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martedì 22 luglio 2014

Giovanni Meyendorff e la critica

Giovanni Meyendorff (1926-1992) fu un teologo ortodosso di spicco. In italiano, fino a qualche tempo fa', si poteva trovare qualche titolo tra le sue moltissime opere scritte in francese e in inglese. Fu insegnante all'Istituto san Sergio di Parigi e, in seguito, al saint Vladimir's Theological Seminary (Crestwood, New York). Si addottorò alla Sorbona con una brillante tesi su san Gregorio Palamas. Questo lavoro è ancor oggi un riferimento indispensabile a chi vuol conoscere il pensiero del dottore esicasta. All'epoca, questa tesi rinnovò gli studi palamiti.

Giovanni Mayendoff fu, quindi, un uomo di profonda cultura ma, pure di solida spiritualità. Grazie alla sua formazione fu di valido aiuto per la Chiesa ortodossa in America, ne comprese a fondo i problemi e cercò di stabilire delle soluzioni.

Nonostante il gran lavoro intellettuale, a Parigi, trovava il tempo di fare dei "salotti" di discussione con gli studenti, normalmente una volta la settimana.
Uno dei suoi ex allievi me ne parlò accuratamente, tratteggiandomi la grande personalità di questo uomo, intellettuale e spirituale al contempo.

Il lavoro di questa persona non fu privo di critiche. È bene osservare come egli le considerasse: Mayendorff non partiva dall'idea d'avere ragione a tutti i costi, di fare qualcosa d'eccellente e unico e, perciò, d'intoccabile.

Egli, come tutte le persone di grande maturità, sapeva bene che ogni lavoro umano, anche quello che si ritiene  "migliore", non è mai perfetto. Era, perciò, aperto alle critiche e stava ben attento a quello che il suo interlocutore voleva dirgli.

Giovanni Romanidis, (1927-2001) teologo greco di orientamento molto tradizionale, aveva delle riserve su determinate idee di Meyendorff. Criticò alcune sue analisi, soprattutto sul pensiero di Barlaam il Calabro, l'avversario di Gregorio Palamas (1). 

Romanidis, da "buon greco", si espresse in modo a volte tagliente e polemico verso Meyendorff, altre volte in modo piuttosto rude, cercando di demolire alcune sue asserzioni.

Un ex allievo di Meyendorff mi raccontò come costui visse tale critica. "Fu un capolavoro di umiltà", asserì. "Meyendorff mi disse che era disposto a parlarne e a capire le ragioni di Romanidis".
Il grande intellettuale russo non si offese, non si lasciò impressionare dall'ironia del professore greco, non si fermò a questioni banalmente umane. Aveva a cuore di approfondire la sostanza del discorso perché non aveva nulla di personale da salvare, né la sua figura né qualcosa di simile. A lui interessava la conoscenza.

Tutto questo per dire la profonda differenza con i nostri giorni nei quali non troviamo quasi più personalità come Meyendorff soprattutto - ahimé - tra il clero. Succede, così, che se si critica a ragion veduta determinate opere (liturgiche o di altro genere), i loro autori a volte s'inalberano, come se si toccasse un loro idolo. Ci vuole la lezione di Meyendorff, tutta la sua saggezza, conoscenza e umiltà per far scendere queste persone dal piedistallo sul quale si sono poste. Quello che è importante non sono tanto le persone (umili serve della verità) ma la verità stessa, in ambito liturgico, storico, letterario o in qualsiasi altra direzione. Se, viceversa, si comincia a pensare che non è importante quanto detto ma "colui che lo dice", si ha rovesciato la situazione; è come se si avesse messo il carro davanti ai buoi. Questo tipo di atteggiamento è foriero di mostri: se una determinata cosa la dice "pincopallo", che si dice essere un'autorità, è sicuramente giusta; se la dice "pallopinco" che è uno sconosciuto, è sicuramente sbagliata. L'atteggiamento ci fa pensare ad un autentico "culto della personalità".

Purtroppo il culto della "personalità" o il "culto narcisistico di se stessi" è entrato ovunque e impedisce d'entrare nell'unica ottica utile con la quale si cresce davvero: quella indicata dal modo di comportarsi di Giovanni Meyendorff.

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1) L'articolo di critica è: John S. Romanides, Notes on the Palamite controversy and related topics in The Greek Orthodox Theological Review, Volume VI, Number 2, Winter, 1960-61. Di questo lungo e pesante articolo feci una traduzione italiana tempo fa'. È uno scritto di non facile lettura (e traduzione!) con espressioni a volte gratuitamente polemiche. Il testo inglese si trova su questo e questo sito.

