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sabato 1 novembre 2014

La sinergia sacramentale

Il lungo testo da me proposto è la traduzione di una piccola parte di un recente libro del teologo ortodosso Jean-Claude Larchet (La vie sacramentelle). Il fatto che sia un autore ortodosso non deve frenare il lettore cattolico dal riflettere profondamente sulle sue parole e, soprattutto, sui testi dei padri da esso esposti. Cosa rende molte chiese così fredde, molte liturgie così formali e prive di anima? Non è forse una fondamentale mancanza di Spirito ossia, come l'autore spiega, la mancanza di una vera sinergia tra l'azione di Dio e quella dell'uomo? A nulla vale confortarsi pensando che, in fondo, partecipiamo ad un culto con approvazione ecclesiastica e che, se anche il sacerdote non eccelle in virtù, farà comunque dei sacramenti validi. La validità del sacramento senza una vita conforme alle forti esigenze evangeliche determina la paralisi della Grazia che, seppur presente, non può operare, sia da parte del sacerdote che amministra che del fedele che si comunica. Di qui la decadenza profonda della Chiesa odierna e il suo vano confortarsi in azioni puramente appariscenti, esteriori e sociali. 

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La Sinergia Sacramentale

1. I misteri o sacramenti non agiscono per se stessi e solamente grazie a loro

Per il mondo ortodosso i misteri o sacramenti non agiscono per se stessi e solamente grazie a loro poiché la loro efficacia richiede la libera partecipazione e recezione dei fedeli che ne beneficiano nelle condizioni adeguate.
Questo concetto si oppone alla dottrina cattolica romana secondo la quale i sacramenti agiscono ex opere operato, ossia indipendentemente non solo dalla qualità di colui che li dispensa ma pure dalle disposizioni di colui che li riceve (i soli prerequisiti sono la fede e la non opposizione a questa recezione). Tale pensiero, nato nella seconda metà del XII secolo presso gli scolastici, ha degli antecedenti nel pensiero agostiniano: sant'Agostino, combattendo giustamente l'eresia pelagiana che sopravvalutava il lato umano nel compimento della salvezza ha, per opposizione, sviluppato una visione eccessivamente pessimista dell'essere umano decaduto, della sua volontà e della sua libertà, dando un posto quasi esclusivo al ruolo della grazia. È questa tradizione ad essere stata ripresa ed accentuata dai protestanti, con la concezione luterana del “servo arbitrio” e la dottrina della salvezza per sola grazia (sola gratia), il che ha contribuito a ridurre considerevolmente il ruolo dell'ascesi personale nella spiritualità cattolica e, nel protestantesimo, a non lasciargli alcuno spazio.
Bisogna pur dire che l'impostazione ortodossa si oppone anche ad una concezione magica di alcuni neo-ortodossi odierni (particolarmente nell'Europa dell'est), concezione talora legata a residui di mentalità magica primitiva (sciamanesimo) in certe campagne, a volte pure tollerata e incoraggiata da determinati preti mal formati (1).

2. Il carattere sinergetico della recezione e degli effetti della grazia

La sinergia indicata dalla Chiesa non si applica, d'altronde, ai sacramenti ma, in generale, alla grazia divina di cui i sacramenti sono i veicoli privilegiati e che può essere ricevuta pure attraverso altre vie, come la preghiera personale; la recezione di essa non è automatica: la grazia non s'impone ma presuppone, per agire, una libera recezione volontaria e cosciente da parte dell'uomo, nonostante che i suoi effetti non siano sottomessi alla sua volontà e sorpassino sempre, per loro natura, la coscienza che ne può avere lo stesso uomo. Infatti la grazia non è altro che l'energia (ἐνργεια) divina increata, espressione e manifestazione dell'infinita essenza di Dio, essa stessa infinita.
I padri greci parlano di “sinergia” (dal greco συνεργα) (2) o di collaborazione (dal latino cum laborare) per designare i due poli correlativi dell'azione della grazia: l'operazione divina che da la grazia agente (ἐνργεια) e la recezione di questa da parte dell'uomo, secondo un processo che implica la sua libertà, la sua coscienza e la sua volontà ma pure le sue disposizioni spirituali adeguate (particolarmente la purezza del corpo e dell'anima, dello spirito e del cuore).
I padri greci si spingono fino ad affermare che la recezione della grazia è proporzionale alle disposizioni recettive dell'uomo e utilizzano il termine “analogia” (ἀναλογα), ossia secondo la sua misura, secondo il suo grado di recezione; questa misura non si definisce ontologicamente, in funzione della natura individuale di ciascuno e del suo posto nella gerarchia degli esseri (come nel platonismo e nel neoplatonismo), ma spiritualmente, in funzione delle disposizioni (διθεσεις) o degli stati (ξεις) personali di ciascuno, relativamente al proprio grado di fede, di purezza e di virtù (3).
Alcuni padri notano che Dio da a tutti la pienezza della sua grazia ma che tutti, per le ragioni che indicheremo, non la ricevono nello stesso modo. San Massimo dice addirittura che “ciascuno è l'intendente della propria grazia” poiché “ciascuno di noi ha l'energia manifesta dello Spirito in proporzione alla propria fede in suo possesso” (4). (Qui la fede non significa solo il credere ma tutte le disposizioni spirituali che vi sono legate quando essa è “incarnata” ed effettiva). San Giovanni Crisostomo dice alla stessa maniera: “Dopo la grazia di Dio, tutto dipende da noi e dalla nostra applicazione” (5).
Il battesimo, annota san Simeone il Nuovo Teologo, “non è sufficiente per se stesso alla nostra salvezza” (6); e si può dire la stessa cosa per gli altri sacramenti singolarmente e nel loro insieme. L'uomo che li ha ricevuti non diviene in effetti nuova creatura, conforme a Cristo, se non a condizione che apra tutto il suo essere alla grazia che gli è stata data dallo Spirito, che rivolga tutte le sue facoltà e l'intera sua vita a Dio. Detto diversamente, le condizioni oggettive del nostro sviluppo individuale, della nostra salvezza e deificazione, costituita dai sacramenti, devono accompagnarsi con le condizioni soggettive, ossia con la nostra libera partecipazione, con la nostra collaborazione volontaria e personale. I sacramenti conferiscono la vita in Cristo ma abbisognano di un certo contributo da parte dell'uomo, come afferma Nicola Cabasilas aggiungendo (7): “Da un alto c'è quanto viene da Dio, dall'altro quanto viene dal nostro fervore personale; il primo è l'opera propria di Dio, l'altro chiede pure il nostro generoso zelo (φιλοθυμα)” (8).
In effetti, Dio, rispettoso della libertà umana, non saprebbe imporre la sua grazia e trasformarlo senza che l'uomo la scelga e la voglia con tutto il suo essere; non saprebbe sostituirsi a lui e agire al suo posto. A tal proposito san Macario il Grande scrive quanto segue:

“L'uomo per natura possiede l'attività volontaria ed è questa ad essere richiesta da Dio. Dunque, in primo luogo, la Scrittura prescrive che l'uomo rifletta e che, dopo aver riflettuto, ami e, in seguito, agisca volontariamente. Quanto alla mozione esercitata sull'intelligenza, in supporto al lavoro e al compimento dell'opera, ciò è accordato dalla grazia di Dio a colui che vuole e crede. La volontà dell'uomo è, dunque, un ausilio legato alla sua sostanza. Senza questa volontà Dio stesso non fa nulla benché lo possa, per rispetto al libero arbitrio umano. L'efficacia dell'opera divina dipende dalla volontà umana” (9).

