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lunedì 6 aprile 2015

Approccio religioso di tipo psicologico o spirituale? Cosa prevale realmente in Occidente?

Una processione di flagellanti che, nudi fino alla cintola, si frustano con staffili 


«Il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte del seme [...] cadde in luoghi rocciosi dove non aveva molta terra; e subito spuntò, perché non aveva terreno profondo; ma, levatosi il sole, fu bruciata; e, non avendo radice, inaridì. Un'altra cadde tra le spine; e le spine crebbero e la soffocarono. Un'altra cadde nella buona terra e portò frutto, dando il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi oda».
Mt 13, 4-9

Alcuni post fa ho parlato di due piani differenziati nei quali può muoversi l'uomo religioso: quello psicologico (con il quale vive la fede con orientamento piuttosto antropocentrico) e quello spirituale (con il quale vive la fede con reale orientamento evangelico).
Fa parte della psicologia umana cercare, ad esempio, consolazioni, rassicurazioni o, per soddisfare ad un'ideale immagine di Dio che chiede sacrifici, imporsi penitenze e cercare dolori per imitare e, in qualche modo, aggiungere qualcosa alla passione di Cristo. Su questo piano psicologico troviamo non pochi santi del mondo cattolico. Una tra tutti: santa Veronica Giuliani. Qui, ovviamente, ne segnalo gli aspetti piuttosto problematici senza per questo mettere in questione la loro sincerità, generosità e buona fede.

Questo tipo di orientamento psicologico ha dato adito ad un vero e proprio “dolorismo”, ossia alla ricerca del dolore quale mezzo di espiazione ed elevazione e ad una devozione francamente esagerata alla croce e al momento della passione e morte di Cristo.

Nell’Oriente bizantino perfino durante la settimana santa (si vedano i testi degli Enkomia per la processione dell’icona di Cristo morto) non si pone un accento esclusivo sulla morte e sul dolore ma spesso si ricorda che su questa morte inizia già a lampeggiare la luce della resurrezione. Non si può affatto dire altrettanto per l'Occidente cattolico-romano che ha una storia tutta sua.

A tal proposito faccio qualche precisazione.
È sempre esistita una compenetrazione vicendevole tra la liturgia e la devozione del popolo al punto che la seconda ha influito e non poco sulla prima creando feste, consuetudini, processioni, ecc. La liturgia, poi, non è che la fede celebrata dalla Chiesa e mostra ufficialmente quale sia la sua identità. A partire dal secondo medioevo s'instaura, così, una sempre maggiore attenzione umanistica alle piaghe, alla passione, ai chiodi, alla corona di spine, ai dolori di Cristo. Questo influisce potentemente sulla rappresentazione del crocefisso che da un Cristo addormentato e regnante sereno sulla croce, si passa ad un Cristo stravolto dal dolore, cosa che evidentemente impressionava non poco il popolo di allora. Questo sentimento ha lungamente rappresentato un “collante religioso” per compattare e ampliare le masse cristiane. Chi mostra compiacendosene un Cristo che versa fiotti di sangue, una vera e propria “macelleria sacra”, è francamente rivoltante e obbedisce ad un gusto piuttosto border line con la normalità psichica. Eppure ancor oggi questo è il Cristo che troviamo nella passione del film di Mel Gibson, noto regista dalle simpatie cattolico-tradizionaliste. Va bene per chi ha il gusto horror, per un popolo alla ricerca di emozioni forti, psicologiche, appunto!

L'approccio spirituale si pone oltre a quello psicologico e ne individua immediatamente le trappole che portano ad un'autocompiacenza narcisistica di tipo religioso. Questo approccio, nel tema in oggetto, è stato ben sintetizzato dal patrologo Jean-Claude Larchet:

Secondo una tradizione più antica [rispetto a quella latina basso medioevale], che si trova rappresentata soprattutto presso i Padri greci e nell'Oriente cristiano, c'è molta più riservatezza sul valore della sofferenza e si sottolineano pure i suoi aspetti negativi.
Uno degli aspetti negativi è che la sofferenza non è stata creata originalmente da Dio e non esisteva affatto nel paradiso in cui fu posto per la prima volta l'uomo […] La sofferenza, dunque, pare estranea ai disegni di Dio ed estranea pure alla natura umana come Egli l'ha voluta creandolo.
Un altro aspetto negativo della sofferenza è che essa è per l'uomo decaduto se non una sorgente almeno una occasione di peccato […] al punto che alcuni Padri sottolineano che il piacere passionale sovente non è senza dolore e vice versa e che entrambi provengono dal lato passionale umano […].
Un altro aspetto negativo del dolore è che, a volte, viene utilizzato direttamente dal Nemico. Costui, facendo soffrire l'uomo, cerca di portarlo alla disperazione di Dio a suscitare la rivolta della sua anima contro di Lui e a condurlo a rifiutarlo. È quanto mostra il libro di Giobbe.

(Le chrétien devant la maladie, la souffrance et la mort, Cerf 2002, p. 145-150).

Giobbe rappresenta un modello per il cristiano non perché cercava delle sofferenze per espiare colpe proprie o altrui sentendosi così in una condizione di redentore con il Redentore (Giobbe non avrebbe neppure potuto pensarlo!), ma perché ha saputo mantenere fiducia in Dio nonostante le prove e i dolori incontrati senza cercarli. È solo in questa dimensione che la sofferenza diviene uno strumento di salvezza per il cristiano, secondo i commenti patristici antichi. Ed è solo in questa dimensione che essa è vista in senso spirituale e non psicologico o antropocentrico con tutti i rischi connessi in questo ultimo caso.

Si può veramente dire che in Occidente sia sempre stato così? In coscienza non posso affermarlo.

Maria Guarini, un'intrepida testimone del cattolicesimo tradizionale, cerca di affrontare questa tematica all'interno di un quadro dicotomico rappresentato dai novatores (i cattolici innovatori che vorrebbero modificare il Cattolicesimo) e dagli esponenti della tradizione cattolica postridentina, in contrasto insanabile tra loro.

In un suo recente ed interessante libro nel quale si parla anche di molto altro, La questione liturgica, essa scrive:

La Chiesa [cattolica] non ha mai messo l'accento solo sulla Croce, come sostengono i falsi profeti [leggi i 'novatores']. Semmai possono averlo fatto alcune spiritualità che si sono soffermate su singoli momenti della Passione del Signore; ma è solo un'accentuazione di qualche congregazione religiosa che ne rappresenta il carìsma, che per alcuni e in alcuni casi può essere diventata una devozione non equilibrata, che può scadere nel devozionismo, da cui tuttavia la Chiesa ha sempre insegnato a rifuggire (p. 20).

