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| Le vergini sagge e le vergini stolte della parabola evangelica |
Apro un post per
rispondere in modo più articolato ad un tema che pare abbia colpito
non poco i miei gentili lettori, considerato anche il flusso di
presenze, considerevolmente aumentato.
Il lettore che mi scrive
cerca di documentare il suo punto di vista con un pensiero un po'
articolato. Riporto il suo intervento integralmente e poi offro una
mia risposta.
Ringrazio da ora chi avrà
un po' di tempo e pazienza per leggerlo fino in fondo.
Pietro,
secondo me lei guarda la questione solo da un punto di vista, quello
che lei chiama psicologico. Se i termini fossero solo quelli
psicologici allora le potrei dare ragione. Tuttavia lei ha escluso il
corpo. L'incarnazione. Lei dall'Oriente ci propaganda un
cristianesimo tutto spirituale, aleatorio, sfuggente, iperuranico.
Noi dall'occidente le rispondiamo con un cristianesimo incarnato,
vissuto pienamente nel corpo e nell'anima. Ecco che la grande estasi
di Santa Teresa oltre che ad essere un'intensa esperienza spirituale
è anche un'esperienza pienamente corporea. Nella nuova creazione,
nell'uomo nuovo nato dalla risurrezione di Cristo il corpo e l'anima
saranno rese perfette. La risurrezione dei morti sarà anche un fatto
corporeo non solo spirituale. Così il cattolicesimo traspone il
cristianesimo anche come esperienza pienamente umana, pienamente
corporea in cui il fedele incarna Cristo bella sua anima e nel suo
corpo. Tutto
l'essere cristiano, anima e corpo è trasformato dall'incontro con
Cristo. Infatti Cristo si è incarnato in un corpo umano, si è fatto
uomo, con tutte le gioie che ha vissuto ed i dolori che ha patito.
Condivido la critica al dolorismo, ma non la critica alla corporeità
del cattolicesimo che non relega il corpo come limitazione o prigione
dell'anima, ma come mezzo per avvicinarsi a Dio, per imitare Dio, per
pregare e glorificare Dio, per vivificare con esso l'anima e
viceversa. Se lei imputa al cattolicesimo l'esclusione dello
spirituale io imputo all'ortodossia l'esclusione della corporeità,
dell'incarnazione di un Dio che si è incarnato
come uomo creato a somiglianza sua. Tra lo spirito e la psiche c'è
di mezzo il corpo. Ecco il motivo del fiorire della rappresentazione
plastica, figurativa, drammatica e poetica della natura umana del Dio
incarnato che è simile come noi nel corpo.
[...]
Pietro,
che male c'è nell'orgasmo se procurato a fine procreativo? Che male
c'è se l'accesso alla nuova vita nel cielo fisicamente sarà simile
ad una sensazione orgasmica moltiplicata mille volte come atto
procreativo che fa nascere alla nuova vita? Lei sà come sarà? In
oriente le vostre icone sono stilizzate, certamente trasmettono
spiritualità, ma niente altro, sono simboliche e una volta che ne ho
vista una le ho viste tutte, non sono interessato a proseguire oltre.
In occidente invece la rappresentazione dei santi e della divinità è
incarnata, plasmata a partire dal corpo dell'uomo. Le
rappresentazioni del fatto religioso in occidente spingono ad una
mimesi, all'imitazione. Il santo ritratto plasticamente nel suo atto
di conversione o nelle opere che ha condotto in vita, spinge il
fedele ad imitarne l'atteggiamento per trasformare la propria vita ad
immagine sua che è l'immagine di Cristo, Dio incarnato simile
nell'aspetto agli uomini creati ad immagine di Dio. La fisicità
degli atteggiamenti e delle rappresentazioni religiose occidentali
mira ad assimilare nel corpo l'evento della salvezza, affinché non
solo lo Spirito ma anche le membra siano trasfigurate, così che
tutto l'uomo corpo-mente-anima possa vivere come Gesù. Il corpo non
è un fatto negativo per noi occidentali, godere e sfruttare
evangelicamente e cristianamente le possibilità offerte dal corpo
umano creato da Dio è parte integrante della nostra spiritualità,
ecco perché in occidente c'è un gran fiorire della bellezza
religiosa in senso artistico e delle opere di carità in svariate
forme e misure. E' una spiritualità incarnata, che francamente non
traspare dall'oriente. E' una spiritualità vissuta, in cui sacro e
profano sovente si mescolano: il sacro per santificare il profano, il
profano per fare si che la spiritualità non porti la religione nelle
regioni iperuraniche. Ratzinger disse che il legame tra spiritualità
e serena e gioiosa mondanità è veramente, pienamente, cattolico:
l'accostamento «Chiesa e osteria» è sempre stato considerato
tipicamente cattolico e lo è per davvero.
