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domenica 12 novembre 2017

Anaxios! (Indegno!)


Spesso in questo blog pongo dei riferimenti al mondo Cristiano orientale nella convinzione che non debbano essere estranei e allontanati dalla riflessione di un cristiano occidentale. È ancora fin troppo prevalente, infatti, l'opinione che l'Oriente cristiano sia qualcosa di isolato e "a parte" rispetto agli interessi e alla storia occidentale, qualcosa di folclorico se non di stravagante. 

Alla stravaganza si da, a volte, una ospitalità ma è ovvio che non debba lasciare alcun segno. Ricordo il sentimentalismo con il quale era considerata l'Ortodossia agli inizi degli anni '80 dove non esisteva parrocchia, quasi, che non facesse una piccola mostra di icone di carta. Tutto ciò era una moda che non ha lasciato nulla e spiega, per altri versi, la profonda crisi nella quale oggi versano le stesse realtà cattoliche orientali in Italia.

Nei casi peggiori l'Ortodossia la si condanna tout-court come qualcosa di eretico (quando mai è stata definita tale da un papa) e, in ogni evenienza, come qualcosa che non deve riguardare l'Occidente. Quest'ultima opinione accomuna, guarda caso!, gli opposti schieramenti cattolici, segno che, alla fine, sono fatti della medesima pasta. Non dimentichiamo che il tanto esecrato Lutero, da parte dei tradizionalisti cattolici, apparteneva ad uno dei più rigorosi ed integerrimi conventi agostiniani del tempo!

Sembra che alle persone vada bene separare ambiti, situazioni, tempi, non tanto per una metodologia di studio quanto per non trarre una comprensione globale dei fatti dell'esistenza o per dare comprensioni solo parziali, utili ad essere modellate o alterate da chiunque. Allora è bene dire che l'Ortodossia non riguarda affatto il Cattolicesimo, che è tutta un'altra storia e che ognuno ha una sua verità, ammesso che pure si creda ancora ad una verità. Personalmente cerco di vedere un significato in ogni cosa e in ogni ambiente, un significato unitivo che indichi una verità a livello profondo, una verità valida per tutti. Ma non è così che normalmente le persone si muovono e le istituzioni, per conservare se stesse, odiano tale genere di pensiero che potrebbe metterle a nudo.

Diversi anni fa l'ex presidente dei teologi italiani, Luigi Sartori (1924-2007), confidava volentieri ad uno studioso ortodosso che "[...] il Cattolicesimo ritiene interessante il Protestantesimo in quanto aperto all'avvenire, non l'Ortodossia perché testimone solo del passato". Tale dichiarazione rilasciata confidenzialmente in un momento di relax, tra una conferenza e un'altra nell'ambito di un convegno, indica la mentalità generale del Cattolicesimo. 
Giovanni Paolo II, ricevendo una delegazione ortodossa in Vaticano nei primi anni '90, dichiarò confidenzialmente ad un archimandrita da me conosciuto, oggi vescovo: "Il Cattolicesimo ha camminato lungo la storia in questi secoli, non si è fermato come voi. Iniziate dunque a muovervi!".
Ecco la stessa mentalità che rivela pure una furba strategia con la quale si vorrebbe fare leva sul senso d'inferiorità tipica dei popoli del mediterraneo orientale dinnanzi all'Occidente.

Mi è assolutamente evidente che, con tali ingenue idee condivise contemporaneamente dai cosiddetti progressisti (per quanto riguarda Sartori) e dai cosiddetti tradizionalisti (per quanto riguarda il papa polacco), il Cattolicesimo si da la zappa sui piedi.

Il mondo ortodosso ha qualcosa di peculiare, certamente, ma rimanda, come Sartori suo malgrado ha dovuto ammettere, all'antica tradizione comune che un tempo viveva anche nel Cattolicesimo. D'altronde, differenze più o meno grandi sono sempre esistite: il pensiero del latino Ambrogio non era certo identico a quello del greco Basilio. Eppure entrambi erano in comunione tra loro. Nel Cristianesimo quello che genera problema non sono le differenze ma le incompatibilità. 

Oggi, come osserva l'eremita Gabriel Bunge, ci troviamo in pratica dinnanzi a due sistemi operativi differenti, Cattolicesimo e Ortodossia che sono come Windows ed Apple. Tutto ciò si deve necessariamente imputare a qualcosa, visto che all'inizio non era affatto così al punto che certi territori dell'Italia nord orientale furono evangelizzati da alessandrini egiziani e la cosa non creava alcuna opposizione.

Quello che è chiaro è che l'Oriente Cristiano, nonostante mille problemi, mostra ancora com'erano anticamente le Chiese. E questo non dovrebbe lasciare indifferente l'Occidente, se è in cerca di un'autenticità con la quale tornare alle proprie radici, invece di perdere tempo a fare riforme puramente esteriori e di facciata o, "camminando nella storia", a rendere sempre più inconsistente il Cristianesimo stesso*.

Uno degli aspetti antichi che, personalmente, mi ha sempre interessato, è il potere, perché di reale potere si tratta, conferito al popolo nell'approvare o rifiutare una decisione clericale. È esattamente quanto succedeva anticamente: il popolo poteva accogliere o respingere un concilio, un vescovo, una decisione ecclesiale e di ciò, poi, non si poteva fare più nulla. 

In Occidente pian piano cambiano le carte in tavola ("Il Cattolicesimo ha camminato lungo la storia"!) e il clero inizia ad avere un potere assoluto, cosa accelerata soprattutto dopo la crisi luterana, alle soglie dell'epoca moderna. A l' État c'est moi!, attribuita a Luigi XIV, corrisponde l' Église c'est moi! del clero. E in tal senso non è una semplice boutade, quella del tradizionalista don Gilles Wach, quando una quindicina d'anni fa mi disse: "La Chiesa? Sono i cardinali e il papa la Chiesa, nessun altro!".

