Il lungo testo da me proposto è la traduzione di una piccola parte di un recente libro del teologo ortodosso Jean-Claude Larchet (La vie sacramentelle). Il fatto che sia un autore ortodosso non deve frenare il lettore cattolico dal riflettere profondamente sulle sue parole e, soprattutto, sui testi dei padri da esso esposti. Cosa rende molte chiese così fredde, molte liturgie così formali e prive di anima? Non è forse una fondamentale mancanza di Spirito ossia, come l'autore spiega, la mancanza di una vera sinergia tra l'azione di Dio e quella dell'uomo? A nulla vale confortarsi pensando che, in fondo, partecipiamo ad un culto con approvazione ecclesiastica e che, se anche il sacerdote non eccelle in virtù, farà comunque dei sacramenti validi. La validità del sacramento senza una vita conforme alle forti esigenze evangeliche determina la paralisi della Grazia che, seppur presente, non può operare, sia da parte del sacerdote che amministra che del fedele che si comunica. Di qui la decadenza profonda della Chiesa odierna e il suo vano confortarsi in azioni puramente appariscenti, esteriori e sociali.
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La
Sinergia Sacramentale
1.
I misteri o sacramenti non agiscono per se stessi e solamente grazie
a loro
Per
il mondo ortodosso i misteri o sacramenti non agiscono per se stessi
e solamente grazie a loro poiché la loro efficacia richiede la
libera partecipazione e recezione dei fedeli che ne beneficiano nelle
condizioni adeguate.
Questo
concetto si oppone alla dottrina cattolica romana secondo la quale i
sacramenti agiscono ex opere operato, ossia indipendentemente
non solo dalla qualità di colui che li dispensa ma pure dalle
disposizioni di colui che li riceve (i soli prerequisiti sono la fede
e la non opposizione a questa recezione). Tale pensiero, nato nella
seconda metà del XII secolo presso gli scolastici, ha degli
antecedenti nel pensiero agostiniano: sant'Agostino, combattendo
giustamente l'eresia pelagiana che sopravvalutava il lato umano nel
compimento della salvezza ha, per opposizione, sviluppato una visione
eccessivamente pessimista dell'essere umano decaduto, della sua
volontà e della sua libertà, dando un posto quasi esclusivo al
ruolo della grazia. È questa tradizione ad essere stata ripresa ed
accentuata dai protestanti, con la concezione luterana del “servo
arbitrio” e la dottrina della salvezza per sola grazia (sola
gratia), il che ha contribuito a ridurre considerevolmente il
ruolo dell'ascesi personale nella spiritualità cattolica e, nel
protestantesimo, a non lasciargli alcuno spazio.
Bisogna
pur dire che l'impostazione ortodossa si oppone anche ad una
concezione magica di alcuni neo-ortodossi odierni (particolarmente
nell'Europa dell'est), concezione talora legata a residui di
mentalità magica primitiva (sciamanesimo) in certe campagne, a volte pure tollerata e incoraggiata da determinati preti mal
formati (1).
2.
Il carattere sinergetico della recezione e degli effetti della grazia
La
sinergia indicata dalla Chiesa non si applica, d'altronde, ai
sacramenti ma, in generale, alla grazia divina di cui i sacramenti
sono i veicoli privilegiati e che può essere ricevuta pure
attraverso altre vie, come la preghiera personale; la recezione di
essa non è automatica: la grazia non s'impone ma presuppone, per
agire, una libera recezione volontaria e cosciente da parte
dell'uomo, nonostante che i suoi effetti non siano sottomessi alla
sua volontà e sorpassino sempre, per loro natura, la coscienza che
ne può avere lo stesso uomo. Infatti la grazia non è altro che
l'energia (ἐνέργεια)
divina increata, espressione e manifestazione dell'infinita essenza
di Dio, essa stessa infinita.
I
padri greci parlano di “sinergia” (dal greco συνεργία)
(2) o di collaborazione (dal latino cum laborare) per
designare i due poli correlativi dell'azione della grazia:
l'operazione divina che da la grazia agente (ἐνέργεια)
e la recezione di questa da parte dell'uomo, secondo un processo che
implica la sua libertà, la sua coscienza e la sua volontà ma pure
le sue disposizioni spirituali adeguate (particolarmente la purezza
del corpo e dell'anima, dello spirito e del cuore).
