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lunedì 16 giugno 2014

I Dittici ecclesiastici (Τα Δίπτυχα)

Le pagine inserite fanno parte del prossimo libro della collana "Testi bizantini", quello sulla Divina Liturgia di san Giovanni Crisostomo.
Questo nuovo testo è stato pensato in modo da essere più esaustivo possibile (comprende, dunque, le particolarità della liturgia archieratica o pontificale e questa particolarità della liturgia patriarcale).
I dittici ecclesiastici sono storicamente due tavole accostate tra loro sulle quali si incidevano i nomi di vivi e defunti da commemorare. Ne abbiamo una prima testimonianza nel De Ecclesiastica Hierarchia (III, 9) dello Pseudo-Dionigi «quando ricorda che, dopo il rito della pace (che avveniva appunto - come tutt'ora avviene in Oriente e nella liturgia ambrosiana - all'inizio della liturgia offertoriale) si faceva menzione di coloro che erano santamente vissuti o che erano giunti alla perfezione della vita cristiana, leggendone i nomi iscritti sulle "sacre tavole"» [1]. 

Nel caso della liturgia patriarcale, i dittici erano letti dal patriarca per commemorare i patriarchi e i più grandi dignitari ecclesiastici con cui era in comunione.
Anticamente i dittici venivano letti nelle liturgie patriarcali in ciascuno dei cinque patriarcati (Roma, Costantinopoli, Alessandria, Antiochia e Gerusalemme). Quest'antico ordine stabiliva la taxis ecclesiastica al punto che la Chiesa imperiale era vista come un corpo pentarchico ad analogia con il corpo umano con i suoi cinque sensi.
La lettura dei dittici stabiliva, quindi, la comunione di una Chiesa con tutte le altre e, all'interno di questa comunione, stabiliva la gerarchia delle varie sedi tra loro. Tra queste, Roma aveva la sua importanza, coralmente accordatale.
Con i tristi eventi dei primi anni del secondo millennio, l'Oriente bizantino non commemorò più il papa romano nei dittici.

Il papa di Roma, a sua volta, non ritenne più degno alla sua dignità commemorare dei patriarchi (che ora, per lui, erano almeno scismatici), dal momento che si sentiva come l'unico vertice della Chiesa. Contemporaneamente, non inviò più in Oriente la sua professione di fede ai Patriarchi nel momento in cui veniva eletto (consuetudine che ogni patriarca faceva da tempo immemorabile verso tutti gli altri) e non datò  più i suoi anni di pontificato con gli anni di regno dell'imperatore costantinopolitano.

Tolto il papa di Roma dai dittici, l'Oriente lentamente aggiunse nuovi patriarchi e gli arcivescovi presidenti delle Chiese autocefale.
Oltre a ciò, dalla lettura dei dittici del patriarca costantinopolitano, si nota una particolarità che contribuisce a definirne l'identità: quella d'essere l'etnarca della nazione greca. Per questo i dittici hanno anche una caratteristica spiccatamente etnica con la preghiera per le istituzioni della nazione ellenica, una preoccupazione per compattare il popolo greco e rinsaldargli l'identità, dal momento che, tra i turchi, vive in un contesto sociale a maggioranza non cristiana.

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Nota

[1] David Massimiliano (a cura di), Eburnea Diptycha. I dittici d'avorio tra Antichità e Medioevo, Edipuglia, Bari 2007, p. 308.

  


© Traditio Liturgica

Il testo descritto è recitato in questo video dal 01:55:00


 

lunedì 9 giugno 2014

L'8 per mille...


Ho ricevuto un invito a dare l'8 per mille, giusto ieri sera nella mia e-mail personale. Ho risposto così:  

«Grazie per le sue informazioni, tuttavia non gradisco assolutamente questo genere di inviti. Fintanto che non ricevo un elenco dettagliato di come sono ripartite le spese e di come finiscono i nostri soldi in mano a questi signori, non darò nulla né voglio ricevere alcun invito a dare loro il mio contributo pecuniario. Quanto è riportato nel volantino, che invita a dare il proprio 8 per mille, non è per nulla un elenco con importi di spese*. Parla di parrocchie (so che alcune non esistono da anni, qualcun'altra sembra non sia mai stata creata ma si continuano a riportare in certi documenti ufficiali) e di tante altre attività di cui non sono affatto certo che siano attive. Perché si devono riportare notizie non vere? Non essendoci affatto gli importi, tutto questo si basa sulla fiducia. Che fiducia dare a presentazioni in cui si mescolano cose vere e cose presunte o pompate? Ora è tempo di non dare più fiducia per non rimanere delusi alla radice (la qual cosa ha un impatto pesante pure sulla propria fede). Ecco perché non do nulla. E se si esige chiarezza finanziaria dallo Stato, perché la Chiesa dovrebbe esserne esente? In nome di quali privilegi?
Grazie ancora per la sua comprensione».

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* Un'organizzazione seria, qualsiasi essa sia, ha sempre un bilancio con entrate ed uscite. Se, da un certo punto in poi, riceve delle donazioni o dei versamenti regolari (come l'8 per mille alle Chiese) non può non mostrare queste cifre o il suo bilancio precedente. Nel caso in cui non lo fa potrebbe prendere in giro i suoi fedeli (dai quali riceve i soldi) e potrebbe essere un puro sistema feudale di sfruttamento in cui qualcuno o più di qualcuno intasca a beneficio suo e di eventuali suoi cortigiani. Sarebbe ora di capirlo e di agire conseguentemente).

venerdì 6 giugno 2014

Il mistero della Chiesa


Nel caso in alto, la Chiesa nasce da Dio e torna a Dio; nel caso sotto, 
la chiesa nasce dall'uomo (con una idea di Dio) e va solo all'uomo.
Il primo caso è la Chiesa evangelica, il secondo è l'istituzione puramente umana e secolare.

