Questo
blog, come diversi sapranno, è affiancato da un altro il cui fine è
quello di offrire le letture bibliche domenicali nel cursus liturgico
bizantino.
Le
letture bibliche si appoggiano sul testo greco bizantino, un testo
piuttosto posteriore e, a detta di diversi biblisti, poco
“affidabile” perché ritoccato, rispetto alle versioni più
antiche.
Questo giudizio un po' dispregiativo verso il testo biblico impiegato nella liturgia bizantina
è dei cosiddetti “puristi”, di coloro, cioè, che vogliono a
tutti i costi “distillare” una versione biblica più antica e
attendibile possibile. Quest'operazione, alla fine, ha finito per
produrre non una ma molte versioni bibliche e temo che ne
arriveranno molte ancora.
S'impone
una domanda: la versione bizantina, per quanto uniformata e
ritoccata, è così malvagia?
Quanto
sto per dire ci darà un ottimo esempio di come le precomprensioni
dei puristi non servano affatto a chi cerca di praticare il vangelo,
ben al contrario!
Domenica 16 novembre 2014: il calendario bizantino festeggia l'evangelista
Matteo. La pericope evangelica che si legge nella Divina Liturgia (la
Messa) è Mt 9, 9-13 in cui si narra la vocazione dell'apostolo. La
pericope evangelica, al suo termine, recita in greco:
La Bibbia Cei e tutte le altre bibbie italiane traducono questo passo come segue:
La frase è quella che Cristo pronuncia per giustificare la chiamata di Matteo, esattore delle tasse e, dunque, uomo non amato dal popolo: Cristo non chiama quelli che il mondo vede come giusti ma i peccatori. La versione liturgica bizantina aggiunge una specificazione, assente nelle versioni nostrane: “εἰς μετάνοιαν”, ossia “per la conversione”.
Quest'aggiunta, per quanto posteriore, indica la preoccupazione di tipo pastorale del redattore di mostrare come la chiamata di Cristo ai peccatori non volesse in alcun modo lasciarli nella loro condizione di peccato.
Il vangelo di Matteo in altri contesti parla chiaramente: la persona non deve rimanere com'è ma convertirsi al vangelo di Cristo: “Io vi battezzo con acqua per la conversione” (Mt 3, 11), “Convertitevi perché il Regno di Dio è vicino” (Mt 3,2).
Questo contesto ha suggerito al redattore del vangelo liturgico bizantino matteano di aggiungere tale precisazione che, però, non risulta essere una sua bizzarria ma è in perfetta linea con lo spirito evangelico di Matteo.
Perché sarà avvenuta quest'inserzione? Probabilmente perché già allora qualcuno avrebbe potuto equivocare, vedendo in Cristo un filantropo che si schiera con i peccatori per lasciarli, in definitiva, come sono.
L'intervento precisatore del redattore bizantino ha fatto capire che non è questo il modo in cui si deve interpretare tale passo e il vangelo in generale. Una precisazione che dovrebbero imparare molti uomini di Chiesa attuali, tentati di giustificare le persone senza infondere in loro quello che padre Paisios l'atonita definiva “una sana inquietudine”, ossia il sentirsi sempre inadeguati, peccatori, davanti a Dio con la conseguente necessità di una perenne conversione.
Cristo chiama il peccatore “εἰς μετάνοιαν”, ossia “per la conversione”, non per lasciarlo com'è, magari battendogli una mano sulla spalla.
Ecco come una versione, che i biblisti attuali guardano con sufficienza, finisce per essere pastoralmente molto più efficace di altre purissime versioni, che però non sono mai così pure da impedire che ne vengano fatte infinite altre.
La Bibbia Cei e tutte le altre bibbie italiane traducono questo passo come segue:
“poiché io non sono venuto a chiamare dei giusti, ma dei peccatori”.
La frase è quella che Cristo pronuncia per giustificare la chiamata di Matteo, esattore delle tasse e, dunque, uomo non amato dal popolo: Cristo non chiama quelli che il mondo vede come giusti ma i peccatori. La versione liturgica bizantina aggiunge una specificazione, assente nelle versioni nostrane: “εἰς μετάνοιαν”, ossia “per la conversione”.
Quest'aggiunta, per quanto posteriore, indica la preoccupazione di tipo pastorale del redattore di mostrare come la chiamata di Cristo ai peccatori non volesse in alcun modo lasciarli nella loro condizione di peccato.
Il vangelo di Matteo in altri contesti parla chiaramente: la persona non deve rimanere com'è ma convertirsi al vangelo di Cristo: “Io vi battezzo con acqua per la conversione” (Mt 3, 11), “Convertitevi perché il Regno di Dio è vicino” (Mt 3,2).
Questo contesto ha suggerito al redattore del vangelo liturgico bizantino matteano di aggiungere tale precisazione che, però, non risulta essere una sua bizzarria ma è in perfetta linea con lo spirito evangelico di Matteo.
Perché sarà avvenuta quest'inserzione? Probabilmente perché già allora qualcuno avrebbe potuto equivocare, vedendo in Cristo un filantropo che si schiera con i peccatori per lasciarli, in definitiva, come sono.
L'intervento precisatore del redattore bizantino ha fatto capire che non è questo il modo in cui si deve interpretare tale passo e il vangelo in generale. Una precisazione che dovrebbero imparare molti uomini di Chiesa attuali, tentati di giustificare le persone senza infondere in loro quello che padre Paisios l'atonita definiva “una sana inquietudine”, ossia il sentirsi sempre inadeguati, peccatori, davanti a Dio con la conseguente necessità di una perenne conversione.
Cristo chiama il peccatore “εἰς μετάνοιαν”, ossia “per la conversione”, non per lasciarlo com'è, magari battendogli una mano sulla spalla.
Ecco come una versione, che i biblisti attuali guardano con sufficienza, finisce per essere pastoralmente molto più efficace di altre purissime versioni, che però non sono mai così pure da impedire che ne vengano fatte infinite altre.