La Divina Liturgia di san Basilio Magno


Fra non molto sarà disponibile alle stampe (di lulu.com) la Divina Liturgia di san Basilio Magno. Questa liturgia nella Chiesa bizantina è stata sostituita da quella di san Giovanni Crisostomo (più breve in alcuni suoi testi e nell'anafora). Oggi viene celebrata dieci volte l'anno e ha un carattere penitenziale. Si pratica, infatti, nelle 5 domeniche di Quaresima, la Domenica delle Palme, il grande e santo Giovedì e il grande e santo Sabato, la vigilia del Natale e della Teofania.
Si celebra, inoltre, il giorno di san Basilio Magno (1° gennaio).
Cliccando nell'icona sottostante è possibile avere un'anteprima di questo lavoro. L'anteprima non è né scaricabile né copiabile.



mercoledì 9 luglio 2014

Insegnamento della Liturgia, insegnamento degli uomini...


Si può tranquillamente dire che la liturgia cristiana è un perenne "magistero", tanto nelle sue disposizioni e nei suoi testi, si presenta come una costante fonte d'insegnamento. Purtroppo nel Cristianesimo occidentale non si ha sempre ben chiaro questo a causa pure di un motivo storico: le liturgie occidentali sono sempre state assai sintetiche. Oggi sono addirittura ossificate, da quanto sono ridotte all'essenziale. Non danno, dunque, spazio a commenti o approfondimenti sui fatti evangelici, come succede, ad esempio, nella liturgia bizantina dove si può respirare tutta un'altra aria.

I fatti narrati dai vangeli fotografano delle situazioni, riportano dei detti ma non vi si soffermano. La tradizione liturgica orientale lo ha fatto, sempre animata da una profonda fede ed osservando gli eventi evangelici da una prospettiva "alta".
Riporto sotto il mio commento, a titolo di puro esempio, delle affermazioni che, effettivamente, contrastano tra loro e ci mostrano la situazione odierna nella quale viviamo.

La prima è una breve frase che, assieme ad altre, s'intercala al canto delle Beatitudini durante la Divina Liturgia bizantina. Rappresenta la Vergine Maria sotto la croce, tra le lacrime, che "magnifica" ossia esalta Cristo. La sua umanità è profondamente sofferente ma nel suo spirito contempla l'opera salvifica che passa attraverso la morte di Cristo in croce presagendo, in qualche modo, che questo evento dolorosissimo sfocerà nella resurrezione del suo amato figlio. Ecco, dunque, perché sono posti tra loro due elementi totalmente contrari alla nostra mentalità: le lacrime di dolore dinnanzi alla passione e alla morte e la magnificazione di Cristo.
Questa breve frase osserva la crocefissione e la madre del crocefisso da una prospettiva "alta", perché profondamente fondata in una visione direi divina del fatto evangelico.

La seconda affermazione è tratta dal "magistero degli uomini", che è di tutta un'altra pasta e non potrebbe che essere così. Qui non si parte da una prospettiva "alta" ma da considerazioni estremamente umane, incentrate sul solo dato umano, impiegando una razionalità, una logicità, puramente umana, chiusa in se stessa. In questa prospettiva non è possibile presagire la luce della resurrezione nella morte di Cristo e, quindi, l'evento tragico fa offuscare l'animo fino ad ottenebrarlo. La stessa Madonna sprofonda in un dolore disperato e si sente... "tradita". Qui le lacrime non paiono avere consolazione alcuna e la morte pare essere la semplice fine della vita, oltre la quale non c'è nulla. Partendo da certi presupposti si giunge logicamente a certe conseguenze (e questo spiega, ovviamente, perché il nostro mondo finisca per essere ateo, fondandosi su razionalissimi motivi).

Sono due insegnamenti, di fatto, opposti tra loro e che non si possono comprendere perché il primo, per essere accessibile, ha bisogno di essere colto da chi vive nella sensazione costante delle realtà divine, pur vivendo in povertà materiale, nella privazione o nel dolore. Ecco perché la Vergine magnifica Cristo pur in un profondo dolore! 
Senza questa sensazione, con cui assai probabilmente è stato composto il versetto liturgico proposto, non si può che osservare le cose da un punto di vista puramente e strettamente umano, secolaristico, e quindi in definitiva ateo.