Se dovessimo chiedere alle persone comuni di formulare una domanda sulla prima e più importante cosa che desiderano dalla Chiesa, sono sicuro che le richieste maggiori saranno di tipo esclusivamente contingente e mondano:

- che sia più aperta e inclusiva;
- che sia più accogliente;
- che sia più solidale con le classi più povere, ecc.

Questo tipo di richieste indicano in modo evidente su quale piano è posta la Chiesa: un piano secolare. Va di suo, che qui non guardiamo alla radice della nostra vita (Dio) ma al nostro bisogno individuale se non egoistico. Altro orizzonte non c'è se non quello puramente umano, giusto o sbagliato che sia.

Tuttavia se l'istituzione della Chiesa obbedisse a questi criteri, non si capisce bene perché la tradizione le attribuisce la nascita il giorno di Pentecoste.
La Pentecoste, infatti, è l'apertura del mondo celeste sul mondo terreno, la comunicazione del secondo con il primo.
Se l'istituzione della Chiesa è legata all'evento della Pentecoste, se ne trae che ad essa è affidata la comunicazione con il mondo celeste e che, nel suo seno, avviene questo stesso evento carismatico.
Il compito della Chiesa non è, dunque, tanto quello di risolvere le contraddizioni e le ingiustizie del mondo (che continuano ad esserci per la libertà con la quale l'uomo agisce), quanto di mantenere una porta aperta per il cielo.

Stando così le cose, alla domanda "cosa desideri dalla Chiesa?", si dovrebbe rispondere: "Che mi metta in contatto con Dio!". Qui guardiamo a quanto "irriga" la radice della nostra vita e ci obbliga ad uscire dal nostro "giardino individuale".

Esiste questa risposta? Forse solo in una ben minima percentuale tra le persone, dal momento che si pensa, in modo implicito, che la Chiesa attorno a noi non sia affatto capace di mettere in contatto i suoi credenti con Dio (ammesso se ne ammetta l'esistenza). C'è chi lo crede davvero e lo dice! Io stesso ne sono convinto, almeno riguardo ad alcuni ambienti ecclesiali che reputo spiritualmente impotenti.
Ecco, allora, che l'evento evangelico della Pentecoste diviene la bella storia di un evento morto e sepolto. 
Lo stesso Spirito santo, è qualcosa di cui non si capisce bene la funzione e l'azione (poichè tutto nasce e finisce nell'umano). Lo Spirito santo diviene un'espressione folcloristico-religiosa e qualche sacerdote arriva pure a definirlo "la coscienza dell'uomo". Non si potrebbe esprimere meglio quest'implosione del divino nel solo umano!


In questo schema si vede chiaramente che ogni azione sul mondo, nell'impostazione cristiana tradizionale, avviene indirettamente. 
E' questo che valuta molto il monachesimo nella vita della Chiesa. 
Tutto il contrario avviene oggi in cui siamo nel secondo esempio con la negazione de facto del monachesimo.


Al contrario, l'evento della Pentecoste è il mistero stesso della Chiesa (poiché è una realtà divina che vive nascosta in lei), la sua identità più profonda che non si fa scalfire dai rivolgimenti della storia poiché è metastorica, pur pulsando nella storia.
Se la Chiesa non nasce e non porta alla Pentecoste non serve alla ragione principale per la quale è stata istituita.
Ma perché questo inizi ad avvenire, è indispensabile non aver rotto la tradizione apostolica stabilita da una retta fede e da una retta prassi cristiana.
Laddove è avvenuta questa rottura, non ci si può aspettare altro che la Chiesa si occupi di affari sociali e mondani o divenga una dispensatrice di consolazioni puramente psicologiche, seppur in nome di Dio. Ultimamente, la Chiesa è divenuta promotrice pure di divertimenti, spettacoli, danze e canzoni...

La maggioranza dei nostri cristiani conosce esattamente questo tipo di Chiesa, una Chiesa oramai totalmente slegata dal suo stesso evento fondativo: la Pentecoste!

Solo in ambiti in cui lo Spirito santo - attore della Pentecoste - è ritenuto il vero motore della Chiesa, è possibile riconoscerlo presente e vivo. Altrove, tutto inizierà e finirà nell'uomo, come in una qualsiasi altra istituzione puramente umana...



domenica 1 giugno 2014

Un relativismo che porta all'agnosticismo


[...] E ad un esame più attento scopriamo che i dogmi sono molto meno stabili di quello che sembri. Norman Tanner, gesuita britannico, analizzando la formula del Credo di Nicea e di Calcedonia, dimostra in un acuto saggio come i primi Concilii ecumenici abbiano speso molto tempo e molta sapienza teologica nel precisare e correggersi. Dunque se lo hanno fatto in quell’epoca, perché non oggi? In pratica le definizioni dogmatiche che consideriamo immutabli non lo erano al tempo in cui furono determinate e per molti decenni sono state riviste e rielaborate.

(Concilium 2/2014, Dall’«anathema sit» al «Chi sono io per giudicare?», Queriniana, pp. 200, euro 15; www.queriniana.it).

Se si dovessero seguire tutte le voci che si sentono senza dubbio simpazzirebbe.
Riporto questestratto da una recensione di un libro pubblicato dalleditrice Queriniana perché ha unopinione corrente e comune nel nostro povero mondo: “I  dogmi sono relativi, poiché già agli inizi si dimostrarono fluttuanti; quindi anche oggi possiamo cambiarli (o relativizzarli). Di fatto molti cristiani se ne sono da tempo sbarazzati come se fossero vecchie scarpe rotte e questo discorso, alla fine, va esattamente in questa direzione anche se chi lo fa, magari, non lo vuole ammettere.

