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| Monachesimo come isolamento dal mondo: un non senso? |
Giovanni Zizioulas e Christos Yannaras sono presi come semplici esempi indicativi per mostrare la tendenza al ribasso di una certa teologia moderna. Il fatto che siano ortodossi non deve frenare l'attenzione di un lettore cattolico perché il metodo da essi impiegato per creare un cammino "originale" che si allontana dalle fonti è ampiamente percorso da moltissimi teologi cattolici a loro volta preceduti già nel XIX secolo dai teologi liberali protestanti. Il metodo impiegato è, dunque, sempre lo stesso, che siano cattolici o ortodossi: la teoria originale dell'autore è un letto di procuste sul quale viene stesa e tranciata alla bisogna la dottrina tradizionale. In questa parte il commentatore, Jean-Claude Larchet, mostra ampiamente come i due autori prendano dal tesoro della tradizione giusto quello che va bene alla loro teoria che trasforma il Cristianesimo in qualcosa di puramente astratto. Si noti come questi nuovi teologi, esattamente come quelli occidentali, non capiscono e siano avversi alla vita monastica. Un particolare di fondamentale importanza, foriero di pesanti conseguenze pratiche.
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Un’ignoranza
sulla possibilità di trasfigurare la natura umana e sui caratteri
individuali
Il
processo di salvezza e di deificazione dell’uomo inizia attraverso
una conversione che, per sinergia del suo libero sforzo volontario
unito alla grazia di Dio, non abolisce la sua stessa natura, come
vorrebbero i nostri due autori, ma cambia di orientamento le sue
potenze o facoltà (δυνάμεις)
facendole agire (ponendo in opera la loro energia) verso Dio, in un
modo conforme alla volontà divina ma che è pure conforme al
dinamismo profondo della natura come Dio l’ha voluta, l’ha creata
e l’ha restaurata in Cristo. Come nota V. Harrison, «le
particolarità naturali non devono essere soppresse ma piuttosto
riorientate verso Dio, pienamente sviluppate e trasfigurate” (1).
Lo stesso autore evidenzia giustamente che i caratteri individuali
(che Yannaras e Zizioulas trattano in modo peggiorativo con il
pretesto d’essere elementi comuni a differenti uomini e di provenire dalla natura, non dalla persona che è unica) sono essi stessi
chiamati non ad essere combattuti o negati ma ad essere orientati
positivamente verso Dio. Considerati in rapporto verso gli altri, non
sono necessariamente dei segni di egoismo o di egotismo (come se
individualità significasse individualismo), ma divengono degli
strumenti che permettono di stabilire la relazione e di donarsi agli
altri attraverso di loro e in loro (2).
Una
minimizzazione del ruolo della grazia divina
Sia
in Yannaras che in Zizioulas, la grazia divina è evocata raramente e
non pare giocare che un minimo ruolo nella vita spirituale e nella
salvezza dell’uomo (3).
Una
delle ragioni, rilevata da molti autori (4),
è che nel sistema di Yannaras e soprattutto di Zizioulas, la nozione
di persona s’identifica praticamente alla grazia (5) fino a sostituirsi ad essa e a renderla inutile: l’uomo non ha
bisogno della grazia per superare i limiti della natura, poiché li
supera in quanto persona, ontologicamente e attraverso il suo potere
estatico; non ha bisogno della grazia per essere salvato e deificato
poiché la sua persona, nella realtà escatologica della quale essa è
già portatrice hic et nunc, trova già il suo compimento e la
sua perfezione.
Un
concetto ridotto d’ascesi
I
nostri due autori hanno un concetto di ascesi contemporaneamente
ridotto e sfocato e ci si può a volte chiedere se abbiano la minima
idea di quel che significa questa nozione nella tradizione
ortodossa (6).
C.
Yannaras ne da una definizione generale: “L’ascesi è la
trasformazione del modo d’esistenza individuale della natura in
avvenimento personale di comunione e di relazione” (7).
J.
Zizioulas afferma nella stessa prospettiva che l’ascesi consiste ne
“il rifiuto dell’ipostasi biologica”, nel rifiuto di fondare la
propria ipostasi sulla natura per ipostatizzarsi come persona (si
tratta, in particolare, d’ipostatizzare ecclesialmente il corpo e
l’eros (8)).