I
padri greci si spingono fino ad affermare che la recezione della
grazia è proporzionale alle disposizioni recettive dell'uomo e
utilizzano il termine “analogia” (ἀναλογία),
ossia secondo la sua misura, secondo il suo grado di
recezione; questa misura non si definisce ontologicamente, in
funzione della natura individuale di ciascuno e del suo posto nella
gerarchia degli esseri (come nel platonismo e nel neoplatonismo), ma
spiritualmente, in funzione delle disposizioni (διάθεσεις)
o degli stati (ἕξεις)
personali di ciascuno, relativamente al proprio grado di fede, di
purezza e di virtù (3).
Alcuni
padri notano che Dio da a tutti la pienezza della sua grazia ma che
tutti, per le ragioni che indicheremo, non la ricevono nello stesso
modo. San Massimo dice addirittura che “ciascuno è l'intendente
della propria grazia” poiché “ciascuno di noi ha l'energia
manifesta dello Spirito in proporzione alla propria fede in suo
possesso” (4). (Qui la fede non significa solo il credere ma tutte
le disposizioni spirituali che vi sono legate quando essa è
“incarnata” ed effettiva). San Giovanni Crisostomo dice alla
stessa maniera: “Dopo la grazia di Dio, tutto dipende da noi e
dalla nostra applicazione” (5).
Il
battesimo, annota san Simeone il Nuovo Teologo, “non è sufficiente
per se stesso alla nostra salvezza” (6); e si può dire la stessa
cosa per gli altri sacramenti singolarmente e nel loro insieme.
L'uomo che li ha ricevuti non diviene in effetti nuova creatura,
conforme a Cristo, se non a condizione che apra tutto il suo essere
alla grazia che gli è stata data dallo Spirito, che rivolga tutte le
sue facoltà e l'intera sua vita a Dio. Detto diversamente, le
condizioni oggettive del nostro sviluppo individuale, della nostra
salvezza e deificazione, costituita dai sacramenti, devono
accompagnarsi con le condizioni
soggettive, ossia con la nostra libera partecipazione, con la nostra
collaborazione volontaria e personale. I sacramenti conferiscono la
vita in Cristo ma abbisognano di un certo contributo da parte
dell'uomo, come afferma Nicola Cabasilas aggiungendo (7): “Da un
alto c'è quanto viene da Dio, dall'altro quanto viene dal nostro
fervore personale; il primo è l'opera propria di Dio, l'altro chiede
pure il nostro generoso zelo (φιλοθυμία)”
(8).
In
effetti, Dio, rispettoso della libertà umana, non saprebbe imporre
la sua grazia e trasformarlo senza che l'uomo la scelga e la voglia
con tutto il suo essere; non saprebbe sostituirsi a lui e agire al
suo posto. A tal proposito san Macario il Grande scrive quanto segue:
“L'uomo
per natura possiede l'attività volontaria ed è questa ad essere
richiesta da Dio. Dunque, in primo luogo, la Scrittura prescrive che
l'uomo rifletta e che, dopo aver riflettuto, ami e, in seguito,
agisca volontariamente. Quanto alla mozione esercitata
sull'intelligenza, in supporto al lavoro e al compimento dell'opera,
ciò è accordato dalla grazia di Dio a colui che vuole e crede. La
volontà dell'uomo è, dunque, un ausilio legato alla sua sostanza.
Senza questa volontà Dio stesso non fa nulla benché lo possa, per
rispetto al libero arbitrio umano. L'efficacia dell'opera divina
dipende dalla volontà umana” (9).
Detto
diversamente, benché i frutti della grazia abbiano la loro sorgente
unicamente in Cristo e ci siano concessi unicamente nella Chiesa
dallo Spirito santo, suppongono il acconsentimento e la
collaborazione attiva dell'uomo. Esigono, come dice san Macario il
grande, che l'uomo “metta la propria volontà in accordo con la
grazia” (10). Si effettuano, così, in una sinergia tra la grazia
divina e lo sforzo umano. San Macario dice che se l'anima “non
collabora con la grazia dello Spirito che abita in essa, viene
spogliata vergognosamente e ignominiosamente della sua dignità e
privata della vita poiché essa è divenuta […] inadatta alla
comunione con il Re celeste” (11).