Detto diversamente, benché i frutti della grazia abbiano la loro sorgente unicamente in Cristo e ci siano concessi unicamente nella Chiesa dallo Spirito santo, suppongono il acconsentimento e la collaborazione attiva dell'uomo. Esigono, come dice san Macario il grande, che l'uomo “metta la propria volontà in accordo con la grazia” (10). Si effettuano, così, in una sinergia tra la grazia divina e lo sforzo umano. San Macario dice che se l'anima “non collabora con la grazia dello Spirito che abita in essa, viene spogliata vergognosamente e ignominiosamente della sua dignità e privata della vita poiché essa è divenuta […] inadatta alla comunione con il Re celeste” (11).

Così, Dio non impone la sua grazia (e i suoi effetti) poiché rispetta sovranamente la libertà umana. Perciò si può dire che se l'uomo non può nulla senza la grazia (che in effetti è l'unica sorgente effettiva di ogni bene), inversamente la grazia non può nulla senza che l'uomo l'accetti, si apra ad essa, la lasci agire in lui non con un semplice stato passivo ma disponendo se stesso e lottando contro le passioni, tendendo ad acquisire le virtù.

Dio non impone la sua grazia anche perché attende l'acconsentimento personale dell'uomo, la sua collaborazione volontaria e attiva quali segni e prove del suo amore. Attraverso ciò vuole pure che l'uomo si appropri veramente dei beni che Lui gli dona, vuole, come spiega Gregorio di Nazianzo, che “l'anima possegga l'oggetto della sua speranza come prezzo della sua virtù e non solo come dono di Dio” (12).

San Nicola Cabasilas riassume tutti questi aspetti in questo modo:

“Se è vero che Dio ci dona gratuitamente tutte le cose sante e che noi non aggiungiamo alcun nostro contributo ad esse, essendo assolutamente delle grazie da parte sua [ossia doni nel loro principale significato], ciononostante esige necessariamente da noi di divenire atti a riceverle e conservarle. Non fa partecipare alla santificazione se non coloro che sono disposti in tal modo. È così che ammette al battesimo e alla crismazione e che fa partecipare all'augusto banchetto” (13).

[…]

9. La sinergia nel sacramento dell'Ordine sacro

Come per tutti i sacramenti, l'ordinazione suppone una sinergia tra la grazia di Dio ricevuta attraverso il sacramento e le disposizioni di chi l'ha ricevuta. Questa si deve accordare a quelle. Ecco perché san Paolo dice al suo discepolo Timoteo: “Per questo motivo ti ricordo di ravvivare il dono di Dio che è in te mediante l'imposizione delle mie mani” (2 Tim 1, 6). A tal proposito san Giovanni Crisostomo spiega chiaramente:

Siccome so che voi avete una fede sincera, vi avverto e vi dico: avete bisogno di zelo per riaccendere il fuoco della grazia di Dio. Come il fuoco ha bisogno di legna per alimentarsi, ugualmente la grazia ha bisogno del vostro zelo per non spegnersi. 'Ti ricordo di ravvivare il dono di Dio che è in te mediante l'imposizione delle mie mani', ossia la grazia dello Spirito santo da te ricevuta per presiedere la Chiesa […] e per ogni servizio di Dio. Poiché dipende da noi accendere o spegnere questo fuoco. L'Apostolo in un altro passo dice pure: 'Non spegnete lo Spirito' (1 Tess 5, 19). Si spegne con la disinvoltura e la viltà e si accende sempre più con la vigilanza e l'attenzione. Questo fuoco è in voi ma sta a voi renderlo più vivo; ossia alimentarlo con la confidenza la gioia e l'allegria. [Dio] vi ha dato lo spirito di forza e d'amore per Lui. È là, dunque, un effetto della grazia ma non di essa sola; bisogna che iniziamo a fare quanto dipende da noi” (14).

Si può confrontare il carisma ricevuto al momento dell'ordinazione a una brace che necessita del soffio da colui che l'ha ricevuta per essere un fuoco che illumina una fiamma che riscalda. Questo soffio corrisponde alla vita spirituale del prete, alla sua fede, alle sue virtù, alle sue disposizioni, attitudini e stati spirituali. Riferendosi a questa analogia Clemente d'Alessandria scrive:

Un uomo è realmente prete della Chiesa e vero diacono della volontà di Dio se fa e insegna quanto dice il Signore” (15).

A differenza della concezione cattolico-romana iniziata da Agostino che, nei riguardi dell'amministrazione dei sacramenti, tiene conto solo dell'ordinazione del prete, i padri greci hanno spesso la tendenza a sottolineare l'importanza correlativa della sua dignità, ossia la sua conformazione alla fede e all'ethos [allo stile] della Chiesa. Così, nei riguardi del discorso di Cristo a Pietro “ti darò le chiavi del Regno dei cieli”, Origene scrive:

Coloro che rivendicano la dignità episcopale si fondano su queste parole come Pietro, per dire che hanno ricevuto dal Salvatore le chiavi del Regno dei cieli e, conseguentemente, che quanto legano, ossia quanto condannano, è legato nei cieli e che chi ha ricevuto da loro la sua remissione è slegato nei cieli. Noi affermiamo che parlano sanamente a condizione che facciano l'opera per la quale è stato detto a Pietro 'Tu sei Pietro', ed è su di loro che Cristo fonda la sua Chiesa ed è a loro che questa parola si applica realmente” (16).

Si trovano concetti analoghi in san Simeone il Nuovo Teologo. Nei riguardi della celebrazione della Liturgia scrive:

Fratelli, non vi perdete, non abbiate l'audacia di toccare o di avvicinarvi a Colui che è inaccessibile per natura! Poiché colui che non rinuncerà al mondo e alle cose del mondo e che non rinnegherà la propria anima e il proprio corpo […], costui non può offrire in modo puro l'Offerta mistica e non sanguinosa a Dio, per natura puro” (17).