Maria Guarini è una donna intelligente ma in questo passo a mio avviso mescola almeno parzialmente le carte e dal suo punto di vista non può fare diversamente poiché deve difendere a tutti i costi l'istituzione. Le cosiddette “colpe”, dunque, sono solo ascrivibili alle persone, l'istituzione non ne risente, come se essa, nel suo aspetto contingente e terreno, non fosse a sua volta formata da persone.
Quello che io definisco propriamente come una religiosità psicologica e non spirituale-evangelica, essa lo chiama bonariamente “spiritualità”, dunque ascrivibile all'ordine delle realtà spirituali, quando, più esattamente sono prevalentemente realtà psicologiche. Questa confusione dei termini e dei significati è assai pericolosa e porta a scambiare un pezzo di pane con una pietra o con qualcos'altro che comunque pane non è.
Quello che io vedo con diffidenza – e che tutti i padri della Chiesa antica diffidavano – è addirittura visto come un “carìsma” di questo o quell'ordine, dunque un vero e proprio dono per la Chiesa che solo in qualche mente esagerata ha finito per squilibrarsi (ma una cosa che degenera non è forse incrinata già in partenza?).
Non dimentichiamo che qualche mente forse esagerata, e più sopra ho fatto un nome, è addirittura stata canonizzata nel mondo cattolico. Questa mente è dunque un esempio da imitare, poiché i santi sono anche questo. Anche il più sprovveduto inizia a sentire che qui i conti non tornano: l'istituzione dovebbe insegnare a diffidare dal dolorismo ma poi finisce per canonizzare santi con propensioni doloristiche (e il santo è un esempio per i fedeli) ed approvare testi liturgici con inclinazioni ugualmente doloristiche (e la liturgia indica la fede ufficiale). 
Forse la destra di quest'istituzione non sa che fa la sinistra?
"La Chiesa non ha mai messo l'accento solo sulla Croce". Sì, è vero, mai solo sulla Croce ma in passato prevalentemente sulla Croce. Di qui la gran seriosità e severità che ultimamente è sfociata in tutto il suo contrario!

Maria Guarini però incalza affermando che questo devozionalismo doloristico è sempre stato condannato dalla Chiesa. Ci si attenderebbe una documentazione che non vedo.

Comincio, allora, a cercare qualcosa io e noto che la liturgia tradizionale latina, almeno fino a 50-60 anni fa, uno specchio della prassi ufficiale di fede vissuta, ci mostra alcune feste nelle quali non si può non riconoscere questo devozionalismo doloristico che, dunque, ha ben sorpassato i confini di qualche mente non perfettamente equilibrata o di qualche congregazione animata da tal “carìsma”.

Notiamo prima di tutto la festa della Madonna dai 7 dolori, nella cui sequenza si canta “fac me crucem inebriari”: il fedele si deve inebriare dei dolori della croce di Cristo. L'invito è chiaro e coerentemente diversi santi cattolici lo hanno seguito ad litteram facendo patire il corpo con frustini e cilici...
Notiamo alcune messe, particolarmente quelle dedicate esclusivamente ai chiodi, alle spine, alla lancia che hanno trafitto il costato di Cristo. Questa attenzione a tali strumenti, addirittura pretesto per una messa, non sono forse l'indice di un determinato gusto doloristico individuale divenuto ufficiale? (*)
Si noti che, non a caso, queste messe votive sono scomparse dopo il 1962, segno che almeno in un certo periodo, tali orientamenti erano ufficiali, per quanto non ovunque praticati, non semplicemente personali! (Una volta che un libro liturgico ha l'imprimatur è ufficiale ed esprime il sentire cum Ecclesia, anche se appartiene ad una piccolissima congregazione).

Potremo ancora cercare e penso troveremo altri elementi in questa direzione. Non è dunque corretto fare delle asettiche e astratte distinzioni che non rispettano il dato storico.

Che in Occidente si sia anche parlato della Resurrezione e degli altri eventi legati alla vita di Cristo è innegabile ma mi sembra molto più chiaro che, da un certo punto in poi, ci si sia intrattenuti e si sia rimasti affascinati dagli aspetti più cruenti della sua Passione con alcune inevitabili conseguenze tra cui quella di aver spostato il baricentro della prassi cristiana da una equilibrata spiritualità ad una religiosità di tipo psicologico.

Il sentir religioso psicologico, seppur non più identico ad un tempo, continua oggi nel quadro delle innovazioni liturgiche teatralizzando, appunto, la liturgia. Questa teatralizzazione non nasce a caso poiché ha trovato un orientamento interiore di tipo psicologico, non di tipo spirituale,  orientamento coltivato a lungo nel tempo. Così se un tempo si voleva sentire i brividi e le emozioni immaginando i patimenti cruenti di Cristo, oggi che in gran parte questa fase è stata superata, si vuole sentire brividi ed emozioni vedendo ballare il prete sull'altare o vedendo altre amenità del genere. È tutto ciò la vera radice della desolazione liturgica occidentale, non una mera disobbedienza ad una legge o una causa esteriore, come spesso amano blaterare certuni (**).

È molto difficile negare questo ed è altrettanto difficile, documenti alla mano, negare che esista una reale compenetrazione tra tale devozionalismo e la liturgia celebrata. Lo dico nonostante, per molti altri aspetti, la liturgia latina miete la mia più viva simpatia e attenzione e lo si vede dai miei interventi sul blog.


Questo post ha voluto brevemente dimostrare come non tutto quello che si dice nel cosiddetto mondo tradizionalista è esatto poiché la storia è lì, impietosa, a smentire le quadrature dei cerchi e le cerchiature dei quadrati che anime pie e sincere, come Maria Guarini, cercano in coscienza di fare.

A me, però, non interessano le idee (per quanto pie e interessanti siano) se non rimandano efficacemente alla realtà che dev'essere esposta per quel che è stata, non per quel che vorremo fosse stata (col rischio di cadere in una pura ideologia).

_____________

Note

(*) Ecco nell'elenco alcune di queste messe con una loro data propria e che probabilmente potevano anche essere votive:
1) Feria III dopo la Domenica di Settuagesima: L'Orazione di Gesù Cristo nel monte degli Olivi;
2) Feria III dopo la Domenica di Sessagesima: Commemorazione della Passione di Gesù Cristo;
3) Feria III dopo la Domenica di Quinquagesima:
La sacra colonna della flagellazione di Gesù Cristo;
4) Feria VI dopo le Ceneri: Le sante Spine della corona di Gesù Cristo;
5) Feria VI dopo la I Domenica di Quaresima: La santa Lancia e i santi Chiodi di Gesù Cristo;
6) Feria VI dopo la II Domenica di Quaresima: La santa Sindone di Gesù Cristo;
7) Feria VI dopo la III Domenica di Quaresima: Le sante 5 piaghe di Gesù Cristo;
8) Feria VI dopo la IV Domenica di Quaresima: Il preziosissimo sangue di Gesù Cristo;
9) Feria VI dopo la I Domenica di passione: I sette dolori di Maria Vergine.

Queste commemorazioni non comportavano solo la Messa ma anche l'Ufficiatura del breviario, con antifone ed inni. Se è vero che non erano diffuse ovunque (non si trovano ordinariamente), è pur sempre vero che, essendo nei libri liturgici approvati, divenivano la voce ufficiale della Chiesa. Un dato, questo, che non è assolutamente smentibile.

(**) Ricordo quanto inutile fosse parlare con un personaggio, oggi forse ancora responsabile  di UnaVoce, l'organizzazione per la salvaguardia della Liturgia latina-gregoriana. Per costui, che vedeva tutto dal solo punto di vista normativo, la soluzione per riportare il Cattolicesimo nella via giusta sarebbe stata imporre la legge con sanzioni severe per i disobbedienti. Che cecità! Prima di tutto costui non capisce che la legge stessa è espressione di un orientamento o di una esegesi che può subire cambiamenti a seconda dei momenti storici, cosa che abbiamo ampiamente visto! Secondariamente è lontanissimo dal comprendere che la radice della decadenza liturgica e dunque cristiana è prettamente di ordine interiore. Ma per questo tipo di persone la cosiddetta interiorità alla fine conta poco o dice quasi nulla. È un agnosticismo pratico in campo... tradizionalista cattolico!

domenica 5 aprile 2015

Appunto sul "neo-clero"

Generazioni diverse di chierici: nella prima foto un gruppo di studenti negli anni '60;
 nella seconda un gruppo odierno. Non è solo l'abito a fare la differenza
 ma è tutto un intero mondo ad essere cambiato!