Così,
Dio non impone la sua grazia (e i suoi effetti) poiché rispetta
sovranamente la libertà umana. Perciò si può dire che se l'uomo
non può nulla senza la grazia (che in effetti è l'unica sorgente
effettiva di ogni bene), inversamente la grazia non può nulla senza
che l'uomo l'accetti, si apra ad essa, la lasci agire in lui non con
un semplice stato passivo ma disponendo se stesso e lottando contro
le passioni, tendendo ad acquisire le virtù.
Dio
non impone la sua grazia anche perché attende l'acconsentimento
personale dell'uomo, la sua collaborazione volontaria e attiva quali
segni e prove del suo amore. Attraverso ciò vuole pure che l'uomo si
appropri veramente dei beni che Lui gli dona, vuole, come spiega
Gregorio di Nazianzo, che “l'anima possegga l'oggetto della sua
speranza come prezzo della sua virtù e non solo come dono di Dio”
(12).
San
Nicola Cabasilas riassume tutti questi aspetti in questo modo:
“Se
è vero che Dio ci dona gratuitamente tutte le cose sante e che noi
non aggiungiamo alcun nostro contributo ad esse, essendo
assolutamente delle grazie da parte sua [ossia doni nel loro
principale significato], ciononostante esige necessariamente da noi
di divenire atti a riceverle e conservarle. Non fa partecipare alla
santificazione se non coloro che sono disposti in tal modo. È così
che ammette al battesimo e alla crismazione e che fa partecipare
all'augusto banchetto” (13).
[…]
9.
La sinergia nel sacramento dell'Ordine sacro
Come
per tutti i sacramenti, l'ordinazione suppone una sinergia tra la
grazia di Dio ricevuta attraverso il sacramento e le disposizioni di
chi l'ha ricevuta. Questa
si deve accordare a quelle. Ecco perché san Paolo dice al suo
discepolo Timoteo: “Per
questo motivo ti ricordo di ravvivare il dono di Dio che è in te
mediante l'imposizione delle mie mani” (2
Tim 1, 6). A tal proposito san Giovanni Crisostomo spiega
chiaramente:
“Siccome
so che voi avete una fede sincera, vi avverto e vi dico: avete
bisogno di zelo per riaccendere il fuoco della grazia di Dio. Come il
fuoco ha bisogno di legna per alimentarsi, ugualmente la grazia ha
bisogno del vostro zelo per non spegnersi. 'Ti ricordo di ravvivare
il dono di Dio che è in te mediante l'imposizione delle mie mani',
ossia la grazia dello Spirito santo da te ricevuta per presiedere la
Chiesa […] e per ogni servizio di Dio. Poiché dipende da noi
accendere o spegnere questo fuoco. L'Apostolo in un altro passo dice
pure: 'Non spegnete lo Spirito' (1 Tess 5, 19). Si spegne con la
disinvoltura e la viltà e si accende sempre più con la
vigilanza
e l'attenzione. Questo fuoco è in voi ma sta a voi renderlo più
vivo; ossia alimentarlo con la confidenza la gioia e l'allegria.
[Dio] vi ha dato lo spirito di forza e d'amore per Lui. È là,
dunque, un effetto della grazia ma non di essa sola; bisogna che
iniziamo a fare quanto dipende da noi” (14).
Si
può confrontare il carisma ricevuto al momento dell'ordinazione a
una brace che necessita del soffio da colui che l'ha ricevuta per
essere un fuoco che illumina una fiamma che riscalda. Questo soffio
corrisponde alla vita spirituale del prete, alla sua fede, alle sue
virtù, alle sue disposizioni, attitudini e stati spirituali.
Riferendosi a questa analogia Clemente d'Alessandria scrive:
“Un
uomo è realmente prete della Chiesa e vero diacono della volontà di
Dio se fa e insegna quanto dice il Signore” (15).
A
differenza della concezione cattolico-romana iniziata da Agostino
che, nei riguardi dell'amministrazione dei sacramenti, tiene conto
solo dell'ordinazione del prete, i padri greci hanno spesso la
tendenza a sottolineare l'importanza correlativa della sua dignità,
ossia la
sua conformazione alla fede e all'ethos
[allo stile] della Chiesa.