Quest’idea è nella logica della teoria personalista dei nostri
due autori e vi si ritrovano alcuni elementi della concezione di
Berdiaev (9).
Oltre
il carattere molto generale di tale concetto (10) che rompe con il carattere molto preciso e assai pratico di ascesi
avuto dai padri (al punto di averle dato il nome di praxis),
si può rimproverare ai nostri due autori una sorta di
“despiritualizzazione” della vita ascetica e, pure, di una sorta
di “naturalizzazione” paradossale di questa, poiché essa si
trova definita in rapporto alla natura da cui si deve fuggire. Per
Yannaras, l’ascesi è il combattimento che fa la persona per
liberarsi della necessità alla quale è sottomessa la sua natura per
superare gli elementi impersonali della sua natura biologica (11).
Per Zizioulas, alla stessa maniera, “il significato dell’ascesi
consiste in questo: meno si fonda la propria ipostasi sulla natura,
sull’essenza, più ci si ipostatizza in quanto persona: in questa
maniera l’ascesi non nega la natura ma la libera della necessità
ontologica dovuta all’ipostasi biologica” (12).
Si vede che la natura creata è da superare per il fatto stesso dei
suoi limiti spazio-temporali e per il fatto che essa porta,
biologicamente, all’autoconservazione e dunque al ripiego su se
stessi e alla separazione, alla divisione e, alla fine, alla morte.
In
uno dei suoi ultimi studi, Zizioulas considera uno dei principali
fini dell’ascesi quello di riconoscere e accettare l’altro in
quanto tale, accompagnato particolarmente dal rifiuto di qualsiasi
giudizio sull’altro (13).
Ma, oltre il carattere assai vago di questo concetto, si può
ugualmente rimproverargli un certo carattere naturalista e
interrogarsi su cosa distingue tale attitudine da un’attitudine di
tolleranza spinta all’estremo. Se a far la differenza è l’amore, non bisognerebbe mostrare come questo, per essere autentico,
presupponga una purificazione delle passioni (14),
che costituisce precisamente, secondo i padri, una delle funzioni
principali dell’ascesi, quanto Zizioulas e Yannaras sembrano
ignorare?
Rifiutando
(con ragione) il moralismo, i nostri due autori rifiutano pure la
morale – di cui essi hanno ragione di distinguere l’ethos
cristiano – al punto di rifiutare ogni riferimento alle nozioni di
bene, di male e di dovere (15).
Un
tal rifiuto non esiste chiaramente nella tradizione dei padri.
Costoro
propongono all’uomo un dover essere (che san Massimo chiama
“l’essere bene”) che ha per norma la somiglianza con Dio. Essi
distinguono le tendenze malvage della natura (si tratta, qui, della
natura decaduta) che bisogna combattere e delle tendenze buone della
natura (si tratta, qui, della natura originale dell’uomo restaurata
da Cristo), che bisogna favorire; queste tendenze sono, d’altronde,
quelle delle stesse facoltà ma di cui il movimento e l’attività
sono orientate differentemente (16).
Abbiamo già notato che per i padri, contrariamente ai nostri due
autori, la natura ha piuttosto un valore positivo perché, nel suo
dinamismo fondamentale (quello delle sue facoltà) , è orientata verso
Dio; l’ascesi ha, allora, la funzione per la persona d’accompagnare
questo dinamismo fondamentale della sua natura ponendo le sue facoltà
in attività “secondo natura” e impedire, al contrario,
l’esercizio della loro energia “contro natura”, quanto
corrisponde rispettivamente alla pratica delle virtù e alla lotta
contro le passioni ed è per questo che il cristiano dispone di un
aiuto indispensabile: quello della grazia e di guide preziose: i
comandamenti divini.
Ora,
non si trova affatto nei nostri due autori il concetto onnipresente
nei padri secondo il quale l’ascesi consisterebbe nell’osservanza
dei comandamenti divini (considerati non in modo giuridico, come
leggi, o in modo morale, come regole, ma in quanto precetti della
vita in Cristo) e comporterebbe due aspetti indispensabili e
complementari: la purificazione dello spirito e del cuore da tutte le
passioni, e la vita secondo le virtù, condizioni indispensabili per
ricevere la presenza attiva dello Spirito Santo e acquisire la
somiglianza a Cristo permettendo d’unirsi a Dio.