martedì 8 luglio 2014

Disposizioni liturgiche in casi particolari


Questo post riporta un estratto dell'appendice del libro "La Divina Liturgia di san Giovanni Crisostomo" con delle disposizioni liturgiche "rubricali". Immagino che interesseranno particolarmente chi si dedica - per passione o per attività clericale - alle rubriche (ossia agli ordinamenti esteriori) della liturgia.
Anche nel mondo bizantino sono sempre esistiti degli ordinamenti in tal senso, si pensi alla descrizione dei cerimoniali imperiali in santa Sofia. Nonostante ciò, oggi è abbastanza difficile vedere dei "manuali" che descrivono le cosiddette "cerimonie" liturgiche bizantine poiché queste cose fanno parte del vissuto normale delle chiese ortodosse. A maggior ragione il presente estratto ha una sua originalità e un suo valore.



lunedì 7 luglio 2014

L'Euchologion copto

L'Euchologion è un libro che raccoglie benedizioni e preghiere per le necessità dei vivi e dei defunti.
In questo Euchologion è presente pure la liturgia eucaristica di san Basilio nella versione copta, quella di san Gregorio e quella di san Cirillo.
La Chiesa copta, come forse ho già accennato, è la Chiesa di Alessandria di Egitto il cui capo porta l'appellativo di "papa". Non è una Chiesa bizantina.
Il presente libro riporta i testi liturgici in tre lingue: copto, arabo e inglese.
Tra le preghiere, mi colpisce particolarmente una: "La preghiera di sottomissione al Padre [celeste]". Questa preghiera indica il forte vincolo con Dio espresso in forma di sottomissione. Questo rimanda pure alla mentalità monastica ed è quindi indice del forte valore ecclesiale del monachesimo all'interno del mondo copto, memore pure del monachesimo di Scete e dei padri del deserto. Un punto che il nostro mondo ha purtroppo perso con conseguenze abbastanza pesanti.

Il Leitourgikòn Etiope (Kidase)

Ecco una vera e propria "chicca". Chi conosce il mondo etiope, così isolato e piuttosto schivo? La Chiesa etiope è figlia di quella alessandrina e ha sviluppato una liturgia particolare, frutto di una vera e propria "inculturazione" del cristianesimo alessandrino in Etiopia. Tuttavia, a differenza delle "inculturazioni" proposte da certi liturgisti cattolici un po' troppo mondanizzati, questa liturgia non ha nulla di secolaristico. Perfino il bisogno tutto africano di danzare e cantare ad alta voce, nel contesto cultuale etiope, si modera e diviene ieratico.
Attraverso questo libro (in traduzione inglese) si ha modo di attingere a una fonte, forse un po' esotica, ma che fa comunque parte della storia della liturgia cristiana e di osservare le sue peculiari forme tradizionali. La lingua della liturgia etiope è una lingua "morta", il cosiddetto ge'ez. 
Propongo, dunque, questa pubblicazione che darà un ulteriore riferimento bibliografico al blog e al nostro discorso, un discorso che individua, appunto, gli elementi tradizionali delle liturgie, come fondo comune e irrinunciabile ad una Chiesa che si vuole definire cristiana.
Per maggiori informazioni sul cristianesimo etiope clicca qui.



domenica 6 luglio 2014

La Divina Liturgia di san Giovanni Crisostomo

Questo lavoro è stato il più impegnativo tra quelli fino ad ora realizzati. Ha, infatti, richiesto un anno e mezzo. Il file sotto visibile (non scaricabile né copiabile) mostra un lavoro che, nonostante tutto, non è ancora definitivo. La presente, è dunque un'anticipazione. Per il lavoro definitivo non ci vuole molto, mancando oramai solo pochi dettagli. 
Questo libro è quasi un' "edizione critica", ossia considera i due più importanti testi usati dalla Chiesa greca odierna; nel caso in cui i testi, riportati da entrambe le fonti, coincidono non ci sono indicazioni, in caso contrario i testi non coincidenti sono messi tra parentesi quadre.
Il libro è particolarmente ricco di rubriche e presenta anche le tipicità della liturgia archieratica (o pontificale) e della liturgia patriarcale (costantinopolitana).
L'opera è stata curata con grande scrupolosità e impegno per cui non può assolutamente essere messa a titolo gratuito ed è protetta da copyright.
Il testo è integrato con qualche schema nel quale si mostrano le posizioni dei sacri ministri nel santuario e nella navata in alcuni momenti (della liturgia archieratica), nonché il modo in cui si incensa.
È dunque il manuale liturgico più esauriente fino ad oggi mai apparso in Italia, per quanto riguarda la Divina Liturgia di san Giovanni Crisostomo e dubito che in futuro possa essercene un altro più ricco.
Nell'arco di uno o due mesi spero di poterlo mettere a disposizione di chi lo vorrà comperare.
In un'epoca in cui, in Occidente, si ha quasi totalmente perso il senso del sacro, queste fonti liturgiche sono utili a comprendere con quale mentalità le antiche generazioni si accostavano ai sacri misteri.