A differenza di unargomentazione grezza che porta al relativismo, cè da dire che nella recensione di questo libro si discetta con una certa raffinatezza intellettuale. Si sottolinea, infatti, che i termini usati nei primi secoli cristiani erano fluttuanti, incerti, a volte intercambiabili e, addirittura, dopo un po uno sostituiva un altro.

Questo è senzaltro vero poiché allora si stava formando un vocabolario teologico e i significati dei termini della cultura filosofica ed ellenistica non si prestavano sempre alluso cristiano.

Quello che, però, pare sfuggire totalmente a questi teologi e filologi è che sin dallepoca apostolica la Chiesa aveva ben chiaro chi fosse Dio e come si fosse manifestato in Gesù Cristo per averne avuto esperienza nei suoi propri membri. La chiarezza e la rocciosa stabilità di questa coscienza non nasceva da un apparato filosofico, da una sapienza di parole (come direbbe san Paolo), ma da un incontro: luomo, attraverso la fede in Cristo, aveva incontrato Dio, lInconoscibile si era reso conoscibile, direi “palpabile. Al Dio sconosciuto dellAreopago i cristiani sapevano dare un nome perché lo avevano incontrato. Si vedano, ad esempio, certi discorsi rivolti allimperatore da santAmbrogio, discorsi che all’uomo attuale potrebbero parere di una sicumera irritante: 
“Ciò che voi [pagani] ignorate, noi lo abbiamo conosciuto dalla voce di Dio. E ciò che voi cercate con le vostre ipotesi (suspiciones), noi lo abbiamo per certo dalla Sapienza di Dio e dalla Verità”[1].
Dietro a ciò cè quello che, in termini fin troppo banalizzati e alcune volte equivoci, definiamo  esperienza nello Spirito [2]. 
Ecco perché lo stesso Ambrogio affermava: 
“Perché [tu, imperatore,] cerchi i Vescovi di Dio, cui hai preferito le richieste sacrileghe dei pagani? Non possiamo avere nulla in comune con l’errore altrui” [3]. Parole assai poco... ecumeniche!

Il nucleo dellesperienza di Dio è passato dagli apostoli alle comunità cristiane e da queste è stato sempre più custodito in particolari comunità di credenti. I monasteri, nati come reazione al rilassamento dei cristiani in un impero che non li perseguitava più e che, anzi, li allettava nel lusso della corte imperiale, conservarono il nucleo di questa esperienza mistica: il Cristianesimo è prima di tutto un incontro con il Dio della vita manifestato in Gesù Cristo, un incontro che è e resta ineffabile, indicibile. Poco importa che siano relativamente pochi ad averlo avuto. Quei pochi fanno la verità del Cristianesimo.

Non a caso i più autorevoli padri della Chiesa, fatte le scuole più alte dellimpero, si ritiravano in monastero o ne passavano un certo tempo.
Lo stesso Gregorio Magno sospirava i tempi in cui poteva vivere in monastero, lontano da mille problemi pastorali che gli assorbivano tutte le energie, proprio perché quello era il luogo dellincontro con lIneffabile, nella preghiera ininterrotta.

Se la Chiesa dei primi secoli ha la chiarissima coscienza di chi è Dio deve immediatamente confrontarsi con alcuni che, capendolo a modo loro, deformano questesperienza mostrando tutta un’altra via. Sono i cosiddetti eretici. I dogmi, allora, non nascono tanto dallesigenza di affermare con parole umane chi è Dio (cosa in realtà impossibile e legata alla pura indicibile esperienza) ma dallesigenza di dire chi Dio non è

Nel momento in cui si stabiliscono delle affermazioni simboliche per porre dei paletti entro i quali orientare il proprio spirito, ci simbatte nelle difficoltà della lingua e della cultura di allora.

Sinizia, dunque, ad usare timidamente certi termini, li si sostituisce con altri, si dona nuovo significato a parole che, nellellenismo, volevano significare altro, ecc.
Questa fluttuazione di linguaggio non significava che i dogmi (o meglio i “paletti per orientare il proprio spirito) non fossero chiari. Non significava che Cristo nellesperienza dei cristiani non fosse Dio, non fosse la porta per il Padre,  ecc. Queste ultime cose erano gelosamente custodite ed erano chiare come il sole!

La fluttazione terminologica significava, invece, che i termini utilizzati mostravano sempre qualche evidente limite.
Tuttavia ci si rendeva conto che era necessario stabilire delle convenzioni perché il Cristianesimo da via verso Dio (come lo era stato nellesperienza dei più ferventi fino ad allora) non si trasformasse in una semplice filosofia umana. 

Riassumendo: la chiarezza dellesperienza precede il tentativo, a volte a tentoni, di stabilire dei “paletti o dei dogmi. Una volta che questi si stabiliscono universalmente (con i concili ecumenici) si tengono come punto di non ritorno, come affermazioni simboliche per stabilire la differenza tra lortodossia della fede dalleterodossia che porterebbe ad un cammino spirituale fuorviato [4].