Il
rifiuto del polo umano della sinergia ascetica
I
nostri due autori non solo evocano molto poco la grazia divina, come
abbiamo notato, ma disprezzano pure ogni forma di combattimento
spirituale interiore vedendola come una forma di psicologismo (17) e, più generalmente, svalorizzano totalmente, come un’espressione
di pietismo, ogni sforzo umano (ritenuto inutile e inefficace) (18),
il quale è pertanto considerato dai padri greci come uno dei due
poli indispensabili e complementari della “sinergia” che
dinamizza la vita spirituale. Questo elemento è particolarmente
importante poiché è attraverso questo che è manifestata e provata
la libera volontà dell’uomo d’essere salvato e deificato,
giacché, come sottolinea san Massimo, Dio non ci salva contro la
nostra volontà né senza questa (19).
La
vita spirituale, secondo Zizioulas, risiede in uno slancio ascetico
della persona fuori dalla natura, ed è nella liberazione in rapporto
alla natura che consiste la salvezza. In questo concetto la natura
umana non solo non è stata salvata (è spogliata, sfuggita,
abbandonata, lasciata a se stessa) ma non partecipa assolutamente
alla vita spirituale dell’uomo e al processo della sua salvezza.
Come sottolinea p. Nikolaos Loudovikos “in quanto ̒pura
liberazione in rapporto alla natura’, la sorte della persona [che
promuove Zizioulas] non vuole minimamente lavorare con la sua
natura” (20).
Svalorizzazione
dell’ascesi individuale e della vita monastica
La
sopravvalutazione, da parte dei nostri due autori, del carattere
relazionale della persona e della dimensione comunitaria della vita
spirituale, li conduce a svalorizzare l’ascesi personale (nel senso
corrente del termine) che essi considerano negativamente come una
manifestazione dell’individualità nel senso peggiorativo dato da
loro a questo termine, dunque come una forma d’individualismo e
come una forma di pietismo (21).
Essi
non considerano alcuna relazione con Dio e con il prossimo al di
fuori della sinassi liturgica alla quale limitano la Chiesa e la vita
ecclesiale (vedi supra). La relazione concentrata, diretta,
verticale del fedele con Dio nel quadro della liturgia è oggetto dei
sarcasmi di Zizioulas che parla a suo riguardo d’ «un preteso
incontro immateriale che non è, in fondo, altro che una semplice
relazione psicologica» (22).
Il
monachesimo eremitico è screditato dai nostri due autori come un
modo di vita individualista e solamente le pratiche comunitarie del
monachesimo trovano grazia ai loro occhi (23),
un concetto che conduce logicamente alla svalorizzazione non solo del
modo di vita esicasta ma, ancora, della preghiera
personale/individuale (24).
Zizioulas
sottolinea che l’ascesi monastica ha un valore solamente nel quadro
relazionale, più precisamente quello d’«una relazione orizzontale
e non d’una relazione verticale con Dio» (25),
detto diversamente, quello d’ «una relazione con gli altri
e non [quella] d’una relazione individuale» (26).
«La cosa cruciale – egli nota – non è quanto mi giunge, ma
quanto arriva tra me e qualcun’altro» (27).
Questo concetto ridotto (e per questo deviante in rapporto al
concetto patristico tradizionale di ascesi) discende logicamente
dalla falsificata concezione che Zizioulas ha dell’individualità e
della personeità (l’individualità è, secondo lui, necessariamente
isolante, separatista ed egoista, mentra la personeità è
necessariamente relazionale, unitiva ed altruista). Esso non solo
svalorizza la relazione con Dio ma valorizza la relazione tra le
persone piuttosto che le persone stesse, facendo apparire la
relazione come un valore assoluto (vedi supra), come un valore
in sé, indipendentemente dalle persone in relazione e dal contenuto
della loro relazione tale che ciascuno può apprenderlo.
Zizioulas
per i bisogni della sua causa crea, d’altronde, una opposizione
artificiale tra due «esperienze fondamentali da dove gli ortodossi
[secondo lui] traggono il contenuto dell’ecclesiologia: da una
parte la santa eucarestia, il vissuto liturgico accessibile a tutti i
fedeli nel mondo e, dall’altra, l’esperienza ascetica e la
vocazione monastica» (28),
esperienze tra le quali vede un «antagonismo innato» (29).
