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mercoledì 18 febbraio 2015

Testi liturgici bizantini autentici e non

INTRODUZIONE

L’argomento di questo post è, come al solito, vasto ma cercherò d’essere più chiaro e sintetico possibile. I testi liturgici, come ogni altro genere di scritto, hanno determinate caratteristiche, stili, finalità e le esprimono nel modo loro proprio. In questo blog ho già accennato al fatto che i testi cattolici di nuova composizione respirano sempre più un’aria troppo umanistica, ossia troppo centrata sul solo umano. Dio, in non pochi di questi testi, sta sullo sfondo, un po’ come una carta da parati. L’attore principale diviene l’uomo che mostra se stesso al suo prossimo e si esalta. La spiritualità tende ad essere sostituita da una generica impostazione psicologica. Ricordo la incredibile invenzione di un “prefazio per gli alpini” anni fa, compiuta da un sacerdote cattolico friulano tutt’oggi vivente e che, nel frattempo, si sarà reso partecipe di altre iniziative del genere. 
In quel “prefazio” (ossia nella preghiera sacerdotale precedente la consacrazione del pane e del vino eucaristico), si esaltavano le virtù proprie agli alpini dinnanzi a Dio che non avrebbe dovuto far altro che benedire. Ebbene, questa visione molto antropocentrica oramai la troviamo ovunque, appena vengono abbandonati i criteri che regolano i testi liturgici antichi. È il caso di dire che non esistono ambiti protetti. Per non rimanere nel generico, farò un esempio applicato alla liturgia bizantina con gli apolytìkia. 


LE CARATTERISTICHE DEI TESTI AUTENTICI 

Gli apolytìkia sono dei brevi testi un po’ simili alle antifone latine usate per il Benedictus e il Magnificat (alle Lodi e al Vespero del rito romano): indicano all’ascoltatore la festa del giorno. 
In una Divina Liturgia (Messa) o in un vespero bizantino, indicano il tempo liturgico corrente o il santo festeggiato. Ancor oggi, in particolari casi, si compongono dei nuovi apolytìkia, soprattutto per i santi neo-canonizzati. Questi nuovi testi, per avere realmente lo spirito della Chiesa, si devono conformare allo stile tradizionale. Ne vedremo qualche esempio. 

Gli apolytìkia hanno una struttura particolare, codificata nel tempo. Se dedicati alle feste del Signore sono generalmente composti da: 

1) una narrazione dell’evento salvifico; 
2) una richiesta d’intercessione o glorificazione di Dio. 

Si noti, ad esempio, l’apolytìkion per la festa della Teofania (6 gennaio) in cui sono applicati questi due punti che per comodità evidenziamo colorati: 
«Al tuo battesimo nel Giordano, Signore, si è manifestata l’adorazione della Trinità; la voce del Padre ti rendeva, infatti, testimonianza chiamandoti “Figlio diletto” e lo Spirito in forma di colomba confermava la sicura verità di questa parola. O Cristo Dio che ti sei manifestato e hai illuminato il mondo, gloria a te». (Testo tradotto dall’Orologion greco)

Per quanto riguarda le feste dei santi, lo schema è simile con qualche variazione. 

1) una parte iniziale nella quale si presenta il santo o qualche suo elemento biografico che ne indica luogo o provenienza (e che può pure mancare); 
2) una parte mediana nella quale si presentano le sue virtù o le sue caratteristiche principali; 
3) una parte terminale nella quale si chiede la sua intercessione presso Dio a favore di chi lo prega o lo si glorifica

Ad esempio, notiamo qualcosa del genere nell’apolytìkion dedicato a san Nicola di Mira. 
«Regola di fede, immagine di mitezza, maestro di continenza così ti ha mostrato al tuo gregge la verità dei fatti. Per questo, con l’umiltà, hai acquisito ciò che è elevato, con la povertà, la ricchezza, padre gerarca Nicola. Intercedi presso il Cristo Dio, per la salvezza delle anime nostre». (Testo tradotto da saint.gr, il sinassario greco) 
In questa composizione delle tre possibili parti ne abbiamo solo due: la mediana e la finale. Questo perché tale apolytìkion è un testo generico applicato a tutti i santi vescovi (gerarchi) e nello specifico adattato a san Nicola. È dunque privo di elementi biografici particolari. La parte in verde esalta le virtù del santo, la parte in blu ne chiede l’intercessione con l’espresso fine della salvezza in Dio di chi lo supplica. 