Per ordinare il libro cliccare qui.

giovedì 3 luglio 2014

La base dei dogmi...


San Clemente romano in un'iconografia russa
Ho rivisto un amico che non incontravo da mesi. Questo signore, con il quale eravamo colleghi, insegna in una scuola media. Memore delle nostre antiche discussioni mi ha toccato in alcuni punti d’argomento religioso correndo il rischio di aprire un vero e proprio vaso di Pandora.

Quello che ho notato in quest’amico, che per altro è persona di finezza intellettuale, è la difficoltà a comprendere la mia posizione critica. Quanto vado dicendo pare essere… “eccessivo”!
Come lui, molte altre persone di buona volontà pensano che la situazione religiosa che ci circonda sia “normale” o, al più, con qualche piccolo problema che, magari, si può risolvere con tempo e pazienza.

Quanta distanza ci sia tra questo nostro mondo religioso circostante e quello testimoniato dalla vita dei Padri della Chiesa (questa è la “normalità”!) lo vediamo dalla sorte che abbiamo dato al dogma.

Per san Massimo il Confessore (VI sec,), il dogma era sinonimo di pietà. Conservare il dogma nella Trinità, ad esempio, significava conservare la pietà nella Chiesa e nel singolo credente. Alterare il dogma, credendo, ad esempio, a Cristo come ad un uomo esemplare ma non come a Dio, significava, annullare la pietà nella Chiesa. Questo collegamento tra dogma e pietà è talmente stretto, in quest’autore, da affermare “Noi lottiamo per la pietà”, intendendo “Noi lottiamo per il dogma”.

Oggi, viceversa, la pietà si è sganciata totalmente dal dogma: la prima, se cè, sè spesso snaturata in sensazione ed emozione religiosa, il secondo è divenuto esercizio filosofico-intellettuale partendo da alcuni testi-base (Sacra Scrittura, testi patristici, testi magisteriali, ecc.). Il dogma è unaffermazione apodittica senza rapporti con la pietà.

Al contrario, il Credo, che ancor oggi si recita nelle assemblee liturgiche recita: “Per noi uomini e per la nostra salvezza…”, per indicare che le affermazioni dogmatiche, con le quali è composto, non sono disgiungibili dall’esperienza di salvezza e quindi dalla pietà dei singoli.

Ma questa coscienza antica pare non essere più eloquente nei contesti ecclesiali odierni.

Da molto tempo ho notato nelle scuole teologiche  una crescente attenzione al dato biblico per se stesso, prescindendo da quanto la Chiesa vi ha tradizionalmente letto. In questo modo, anche un biblista cattolico tende ad essere convinto che nell’Antico Testamento non parla il Dio-Trinità (rivelato compiutamente nel Nuovo) ma Jahvé, ossia il Dio al quale ancor oggi credono gli ebrei. Com’è convinto lui lo sono, poi, i suoi stessi allievi. 

Sempre lo stesso tipo di attenzione al dato biblico fa ritenere che Cristo fosse compreso, dalle prime comunità cristiane, come un “uomo eccezionale” (sarebbe questo il supposto significato di “figlio di Dio”) e solo con l’intrusione di categorie filosofiche estranee al dato cristiano, è stata formulata la dogmatica cristiana.

Queste “lezioni” si accompagnano spesso a quel senso di fastidio e antipatia per la definizione di “dogmatico”, vista come qualcosa di praticamente contrario al libero pensiero o al semplice pensiero critico. Al “dogmatico” non è riservata altra sorte, se non questa. È un’opinione che ricalca acriticamente la più sfacciata ideologia laicista, non c’è che dire!

In questo modo, è in atto da molto tempo un programma di “decostruzione” del Cristianesimo tradizionale al suo proprio interno, partendo dalla generalizzazione e dall’estremizzazione di alcuni dati biblici.

Oltre a scalzare la dogmatica tradizionale, alcune idee circolanti in queste scuole bibliche tendono da anni a secolarizzare l’evento cristiano, abbassando il concetto di sacro a qualcosa di particolare, legato ad un certo periodo storico sul quale hanno senza dubbio influito idee pagane. Il concetto di sacro, dunque, è da superare a favore dun concetto inclusivo e generico di “santo”; tutto sarebbe “santo”, nulla sarebbe “sacro”.

Questo mondo d’idee destabilizzanti circola da anni nel Cattolicesimo ma, prima ancora, è circolato nel Protestantesimo. Con queste idee si sono formati laici e sacerdoti, vescovi e cardinali. Perché dunque meravigliarsi se tali idee possono ora fare parte pure dell’attuale papa?