Detto ciò, oggi, si ha chiaro che il Cristianesimo è un cammino e che Cristo è una porta verso Dio? Nella maggioranza dei casi, no! Viviamo in pieno relativismo incoraggiato, talora, pure dagli stessi papi recenti.
Oggi, in molti ambienti occidentali, il Cristianesimo è un discorso su Dio con unistanza puramente etica da seguire. Lorizzonte è sempre più puramente umano. Anzi, ormai è esclusivamente umano!
In un contesto vuoto di “esperienza nello Spirito", cambiare il linguaggio dei dogmi significherebbe senza dubbio alterarne il linguaggio simbolico chiudendo il Cielo, buttando la chiave e impedendo a se stessi e ad altri di accedere al Cielo stesso [5].

Per giunta in questa nostra atmosfera relativistica è logico aspettarsi che i dogmi siano addirittura dichiarati insensati. E, in una realtà “vuota di Spirito, lo sono per davvero!

Quello che oggi manca, a differenza della Chiesa nei primi secoli, è la matura coscienza daver incontrato Dio nella fede in Gesù Cristo, daverne in qualche modo patita la presenza, come dicono gli esicasti bizantini. 
Daltronde, gli stessi santi occidentali sono raramente dei mistici e prevalentemente dei puri uomini etici.
Tutto diventa, allora, questione di semplici parole, di semplici concetti. Di qui la paura più o meno incoscia che la scienza smentisca il Cristianesimo!

Così, senza un profondo incontro, si disquisisce dellaria fritta e nulla ha più senso: il relativismo vuoto di esperienza cristiana porta allagnosticismo bello e buono!

A questo punto, pure la liturgia (della quale questo blog si occupa) diviene pura celebrazione umana tra uomini e per gli uomini con qualche istanza etica in nome di Dio. Lo vediamo nella pratica, infatti...

La Chiesa in occidente continua velocemente la sua corsa verso il basso senza che alcuno la freni e queste pubblicazioni mostrano in modo drammaticamente chiaro il vuoto di esperienza nello Spirito che pare precederle. Tutto pare essere un puro discorso, una filosofia...

A differenza di ciò, i santi antichi sapevano bene quello che facevano. Essi dicevano: Noi non lottiamo per delle parole (poiché una parola può essere combattuta da unaltra) ma per una questione di vita o di morte. Il Cristianesimo è, infatti, vita in Dio e morte in chi non lo accetta
I dogmi hanno questo background cosa, oggi, quasi completamente persa. 
Non fanno che affastellarsi fatti su fatti a riprova di tutto ciò...

Un appunto dell'ultimo momento

Inserisco, quale documentazione, questo scritto che rivela in modo eloquente la coscienza dogmatica di una certa parte del mondo occidentale. Come si nota, qui esiste, di fatto, la costruzione di un "nuovo cristianesimo" con basi ben differenti da quelle tradizionali.

NON TUTTI I CRISTIANI CREDONO NELLE DUE NATURE DI GESU'

Credo che il dialogo ebraico- cristiano- islamico, nel quale il papa si è mosso con tanto impegno, abbia  un nodo fondamentale da sciogliere. Si tratta di rifare i conti con i Concili di Nicea e di Calcedonia che, nel loro linguaggio filosofico-ellenistico, vanno riletti e reinterpretati alla luce delle Scritture.
Un immenso e documentatissimo lavoro storico ed ermeneutico ci permette in tutta tranquillità di negare le due nature in Gesù.  La dottrina delle due nature, nel linguaggio dei Concili, non poteva essere altro che la dichiarazione di fede per cui i cristiani non separavano Gesù da Dio, nel senso che egli era il "tramite" e il testimone della presenza e della "rivelazione" di Dio.
Leggere oggi come ontologico questo linguaggio, significa prescindere totalmente dal Gesù storico e dal messaggio del Secondo Testamento. La divinizzazione di Gesù, come fatto ontologico, non appartiene necessariamente alla fede cristiana (Barbaglio, Ortensio da Spinetoli, Schillebeeckx, Kung, Salas, Spong, Lenaers, Adriana Destro, Mauro Pesce, Tamayo,Elizabeth Johnson, M. Fox, Haigth, Boimard, Vigil, Gounelle......), ma ad una sua interpretazione filosofica, letteraria contingente [6]. Oggi possiamo liberamente e responsabilmente sentirci cristiani sapendo che la nostra fede non è vincolata a formule che potevano avere un senso dentro una stagione culturale datata. Non è amore alla tradizione, ma becero tradizionalismo ripetere delle formule ignorando la inevitabile mutazione dei linguaggi. La nostra fede deve sempre reinventare il modo con cui dirsi [7].

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Note

[1] AMBROGIO DI MILANO, Lettera 73, 8 in Lettere 70-77, a cura di G. Banterle, Milano - Roma 1988, p. 67

[2] ID., Lettera 72, 14 in Lettere 70-77, a cura di G. Banterle, Milano - Roma 1988, p. 47.

[3] La definizione di "esperienza nello Spirito" è stata ampiamente sfruttata e abusata da parte di alcuni settori cristiani sia nel mondo protestante che in quello cattolico. Spesso è presentata come qualcosa di puramente psicologico, nevrotico, sentimentale, dunque assolutamente umano. Anche questo è il segno palese di un incredibile allontanamento dalla prassi e dalla prudenza della Chiesa antica. In realtà l' "esperienza nello Spirito" evangelica è qualcosa che rimane nel dominio dell'ineffabile, per quanto possa essere esperito.

[4] Nella coscienza della Chiesa antica non esiste alcuna distinzione tra dogma e spiritualità, poiché il primo è ordinato per la seconda: "Per noi e per la nostra salvezza...", recita il Credo, aggiungendo tutta una serie di punti fermi da credersi. Purtroppo oggi, negli scaffali "spiritualità" delle librerie religiose i due campi paiono ampiamente dissociati (e lo sono pure nell'insegnamento). Questo da adito ad un certo individualismo "fai da te" oltre che ad un consolidato relativismo: tutte le vie spirituali sono considerate equivalenti tra loro.
Un religioso cattolico, un giorno, si recò nell'Athos e voleva parlare di spiritualità. Il monaco ortodosso iniziò col parlargli di dogmi con meraviglia e un certo indispettimento del primo. Come si vede nel monaco ortodosso è ancora intatta la coscienza della Chiesa antica.