Gli apolytìkia di nuova composizione dedicati a nuovi santi, hanno lo stesso schema. Vediamo, ad esempio, quello al beato Paisios del Monte Athos recentemente canonizzato.
«Fedeli, onoriamo il fanciullo di Farassa e ornamento dell’Athos, l'imitatore degli antichi santi, uguale a loro in onore; onoriamo Paisios, questo vaso di grazia, che s’affretta ad esaudire coloro che esclamano: Gloria a Colui che t’ha dato la forza, gloria a Colui che t’ha coronato, gloria a Colui che attraverso te opera guarigioni per tutti» (Testo tradotto da saint.gr, il sinassario greco). 
Notiamo in rosso la prima parte biografica che c'informa sulla provenienza di Paisios e sulla sua ultima residenza (Farassa in Cappadocia, il Monte Athos); in verde notiamo le virtù sue specifiche, mentre in blu si vede la glorificazione a Dio per il dono della sua presenza tra gli uomini. 

Un ulteriore esempio che ricalca questo stile lo troviamo nell’apolytìkion di san Giovanni Theristis, un santo calabro italo-greco: 

 «Hai lasciato la luminosa isola dei siciliani, la ricca provincia del padre, e su esortazione della fede materna hai trovato la santa Calabria, Giovanni padre nostro, perciò supplica per noi il Signore». (Testo tradotto da saint.gr, il sinassario greco).
Qui la parte mediana è assente ma si nota una sintesi biografica (la prima parte contraddistinta in rosso) che qualifica il particolare apolytìkion per il santo e non un apolytìkion generico applicato ad un gruppo di santi e adattato ad uno tra loro. Si nota pure l’ultima parte: la richiesta di supplica (contraddistinta in blu) che quindi non manca mai in questo tipo di testi. 


TESTI AMBIGUI O INIZIALMENTE FUORVIANTI 

Girovagando in Internet, purtroppo, non è difficile trovare anche testi liturgici che si discostano dalle indicazioni della tradizione, spesso composizioni personali che non hanno alcun permesso ecclesiastico e che non rispettano questo schema classico con il rischio di scadere nello spirito del secolo che è, come abbiamo visto sopra, molto antropocentrico e autogiustificativo. 

Mi pare d'aver individuato un testo di tal genere in un “apolytikion” dedicato a san Giovanni Theristis del quale non si specifica assolutamente la paternità né la fonte: 
«In te,Venerabile Padre Giovanni Theristìs, si è realizzata in pienezza l'immagine della Santa Triade. Le energie dello Spirito ti hanno spinto alla continua ed incessante preghiera. Hai quindi resistito agli inganni dell'avversario e hai sconfitto il Separatore. La tua vita si è sempre orientata a Cristo Dio a cui tu presenti ancora oggi questo tuo popolo in preghiera». Testo tratto da Qui.
Innanzitutto non si capisce perché chi diffonde questo testo non si sia riferito a quello greco già esistente e che rispetta sicuramente i canoni della pietà tradizionale. 
Secondariamente, qui si notano diversi elementi eterogenei che collidono con lo stile tradizionale, per quanto apparentemente ad occhi inesperti, il testo non paia strano. 

1) Questo “apolytikion” usa un linguaggio discorsivo, la prosa, in una composizione che di sua natura dovrebbe essere poetica. Anche in una traduzione dal greco (vedasi gli esempi in alto) non è, viceversa difficile accorgersi che non si tratta di prosa ma di forma poetica. 

2) Si fa riferimento alla generica dottrina della deificazione, cosa che vale per tutti i santi ortodossi e che, quindi, non è per nulla indicativa della “specificità” di questo santo rispetto ad altri santi. Dunque si dedica un “apolytikion specifico ad un santo privo di ... specificità!

3) La parte terminale è piuttosto strana perché indeterminata, come se fosse un'azione compiuta a metà: ritrae il santo in atto di presentare genericamente il popolo orante a Dio ma non ne specifica il perché come fanno tutti gli apolytìkia fino ad ora considerati. 

In questo testo non è possibile determinare i tre punti che hanno classificato tutti gli altri testi considerati. Infatti: 

a) Non si può determinare il luogo o la provenienza del santo, per quanto questo testo sembra essergli particolarmente dedicato
b) Non si possono determinare le specifiche virtù di questo santo sostituite da una descrizione generica che riguarda tutti i santi ortodossi. Se tale testo è dedicato solo a san Giovanni perché ci si è “accontentati” di descrizioni generiche? 
c) Non esiste una finale né di glorificazione né di richiesta d’intercessione ma il popolo è semplicemente presentato a Dio (perché? Per qual fine? Per essere benedetto? Per ricevere grazie? per essere giustificato? Non lo sappiamo!). 