L'intervento,
come si vede, è elaborato. Affrontiamolo punto per punto.
Pietro,
secondo me lei guarda la questione solo da un punto di vista, quello
che lei chiama psicologico. Se i termini fossero solo quelli
psicologici allora le potrei dare ragione. Tuttavia lei ha escluso il
corpo. L'incarnazione.
Purtroppo
lei si sbaglia. Nella mia analisi, che in questa sede non può essere
approfondita, considero l'intero uomo. Alcuni post fa avevo pure
fatto degli schemi nei quali mostravo graficamente le tre realtà con
cui, secondo la letteratura biblica e patristica, l'uomo è fatto:
corpo, psiche e spirito intrecciati tra loro. Ognuna di queste parti
ha caratteristiche sue particolari. Non è dunque possibile escludere
il corpo dal composto unitario dell'uomo e non ha neppure senso.
Ciononostante c'è chi ha tentato di farlo disprezzando la carnalità.
Innocenzo III, quand'era cardinale, scrisse un'opera di disprezzo
verso il corpo. Il pensiero di questo papa non era unicamente
personale ma rappresentava una forte tendenza di tutto il
cristianesimo del tempo che sembrava avere, dunque, un marchio
profondamente platonizzante. San Paolo, al contrario, pur
evidenziando l'importanza dello spirito non nega alla carne il suo
ruolo ma la sottomette allo spirito stesso poiché la carne, dalla
disobbedienza adamitica, è malata, debole, ed è tendenzialmente in
continua rivolta contro lo spirito. Per san Paolo e per la patristica
(Agostino è una eccezione) il corpo non è da disprezzare ma deve
essere considerato per ciò che è: malato non meno della psiche
poichè spontaneamente animato da un moto centrifugo da Dio (vedasi come la patristica tratta il ruolo delle passioni nell'uomo).
Lei
dall'Oriente ci propaganda un cristianesimo tutto spirituale,
aleatorio, sfuggente, iperuranico. Noi dall'occidente le rispondiamo
con un cristianesimo incarnato, vissuto pienamente nel corpo e
nell'anima. Ecco che la grande estasi di Santa Teresa oltre che ad
essere un'intensa esperienza spirituale è anche un'esperienza
pienamente corporea.
L'Oriente
mi offre degli spunti profondi di riflessione, è vero. Ma l'Oriente
e l'Occidente sono categorie che servono fino ad un certo punto.
Quello che è importante è capire la realtà profonda del
Cristianesimo. Se si ragiona semplicemente dividendolo come "oriente"
e "occidente", a lungo termine non si giunge a nulla poiché
si dirà: "Per loro vale questo, per noi vale altro ed è
quest'altro che conta!". Mi sembra sia proprio il suo
ragionamento.
Il
mio è differente: traggo spunto da dove posso per comprendere cosa
sia nella sua essenza il Cristianesimo ben sapendo che in Occidente,
assai più che in Oriente, ci sono stati molti "lavaggi
culturali" che, a lungo termine, hanno finito per oscurare certe
evidenze evangeliche, sia in ambito societario sia in molti ambiti
ecclesiali.