Antipatia per il sacro, massima inclusività (baciare il piede ad una mussulmana in una liturgia cristiana con la confusione inevitabile tra piano simbolico-liturgico e piano puramente umano), strisciante antipatia per le definizioni dogmatiche, viste come umanamente “limitanti”, poiché chi le sostiene è uno che crede “d'avere la verità in tasca”, adombramento degli imperativi morali a favore di una pastoralità con cui si fanno larghi sconti, privilegio della piazza piuttosto che del presbiterio o della contemplazione, non sono caratteri emergenti che ci pare di cogliere nell’attuale pontificato?

Che ne sia, una cosa è certa: le testimonianze storiche. In base ad esse, se scorriamo i testi dei Padri e dei teologi antichi, notiamo tutto un ordine differente d’idee, ordine che non lego esclusivamente ad una cultura e ad un tempo particolari, lontani dal nostro. Quest’ordine d’idee nasce da orientamenti degli spiriti assai distanti da noi, forse pure in opposizione.

Ed eccoci tornati al punto iniziale: se ne si parla a chi non ha la chiarezza sufficiente, inevitabilmente parremo “eccessivi”, “pessimisti”, magari “legati al passato”. Invece, al di là del supporto culturale con cui il mondo tradizionale cristiano si presenta, il suo contenuto si riferisce a dati essenziali che fanno in modo che la Chiesa sia tale e non qualcos’altro.

Per questo la pietà, ossia il dogma, finiscono per essere basilari e vanno posti prima dogni altra cosa, essendo l’appoggio sul quale tutto si fonda. Purtroppo è un discorso lontano anni luce per molto clero e laicato cristiano il quale pare aver creato una nuova religione umanitaria con apparenza cristiana.

Che ne sia cosciente o meno, che abbia buona intenzione o meno, quello che è certo è che gli antichi padri sarebbero fuggiti lontano da costoro, dal momento che non avevano titubanze ad allontanarsi da chi aveva posizioni ben più moderate, rispetto alle odierne.

Per noi, è dove si trovano questi padri che, in definitiva, ancor oggi si trova la Chiesa e la vera coscienza ecclesiale.

lunedì 30 giugno 2014

Note tipografiche




Le difficoltà dei tempi attuali aguzzano l'ingegno e spingono persone particolarmente sensibili a darsi da fare.
Mi sono accorto che in rete non sono il solo a fare qualcosa. Il mio campo è quello della liturgia bizantina ma altri si stanno indaffarando a rieditare (come possono) dei libri liturgici latini in traduzione italiana (vedi qui).

Ricordo che fare questo lavoro non è esattamente come scrivere una letterina al pc; un conto, infatti, è un lavoro informatico sommario [1], un conto totalmente diverso è un lavoro con dignità di stampa.
Nel secondo caso, si devono rispettare alcune regole fondamentali:

1) riportare i testi di riferimento direttamente dai libri liturgici (non fidarsi mai dei testi disponibili su internet perché possono avere dei refusi tipografici o, nel caso in cui vengono presi da questa fonte, verificarne sempre la correttezza con i testi stampati, citandoli a termine lavoro);
2) riportare i testi in traduzione corretta con linguaggio attuale. In caso contrario si fa un'opera archeologica che non ha un vero e proprio impatto letterario (ve lo immaginate, voi, proporre un testo con termini da dizionario Tommaseo del XIX sec. tipo "imperocché", "acciocché", "lagrime", "vuolsi", ecc.?) [2].

Oltre a queste regole testuali (alle quali la mia collana si attiene scrupolosamente), c'è un lavoro nascosto ai più ma che è obbligatorio fare. Mi riferisco alla distribuzione di spazi e righe nel testo. Per essere chiaro faccio un esempio.


Qui osserviamo due righe evidenziate con spazi irregolari rispetto al contesto. Se vengono lasciate così danno un'impressione di poca cura. È allora necessario intervenire riga per riga, qualora lo si ritenga opportuno, per cambiare lo spazio tra le parole in modo da uniformare il testo. Solo in questa maniera si darà un'immagine professionale al prodotto finito.




 Tutto ciò richiede parecchio tempo e molta pazienza ma è l'unico modo per fornire un lavoro professionale che possa durare nel tempo.

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[1] Vedi, ad esempio, i sussidi liturgici distribuiti dal pontificio collegio sant'Atanasio. Per quanto riguarda la Divina Liturgia di san Giovanni Crisostomo sono riusciti (non so con quale strana alchimìa) a produrre una brochure di sole 18 pagine (vedi qui). Questo lavoro lascia il tempo che trova e non è qualcosa di realmente serio.