Queste osservazioni indicano che il compositore potrebbe essere una mano inesperta con qualche infarinatura di principi teologici bizantini ma a cui pare sfuggire lo stile proprio dell’innologia bizantina. 
È logico che con questi presupposti si può finire per cincischiare con i testi liturgici dimostrando di non aver imparato gran che. Ci si allontana sensibilmente, dunque, da una composizione tradizionale. 

Se gli autori fossero persone lontane dal mondo ecclesiastico in fondo non mi preoccuperei. Il problema è che questi testi provengono assai probabilmente da ambienti nei quali ci si attenderebbe una maggiore attenzione e formazione ecclesiastica.

Mi si dirà che qui, tutto sommato, non ci sono grossi problemi perché, a modo loro, queste composizioni originali hanno una loro pietà. Rispondo dicendo che, dall'esame fatto, si dimostra che questo comportamento socchiude una porta: è come la dimostrazione che si può iniziare a "manipolare" la liturgia componendo testi senza regole precise o con riferimenti sempre più sfumati. E che qui non si rispettino le regole degli apolytìkia è stato ben dimostrato.
Questo fa ricordare un poco quanto successe nel mondo cattolico con le prime riforme alla liturgia romana (che non sembravano cosa contraria alla tradizione, in fondo). Eppure fu da questo spiraglio che si rese pian piano possibile il disprezzo di gran parte del clero verso le forme tradizionali, forme che cercano di custodire lo spirito di pietà che la Chiesa voleva tramandare nei secoli. 

La tensione verso il basso, dunque, non è la sola prerogativa del mondo cattolico per quanto la caduta, in tal senso, trovi alcuni tra questi ultimi in posizioni decisamente molto più avanzate.

Aggiunta all'ultimo momento

Ho ricevuto conferma che la composizione da me criticata non è ecclesiastica. Oggi mi è stato detto che era  proposta come testo devozionale ed è stata aggiunta una precisazione che fino a ieri (18/2/2015) era assente. Osservo quanto segue: non ha senso proporre "preghiere devozionali personali" nella prospettiva ortodossa, facendo quasi intendere che sono testi ufficiali (chiamando apolytìkio ciò che non è tale e affibiandogli pure un tono musicale ecclesiastico con il quale dovrebbe essere cantato)*. Ciò è comprensibile e va bene in un contesto protestante, non in un contesto ortodosso in cui è l'individuo che si adatta alla Chiesa non è la Chiesa ad essere adattata all'individuo. Si osservi, infatti, l'opera dell'iconografo: lascia perdere originalità che metterebbero a soqquadro lo stile iconografico tradizionale e si adatta ad esso, per quanto si noti il suo carattere nell'opera dipinta. Purtroppo, l'individualismo nella nostra cultura è pompato all'esasperazione e perfino gli ambienti ecclesiali ne sono influenzati. È triste che alcuni di tali ambienti non abbiano la forza necessaria per capire che così non va' ma non mi meraviglia più. O prima o poi verrano presi dalla corrente secolarizzante che tutto trascina. I fedeli possono salvarsi solo se avranno un forte ancoraggio nella tradizione e non saranno sottomessi all'autorità ecclesiastica solo perché è una autorità. Viviamo in tempi in cui le autorità religiose sono sempre meno autorevoli...


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*) Nel mondo ortodosso ci sono pure composizioni poetiche paraliturgiche. Pensiamo, ad esempio, agli inni di san Simeone il Nuovo teologo. Questi inni, però, non sono mai stati denominati "tropari", "apolytikia", "Odi", "Kondàkia", ecc., nomi che indicano composizioni prettamente liturgiche. Appartengono alle opere del santo e non sono spacciate per testi cultuali né gli si indica un tono musicale con il quale dovrebbero essere cantate.
Ecco la differenza tra l'opera personale e l'opera ecclesiale. Nel mondo protestante questa differenza non esiste: infatti, in una cena un fedele può improvvisare una preghiera personale che con quella degli altri fa parte della preghiera dell'assemblea. Qui non ci sono distinzioni come in ambiti in cui si osserva ancora la tradizione antica.
Per questo, far passare per composizione ecclesiastica ciò che non lo (e fino a ieri nel blog "ortodosso" da me indicato si parlava di "Apolytìkio del santo"!!) indica una confusione di fondo ed è l'indice di una chiara lontananza dalla distinzione della tradizione.

domenica 15 febbraio 2015

Il Sacro Terrore!