Ed
ecco, infatti, che lei definisce la prospettiva spirituale come
"aleatoria, sfuggente, iperuranica", in parole povere priva
di reale importanza. Quanto è realmente importante, ed è lei a
dirlo, è "un cristianesimo incarnato, vissuto pienamente nel
corpo e nell'anima". Cosa vuol dire "vissuto pienamente nel
corpo e nell'anima"? Mi par di capire che voglia dire "vissuto
solo
nel corpo e nell'anima, solo
con l'unica comprensione che ne può avere il corpo e l'anima, ossia
con la comprensione razionale e vitalistica" poiché l'aspetto spirituale – ammesso che possa
ancora sussistere in questa prospettiva – è del tutto "aleatorio,
sfuggente e iperuranico".
Ha
fatto bene a scriverlo ed è molto onesto con se stesso poiché
questa è, appunto, la vulgata corrente quella per cui un certo
cristianesimo si è chiuso in una contemplazione narcisistica
dell'umanità in se stessa e si è tranciato totalmente da Dio, salvo
nominarlo formalmente. Non è infatti possibile servire due padroni e chi ama uno disprezzerà l'altro: se mi appoggio unicamente sulla comprensione puramente umana del vangelo (ecco la religione nei limiti della sola ragione di kantiana memoria), disprezzerò la comprensione spirituale però con la comprensione spirituale (se rettamente intesa) non disprezzerò ma ridimensionerò assai la dimensione puramente umana!
Nella prospettiva unicamente umana è solo l'uomo ad agire (infatti qui c'è solo
corpo e razionalità) non si permette l'azione di Dio perché la prospettiva
spirituale, per quanto non negata a parole, è di fatto inoperosa: non la si sperimenta e la si ritiene "aleatoria, sfuggente, iperuranica". Dio rispetta la libertà dell'umo e lo lascia solo con se stesso. Queste mie affermazioni non sono campate per aria ma testimoniate da tutti i mistici.
La
santa mistica cattolica Teresa d'Avila, infatti, capì che il
suo concetto di Cristianesimo quand'era nel mondo e agli inizi della
sua vita religiosa, non era che ombra. Era un concetto che esaltava,
appunto, una prospettiva esclusivamente psichica in un contesto che, con
la cultura barocca, era intensamente psichico.
Teresa disse che, da un certo punto in poi, fu come aver ricevuto un
"secondo battesimo". Il mondo e la mentalità precedente
non avevano più molto senso. Cito una santa cattolica, perché so che se citassi lo stesso concetto dalla bocca di un mistico ortodosso per diversi lettori cattolici "non avrebbe valore" (salvo poi non capire neppure i mistici della propria "casa").
Al contrario di Teresa, lei sembra perorare la prospettiva di quel "mondo
precedente" affermando che "l'intensa esperienza spirituale
è anche un'esperienza totalmente corporea". Un'affermzione
così sarebbe condivisibile solo se si desse alla prospettiva
spirituale il suo dominio totale sul corpo e sulla psiche. Ma siccome
lei, precedentemente, mi scrive che la prospettiva spirituale è
"aleatoria, sfuggente, iperuranica", ne devo dedurre che la
sua prospettiva sia puramente mondana, come lo è, d'altronde, la
percezione che si ha vedendo la statua della mistica spagnola: un
orgasmo biologico e nulla più, cosa che può sussistere pure nel
mondo animale che, come sappiamo dalla rivelazione, non è chiamato a
divenire uno in Cristo (Cristo assume l'umanità, non l'animalità!).
Nella
nuova creazione, nell'uomo nuovo nato dalla risurrezione di Cristo il
corpo e l'anima saranno rese perfette. La risurrezione dei morti sarà
anche un fatto corporeo non solo spirituale. Così il cattolicesimo
traspone il cristianesimo anche come esperienza pienamente umana,
pienamente corporea in cui il fedele incarna Cristo nella sua anima e
nel suo corpo.
Anche
in questa frase noto la stessa tendenza. Lei parte affermando una
cosa ma poi inevitabilmente finisce per arrivare sempre alla
prospettiva corporea poiché è questa che le sta a cuore ma questo è
proiettare la propria mentalità nel mondo evangelico, non capire
realmente come stanno le cose nell'antica tradizione ecclesiastica e ascetica, che nasce direttamente dalla mentalità apostolica.
