Questo post nasce in modo curioso.
Leggendo vari articoli in rete, ho trovato l'intervista ad un sacerdote (che esprime in qualche punto una visione molto clericalista della vita cristiana). Questo mi ha fatto scattare l'idea di esporre in modo semplice qualche concetto fondamentale senza voler essere assolutamente esaustivo.
A volte senza alcuna cattiva intenzione e, anzi, con l'idea di fare il miglior servizio alla Chiesa, si spostano delicati equilibri, si mettono in ombra certi aspetti precedentemente in luce, si sposta insensibilmente il baricentro e tutto, pur rimanendo apparentemente identico, cambia radicalmente. Poi inevitabilmente nascono radicalizzazioni, opposizioni e conseguenze inevitabili.
Partiamo dal primo schema: quello che dispone gli elementi fondamentali in ordine corretto.
Questo schema considera la visione tradizionale, quale si trova, ad esempio, nei trattati ascetici e nelle opere patristiche dei primi secoli del Cristianesimo. Qui è chiaro che l'uomo deve fare un cammino di trasformazione in collaborazione con l'aiuto di Dio (la grazia). Egli si prepara con l'ascesi, ossia con il disciplinare le proprie forze in modo da acquisire un abito adatto, da svellere il proprio terreno per far crescere il seme evangelico. Dio pone la sua opera anche attraverso l'attività dei sacramenti che fanno entrare l'uomo progressivamente in una nuova dimensione. Ascesi e sacerdozio sono dei mezzi indispensabili a servizio di questa crescita che culmina con l' "incorporazione a Cristo" ossia con il divenire "nuova creatura" secondo il dettame neotestamentario. I mezzi sono chiari e il fine pure. Qui la Chiesa si riconosce nel mondo monastico.
Questo schema considera la visione tradizionale, quale si trova, ad esempio, nei trattati ascetici e nelle opere patristiche dei primi secoli del Cristianesimo. Qui è chiaro che l'uomo deve fare un cammino di trasformazione in collaborazione con l'aiuto di Dio (la grazia). Egli si prepara con l'ascesi, ossia con il disciplinare le proprie forze in modo da acquisire un abito adatto, da svellere il proprio terreno per far crescere il seme evangelico. Dio pone la sua opera anche attraverso l'attività dei sacramenti che fanno entrare l'uomo progressivamente in una nuova dimensione. Ascesi e sacerdozio sono dei mezzi indispensabili a servizio di questa crescita che culmina con l' "incorporazione a Cristo" ossia con il divenire "nuova creatura" secondo il dettame neotestamentario. I mezzi sono chiari e il fine pure. Qui la Chiesa si riconosce nel mondo monastico.
Il secondo schema (1) è una distorsione della vita cristiana, distorsione più o meno intensa a seconda di come si radicalizzano le cose. Tale distorsione si è realizzata in alcune epoche della storia del Cristianesimo. In buona sostanza nasce da un'opposizione (ai negatori del sacerdozio) e da una certa miopia con la quale si tende a considerare la Chiesa in modo molto istituzionale. Qui tutto è posto su un piano idealistico per cui il singolo, per amore ad una sua immagine, è spinto ad andare oltre ai propri limiti. La vita ascetica è equivocata come riscatto, come "moneta" con la quale si compera la benevolenza divina. Ad esempio, qui la "continenza dello sguardo" (schema precedente) diventa "castigo dello sguardo", la carne da debole è considerata nemica, ecc. L'esistenza dei santi non è più un fine reale poiché essi, in un certo qual modo, hanno come principale funzione quella di testificare la grandezza della Chiesa (in quanto istituzione) e del sacerdozio che la anima. Quest'ultimo se non a parole almeno a fatti diviene il vero fine ultimo, la perfezione cristiana. Chi lo pensa non si accorge che la "perfezione" dal punto di vista cristiano, è tale se si mantiene e ha senso anche oltre la dimensione terrena (in Paradiso il sacerdozio non serve a nulla e rimane solo la santità). Un sacerdozio inteso in questo senso è sempre più vissuto come l'esercizio di un potere, piuttosto che un reale servizio. D'altronde, la storia è là a dimostrarcelo. Infatti il clero in questo contesto tende a divenire una casta chiusa in se stessa che non da conto ai propri fedeli sul proprio operato. La vita più bella che possa esistere su questa terra, allora, non è tanto la vita nella grazia (la santità) come nel primo schema ma il sacerdozio. L'accento si sposta da una realtà spirituale ad una realtà istituzionale. Senza volerlo e in nome di alcuni principi tradizionali si flette lo sguardo su questa terra e si tende a chiudere l'istituzione in se stessa. A questo punto, se la vita più bella che possa esistere su questa terra è il sacerdozio, perché privarlo alle donne? Le si priverebbe, infatti, di un diritto sacrosanto: "la vita più bella che possa esistere su questa terra"!
Questa Chiesa emargina quel monachesimo ancora animato da spirito antico fino a guardarlo con sospetto: il misticismo è visto come "anti istituzionale" (2).
Esaminiamo il terzo schema (3). Nel momento in cui inconsapevolmente si abbassa la visione umana solo su questa terra, con un'esaltazione eccessiva dell'istituzione sacerdotale, si ha contribuito a far nascere un movimento di spirito che tende sempre più a considerare le cose in modo secolaristico. L'idealismo - sostituito al realismo cristiano del primo schema - viene meno ed è rimpiazzato a sua volta dall'accettazione di quel che siamo senza alcun orizzonte trascendente. L'ascesi e il sacerdozio sono concepiti solo se si applicano ad un generico bene della società, bene inteso nel suo significato materiale, non più spirituale. Alla fine quel che l'uomo era all'inizio si ritrova sostanzialmente alla fine di questo "cammino".
La Riforma luterana predicava l'impossibilità per l'uomo di cambiare, di convertire il suo cuore. Solo grazie alla sua fede il peccatore era giustificato da Dio. In quest'ultimo schema si fa un passo ulteriore: l'uomo oltre a non cambiare affatto si autogiustifica. In questo modo, la stessa idea di Dio (della quale ci si potrebbe servire nel secondo schema) non è più indispensabile e si perviene ad un agnosticismo pratico. Eccoci arrivati, finalmente, ai giorni nostri.
Note
1) Ci tengo ad osservare che il secondo schema non si è mai imposto in modo totalizzante, pure all'interno dello stesso Cristianesimo occidentale. In altre parole, sono sempre rimaste testimonianze del passato, seppur confinate e incomprese, testimonianze che però non hanno più potuto influenzare massivamente il corpo ecclesiale. Questo schema l'ho verificato molte volte all'interno di un determinato mondo tradizionalista cattolico il quale o equivoca la vita spirituale in senso devozionalistico o ha un concetto di Chiesa fortemente istituzionale e legale. Ciò è così vero che non si guarda tanto all'interiorità (data per scontato) quanto a quello che emerge esteriormente. "Se lei diverrà sacerdote, chissà, può essere che un giorno diventi pure vescovo", disse una fedele tradizionalista ad un pio laico, qualche anno fa. Il punto di arrivo, il vertice del cammino cristiano, sembra esaurirsi nell'assumere un incarico istituzionale, non in un'ininterrotta crescita spirituale. Questo spostamento dei baricentri è fatale e dimostra che lo stesso tradizionalismo cattolico (almeno quello con questa impostazione) non può offrire una valida risposta alla crisi del Cristianesimo.
2) È sufficiente ricordare solo il trattamento ricevuto da Teresa d'Avila e Giovanni della Croce.
3) Questo schema purtroppo riguarda un'ampia parte del mondo cattolico odierno.