Dovrebbe essere, oggi, ovvio a tutti che tale sistema può finire per essere contro la Chiesa stessa, proprio per la presenza di atteggiamenti rivoluzionari da parte del papato attuale, atteggiamenti che nessuno nel Cattolicesimo riesce a trattenere. Mi si dirà che ci si trattiene dal fermare il papa per una questione di pura opportunità, per non ingenerare scandalo. In realtà in materia esiste un voluto vero e proprio vuoto legislativo. 

Infatti il "sistema operativo" è tale che i laici, dinnanzi ad una decisione clericale, devono solo obbedire. Che strumenti hanno, oltre a quello di far sentire, inascoltati, la loro voce? Nessuno! Perfino i 4 cardinali (oramai solo 2!) che vorrebbero porre un freno a certe stravaganze papali si trovano in grossa difficoltà e devono fare appello a un "istituto antico", con il quale si poteva correggere un gerarca ecclesiale, ossia, in definitiva, ad un istituto tipico del mondo ortodosso, non di quello cattolico dei tempi moderni.

Ebbene, l'Ortodossia è là per ricordare che, nonostante tutto, è ancora vivo un sistema alternativo, un "sistema operativo" diverso e antico. Vediamone un esempio.

Nel filmato da me inserito, si nota come all'ingresso di una processione episcopale, in Balamand (Libano) un vescovo viene contestato al corale grido arabo dell'assemblea: "Indegno!", ("anaxios", in greco). Questo grido, si noti bene, non è una moda mutuata dallo stadio, ma è sempre possibile da parte del popolo, essendo prima di tutto un vero e proprio intervento liturgico. La tanto conclamata "actuosa participatio" (partecipazione attiva) del popolo, un pretesto con il quale è stata spesso sovvertita la liturgia in Occidente, io la vedrei esattamente qui!

Così, dinnanzi all'indisponibilità del popolo il clero deve mettersi da parte (o dovrebbe farlo)**.

Ciò è fino ad oggi un sogno, in Occidente, dove il clero si è abituato ad essere un piccolo feudatario della propria Chiesa con tutto ciò che ne segue. E i cosiddetti "progressisti", che ritengono di parlare in nome del popolo, sono poi tra i feudatari peggiori proprio perché non sono controllati e limitati da niente e da nessuno ...

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* "Camminare nella storia" in senso autentico dovrebbe comportare l'immutabilità del messaggio cristiano, per il semplice fatto che è ancorato alla Rivelazione. Immutabilità pur adoperando anche nuovi linguaggi. Sappiamo che spesso non è stato così al punto che la pars christiana è indebitamente scesa nello stesso livello di chi la contestava, nella stessa arena, adoperando mezzi e strumenti identici ai propri oppositori, cosa che alla lunga ha intaccato le sue fondamenta. Questo è lungi dall'essere chiaro a tutti in Oriente e poiché in Occidente lo si vive non se ne ha lucida coscienza.

** Che oggi anche l'Oriente cristiano tenda a seguire sempre meno determinate antiche prassi, lo si evince da molti fatti. Oggi è in corso una strisciante clericalizzazione nell'Ortodossia, come avvenne in forma chiara in Occidente tra l'XI e il XIII secolo. Per questo il popolo, che pure ha ancora voce in capitolo, tende a non essere ascoltato e avvengono veri e propri processi di decadimento ecclesiale che il popolo, o quella parte ben formata di esso, non può frenare. 
Riguardo al fatto segnalato da questo filmato, un'amica libanese mi scrive: "L'archimandrita Y. B. è veramente indegno di divenire vescovo. Per questo le persone gridano così in chiesa. Purtroppo il patriarca l'ha ordinato ugualmente, di notte e segretamente...". Ecco che pure l'Oriente, per cercare di "camminare come l'Occidente", diviene clericalista rovinando la propria Chiesa. Un problema, questo, da me ampiamente riscontrato nel contesto della diaspora in cui avvengono diverse ordinazioni sacerdotali con le persone meno indicate, pur di avere qualche sacerdote in più. Ovviamente in questi casi il vescovo non ama essere contestato: sembra succube di un concetto magico del proprio "potere", come se potesse rendere automaticamente buono ciò che di fatto non lo è. Gli si crea attorno, allora, quel tipo di piaggeria che si conosce bene per averla vista attestare in molte curie cattoliche dove non è la verità ad essere importante ma quanto conviene fare al momento. Ciò rende questi ambienti sempre più formali e la formalità, l'abbiamo visto nei precedenti post, è lo stadio precedente all'alterazione sostanziale di una Chiesa, come storicamente è spesso avvenuto.

mercoledì 8 novembre 2017

Il contatto con il Divino e la Sacra Scrittura

Parlando di grazia, come ho fatto nel post precedente, si è determinati a parlare di un vero e proprio contatto con il Divino. La potenza guaritrice (dynamis) che esce da Cristo e sana l'emorroissa non opera una semplice terapia ma stabilisce un contatto immediato, per quanto fugace, tra la realtà umana e quella divina.

Nonostante non possa essere espresso dalla logica, tale contatto è chiaramente avvertito dalla natura umana come qualcosa di totalmente altro e di assolutamente inesprimibile. Il fenomeno avviene in un determinato momento, al punto che la persona guarita si ricorda l'ora e la data dell'avvenimento, ma, scaturendo dalla sfera divina, proviene contemporaneamente da una dimensione atemporale. Il contatto dell'uomo con il Divino testimoniato dai Vangeli si prolunga nella Chiesa ma solo sotto determinate condizioni che già il Vangelo mette in bocca a Cristo: “Credi nel Figlio dell'uomo?” (Gv 9, 35); “Non ti ho detto che se credi, vedrai la gloria di Dio?” (Gv 11, 40). Gli Atti degli Apostoli ribadiscono lo stesso concetto: “Filippo disse: 'Se tu credi con tutto il cuore, è possibile'. L'eunuco rispose: 'Io credo che Gesù Cristo è il Figlio di Dio'” (At 8, 37). La fede incrollabile in Cristo rende possibile il contatto tra la dimensione eterna e quella temporale, la realtà increata (o divina) e quella creata (o creaturale).