Una decina di giorni fa ho scritto un post sul "neo-clero", una realtà sociale che, di fatto, caratterizza tutte le confessioni cristiane. Il "neo-clero" per formazione e struttura psicologica è differente da quello di sole due generazioni fa.

Un anziano parroco cattolico mi confidava: "Se un tempo un prete novello andava in crisi dopo 10 anni, oggi capita che vada in crisi già dopo due anni, quando ai miei tempi il momento di crisi poteva semmai arrivare solo a cinquant'anni, oggi arriva anche prima dei trenta!". 

Un laico ortodosso mi confidava: "Noto una profonda differenza tra il clero greco di soli vent'anni fa e quello di oggi. Oggi mi paiono molto più fragili e abbastanza disancorati dalla tradizione. Ricordo un vecchio prete che portava sempre con se il suo komboskìni [una sorta di rosario] e lo usava in ogni occasione. Non ricordo, invece, di aver mai visto gli ultimi delle nuove generazioni con un komboskìni in mano ...".

Una cara amica, buona cristiana e attenta osservatrice, vedendo un certo clero mi commentava: "Mah, diranno pure di avere una certa tradizione e spiritualità ma il loro comportamento mi convince poco, con i loro telefonini e atteggiamenti leggeri ...".

Alla gente non sfugge la realtà! Ovviamente questo riguarda (eccome!) anche il mondo laico perché è dai laici che viene il clero. Ognuno ha la sua buona dose di "mea culpa"...

Sono cordialmente dispiaciuto che qualche chierico leggendo il mio post si sia rammaricato. Non è e non sarà mai mia intenzione ferire delle persone ma mostrare dei fenomeni in atto che se, da un certo punto di vista, non possiamo fermare, dall'altro non possiamo non constatare e divengono di giorno in giorno sempre più eclatanti.

Un paio di anni fa un monaco atonita mi disse: "Non chiedere a noi monaci caratteristiche che potevamo avere nel passato: la società si è ovunque rammolita e noi stessi non siamo fuori da questa società e ne subiamo le conseguenze negative". 

Questo è realismo.

Tuttavia non volerlo vedere ci farà sembrare come gli struzzi che nascondono la testa sotto la sabbia. Vederlo serve per pregarci su ma anche per avere il coraggio di vedere a cosa ci può portare tutto questo perché o prima o poi la barca si allagherà da qualche falla... Se in una palestra l'allenatore chiede sempre di meno, o prima o poi la squadra che forma non sarà in grado di avere muscoli forti! 

Lo stesso avviene nella Chiesa: un pastore che non chiede più nulla ai fedeli o a se stesso potrà essere un buon pastore? Un fedele che non chiede e non da più nulla può dirsi ancora a posto?

L'Occidente dinnanzi a questi problemi la vuole risolvere ancora una volta a modo suo, invocando un anno di misericordia dove il pentimento pare essere archiviato una volta per tutte. È di questi giorni la notizia che in una grande basilica romana due giorni prima di pasqua i 32 confessionali erano vuoti e che ci fosse a disposizione solo un prete senza alcuna fila: tutti si sentono a posto. Ma è mai possibile, questo? E chi li invita a giustificarsi non è peggio di loro?
Non sono assolutamente un santo né un uomo perfetto ma proprio per questo non amo che si chiami oro quello che è legno e legno quello che è oro! La porta della Chiesa è e sarà sempre rappresentata dal pentimento, qualsiasi cosa accada o venga detta.

Neppure molto tempo fa, prima di Pasqua, per confessarsi si doveva fare la fila e chi è anziano ricorda che la confessione pasquale era un atto di massa in una società ancora cristiana. Oggi non più!

Viviamo in un mondo molto indebolito, come constatava il monaco atonita, per questo come oramai esiste un neo-clero, esistono dei neo-fedeli ai quali non si può chiedere quasi nulla e per i quali l'obbedienza non esiste quasi più. 

Il fenomeno lo riscontriamo sia nei paesi ortodossi (Grecia, Romania...) sia nei paesi ex cattolici. Così oggi dire "greco" non significa per nulla dire "ortodosso" (*), esattamente come dire "italiano" non significa dire "cattolico". Non vederlo significa fare errori madornali: l'appartenenza nazionale non è più una garanzia, tanto meno una garanzia cristiana!

Oltre a questo c'è la mentalità odierna con la quale si vuole sempre e comunque la comodità e si evita qualsiasi sforzo o rinuncia: è la mentalità del "signorino". Come un ragazzo abituato a vivere sempre da signorino mal sopporterà il matrimonio e si comporterà in modo da farlo fallire, così un clero abituato a vivere da signorino creerà dei problemi nella Chiesa, peggio se da questo clero si prenderanno candidati per farli divenire vescovi. A questo male comportamentale si assommerà un ulteriore male se si concepisce il proprio ministero in senso puramente istituzionale (in modo mondano) con il quale pretendere da altri assoggettandoli, non in senso carismatico, come un dono ricevuto da far fruttificare con tutti.

Questi sono fatti ben noti e non voglio umiliare nessuno nel ricordarli ma mostrare nel mio piccolo che la realtà è là e o prima o poi ci aspetta al varco e chiederà il suo conto anche se oggi non lo vediamo o non lo accettiamo.

Un buon vescovo non avrà da temere, un buon chierico e fedele neppure. Temerà solo chi non riesce a tenere il timone della barca diritto tra le tempeste e questo, se deve accadere, non tarderà a manifestarsi nel qual caso i buoni e i pii se ne rammaricheranno assai mentre i malvagi ne proveranno grande allegria. Com'è sempre stato, d'altronde. 

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(*) Recentemente c'è una vera esplosione di sette e chiesuole in Grecia, tra cui i Testimoni di Geova. Inoltre, come potremo chiamare "cristiano" un governo i cui uomini politici hanno pesantemente contribuito a mandare in ginocchio economicamente un'intera nazione? Si conosce e si condanna l'individualismo occidentale - che chiude la persona in se stessa alla ricerca di soldi e piaceri - ma, ad essere onesti, si deve constatare lo stesso individualismo anche nei paesi balcanici. Io che sinceramente amo la Grecia devo stare attento a certi greci e noto che greci onesti fanno altrettanto con i loro connazionali. 

Liturgie della Settimana Santa tra Oriente e Occidente


Il periodo della Settimana Santa è un momento particolarmente denso, dal punto di vista liturgico. Vi si celebra la morte e risurrezione di Cristo. Ogni giorno della Settimana Santa è punteggiato da qualche evento particolare.


Nella liturgia tradizionale latina soprattutto nel triduo sacro si celebrano i "Mattutini delle Tenebre", servizio liturgico notturno eseguito tutto in canto e composto di salmi, lamentazioni, letture e responsori. Depreco fortemente che sia stato ovunque abolito, tranne in pochi luoghi in cui ancora si esegue. I "Mattutini delle Tenebre" rievocano tutti i momenti della passione di Cristo, dalla preghiera nell'Orto degli ulivi alla deposizione del corpo morto di Cristo nella tomba, con un canto che sottolinea questi eventi e aiuta ad entrare nel mistero celebrato.