Una tale opposizione – e anche una tale distinzione – non è
evidentemente pertinente. Da un lato, perché il vissuto liturgico e
l’esperienza eucaristica costituiscono una grande parte della vita
monastica e, dall’altro, perché i pii fedeli, che vivono nel mondo, conducono pure una vita ascetica (la quale, seppur sovente meno
radicale di quella dei monaci poiché non comporta “le tre
rinunce”, è fondamentalmente della stessa natura e persegue il
medesimo fine). Tali laici vengono a ricaricarsi nei monasteri e a
partecipare alla loro vita liturgica. Bisogna inoltre sottolineare
che pure i monasteri, desiderosi di preservare il silenzio e la
solitudine dei fratelli o delle sorelle, restano spiritualmente in
relazione con il mondo attraverso la vita liturgica (la quale
rappresenta un’esperienza ecclesiale totale che oltrepassa la
clausura del monastero) e la preghiera per il prossimo, inerente alla
praxis monastica (coloro che frequentano abitualmente dei
monaci sanno che l’attenzione agli altri e la delicatezza nei loro
riguardi, il sentimento di solidarietà con tutti gli uomini
sofferenti nel mondo e la compassione sono sovente molto più
sviluppati presso i monaci stessi (30) – ivi compresi gli eremiti – che presso i laici delle
comunità parrocchiali).
La
compassione in tutte le altre forme d’amore verso il prossimo non
si acquisisce proclamando: “L’amore! L’amore!”, promuovendo
la persona come entità relazionale e valorizzando filosoficamente il
concetto di relazione ma, piuttosto, attraverso l’ascesi
personale/individuale che permette al fedele (monaco o laico che sia)
di liberarsi dalle sue passioni, ossia da tutte le forme
d’attaccamento al mondo e a se stesso che l’impediscono di unirsi
spiritualmente a Dio e agli altri. Un insegnamento universale dei
padri e della spiritualità ortodossa prevede che l’impassibilità
(che si acquisisce con la lotta ascetica contro le passioni) è la
condizione assoluta dell’autentico amore spirituale.
Zizioulas
afferma che quanto considera come approccio monastico/ascetico è una
deviazione la cui sorgente è nella filosofia platonica delle idee
(secondo la quale l’uomo che ha subito la caduta deve ritrovare la
sua identità in un archetipo trascendente). Tale filosofia sarebbe
stata portata in seno al Cristianesimo da Clemente d’Alessandria,
Origene e dalla tradizione alessandrina che, da un lato, avrebbero
fatto del Verbo di Dio il modello da realizzare per ogni cristiano a
cui ci si deve avvicinare, unire e partecipare per trovare la propria
identità ontologica e, dall’altro, avrebbero visto nell’ascesi e
nel monachesimo (sic) un metodo che permette all’anima di
liberarsi dal contenitore della carne, di purificarsi dalle passioni
e di unirsi con il Verbo di Dio. Da allora, la Chiesa avrebbe avuto
la principale missione di fornire all’uomo la possibilità di
purificarsi da quanto ostacola la sua unione con il Verbo e, da
allora, sarebbe stata vista come un rimedio per le anime «la sinassi
eucaristica, la santa comunione [finendo] per non essere più che un
sostegno nella lotta contro le passioni», «la prospettiva
terapeutica ricevette una priorità riguardo alla prospettiva
eucaristica». Secondo Zizioulas, «i principi di Origene hanno
continuato ad esercitare la loro influenza fino ai Cappadoci e sono
sopravvissuti ancora nei secoli seguenti fino a giungere fino a noi»:
«hanno impregnato la poesia e l’innografia ecclesiastica in cui il
modello di santità è il santo asceta» (31).
Questa
teoria è contemporaneamente riduttiva e confusa.
Inizialmente,
il carattere esemplare di Cristo non è frutto di un’influenza
platonica ma un dato fondamentale del Cristianesimo, presente già
nel Nuovo Testamento (32),
come pure l’ideale di perfezione proposto a ciascun cristiano (cfr.
Mt 5,48; 19, 21; Col 1, 28; Ef 4, 13). È la stessa cosa nei riguardi
dell’affermazione secondo cui è con la pratica dei comandamenti
(che si compie con la lotta contro le passioni, da un lato, e la vita
nella pratica delle virtù, dall’altro) che il cristiano realizza
la somiglianza a Cristo e gli permette di unirsi a Lui (Cfr. Mt 19,
17; Gv 14, 21; 15, 10; 1 Cor 7, 19; 1 Gv 2, 3; 3, 24; 5, 3; 2 Gv 6).