I musei sono un grande tesoro perché permettono di avere la percezione del passato, cosa che altrimenti con il fluire del tempo si perderebbe inesorabilmente. Recentemente ho visitato un'esposizione nella quale è stato collocato un quadro di grande intensità emotiva. Il suo autore è Carl Frithjof Smith (1859-1917). L'opera s'intitola "Dopo la prima comunione" ed è stata realizzata attorno al 1892.
In questa sede non m'interessa esporre a quale corrente artistica e quali influssi culturali può aver subito il suo autore. Quello che mi pare più interessante è la forza d'impatto che esercita questa rappresentazione. Si tratta di una festa: la prima comunione di alcune bambine. Ma è una festa strana poiché le fanciulle si mostrano tutt'altro che gioiose.


Nella parte centrale appaiono volti pensosi, impauriti, direi terrorizzati. Solo una bimba accenna vagamente ad un sorriso, molto smorzato, quasi avesse timore di farlo. Qualcun'altra cammina letteralmente irrigidita, come se avesse subito una doccia fredda.
Ecco l'elemento di constrasto con l'idea di festa, la forte vibrazione emotiva che la tela trasmette: qui è rappresentato l'effetto del "sacro terrore" che consiste nel predicare un cristianesimo molto rigido e intollerante, non di rado ideologico.

Un effetto del genere lo si ottiene in ambienti molto severi e religiosamente fanatici. Qualcosa del genere vidi, anni fa, sul volto di qualche laico molto fedele ad un movimento tradizionalista cattolico. In quest'ambiente, erroneamente definito "lefebvriano" poiché è solo tradizionalmente cattolico, si fa leva molto sull'aspetto psichico e si ottiene non di rado ansietà, paura, terrore di Dio.

Mi chiedo: è questo il timor Dei al quale le scritture fanno riferimento? Temo proprio di no! Il timore di Dio è sempre associato alla fiducia di Dio, esattamente come l'atteggiamento dimesso della quaresima è associato alla gioia della risurrezione non lontana. Timore e fiducia, atteggiamento dimesso e gioia possono parere opposti solo a chi non si accosta alla dimensione spirituale o a chi non l'ha mai conosciuta. In realtà, sono atteggiamenti "antinomici" o apparentemente contraddittori, come ricorderebbe l'Oriente cristiano che utilizza la categoria di "antinomia" anche per spiegare altre realtà ecclesiastiche, laddove in Occidente, soprattutto un tempo, si preferiva, invece, usare la logica di non contraddizione (= ad A non può che seguire A e A non può stare con B).

L'insistere sulla croce, sulla morte di Cristo per riparare ai peccati di un'umanità che può sempre offendere Dio, ha determinato il cosiddetto "sacro terrore" e ha portato Dio così in alto nei cieli da renderlo quasi estraneo al cuore dell'uomo, come, viceversa, si manifesta nella rivelazione cristiana.

Questo ha creato una forte reazione: nel mondo cattolico modernista da cinquant'anni in qua è  disprezzato ogni elemento ascetico e ogni atteggiamento dimesso (equivocato inevitabilmente come prodotto del terrore religioso) fino a raggiungere l'esatto contrario: oggi le feste di comunione sono certamente delle feste in senso proprio ma hanno sovente perso ogni carattere sacro. Insomma: si è passati da un estremo ad un altro, da uno squilibrio allo squilibrio opposto in cui la mondanità e la sensibilità "carnale" hanno avuto il sopravvento e Dio è stato talmente "abbassato" da non essere più tale!

Sia il vivere la religiosità in forma psichica (come si vede chiaramente in questo quadro) sia il viverla in forma mondana indica la perdita del senso spirituale nel quale si mantiene un equilibrio e nulla di tradizionale viene perso o equivocato.

Infatti l'autentica vita di fede si fonda solo nella dimensione spirituale, non in quella psichica o nella spettacolarizzazione mondana (come ho più particolarmente esposto qualche mese addietro).

La radice dell'attuale desolazione liturgica occidentale, quindi, è molto lontana e rimonta molto prima di 60 anni fa': consiste in una serie di squilibri ed equivoci che continuano a generarsi costantemente e senza posa, come se questo mondo fosse destinato a girare attorno a se stesso inesorabilmente, senza trovare una reale via d'uscita. Chi è addentro alle questioni spirituali spiega che ciò può avvenire solo quando, di fatto, c'è una forte chiusura dell'uomo nella sola dimensione umana nella quale è stata imprigionata pure la stessa religione, ridotta oramai a puro fenomeno sociologico. E questo è un problema che potrebbe riguardare, si noti bene, sia il mondo cattolico progressista che quello cosiddetto tradizionalista che così finirebbero per essere due facce della medesima medaglia.