Chi vuole seguire in differita queste celebrazioni che hanno una reale struttura antica, le può trovare nel sito dell'abbazia francese del Barroux, qui (per il giovedì santo), qui (per il venerdì santo) e qui (per il sabato santo). I Mattutini sono udibili cliccando il tasto "Lodi".

Nella corrente settimana il mondo ortodosso inizia le celebrazioni della passione, morte e risurrezione di Cristo con un programma molto più denso rispetto a quello del mondo cattolico tradizionale (e assai di più rispetto a quello conosciuto normalmente dalle parrocchie cattoliche odierne).

I primi tre giorni della Settimana Santa c'è il cosiddetto "Ufficio dello Sposo", ossia la celebrazione dei Mattutini. Il Mercoledì santo è prevista, tra l'altro, la celebrazione dell'Olio santo che viene distribuito tra i fedeli malati.

Il Giovedì santo mattina si celebra la Divina Liturgia di san Basilio il Grande e la sera il Mattutino del  Venerdì.

Il Venerdì santo mattina si celebra il Vespro della Deposizione e la sera il Mattutino del Sabato santo con la processione dell'icona di Cristo morto (l'epitafio). Durante questa processione si cantano delle lamentazioni o enkomia di cui qui è possibile avere il testo greco e la traduzione italiana.

Il Sabato santo mattina si celebra una liturgia che annuncia la prossima resurrezione; la sera si celebra nel modo più solenne possibile la Veglia della Liturgia Pasquale.

Questo denso programma è sostenuto tranquillamente nei monasteri ma è in grado di stancare assai il clero delle piccole parrocchie. Nonostante tutto si celebra ancora (per fortuna!). Nessuna tentazione di aggiornamento ha ancora solleticato l'Oriente...

Una delle cose più toccanti delle celebrazioni di questa settimana è il potere della liturgia sugli animi dei fedeli. La liturgia antica e tradizionale ha, infatti, un mondo simbolico, si esprime in una serie di parole e atti che "magnetizzano" lo spirito di chi vi assiste. Parlo ovviamente delle liturgie antiche alle quali appartengono ancora i Mattutini delle Tenebre e le liturgie bizantine sopra elencate. Le liturgie moderne, invece, mescolano aspetti simbolici (che fanno leva sullo spirito umano) con aspetti teatrali o spettacolari, in ogni caso umanistici, che fanno leva unicamente sulla psiche, agendo dunque su un piano totalmente diverso.

Così se nel primo caso è come avere un magnete che, strofinato su un ferro, lo magnetizza a sua volta, nel secondo caso è come avere un magnete che non magnetizza più. Questo è un grosso problema che il mondo cattolico in gran parte non ha ancora affrontato e intravvisto: se il mondo simbolico da un lato aiuta a risvegliare lo spirito che dorme in ciascuno di noi, il mondo spettacolare ci distrae nuovamente dal mondo dello spirito e ci immerge in una prospettiva di fatto mondana!

Viceversa, una liturgia non secolarizzata, come negli esempi sopra posti, mantiente intatto il suo fascino e il suo potere evocativo. E cosa c'è di meglio delle liturgie tradizionali della Settimana Santa?

Un altro aspetto che personalmente mi affascina assai e che in questa sede posso solo accennare, è il seguente: nella benedizione delle acque (secondo gli antichi rituali latini oggi non più usati) si chiamava l'acqua come se fosse una persona, la si trattava come un essere animato. L'acqua nella quale si infonde la grazia in un certo senso si... "personalizza". 
Dove avevamo visto qualcosa del genere? Nella liturgia bizantina del Myron. Qui il patriarca, una volta che ha infuso la grazia nel santo Olio, lo chiama come fosse una persona.
La stessa cosa avveniva nell'antico pontificale latino (oggi non più usato se non in casi eccezionali) in cui il vescovo e il clero in successione, s'inginocchiavano davanti al Crisma salutandolo: "Salve, santo Crisma!".

Non so perché nel mondo cattolico attuale i liturgisti abbiano abolito questi aspetti antichi e tradizionali. Personalmente li ritengo profondamente significativi e indicano che la grazia di Dio non vivifica solo lo spirito umano ma pure gli aspetti materiali di questo mondo al punto che essi stessi assumono una personalità. Ecco allora Cristo che chiama i venti e ordina ai mari di placarsi e questi gli obbediscono (cfr. Mc 4, 41). Ecco allora il salmista che chiede: "Che avevi tu, o mare, per fuggire? E tu, Giordano, perché tornasti indietro?" (Salmo 113, 5). 

No, non sono aspetti di paganesimo o di sciamanismo, come potrebbe dire qualche saccente biblista razionalista di oggi, ma è vedere la creazione con gli occhi di Cristo stesso, un aspetto che in Occidente è venuto sempre meno al punto stesso che la sua liturgia, pure in questi aspetti, è stata modificata e pare seguire un certo indifferentismo materialista proprio al nostro mondo verso la realtà creata.

I testi della Settimana santa antichi, sia orientali che occidentali, ci comunicano, invece, tutto un differente orientamento. È facile capire dove è meglio stare, dove rivedremo tutto con gli occhi dei bambini che, soli, possono entrare nel Regno di Dio ... 

giovedì 2 aprile 2015

Stanchezza dei preti, stanchezza dei fedeli

Non è mia intenzione fare le pulci su ogni cosa si diffonde su internet ma a volte ci sono notizie diffuse in modo tale da far molto riflettere.

Di quest'oggi è la notizia che i preti sono stanchi e che pure il papa lo sarebbe. La frase pare essere stata pronunciata dal papa stesso. I mezzi di diffusione mediatica hanno ben messo l'accento su questa frase per indicare che, in fondo, anche i preti sono come la gente comune, tutti sono uguali nel nostro mondo massificato!
Noto oramai da tempo un'impostazione fortemente umanistica nelle parole di questo pontefice, come se il punto di osservazione del cristiano debba partire da constatazioni puramente umane e finire in altrettante constatazioni umane. Sarò sincero, anche a costo d' inimicarmi qualcuno: questa non è mai stata l'autentica prospettiva cristiana!

La stanchezza è un'esperienza umana ben comprensibile, soprattutto oggi. Ma c'è stanchezza e stanchezza. La stanchezza del corpo è una cosa, quella dello spirito è di ordine completamente diverso. Ed è proprio della seconda stanchezza che, pare, il pontefice parlasse.

La stanchezza dello spirito nasce da diverse cause di ordine psicologico ed emotivo, nasce da delusioni, dal fatto di sentire la propria vita senza un reale sbocco o realizzazione. Così oggi i preti (ma evidentemente anche certi fedeli) nella loro vita di fede si sentirebbero non realizzati? È lecito chiederselo ed è pure lecito pensare che per alcuni sia effettivamente così. Ma se è così, viene automatico porsi un'altra domanda: su cosa si basava, dunque, la vita cristiana di questi preti e questi laici? Evidentemente su un'attesa puramente umana!

Dal momento che nella vita di fede dovrebbe esserci un vero rapporto con Dio e considerato il fatto che per un credente Dio non è il Dio dei morti ma il Dio vivente, questo non può non creare una vivificazione interiore, certamente non eclatante, ma tale da motivare la persona, infonderle viva speranza e autentica gioia. I fatti sono fatti, le parole, anche consolatorie, rimangono flatus vocis!

Un giorno un neo papà mi disse: "Stanotte ho dormito pochissimo perché ho dovuto cullare il mio bebé, eppure sono felice". Anche nelle realtà umane ci sono situazioni in cui si può essere stanchi nel corpo ma vivificati nello spirito! 