[2] Nel caso di chi si allontana sia dal significato del testo greco (per i testi bizantini), sia da un criterio di buon senso nell'uso della lingua italiana, abbiamo risultati tutt'altro che eccellenti (rinvenibili, d'altronde, pure in internet). Un esempio è dato da chi, traducendo il termine greco δέσποτα/despota (= sovrano o signore) o il suo analogo paleoslavo владыко/vladikomette il risibilissimo termine "presule" (che indica un influsso iperclericale che non ha nulla a che fare con il mondo bizantino). 
E infatti, guarda caso!, lo stesso termine paleoslavo altri lo traducono in inglese con master, ossia capo, padrone, non certo presule! Stesso discorso vale per chi usa frasi contorte tipo "palesami il tuo beneplacito". Sono cose da ridere ma chi le fa' è convinto di fare un'alta opera letteraria! Purtroppo questi prodotti d'infima qualità sono i primi ad essere incontrati dagli internauti sprovveduti. Una raccolta di cose del genere si trovano, purtroppo, in un compendio liturgico apparso diversi anni fa'. Mi fu regalato perché a chi era stato dato non serviva. Gli anni passarono e, mi accorsi!, che non lo aprii più di due volte. Quando fu stampato c'era chi lo ritenne qualcosa di unico e importante. A me il libro si è mostrato inutile. Con gli anni si nota che pure la carta, sulla quale è stato stampato, è di pessima qualità.

venerdì 27 giugno 2014

Ordine spirituale, ordine materiale e temporale

Quello che sto per scrivere ha un'importanza fondamentale. Lo vorrei senz'altro porre tra i post principali di questo blog. Chiedo a voi, cortesi lettori, un attimo di pazienza; quanto vi sto per dire non è difficile ma v'impegnerà un poco. Senza di questo, anche questo blog non ha senso...

Se scorriamo la storia, ripassando i nostri studi, noteremo che tutte le antiche civiltà pongono il cosiddetto "ordine spirituale" in una posizione di privilegio. Pensiamo, ad esempio, all'antico Egitto: il faraone, capo indiscusso del regno, era circondato e consigliato da alcuni sacerdoti. Si riteneva che i sacerdoti avessero delle conoscenze tali da dare al regno potere ed eternità.

Pensiamo al regno d'Israele o allo stesso re Davide: il buon re è un uomo che segue gli orientamenti spirituali rivelati dal Dio dell'Alleanza. Quando se ne allontana cade nella disgrazia di Dio e in quella del popolo.

Tutte le antiche civiltà hanno questa caratteristica archetipa che dimostra una cosa inequivocabile: l'ordine spirituale precede quello materiale e temporale ed è il solo in grado di poterlo illuminare, anche se ha caratteristiche distinte e  differenti dal secondo. 

Ricorrono alla mente altri eventi, a noi più vicini: la famosa Ildergarda di Bingen, benedettina mistica, consigliera di principi e re, amatissima dal popolo. 

L'impero bizantino, nonostante fosse percorso da crisi politiche e spirituali (l'iconoclasmo, l'eresia monotelita) poneva l'ordine spirituale e la sua conoscenza, al di sopra dell'ordine materiale e temporale. Nel suo contesto la figura del monaco era fondamentale: essendo l'uomo che, fuggendo dal mondo poteva illuminarlo dal suo interno, veniva cercato, interpellato, finiva per essere anche un eroe e un simbolo dell'Ortodossia della Chiesa, come nel caso di san Massimo il Confessore. Il monachesimo era talmente popolare che, tra la gente comune, parecchi, accasati i figli e morto il consorte, si ritiravano in monastero. Pure qualche imperatore divenne monaco, una prassi che con le dovute distinzioni troviamo anche in Occidente.

Qui, i monasteri per tutto l'alto medioevo furono come le stelle in una notte buia: conservarono il sapere spirituale e la coscienza di una civiltà che, al momento, subiva una profonda eclissi. Il XIII secolo latino, inizia a vedere la decadenza del monachesimo ma, nonostante ciò, proclama sempre la teologia come la regina del sapere ai piedi della quale, come ancelle, stavano tutti gli altri saperi. A suo modo, l'ordine spirituale continuava ad essere al di sopra dell'ordine materiale e temporale.

Un inizio di rottura di questo schema s'intravvede nella Costantinopoli del XIV secolo, nella famosa controversia esicasta in cui si fronteggiano san Gregorio Palamas, alfiere del monachesimo con il suo sapere sapienziale, e Barlaam, monaco calabro più tardi insegnante di greco del Petrarca, antesignano dell'umanesimo.
In Barlaam s'inizia a notare l'amore della filosofia per se stessa e fu proprio il suo tentativo d'immettere questa nuova mentalità nella visione religiosa a creare la sua rovina, dal momento che si scontrò con il monachesimo bizantino. Iniziare a vedere l'ordine spirituale sullo stesso piano o, addirittura, sottomesso all'ordine materiale e temporale è qualcosa che nasce in questo tempo, proprio a Costantinopoli. Tuttavia, all'inizio è una opzione, una timida opinione ventilata da alcuni intellettuali cultori dell'ellenismo.