E, riguardo la confessione:

Si dice: 'Il potere [di rimettere i peccati] appartiene ai preti'. Lo so pure io; è la verità. Ma non a tutti i preti puramente e semplicemente bensì a coloro che esercitano il sacerdozio del vangelo in spirito umile e conducono una vita irreprensibile, che si dedicano per primi al Signore e, come una vittima perfetta, santa, gradita, rendono un omaggio puro interiormente nel tempio del loro corpo, in modo spirituale […]; coloro che giorno e notte, in umiltà perfetta, fanno penitenza, si affliggono e pregano con lacrime, non solo per loro ma per il gregge loro confidato e per tutte le sante Chiese di Dio nel mondo. E non è tutto! Essi piangono amaramente in presenza di Dio per gli errori altrui e non prendono nulla più che il necessario nutrimento; essi non hanno alcun tipo di rispetto o gioia corporale ma, come sta scritto, 'camminano nello spirito e non compiono i desideri della carne' […]. Ecco a chi appartiene il legare e lo sciogliere, l'esercitare il sacerdozio e l'insegnamento, non a coloro che hanno solo ricevuto dagli uomini elezione e nomina (18).
Veglia, te ne prego, a non caricarti mai delle responsabilità altrui quando tu stesso sei debitore di qualcosa; non avere l'audacia di dare l'assoluzione senz'aver acquisito nel tuo cuore Colui che si carica del peccato del mondo. Sii attento a giudicare il tuo prossimo, fratello, solo quando sarai divenuto un severo giudice dei tuoi errori e un indagatore dei tuoi propri sbagli, non prima d'aver cancellato con le lacrime e la compunzione la giusta sentenza contro di te. Solo allora, pieno di Spirito santo, liberato dalla legge della carne e dalla morte del peccato, sarai stabilito dalla grazia di Dio come giusto giudice per giudicare gli altri, in quanto confermato in ciò da Dio attraverso lo Spirito” (19).

Per quanto concerne la funzione di predicatore, insegnante e maestro, intimamente correlato all'episcopato, essa è legata al “carisma della verità” (20) dato al vescovo al momento della sua ordinazione. Ma questo carisma, dono dello Spirito, dev'essere preservato e mantenuto dal vescovo e la Chiesa prega per questo, poiché in ogni Liturgia il celebrante chiede a Dio di fare del vescovo “un fedele dispensatore della [Sua] parola di verità”.
Bisogna ricordare che la verità tutta intera appartiene alla Chiesa. I vescovi ne sono i depositari e gli insegnanti (maestri) nella misura in cui sono in unione con la Chiesa e sono irreprensibili nel loro comportamento. Sant'Ireneo scrive:

È così che la Tradizione degli Apostoli, manifestata nel mondo intero, è in tutta la Chiesa e può essere perseguita da coloro che vogliono vedere la verità. Potremo enumerare i vescovi stabiliti dagli apostoli nelle Chiese e i loro successori fino a noi. Ora, essi non hanno insegnato né conosciuto nulla che assomigli alle immaginazioni deliranti di quelle persone [gli eretici]. […] Poiché essi [gli apostoli] vollero che quanti designarono come successori fossero assolutamente perfetti e irreprensibili in ogni cosa (1 Tim 3, 2)  e che trasmettessero la loro missione d'insegnanti. Se questi uomini assolvevano correttamente la loro carica c'era grande profitto mentre se fallivano nasceva il peggiore dei mali” (21).

Il fatto che i vescovi dispensino un insegnamento veridico e dispongano tutto per questo, secondo quanto dice sant'Ireneo, con un “carisma certo di verità”, viene dal fatto di beneficiare della successione apostolica la quale non dev'essere solo compresa come una catena ininterrotta cronologicamente ma come un insieme unito, coerente e solidale, una sorta di collegialità che trascende i tempi e s'integra al corpo di Cristo nel quale riposa lo “Spirito di verità”. Qualsiasi vescovo che pensasse o insegnasse in rottura con quest'insieme organico, ossia in modo puramente individuale, o che terrebbe uno stile di vita che non fosse quello di un membro del Corpo di Cristo, perderebbe il suo “carisma di verità”, sarebbe trascinato dalla sua immaginazione e cadrebbe nell'errore e nell'eresia. È in questo senso che sant'Ireneo scrive:

Bisogna ascoltare i presbiteri che sono nella Chiesa: sono i successori degli apostoli e, con la successione nell'episcopato, hanno ricevuto il carisma sicuro della verità secondo il piacere buono del Padre. Quanto a tutti gli altri, che si separano dalla successione originale, qualunque sia il modo con il quale tengono le loro conventicole, bisogna guardarli come sospetti: sono degli eretici dallo spirito falso o degli scismatici pieni di orgoglio e sufficienza o ancora degli ipocriti che non agiscono se non per lucro e vanagloria. Tutta questa gente si è smarrita lontano dalla verità […].
Ci si deve, dunque, allontanare da tutti gli uomini di questo tipo ed attaccarsi, al contrario, a coloro che, come stiamo per dire, osservano la successione degli Apostoli e, con la carica presbiterale, offrono una parola sana e una condotta irreprensibile (Tit 2, 8) […]. È per questo che l'apostolo Paolo, forte della sua buona coscienza, si giustificava presso i Corinti: 'Noi non siamo infatti come quei molti che falsificano la parola di Dio; ma parliamo mossi da sincerità, da parte di Dio, in presenza di Dio, in Cristo' (2 Cor 2, 17); 'Fateci posto nei vostri cuori! Noi non abbiamo fatto torto a nessuno, non abbiamo rovinato nessuno, non abbiamo sfruttato nessuno' (2 Cor 7, 2).
Sono questi presbiteri che nutre la Chiesa […]. Paolo insegna il luogo in cui li si troverà: 'E Dio ha posto nella chiesa in primo luogo degli apostoli, in secondo luogo dei profeti, in terzo luogo dei dottori' (1 Cor 12, 28). È in effetti là ove furono deposti i carismi di Dio che ci si deve istruire sulla verità, ossia presso coloro in cui si trova riunita la successione nella Chiesa dagli apostoli, l'integrità inattaccabile della condotta e la purezza incorruttibile della parola (Tit 2, 8). Questi uomini conservano la nostra fede nell'unico Dio che ha creato tutte le cose; fanno crescere il nostro amore verso il Figlio di Dio che ha compiuto per noi queste grandi economie; infine ci spiegano le Scritture in modo totalmente sicuro” (22).

Il “carisma di verità” di cui dispone il vescovo suppone, per essere attivo, che costui abbia una fede giusta e abbia ricevuto una formazione teologica adeguata ma che, pure, abbia condotto e continui a condurre un tipo di vita ecclesiale e personale in accordo con questa fede che ne conferma contemporaneamente i fondamenti e l'espressione, secondo il principio “lex orandi, lex credendi”.