Il fatto è ampiamente evidenziato nella Rivelazione perché lo si possa mettere in dubbio e lo si può testificare in particolari momenti della vita di certi santi.
La fede cristiana non è un bagaglio di concetti intellettuali da conservare e tramandare. Per quanto la si possa esprimere anche in termini discorsivi, la sua vera natura è spirituale: la fede è un atteggiamento dello spirito umano che si appoggia su un “sentire” interiore che viene attivato dalla grazia. In effetti un tempo si diceva popolarmente: “Credere è una grazia di Dio”.

Infatti, ad un ateo potremo parlare fino a domattina dell'esistenza di Dio, magari facendo leva sulle cosiddette prove filosofiche di Tommaso d'Aquino, ma non crederà. Quello di cui l'ateo, e in fondo ognuno di noi, ha bisogno non sono i remata (le parole come puri suoni) ma i logia (le parole che danno vita). Cristo è il Logos per eccellenza: quello che dice immediatamente compie, che sia la maledizione del fico sterile, che sia la resurrezione di Lazzaro.

La grazia, dunque, effettua un contatto dell'umano con il Divino, essendo la grazia medesima “sangue”, se così si può dire, di Dio stesso.

È attraverso questo contatto che gli asceti erano resi sapienti, pur senza aver fatto particolari studi. È per cercare questo contatto che essi vivevano con grandi rinunce: “Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo, che un uomo, dopo averlo trovato, nasconde; e, per la gioia che ne ha, va e vende tutto quello che ha, e compra quel campo” (Mt 13, 44).

È attraverso questo contatto che chi ne usufruisce, magari anche un solo istante, comprende il valore della Scrittura e della Tradizione in un modo che non è dato a tutti perché consiste nel vedere le cose “all'interno” di loro stesse.

Fatta questa premessa, si può ora ben capire perché nei primi secoli cristiani era auspicabile l'esperienza monastica, soprattutto per chi avrebbe ricoperto una carica episcopale. Il vescovo, infatti, non deve giudicare con la mentalità del sindaco, in modo legale, esteriore, mondano (come oramai avviene). Il vescovo, come padre della diocesi, deve giudicare con l'occhio di Dio e questo è possibile solo in un'atmosfera autenticamente monastica. Se ciò non avviene, la Tradizione immediatamente si rinsecchisce e diviene un mero elenco di cose da fare “perché si è sempre fatto così” fino al giorno in cui qualcuno ha il coraggio di buttare tutto per aria (come oramai avviene nel Cattolicesimo e come è avvenuto nella Riforma protestante).

A questo formalismo che porta all'iconoclastia e alla desacralizzazione si è poi aggiunta la mentalità illuministica che ha letteralmente imbevuto tutto il nostro Cristianesimo occidentale.

Ad esempio ciò lo vediamo in un'intervista del generale dei gesuiti Arturo Sosa il quale dichiarò che le parole di Gesù non sono state tramandate da un nastro, o disco che sia, per cui noi non sappiamo esattamente ciò che Egli abbia detto.

L'affermazione ha fatto giustamente rizzare i capelli a molti ma chi ha protestato si è limitato a contrapporre a questa dichiarazione, che finisce per relativizzare il valore delle affermazioni di Cristo, l'idea che l'autorità dei Vangeli è sufficiente a fondare se stessa e quindi non dev'essere scalfita: “è così perché è così”.

Da quando la dichiarazione sosiana è stata fatta, lo scorso febbraio, non ho trovato una riflessione, che sia una!, che mi spiegasse le cose in modo alternativo, un po' più profondo. E anche questo, ovviamente, indica come la fede cristiana, almeno in Occidente, si sia fin troppo intellettualizzata.

Detto diversamente: si è alterato quel movimento circolare che i Padri stessi della Chiesa ci mostrano e gli asceti ci confermano. Il movimento circolare è questo: si parte dalla Scrittura, si crede in Cristo, ci si converte a lui, si è toccati dalla grazia, si legge con la grazia la Scrittura nella Chiesa e, nell'esperienza mistica, si ha la prova provata della sua validità. È ovvio che tutto questo non è istantaneo al punto che può richiedere molto tempo, ma è l'unico modo autentico di approcciarsi alla Scrittura che io conosca.



Oggi questo movimento circolare si è da tempo alterato: messa da parte la Chiesa e ritenuto un mito la grazia e la vita spirituale, si legge la Scrittura con il solo intelletto, un intelletto razionale che i Padri definirebbero “pieno di passioni” e quindi portato a cercare, nella lettura, conferma anche alle proprie debolezze. Il movimento circolare tradizionale è dunque stato sostituito con un altro movimento circolare: si parte da se stessi, si arriva alla Scrittura e, attraverso la ragione logica individuale si trae un significato razionale per poi tornare a se stessi, magari con diversi dubbi in più, come mi sembra di capire dalla risposta del gesuita.

Le parole di Gesù in quanto semplice scritto non significano nulla se non diventano vita della Chiesa, una vita in contatto reale (non ideale!) con l'Eternità. Quando ciò non avviene, sia perché richiederebbe un ascetismo ritenuto repellente, sia perché non si è mai creduto davvero, il vangelo diviene campo di esercizio per le opinioni più arbitrarie, tra cui quelle di padre Sosa.

Si comprende bene come qui oramai non possa più esservi spazio per alcun contatto con il Divino poiché non si può imparare veramente nulla di utile, visto che si pongono ragionamenti simili o peggiori di Peppone contro don Camillo.

Il discorso della grazia e del contatto con il Divino non può trovare assolutamente luogo in certi ambienti. Chi vuole continuare a credere si metta l'anima in pace, lasci pure che “i morti seppelliscano i loro morti” (Mt 8, 22), e viva nella Tradizione.

martedì 7 novembre 2017

La Chiesa: una questione di grazia

Se si seguono i dibattiti all'interno delle Chiese nel nostro tempo, si rimane esterrefatti: tutto il mondo cristiano è disperso in mille problematiche e cerca, con ciò, di dare un senso alla propria esistenza.