Onestamente
dobbiamo chiederci: era così per san Paolo e per gli asceti nei
primi secoli?
Il primo e i secondi sono stati definiti a torto
platonici poiché disprezzerebbero il corpo. Al contrario, l'apostolo
e la tradizione ascetica non disprezzano il corpo (come nella
filosofia platonica e nelle tendenze platonizzanti di un certo
cristianesimo latino) ma hanno un realismo spirituale con il quale
osservarlo. Sanno che il corpo è ferito, malato, quindi gli danno una regola precisa perché non si rivolti contro le istanze spirituali e le
annulli ma sia al loro servizio.
Essi
presentano le cose al contrario rispetto a quanto fa lei. Infatti,
lei parte da idee evangeliche per arrivare al corpo e lo vuole
comunque affermare per quel che è, dando l'impressione che le stia
bene così, nonostante i suoi lati problematici e oscuri. La tradizione
ascetica (che non fu solo dell'Oriente ma pure dell'Occidente) ha un
cammino contrario: considera la debolezza del corpo per farlo
obbedire alle istanze spirituali in modo da camminare
evangelicamente.
Per la tradizione patristica, la
perfezione del corpo e della ratio
(ossia la loro sottomissione completa alle istanze spirituali) non è
cosa che si affida solo all'al di là ma è un cammino che inizia già
qui e ora con la forza infusa da Dio (forza ecclesiasticamente detta
"grazia"). Ugualmente non si nega di certo la resurrezione
dai morti ma il fatto che il corpo risorge non significa che la
prospettiva corporea (con i suoi difetti) debba avere la meglio sulla
prospettiva spirituale!
Di
conseguenza l' "incarnare" Cristo nella
propria anima e nel proprio corpo, come lei dice, non significa che questi ultimi
devono rimanere come stanno ma devono essere trasfigurati
spiritualmente (poiché è la sola prospettiva spirituale ad essere
importante per il cristianesimo). Di qui la tradizione orientale di
dipingere il corpo dei santi trasfigurato dalla luce della grazia.
Tutto
l'essere cristiano, anima e corpo è trasformato dall'incontro con
Cristo. Infatti Cristo si è incarnato in un corpo umano, si è fatto
uomo, con tutte le gioie che ha vissuto ed i dolori che ha patito.
Condivido la critica al dolorismo, ma non la critica alla corporeità
del cattolicesimo che non relega
il corpo
come limitazione o prigione dell'anima, ma come mezzo
per avvicinarsi a Dio,
per imitare Dio, per pregare e glorificare Dio, per
vivificare con esso l'anima e viceversa.
Condivido
pienamente il fatto che l'intero uomo, assunto da Cristo, si debba in
lui trasformare. È un dato biblico. Ribadisco, però, che questa
trasformazione per essere reale e non una pura
affermazione verbale,
deve far trionfare l'aspetto spirituale che, quindi, non è più
"aleatorio, sfuggente, iperuranico", come ha detto prima, ma vissuto ed
esperienziale. E se è veramente così, l'asceta sa per esperienza
che tutto ciò trascende la prospettiva corporea e razionale, per
quanto illumini entrambe!
Nella
storia religiosa dell'Occidente è innegabile che vi siano state
tendenze platonizzanti (come ho sopra accennato).
A
parte ciò, non capisco la sua affermazione: "il corpo è un
mezzo per avvicinarsi a Dio". Ci ritrovo tutta un'enfasi
antropocentrica che manifesta non pochi problemi. Il corpo, ripeto, è
una realtà ambivalente. Se trasfigurato dalla grazia diviene un
"trasmettitore" di realtà spirituali (lo si vede nel
contatto con le sacre reliquie) ma se è lasciato come sta non porta
a nulla e, spesso, conduce la persona lontano da Dio.