Nel momento dell'ordinazione del vescovo, la Chiesa non gli da solo il “carisma di verità” legato alla sua funzione, ma prova la sua fede e gli domanda di manifestare che sia veridica. All'inizio del rito di consacrazione (23), uno dei vescovi consacranti gli domanda: “Qual'è la tua fede?”. Il futuro vescovo risponde con una prima professione di fede che comporta la recita del Credo e un'affermazione della sua intera adesione alle definizioni dei sette concili ecumenici e dei sinodi locali, ai canoni adottati dai santi padri e a tutto quanto insegna la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica.
Dopodiché il secondo vescovo consacrante gli domanda: “Esponici in modo più dettagliato la tua professione di fede sulle proprietà delle tre Persone dell'incomprensibile Trinità”. L'ordinando gli risponde con una professione di fede trinitaria ortodossa. Alla fine, alla richiesta del terzo vescovo, l'ordinando presenta una confessione di fede ortodossa sulla persona e sulle nature di Cristo e sulla venerazione delle icone. Ogni volta l'ordinando attesta che questa confessione di fede è stata redatta di propria mano e ne legge il testo sull'evangeliario aperto che tiene tra le mani.
Solo allora è confermata la promozione dell'ordinando come vescovo, promozione che sarà seguita dalla consacrazione.
È ovvio che questa sinergia è necessaria non solo per quanto riguarda la funzione d'insegnamento del vescovo e del prete, ma per l'esercizio conveniente delle loro altre funzioni sacerdotali.

Benché l'ordinazione conferisca a quanti sono dello stesso rango la medesima qualità ministeriale, il principio caro ai padri greci dell'analogia, ossia di una recezione della grazia proporzionalmente alla dignità spirituale di ciascuno, si applica pure ai chierici (24).


Note

1) Questo si manifesta particolarmente attraverso la costante pratica di comunicare i bambini il più spesso possibile, al di fuori di ogni contesto liturgico, e di condurli in chiesa solo al momento della comunione, oppure a far partecipare adulti e bambini in buona salute al sacramento dell'Unzione dei malati con un fine profilattico.

2) Riguardo a questa nozione, il suo significato, il suo posto e la sua importanza nella tradizione teologica e ascetica ortodossa, vedi: V. Lossky, La teologia mistica della Chiesa d'Oriente; M. Lot-Borodine, La Déification de l'homme, Paris, 1970, p. 216-222. Lo stesso termine di “sinergia” è frequentemente utilizzato dai padri, in particolare da san Macario d'Egitto, san Marco il Monaco, san Nicola Cabasilas.

3) La nozione di analogia è molto presente in Dionigi l'Areopagita ma pure presso san Massimo il Confessore e in altri padri.

4) Questioni a Thalassios, 54, CCSG 7, p. 455.

5) Catechesi Battesimali, V, 24.

6) Trattati etici, X, 448.

7) Cfr. La vita in Cristo, I, 66, SC 355, p. 132.

8) La vita in Cristo, I, 16, SC 355, p. 90.

9) Omelie (coll. II), XXXVII, 10, PTS 4, 269-270.

10) Ibid., XV, 5, PTS 4, p. 129.

11) Omelie (Coll. II), XV, 2, PTS 4, P. 127.

12) Discorsi, II, 17, SC, 247, p. 112; cfr. Poemi, I, II, 9, v. 90-91.

13) Spiegazione della Divina Liturgia, I, 2, SC 4 bis, p. 56.

14) Commento alla seconda epistola a Timoteo, I, 2, PG 62, 603.

15) Stromati, VI, XIII, 106, SC 446, p. 272.

16) Commento al Vangelo secondo Matteo, XII, 14.

17) Inni, XIX, 86-103, SC 174, p. 100-102.

18) Catechesi XXVIII, 262-293, SC 113, p. 148-150.

19) Trattati etici, VI, 417- 428, SC 129, p. 150.

20) L'espressione è di Sant'Ireneo di Lione, Contro le Eresie, IV, 1, 2.

21) Contro le Eresie, III, 3, SC 211, p. 30.

22) Contro le Eresie, IV, 26, 2-5, SC 100, p. 718-728.

23) Quando questo è seguito integralmente poiché capita che sia abbreviato.

24) Ad esempio Giovanni Crisostomo scrive riguardo al diacono e protomartire Stefano: “Vedete come, tra i sette, ve ne sia uno che si distingue e tiene il primo rango. Benché tutti avessero ricevuto l'ordinazione, egli attirò su se stesso una maggiore grazia” (Omelia sugli Atti degli Apostoli, XV, 1).



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Traduzione © Traditio Liturgica












lunedì 27 ottobre 2014

Chiesa umile e bella


Il mio recente viaggio a Roma mi ha riservato diverse novità, alcune, a dir la verità, inaspettate.
Per chi viene dalla provincia la capitale potrebbe dare delle opportunità. Penso alla nutrita presenza plurietnica e alla possibilità d’incontrare molti mondi.
Personalmente trovo la capitale stancante, molto dispersiva. In modo inaspettato ho scoperto diverse presenze di cristiani orientali, più di quanto immaginassi. A sorpresa, dopo una piccola pausa caffè, lungo una via centrale ho notato una cappella nella quale si teneva un culto, forse di moldavi ortodossi. Era giovedì pomeriggio e penso che facessero una preghiera d’intercessione (Paraclisi) alla Madonna. La chiesa era piccina ma la stessa atmosfera, a detta di chi mi accompagnava, sembrava calda e colorata. Nulla a che fare con quello che, la stessa persona in un’altra occasione definiva, la “grigia noia domenicale di certe chiese”.
Eppure non si faceva chissà cosa: i presenti esprimevano solo la loro devozione in modo semplice e sincero.

Il sabato sera passando in via del babuino mi sono trovato dinnanzi alla chiesa del collegio greco-cattolico di sant’Atanasio. Era l’ora del vespro. All’interno la chiesa aveva la classica disposizione bizantina adattata, molto probabilmente, ad una preesistente chiesa latina barocca. Il coro era formato da una decina di studenti, tutti rigorosamente in abito religioso e la funzione, pur essendo di una semplice domenica dopo pentecoste, era provvista di diacono. I cantori conoscevano bene la loro parte ma l’insieme aveva qualcosa di ampolloso che non ho mai trovato nelle chiese bizantine, neppure in quelle slave che tendono a solennizzare le cerimonie più dei greci. Il diacono mi colpì assai: sembrava avesse mangiato il manico di una scopa, tanto era rigido nei movimenti, pettoruto, quasi tronfio. 
In questo blog da qualche parte ho ricordato l’importanza, da parte dei sacri ministri, di non comportarsi in modo da attrarre troppo lo sguardo su di loro: il centro dell’attenzione non dev’essere mai una persona ma la realtà invisibile presente in chiesa: Dio. Ora in questo contesto la tendenza a barocchizzare la cerimonia con movimenti quasi tronfi era un’evidente allontanamento dall’umiltà e dalla bellezza dei riti antichi. Questo mi fu ben evidente.
In questo modo, però, la liturgia da forma rituale diviene ritualistica poiché basta poco per alterare i delicati equilibri della liturgia!