Oggi, invece, vediamo e ci raccontano che chi dovrebbe darci una speranza e dovrebbe testimoniarla è, per primo, stanco nello spirito. Che dovevano dire i martiri che avevano tutto il mondo contro ed erano falliti umanamente ma nei quali sgorgava la sensazione viva della presenza di Dio che li rendeva ilari al punto che per i pagani erano pazzi? Che doveva dire sant'Atanasio che aveva il mondo eretico contro, praticamente tutto l'impero di allora, eppure nelle battaglie era sereno?
Nel caso dei preti e dei fedeli stanchi di oggi non si sarà mica oscurata la grazia, la viva sensazione interiore della presenza divina, al punto che essi ragionano oramai solo in modo puramente umano? Non è una domanda formale perché ci indica che, se le cose stanno così, questa gente non ci condurrà da nessuna parte!

mercoledì 1 aprile 2015

Avviso


Si avvisa i gentili lettori che i libri della collana liturgica bizantina saranno interamente revisionati nella grafica. D'ora in poi tutte le immagini incluse nelle pubblicazioni avranno caratteristica vettoriale, il che dona alla stampa, già esteticamente buona, un carattere eccellente.
Al momento è stato revisionato il Rito della Proskomidia. È possibile notare il maggiore impatto grafico nell'anteprima, ingrandendo l''immagine del foglio visualizzato.

lunedì 30 marzo 2015

Le arti figurative nei libri liturgici

pro questo post perché alcuni ricorderanno senza dubbio le edizioni più eleganti che ebbe il mondo cattolico, stampate a Ratisbona sotto il nome di "Pustet". Da allora il libro liturgico non raggiunse più tale eleganza che richiede, oltre ad un certo impiego di mezzi finanziari, tempo, pazienza, competenza e tecnologie adeguate.

Il libro liturgico per il contenuto posseduto non può essere privo d'estetica o, peggio, disarmonico. Dev'essere bello anche al solo vedersi il che non si ottiene mai con l'improvvisazione. Purtroppo nel nostro tempo in cui si preferisce ascoltare la musica in formato mp3 - un formato ben poco piacevole ad orecchie abituate a buoni suoni ma che ha contribuito a mandare in crisi il mercato del disco perché trionfante -, non si da molta attenzione a manufatti di qualità superiore. Il volgo si pasce di "ghiande" oggi più che mai ...

Il mio personale atteggiamento è quello di andare in controtendenza, nonostante tutto.
Ho iniziato senza grandi conoscenze tecniche ma ammirando i bei libri liturgici. Pian piano ho appreso il mestiere del grafico semplicemente lavorando. Ad oggi mi sembra di riuscire discretamente nel realizzare quanto mi propongo.

In questo post illustro un particolare della grafica per i libri liturgici: le immagini. 

Lavorando sui libri bizantini mi riferisco a grafiche bizantineggianti. Non si creda che qualsiasi immagine trovata possa andare bene. Le immagini devono integrarsi con il testo ed essere il più possibile uniformi tra loro. Già questo richiede un certo lavoro. Spesso, però, l'immagine scelta non si adatta convenientemente e ha bisogno d'essere ritoccata. 

Facciamo un esempio con qualche immagine tratta dal repertorio d'illustrazioni offerte da Rallis Kopsidis, un nome noto per aver riportato in Grecia lo stile bizantino nell'iconografia, verso la metà del '900.

Iniziamo con l'immagine di san Basilio.


L'immagine a destra la possiamo trovare nei libri liturgici della Chiesa greca, ad esempio nell'edizione dell'Apostolikì Diakonìa. Qui è giusto un po' più scurita, rispetto all'originale, comunque scuro.
Il san Basilio di Rallis Kopsidis non concede nulla al romanticismo zuccherato e stucchevole di certe realizzazioni cattoliche e russo-ortodosse che, sinceramente, fanno pena. La sua austerità e virilità ben si sposano con il libro liturgico. Purtroppo ha dei limiti: è stato disegnato con un pennino che, sinceramente parlando, è troppo largo. Ad un'immagine già pesante l'artista ha aggiunto uno sfondo tratteggiato che scurisce ulteriormente il tutto dando una sensazione assai greve. Ci manca poco che il disegno, una volta stampato, si trasformi in una grande macchia nera con qualche area bianca qui o lì.

Mi sono chiesto per quale motivo l'artista aveva bisogno di disegnare con tale esagerazione. Ho immaginato una risposta nel bisogno tutto ellenico di drammatizzare le scene rappresentate, teatralizzandole, un bisogno di cui un buon disegno può tranquillamente fare a meno. Questa teatralità drammatica ellenica la si ritrova, d'altronde, anche in composizioni musicali odierne e fa parte dello spirito neogreco.

Lungi dall'accorgersi di ciò, gli editori della Apostolikì Diakonìa hanno spensieratamente stampato come stava questo disegno mentre a me, già in un primo momento, non convinceva affatto. È incredibile come la Grecia, già patria dell'estetica, spesso oggi non lo sia più! Io lo noto perfino dal modo approssimativo che i greci hanno di arredare le vetrine dei negozi. Pure qualche greco che si da da fare editorialmente in Italia lo dimostra. Molti di loro purtroppo non sono in grado di capirlo ...

Prendendo l'immagine di san Basilio ho, dunque, operato su due livelli: 

a) Ho alleggerito l'insieme togliendo completamente il tratteggio di fondo, francamente inutile e dannoso. Questo fa spiccare l'immagine del santo e aiuta a leggere molto meglio il testo scritto su di lui;
b) Ho usato due colori. Questo contribuisce ad alleggerire ancor più l'immagine e a conferirle una certa eleganza. In tal modo, il tratto nero e il colore amaranto si sposano con il testo liturgico che, pure lui, ha gli stessi due colori. 

Il riquadro leggero ma un po' elaborato aiuta a dare eleganza all'insieme.
In questo modo a quest'immagine è stato tolta quell'aurea che la rendeva indigesta. 


L'immagine del Crisostomo ha subìto lo stesso trattamento. Il miglioramento è ben visibile!


L'immagine di san Giacomo, sempre fatta dal medesimo artista, oltre ad essere lavorata come le due precedenti, ha dovuto essere ritoccata. 
Quel bisogno strano e inutile di scurire, in questo caso ha intaccato gli occhi del santo per cui c'è stato bisogno di illuminarli, distinguendo la palpebra dall'iride. 

Il lettore da questi brevi accenni capirà come lavorare graficamente sui libri liturgici richieda veramente tanta pazienza e tempo! Chi vuole fare altrettanto  ma senza la stessa dedizione, solo per colpire la gente per quanto fa, è meglio che si dedichi ad altro. Meglio meno libri e più qualità! Le foreste e gli alberi ringrazieranno...



giovedì 26 marzo 2015

Liturgie quaresimali bizantine



Prima della conclusione della grande e santa Quaresima bizantina, indico in questo post alcune pubblicazioni relative alle liturgie in questo periodo penitenziale. 

La prima, quella di san Basilio Magno, si celebra la domenica. E' simile alla liturgia crisostomiana ma è più lunga per tutta una serie di preghiere adatte al periodo quaresimale. Cliccando qui, ci si collega direttamente alla pagina che descrive il libro di questa liturgia e ne rende disponibile una stampa a chi ne fosse interessato. È pure possibile vederne una anteprima.

