“Nessuno che sia schiavo di
desideri e di passioni carnali è degno di avvicinarsi o di
presentarsi o di offrire sacrifici a te, Re della gloria”.
(Preghiera offertoriale tratta dalla
Divina Liturgia di san Giovanni Crisostomo).
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Quanto ho esposto nei post passati (particolarmente quello sulla religiosità psicologica e sulla religiosità spirituale), presuppongono che:
l’uomo per quanto
formato da aspetti carnali (sensibili) e intellettuali, ha una realtà
profonda, detta cuore o spirito, con la quale entra in contatto con
la trascendenza divina e s’accorge di essa. Tale realtà spesso è
nascosta a lui stesso.
È a partire da questa
sua realtà più profonda che avvengono i più elevati fenomeni
religiosi: è stata definita la Rivelazione, è stata esperita la
Pentecoste, è stata fondata la Chiesa e si sono formati i santi. La
realtà spirituale nell’uomo non disprezza quella carnale
(sensibile) e quella intellettuale a meno che queste non presumano
sostituirla. Essa sta su tutto un altro piano rispetto alle prime
due.
Perciò, leggendo i testi
mistici, ci si trova dinnanzi ad espressioni che, per la ragione
intellettuale, appaiono contraddittorie, incomprensibili e
inafferrabili.
Le antiche liturgie
cristiane si sono formate tenendo ben presente la cosiddetta
“esperienza nello Spirito” ossia l’attivazione, nell’uomo,
della sua realtà interiore per opera della Grazia con la quale
“nella luce [della grazia] si può vedere la Luce [di Dio]” (Cfr. Salmo 35).
La conseguenza di questi
presupposti determina una mentalità per cui nella Chiesa è posto
come esempio e valore solamente l’uomo che vive lo Spirito. L’uomo
mosso solo dalla ragione intellettuale o da principi puramente umani
non è l’oggetto principale della considerazione della Chiesa a
meno di non confonderla con i luoghi che coltivano questo tipo di
uomini come le accademie o le realtà umanistiche (1).
Compito
dell’università è formare dei geni dell’intelletto poiché è
su esso che questa istituzione fa leva; compito della Chiesa dovrebbe
essere quello di formare geni dello spirito dal momento che essa
dovrebbe far leva sullo spirito. Ne discende che come l'università
sforna dei laureati, la Chiesa dovrebbe sfornare dei santi e questi, se
sono veramente tali, dovrebbero mostrare con piena evidenza d’essere
a contatto con il Divino, non con semplici principi ideali. Lo stesso
calendario tradizionale cristiano assegna ad ogni giorno dell’anno
la commemorazione di uno o più santi.
Se, al contrario, si
dovesse esaltare qualcuno solo perché lavoratore, umanista, riformatore,
compositore musicale o letterato (come si deduce dal calendario della
Chiesa anglicana), saremo dinnanzi ad un Cristianesimo che non ha più
rapporto con l’antica mentalità cristiana; è un Cristianesimo deviato (2).
Per giungere a livello
del santo, ossia dell’uomo spirituale simile a Cristo, la Chiesa ha
sempre indicato la porta stretta e la via impervia dell’ascesi: la
natura umana non è perfetta di suo, al punto che la volontà
umana tende all’oblio di Dio, chiudendo l’uomo in se stesso e
spingendolo a cercare piaceri e godimenti.
La “conoscenza secondo
la carne”, di paolina memoria, si appoggia sulla logica (anche di
profitto) e sul piacere umano. La “conoscenza secondo lo Spirito”,
sta agli antipodi di questa conoscenza mondana.
Per questo nella Chiesa
non si esalta (o non si dovrebbe esaltare) la persona per il suo intelletto o per delle
caratteristiche semplicemente umane, ma per i suoi doni spirituali.
Se la Chiesa dovesse esaltare le persone solamente per dei motivi umani,
sarebbe esattamente come tutte le altre istituzioni secolari. A
questo punto non servirebbe più.
Nella cristianità
occidentale attuale sta avvenendo una “mutazione genetica”:
quello che fino a ieri era considerato tradizionale è dimenticato e
dileggiato a vantaggio di concezioni puramente secolarizzate. Abbiamo
molti segnali di ciò.