Il
suo esempio mi fa pensare a chi esalta la ragione per se stessa. La
ragione, se informata da retti principi, è cosa utile. Se, invece, è
lasciata allo stato brado può essere la porta di accesso per stili
di vita tutt'altro che civili! Tutte le realtà create, nella
prospettiva biblico-ascetica, sono ambivalenti per cui non devono
assolutamente essere assolutizzate, come mi sembra lei faccia. Al
contrario, l'unica cosa da assolutizzare è la realtà spirituale
poiché questa discende da Dio e deve essere fatta germogliare
nell'uomo togliendo lo spazio alla dittatura indebita della ratio, della psiche e delle voglie corporee, cosa che la stragrande maggioranza dei cristiani
oramai non capisce più.
Quindi
non è il corpo che vivifica l'anima, come mi sembra lei abbia
affermato, ma lo spirito, ossia la grazia di Dio che illumina la
parte interiore e spirituale dell'uomo. A quel punto il corpo segue e
si sottomette e la psiche con esso.
Non
mi pare affatto che stiamo dicendo le stesse cose.
Se
lei imputa al cattolicesimo l'esclusione dello spirituale io imputo
all'ortodossia l'esclusione della corporeità, dell'incarnazione di
un Dio che si è incarnato come uomo creato a somiglianza sua. Tra lo
spirito e la psiche c'è di mezzo il corpo. Ecco il motivo del
fiorire della rappresentazione plastica, figurativa, drammatica e
poetica della natura umana del Dio incarnato che è simile come noi
nel corpo. [...]
Ancora
una volta ricordo che è sbagliato porre il discorso come un match
"ortodossia" contro "cattolicesimo". Si tratta di
capire cosa sia essenziale al Cristianesimo!
Non
è affatto vero che il mondo ortodosso disprezza ed esclude la
corporeità tant'è vero che esiste il culto delle reliquie, cosa che
in Occidente si è praticamente estinta (tranne qualche caso, mi
pare).
Tuttavia,
questa è una corporeità nella quale vive il dominio dello spirito,
non si esprimono semplicemente la razionalità o il corpo come
stanno: "Non sono più io a vivere ma Cristo vive in me",
diceva in altri termini san Paolo! (Cfr. Gal 2, 20).
Ne
discende, che le arti hanno seguito, con il genio loro proprio, la
rappresentazione dei corpi trasmettendo, volenti o nolenti, l'ethos
religioso prevalente nel loro tempo. In un'epoca in cui il corpo era
a servizio totale dello spirito, l'artista lo raffigurava in modo
simbolico, ieratico. In un'epoca in cui prevaleva una sensibilità di
ordine umanistico e psichico (se non un'ideologia della pura materia)
c'è stato il trionfo rinascimentale, giunto perfino a
rappresentazioni puramente naturalistiche dove il dato trasfigurato
si è totalmente perso (penso a certe realizzazioni della
trasfigurazione di Cristo o a certe Resurrezioni). Il fatto è là e
non possiamo certamente smentirlo.
Pietro,
che male c'è nell'orgasmo se procurato a fine procreativo? Che male
c'è se l'accesso alla nuova vita nel cielo fisicamente sarà simile
ad una sensazione orgasmica moltiplicata mille volte come atto
procreativo che fa nascere alla nuova vita? Lei sà come sarà? In
oriente le vostre icone sono stilizzate, certamente trasmettono
spiritualità, ma niente altro, sono simboliche e una volta che ne ho
vista una le ho viste tutte, non sono interessato a proseguire oltre.
Ogni
cosa nel suo giusto ambito ha il suo senso e utilità. Non c'è nulla
di male a usare il martello pneumatico per spaccare l'asfalto di una
strada, laddove questo è utile, ma è uno sfregio usare lo stesso
utensile in una cristalleria o contro un'opera d'arte.
Se
la natura umana ha le caratteristiche che conosciamo, non è un male
in sé. Ma diviene fuorviante quando proiettiamo i nostri concetti e
sensazioni puramente umani in un ambito che le trascende totalmente.