La seconda, quella dei Doni presantificati, si celebra ogni mercoledì e venerdì delle settimane quaresimali ed è un ufficio vespertino al quale si include la comunione eucaristica. Infatti, come si sa, durante la quaresima bizantina non si celebra alcuna liturgia eucaristica durante la settimana per rimarcare il carattere penitenziale di tale periodo. La settimana ha dunque dei giorni aliturgici, a meno che non cadano grandi feste come l'Annunciazione. Cliccando qui ci si collega direttamente alla pagina che descrive il libro di questa liturgia e ne rende disponibile una stampa a chi ne fosse interessato. È pure possibile vederne una anteprima.

Queste due pubblicazioni proseguono la collana di testi liturgici che ci eravamo prefissati un anno fa.


mercoledì 18 marzo 2015

Gli "enkòmia", lamenti funebri del sabato santo

Gli enkòmia sono lamenti funebri con cui la Chiesa bizantina piange la deposizione di Cristo dalla croce nel mattutino del sabato santo, usualmente celebrato la sera del giorno precedente. Questa composizione ecclesiastica è divisa in tre parti o stanze. Ogni suo versetto è intercalato dal corrispondente del salmo 118 (Bibbia dei LXX). Questa pubblicazione riporta gli enkòmia nella versione integrale, come si cantano nei monasteri. Il testo greco è quello ufficiale delledizione Apostolikì Diakonìa della Chiesa di Grecia. Nelle parrocchie questi testi, particolarmente amati dal popolo, sono solitamente praticati in una versione più ridotta. Gli enkòmia, composizioni in poesia, hanno delle particolarità letterarie che evidenzieremo brevemente.

a) Esprimono la profonda pietà della Chiesa, dinnanzi alle spoglie mortali di Cristo. Lo sbigottimento e il dolore non sono mai tali da prevalere al punto che già qui si evoca la resurrezione che darà vita e trasfigurerà il corpo del Salvatore. Si evita, così, di cadere in una cupa tristezza o di crogiolarsi nel puro dolore, come potrebbe succedere in una pietà deviata che prende troppo in considerazione il dato psicologico e umanistico della vicenda e lascia sullo sfondo quello rivelato.

b) Negli enkòmia si esprime la voce del popolo che, in modo totalmente spontaneo, grida con espressioni appassionate di amore, di sdegno e, in qualche caso, quasi di furore. È per amore e dolore che in questi versetti si ritrova qualche espressione tale da turbare la sensibilità attuale, come quelle dirette verso i principali responsabili della morte di Cristo. Quello che qui interessa non è fare una discriminazione, come si potrebbe pensare oggi, ma mostrare lenorme mostruosità di chi rifiuta Cristo quale Dio aspettato già dallAntico Testamento. Ed è appunto la fede in Cristo Dio lelemento fondamentale sul quale si basa l’inaudita addolorata meraviglia del cristiano dinnanzi a chi respinge e condanna il Salvatore. Questo sdegno ha, però, breve vita: dinnanzi ai bagliori della risurrezione che lampeggiano pure nel giorno più drammatico, segno che nessun tradimento può prevalere sulla salvezza stabilita da sempre da Dio, il dolore si placa e il cuore si purifica.

c) I contrasti con i quali si tratteggia il dramma della passione sono, quindi, diretti verso la sua soluzione in un abbraccio universale di salvezza che accoglie chiunque è disposto ad avere fede in Cristo.

Aver proposto la traduzione integrale di questi testi intensamente lirici significa, dunque, mostrare una volta di più quale sia la fede tradizionale della Chiesa bizantina che sgorga direttamente dagli eventi della passione morte e risurrezione di Cristo.

(Dall'introduzione)

Il libro è disponibile nel seguente sito: clicca qui.

Canto degli enkòmia nella consuetudine atonita:





domenica 15 marzo 2015

Che senso dare alla Liturgia Eucaristica o santa Messa?

Messa nell'abbazia tradizionale del Barroux.
Si noti il crocefisso d'ispirazione romanica.
Spesso, scorrendo il web, capita di osservare non poche imprecisioni sul modo in cui viene valutata la liturgia cristiana e questo pure in chi dichiara d'avere una sensibilità tradizionale. La liturgia eucaristica, comunemente definita con il termine latino di "messa", risente più di tutto di queste imprecisioni, in parte ereditate dalla storia.

I siti tradizionalisti cattolici partono dall'idea tutt'altro che scontata che, nel periodo postridentino, si raggiunse l'apogeo dell'ortodossia e che quel periodo, dunque, dev'essere assolutamente recuperato così come stava anche al giorno d'oggi.

Nel campo cattolico opposto, troviamo i cosiddetti "novatores", ossia i promotori delle innovazioni (liturgiche ma anche ecclesiastiche in senso ampio) i quali odiano visceralmente il periodo tridentino e tutte le sue manifestazioni. Il vice-rettore di un seminario friulano, anni fa, non aveva problemi ad esternare questa sua antipatia insegnando ai suoi sottoposti che il santo controriformistico Pio V è, in realtà, un santo per modo di dire.

Il campo cattolico è così diviso che se uno studioso tenta di portare altre idee o verrà qualificato come "protestante" dai conservatori e tridentini o verrà qualificato come "tridentino" dai progressisti.

In realtà, questa è una malattia degli animi che, lungi dall'attenuarsi, si sta esacerbando sempre più con il rischio, oramai non più così lontano, di spaccare il Cattolicesimo in due differenti confessioni. I tentativi di Benedetto XVI di porre pace tra le due fazioni è, infatti, chiaramente fallito.

La realtà, come al solito, è molto più complessa e rifugge dagli schematismi dicotomici con cui le menti grossolane vorrebbero sintetizzarla.

Farò un breve excursus sulla Messa e su come essa è valutata, per qualche suo aspetto che risulta essere alquanto interessante. Dato lo stile del blog mi limiterò a procedere per brevi flash. Gli approfondimenti li lascio ad altre sedi.

La liturgia eucaristica è stata oggetto lungo i secoli di molti commentari, di catechesi e di trattati teologici. In tutte queste opere si possono ritrovare dei tratti comuni ma anche accentuazioni particolari, proprie a questo o quell'autore.

La Madonna dalle sette spade (o dai sette dolori);
un non senso dal punto di vista bizantino che però
 è penetrato nell'ortodossia slava.
Quello che determina un nuovo ambiente e di cui è assolutamente importante tenere conto è un nuovo fatto che marcherà in modo profondo tutti i secoli a venire nell'Occidente cristiano: la devozione alle sofferenze di Cristo. Questo tipo di devozione compare per la prima volta in Bernardo di Chiaravalle ma diviene popolare solo a partire da Francesco d'Assisi. Esso coinvolgerà la mentalità e la cultura. In ambito prettamente artistico, la rappresentazione della crocefissione assumerà sempre più gli aspetti di un profondo dramma. In epoca romanica, al contrario, Cristo in croce è rappresentato come il Cristo Re (regnavit a ligno Deus), che, avendo già sconfitto la morte, riposa palcidamente sul legno sul quale è stato appeso.
Quest'ultima è una prospettiva che riscontriamo sia iconograficamente sia letterariamente nel mondo bizantino: i canti del sabato santo con cui si piange la morte e la deposizione di Cristo (Engòmia) non s'intrattengono affatto sui patimenti e sulle piaghe del Cristo morto e, anzi!, sono diverse volte illuminati dalla luce della prossima resurrezione.