Non c'è tema attuale nel quale, in un modo o in un altro, le Chiese non siano implicate: temi etici, sociali, economici, ludici, psicologici, psicanalitici, economici, politici ...

Risuonano ancora alle mie orecchie le contestazioni sociali di qualche seminarista cattolico quando gli veniva fatto presente il primato delle realtà spirituali nella Chiesa: “Che se ne fa dei sacramenti un africano che ha fame? Prima bisogna dargli da mangiare!”. Questo tipo di contestazioni hanno uno speciale agnosticismo neppure tanto nascosto: quello che conta, in realtà, è l'immediatezza materiale. Il resto si può fare ma non è così importante come la materialità. Oltretutto qui è rovesciato il primato dello spirituale sul materiale, dell'anima sul corpo, quel primato che Cristo evidenziava con questa domanda retorica: Che giova infatti all'uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la propria anima?” (Mc 8, 36).

Da allora questi seminaristi sono divenuti sacerdoti e alcuni tra loro vescovi. Non fa alcuna meraviglia, quindi, se oggi in molte chiese cattoliche non si respira alcuna aria soprannaturale e, anzi, questa è ritenuta una pura affermazione verbale, quando non è semplicemente disprezzata.

Come oramai spesso sottolineo, siamo dinnanzi ad un arianesimo ecclesiale. Quando si crede nella divinità di Cristo si deve essere ben coscienti che, nella pratica, la Chiesa essendo il Suo prolungamento nel tempo, ha caratteristiche umane ma pure divine. Se nella Chiesa non s'intuisce nulla di divino ma è tutto troppo umano, la si è staccata da Cristo e non ci si può confortare con alcuna promessa divina applicata magicamente. Non ho alcun dubbio su tutto ciò!

Nella Chiesa tutto è collegato a tutto: non si può continuare a porre mano su quanto ricevuto per tradizione, cambiarlo e stravolgerlo senza pensare di non subirne qualche contraccolpo. E il primo contraccolpo che si sperimenta è proprio quello di vivere in un'atmosfera troppo umana, “logica”, autoreferenziale. Dio, anche se talora viene nominato, dov'è? Non c'è! Ecco spiegato il dilemma di molte nostre chiese occidentali “vuote di Dio”.

La Chiesa, in realtà, è una questione di grazia e null'altro! Ma cos'è la grazia? Credo che se poniamo questa domanda al clero odierno otterremo ogni volta una risposta diversa: tot capita, tot sententiae!

Andremo dalla definizione intellettuale che ne diede Martin Lutero (la grazia è la giustificazione che Dio ci dona in Cristo, rendendoci giusti anche se rimaniamo peccatori), a definizioni sempre più imprecise. Forse qualcuno non risponderebbe affatto. Rari sarebbero coloro che si rifarebbero alle definizioni dei catechismi di un tempo.

Il fatto è che gran parte di queste risposte non solo non è precisa ma è fuorviante, segno che tutte queste persone non sanno, in realtà, cosa sia la grazia. È un paradosso se pensiamo che questa vacuità ce la trasmettono molti sacerdoti! 
È come essere davanti da un meccanico che ci dicesse che il cacciavite è fatto a U mentre un altro ritenesse che ha una forma circolare e un terzo negasse addirittura l'esistenza dei cacciaviti. 
Che idea ci faremo di costoro? Che non hanno mai visto un cacciavite ma che in qualche modo ne devono parlare perché devono presentarsi come meccanici! 
Così è gran parte del clero attuale perché quello di ieri, fosse anche stato ignorante a livello esperienziale sulla grazia, almeno ripeteva meccanicamente il catechismo e salvava le apparenze.
Tuttavia mentre nessuno farebbe riparare il motore della propria auto ad un meccanico ignorante di cacciaviti, un prete che straparla sulla grazia o che la nega trova sempre qualcuno che gli da credito! Un laico che si affida a tali preti ne uscirà seriamente danneggiato nel “motore della sua anima ma probabilmente non ha la possibilità di esserne cosciente.

Volendo fare un paragone somatico, come fece l'Apostolo, la grazia è nella Chiesa come il sangue è nel corpo. Ma siccome la Chiesa ha caratteristiche anche divine, non solo credute per fede ma sperimentate nella realtà, la grazia è divina tout-court

So benissimo che nel periodo in cui il tomismo dominava la teologia cattolica si è architettato un escamotage con il quale, pur salvando il carattere soprannaturale della grazia, la si dichiarava di natura creata (quindi appartenente al nostro mondo peribile). Quest'affermazione nasceva dall'idea filosofica che Dio non si può mescolare con il mondo altrimenti viene meno come Dio. Una preoccupazione filosofica ha finito, in qualche modo e sicuramente senza volerlo, per appannare il carattere totalmente trascendente della grazia e anche questo ha aiutato ad inclinare il piano con il quale si è scivolati nell'attuale situazione secolarizzata.

Invece, la grazia è divina perché attraverso la forza della grazia è stata guarita l'emorroissa e il Vangelo lo evidenzia nella frase sfuggita a Cristo in quell'occasione: «Qualcuno mi ha toccato, perché ho sentito che una potenza è uscita da me» (Lc 8, 46). Da questo passo, è evidente che la grazia è qualcosa che proviene da Cristo in quanto Dio poiché, come uomo, non potrebbe fare cose del genere, e tale grazia ha effetti pure sul corpo. Il vangelo ci mostra che è qualcosa di estremamente concreto: è una forza (dynamis, in greco) che determina una guarigione. Ma è altrettanto ovvio che se questi passi evangelici sono ritenuti delle invenzioni, delle pie storielle, pure l'idea della grazia ne esce distorta.