Quest’eccesso, d’altronde, a Roma lo si nota ovunque, pure nelle librerie religiose che sembrano letteralmente “vomitare” di illustrazioni e di libri. È un modo per fare quasi violenza ai clienti e obbligarli a comperare.
Gli esercizi prospicienti al Vaticano fanno ronzare la testa, tanto sono insistenti, inopportuni a volte volgari con la loro mercanzia. Sembra che la macchina del commercio non solo non deve fermarsi mai ma deve accelerare ogni giorno di più.

Un’eccezione a questa triste regola l’ho percepita nella libreria “russia ecumenica” nella quale i toni tornano discreti e non si nota nulla di religiosamente volgare, per quanto ci siano manufatti con prezzi realmente esorbitanti: un’icona di 10 cm per 7, fatta a mano, la fanno pagare 750 euro, quando il suo attuale prezzo non supera di molto i 100 euro!

La domenica non è raccomandato prendere un metrò per andare verso il Vaticano. L’afflusso delle persone è talmente eccessivo, pur in una stagione non turistica come l’attuale, da innervosire.
Con tutto il rispetto, mi chiedo cosa vadano a sentire o a vedere...
I musei, i sontuosi edifici ecclesiastici barocchi, qualcuno potrebbe dire. Invece tutta questa effervescenza sembra piuttosto legata ad una persona.
Un taxista romano mi disse che l’afflusso delle persone e i guadagni degli esercenti sono aumentati di molto con la presenza del papa argentino. “Prima, con il tedesco, c’era un preoccupante calo di presenze al punto che gli albergatori non facevano grandi affari”, affermò. Alla fine è tutto all’insegna del denaro, insomma!

D’altronde immagini del volto dell’argentino le si notano ovunque, pure tra gli edicolanti attorno alla stazione Termini. Qui, tra adesivi magnetici con il pene marmoreo del David di Michelangelo sui quali compare la scritta “il pisello”, occhieggia il volto radioso e compagnone di papa Francesco da un altro adesivo in tutto simile. I due non di rado stanno vicini, a volte accanto. L’abbinata “pisello” e “papa Francesco” fanno ben pensare che per la massa il cosiddetto sacro non esiste più e questo forse va bene anche al papa compagnone!

Eppure ci sono anche eccezioni a quest’apoteosi di vanità e superficialità. In un’altura, presso la stazione ferroviaria san Pietro non lontano dal Vaticano, lo stato russo ha contribuito alla costruzione di una chiesa russo-ortodossa di pregevole fattura il cui interno è decorato con affreschi di calda bellezza.
 
Qui la sacralità della liturgia non viene meno e si tengono gli antichi saggi equilibri, mediati nella forma slava.

“Si esce con la sensazione d’aver partecipato ad un rito”, è stato il commento di qualche astante. 
Ecco, vorrei tanto che questo commento potesse accompagnare anche chi esce dalle chiese cattoliche odierne ma so che pretenderei troppo, purtroppo!

Lo spettacolo e la teatralità nella maggioranza dei casi hanno avuto la meglio sulla forma rituale, forse perché quest’ultima è troppo umile e ha una bellezza interiore troppo nascosta per la maggioranza delle persone attuali, così nascosta da non essere minimamente avvertita.

All’umile bellezza si preferisce l’arrogante e impositiva presenza, forse anche perché questo amato popolo italiano, dai tempi di Mussolini, in fondo non è poi cambiato molto...

mercoledì 22 ottobre 2014

Il cavallo di Troia della moralità

La storia, si sa, è maestra di vita. Tuttavia sembra che gli uomini non capiscano mai le lezioni date da essa. Si ricade, dunque, sempre nei medesimi errori, vittima degli stessi e identici inganni. Sono pochi quelli che vanno oltre l'apparenza che viene loro sciorinata.

Siccome invoco la storia, mi rifarò ad essa per poi tornare ai giorni nostri, nei quali stanno avvenendo fatti analoghi.

Nel X – XI secolo l'Italia, religiosamente parlando, stava percorrendo un momento molto delicato. Roma non pareva più legata culturalmente e religiosamente all'Oriente bizantino ma non aveva ancora un ruolo preciso, una sua identità stagliata nell'Europa in formazione di allora. La Roma ecclesiastica era, dunque, attratta in parte verso il suo non lontano passato, l'Oriente, in parte verso i popoli e i dominatori del nord. Era, come diremo oggi, in una situazione transizionale.

Gli Ottoni, prosecutori della politica di espansione dei Franchi, dinnanzi all'esitazione politica del mondo mediterraneo non persero tempo e invasero l'Italia, luogo importante nello scacchiere politico di allora. Ovunque passavano detronizzavano il vescovo del luogo e ponevano un loro uomo. È impressionante vedere come, all'interno di un breve periodo, la cronotassi episcopale delle principali città italiane ha nomi tedeschi, nomi di uomini evidentemente imposti con la forza imperiale.

Uno dei motivi di copertura del fatto, era un motivo morale: il vescovo o il clero italico era decadente, corrotto. Era necessaria la presenza di un clero irreprensibile, in modo che il vangelo potesse essere predicato da persone attendibili.

Che tutti i popoli europei nel X e XI secolo fossero barbari è un dato di fatto. Ma che, tra i barbari, ci fossero dei popoli più morali degli altri ho seri dubbi a crederlo. Ciononostante fu la scusa morale a determinare la detronizzazione di molti vescovi e, in ultimo, dello stesso papa romano.

In buona sostanza, dietro ad una scusa, si celava semplicemente un gioco di potere: porre degli uomini fedeli all'imperatore germanico in terra italica. Tutto ciò richiese un elevato prezzo determinando più in là la famosa lotta tra le due spade, con confronti a volte pesanti tra papa e imperatore.
Il fatto storico ci è utile per capire quanto sta accadendo oggi nel mondo cattolico.

Una parte dell'opinione pubblica, agitata da certa stampa, si sta lamentando della deriva morale di una parte di clero. Faccio notare che questa deriva riguarda clero di ogni orientamento (sia religiosamente conservativo che rivoluzionario): la debolezza umana è diffusa ovunque. Questa deriva, tuttavia, è determinata soprattutto dalla fragilità dei tempi. Come nel X-XI secolo il mondo europeo si poteva dire imbarbarito (al punto da non poter fare eccezioni di sorta), oggi tutto il nostro mondo può dirsi molto fragile, dedito alle passioni umane e chiuso in esse. Chi può dirsi migliore di altri?

Eppure, a dispetto di ciò come nel Medioevo, qualcuno agita la bandiera morale e invoca una purificazione di costumi, come se il fine del Cristianesimo sia moralistico e non, primariamente, spirituale (1). 
Chi fa questo tipo di pubblicità, simile agli Ottoni, ha mire ben precise: deve adattare il corpo ecclesiale a certe caratteristiche volute dalla modernità. Una di queste è, appunto, voltare le spalle a concetti religiosi tradizionali, qualora siano d'ostacolo all'agenda mondana attuale.