[5] Chi presume di poter cambiare il linguaggio dei  dogmi lo può pensare proprio perché mosso da un individualismo di stampo moderno. Anticamente nessuno poteva pensarlo e questo è dimostrato pure dal dialogo avuto da papa Leone III con i presuntuosi teologi di Carlo Magno. Il dogma è cosa che riguarda tutta la Chiesa, non una sola persona, e quindi dev'essere discusso da tutta la Chiesa. Neppure un papa, affermava Leone III, può inserire, togliere o modificare qualsiasi cosa dal dogma della Chiesa. 
Relativismo e individualismo selvaggio oramai la fanno da padroni nel Cristianesimo di casa nostra. È, appunto, un Cristianesimo "vuoto di esperienza nello Spirito" e totalmente pieno di presunzione umana!

[6] Questa frase riduce quella che è l'esperienza spirituale di Cristo, quale "porta al Padre", ma pure quale Dio in sé, ad una sorta di "filosofia contingente". Questa conclusione può discendere o da una totale ignoranza o da una lettura degli scritti ascetici e patristici con occhiali unicamente razionalistici. Era questo quello che avrebbe inteso sant'Atanasio di Alessandria? Non credo proprio! 
Il destino di questi pensatori è unicamente quello di svuotare definitivamente il Cristianesimo della sua peculiarità. A questo punto, se va bene, Cristo diviene un semplice "profeta", esattamente come si predica nell'Islam.
C'è da dire che questi autori hanno il coraggio di dire quello che pensano e vivono ma la maggioranza, priva di tale coraggio, di fatto non si allontana molto da queste conclusioni. L'arianesimo ha sempre tormentato l'Occidente cristiano proprio perché i suoi presupposti fin troppo umanistici lo permettono.

[7] Cfr. http://donfrancobarbero.blogspot.it/2014/05/non-tutti-i-cristiani-credono-nelle-due.html



sabato 31 maggio 2014

Fonemi vaganti....

Fonema vagante è una bella espressione filosofica strutturalista. Nel mio caso indica quel genere di persona molto chiassosa che impone il suo chiasso ovunque va, incurante del fatto che, in alcuni ambiti, è necessario un sacro silenzio o un atteggiamento moderato.

È il caso del Monte Athos, la penisola che ospita diversi monasteri bizantini.
Ci sono tornato di recente, avendola conosciuta già diverse volte, anni fa'. 
Il nostro mondo quotidiano è spesso fatto di molta dispersione e confusione, al punto che facciamo entrare questa caoticità nelle nostre chiese con il risultato pratico di avere una vita spirituale pressoché inesistente.
Chi si è formato (o sformato) con questo stile tende inevitabilmente a proiettarlo anche dove non esiste sporcandone l'aria. 

Il mio recente viaggio, così, mi ha fornito un magnifico ventaglio di situazioni paradossali. L'Athos tende all'essenziale, sforbicia via i fronzoli, si concentra nella preghiera, conosce un amore ascetico per il prossimo totalmente privo di morbosità, esteriorità o romanticismi, abborrisce la vanità e il culto narcisistico di se stessi...

Le persone che ho incontrato prima di entrare nell'Athos mi mostravano tutta la "polvere" del nostro mondo agnostico: 
- in areoporto, nella figura di un prete greco proveniente dall'Italia, vestito da "fighetto", molto narciso e mondano; 
- a Ouranoupoli, ultima cittadina prima dell'Athos, nella figura di alcuni laici italiani che facevano della conoscenza sui monasteri atoniti un'occasione di vanità personale.

Che hanno capito costoro della silenziosa sapienza monastica?, mi sono chiesto. Tanto l'Athos è un invito alla silente sapienza, tanto costoro riempiono di rumore l'aria per mettere al centro di tutto loro stessi. Ma sono "loro" che salvano o è qualcun Altro? Che tristezza!

Lasciati i "fonemi vaganti" alle mie spalle mi ha rinfrancato l'atmosfera dei monasteri che curano quanto sta veramente alla base di tutto: la preghiera liturgica.
I monaci hanno salutato la fine del periodo pasquale portando in processione l'icona della resurrezione, prosternandovisi davanti e cantando il tropario pasquale. Hanno poi fatto un'agripnìa o veglia, ossia una preghiera notturna per la festa dell'Ascensione di Cristo.

Gli stessi gesti, gli stessi canti ripetuti da secoli. La stessa atmosfera che fa sollevare lo sguardo del cuore verso la patria comune.

Ho avuto anche qualche dialogo con alcuni monaci. "Ci giunge qualche rivista dalla Chiesa cattolica greca - mi ha detto un monaco - e leggiamo quanto afferma il nuovo papa". "Ci dà molta tristezza - ha aggiunto - perché notiamo che tra la qualità degli scritti dei Padri e quanto da lui affermato esiste un vero e proprio abisso spirituale".

Questa è la verità, al di là di tanti abbracci e convenevoli ecumenici! Dov'è la qualità spirituale? La Chiesa si è ridotta tutta ad una sagra di esteriorismi?

I monaci non possono non guardare tutto ciò da una prospettiva "alta" perché solo guardando verso l' "alto" ognuno può sollevare almeno un poco la propria vita, non cercando continue giustificazioni alle proprie debolezze o facendo finta che gli errori non siano più tali.