Così, nei riguardi del discorso di Cristo a Pietro “ti darò le
chiavi del Regno dei cieli”, Origene scrive:
“Coloro
che rivendicano la dignità episcopale si fondano su queste parole
come Pietro, per dire che hanno ricevuto dal Salvatore le chiavi del
Regno dei cieli e, conseguentemente, che quanto legano, ossia quanto
condannano, è legato nei cieli e che chi ha ricevuto da loro la sua
remissione è slegato nei cieli. Noi affermiamo che parlano
sanamente a condizione che facciano l'opera per la quale è stato
detto a Pietro 'Tu sei Pietro',
ed è su di loro che Cristo fonda la sua Chiesa ed è a loro che
questa parola si applica realmente” (16).
Si
trovano concetti analoghi in san Simeone il Nuovo Teologo. Nei
riguardi della celebrazione della Liturgia scrive:
“Fratelli,
non vi perdete, non abbiate l'audacia di toccare o di avvicinarvi a
Colui che è inaccessibile per natura! Poiché colui
che non rinuncerà al mondo
e alle cose del mondo e che non rinnegherà la propria anima e il
proprio corpo […], costui
non può offrire in modo puro l'Offerta mistica
e non sanguinosa a Dio, per natura puro” (17).
E,
riguardo la confessione:
“Si
dice: 'Il potere [di rimettere i peccati] appartiene ai preti'. Lo so
pure io; è la verità. Ma non a tutti i preti puramente e
semplicemente bensì a coloro che esercitano il sacerdozio del
vangelo in spirito umile e conducono una vita irreprensibile, che si
dedicano per primi al Signore e, come una vittima perfetta, santa,
gradita, rendono un omaggio puro interiormente nel tempio del loro
corpo, in modo spirituale […]; coloro che giorno e notte, in umiltà
perfetta, fanno penitenza, si affliggono e pregano con lacrime, non
solo per loro ma per il gregge loro confidato e per tutte le sante
Chiese di Dio nel mondo. E non è tutto! Essi piangono amaramente in
presenza di Dio per gli errori altrui e non prendono nulla più che
il necessario nutrimento; essi non hanno alcun tipo di rispetto o
gioia corporale ma, come sta scritto, 'camminano nello spirito e non
compiono i desideri della carne' […]. Ecco
a chi appartiene il legare e lo sciogliere, l'esercitare il
sacerdozio e l'insegnamento, non a coloro che hanno solo ricevuto
dagli uomini elezione e nomina (18).
Veglia,
te ne prego, a non caricarti mai delle responsabilità altrui quando
tu stesso sei debitore di qualcosa; non avere l'audacia di dare
l'assoluzione senz'aver acquisito nel tuo cuore Colui che si carica
del peccato del mondo. Sii attento a giudicare il tuo prossimo,
fratello, solo quando sarai divenuto un severo giudice dei tuoi
errori e un indagatore dei tuoi propri sbagli, non prima d'aver
cancellato con le lacrime e la compunzione la giusta sentenza contro
di te. Solo allora, pieno di Spirito santo, liberato dalla legge
della carne e dalla morte del peccato, sarai stabilito dalla grazia
di Dio come giusto giudice per giudicare gli altri, in quanto
confermato in ciò da Dio attraverso lo Spirito” (19).
Per
quanto concerne la funzione di predicatore, insegnante e maestro,
intimamente correlato all'episcopato, essa è legata al “carisma
della verità” (20) dato al vescovo al momento della sua
ordinazione. Ma questo
carisma, dono dello Spirito, dev'essere preservato e mantenuto dal
vescovo
e la Chiesa prega per questo, poiché in ogni Liturgia il celebrante
chiede a Dio di fare del vescovo “un fedele dispensatore della
[Sua] parola di verità”.
Bisogna
ricordare che la verità tutta intera appartiene alla Chiesa. I
vescovi ne sono i depositari e gli insegnanti (maestri) nella misura
in cui sono in unione con la Chiesa e sono irreprensibili nel loro
comportamento.
Sant'Ireneo scrive:
“È
così che la Tradizione degli Apostoli, manifestata nel mondo intero,
è in tutta la Chiesa e può essere perseguita da coloro che vogliono
vedere la verità. Potremo enumerare i vescovi stabiliti dagli
apostoli nelle Chiese e i loro successori fino a noi. Ora, essi non
hanno insegnato né conosciuto nulla che assomigli alle immaginazioni
deliranti di quelle persone [gli eretici]. […] Poiché essi [gli
apostoli] vollero che quanti designarono come successori fossero assolutamente perfetti e irreprensibili
in ogni cosa (1 Tim 3, 2) e che
trasmettessero la loro missione d'insegnanti. Se questi uomini
assolvevano correttamente la loro carica c'era grande profitto mentre
se fallivano nasceva il peggiore dei mali” (21).