Oltre alla grazia in senso generico (come abbiamo appena visto), un tempo si parlava di “grazia sacramentale”: i sacramenti ricevuti nella fede in Cristo sono veicoli di grazia. Questo in effetti è vero ma non in senso puramente ideale, come spesso si ritiene. La grazia è una forza, accende delle potenzialità normalmente dormienti nell'interiorità umana, abilità la persona a riconoscere o meno la volontà divina senza bisogno di intermediari umani (di qui il terribile sospetto e paura istituzionale davanti ai mistici nell'Occidente cristiano!). 

È qualcosa di molto sperimentale e di sperimentabile al punto che gli antichi padri, penso a san Simeone il Nuovo Teologo (XI sec.), non pensavano possibile esserci se la persona non sentiva alcun suo intervento. La grazia è un'arma, una protezione, una bussola, determina a vedere le cose con degli occhi divini, da la sensazione di una catarsi, di un'elevazione, spinge all'umiltà, al nascondimento, alla custodia della propria interiorità, accende l'intelligenza e scalda il cuore.
Per questo la vera comunione delle persone all'interno della Chiesa si fa nell'unica esperienza di questa grazia (questo è l'unico e autentico significato della frase: Cristo porta all'unità), non con escamotage umani, imposizioni, politiche ecumeniche, ecc. La stessa comunione formale con un gerarca (ad es. con il papa nel Cattolicesimo) non vuole dire assolutamente nulla se non è preceduta ed accompagnata dalla comunione nella grazia perché nella Chiesa non si può prescindere mai da Cristo.

Nei primi tempi del Cristianesimo si pensava che abiurare Cristo fosse possibile solo nel caso in cui la grazia non avesse funzionato e ciò significava che il battesimo ricevuto dovesse essere stato per qualche ragione invalido. Oggi, con questo metro e dinnanzi alla pavidità e alla freddezza di molti cristiani, quanti battesimi sarebbero invalidi?

La grazia è così importante per la Chiesa che in essa se ne dovrebbe sempre parlare. Dovrebbe essere veramente una “sacra ossessione”. Invece non se ne parla affatto e questo vuoto di parola indica benissimo il vuoto di una realtà, per di più di una realtà fondamentale. Al più si parla di etica, non si parla di grazia. Per questo i drammi viscerali che emergono da molti siti internet cattolici sulle questioni morali mi infastidiscono (nonostante sia anch'io preoccupato del libertinismo attuale presente nei chierici e nei laici). 

Infatti, ci muoviamo in una prospettiva sempre secolare, orizzontale, troppo umana, seppur animata dalle migliori intenzioni cristiane.

Una spiegazione c'è: la grazia per poter agire in modo anche sperimentale chiede che una persona lavori molto su se stessa. Questo è uno dei significati della parabola del seme nella terra (Lc 8, 4-15). Ci vuole una terra buona, quindi continuamente lavorata e preparata con il sudore della propria fronte, perché il seme gettato da Dio possa fruttificare. Senza questo lavoro che tradizionalmente si concretizza in lunghe veglie di preghiera, nell'astinenza, nel digiuno e in una vita ascetica nella quale si praticano i comandamenti, il seme cade o sulle spine o sui sassi e in quest'ultimo frequentissimo caso non produce nulla. Senza gli effetti reali della grazia tutto è visto umanamente e di conseguenza al più in modo meramente etico.

Se molti in una Chiesa sono in questo stato è la stessa assemblea ecclesiale che è priva di grazia! Che traditio può esserci in un'assemblea in gran parte dis-graziata? Una traditio puramente formale e, alla lunga, una rielaborazione puramente umana della traditio stessa! La mancanza della grazia nella maggioranza porta alla formalità religiosa (ad un ossequio puramente esteriore) e, alla lunga, al cambiamento radicale di una Chiesa. Mi sembra di vedere, in tutto ciò, il travaglio cattolico dell'immediato preconcilio e del postconcilio, tra gli anni '50 e gli anni '70 ma possiamo tranquillamente vederci la Germania prima e dopo la Riforma luterana. Inoltre, per pars condicio, ci vedrei pure qualche ambiente ortodosso dove la tradizione è vissuta in modo puramente formale e la liturgia diventa solo un pretesto per ritrovare la propria Nazione quando si vive nella diaspora. Qui non si sa o non si vuole sapere che si è già nell'anticamera verso la rovina della Chiesa ...


Giustificare le persone, senza imprimere in esse una sana inquietudine spirituale, significa allontanarle da Cristo, rendere inefficace la grazia (anche se si difende lo strano pseudo-diritto alla comunione eucaristica), trasformare la Chiesa in un'associazione di diritti umani, equivocare la rivelazione, in una parola: arianizzare la Chiesa stessa. 

Il Cristianesimo, quello autentico, sta da un'altra parte ed esattamente dove Chiesa e grazia sono intimamente unite e vive, come il corpo e il suo sangue. Ciò chiederà anche fatica, è vero, ma è Cristo stesso che parla di “porta stretta” per il Regno dei Cieli, non di cammini semplici e larghi ma vuoti di grazia.


© Traditio Liturgica

domenica 5 novembre 2017

Integrazioni al Messale Romano del 1962

Mi dicono che in Vaticano si stanno preparando nuovi testi da includere al Messale latino tradizionale (edizione 1962). I cattolici tradizionalisti non credano di avere integrazioni come quella da me sotto riportata!



giovedì 2 novembre 2017

Ci sono scelte e scelte....


Ho pensato di fare un post un poco originale. Senza esprimere alcun giudizio, metto in parallelo alcuni tratti di vita di due persone. Sono stili completamente diversi ma con qualcosa in comune... Il lettore trarrà da solo le sue conseguenze.



Padre James Martin (SJ)

Conosciuto anche come Jim Martin – nato il 29 dicembre 1960 –, è un sacerdote americano, scrittore e redattore della rivista gesuita “America”. Il 12 aprile 2017 papa Francesco lo ha nominato come consulente del Segretariato delle comunicazioni in Vaticano.