In seguito, prende piede in Occidente, in strati elevati della società civile. Chi non ricorda la corte spiritualmente spensierata di Lorenzo il Magnifico nella Firenze rinascimentale? Verso il XVII secolo, in Francia, inizia ad apparire il primo scrittore agnostico, quasi come una logica conseguenza a queste spinte culturali.

Come può o come riesce l'Occidente cristiano cerca di ricordare che l'ordine spirituale ha sempre la preminenza rispetto a quello materiale e temporale.

L'Oriente, nonostante il dominio turco, continua ad avere figure di spicco, specie tra i monaci, che mostrano la medesima preminenza: san Kosmas d'Etolia ne è un esempio. Qui i monaci, a differenza di molti monasteri benedettini occidentali dell'epoca, sono di estrazione popolare, vicini al popolo, a sostegno della fede del popolo stesso.

Veniamo ai giorni nostri.
La società che ci circonda ha definitivamente archiviato l'ordine spirituale, dopo averlo relegato nel privato della vita individuale. C'è da dire che in non pochi casi questo "ordine spirituale" era oramai assai decaduto. Un forte segnale, in tal senso, era stato dato dalla Riforma protestante che cercò con i suoi limiti di opporsi ad una teologia cattolica allambiccata in intellettualismi astratti.

Quello che nell'Europa conta, oramai, è l'ordine materiale e temporale (funzionale all'economia) dove la conoscenza puramente umana ha il suo ruolo fondamentale. In questo contesto, opposto a quello antico, la Chiesa in Occidente ha cercato di mantenere, fintanto che poteva, una certa coscienza tradizionale: la conoscenza spirituale è superiore alla conoscenza materiale. 

In Oriente, per la verità, ci è sempre riuscita, nonostante le miserie comuni dell'umanità, poiché è sempre il mistico ad essere interpellato e seguito. È colui che sostiene la Chiesa: si pensi al caso di padre Paisios l'atonita e alla sua stessa vita.

Ultimamente dalle nostre parti stanno succedendo cose molto gravi, osservando le quali non posso tacere.

Che senso ha l'esistenza, nel mondo ecclesiastico, di personalità di primo rilievo che sottolineano l'importanza della conoscenza puramente umana, del solo sentire umano, della totale secondarietà  de facto dello spirituale dinnanzi al solo umano? L'unico luogo in cui si conservava la preminenza dello spirituale, la Chiesa, è stato evacuato! Qui abbiamo una "chiesa rovesciata"...

"Gli uomini sono superiori agli angeli" [1], si dice, oppure di recente: "I monaci sono lontani dagli uomini, bisogna essere con Cristo che stava tra la gente!"[2]. Questa seconda osservazione discende logicamente dalla prima (è la stessa persona a dirlo) ma è addirittura peggiore perché strappa da Cristo la sua valenza di maestro autenticamente spirituale (che digiuna, si isola nel deserto, prega, si apparta con i discepoli, sale con alcuni di loro sul Tabor...) e lo stende a livello di uno che si mescola e si appiattisce nel popolo, assumendo sentimenti talmente popolari che il popolo, seguendolo, in realtà segue se stesso.
"Cristo quale prototipo del monaco", come si sarebbe detto fino a non molto tempo fa', e com'è chiaro ancor oggi nel mondo cristiano orientale, è cosa assolutamente rigettata perché... "lontana" dal popolo! Chi dice questo è ignorante della storia medioevale e bizantina, ma non è neppure in grado di sentire le vere domande spirituali di nobili anime tra il popolo di oggi.
Questo tipo di "polpette avvelenate", propinate con sovrana gentilezza e mangiate acriticamente dalla massa, portano ad un'unica conseguenza: in nome di Cristo si toglie dalla vita degli uomini Dio (che s'incontra nel segreto del proprio cuore, non nelle chiassose piazze popolane) e gli si lascia solo il proprio "io"; si ammazza, senza comprenderlo, la conoscenza realmente spirituale e si lascia al popolo la sola conoscenza materiale e temporale con un vacuo sentimentalismo religioso.