Questa nuova sensibilità che definiremo propriamente "doloristica" (1) fa da spartiacque e influenza inevitabilmente anche il modo in cui ci si accosta alla Messa.

Bisogna precisare che, precedentemente, i commentatori ecclesiastici sia occidentali che orientali riferiscono alla Messa il concetto di sacrificio e di morte salvifica, come si farà poi, ma senza quell'accentuazione e quell'esclusività che caratterizza, ad esempio, il periodo barocco.

Isidoro di Siviglia (VI sec.), parlando della liturgia eucaristica, dice chiaramente che in essa ci si riferisce al sacrificio sulla croce di Cristo ma aggiunge che essa è la partecipazione alla cena del Signore del Giovedì santo. Gli autori bizantini – ad esempio san Massimo il Confessore (VII sec.) – pongono sullo stesso piano sia il sacrificio di Cristo redentore che gli eventi successivi e inalienabili da esso: la resurrezione e l'effusione dello Spirito santo. Soprattutto la prospettiva orientale (che, lo ribadiamo, appartiene a tutti gli effetti alla Chiesa e non è una prospettiva esotica o marginale) vede nella Messa la sintesi di tutta la storia della salvezza. Questa visione olistica è tipica della mentalità bizantina, mentre l'Occidente ha sempre dimostrato d'avere una mentalità più frammentaria.

Infatti, la stessa istituzione della festa della Trinità, non ha senso in Oriente dove, per quanto si siano tenute le discussioni teologiche trinitarie, la liturgia rappresenta sempre e costantemente una celebrazione trinitaria. In Occidente, al contrario, si sente il bisogno di ricordarlo e questo indica effettivamente un modo differente di procedere nel considerare la fede cristiana.

È forse questa mentalità più frammentaria e meno olistica che alla fine ha determinato la polarizzazione su alcuni elementi della fede a scapito di altri. Lo notiamo nel cammino storico della liturgia occidentale.

La liturgia latina del XV secolo conosce le interpretazioni allegoriche. Spesso anche ogni elemento architettonico della chiesa assume una valenza doloristica: ad es. l'altare ha tre gradini perché ogni gradino di esso ricorda le cadute di Cristo lungo la via dolorosa del Calvario.
La fioritura allegorica giunse ad avere una grande espansione immaginifica (se non proprio fantasiosa) fino al momento in cui, nel XVI secolo, Martin Lutero, finì per buttar via il cosiddetto "bambino con l'acqua sporca": la liturgia luterana non è più il sacrificio di Cristo ma la semplice sua cena e il tempio dev'essere spogliato da ogni elemento che d'ora in poi sarà visto contrario al puro vangelo.

Ciò che con Isidoro doveva rimanere indissociabile viene dissociato.
In ambito cattolico, per reazione, si rifiutò il significato di Cena e si rimarcò in modo pesante il significato di sacrificio: la messa è il rinnovarsi dello stesso sacrificio con cui Cristo è morto in croce per il bene di tutta la Chiesa. In quest'ultima visione gli altri elementi della storia salvifica (la Resurrezione e la Pentecoste) vanno immediatamente in secondo piano e paiono sfuggire alla pia attenzione del fedele, tutto preso a partecipare meglio che può al sacrificio eucaristico.

A questo fedele è dunque richiesto di unire al sacrificio eucaristico i propri sacrifici. Qui non è solo una visione pia e modesta che s'impone ma una visione sempre più penitente e umbratile, la tipica visione che fa da sfondo alla maggioranza dei quadri barocchi in cui vivide tinte si stagliano da sfondi tenebrosi.

Sì, bisogna confessare onestamente che siamo davanti ad un eccesso e ad una polarizzazione che potrebbe, in alcuni casi, avere qualcosa di nevrotico. Qualche post fa, infatti, ho commentato un quadro che rappresenta la prima comunione di alcune comunicande ottocentesche che infonde una certa impressione per il suo enorme impatto psicologico, segno di una religiosità vissuta con grande emotività.

La modestia e il rispetto del sacro, in questo contesto, sembrano non tollerare la serena fiducia nel fatto che Cristo ha vinto la morte e che con la sua resurrezione ha illuminato già da ora la nostra storia umana. Qui, al contrario, pare imporsi un certo pessimismo antropologico di tipo agostiniano.

Come ogni eccesso, anche questo o prima o poi doveva generare il suo opposto: la riforma liturgica cattolica dopo il Concilio Vaticano II ha voluto sottolineare che la Messa è una festa domenicale, non un momento di musoneria o di penitenza. La conseguenza è stata quella di rifiutare anche il più elementare senso di sacro, che fino ad allora era visto con paura e soggezione.

Queste brevi analisi ci suggeriscono che un semplice recupero delle cose "come stavano" non è garante di un successo e di un equilibrio nel dominio della liturgia occidentale. Si tratta di fare un processo di recupero a livello profondo, con una mentalità olistica, una pietà equilibrata e un profondo senso di sacro al quale non si associ il terrorismo spirituale di chi predica la sottomissione sotto pena di scomuniche e peccato mortale (2). È un cammino lungo che, semmai verrà intrapreso, potrà aver successo molto tempo dopo la nostra stessa morte. Speriamo che i nostri discendenti ne possano trarre giovamento!

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(1) La devozione alle sofferenze di Cristo determina anche un fenomeno parallelo a quello con cui si considera la Messa prima di tutto e soprattutto come rinnovamento del Sacrificio di Cristo: il fenomeno degli stigmatizzati. È interessante notare che prima di san Francesco, dunque prima della svolta culturale sopra accennata, in Occidente non è mai esistito alcun santo stigmatizzato né mai è esistito in Oriente. Questo fa fortemente pensare che questo genere di devozione abbia un risvolto psicologistico di non poco conto sul quale è bene riflettere.
La devozione ai dolori ben presto ha coinvolto pure la Madre di Dio nella famosa iconografia della Vergine con il cuore trapassato da sette spade. Quest'iconografia si spiega bene in ambito latino, in cui si ha esasperato l'attenzione al dolore, ma non si spiega affatto in ambito bizantino e ortodosso in cui questa esasperazione non è mai esistita e non ha senso. Ciononostante nel mondo slavo sono entrate le "Icone della Vergine dai sette dolori" su evidente influenza pietistica occidentale.


(2) Devo purtroppo constatare che certe chiese ortodosse slave, essendo state influenzate dal pietismo occidentale gesuita in epoca barocca, tendono ancor oggi ad avere un atteggiamento impositivo e moralmente ricattatorio. Si tratta, pastoralmente parlando, di un atteggiamento quanto mai fallimentare, soprattutto, nel nostro mondo occidentale. Mi è stato raccontato il fatto di un signore che fu severamente rampognato per essersi comunicato perché, ad un certo momento a causa di un riflesso condizionato da lui non voluto ha iniziato a tossire. Fu sgridato severamente: non doveva comunicarsi in quanto malato poiché se avesse sputato un frammento di eucarestia avrebbe fatto un pesante peccato mortale. A parte il fatto che questo problema non era certamente voluto, qundi non ci sarebbe stata alcuna "colpa" morale, a questo punto gli ortodossi non dovrebbero neppure comunicare i bambini piccoli che spesso, nel momento di assumere l'eucarestia dal cucchiaio, fanno i capricci e possono iniziare a sputarla. Si tratta, come abbiamo osservato, di un'esagerazione pietistica con annesso terrorismo spirituale. Ora, queste mentalità rigide incapaci di osservare i casi umani non appartengono assolutamente al mondo bizantino, nonostante certe chiese ortodosse se ne sentano eredi, ma al pietismo barocco occidentale che ha influenzato, dove poteva, anche l'Oriente permanendo ancor oggi. Nei casi estremi si tratta né più né meno che di atteggiamenti settari.