Il
fatto che i vescovi dispensino un insegnamento veridico e dispongano
tutto per questo, secondo quanto dice sant'Ireneo, con un “carisma
certo di verità”, viene dal fatto di beneficiare della
successione apostolica la quale non dev'essere solo compresa come una
catena ininterrotta cronologicamente ma come un insieme unito,
coerente e solidale,
una sorta di collegialità che trascende i tempi e s'integra al corpo
di Cristo nel quale riposa lo “Spirito di verità”. Qualsiasi
vescovo che pensasse o insegnasse in rottura con quest'insieme
organico, ossia in modo puramente individuale, o che terrebbe uno
stile di vita che non fosse quello di un membro del Corpo di Cristo,
perderebbe il suo “carisma di verità”, sarebbe trascinato dalla
sua immaginazione e cadrebbe nell'errore e nell'eresia.
È in questo senso che sant'Ireneo scrive:
“Bisogna
ascoltare i presbiteri che sono nella Chiesa: sono i successori degli
apostoli e, con la successione nell'episcopato, hanno ricevuto il
carisma sicuro della verità secondo il piacere buono del Padre.
Quanto a tutti gli altri, che si separano dalla successione
originale, qualunque sia il modo con il quale tengono le loro
conventicole, bisogna guardarli come sospetti: sono degli eretici
dallo spirito falso o degli scismatici pieni di orgoglio e
sufficienza o ancora degli ipocriti che non agiscono se non per lucro
e vanagloria. Tutta
questa gente si è smarrita lontano dalla verità
[…].
Ci
si deve, dunque, allontanare da tutti gli uomini di questo tipo ed
attaccarsi,
al contrario, a coloro che, come stiamo per dire, osservano la
successione degli Apostoli e, con la carica presbiterale, offrono una
parola sana e una condotta irreprensibile
(Tit 2, 8) […]. È per questo che l'apostolo Paolo, forte della sua
buona coscienza, si giustificava presso i Corinti: 'Noi
non siamo infatti come quei molti che falsificano la parola di Dio;
ma parliamo mossi da sincerità, da parte di Dio, in presenza di Dio,
in Cristo'
(2 Cor 2, 17); 'Fateci
posto nei vostri cuori! Noi
non abbiamo fatto torto a nessuno, non abbiamo rovinato nessuno, non
abbiamo sfruttato nessuno'
(2 Cor 7, 2).
Sono
questi presbiteri che nutre la Chiesa […]. Paolo insegna il luogo
in cui li si troverà: 'E
Dio ha posto nella chiesa in primo luogo degli apostoli, in secondo
luogo dei profeti, in terzo luogo dei dottori'
(1 Cor 12, 28). È in effetti là ove furono deposti i carismi di Dio
che ci si deve istruire sulla verità, ossia presso coloro in cui si
trova riunita la successione nella Chiesa dagli apostoli, l'integrità
inattaccabile della condotta e la purezza incorruttibile della parola
(Tit 2, 8). Questi uomini conservano la nostra fede nell'unico Dio
che ha creato tutte le cose; fanno crescere il nostro amore verso il
Figlio di Dio che ha compiuto per noi queste grandi economie; infine
ci spiegano le Scritture in modo totalmente sicuro” (22).
Il
“carisma di verità” di cui dispone il vescovo suppone, per
essere attivo, che costui abbia una fede giusta e abbia ricevuto una
formazione teologica adeguata ma che, pure, abbia condotto e continui
a condurre un tipo di vita ecclesiale e personale in accordo con
questa fede che ne conferma contemporaneamente i fondamenti e
l'espressione, secondo il principio “lex
orandi, lex credendi”.
Nel
momento dell'ordinazione del vescovo, la Chiesa non gli da solo il
“carisma di verità” legato alla sua funzione, ma prova la sua
fede e gli domanda di manifestare che sia veridica. All'inizio del
rito di consacrazione (23), uno dei vescovi consacranti gli domanda:
“Qual'è la tua fede?”. Il futuro vescovo risponde con una prima
professione di fede che comporta la recita del Credo e
un'affermazione della sua intera adesione alle definizioni dei sette
concili ecumenici e dei sinodi locali, ai canoni adottati dai santi
padri e a tutto quanto insegna la Chiesa una, santa, cattolica e
apostolica.