Ecco perché, tra tutte le persone fragili, vengono particolarmente bastonate quelle con una visione conservativa o tradizionale di Cristianesimo. 
È di questi giorni la notizia dell'esautorazione di un vescovo troppo indulgente poiché tendeva a incardinare nella sua diocesi clero con tendenza omosessuale, come se tutte le altre diocesi d'Italia siano prive di tale caratteristica (cosa ben risaputa!) e come se potesse esistere qualcuno più irreprensibile di altri da poter giudicare il prossimo. Questo vescovo (che preferisco non nominare ma che è facile intuire) ha, purtroppo per certe dirigenze ecclesiastiche, una sensibilità religiosa tradizionale. Guarda caso!

Quelle stesse dirigenze “preoccupate” di moralizzare il clero, stranamente, si dimenticano di moralizzare (o punire) alcuni loro collaboratori con la medesima tendenza ...

La storia insegna e dei fatti remoti di mille anni fa sembrano ripetersi, pur in altro contesto e con ben altre persone.

C'è da dire che la Chiesa occidentale, passata sotto la “cura” degli Ottoni, riuscì a dimenticare velocemente il suo legame tradizionale con l'Oriente cristiano e collaborò, a modo suo, alla nascita di una Nuova Europa. 

C'è da temere che quella attuale sotto la “cura” di altri “Ottoni ecclesiastici” dimenticherà altri legami tradizionali che la collegavano ad antiche pietà, per collaborare – probabilmente o quasi sicuramente – alla nascita di una Nuova Europa sempre più laica e sempre meno religiosa.

La "Chiesa libera" in Occidente si mostra dietro le apparenze, una volta di più, legata e determinata dal mondo, un mondo anticristiano.


Historia docet!

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1) Oramai il fine spirituale non è valorizzato o non interessa quasi più a nessuno. Rimane una morale esteriore da rivendicare che diviene perfetto moralismo.

domenica 19 ottobre 2014

Povera Chiesa cattolica! ...


Brugel: la parabola dei ciechi

"Guarda, la differenza tra Occidente e Oriente [cristiano] è una sola... cioè la logica; l'Occidente crede in essa mentre l'Oriente crede nello Spirito Santo".
Questa frase di padre Paisios l'Athonita mette il dito nella piaga indicando cosa genera la decadenza del Cristianesimo. I problemi nascono quando, staccata la "spina" dalla Rivelazione e da Dio, si fanno ragionamenti unicamente umani, anche con le migliori intenzioni possibili. Questo crea problemi e spaccature a non finire. Come ieri lo si è visto (e lo si continua a vedere) nella liturgia, oggi lo si vede in altri ambiti.
Il testo tradotto e pubblicato qui sotto lo dimostra chiaramente, essendo una sincera relazione giornalistica sul recente evento sinodale vaticano. Non servono ulteriori commenti.


“La sensazione generale è quella di un enorme sollievo”, dice un professore influente presso un'Università Pontificia. “Giovedì, verso mezzogiorno, Giovanni Paolo II ha operato un miracolo al Sinodo”.

A quell’ora iniziò la rivolta contro l'uomo accuratamente scelto da Francesco, il suo primo cardinale, Lorenzo Baldisseri - apprezzatissimo da Bergoglio per gli inestimabili servizi resi prima e durante il Conclave del 2013 - scelto più di un anno prima del Sinodo per orchestrare entrambe le assemblee, del 2014 e del 2015, in modo da poter raggiungere i risultati voluti dal Papa, senza alcun dissenso. Era un compito difficile, ma Baldisseri vi si dedicò strenuamente e il dato essenziale fu l'operazione dei media.

Finché i lavori del Sinodo rimanevano segreti, l'operazione dei media doveva procedere a mosse rapide con fatti compiuti, impossibili da fermare per qualsiasi forza, in modo che il risultato conclusivo determinasse una relatio finale rivoluzionaria. Tale relatio avrebbe dovuto funzionare come la grande acclamazione di Papa Francesco proveniente dall'episcopato mondiale, quasi egli fosse un guru della moda, un leader glorioso la cui padronanza degli eventi non gli può essere negata o impedita.

In questa serie di fatti compiuti, la prima relatio della settimana, scritta da monsignor Bruno Forte prima del Sinodo, avrebbe dovuto essere un passo abbagliante. Tutti a Roma sapevano che Francesco conosceva, aveva letto e approvato tale pubblicazione. Nulla poteva avvenire in questo personalistico e super egocentrico pontificato senza la conoscenza diretta del papa. Quanto fu inaspettato, e non avrebbe dovuto esserci, fu che, nonostante la forte pressione, la maggioranza decisionale fu più wojtyliana che bergogliana.

Negli ultimi giorni, ho parlato con un gran numero di prelati, molti dei quali padri sinodali. Erano tutti furiosi e indignati contro Francesco. Il presidente di una Conferenza episcopale di un grande paese africano, lo eticchettò di fronte a me come elemento disgregatore”, la definizione più azzeccata per descrivere l'atmosfera generale della Curia e del Sinodo dopo 18 mesi di un governo imposto con la paura e la persecuzione; il termine che ho sentito più volte durante la scorsa settimana è stato “esasperazione”.

Le esperienze del secolo scorso hanno mostrato che un governo basato sulla paura e sulla manipolazione non può sussistere a lungo senza ribellioni, e questo è quanto è successo Giovedi. Era come se una pentola a pressione fosse esplosa alla fine di 18 mesi di ebollizione.

Il Sinodo ha fallito, perché i suoi obiettivi sono stati vanificati da quest'esplosione di angoscia sotto pressione e questo è ciò che rende questo “Sinodo straordinario”, davvero straordinario!

La protesta dei Padri sinodali del 16 ottobre contro Baldisseri, è stata la più inaudita degli ultimi 50 anni, e il silenzio dei media il più stupefacente, considerando l'enormità di ciò che avvenne. I mezzi informativi italiani furono presi totalmente alla sprovvista, e questo già Sabato, tentando di salvare il prestigio di Papa Bergoglio e trasferendo la responsabilità per la mancata riuscita sinodale ai suoi collaboratori, tra cui Baldisseri, ma tutti sanno che questi erano solo gli agenti fedeli della sua incrollabile e potente volontà.

Nel frattempo, il prestigio del Cardinale Kasper ha raggiunto i livelli più bassi e i capi della rivolta sono stati considerati come degli eroi.

In ogni caso, il Sinodo del 2014 è solo un passo di un percorso in cui Francesco e i suoi alleati stanno facendo parecchi errori, molti dei quali derivati dalla loro infinita arroganza. Si sta mostrando un'inattesa resistenza, una resistenza che viene minimizzata dalla stampa e dai mezzi di comunicazione in tutto il mondo.