Feste mondane nell'ambito liturgico: abusi che divengono sempre più prassi normale, indice della totale perdita di sacro

giovedì 12 febbraio 2015

Padre Nostro





Versione greca
Πάτερ ἡμῶν ὁ ἐν τοῖς οὐρανοῖς ἁγιασθήτω τὸ ὄνομά σου·
Padre nostro che  [sei] nei cieli, sia santificato il tuo nome,
ἐλθέτω ἡ βασιλεία σου·
venga il regno tuo,
γενηθήτω τὸ θέλημά σου, ὡς ἐν οὐρανῷ καὶ ἐπὶ τῆς γῆς·
sia fatta la volontà tua, come nel cielo così nella terra;
τὸν ἄρτον ἡμῶν τὸν ἐπιούσιον δὸς ἡμῖν σήμερον·
il pane nostro sovrasostanziale [per quest’oggi] da a noi oggi;
καὶ ἄφες ἡμῖν τὰ ὀφελήματα ἡμῶν,
e rimetti a noi i nostri debiti,
ὡς καὶ ἡμεῖς ἀφίεμεν τοῖς ὀφειλέταις ἡμῶν·
come noi rimettiamo ai debitori nostri;
καὶ μὴ εἰσενέγκῃς ἡμᾶς εἰς πειρασμόν,
e non ci introdurre/portare nella tentazione,
ἀλλὰ ῥῦσαι ἡμᾶς ἀπὸ τοῦ πονηροῦ.
ma liberaci dal maligno.
[Ὅτι σοῦ ἐστιν ἡ βασιλεία καὶ ἡ δύναμις καὶ ἡ δόξα εἰς τοὺς αἰῶνας·]
[Poiché tuo è il regno e la potenza e la gloria nei secoli].
ἀμήν.
Amen.

Traslitterazione
Pater hēmōn, ho en tois ouranois
hagiasthētō to onoma sou;
elthetō hē basileia sou;
genethetō to thelēma sou,
hōs en ouranōi, kai epi tēs gēs;
ton arton hēmōn ton epiousion dos hēmin sēmeron;
kai aphes hēmin ta opheilēmata hēmōn,
hōs kai hēmeis aphiemen tois opheiletais hēmōn;
kai mē eisenenkēs hēmas eis peirasmon,
alla rhusai hēmas apo tou ponērou.
[Hoti sou estin hē basileia, kai hē dúnamis, kai hē doxa eis tous aiōnas;]
Amēn.


Versione della Vulgata

Pater noster qui es in coelis,
Padre nostro che sei nei cieli
sanctificetur nomen tuum,
sia santificato il nome tuo
adveniat regnum tuum,
venga il regno tuo
fiat volutas tua sicut in coelum et in terram.
Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra.
Panem nostrum quotidianum da nobis hodie,
Il pane nostro quotidiano da a noi oggi
et dimitte nobis debita nostra
e rimetti i nostri debiti
sicut et nos dimittibus debitoribus nostris
come noi li rimettiamo ai nostri debitori
et ne nos inducas in tentationem
e non ci indurre in tentazione
sed libera nos a malo.
Ma liberaci dal male.

giovedì 5 febbraio 2015

Solo estetismo?


In questo post propongo un filmato da poco apparso su youtube: si tratta di una messa solenne in periodo per annum tenuta in Inghilterra nel 1960 in un collegio cattolico.
Questa liturgia, lo ammetto, non cessa di esercitare su di me ammirazione se non altro perché qui la forma simbolica è chiarissima; la liturgia è una serie di azioni e parole in perfetta concatenazione tra loro. A vederla non si ha solo una sensazione estetica ma quella che ogni cosa sta al suo giusto posto. La messa cattolica tradizionale (nella sua versione postridentina) è l'ultimo stadio della messa latina medioevale ereditata a sua volta dalla liturgia patristica della Chiesa di Roma, per quanto con alcuni aggiustamenti e con aggiunte nel tempo. Pur passando attraverso l'epoca scolastica con la sua impostazione razionale, il suo cuore resta patristico. 
L'esecuzione è ammirevole: non ho mai sentito così tante voci cantare appropriatamente le parti variabili (introito, graduale, alleluia, offertorio communio). Il momento più alto della liturgia cattolica prima del suo crollo avvenuto inaspettatamente pochissimi anni dopo per innegabile volere delle più alte dignità ecclesiastiche a cui seguì (e continua a seguire) una vera e propria furia iconoclasta liturgica!
La soluzione è già stata data nella storia della Chiesa: all'arianesimo non si può opporre un semi-arianesimo, ad una liturgia devastata non si può opporre una liturgia rafazzonata alla meglio per accontentare tutti, ma il ripristino della stessa nella sua forma ordinata, com'era prima del suo crollo.