In questi giorni sto
leggendo qualche articolo sul sinodo vaticano dedicato alla famiglia.
Vedendo il suo andamento, qualcuno in rete ha fatto un’osservazione
molto interessante: “Un sinodo teoricamente cattolico che parla di
famiglia e matrimonio ma non dice niente sulla castità: il non
plus ultra del grottesco”.
Questa frase lapidaria
coglie quanto sta alla base di tutto: in Occidente l’aspetto
ascetico del Cristianesimo tende totalmente a scomparire. Al posto di
ciò – il cui senso, lo ripetiamo, è solo in rapporto a Dio –
sono poste argomentazioni puramente umane.
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| Card. Péter Erdő |
Non ricordo alcun esempio
in cui, nel passato della Chiesa, si ha cercato di valutare una
persona per eventuali “doti e qualità” provenienti dal suo
orientamento sessuale (omosessuale o eterosessuale che sia) (4). Al
contrario, la persona era ritenuta cristianamente matura - quindi un esempio - nella misura
in cui incarnava Cristo, l’uomo spirituale per eccellenza, e
rifiutava l’uomo secolare o “secondo la carne”. Questo perché
era chiaro che, se un tal uomo aveva delle doti o qualità a
prescindere da Cristo, non sarebbe servito a nulla secondo il noto
detto evangelico: “Chi non raccoglie con me disperde” (Mt 12,
30).
Tale principio evangelico
dovrebbe valere maggiormente dinnanzi alle cosiddette “doti o doni”
attribuiti all’orientamento sessuale.
Ad essere precisi,
l’orientamento sessuale, di suo, non è in grado d’esprimere
“doti o doni” in senso proprio. È piuttosto qualcosa di neutro,
essendo una forza nella natura umana che, in quanto tale, può
operare positivamente o negativamente a seconda di mille altre
variabili che il card. Péter Erdő non pare affatto aver considerato, almeno in questo passo. Se s’inizia a considerare il
modo in cui si usa la sessualità si spiega perché l’uso smodato
della stessa con l’unico fine di trarre piacere personale è sempre
stato considerato un disordine nel Cristianesimo, poiché, oltre a
non avere una vera finalità, svia l’individuo dal percorso
trascendente.
Qui inizia un discorso
delicato e complesso. Qualcuno dice che la Chiesa è avversa alla
sessualità in quanto tale. A me pare, piuttosto, che la Chiesa,
almeno anticamente, è sempre stata avversa a qualsiasi cosa potesse
distrarre l’uomo dal suo cammino ascetico, da una positiva tensione
verso Dio. Per la Chiesa al momento della morte l’uomo è colto ed
eternizzato nell’attitudine spirituale avuta fino a quel momento.
Se l’uomo è colto in tensione verso il Cielo entrerà tra i beati, se è colto intento e totalmente assorbito in questioni terrene (pur
con tutto lo zelo, i doni intellettuali e le qualità possibili),
troverà il Cielo chiuso semplicemente perché gli ha voltato le
spalle. “La carne non serve a nulla”, ricorda a tal proposito san
Paolo o, ancora: “Chi semina nella sua carne, dalla carne raccoglierà corruzione; chi semina nello Spirito, dallo Spirito raccoglierà vita eterna” (Gal 6, 8).
La sessualità è sempre
stata vista come qualcosa che, più d’ogni altro aspetto, potrebbe
distrarre l’uomo dal Cielo, al punto che lo stesso san Paolo,
pensando che Cristo dovesse ritornare da un momento all’altro,
tendeva a proibire le nozze tra i cristiani delle prime comunità.
Sempre lui, che paragona la dedizione degli sposi a quella di Cristo
verso la Chiesa, ritiene preferibile non sposarsi!
Da allora, la tensione
tra l’obbedienza alle leggi di natura (con il matrimonio) e
l’obbedienza alle leggi dello Spirito (con la castità per il Regno
dei Cieli) ha da sempre contraddistinto la Chiesa. Si è pure giunti
a predicare una castità all’interno dello stesso matrimonio essendo le leggi dello Spirito superiori a quelle di natura.