Per quanto riguarda il testo finale del Sinodo, come pare? Probabilmente piuttosto male, ma meno di quello predisposto anticipatamente e che ci si aspettava. L'ottimismo dei "progressisti" è nel caos, e il testo finale del Sinodo, a questo punto, è un problema secondario; ciò che conta da ora è la battaglia che sarà combattuta alla prossima assemblea, nel 2015. Francesco non dovrà incassare quant'è successo ora per leggerezza e Baldisseri dovrà essere sottoposto ad enormi pressioni dall'alto per manipolare l'incontro del 2015, in un modo che non venga ostacolato da alcun nuovo miracolo di Giovanni Paolo II.

Articolo tratto da:
http://rorate-caeli.blogspot.com/2014/10/important-backlash-against-manipulated.html

mercoledì 15 ottobre 2014

L'oblio dell'ascesi (Osservazioni a margine del recente sinodo vaticano sulla Famiglia).


Nessuno che sia schiavo di desideri e di passioni carnali è degno di avvicinarsi o di presentarsi o di offrire sacrifici a te, Re della gloria”.
(Preghiera offertoriale tratta dalla Divina Liturgia di san Giovanni Crisostomo).
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Quanto ho esposto nei post passati (particolarmente quello sulla religiosità psicologica e sulla religiosità spirituale), presuppongono che:

l’uomo per quanto formato da aspetti carnali (sensibili) e intellettuali, ha una realtà profonda, detta cuore o spirito, con la quale entra in contatto con la trascendenza divina e s’accorge di essa. Tale realtà spesso è nascosta a lui stesso.

È a partire da questa sua realtà più profonda che avvengono i più elevati fenomeni religiosi: è stata definita la Rivelazione, è stata esperita la Pentecoste, è stata fondata la Chiesa e si sono formati i santi. La realtà spirituale nell’uomo non disprezza quella carnale (sensibile) e quella intellettuale a meno che queste non presumano sostituirla. Essa sta su tutto un altro piano rispetto alle prime due.
Perciò, leggendo i testi mistici, ci si trova dinnanzi ad espressioni che, per la ragione intellettuale, appaiono contraddittorie, incomprensibili e inafferrabili.

Le antiche liturgie cristiane si sono formate tenendo ben presente la cosiddetta “esperienza nello Spirito” ossia l’attivazione, nell’uomo, della sua realtà interiore per opera della Grazia con la quale “nella luce [della grazia] si può vedere la Luce [di Dio]” (Cfr. Salmo 35).

La conseguenza di questi presupposti determina una mentalità per cui nella Chiesa è posto come esempio e valore solamente l’uomo che vive lo Spirito. L’uomo mosso solo dalla ragione intellettuale o da principi puramente umani non è l’oggetto principale della considerazione della Chiesa a meno di non confonderla con i luoghi che coltivano questo tipo di uomini come le accademie o le realtà umanistiche (1). 
Compito dell’università è formare dei geni dell’intelletto poiché è su esso che questa istituzione fa leva; compito della Chiesa dovrebbe essere quello di formare geni dello spirito dal momento che essa dovrebbe far leva sullo spirito. Ne discende che come l'università sforna dei laureati, la Chiesa dovrebbe sfornare dei santi e questi, se sono veramente tali, dovrebbero mostrare con piena evidenza d’essere a contatto con il Divino, non con semplici principi ideali. Lo stesso calendario tradizionale cristiano assegna ad ogni giorno dell’anno la commemorazione di uno o più santi.

Se, al contrario, si dovesse esaltare qualcuno solo perché lavoratore, umanista, riformatore, compositore musicale o letterato (come si deduce dal calendario della Chiesa anglicana), saremo dinnanzi ad un Cristianesimo che non ha più rapporto con l’antica mentalità cristiana; è un Cristianesimo deviato (2).

Per giungere a livello del santo, ossia dell’uomo spirituale simile a Cristo, la Chiesa ha sempre indicato la porta stretta e la via impervia dell’ascesi: la natura umana non è perfetta di suo, al punto che la volontà umana tende all’oblio di Dio, chiudendo l’uomo in se stesso e spingendolo a cercare piaceri e godimenti.

La “conoscenza secondo la carne”, di paolina memoria, si appoggia sulla logica (anche di profitto) e sul piacere umano. La “conoscenza secondo lo Spirito”, sta agli antipodi di questa conoscenza mondana.

Per questo nella Chiesa non si esalta (o non si dovrebbe esaltare) la persona per il suo intelletto o per delle caratteristiche semplicemente umane, ma per i suoi doni spirituali. Se la Chiesa dovesse esaltare le persone solamente per dei motivi umani, sarebbe esattamente come tutte le altre istituzioni secolari. A questo punto non servirebbe più.

Nella cristianità occidentale attuale sta avvenendo una “mutazione genetica”: quello che fino a ieri era considerato tradizionale è dimenticato e dileggiato a vantaggio di concezioni puramente secolarizzate. Abbiamo molti segnali di ciò.

In questi giorni sto leggendo qualche articolo sul sinodo vaticano dedicato alla famiglia. Vedendo il suo andamento, qualcuno in rete ha fatto un’osservazione molto interessante: “Un sinodo teoricamente cattolico che parla di famiglia e matrimonio ma non dice niente sulla castità: il non plus ultra del grottesco”.

Questa frase lapidaria coglie quanto sta alla base di tutto: in Occidente l’aspetto ascetico del Cristianesimo tende totalmente a scomparire. Al posto di ciò – il cui senso, lo ripetiamo, è solo in rapporto a Dio – sono poste argomentazioni puramente umane.

Card. Péter Erdő
Una di esse l’ho tratta dallo stesso sinodo, per bocca del card. Péter Erdő: “Le persone omosessuali hanno doti e qualità da offrire alla comunità cristiana: siamo in grado di accogliere queste persone, garantendo loro uno spazio di fraternità nelle nostre comunità? Spesso esse desiderano incontrare una Chiesa che sia casa accogliente per loro. Le nostre comunità sono in grado di esserlo accettando e valutando il loro orientamento sessuale […] ?” (3).

Non ricordo alcun esempio in cui, nel passato della Chiesa, si ha cercato di valutare una persona per eventuali “doti e qualità” provenienti dal suo orientamento sessuale (omosessuale o eterosessuale che sia) (4). Al contrario, la persona era ritenuta cristianamente matura - quindi un esempio - nella misura in cui incarnava Cristo, l’uomo spirituale per eccellenza, e rifiutava l’uomo secolare o “secondo la carne”. Questo perché era chiaro che, se un tal uomo aveva delle doti o qualità a prescindere da Cristo, non sarebbe servito a nulla secondo il noto detto evangelico: “Chi non raccoglie con me disperde” (Mt 12, 30).