domenica 25 gennaio 2015

Tradurre - tradire

Sto lavorando sulle traduzioni liturgiche della Bibbia e capita che emergano cose interessanti. Eccone una tratta da un passo, Lc 6, 32.
Il passo greco (dal vangelo in uso nella chiesa greca che coincide nel punto da me esaminato con quello delle altre versioni greche) recita:

"Καὶ εἰ ἀγαπᾶτε τοὺς ἀγαπῶντας ὑμᾶς, ποία ὑμῖν χάρις ἐστί;" 

La traduzione CEI (autorizzata dalla conferenza episcopale italiana) riporta:

"Se amate quelli che vi amano che merito ne avrete?".

La traduzione del greco sopra riportata è: 

"Se amate quelli che vi amano, quale grazia avrete?" 

Commento: Mi sembra fin troppo chiaro che ancor oggi le traduzioni sono influenzate dalla mentalità di chi le fa! Nella traduzione CEI ci vedo l'eco di tutta la dottrina medioevale latina dei meriti! 

I "meriti", concepiti dalla Chiesa medievale latina, sono degli "interessi" che i santi hanno accumulato in paradiso per noi e che pure noi accumuliamo con le nostre buone azioni. Con essi contribuiamo a "comperarci" un posto in Paradiso. Pare una dottrina dallo spiccato sapore bancario nata in un'epoca, guarda caso, in cui decollavano le banche europee! Qui l'accento è posto molto sul soggetto.
Viceversa, la grazia è qualcosa che giunge gratis e nasce direttamente da Dio. Qui l'accento è posto solo su Dio, fonte di grazia. 

Nel mondo ortodosso ci si rifà al passo greco e non si riconosce la "dottrina dei meriti". La cosa buffa è che non pochi chierici ortodossi italiani (per pigrizia o Dio lo sa perché) ritengono ottima la traduzione CEI e la utilizzano nella liturgia quando è il caso! A me sembra una pacchiana incoerenza ma soprattutto, anche credendo alla "dottrina dei meriti", non mi pare onesto mutare il senso del passo evangelico per tirare acqua al proprio mulino.
Quelli che sembrano dettagli di "poco conto", in realtà hanno un peso che, alla lunga, non è indifferente nell'insieme della dottrina cristiana.

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Un altro esempio lo traggo da Col 3, 5.
In questo passo, san Paolo esorta i fedeli di Colossi a non seguire lo stile del mondo. Perciò dice:

"Νεκρώσατε οὖν τὰ μέλη ὑμῶν τὰ ἐπὶ τῆς γῆς, πορνείαν, ἀκαθαρσίαν, πάθος, ἐπιθυμίαν κακήν, καὶ τὴν πλεονεξίαν ἥτις ἐστὶν εἰδωλολατρία...". 

Generalmente nelle Bibbie italiane si trova questa traduzione:

"Mortificate, dunque, quella parte di voi che appartiene alla terra: fornicazione, impurità, desideri cattivi..." (Bibbia CEI).

Ma si trova pure questo tipo di traduzione:

"Mortificate, dunque le vostre membra terrene, cioé la fornicazione, l'impurità, la libidine..." (Traduzione del sac. Damiano Como nel Prosefchiarion).

Quest'ultima traduzione, non recente come quella CEI, è problematica. Vorrebbe, infatti, riportare il termine μέλη (membra) ma porta il lettore a far credere che le "membra terrene" finiscano per essere negative in sé in quanto conducenti alla fornicazione, impurità, libidine, ecc. Questa lettura è poi quella di una certa "spiritualità" latina che castiga il corpo, lo mortifica appunto, per pie intenzioni o, chissà, per "guadagnarsi" il paradiso. Chiunque, comunque, si accorgerebbe che le membra non coincidono necessariamente con delle espressioni evangelicamente negative, per cui questa volta la traduzione più corretta è quella della CEI. 

venerdì 16 gennaio 2015

Dio è morto!


