Due articoli
fa, si parlava dell’oblio progressivo degli autori antichi nella
prassi della Chiesa e nella sua teologia. Da quest’oblio è derivata la decadenza
del Cristianesimo. Giustamente è stato chiesto in che senso e com’è stato possibile tale avvenimento. Qui s’inizierà a rispondere a
tale domanda.
Se è vero
che certe chiese locali hanno mantenuto più di altre il legame con
l’antichità cristiana, con la venerazione di determinati autori
greci e latini; se è vero che in certe epoche si è ripresentata una
certa attenzione a temi importanti (si pensi ad un certo apofatismo teologico nella spiritualità carmelitana, alla redazione della
Patrologia Greca e Latina per opera dei padri Maurini), è pur sempre
vero che il cammino generale inclinava verso l’oblio in favore
delle tendenze del momento: l’individualismo ha avuto la meglio su
tutto e si è riflesso in varie modalità nello stesso stile della
Chiesa in Occidente, soprattutto oggi.
A livello
teologico, ossia di riflessione articolata sulla fede,
quest’individualismo determina “scelte originali”. Un odierno
teologo famoso non si limiterà a mostrare la sapienza antica del
Cristianesimo ma inizierà col prendere pochi aspetti di essa
staccandoli o prescindendo da tutti gli altri per costruirci un
sistema di pensiero, magari servendosi di una corrente filosofica
attuale (personalismo, esistenzialismo, ecc.). Il procedimento adottato da questi autori è
sempre lo stesso! In questo modo, la dottrina cristiana viene
dissestata e filosofizzata, ossia resa pura speculazione, pensiero,
astrazione. Con questo trattamento si finisce per rendere il
Cristianesimo qualcosa di “troppo umano”, di racchiuso nei limiti
della pura ragione, come direbbe Kant o del sentimento. Non a caso
quest’intellettualizzazione è un puro esercizio della mente e non
comporta (o è impossibile che comporti) una seria prassi spirituale.
Si tratta, allora, di un Cristianesimo monco ed impotente.
Se è vero
che, anticamente, gli autori patristici hanno cercato di utilizzare
termini e concetti provenienti dalla filosofia stoica e platonica (in
realtà più che sistemi di pensiero o filosofie in senso astratto,
queste erano scuole di vita!), è anche vero che le hanno innestate
in un contesto completamente nuovo. I padri non erano puri
intellettuali ma autori spirituali. Fecero, così, una sorta di
“lavaggio” dei concetti pagani trasformandoli in “mattoni da
costruzione” per l’edificio cristiano. Il risultato fu totalmente
nuovo e le somiglianze di alcuni aspetti o termini con quelli pagani
furono solo formali, almeno nel pensiero della grande patristica greca.
Al contrario, i teologi del periodo moderno per la gran maggioranza tendono tutti ad essere dei puri intellettuali.
Se i padri
ritenevano la formazione monastica superiore alla formazione
intellettuale, poiché la pietà doveva dirigere il loro intelletto,
i teologi moderni pongono la formazione intellettuale prima della
pietà e, spesso, a prescindere da quest’ultima, al punto che non
capiscono o sono addirittura avversi alla vita monastica.
Il
monachesimo nel mondo cristiano occidentale è, così, spinto ai
margini della vita della Chiesa; è una riserva di “spiritualità”,
per così dire, che però, a differenza della mentalità dei padri,
non ha e non deve avere a che fare con la teologia in cui regna il
dominio del “puro intelletto”. Questo divorzio è segno di una patologia matura e indica, a sua volta, una totale separazione dalla mentalità
patristica e monastica.
È molto
eloquente, in tal senso, la domanda che un abate benedettino fece al
principale riformatore della liturgia cattolica, mons. Annibale
Bugnini, attorno alla seconda metà degli anni ’60 del ‘900:
“Monsignore, abbiamo posto attenzione ai principi con i quali lei
vuole riformare la Messa solo che, ci chiediamo, come possiamo
applicare tutto questo in un monastero?”. L’arcivescovo Marcel
Lefebvre, presente a questa riunione, ascoltò allibito l’incredibile
risposta di mons. Bugnini e la trascrisse nelle sue memorie: “A dire il vero, per la riforma della
Messa, non ho pensato ai monasteri”. La liturgia “centro e
culmine della vita cristiana”, lavoro per eccellenza dei monaci,
opus Dei, veniva
riformata senza considerare i monaci!
