignorati e declassati a uomini del loro tempo quando sono in contrasto con l'ideologia dominante neomodernista. Fanno comodo solo quando una qualche loro frase fuori contesto può essere usata contro la Tradizione.  

3) È cambiata la liturgia, perché è cambiata la teologia della preghiera: non si prega più come prima non solo perché sono state anacquate e rimodernate tante preghiere dell'antico messale (nel nuovo benedizionale non si nomina una volta sola il demonio, e l'acqua benedetta è solo un ricordo del battesimo: anacquata in tutti i sensi), ma perché si è ridotta la preghiera a prodotto dell'uomo a lui comprensibile.  Ed è cambiata la teologia della preghiera perché è cambiata la teologia della grazia.  Ma questo è un argomento che richiede ben altri approfondimenti, che spero altri più competenti di me possano fare, pur proponendomi di fare la mia modesta parte nei prossimi mesi.

don Alfredo Maria Morselli

Fonte: 
http://blog.messainlatino.it/2014/01/il-divino-eloquentissimo-silenzio-del.html

mercoledì 22 gennaio 2014

La Chiesa "del futuro"

Internet è lo specchio della società nel male e nel bene. Come nella società ci si lamenta per molte cose che non funzionano, così succede su internet. 

Riguardo la Chiesa si scrive di tutto, cose vere, altre meno vere, altre ancora totalmente false. Davanti alle situazioni patologiche di Chiesa ognuno offre delle alternative: c'è chi se ne frega completamente, chi auspica un ritorno alla tradizione, intendendolo tradizionalisticamente, chi desidera una Chiesa ancor più "aperta e giovane" (ossia secolarizzata).

Personalmente sono convinto che è necessario muoversi su due piani: a) dirigersi in strutture ecclesiali semplici, più semplici possibili; b) rinnovarsi seguendo direttrici tradizionali ma senza dimenticare che viviamo nel nostro tempo.

Questi due punti, a mio avviso, possono fare la "Chiesa del futuro". Il resto mi sembra destinato a decadere inevitabilmente.
Esamino in dettaglio questi due piani di scelta.

a) Penso sia necessario innestarsi o fare riferimento a strutture semplici. Quando penso ad esse ho in mente, ad esempio, un piccolo monastero con pochi monaci e una fraternità di pochi laici che lo supporta. Le grandi realtà, oramai, sono tutte più o meno contaminate da uno spirito che non è affatto quello ecclesiale autentico. Personalmente mi sono dato l'impegno di non perdere tempo a denunciare o "combattere" vescovi, preti o realtà similari (lo dovrebbe fare, semmai, un santo e io non lo sono affatto!). 

In questo blog si parla di liturgia, assai raramente di questo o quel "prete" o "vescovo" che sbagliano. Infatti, se si deve portare rispetto per l'episcopato e il sacerdozio, non ci si può illudere che, da questi erranti, si possa ottenere qualcosa, magari combattendoli con acredine. Spesso non solo non si ottiene nulla ma si ha pure una recrudescenza degli errori. 

Lungi dal capire questo, su internet molti si scandalizzano e occupano gran parte del loro tempo a scrivere e a rispondersi su cosa fa questo o quel prete, questo o quel vescovo. Sembra una coazione a ripetere che brucia quel poco ossigeno che ancora rimane. Invece di vedere la cosa per quel che è (patologica!) ci sono blog che attirano fiumi di pettegoli, come se fossero donne al mercato, un atteggiamento che i padri della Chiesa criticherebbero con molta severità! Laddove c'è gente che "mena i pugni" c'è sempre un capannello di curiosi e di tifosi. Ma è questo lo spirito della Chiesa?

Le grandi realtà anche nei tempi "migliori" sono sempre state esposte, più di chiunque altro, alle tentazioni del secolo. Oggi lo sono immensamente di più e non c'è ambito che si salvi al punto che attualmente è messa a repentaglio la sostanza stessa del Cristianesimo.

D'altronde, come possono esserci vescovi cattolici corrotti vi sono pure vescovi ortodossi corrotti. La "ruggine dei tempi" invade proprio ogni ambito. 
Al contrario, in una piccola realtà la situazione si può controllare meglio. Ad esempio, in un piccolo monastero un priore sensato penserà 10 volte prima di fare entrare un monaco o ordinarlo prete. Questo, soprattutto se costui è psicoproblematico, vanitoso, se semina zizzania ed è un animo inquieto, ozioso e pettegolo.  Infatti, un monaco del genere dividerà la comunità e tenderà a distruggerla. 

Viceversa, in una diocesi (cattolica o ortodossa è lo stesso, da questo punto di vista), un vescovo non vive in comunità con i suoi preti, non ne deve sopportare direttamente le originalità. Non di rado  cercherà di non pagare mai per gli errori del suo clero e farà, se può, da "scaricabarile".