Martin è cresciuto a Plymouth Meeting, in Pennsyvania (Stati Uniti), ha frequentato la High School di Plymouth-Whitermasrh. Si è laureato alla School of Business dell'Università di Wharton della Pennsylvania nel 1982 e ha lavorato per sei anni presso la General Electric. Nel 1988 è entrato nella “Società di Gesù” ed è stato ordinato sacerdote nel 1999.

Oltre al suo lavoro presso la rivista “America” ha scritto e pubblicato più di 10 libri molti dei quali riguardano in gran parte le proprie esperienze.



È un commentatore alla CNN, NPR, Fox News Channel, la rivista Time, The Huffington Post...

In una trasmissione ha introdotto entusiasticamente il gruppo heavy metal dei “Metallica” e ha fatto propri molti punti di vista del movimento LGBT.


Qualche sua affermazione:

La Chiesa dovrebbe riconoscere che la comunità LGBT esiste (…) e che essa porta doni unici alla Chiesa. (…) Le implicazioni pastorali sono le seguenti: celebrare messe con la comunità LGBT. (…) Che le persone LGBT sono figlie predilette del Signore. (…) Infine, dire che una delle parti più profonde di una persona la parte che dà e riceve amore – è ‘disordinata’ è in sé stesso inutilmente crudele”.


Il venerabile padre Serafino Rose

Eugenio Rose nacque il 13 agosto 1934 a San Diego in California. Fu battezzato nella Chiesa Metodista a quattordici anni ma in seguito divenne ateo. Si laureò nella San Diego High School e frequentò il Pomona College dove studiò filosofia cinese laureandosi a pieni voti nel 1956. Studiò nell'Accademia Americana di Studi Asiatici e si laureò nell'Università della California (Berkley) nel 1961.
Nel 1956 scoprì gli scritti di René Guenon che lo ispirarono a cercare un'autentica e fondata tradizione di fede spirituale e poco dopo ebbe un primo contatto con la fede cristiano-ortodossa. Eugene confidò ad un suo stretto amico del College d'essere omosessuale dopo che la propria madre scoprì delle lettere scritte tra suo figlio e Walter Pomeroy, un amico della scuola superiore.

Un cristiano ortodosso russo introdusse Eugene all'Ortodossia. Questo comportò un affievolimento progressivo di Eugene dal suo stile di vita precedente, man mano che si avvicinava all'Ortodossia stessa. Nel 1962 Eugene entrò nella Chiesa ortodossa e con un altro cristiano ortodosso formarono una editoria di libri religiosi. Divenne monaco nel 1966 prendendo il nome religioso di Serafino. Dopo la sua ordinazione iniziò a scrivere diversi libri ortodossi presentando l'Ortodossia come la religione del futuro.
Morì il 2 settembre 1982 dopo aver condotto una vita religiosa irreprensibile ed esemplare, con grande commozione di molti da ogni parte del mondo.

Una delle attività pastorali di padre Serafino Rose era quella di staccare le giovani generazioni dal rock, che considerava almeno diseducativo, per farle avvicinare lentamente alla musica sacra, passando per quella classica. Egli riattualizzò l'ascetismo antico nei tempi attuali contro ogni tentazione di abbassare il Cristianesimo ad un livello che non gli è mai appartenuto.


domenica 22 ottobre 2017

La risonanza della Parola


Uno dei temi più ricorrenti nel mondo Cattolico è quello per cui la sacra Scrittura, letta nella Chiesa, ha una sua particolare risonanza.
Questo tema è, di suo, antico e tradizionale tant’è vero che non casualmente la Liturgia è intessuta di espressioni bibliche e riporta passi del Nuovo e dell’Antico Testamento.
Prima dell’invenzione della stampa era normale leggere la sacra Scrittura solo in Chiesa, davanti all’assemblea dei fedeli, poiché era l’unico momento in cui lo si poteva fare.
L’invenzione della stampa è stata una rivoluzione di cui oggi non ci rendiamo perfettamente conto. Sottrasse la sacra Scrittura alla Chiesa consegnandola all’individuo e alla sua libera interpretazione. È l’invenzione della stampa che, in qualche modo, contribuì ad imprimere un vero e proprio slancio alla dottrina luterana.
La libera interpretazione della sacra Scrittura può portare a risultati antitradizionali e, di conseguenza, a risultati distruttivi per la fede e la Chiesa stessa perché eleva la coscienza individuale al di sopra della coscienza ecclesiale <1>. Ben conscia di ciò, la Chiesa all’inizio proibì la lettura della sacra Scrittura in senso individuale poiché essa doveva continuare a risuonare nell’assemblea ecclesiale all’interno della quale si riteneva esistesse ancora la corretta mentalità per poterla interpretare <2>.
In una Liturgia nella quale si è conservato il senso del sacro, nel significato più alto del termine, e una vivida consapevolezza di ciò, la sacra Scrittura risuonerà nel modo più profondo e spirituale, sia essa proclamata nell’idioma correntemente parlato o in un’antica lingua liturgica. In una Liturgia nella quale il senso del sacro è stato infranto con tutte le banalizzazioni che ne conseguono, inevitabilmente ci sarà una ripercussione anche nellinterpretazione biblica.

Citerò un fatto occorsomi ultimamente e che esprime chiaramente quanto sto dicendo.

Duomo di Gemona (Udine). Messa serale accompagnata dal canto degli alpini.
Viene letto un passo di un’epistola apostolica nella quale, tra l’altro, si dice: “Se non amiamo il prossimo che vediamo, come possiamo amare Dio che non vediamo?” (1 Gv 4, 21).
L’interno della chiesa aveva un’atmosfera che mi riportava a quella di un’aula protestante di Berlino, da me visitata un paio di anni fa. Assolutamente tutto mi suggeriva che quel passo biblico dovesse essere inteso solo umanamente: amare il prossimo significava sovvenirlo in senso sociale e, d’altra parte, la stessa preghiera iniziale del sacerdote suggeriva ciò. In quell’aula ecclesiale la Scrittura risuonava, sì, ma con un significato fin troppo umano, così umano che uno non poteva non chiedersi a cosa potesse mai servire la Chiesa.