Tale principio evangelico dovrebbe valere maggiormente dinnanzi alle cosiddette “doti o doni” attribuiti all’orientamento sessuale.

Ad essere precisi, l’orientamento sessuale, di suo, non è in grado d’esprimere “doti o doni” in senso proprio. È piuttosto qualcosa di neutro, essendo una forza nella natura umana che, in quanto tale, può operare positivamente o negativamente a seconda di mille altre variabili che il card. Péter Erdő non pare affatto aver considerato, almeno in questo passo. Se s’inizia a considerare il modo in cui si usa la sessualità si spiega perché l’uso smodato della stessa con l’unico fine di trarre piacere personale è sempre stato considerato un disordine nel Cristianesimo, poiché, oltre a non avere una vera finalità, svia l’individuo dal percorso trascendente.

Qui inizia un discorso delicato e complesso. Qualcuno dice che la Chiesa è avversa alla sessualità in quanto tale. A me pare, piuttosto, che la Chiesa, almeno anticamente, è sempre stata avversa a qualsiasi cosa potesse distrarre l’uomo dal suo cammino ascetico, da una positiva tensione verso Dio. Per la Chiesa al momento della morte l’uomo è colto ed eternizzato nell’attitudine spirituale avuta fino a quel momento. Se l’uomo è colto in tensione verso il Cielo entrerà tra i beati, se è colto intento e totalmente assorbito in questioni terrene (pur con tutto lo zelo, i doni intellettuali e le qualità possibili), troverà il Cielo chiuso semplicemente perché gli ha voltato le spalle. “La carne non serve a nulla”, ricorda a tal proposito san Paolo o, ancora: Chi semina nella sua carne, dalla carne raccoglierà corruzione; chi semina nello Spirito, dallo Spirito raccoglierà vita eterna” (Gal 6, 8).

La sessualità è sempre stata vista come qualcosa che, più d’ogni altro aspetto, potrebbe distrarre l’uomo dal Cielo, al punto che lo stesso san Paolo, pensando che Cristo dovesse ritornare da un momento all’altro, tendeva a proibire le nozze tra i cristiani delle prime comunità. Sempre lui, che paragona la dedizione degli sposi a quella di Cristo verso la Chiesa, ritiene preferibile non sposarsi!

Da allora, la tensione tra l’obbedienza alle leggi di natura (con il matrimonio) e l’obbedienza alle leggi dello Spirito (con la castità per il Regno dei Cieli) ha da sempre contraddistinto la Chiesa. Si è pure giunti a predicare una castità all’interno dello stesso matrimonio essendo le leggi dello Spirito superiori a quelle di natura.

D’altronde, la Chiesa tradizionalmente sapeva che i mezzi della castità e del digiuno affinano la sensibilità spirituale e preparano il cuore all’incontro con Dio. Da qui il suo insistere su di essi poiché proprio perciò i puri di cuore potranno vedere Dio, secondo la nota beatitudine evangelica.

L’oblio di questi valori ha determinato dapprima una pesante ricaduta sul piano naturale, sulle cosiddette leggi di natura per cui si seguono solo le esigenze naturali, non essendo più chiare quelle spirituali, alla fine rifiutate. L’esempio ci può venire dallo stile di un certo ateismo etico.

A seguito di ciò, è avvenuta un’ulteriore ricaduta e una chiusura umana nella natura stessa a prescindere da ogni altra considerazione e a dispetto dell’evidente debolezza e malattia alle quali è soggetta la natura umana. “Qualunque cosa ti senti di fare che ti fa star bene è buona”, è il motto attuale. L’esempio è quello dell’edonismo attuale ampiamente entrato all’interno della stessa Chiesa.

Effettivamente ciò è potuto avvenire perché buona parte del Cristianesimo si è di fatto staccata dal contatto trascendente ed è rimasta intrappolata in se stessa, nelle supposte buone ragioni intellettuali. Non avendo più sensazione ed esperienza soprannaturale è rimasta con la sola natura (l’intellettualità, la sensibilità) ed è a partire da qui che sono discese tutte le altre conseguenze.

La dottrina tradizionale, che prevedeva l’ascesi, è rimasta in piedi ancora alcun secoli in Occidente riducendosi spesso a qualcosa di molto legale, meccanico e moralistico e che si può riassumere nel detto: “Fai questo ed avrai il premio del Paradiso”.

Oggi, dal momento che i cristiani hanno perso pure la tensione verso i fini ultimi (tra cui il Paradiso), anche l’ascesi si è persa per strada. Al suo posto s’è sostituita l’esaltazione della natura umana com’è, spesso prescindendo da quella voluta e restaurata da Cristo (oramai considerata utopistica) (5).

Se, dunque, una persona omosessuale ha doti e qualità che provengono semplicemente dalla sua omosessualità, come si può legittimamente desumere dall’osservazione della relazione del card. Péter Erdő nel sinodo vaticano, siamo ad un passo dalla mentalità del Gay Pride, dell’orgoglio per il semplice fatto d’essere omosessuali, dal momento che l’omosessualità (o la sessualità in senso lato) è considerata un valore per se stessa. Il logion paolino “La mia gloria è Cristo e Cristo crocefisso” sembra oramai incomprensibile e chiuso in un passato lontano.

Una Chiesa o un ambiente ecclesiale che predica questo o che semplicemente lo ipotizza non ha forse  strappato le sue radici dal terreno neotestamentario e dalla tradizione da esso discendente divenendo de facto un’antichiesa?
È veramente molto arduo negarlo.


© Traditio Liturgica
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NOTE

  1. Si noti come, purtroppo, attorno a noi avvenga sempre più questa confusione. Sfuggendo il senso e il valore dello spirituale, la Chiesa si concentra sull’intelletto e molti suoi aderenti si fanno trascinare nella dolce vita in cui si titillano i sensi.
  2. Fu questo uno dei motivi per cui, quando papa Giovanni XXIII proclamò la festività di san Giuseppe “lavoratore”, il 1° maggio, ci furono diverse perplessità e qualche resistenza nel mondo cattolico.
  3. In questo mio commento non entro di proposito a considerare l’omosessualità nella dottrina tradizionale della Chiesa, poiché si aprirebbe un discorso troppo ampio per questo contesto e totalmente fuori tema per questo blog. Qui mi limito a considerarla nel quadro generale della sessualità umana in rapporto all’istanza spirituale o religiosa.
  4. Questo è così vero che pure nella stessa Chiesa non pochi pensano a Cristo come ad un uomo come tutti gli altri, con moglie o amante e possibili figli. Un uomo che, come tutti, ha conosciuto le passioni umane. Questo Cristo gnostico e secolarizzato avrebbe fatto accapponare la pelle ai padri della Chiesa, ossia a quelle autorità sulle quali dovrebbe fondarsi la dottrina della Chiesa odierna.