sabato 28 febbraio 2015

Il clericalismo: malattia mortale del cristianesimo - parte terza

Papa Innocenzo III (1161-1216)
Quanto è stato scritto fino ad ora tende a mostrare una cosa: il clericalismo non è altro che l'alterazione dell'autorità evangelica. Per clericalismo, alcuni canonisti medievali nel perido di papa Innocenzo III erano arrivati a scrivere che “tale e tanta è l'autorità del papa che è pure in grado di cambiare i vangeli!”. Qui è evidentissimo che l'autorità umana si pone prima della tradizione ed è in grado di alterarla. 
Ovviamente affermazioni così palesi non sono frequenti ma bisogna stare attenti: esse sono solo la punta di un iceberg sommerso, il segnale di una mentalità sovvertitrice che lavora silenziosamente e che, come si vede, ha tentato gli uomini di Chiesa ben prima di 50 anni fa!

Per capire bene tale argomento, è necessario osservare che tipo di rapporto esiste tra la tradizione della Chiesa e l'autorità ecclesiastica.
Ne avevamo già parlato tempo addietro ma è necessario riprenderlo in questo contesto.

La tradizione deriva, in definitiva, da Dio. Nel momento in cui avviene la rivelazione non si trasmettono solo delle parole o delle disposizioni (ad es. “Ama il prossimo tuo come te stesso”) ma un ethos, uno stile, un gusto particolare che permette di riconoscere o meno quanto appartiene a Dio. È un poco come chi, avendo avuto grande familiarità con un amico, ne riconosce la presenza dalla disposizione degli oggetti in una stanza. La formazione evangelica non è, dunque, una formazione intellettuale astratta ma un'intimità di grazia, per usare un linguaggio più teologico. Per tradizione gli Apostoli ricevono questa formazione e per tradizione la tramandano. Questo riguarda non soltanto i soli vescovi (come si crederebbe) ma tutto il corpo ecclesiale poiché la grazia riguarda tutti, esattamente come il dovere di difendere la fede. Il vescovo ha un incarico particolare, è vero, ma laddove viene meno si dovrebbero attivare gli altri, com'è successo molte volte nella storia del Cristianesimo (mentre oggi succede assai di rado anche a causa del clericalismo che ha sottratto di fatto questo dovere agli stessi cristiani).

Questa “tradizione di grazia”, la definirei propriamente, forma le autorità evangeliche che, in definitiva sono gli autentici santi.

Le autorità di questo tipo non potranno mai dire “io sono la tradizione” poiché la tradizione viene da essi ricevuta e tramandata, non depositata in essi come possesso personale, dal momento che non la creano loro. Se lo dicessero è come se dicessero “io sono la grazia di Dio”, il che suonerebbe sicuramente blasfemo poiché assolutamente idolatrico. Tra tradizione e grazia di Dio esiste, infatti, un intimo legale poiché una è per l'altra ed entrambe discendono dall'Alto.

La tradizione, dunque, precede l'autorità umana (discendendo dall'autorità divina) e contribuisce a generarla in senso evangelico. Un'autorità umana evangelica (un vescovo, un santo) possono determinare delle consuetudini nella Chiesa che respirano, però, dello stesso ethos-stile-gusto della tradizione. Queste consuetudini sono delle “figlie minori” della tradizione, in supporto e aiuto a quest'ultima, in grado di far comprendere e vivere meglio quest'ultima.

Il clericalismo non è altro che un'autorità che si fonda su se stessa – traendo pretesto dal vangelo – ma non è in grado di trasmettere lo stesso ethos-stile-gusto evangelico. Ogni suo prodotto romperà più o meno con la tradizione poiché un albero cattivo non può dare frutti buoni, come dichiara il loghion evangelico! Il clericalismo confonde drammaticamente quant'è increato (il mondo di Dio) con quant'è puramente creato (il mondo di quaggiù), il volere di Dio con il volere umano, le cose di Dio con le cose degli uomini...

Se, per fare un esempio-limite, un vescovo, un patriarca o un papa iniziasse ad ammettere l'immoralità nella Chiesa, questo dimostrerebbe che costui non è un'autorità evangelica, che si impone in modo clericalista e che non c'entra nulla con la tradizione, per quanto il suo discorso potesse pure avere brandelli di vangelo a supporto delle sue personalissime opinioni. Questo prelato, agendo contro la rivelazione, finisce per "ibernare" la sua autorità, renderla inattiva evangelicamente parlando, anche se con il ricatto e le armi del diritto si facesse ancora valere. A questo punto la disobbedienza è un assoluto dovere morale!

Quello che molti cristiani devono ancora capire, è che non esiste la “grazia di stato” distribuita in modo automatico. Per il fatto che uno sia cristiano, vescovo, patriarca o papa, non significa che abbia l'assistenza garantita (= la “grazia di stato”) da parte di Dio. In queste cose non esiste nulla di magico! Se un uomo usa della tradizione e della sua posizione in modo autoritativo e sganciato dalla rivelazione cristiana, non ha sicuramente alcuna “grazia di stato”.

Ciò significa che quanto viene dall'autorità non è automaticamente autentico, soprattutto quando l'autorità vuole sostituire la tradizione, ne fonda un'altra o si sente al posto di essa. Per questo nella Chiesa antica, a differenza di oggi in cui si impone l'autoritarismo, esisteva un “riconoscimento” delle dichiarazioni del tal vescovo o del tal concilio. Se le si riconosceva in linea con lo stile della Chiesa le si accettava altrimenti le si rigettava! In altri termini si "annusava" se in esse c'era o meno la grazia di Dio.

Il clericalismo è una malattia mortale del cristianesimo proprio perché inganna, si fonda sull'autorità facendo intendere di essere evangelico e invece non lo è affatto. È mortale perché crea uno o diversi nuovi ethos-stili-gusti nella Chiesa che non sono affatto quello voluto dal suo fondatore e trasmesso per tradizione.

La liturgia è il luogo in cui più di ogni altro si respira questo ethos-stile-gusto evangelico. Nel momento in cui viene mutata, si deve stare attenti a non cambiare l'orientamento degli spiriti.

È vero che nella storia sono avvenuti dei cambiamenti in tal campo. Si pensi al passaggio dalla liturgia di san Basilio (che una volta si celebrava ogni domenica nelle chiese bizantine) alla liturgia di san Giovanni Crisostomo (più semplice e breve). Ma non c'è dubbio che entrambe queste liturgie respirano della stessa atmosfera sacra e il cambiamento non ha affatto significato sovversione.

Abolire di fatto una liturgia e crearne una in cui esiste una diminutio di sacralità, potrebbe già significare un prodotto in parte alterato e chi lo ha approvato incrina senza dubbio la sua autorità davanti ai fedeli (dai frutti riconoscerete l'albero).

Se questo si rende possibile, è perché a monte si è reso possibile il clericalismo. Vedere il frutto malato e non accorgersi che l'albero è malato è un grave deficit!


L'unico rimedio è recuperare l'ethos tradizionale, cercarlo, capirne la ragione e i fondamenti. Solo in questo modo si potrà cogliere l'intimo e autentico essere della Chiesa e distinguerlo dalle sue distorsioni oggi sempre più frequenti.