Solo attraverso le mie frequentazioni monastiche ho potuto capire che il passo di 1 Gv 4, 21 evoca un amore non umano, al quale il cristiano è abilitato con la grazia di Dio perché ordinariamente i preti oggi non ne parlano e forse non lo sospettano nemmeno. Di conseguenza, la “risonanza della Parola” a Gemona non elevava ma abbassava lo spirito umano. Questo è quanto sperimentalmente ho potuto sentire. Al contrario, il fine di tale risonanza è sempre quello di svegliare lo spirito, la nostra sfera più interiore, non di solleticare solo la ragione o la nostra psiche imprigionandoci nella camera a specchi della nostra mente. La risonanza (o catechesi, dal termine greco katecheo) comporta l’elevazione dell’umano nel divino, non l’abbassamento del divino nell’umano!

Non è un caso che nella sacra Scrittura si usino due termini greci per indicare il termine “parola”: logos e rema. Il logos è la parola creativa, appena si pronuncia crea: “Sia la luce e la luce fu” (Gen 1, 3). Cristo fa dei logia, ossia pronuncia delle parole che danno vita e il Logos è, d’altronde, un modo alternativo per denominare Cristo stesso poiché “in Lui era la vita” (Gv 1, 4) <3>. Nella coscienza antica della Chiesa, quando l’uomo è santificato in Cristo, diviene un altro Cristo per grazia ed è in grado, talora, di pronunciare dei logia, ossia delle “parole creative”, altrimenti dette miracoli. I miracoli sono fatti reali, non racconti puramente allegorici. Se fossero pure allegorie Dio sarebbe impotente, non potrebbe operare logia o mirabilia Dei e sarebbe come noi che proferiamo semplici parole umane. Perciò Dio non sarebbe più Dio o, più semplicemente, Dio non esisterebbe!
Le guarigioni e i miracoli compiuti in nome di Cristo indicano che il singolo fa dei logia e il caso evangelico in cui gli apostoli non vi riescano fa indignare Cristo stesso perché mostrano che essi, nonostante la Sua presenza fisica, non sono ancora stati permeati dalla sua grazia a causa della durezza del loro cuore (Mt 17, 14 ss.). Infatti, chi ha fede come un granello di senape, può pure fare cose meravigliose (Lc 17, 6; Mt 17, 20).

Un altro termine scritturistico per indicare “parola” è rema. Rema non è che un flatus vocis, il nostro modo ordinario di parlare, una parola che di suo non crea nulla, anzi, a volte distrugge. È così che l’atto della parola è disgiunto dall’atto creativo e la terra, a causa della disobbedienza adamitica, divorzia dal Cielo.
La “Parola di Dio” non è e non sarà mai rema, parola unicamente umana, ma logos, parola divina. La sacra Bibbia non è di suo una raccolta di logia, poiché contiene solo parole stampate nella loro nuda materialità, ma è una veridica e autorevole testimonianza dei logia divini, dell’esistenza reale di tali atti creativi in tutta la storia della salvezza che perdura nel presente. La Chiesa e l’evangelizzazione non sono questione di remata, parole unicamente umane, ma di logia, parole creative e divine.
Di conseguenza, “se non amiamo il prossimo che vediamo, come possiamo amare Dio che non vediamo?” (1 Gv 4, 21), non potrà mai essere interpretato in senso psicologico e umano ma in senso unicamente elevato, spirituale, divino. La Chiesa è nel mondo per portare lo Spirito di Dio, non per adagiarsi allo spirito secolarizzato o piacere ai vari Scalfari del momento.

Ed ecco perché il luogo per eccellenza in cui si custodisce la sacra Scrittura è il santuario o l’altare, non un luogo qualsiasi: la Rivelazione, infatti, discende da Dio, pur essendo anche parola umana, non da un semplice uomo. Stabilire la chiesa come edificio nell’ordine tradizionale di un tempo, significa obbedire ad un ordine simbolico che ci riporta a queste verità basilari poiché la simbologia parla sempre e in ogni epoca allo spirito umano, anche se la ragione non lo comprende immediatamente. Ecco perché in un edificio ecclesiastico non può non esistere il santuario come spazio normalmente chiuso ai laici <4>.

Inoltre, la distinzione biblica del termine “parola” tra logos e rema, ha forti conseguenze in ambito ecclesiale e liturgico perché mostra chiaramente che il piano divino non potrà mai essere quello umano, per quanto l’uomo possa esserne reso in parte partecipe solo in Cristo. La loro confusione e sovrapposizione indica, alla fine, una profonda confusione nell’intendere la fede e la figura di Cristo.

In un ambito ecclesiale nel quale viene tutto psicologizzato e umanizzato, nel quale “l’amore per il prossimo” significa dargli spettacolarmente da mangiare a san Petronio di Bologna (giusto per fare un solo esempio di cui riportiamo una immagine), la presenza della Grazia per la quale è stata costituita la Chiesa, può venire seriamente oscurata. È pure una indiretta confessione che oggi si è impotenti a operare i logia evangelici, se ancora si crede che un tempo li si operava. Ci si affida, allora, a espedienti unicamente umani. Ma se la via che porta al Cielo è equivocata ed oscurata, quell’ambito ecclesiale in tali condizioni non può che votarsi all’insensatezza e rendersi come il sale non salato: buono solo ad essere calpestato dagli uomini (Mt 5, 13) <5>.

