Ricordo diverso tempo fa la famosa canzone "Dio è morto", dei Nomadi. Erano arrivati pure a cantarla nella "messa dei giovani", in certe occasioni.
L'affermazione di questa canzone mi è tornata in mente più volte, in questi ultimi giorni.
Sì, in un mondo che si scandalizza perché dei fanatici hanno trucidato un gruppo di redattori e che non si accorge neppure della violenza grafica contro i simboli religiosi prodotta da un giornale, Dio è morto. Il plurimo omicidio, per quanto riprovevole sia, non ha lasciato il minimo spazio alla considerazione dell'uccisione di Dio, in chi, con la matita, non si è limitato alla satira ma si è spinto pure ad infangare i simboli religiosi.
Consideriamo una cosa: quando un uomo è toccato in un simbolo che gli dice molto, non rimane mai indifferente.
Pensate ai furti che avvengono nelle case, al furto di un pendaglio d'oro che collega, nel ricordo, le generazioni tra loro, l'amore di due sposi, il volto di una giovane mamma, i suoi piccoli bambini... Il furto di quest'oggetto, anche se di modesto valore pecuniario, significa una violenza nella propria intimità. È, in un certo senso, qualcosa d'inconsolabile, poiché quell'oggetto era un simbolo. Ecco la forza del simbolo quando evoca veramente qualcosa!
Ma se il Charlie Hebdo o chiunque altro violenta pesantemente un simbolo religioso, in Occidente tutti tacciono.
Si sono abituati, soprattutto nel mondo cattolico, a veder violentata (perché succede proprio questo in non pochi casi in cui il sacro si altera in intrattenimento mondano) la loro stessa liturgia e allora... tacciono.
Sembra veramente che i simboli sacri non appartengano affatto a queste persone, non dicano loro nulla, per tacere in modo così assordante!
L'ho notato pure anni fa, in una chiesa invasa dalla presenza di fogli blasfemi, con luci in gran parte spente e con due donne che, stupidamente, non si erano accorte della profanazione. Un segno chiarissimo che indica che in Occidente, oramai, Dio è morto, non conta realmente più nulla.
Il coro unanime e per certi versi ipocrita di quanti gridano "Io sono Charlie" lo dimostra a suo modo. Essi danno l'impressione d'essere dalla parte d' una libertà che, di fatto, si risolve in una licenza, dalla parte dell'uomo soltanto, poiché Dio, per loro, sembra una limitazione un handicap sociale, una castrazione al pensiero e alle azioni umane.
E in questo coro unanime, la Chiesa occidentale è capace solo di lanciare deboli pigolii di dissidenza, quando ci sono e non sono sostituiti da solidarietà ad occhi chiusi con il mondo laico. Comportandosi così, i suoi aderenti non sanno che, in gran parte, sono malati come tutti gli altri, malati d'una malattia infame che ha reso le loro menti incapaci di capire cose elementari (ad es. la differenza tra libertà e licenza) e il loro cuore incapace di cogliere le realtà spirituali (infatti, per loro, la religione o è moralismo o è opera sociale e tutto finisce bellamente lì).
A furia di giustificare tutti, di vedere il bene anche dove esiste la malattia, questo mondo religioso è finito per divenire più malato dello stesso mondo laico.
A nulla varranno i restyling, le immagini sdolcinate e brillanti, le pubblicità insistenti sui mezzi di comunicazione, per far credere che, forse, ci siamo, che quel vescovo o quel papa faranno risorgere le sorti agonizzanti del cristianesimo occidentale.
A nulla serviranno perché si stanno moltiplicando i segni d'una necrosi che nulla risparmia e che razzia i cuori.
Da essa possono salvarsi solo coloro che non si legano con vincoli di necessità a mondi moribondi e capiscono, finalmente, che Dio è sempre vivo e vero ma solo in cuori puri e umili, cuori che non noto quasi più nella maggioranza delle istituzioni ecclesiali, salottiere e mondane, che diffondono zucchero a tutto spiano ma non sanno più dove sia il sale evangelico.
La nudità di questi fatti spaventa e può far rifugiare in fiabe e in immaginazioni irreali e puerili. Ciò non toglie che siano purtroppo, veri e chiedano di essere seriamente considerati, una buona volta. Solo così forse si può iniziare a non nutrirsi più di mortiferi dolcissimi veleni!
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Incollo un interessante approfondimento scoperto recentemente:
«Quando
la notizia dell'attacco omicida nello staff del giornale satirico
francese Charlie Hebdo è esplosa, è stato scioccante e
sconvolgente.