Ricordo diverso tempo fa la famosa canzone "Dio è morto", dei Nomadi. Erano arrivati pure a cantarla nella "messa dei giovani", in certe occasioni. 
L'affermazione di questa canzone mi è tornata in mente più volte, in questi ultimi giorni.
Sì, in un mondo che si scandalizza perché dei fanatici hanno trucidato un gruppo di redattori e che non si accorge neppure della violenza grafica contro i simboli religiosi prodotta da un giornale, Dio è morto. Il plurimo omicidio, per quanto riprovevole sia, non ha lasciato il minimo spazio alla considerazione dell'uccisione di Dio, in chi, con la matita, non si è limitato alla satira ma si è spinto pure ad infangare i simboli religiosi.

Consideriamo una cosa: quando un uomo è toccato in un simbolo che gli dice molto, non rimane mai indifferente.
Pensate ai furti che avvengono nelle case, al furto di un pendaglio d'oro che collega, nel ricordo, le generazioni tra loro, l'amore di due sposi, il volto di una giovane mamma, i suoi piccoli bambini... Il furto di quest'oggetto, anche se di modesto valore pecuniario, significa una violenza nella propria intimità. È, in un certo senso, qualcosa d'inconsolabile, poiché quell'oggetto era un simbolo. Ecco la forza del simbolo quando evoca veramente qualcosa!

Ma se il Charlie Hebdo o chiunque altro violenta pesantemente un simbolo religioso, in Occidente tutti tacciono.
Si sono abituati, soprattutto nel mondo cattolico, a veder violentata (perché succede proprio questo in non pochi casi in cui il sacro si altera in intrattenimento mondano) la loro stessa liturgia e allora... tacciono.
Sembra veramente che i simboli sacri non appartengano affatto a queste persone, non dicano loro nulla, per tacere in modo così assordante!

L'ho notato pure anni fa, in una chiesa invasa dalla presenza di fogli blasfemi, con luci in gran parte spente e con due donne che, stupidamente, non si erano accorte della profanazione. Un segno chiarissimo che indica che in Occidente, oramai, Dio è morto, non conta realmente più nulla.

Il coro unanime e per certi versi ipocrita di quanti gridano "Io sono Charlie" lo dimostra a suo modo. Essi danno l'impressione d'essere dalla parte d' una libertà che, di fatto, si risolve in una licenza, dalla parte dell'uomo soltanto, poiché Dio, per loro, sembra una limitazione un handicap sociale, una castrazione al pensiero e alle azioni umane.

E in questo coro unanime, la Chiesa occidentale è capace solo di lanciare deboli pigolii di dissidenza, quando ci sono e non sono sostituiti da solidarietà ad occhi chiusi con il mondo laico. Comportandosi così, i suoi aderenti non sanno che, in gran parte, sono malati come tutti gli altri, malati d'una malattia infame che ha reso le loro menti incapaci di capire cose elementari (ad es. la differenza tra libertà e licenza) e il loro cuore incapace di cogliere le realtà spirituali (infatti, per loro, la religione o è moralismo o è opera sociale e tutto finisce bellamente lì).

A furia di giustificare tutti, di vedere il bene anche dove esiste la malattia, questo mondo religioso è finito per divenire più malato dello stesso mondo laico.

A nulla varranno i restyling, le immagini sdolcinate e brillanti, le pubblicità insistenti sui mezzi di comunicazione, per far credere che, forse, ci siamo, che quel vescovo o quel papa faranno risorgere le sorti agonizzanti del cristianesimo occidentale.

A nulla serviranno perché si stanno moltiplicando i segni d'una necrosi che nulla risparmia e che razzia i cuori.

Da essa possono salvarsi solo coloro che non si legano con vincoli di necessità a mondi moribondi e capiscono, finalmente, che Dio è sempre vivo e vero ma solo in cuori puri e umili, cuori che non noto quasi più nella maggioranza delle istituzioni ecclesiali, salottiere e mondane, che diffondono zucchero a tutto spiano ma non sanno più dove sia il sale evangelico.

La nudità di questi fatti spaventa e può far rifugiare in fiabe e in immaginazioni irreali e puerili. Ciò non toglie che siano purtroppo, veri e chiedano di essere seriamente considerati, una buona volta. Solo così forse si può iniziare a non nutrirsi più di  mortiferi dolcissimi veleni!

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Incollo un interessante approfondimento scoperto recentemente:


«Quando la notizia dell'attacco omicida nello staff del giornale satirico francese Charlie Hebdo è esplosa, è stato scioccante e sconvolgente.