Ma per giungere a questa visione spirituale, espressione di un mondo eterno, è necessario superare molte prove, anche la prova dei "fonemi vaganti" e, ahimé, della stessa Ouranoupoli che da umile cittadina di pescatori è divenuta una specie di "Las Vegas religiosa". 

Ovunque, lungo la stradina principale, brillano botteghe come se fossero negozi di alta moda. In realtà, vendono articoli religiosi o icone ma talmente ammiccanti da essere dei veri e propri oggetti di bigiotteria. Dove sono le icone classiche di un tempo, quelle che esprimevano il messaggio religioso senza snervarlo con un eccessivo abbellimento estetico?

Oggi le icone in vendita ad Ouranoupoli non solo hanno il fondo d'oro tirato a specchio (inutile sfoggio, visto che non rispondono ad un'utilità pratica) ma su quel fondo dorato ci sono molti ricami a rilievo su ognuno dei quali brilla uno strass. I nimbi dei santi sono impreziositi da una fila di perle. Il prezzo di tali manufatti è scandalosamente alto e se si esce da quelle boutiques senza aver comperato nulla, gli esercenti rimangono delusi, segno che quanto conta per loro è, oramai, il dio denaro. Questo stride fortemente se si considera che siamo alle porte dell'Athos, dove ciò che conta è ben altro!

Sì, davanti ad oggetti così non si riesce a pregare. Sono icone da mettere nel "salotto borghese" assieme ai preti di "plastica" (ortodossi o cattolici che siano, quando sono mondani sono tutti uguali) e che vestono Armani, in giacca, cravatta e gilet e, per colmo del ridicolo, non li sanno neppure indossare, nel senso che gli cadono proprio male!

Anche questi oggetti religiosi svuotano, loro malgrado, il sacro rendendolo vanità, come lo è tutto il mondo dei "fonemi vaganti".

L'Athos, invece, chiede silenzio e umiltà. Solo con ciò l'uomo può giungere ad avvertire la presenza divina e, con questa, guarire da tutte le sue malattie spirituali. Ed è solo così che la Chiesa può risorgere. 
Un'altra via di guarigione non esiste. Questo è il perenne messaggio ed esperienza della Chiesa stessa.


domenica 25 maggio 2014

Idolatria e feticismo

È stato giustamente detto che la nostra è un'epoca particolarmente idolatrica. Credo, che non è stato sufficientemente esaminato o non è stata posta grande attenzione alla diffusione di questa propensione all'idolatria in ambito cristiano. 

L'idolatria, in realtà, altro non è che uno sguardo a corto raggio, ossia nell'idolatria lo slancio religioso di una persona non giunge mai a intuire la realtà di Dio e si chiude esclusivamente nell'ambito della creazione o in se stesso, nelle "cogitazioni" umane. Si fa delle pure idee il fulcro di tutto...

Il Cristianesimo non è al riparo da tutto questo. Infatti, come non esiste limite geografico alla diffusione della miopia oculare, così non esiste limite religioso alla diffusione della miopia spirituale che determina l'idolatria. Il fatto che uno si pensi un buon cristiano praticante non significa automaticamente che non possa essere miope spiritualmente.

Anche per questa tematica ho voluto fare uno schema in modo da chiarire meglio possibile i concetti esposti.


Lo schema cerca di riassumere per sommi capi alcuni aspetti dell'antropologia (la visione dell'uomo) negli autori patristici.
In qualche post precedente, avevo distinto che nella persona umana esistono tre realtà:

1) realtà sensibile (i sensi corporei);
2) realtà razionale (la logica umana);
3) realtà intellettuale (la parte spirituale della razionalità, detta anche "intuizione").

Con le prime due realtà, l'uomo conosce se stesso e il mondo attorno a sé in modo "naturale" e apprende le realtà sensibili e materiali.

Solo con la terza oltrepassa l'evidenza materiale per prepararsi a conoscere intuitivamente il mondo spirituale o "oltre-sensibile" che gli si presenta come una manifestazione divina o "teofania".

Se ci si ferma e ci si chiude alle prime due realtà (sensibile e razionale), è inevitabile cadere nell'idolatria o nel feticismo. La liturgia cristiana, anche se orientata teoricamente a Dio, si riduce ad un culto a se stessi e ad un'autoglorificazione.

Un cristiano cade in questa forma idolatrica quando, ad esempio, considera le realtà della Chiesa fine se stessa, che ne sia cosciente o meno. 

Ecco, allora, alcuni cristiani "più papisti del papa" o eternamente intenti a parlare di cose ecclesiastiche senz'alcun vero slancio spirituale, proprio come un estimatore d'oggetti d'epoca parla del suo ultimo acquisto antiquario.

Ve ne sono altri che, quando parlano di Chiesa, cadono in una situazione pure peggiore mostrandosi estremamente livorosi, come se si fosse in un match tra squadre calcistiche avverse. Basta farsi un "giro" in qualche blog su internet e ci si rende conto del triste fenomeno, con gente che s'insulta a vicenda.

Ma gli idolatri non sono solo i "papisti più del papa" ma, pure, quelli che rincorrono la modernità "chiudendosi" o esaurendosi in essa: cosa sono certe messe mondanizzate attorno a noi se non, forse, l'espressione di tale idolatria? 

Se, viceversa, si accende la terza realtà nell'uomo (la realtà spirituale-intellettuale, detta pure nous dai padri greci, o occhio dell'anima), tutto cambia.
È l'attività di questo nous negli antichi ed eminenti autori cristiani che ci dona quella sensazione di equilibrio tra l'umano e il divino che traspare da certi loro scritti.