Ma
poi ho notato qualcosa. I canali delle notizie TV coprivano certe
parole di persone che esprimevano le loro reazioni alle uccisioni, e
quasi tutti hanno parlato del fatto come un attacco alla libertà di
parola. Questo è divenuto un modello. Quello che importava alla
maggior parte dei commentatori non era che delle persone erano morte
durante l'attacco. La cosa importante per tutti non erano le persone,
ma un'idea astratta, l'idea di "libertà di parola".
Poi
hanno mostrato le immagini di persone che protestavano contro gli
omicidi, alzando cartelloni e dicendo "Je suis Charlie" (Io
sono Charlie). E il "Je suis Charlie" stato virale su
Twitter. A questo punto ho cominciato a incuriosirmi sul Charlie
Hebdo, su quello che era e su cosa rappresentava.
Ho,
allora spedito questo tweet: "NON POSSO DIRE "JE SUIS
CHARLIE “ PERCHE' VIENE LESA LA MIA IDENTITA' DI DONNA NEGRA, MUSSULMANA E IMMIGRATA NELLE LORO VIGNETTE".
Se
questo è vero, allora quanti affermano "Je suis Charlie"
sostengono di pensare al razzismo, all'islamofobia, alla xenofobia e
al sessismo come "cool". E uno sguardo ad alcuni dei tweet
con l'emblema "Je Suis Charlie" "conferma questa
impressione.
Non
credo che il razzismo, il sessismo e la xenofobia sono una
giustificazione per un omicidio. Spero che gli assassini vengono
catturati, processati e puniti per questi omicidi. Ma non penso
neppure che la rabbia per gli omicidi sia una giustificazione per
l'orgia di giustificazione verso il razzismo, il sessismo e la
xenofobia in corso sotto l'etichetta "Je suis Charlie".
Si
dice che gli assassini erano dei "fondamentalisti islamici",
e che questo dimostra il male della religione in generale e del
fondamentalismo in particolare.
È
STATO SCRITTO UN OTTIMO ARTICOLO: "Charlie Hebdo e il fondamentalismo" di DUNCAN Reyburn, CHE VALE LA PENA LEGGERE. Si
conferma la mia convinzione che il fondamentalismo è qualcosa che
nasce dalla modernità, ed è una reazione moderna alla modernità.
Il fondamentalismo islamico è un adattamento moderno dell'Islam al
mondo moderno, è il tentativo da parte dei musulmani di affrontare
la modernità nei loro propri termini. Il fondamentalismo cristiano
fa la stessa cosa.
Ma
vorrei dire che la reazione alle uccisioni del Charlie Hebdo dimostra che
c'è uno scontro di due fondamentalismi. Vi è il fondamentalismo
islamico e anche un fondamentalismo di "libertà di parola".
La risposta quasi universale di vedere le uccisioni come un attacco
alla libertà di espressione tradisce lo stesso atteggiamento, come
quello degli assassini. Si tratta di uno scontro ideologico, uno
scontro di due religioni, di due fondamentalismi.
La
nostra Costituzione prevede la libertà di espressione come segue:
LIBERTA' DI ESPRESSIONE
16.
(1) Ogni individuo ha diritto alla libertà di espressione, che
comprende:
(a)
la libertà di stampa e di altri mezzi di comunicazione;
(b)
la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee;
(c)
la libertà di creatività artistica; e
(d)
la libertà accademica e libertà di ricerca scientifica.
(2)
Il diritto di cui al comma (1) non si estende a:
(a)
propaganda in favore alla guerra;
(b)
incitamento a una prevedibile violenza; o
(c)
patrocinio ad un odio che si basa sulla razza, etnia, sesso o
religione, e che costituisce un incitamento a causare danni.
Ma
la libertà di parola dei fondamentalisti vorrebbe negare i limiti, e
il "Je suis Charlie" dei fondamentalisti si compiace
soprattutto nel negare le disposizioni della sezione 16 (2) (c).
Ciò
che rende questo più evidente è l'imponente sfogo dell'indignazione
di gente maschile e bianca in questo caso, ma è taciuta una risposta
ad altri omicidi e violenze. Queste uccisioni sono peggiori di quelle
dei presidenti Obama, Bush e Clinton o del primo ministro britannico
Cameron e Blair negli ultimi 15 o 20 anni?».
link:
https://khanya.wordpress.com/.../08/je-ne-suis-pas-charlie/