Qui la tendenza è contraria. Si tende ad ordinare chiunque perché si ragiona con una mentalità freddamente istituzionale: ho un "buco" vuoto - una parrocchia senza prete - e devo riempirlo con un "tappo", uno che ordino al sacerdozio; qualsiasi "tappo" è buono basta che funzioni per un po'. 
Non c'è attenzione alle reazioni che, prima o poi, si genereranno. Ho visto fin troppe volte, e in molti ambienti clericali, questo cieco "opportunismo" che non ha la minima lungimiranza ed è tremendamente dannoso per la Chiesa. Il prodotto sono certi presbitèri composti da un'accolita di gente in cui spiccano elementi molto "originali" (*) ...

Davanti a queste situazioni, l'unica cosa che il cristiano può fare è quella di non "confidare nei potenti nei quali non c'è salvezza", come recita il salmo 146, non mescolarsi con loro, ricordarli nella preghiera e costruire un mondo più pulito nel proprio piccolo.

b) Ma per fare questo è necessario lavorare "a fondo". Di qui il recupero di tutti gli strumenti necessari per "lavorare bene" nel campo cristiano. Il recupero della tradizione (intesa come ho descritto nei post precedenti) è indispensabile. Questo da la possibilità di essere saldamente ancorati. Una retta conoscenza della sapienza biblica, mediata dalla lettura sapienziale dei padri, una nutriente pratica della liturgia (nelle sue espressioni tradizionali), sono quanto di meglio si possa avere. Inutile dire che esattamente questo è il lavoro che si fa - per vocazione - nelle strutture monastiche (in quelle che funzionano davvero, non nei pensionati per nullafacenti mantenuti!).

Il mondo clericale non si deve disprezzare ma storicamente ha spesso generato (soprattutto in Occidente) ogni genere di malanno mettendo in serio repentaglio la salute stessa della Chiesa (**). Un genere molto simile di danni si stanno iniziando ad osservare ora anche in Oriente (***).

Appoggiarsi nuovamente a realtà puramente clericali mi sembra l'errore di fondo di un certo tradizionalismo che non riesce a leggere obbiettivamente alcuni fatti storici e da per scontato troppe cose. Appoggiarsi a quelli che si pensano essere "i grandi" (o indugiare a parlare sempre su di loro) è anche l'atteggiamento di quei pochi che, approfittando del Cristianesimo, sono animati da manìe di grandezza...

Personalmente credo che la "Chiesa del futuro" - per poter reggere al gelido clima secolaristico - non può che avere una mentalità monastica, realizzata in  piccoli centri di tipo familiare. Mentre i clericalisti cercano i centri di potere, i monaci (veri) vi fuggono e in questo fuggire si concretizza la vera edificazione cristiana.

I potenti continueranno la loro opera di svuotamento di senso ma, alla fine, rimarranno soli. 
E quando un potente è solo e non seguito da alcuno a chi parlerà?
Tuttavia, questo avverrà solo se la gran massa dei laici capirà che è meglio volgersi alla costruzione di cose positive, non perdere tempo continuando a parlare in modo sempre più nevrotico di quello che "i potenti" non fanno. E i laici che fanno? Chiacchierano?

Nella costruzione ci si chiarifica lo spirito. Nel continuo dibattito lo si annerisce. Purtroppo, quanti siti e blog "supercristiani" diffondono spessa caligine nera su internet! 

"Tu quando vedi un sacco della spazzatura che fai? - chiedeva un monaco atonita ad un laico - lo apri e semini in giro la spazzatura per riempirti di puzza pure tu o, piuttosto, lo chiudi meglio e lo metti nel contenitore apposito?".

Ognuno di noi che fa?

_____________

(*) Voi capite bene che, finatanto che sono uno o due su 30, la cosa è ancora gestibile. Quando iniziano a divenire 20-25 su trenta è il caos totale! 

(**) Il riformatore Martin Lutero riporta un detto che già allora circolava ampiamente: "A Roma si fa la fede, altrove vi si crede!".

(***) In una lettera enciclica del patriarca di Costantinopoli, nella seconda metà del XIX secolo, si ricordava che "il popolo è il custode della tradizione". Mi sono sempre chiesto perché il popolo nella sua interezza e non semplicemente il clero. Questo passo è estremamente profetico nel momento attuale in cui, in Occidente, gran parte del clero ha perso il concetto di tradizione. Purtroppo qui il popolo non è più in grado di custodire una tradizione che non conosce affatto bene e che, addirittura, disprezza con idee preconcette che buona parte dello stesso clero ha in loro infuso.

giovedì 16 gennaio 2014

Un detto più attuale che mai!




“È necessario che il discorso sulla fede non sia concesso a tutti e in ogni momento, ma soltanto ad alcuni e in momenti determinati: intendo riferirmi a quelli che non sono completamente negligenti e lenti di intelletto, o a quelli che non sono eccessivamente insaziabili, ambiziosi e infervorati più del dovuto in favore della devozione. […] Solo quelli moderati nella discussione, poiché sono veramente ornati e saggi, devono avere libertà di parlare. La folla, invece, deve essere allontanata da questa strada, e dalla loquacità che oggi dilaga come una malattia”.

Gregorio di Nazianzo, 
Orazione XXXII, 16.