Perché il nous si attivi, l'uomo deve passare attraverso la purificazione: ecco il bisogno dell'ascesi (preghiera e digiuno) e la pratica dei comandamenti. Infatti non c'è alcuno, tra questi autori antichi, che non abbia avuto, poco o tanto, esperienza monastica e ascetica.

Solo quando l'uomo diviene "puro di cuore" attraverso la grazia, come recita la beatitudine, può prepararsi a "vedere Dio" ossia ad intuirne la indicibile presenza.

Le fondamenta e gli orientamenti delle antiche liturgie cristiane sono state stabilite partendo da questi presupposti, non da presupposti basati solo sulle prime due realtà nell'uomo, ossia sul puro sapere universitario o su sensazioni sensoriali umane.

Ecco perché, nel contesto patristico, lo spirituale appare come unicamente e definitivamente superiore all'umano, a differenza di quanto si sta dicendo oggi in qualche ambito cristiano [1].

Infatti il cristianesimo è la preminenza dello spirituale sul semplicemente umano e l'umano cristiano non può che essere spirituale, cosa attualmente molto poco compresa, quando lo è.

Gli autori antichi, e tra questi citiamo Massimo il Confessore, sapevano perfettamente che è la preminenza dello spirituale a determinare il Cristianesimo e a formare il cristiano, ossia l'uomo conforme a Cristo.

Per Massimo l'uomo non solo può conoscere, per grazia e soccorso di Dio, il mondo spirituale nell'intuizione del nous, ma è addirittura in grado di trascendere ogni determinazione umana per giungere a Dio che è al di sopra di ogni concetto di Dio [2]. È così che l'uomo diventa veramente teologo o conoscitore di Dio. Come la conoscenza di Dio sorpassa ogni concetto di conoscenza (al punto da non essere razionalmente descrivibile), così l'uomo toccato da Dio arriva pure a sorpassare l'attività del suo stesso nous, come intellezione delle realtà create:

"Conoscendo Dio in quanto radicalmente trascendente ad ogni essere e dunque inacessibile non solo ai sensi e alla ragione ma addirittura al nous stesso (poiché Dio sorpassa ogni potenza ed operato del nous), [si giunge alla] teologia che implica lo spogliamento non solo di ogni sensazione ma, pure, di ogni pensiero e conoscenza. Detto diversamente, per giungere alla teologia, è necessario arrivare 'all'arresto totale del movimento del nous attorno alle cose create' (Thal., 65, PG 90, 756 C), o, ancora, il cessare (o, come dice Massimo, il 'riposo' o il 'sabato') di ogni attività (o energia) dei sensi, della ragione e del nous stesso..."[3].

Checché ne capiscano i miei amabili lettori sui concetti appena espressi, capiranno di certo che la teologia, e quindi la vera conoscenza cristiana, sorpassa, per san Massimo, tutto quello che loro hanno imparato fino ad ora. Tutto quello al quale loro sono stati abituati a chiudersi, facendo affidamento alla sola ragione e ai sensi.

Ne consegue che chiudersi nell'umano in quanto umano, come si sta facendo selvaggiamente in questi ultimi tempi, non significa altro che precludere definitivamente, negli ingenui e negli ignoranti, il passaggio per il divino, la cui porta nascosta si cela nel cuore di ogni uomo. A Dio si sostituisce una sua semplice immagine, più o meno umana.

La religione, allora, si trasforma in idolatria e feticismo, come vediamo ampiamente attorno a noi e il culto non può che rifletterlo.

Non si può "redimere" un culto profanizzato e idolatra con delle sanzioni e leggi severe ma solo riportando tutto l'edificio della Chiesa agli antichi equilibri spirituali. Questo lo può fare ognuno di noi per se stesso e sarà già grande cosa! Gli antichi maestri sono sempre là. Non attendono che di essere seguiti...



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Note

[1] È di mercoledì scorso lo strano pronunciamento di papa Bergoglio: "Agli occhi di Dio noi siamo la cosa più bella, più grande, più buona della creazione: anche gli angeli sono sotto di noi, noi siamo più degli angeli, come abbiamo sentito nel libro dei Salmi". 
In realtà il salmo 8, 6 recita: "Cos'è l'uomo perché te ne ricordi? Il figlio dell'uomo perché te ne curi? ... Eppure l'hai fatto di poco inferiore agli Angeli...". Solo Cristo, in quanto creatore, è superiore agli Angeli. 
In questa frase si dichiara che l'umano in quanto tale (prescindendo dalla sua redenzione sulla quale non si fa alcun riferimento) è superiore agli angeli ossia alla realtà spirituale tout-court. Sono affermazioni addirittura distruttive, poiché rovesciano la gerarchia celeste a tutto vantaggio del semplice e solo umano (magari pure non redento). A questo punto l'umano (qualsiasi umano!) si autogiustifica e implode spiritualmente in se stesso. Tutto il contrario di quanto faceva qualche santo asceta atonita attuale il quale consigliava di mettere nelle persone delle "sane inquietudini" spirituali, non di giustificarle ad ogni pié sospinto!
Non è la prima volta che papa Bergoglio rovescia il significato della Bibbia adattandola alla sua idea umanistica. Almeno con la Riforma, l'agostiniano Lutero predicava la fedeltà alla "sola Scriptura" che, quindi, non doveva essere alterata. Qui pare siamo ben oltre...