La prospettiva terapeutica è, tra l’altro, un modo pertinente,
ampiamente garantito da tutta la tradizione ortodossa (integrante sia
la Scrittura che i concili, i padri e la liturgia) di esprimere la
trasformazione spirituale del cristiano che passa dallo statuto di
“vecchio uomo” a quello “dell’uomo nuovo in Cristo”; il
concetto di Chiesa come luogo terapeutico per eccellenza e di
sacramenti come medicamenti, appare esso stesso presso tutti i padri,
in moltissimi testi liturgici e nei rituali stessi dei sacramenti (33).
Non
si può negare il rapporto di alcuni concetti legati alla
spiritualità ortodossa con il platonismo o il neoplatonismo ma, ad
esempio per quanto riguarda le passioni e le virtù, i rapporti con
lo stoicismo sono molto più numerosi. Non si può parlare
propriamente d’una influenza, poiché la spiritualità come la
teologia cristiana ha prodotto il suo frutto da differenti dati da
lei digeriti, integrati cristianizzandoli e conferendo loro tutta
un’altra natura. L’importante non è l’origine di tali dati ma
il modo in cui la Chiesa li ha integrati nella sua Tradizione e ne ha
fatto il proprio bene riconoscendoli atti ad esprimere la sua verità.
L’opposizione
stabilita da Zizioulas tra prospettiva eucaristica e prospettiva
ascetica è totalmente artificiale poiché la vita cristiana è
indissociabilmente comunitaria e personale/individuale. Nelle due
prospettive è all’unione con Cristo (e da Lui con gli altri
uomini) che si mira e le due prospettive contribuiscono a realizzare
tale unione. La comunione è contemporaneamente un mezzo d’unirsi a
Cristo e d’essere uniti in Lui con gli altri membri del corpo, un
rimedio per l’anima e per il corpo e un mezzo di fortificazione
della vita spirituale nell’obiettivo dell’unione con Dio e della
deificazione. Senza vita liturgica non vi può essere autentica vita
ascetica e senza vita ascetica non vi può essere autentica vita
liturgica.
Traduzione
© Traditio Liturgica
[Continua]
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Note
(1) «Yannaras
on Person and Nature», St. Vladimir’s Theological Quarterly,
33, 1989, p. 291.
(2) «Yannaras
on Person and Nature», St. Vladimir’s Theological Quarterly,
33, 1989, p. 292; «Zizioulas
on Communion and Otherness», St. Vladimir’s
Theological Quarterly, 42,
1998, p. 287.
(3) Su
tale questione, vedi pure quanto abbiamo precedentemente detto sul
modo con cui i nostri due autori concepiscono le energie divine.
(4) Cfr.
I. Ică
jr., «Persoană sau/şi
ontologie în gândirea ortodoxă contemporană»,
p. 374, e N. Loudovikos, «Person Instead of Grace and Dicated
Otherness: John Zizioulas’ Final Theological Position», Heythrop
Journal, 48,
2009, p. 3.
(5) Zizioulas
parla, ad esempio, de «la grazia totalmente libera della persona»
(Communion and Otherness, p.
10). Nello stesso passo pone in parallelo il potere totalmente
libero per il quale Dio crea il mondo con la grazia totalmente
libera con la quale la persona afferma e così crea l’altra.
Bisogna notare che nel sistema di Zizioulas è a volte la relazione
ad identificarsi con la grazia (vedi L’Église
et ses institutions, p.
347). Le due idee restano coerenti poiché la persona è definita
essenzialmente come un essere relazionale.
(6) Come
in questa definizione per lo meno sorprendente di Yannaras:
«L’ascesi quotidiana del fedele […] è una partecipazione
personale alla festa e alla gioia della Chiesa» (La liberté de
la morale, p. 95).
(7) La
liberté de la morale, p. 97.
(8) Cfr.
«Du personnage à la personne», in L’Être
ecclésial, p. 53-55.
(9) «[...]
chiunque dice ascesi» che consiste particolarmente nel «rifiuto di
subire l’influenza di forze impersonali sia all’esterno di sé
che nel mondo esteriore» (De l’esclavage et de la liberté de
l’homme, p. 52); «L’ascesi deve consistere essenzialmente nella
manifestazione e nella preservazione della persona sotto tutte le
sue forme, nella resistenza attiva alla potenza del mondo che tende
a distruggere la persona, ad asservirla» (ibid).