Gran parte
del lavoro teologico attuale è, dunque, una filosofia religiosa che
non ha molto a che vedere con la pietà e la prassi tradizionale
della fede. Essendo così, non può che essere idealista, astratto,
sovente contraddittorio e nemico dei principi fondanti del
Cristianesimo, anche se, a parole, ne vorrebbe riscoprire forza e
autenticità.
Quest’impostazione
teologica non nasce come per incanto da 70 anni a questa parte;
proviene dall’aver dimenticato progressivamente lo stile e i
contenuti degli antichi autori con la conseguenza di una vera e
propria secolarizzazione del pensiero teologico.
Di seguito
proporrò ai miei amabili lettori due autori che presentano tratti significativi in tal senso: Giovanni Zizioulas, metropolita di Pergamo (Patriarcato
Ecumenico) e Christos Yannaras, scrittore e filosofo greco. Entrambi
hanno molti elementi interessanti e, per certi versi, affascinanti
perché cercano di presentare il Cristianesimo orientale con una
veste filosofica occidentale (si servono, in buona parte, della
filosofia personalista ed esistenzialista). Ma entrambi, formati con
una mentalità universitaria occidentale, risentono delle
problematiche su esposte al punto che paiono
straordinariamente simili ad alcuni teologi cattolici attuali.
È questo che contribuisce a determinare la loro fama, al punto che
diverse loro opere sono accessibili e tradotte ed entrambi sono
spesso invitati in dialoghi o riunioni ecumeniche internazionali.
Esporrò di
seguito alcuni loro tratti biografici e le linee emergenti del loro pensiero.
In un
prossimo articolo inizierò ad esporre gli elementi problematici della loro teologia con i quali capiremo praticamente quali rischi corre il
pensiero cristiano quando si allontana da una visione d’insieme
impressa dai suoi antichi autori. Mi servirò, per questo, della
puntuale e inoppugnabile analisi di Jean-Claude Larchet (in Personne et nature, Cerf, Paris 2011).
C’è da
dire che Zizioulas e Yannaras, proprio perché ortodossi,
nominalmente si riferiscono a certi autori antichi ma sostanzialmente
tendono a travisare alcuni tratti importanti del loro pensiero con risultati poco
coerenti e, praticamente, un po’ inquietanti. Il procedimento da
loro seguito è identico a quello dei teologi attuali occidentali:
porre la lente su pochi particolari prescindendo da tutto il resto e
leggerli con i canoni interpretativi della filosofia moderna, senza
prestare gran discernimento. La cosa incredibile è che non abbiamo a che fare con persone ingenue o di formazione superficiale, il che indica la volontà personale di voler a tutti i costi battere una via nuova senza rendersi conto dei pericoli in cui s’incorre.
Si consideri che nel mondo cattolico a
questa problematica ben ricorrente si aggiunge il desiderio di
piacere a tutti i costi all’attuale cultura, finendo per decurtare
non poco le scandalose esigenze evangeliche e gli stretti vincoli
della tradizione ecclesiale.
Questi due
teologi ortodossi e i loro confratelli cattolici rappresentano,
dunque, solo due tappe differenti, due gradini discendenti del
medesimo cammino secolarizzante del cristianesimo, dal momento che esistono “teologi” cattolici che giungono oramai a rifiutare riferimenti tradizionali che i nostri due autori ancora mantengono, almeno formalmente (Vito Mancuso docet, per tutti). Ecco perché è
altamente raccomandabile che anche un lettore cattolico legga e
prenda coscienza di tali fenomeni, essendo
sostanzialmente molto simili a quelli di certi teologi cattolici à
la page che
influenzano assai il pensiero e la prassi religiosa odierna.