D’altronde, la Chiesa tradizionalmente sapeva che i mezzi della castità e del digiuno affinano la sensibilità
spirituale e preparano il cuore all’incontro con Dio. Da qui il suo
insistere su di essi poiché proprio perciò i puri di cuore potranno vedere Dio, secondo la nota beatitudine evangelica.
L’oblio di questi
valori ha determinato dapprima una pesante ricaduta sul piano
naturale, sulle cosiddette leggi di natura per cui si seguono solo le
esigenze naturali, non essendo più chiare quelle spirituali, alla fine rifiutate. L’esempio ci può venire dallo stile di un certo
ateismo etico.
A seguito di ciò, è
avvenuta un’ulteriore ricaduta e una chiusura umana nella natura
stessa a prescindere da ogni altra considerazione e a dispetto
dell’evidente debolezza e malattia alle quali è soggetta la natura umana. “Qualunque cosa ti
senti di fare che ti fa star bene è buona”, è il motto attuale.
L’esempio è quello dell’edonismo attuale ampiamente entrato
all’interno della stessa Chiesa.
Effettivamente ciò è
potuto avvenire perché buona parte del Cristianesimo si è di fatto
staccata dal contatto trascendente ed è rimasta intrappolata in se
stessa, nelle supposte buone ragioni intellettuali. Non avendo più
sensazione ed esperienza soprannaturale è rimasta con la sola natura
(l’intellettualità, la sensibilità) ed è a partire da qui che
sono discese tutte le altre conseguenze.
La dottrina tradizionale,
che prevedeva l’ascesi, è rimasta in piedi ancora alcun secoli in
Occidente riducendosi spesso a qualcosa di molto legale, meccanico e
moralistico e che si può riassumere nel detto: “Fai questo ed avrai il premio del Paradiso”.
Oggi, dal momento che i
cristiani hanno perso pure la tensione verso i fini ultimi (tra cui
il Paradiso), anche l’ascesi si è persa per strada. Al suo posto
s’è sostituita l’esaltazione della natura umana com’è,
spesso prescindendo da quella voluta e restaurata da Cristo
(oramai considerata utopistica) (5).
Se, dunque, una persona
omosessuale ha doti e qualità che provengono semplicemente dalla sua
omosessualità, come si può legittimamente desumere dall’osservazione della relazione del card. Péter Erdő nel sinodo vaticano, siamo ad un passo dalla mentalità del Gay
Pride, dell’orgoglio per il semplice fatto d’essere omosessuali,
dal momento che l’omosessualità (o la sessualità in senso lato) è
considerata un valore per se stessa. Il logion paolino “La
mia gloria è Cristo e Cristo crocefisso” sembra oramai
incomprensibile e chiuso in un passato lontano.
Una Chiesa o un ambiente ecclesiale che predica
questo o che semplicemente lo ipotizza non ha forse strappato le sue radici dal
terreno neotestamentario e dalla tradizione da esso discendente
divenendo de facto un’antichiesa?
È veramente molto arduo
negarlo.
© Traditio Liturgica
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NOTE
- Si noti come, purtroppo, attorno a noi avvenga sempre più questa confusione. Sfuggendo il senso e il valore dello spirituale, la Chiesa si concentra sull’intelletto e molti suoi aderenti si fanno trascinare nella dolce vita in cui si titillano i sensi.
- Fu questo uno dei motivi per cui, quando papa Giovanni XXIII proclamò la festività di san Giuseppe “lavoratore”, il 1° maggio, ci furono diverse perplessità e qualche resistenza nel mondo cattolico.
- In questo mio commento non entro di proposito a considerare l’omosessualità nella dottrina tradizionale della Chiesa, poiché si aprirebbe un discorso troppo ampio per questo contesto e totalmente fuori tema per questo blog. Qui mi limito a considerarla nel quadro generale della sessualità umana in rapporto all’istanza spirituale o religiosa.
- Questo è così vero che pure nella stessa Chiesa non pochi pensano a Cristo come ad un uomo come tutti gli altri, con moglie o amante e possibili figli. Un uomo che, come tutti, ha conosciuto le passioni umane. Questo Cristo gnostico e secolarizzato avrebbe fatto accapponare la pelle ai padri della Chiesa, ossia a quelle autorità sulle quali dovrebbe fondarsi la dottrina della Chiesa odierna.


