(10) Di
fronte alla generalissima idea di Yannaras che l’impegno etico
della persona è combattere contro l’individualità biologica
(vedi infra), il patrologo ortodosso V. Harrison pone
correttamente la questione di sapere a cosa ciò corrisponde
esattamente («Yannaras on Person and Nature», St. Vladimir’s
Theological Quarterly, 33,
1989, p. 291).
(11) Cfr.
La liberté de la morale, p.
98, 100, 101.
(12) «Du
personnage à la personne», in L’Être
ecclésial, p. 53-54, n. 56.
(13) «On
Being Other», in Communion and Otherness, p. 81-88.
(14) Vedi
il nostro libro Variations sur la charité, Paris,
2007, passim.
(15) Vedi
J. Zizoulas, «On Being Other», in Communion and Otherness,
p. 81.
(16) Abbiamo
già sviluppato questa prospettiva dettagliatamente e con numerosi
riferimenti nel nostro libro Thérapeutique des maladies
spirituelles, 5a
edizione, Paris, 2007.
(17) Come
lo constata N. Loudovikos riguardo a Zizioulas («Person Instead of
Grace and Dictated Otherness: John Zizioulas’ Final Theological
Position», Heythrop Journal, 48,
2009, p. 15).
(18) Cfr.
C. Yannaras, La Liberté de la morale, p. 70.
(19) Cfr.
Questioni a Thalassios, 6,
CCSG 7, p. 69-71; Commento al Padre nostro,
CCSG 23, p. 36. Vedi il nostro studio La Divinisation de
l’homme selon saint Maxime le Confesseur, Paris,
1997, cap. IX, I: «Il ruolo dello sforzo personale dell’uomo nel
processo della sua salvezza e della sua divinizzazione», p.
437-451.
(20) «Person
Instead of Grace and Dictated Otherness: John Zizioulas’ Final
Theological Position», Heythrop Journal, 48,
2009, p. 5.
(21) Cfr.
C. Yannaras, La Liberté de la morale, p. 70-71, 95, 97-98,
99, 100, 101, 125; La foi vivante de l’Église,
p. 149.
(22) «La vision eucharistique du monde
et l’homme contemporain», Contacts, 19,
1967, ripreso in L’Église
et ses institutions, p. 249.
(23) Così Zizioulas ricorda che san Basilio insiste sulla via
comunitaria come ideale del monachesimo («The Church as the
Mystical Body of Christ; Towards an Ecclesial Mysticism», in
Communion and Otherness, p.
303 n. 55) dimenticando le apologie dell’hésychia
che si trovano in tanti altri testi patristici.
(24) Citiamo
qui un particolare aneddoto. Un discepolo vicino a Zizioulas, mons.
Ignatije Midić,
vescovo in Serbia, visitando un monastero ortodosso in Francia si è
così indirizzato alla comunità delle religiose: «La preghiera che
fate con il vostro rosario quando siete sole nella vostra cella non
ha alcun valore; quanto ha valore è essere insieme in chiesa».
(25) «The
Church as the Mystical Body of Christ; Towards an Ecclesial
Mysticism», in Communion and Otherness, p.
303; sottolineato
dall’autore.
(26) Ibid.;
sottolineato
dall’autore.
(27) Ibid.;
sottolineato
dall’autore.
(28) «L’identité
de l’Église»,
Ἐφημέριος,
52,
2003, ripreso in L’
Église
et ses institutions, p.
137; sottolineato dall’autore.
(29) Ibid.,
p. 138.
(30) Per
dare solo tre esempi contemporanei vedi il capitolo «Salvezza
personale e salvezza del mondo» nel mio libro Saint
Silouane de l’Athos, Paris,
2001, p. 131-183; Hiéromoine Isaac, L’Ancien
Païssios
de
la Sainte Montagne,
Lausanne, 2009; Père Porhyre, Anthologie
de conseils,
Lausanne, 2007.
(31) Cfr.
«L’identité de l’Église»,
Ἐφημέριος,
52,
2003, L’
Église
et ses institutions, p.
139-141.
(32) Vedi
pure supra la sezione intitolata: «Svalorizzazione del ruolo
esemplare di Cristo».