Ora, che questo sia fatto da persone lontane dalla Chiesa non mi pone alcuna meraviglia. Ma che venga fatto da gente che, teoricamente, è al suo interno e sta in posizioni "chiave" m'infonde la convinzione che tutto ciò abbia un sapore assolutamente anticristico, ossia avverso agli orientamenti essenziali impressi dalla rivelazione cristiana.
Sì, un dono anticristico, servito con estrema gentilezza su un vassoio d'argento al nostro ingenuo popolo italiano, tra gli osanna della stampa e della tv ...

Una breve analisi semplificata

Lo schema che ho introdotto ci mostra in modo semplificato la nostra storia e, nello stesso tempo, riassume quanto ho sopra esposto. 




L'esempio 1 mostra la società di tipo tradizionale (antica e medioevale). In essa lo stesso ordine legislativo societario trae ispirazione da concetti di tipo spirituale (in senso ampio o specifico). Chi guida la società (il re o il capo del popolo) ha un compito anche spirituale e viene ispirato-consigliato da monaci o sacerdoti. Quello che voglio mostrare, in questo genere di società, non è la forma monarchica sacrale (non mi interessa parteggiare politicamente), ma il fatto di condividere da parte di tutti la superiorità dell'orientamento spirituale su quello semplicemente umano.

L'esempio 2 ci mostra una società di transizione, come poteva esserlo anche da noi fino a pochi decenni fa'. Il campo civile è nettamente separato da quello spirituale ma quest'ultimo non è evacuato dalla società stessa standone, come dire, al suo fianco. Le leggi civili non sono ispirate (almeno direttamente) da quelle spirituali e hanno una loro autonomia ma non estromettono la realtà spirituale che rimane a livello della coscienza del singolo come fatto personale. C'è da dire che il passaggio dal primo esempio al secondo è avvenuto, in Europa, anche a causa di una evidente decadenza religiosa.

L'esempio 3 è quanto inizia a riguardarci direttamente: perfino nella realtà religiosa è entrata la medesima mentalità secolare. Qui il fatto spirituale è stato evacuato e trasformato in puro fatto umano: Cristo è l'uomo del popolo e sta col popolo. La spiritualità diventa sociologia: fare del bene materiale al popolo. In questo ultimo caso la Chiesa è divenuta funzionale ad un sistema puramente secolare e non si distingue più da esso. La Chiesa ha cessato di fatto di esistere.
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[1] Quest'affermazione che rovescia la superiorità dello spirituale a vantaggio del solo umano è risuonata nella bocca di papa Bergoglio qualche mese fa', in una delle sue omelie a santa Marta. Ne ho parlato in uno dei miei precedenti post.

[2] Questo è quanto, in sintesi, si può riassumere dal recente discorso di papa Bergoglio in una sua omelia a santa Marta (25/06/2014) e si trova qui. Se le cose sono esattamente così e ho ben capito (come temo) il discorso, tali espressioni indicano chiaramente un orientamento anti-monastico quindi anti-spirituale in nome di... Cristo! D'altronde, i mezzi di comunicazione le diffondono senza smentita alcuna da parte degli organi competenti. "Il popolo non seguiva i monaci, che sentiva lontani", così afferma Bergoglio. I contemplativi sono persone buone, sì, ma non sono in grado di far battere il cuore al popolo! Stupisce che il papa non sappia che gli esseni, i monaci del tempo di Cristo, non erano esattamente un'élite religiosa, lontana dal popolo, poiché erano composti da intere famiglie, con mogli e figli e la spiritualità essena non era affatto antipopolare al punto da attrarre non pochi. Secondo qualche studioso pure san Giovanni Battista sarebbe stato influenzato dagli esseni. E tutti correvano a ricevere il battesimo di penitenza del Battista!
Cristo in questo discorso papale viene dipinto come uno che "sta col popolo" e sente il "cuore" del popolo. Ma come si fa a sentire veramente il cuore del popolo, in senso religioso, se prima non si ha avuto una formazione spirituale? In senso proprio, Cristo non ha bisogno di formazione spirituale (poiché la Chiesa lo confessa quale Dio, cosa che il papa non sottolinea propriamente) ma, ciononostante, digiuna e prega isolandosi nel deserto per indicare il bisogno di una formazione spirituale nell'uomo. Purtroppo, siccome questo non fa comodo alla logica bergogliana, non viene neppure citato (non è la prima volta che tale papa distorce il significato della stessa Scrittura per farle dire quello che vuole).
Alcuni padri atoniti, da me recentemente sentiti, hanno ragione: questo papa è assolutamente mediocre. Io direi: a tratti pure ignorante poiché non si può fare "taglia-incolla" della Scrittura, omettendo quanto non fa comodo. Mi dispiace di ferire chi vi pone affidamento ma temo che Bergoglio, sicuramente senza saperlo, abbia un orientamento piuttosto anticristico.