Ma poi ho notato qualcosa. I canali delle notizie TV coprivano certe parole di persone che esprimevano le loro reazioni alle uccisioni, e quasi tutti hanno parlato del fatto come un attacco alla libertà di parola. Questo è divenuto un modello. Quello che importava alla maggior parte dei commentatori non era che delle persone erano morte durante l'attacco. La cosa importante per tutti non erano le persone, ma un'idea astratta, l'idea di "libertà di parola".

Poi hanno mostrato le immagini di persone che protestavano contro gli omicidi, alzando cartelloni e dicendo "Je suis Charlie" (Io sono Charlie). E il "Je suis Charlie" stato virale su Twitter. A questo punto ho cominciato a incuriosirmi sul Charlie Hebdo, su quello che era e su cosa rappresentava.

Ho, allora spedito questo tweet: "NON POSSO DIRE "JE SUIS CHARLIE “ PERCHE' VIENE LESA LA MIA IDENTITA' DI DONNA NEGRA, MUSSULMANA E IMMIGRATA NELLE LORO VIGNETTE". 

Se questo è vero, allora quanti affermano "Je suis Charlie" sostengono di pensare al razzismo, all'islamofobia, alla xenofobia e al sessismo come "cool". E uno sguardo ad alcuni dei tweet con l'emblema "Je Suis Charlie" "conferma questa impressione.

Non credo che il razzismo, il sessismo e la xenofobia sono una giustificazione per un omicidio. Spero che gli assassini vengono catturati, processati e puniti per questi omicidi. Ma non penso neppure che la rabbia per gli omicidi sia una giustificazione per l'orgia di giustificazione verso il razzismo, il sessismo e la xenofobia in corso sotto l'etichetta "Je suis Charlie".

Si dice che gli assassini erano dei "fondamentalisti islamici", e che questo dimostra il male della religione in generale e del fondamentalismo in particolare.

È STATO SCRITTO UN OTTIMO ARTICOLO: "Charlie Hebdo e il fondamentalismo" di DUNCAN Reyburn, CHE VALE LA PENA LEGGERE. Si conferma la mia convinzione che il fondamentalismo è qualcosa che nasce dalla modernità, ed è una reazione moderna alla modernità. Il fondamentalismo islamico è un adattamento moderno dell'Islam al mondo moderno, è il tentativo da parte dei musulmani di affrontare la modernità nei loro propri termini. Il fondamentalismo cristiano fa la stessa cosa.

Ma vorrei dire che la reazione alle uccisioni del Charlie Hebdo dimostra che c'è uno scontro di due fondamentalismi. Vi è il fondamentalismo islamico e anche un fondamentalismo di "libertà di parola". La risposta quasi universale di vedere le uccisioni come un attacco alla libertà di espressione tradisce lo stesso atteggiamento, come quello degli assassini. Si tratta di uno scontro ideologico, uno scontro di due religioni, di due fondamentalismi.

La nostra Costituzione prevede la libertà di espressione come segue:

LIBERTA' DI ESPRESSIONE

16. (1) Ogni individuo ha diritto alla libertà di espressione, che comprende:

(a) la libertà di stampa e di altri mezzi di comunicazione;
(b) la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee;
(c) la libertà di creatività artistica; e
(d) la libertà accademica e libertà di ricerca scientifica.

(2) Il diritto di cui al comma (1) non si estende a:

(a) propaganda in favore alla guerra;
(b) incitamento a una prevedibile violenza; o
(c) patrocinio ad un odio che si basa sulla razza, etnia, sesso o religione, e che costituisce un incitamento a causare danni.

Ma la libertà di parola dei fondamentalisti vorrebbe negare i limiti, e il "Je suis Charlie" dei fondamentalisti si compiace soprattutto nel negare le disposizioni della sezione 16 (2) (c).

Ciò che rende questo più evidente è l'imponente sfogo dell'indignazione di gente maschile e bianca in questo caso, ma è taciuta una risposta ad altri omicidi e violenze. Queste uccisioni sono peggiori di quelle dei presidenti Obama, Bush e Clinton o del primo ministro britannico Cameron e Blair negli ultimi 15 o 20 anni?». 

link: https://khanya.wordpress.com/.../08/je-ne-suis-pas-charlie/

mercoledì 14 gennaio 2015

Per il Charles Hebdo....


Purtroppo la distruzione dei simboli, operata in molti modi e maniere, non è altro che la distruzione del sacro nell'ambito della nostra "libera" società occidentale!