Tratti
biografici essenziali di Giovanni Zizioulas
Il
metropolita Giovanni Zizioulas (Kosani, Grecia, 1931), ha iniziato la
sua formazione accademica presso l'Università di Atene e quella di
Salonicco nel 1950. Nel 1955 è poi passato all'Istituto Ecumenico di
Bossey. Tra il 1960 e il 1964 ha lavorato per il dottorato con il
teologo Georges Florovsky discutendolo nel 1965 presso l’Università
di Atene. In seguito è stato docente assistente nella medesima
Università e professore di storia della Chiesa. Nel
1970 ha insegnato patristica presso l'Università di Edimburgo e in
seguito in quella di Glasgow in cui ebbe una cattedra in teologia
sistematica. Fu visiting professor al King College di Londra. Nel
1986 è stato eletto e consacrato arcivescovo metropolita nel
Patriarcato Ecumenico. All’Università di Salonicco ha assunto il
ruolo permanente di docente di teologia dogmatica.
Alcune linee
generali del pensiero teologico di Zizioulas
Il pensiero
del Metropolita Giovanni segue sostanzialmente due direttrici: la
Chiesa e l'essere persona.
- La Chiesa dev’essere compresa come realtà eucaristica con al centro il vescovo che ha un ruolo determinante (contro il pensiero del teologo russo Afanasieff che mette in ombra quest’aspetto). Zizioulas ha, dunque, un concetto episcopocentrico della struttura della Chiesa che comprendere il Vescovo in primo luogo come presidente della Divina Liturgia e la comunità eucaristica.
- Zizioulas, appoggiandosi ad alcuni concetti rinvenibili in Sant’Ireneo e in san Massimo il Confessore, ha elaborato un concetto originale di teologia il cui ruolo centrale è l’essere persona. L’essere persona nella Chiesa, l’ontologia personalista, è un concetto elaborato pure da indagini sulla filosofia greca e patristica unite con alcuni concetti espressi dalla filosofia moderna personalista. Per quest’impostazione, l’essere umano è veramente tale se diviene persona, ossia “essere in relazione”. Un essere che non è in relazione non raggiunge la dignità della persona. Il battesimo inizia a far divenire l’uomo “essere di relazione” facendolo divenire “ipostasi ecclesiale”. Il completamento di questo cambiamento avverrà solo con la risurrezione in cui l’uomo non sarà più sottomesso alla morte.
Tratti
biografici essenziali di Christos Yannaras
Christos
Yannaras (Atene, 1935) iniziò la sua formazione religiosa
all’interno di una confraternita ortodossa, Zoì, nella quale scoprì
il pensiero dei padri della Chiesa. Da essa si distaccò
criticandone il pietismo e il moralismo che, secondo lui, imitavano quelli di marca occidentale. Dal 1964 al 1967 Yannaras
studiò in Germania e scoprì il pensiero di Heidegger. Dal 1968
studiò a Parigi. Qui, pose a confronto i padri della Chiesa con
i filosofi dell’umanesimo tragico contemporaneo, da Nietzsche a Camus. A
Parigi, alla Sorbona, Yannaras preparò una tesi intitolata La
metafisica del corpo presso san Giovanni Climaco, lavoro presentato in Grecia ma non accolto. Solo nel 1970 ottenne un dottorato in teologia a
Tessalonica con una dissertazione dal titolo Il
contenuto ontologico della nozione teologica di persona.
Nel
1981, non senza incontrare resistenze politico-culturali, divenne professore di filosofia ad Atene presso quella che è ora l’Università Panteion di Scienze Politiche e Sociali e vi insegnò fino
alla pensione.
Alcune linee
generali del pensiero teologico di Yannaras
Come il
metropolita Giovanni, Yannaras insiste molto sul concetto di “persona
in relazione” indicando nella relazione la vera realizzazione
umana. Le si contrappone l’individuo, ossia l’uomo chiuso
in se stesso e incapace di una vita d’amore. Per questo il
Cristianesimo non
è una religione, ma è un nuovo modo di esistenza nella comunione.
L’istinto religioso ha sempre cercato, però, d’impadronirsene e di
farne un’istituzione religiosa. Il concetto di amore e
d’innamoramento, come uscita dall’individualismo o dal non essere
persona per Yannaras è fondamentale. Il nostro autore arriva a scrivere:
“Solo se esci dal tuo io, sia pure per gli occhi belli di una
zingara, sai cosa domandi a Dio e perché corri dietro di Lui”.
© Traditio Liturgica
© Traditio Liturgica
(continua)