Di qui nasce la mia critica (fatta poi da molti altri). Pensare ad un
paradiso di orgasmi, come lei di fatto sostiene, è totalemnte
sciocco e inadeguato, quand'anche non blasfemo. Inoltre, fonda l'idea assolutamente errata che
il piacere sessuale in se stesso sia la via per il paradiso, quando
invece, non essendo una sensazione spirituale, nasce e muore con il
corpo. Non a caso san Paolo disse che in Cristo non c'è più né
marito né moglie, né maschio né femmina ma tutti sono uno in Dio (Cfr. Gal 3, 28). E disse pure che non serve a nulla seminare nella carne poiché si erediterà corruzione. Seminare nello spirito significherà ereditare la vita eterna (Cfr. Gal 6, 8). Questa è la Rivelazione! "Seminare nella carne" non vuol dire condannare il piacere sessuale in se stesso ma farlo divenire una categoria teologica, come mi sembra faccia lei, dimenticando totalmente che i riferimenti religiosi sono completamente diversi, spirituali, appunto.
Al contrario oggi si ritiene il piacere
carnale talmente essenziale che in alcuni è divenuto la categoria
princeps
per descrivere pure ... le relazioni intratrinitarie! Solo poco tempo fa questo sarebbe parso blasfemo.
Daltronde è qui che ci porta l' umanismo e lo psichismo! Questa visione in cui trionfa
ovunque il carnale è il punto a cui logicamente arrivano le sue idee
che, perciò, si contrappongono violentemente ad una reale visione
evangelica.
Siamo liberi di accettare o no il vangelo, ma non possiamo certo equivocarlo!
Se un cristiano non sa come sarà il paradiso, gli sono però
offerte le primizie, le sensazioni spirituali, ed è da queste che
capisce la trascendenza dello spirito da ogni altra cosa. Cristo
stesso dice: "Vi do la mia pace, non come la da il mondo" (cfr. Gv 14, 27),
per indicare che la sua non è una pace di tipo nervoso, psichico, ma
spirituale poiché "accende" la parte più interna
dell'uomo, quella spirituale, appunto! Questa pace non è "aleatoria, sfuggente, iperuranica", ma concreta ed è oltre il mondo, oltre le possibilità psicologiche e corporee del nostro mondo! Più chiaro di così!
Per
tal motivo le rappresentazioni iconografiche devono essere "secche"
ossia non concedere nulla al romanticismo sensuale, alla pura
soddisfazione razionale, per indicare che chi le osserva deve andare
oltre alla pura comprensione mondana e secolare, cosa che si può capire se realmente si sente di
essere in contatto con una forza trascendente. Se tutto questo viene
meno, il vangelo in queste essenziali istanze, diviene logicamente
"scandalo dei giudei e stoltezza dei pagani", come lo fu la predicazione della crocefissione di Cristo (1 Cor 1, 23). Tutto quello che non può rientrare nella comprensione dell'uomo naturale è giustamente scandalo e stoltezza. Quindi non c'è alcun interesse a "proseguire oltre"!
Oggi
siamo esattamente arrivati al punto in cui la prospettiva
spirituale-evangelica è scandalo e stoltezza. Ecco perché è
"aleatoria, sfuggente e iperuranica". Di fatto solo il
corpo conta e con lui la mitizzazione della ratio
e della psiche.
Il
cattolicesimo è una spiritualità vissuta, in cui sacro e profano
sovente si mescolano: il sacro per santificare il profano, il profano
per fare si che la spiritualità non porti la religione nelle regioni
iperuraniche. Ratzinger disse che il legame tra spiritualità e
serena e gioiosa mondanità è veramente, pienamente, cattolico:
l'accostamento «Chiesa e osteria» è sempre stato considerato
tipicamente cattolico e lo è per davvero.
Quello
che dice riflette veramente la prassi comune vissuta dalle nostre
parti: sacro e profano si mescolano (e la spiritualità è equivocata
con un certo tipo di psichismo religioso) ma, aggiungo, a spese
complete del sacro. Infatti parlare in termine di "sacro"
non ha più senso, in
primis in
molto clero.