[2] Questo non significa affatto relativismo! Il percorso attraverso la realtà convenzionale umana (anche i dogmi si esprimono con un  linguaggio e una convenzione umana) non è inutile ma è come un supporto, un bastone sul quale appoggiarsi per camminare se una delle due gambe non ha forza. Nel momento in cui la gamba malata riprende a funzionare, il bastone non serve più. Così la realtà convenzionale umana, al momento in cui si è giunti al traguardo, non serve più e si manifesta per quel che è: un puro supporto.
Se uno pensa che un bastone, proprio perché tale, non serve mai, allora è come quello che dice che i dogmi non servono a nulla e, anzi, bloccano l'uomo. Non ci capisce evidentemente nulla!
Non ci capisce nulla neppure chi pensa che il bastone sia fine se stesso e serva assolutamente anche a chi ha entrambe le gambe sane.
L'esempio della vita pratica ci è chiaro. Non altrettanto le questioni nella realtà religiosa, proprio perché di fatto ne siamo quasi al di fuori. Così se uno dice che i preti e i sacramenti nell'Al di là non servono più (e non servono neppure qui ma solo in quei brevi momenti in cui certi santi hanno avuto la sensazione della presenza divina), sembra che affermi un'eresia quando, invece, non lo è affatto. Questo succede quando si scambia il transitorio per il definitivo, il momento presente per l'eternità, la struttura mondana della Chiesa per il fine degli uomini. Ecco l'idolatria!

[3] Jean-Claude Larchet, La divinisation de l'homme selon saint Maxime le Confesseur, Les éditions du cerf, 1996 Paris, p. 498.


venerdì 23 maggio 2014

Eterna è la sua memoria



"Eterna è la sua memoria" è la frase finale della commemorazione di un defunto o dei defunti nella liturgia bizantina. Per questo, alla fine di questo post potete vedere il Mnimosino, ossia la preghiera di commemorazione di un defunto.

Questo post non è casuale.
Infatti solo oggi ho saputo della morte di Jakovos, un amico che, oramai da anni, era la "porta" del Monte Athos per diversi italiani. Un attacco cardiaco lo ha portato via l'8 maggio. Non era ancora anziano. Per quanto non lo sentivo spesso, ne avvertii immediatamente la mancanza come un senso di vuoto e disorientamento che infonde la dipartita di persone solide e vere (perché tutti gli altri non danno queste sensazioni).

Nostro connazionale, di animo gentile e disponibile, risiedeva a Ouranoupoli, l'ultima città prima della repubblica monastica del Monte Athos. Era legato al monastero di San Paolo nel quale si recava spesso e collaborava attivamente per la costruzione di un metòkion (o dipendenza monastica) dello stesso monastero, dedicato a san Nicola.

A volte ci fu chi, in Italia, approfittò della sua disponibilità (impossessandosi di libri a tema religioso il cui lavoro e pubblicazione erano stati totalmene coperti da Jakovos che non si vide neppure risarcire le spese). Io, sapendo il genere di persone che lo stavano coinvolgendo, lo avvisai per evitargli l'inevitabile delusione. Jakovos non credette che persone impegnate nella Chiesa, apparentemene gentili e suadenti, potessero essere così grette, disoneste e meschine e, così, lo dovette constatare direttamente sulla sua pelle.
Mi dette ragione. 

Capii che questa sua ingenuità nasceva semplicemente perché era un cuore buono.

Convenne con me che in questi tristi tempi bisogna stare attenti soprattutto da alcuni lupi che frequentano le Chiese e coprono la loro miseria con tanta presunzione e apparenza ...

A differenza di costoro, Jakovos era un animo pulito e lo vediamo anche da come scriveva.
Ecco, allora, un appunto da lui redatto più di una decina d'anni fa', quando stava nel monastero di san Paolo.

Pater Athanasio

lunedì 13/03/2001

Qualche giorno fa è morto Padre Athanasio. Da noi si dice " riposo ".
Riposa nell’attesa dell’appuntamento che ha aspettato per tutta la vita: l’appuntamento con Dio, non con la morte, ma con Dio.
Se n’è andato all’età di 77 anni come un uccellino, senza drammi, in silenzio così come era vissuto. E quando penso a lui, e non solo io, mi sorge inevitabile il sorriso come quando si pensa con gioia ad un amico che, finalmente, ce l’ha fatta, ha conseguito il premio.
L’ho conosciuto quando, per ordine dell’abate, mi ha chiamato a collaborare con lui per quella che è nota a tutti come "mia ora rigani", cioè ….. "solo una ora per l’origano".
Percorreva infatti le colline attorno al Monastero raccogliendo l’origano che poi, con precisione da orologiaio svizzero, essiccava, selezionava, tritava tutto rigorosamente a mano.
Ora provate voi a tritare tra le mani gli steli secchi dell’origano per un’ora e poi capirete perché tutti fuggivano i suoi "inviti".
Mi voleva , ci voleva, ci vuole bene.
[...]
Non esito a pensare che [i pellegrini] siano stati [grazie a lui] riveriti e serviti meglio di ogni altro nel Monastero.
Curava anche le viti d’uva da tavola che stanno piantate attigue al cimitero.
Oggi riposa in loro compagnia.

All'inizio di questo post ho messo un video con una musica che, secondo me, descrive la sua anima pacifica e armoniosa e si sposa con lo stile del suo testo. È una musica che lui stesso, penso, aveva scelto per presentare musicalmente il metòkion che gi stava a cuore.

Sia, ora, nell'abbraccio di Dio, nel suo premio, lontano da ogni meschinità della terra. 
L'ultima parola, infatti, non è mai dei meschini, tentatori e demoni, ma di Chi fa brillare il sorriso, un sorriso che illuminava sempre il volto di Jakovos, nonostante tutto.