Dopodiché
il secondo vescovo consacrante gli domanda: “Esponici in modo più
dettagliato la tua professione di fede sulle proprietà delle tre
Persone dell'incomprensibile Trinità”. L'ordinando gli risponde
con una professione di fede trinitaria ortodossa. Alla fine, alla
richiesta del terzo vescovo, l'ordinando presenta una confessione di
fede ortodossa sulla persona e sulle nature di Cristo e sulla
venerazione delle icone. Ogni volta l'ordinando attesta che questa
confessione di fede è stata redatta di propria mano e ne legge il
testo sull'evangeliario aperto che tiene tra le mani.
Solo
allora è confermata la promozione dell'ordinando come vescovo,
promozione che sarà seguita dalla consacrazione.
È
ovvio che questa sinergia è necessaria non solo per quanto riguarda
la funzione d'insegnamento del vescovo e del prete, ma per
l'esercizio conveniente delle loro altre funzioni sacerdotali.
Benché
l'ordinazione conferisca a quanti sono dello stesso rango la medesima
qualità ministeriale, il
principio caro ai padri greci dell'analogia, ossia di una recezione
della grazia proporzionalmente alla dignità spirituale di ciascuno,
si applica pure ai chierici
(24).
Note
1)
Questo si manifesta particolarmente attraverso la costante pratica di
comunicare i bambini il più spesso possibile, al di fuori di ogni
contesto liturgico, e di condurli in chiesa solo al momento della
comunione, oppure a far partecipare adulti e bambini in buona salute
al sacramento dell'Unzione dei malati con un fine profilattico.
2)
Riguardo a questa nozione, il suo significato, il suo posto e la sua
importanza nella tradizione teologica e ascetica ortodossa, vedi: V.
Lossky, La
teologia mistica della Chiesa d'Oriente;
M. Lot-Borodine, La
Déification de l'homme,
Paris, 1970, p. 216-222. Lo stesso termine di “sinergia” è
frequentemente utilizzato dai padri, in particolare da san Macario
d'Egitto, san Marco il Monaco, san Nicola Cabasilas.
3)
La nozione di analogia è molto presente in Dionigi l'Areopagita ma
pure presso san Massimo il Confessore e in altri padri.
4)
Questioni
a Thalassios,
54, CCSG 7, p. 455.
5)
Catechesi
Battesimali,
V, 24.
6)
Trattati
etici,
X, 448.
7)
Cfr. La
vita in Cristo,
I, 66, SC 355, p. 132.
8)
La
vita in Cristo,
I, 16, SC 355, p. 90.
9)
Omelie
(coll.
II), XXXVII, 10, PTS 4, 269-270.
10)
Ibid.,
XV, 5, PTS 4, p. 129.
11)
Omelie
(Coll. II), XV, 2, PTS 4, P. 127.
12)
Discorsi,
II, 17, SC, 247, p. 112; cfr. Poemi,
I, II, 9, v. 90-91.
13)
Spiegazione
della Divina Liturgia,
I, 2, SC 4 bis, p. 56.
14)
Commento
alla seconda epistola a Timoteo,
I, 2, PG 62, 603.
15)
Stromati,
VI, XIII, 106, SC 446, p. 272.
16)
Commento
al Vangelo secondo Matteo,
XII, 14.
17)
Inni,
XIX, 86-103, SC 174, p. 100-102.
18)
Catechesi
XXVIII,
262-293, SC 113, p. 148-150.
19)
Trattati
etici,
VI, 417- 428, SC 129, p. 150.
20)
L'espressione è di Sant'Ireneo di Lione, Contro
le Eresie,
IV, 1, 2.
21)
Contro
le Eresie,
III, 3, SC 211, p. 30.
22)
Contro
le Eresie,
IV, 26, 2-5, SC 100, p. 718-728.
23)
Quando questo è seguito integralmente poiché capita che sia
abbreviato.
24)
Ad esempio Giovanni Crisostomo scrive riguardo al diacono e
protomartire Stefano: “Vedete come, tra i sette, ve ne sia uno che
si distingue e tiene il primo rango. Benché tutti avessero ricevuto
l'ordinazione, egli attirò su se stesso una maggiore grazia”
(Omelia
sugli Atti degli Apostoli,
XV, 1).
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Traduzione
©
Traditio Liturgica