La
spiritualità, lo ripeto, non porta affatto nell'iperuranio (concetto
filosofico ideale) ma modella la realtà umana e la illumina dal di
dentro facendolo capire chiaramente.
Di
certo tutto ciò non avviene senza sforzo perché chiede pazienza,
tempo, dedizione e sacrificio. Anche in latino si diceva "per
crucem ad lucem", per indicare che chi riceve lo spirito deve in
qualche modo faticare non poco per prepararvisi, come le vergini
sagge.
Il
vangelo ci ricorda che esse cercano di stare in piedi tutta la notte per
attendere lo Sposo, badando bene di conservare dell'olio in più per
non far spegnere la fiamma dalle loro lampade. In questo senso, il
cristiano è colui che veglia, che non si mescola con tutto ("[...] non ogni cosa è utile, [...] perciò non mi farò dominare da nulla",
dice l'Apostolo in 1 Cor 6, 12), che non ha l'avventatezza e la superficialità delle vergini stolte. Se lo spirito non dovesse avere il predominio su tutto, non si capisce perché nella tradizione ascetica si parla della diakrisis, ossia di discernimento spirituale!
Perciò
accostare Chiesa e osteria è quanto meno ridicolo e non importa
affatto che lo possa aver detto un papa, il ridicolo rimane! L'osteria da sempre ha
rappresentato un luogo in cui, assieme ad una certa comprensibile ricreazione si
possono avere atteggiamenti antievangelici. La chiesa è il luogo della preghiera, l'osteria giunge ad essere il luogo della bestemmia. Le osterie, soprattutto
un tempo, erano il luogo privilegiato in cui si comunicavano idee
eversive. Di qui la preoccupazione del Curato d'Ars nel vedere
osterie aperte e frequentate che portano inevitabilmente
a chiudere le chiese, ieri come oggi. (Non citerò la diffidenza del Crisostomo per gli svaghi, per non attirarmi la solita critica: è orientale!).
La
conseguenza è chiara: per il cristiano ha senso vivere nel
mondo solo non essendo del mondo, come già insegnava la Didaché
nel II secolo, epoca in cui il monachesimo ancora non esisteva (affinché non si dica che questo stile va bene solo per i monaci, continuando a vendere fumo!).
In conclusione
Come
vede dopo la nostra lunga chiacchierata emerge una cosa lampante:
Io,
per pura onestà con le fonti cristiane, affermo che il proprium
del Cristianesimo è la spiritualizzazione del mondo tout-court,
che si esprime in una reale e concreta esperienza di elevazione umana
con la quale si ridimensiona e si disciplina la ratio,
il corpo e la psiche.
Lei,
nella moda attuale di fatto antropocentrica, svende un'idea di
Cristianesimo che per me è senz'altro adulterata con un predominio
dell'umano in quanto umano (seppur motivato formalmente dal vangelo)
e del carnale per se stesso, sganciato da un'autentica ed effettiva
prospettiva spirituale.
Poi lei mi dice che questa sarebbe una "spiritualità incarnata". Io abituato a vedere la realtà delle cose e a chiamarla con il suo nome, so, al contrario, che un animale che cammina come uno struzzo, agisce come uno struzzo, rumoreggia come uno struzzo è... uno struzzo, non un cigno! Questa dunque non è affatto spiritualità evangelica.
In un certo senso anche lei è onesto: non fa
che ripetere quella che è la vulgata corrente, una vulgata che, a
dire il vero, porterà alla totale dissoluzione del cristianesimo in pura antropologia. Ciò, d'altronde, è già di fatto
avvenuto nelle nostre regioni.
Possiamo concludere vedendo nello sfondo delle idee del lettore che ci ha scritto lo stadio precedente alla morte del cristianesimo poiché esse rappresentano, nel loro attraente ed ingenuo vitalismo, un reale agnosticismo ed indifferentismo religioso: lo spirituale è "aleatorio, sfuggente, iperuranico". Il contingente secolare, comunque lo si chiami o giustifichi (tirando in ballo l' "incarnazione" o altro) rimane l'unica cosa che conta davvero.