Per principio queste analisi non si muovono con l’intenzione di condannare persone o ambienti ma registrano dei dati di fatto: operate certe scelte ampiamente secolarizzate, un ambito ecclesiale si stacca da solo dal tronco evangelico con la sua linfa vitale. Di conseguenza non potrà che votarsi alla sterilità religiosa e abbassare i logia evangelici a puri remata. La via per l’agnosticismo è, così, ampiamente spianata e, di conseguenza, certe comunità ecclesiali potranno avere sempre meno autentici fedeli e sostituiranno i rimanenti con operatori sociali o atei di fatto ai quali forniranno ogni giustificazione. È questo che significa il fico sterile che, perciò, viene maledetto da Cristo e immediatamente muore (Mt 21, 19). Il vangelo riporta che Cristo può anche maledire e ciò dev’essere sempre ricordato ...
Pur nella sua complessità, tutto è semplice e logico per chi lo sa vedere e ha l’onestà di ammetterlo: l’attuale crisi nel Cristianesimo occidentale nasce da una crisi di fede. Infatti, non solo non si crede più come un tempo ma ormai non si crede affatto.
 

© Traditio Liturgica
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1 L’interpretazione ecclesiale della sacra Scrittura, anche da parte di un singolo, avviene quando si tiene conto delle catechesi patristiche sulla stessa e dell’insieme dell’insegnamento ecclesiale nei secoli. Ma oggi chi si riferisce davvero agli scritti patristici, visto che sono considerati dalla maggioranza dei teologi cattolici come “preistoria” della teologia? La stessa istanza magisteriale della Chiesa cattolica è spesso interpretata in modo molto storicistico per cui gli ultimi pronunciamenti e interpretazioni sostituiscono e si contrappongono senz’altro a quelli passati. Tutto ciò è fortemente problematico e determina inevitabilmente un approccio solo individualistico alla sacra Scrittura.

Si noti come spesso tale proibizione sia stata sommariamente interpretata come un “oscurantismo clericale”.

3 Il Logos è dunque la “parola creatrice” fatta carne in Cristo. Stupisce, sapendo ciò, l'iniziativa di qualche esegeta cattolico, il quale col desiderio di rendere “comprensibile” questo passo, lo ha tradotto: “In principio era la comunicazione”. Questo desiderio di rendere i passi evangelici con i termini della cultura contemporanea finisce per abbassare il significato fino a renderlo totalmente risibile. 

Ho già scritto altrove su questo argomento. Qui mi limito a ricordare che il santuario indica, secondo le mistagogie antiche, la realtà interiore e nascosta del Cristianesimo. La sua normale inaccessibilità ai laici lo sottolinea a livello simbolico. Aver di fatto disprezzato questa simbologia, con il libero accesso nel santuario da parte di tutti o con la sua abolizione in diversi edifici ecclesiastici moderni, non può non avere delle evidenti ripercussioni anche nel modo di intendere la fede che, infatti non casualmente, è interpretata in senso sempre più antropocentrico. D’altronde lo stesso fatto di costruire le chiese in modo antitradizionale indica un modo diverso e spesso opposto di concepire la fede stessa.


A fianco della cattedrale di Gemona, nello stesso istante in cui al suo interno si svolgeva la messa serale, c’era un camion il cui cassone era pieno di ossa e teschi umani. In un primo momento non me ne accorsi. È stato un ragazzo con la sua fidanzata a indicarmelo poiché se ne uscì con una infelicissima frase che faceva tanto hallowen: “Possiamo portarne via qualche pezzo?”. Probabilmente degli operatori comunali avevano scavato nei dintorni rinvenendo questi resi in seguito sommariamente caricati su un camion a bella vista e portata di qualsiasi passante. Considerata la reale vicinanza alla cattedrale non posso non pensare che il clero non ne fosse a conoscenza ma evidentemente ne è rimasto completamente indifferente. A me tutto ciò è suonato come una chiarissima desacralizzazione e banalizzazione e ho reagito pregando brevemente per le persone di cui vedevo i miseri resti. D’altra parte un ambiente ecclesiale che si è quasi totalmente secolarizzato, com’è quello della Chiesa cattolica friulana, come può aiutare i laici ad avere un concetto elevato della vita umana e degli stessi resti umani che, per un battezzato, sono sacri in quanto furono abitati da un uomo che ricevette il battesimo e la grazia di Dio? Qui siamo molto peggio che dinnanzi ad una eresia e i suoi frutti, d’altronde, lo confermano sfacciatamente.

martedì 17 ottobre 2017

Dire qualcosa di nuovo....

La locandina di un film con un titolo emblematico
che indica il bisogno morboso di tutta la nostra epoca
Lungo la mia esperienza religiosa, passando attraverso diversi ambienti cristiani mi è capitato spesso di sentire, in essi, il bisogno di dire “qualcosa di nuovo” al mondo. Questo bisogno nasce prima di tutto nelle scuole di teologia per poi determinare una mentalità che coinvolge laici e chierici.

Ci chiediamo prima di tutto: cos’è la teologia? 

La teologia non è, come spesso si dice, la “riflessione su Dio” (Theos-logos, discorso su Dio), nel senso che non sgorga da un’attività cerebrale ma da un incontro di grazia. Gli apostoli che hanno incontrato Cristo e ne sono stati plasmati sono divenuti dei teologi. I santi che, nella grazia e nella fede, hanno esperimentato la presenza di Dio nella loro vita, attraverso eventi straordinari o nella quotidianità, sono divenuti dei teologi anche se non hanno mai frequentato una accademia.
Il presupposto per la teologia è la fede, l’umiltà, la collaborazione umana alla grazia divina.
Poi la teologia si può articolare anche in un discorso ma non è mai stata questa la principale preoccupazione dei Padri della Chiesa <1> i quali scrivevano solo per difendere l’esperienza di grazia nello Spirito, per continuare a renderla possibile. A loro non interessavano i trattati di teologia e, semmai, componevano delle catechesi per introdurre i catecumeni nel mistero che doveva solo essere vissuto, non scandagliato razionalisticamente. Perciò i trattati teologici dei Padri non sono mai una semplice riflessione fine se stessa.

Nel momento in cui la teologia si articola in un discorso si serve di categorie culturali, le categorie che il mondo circostante mette a disposizione, ma ne opera una purificazione per non dare adito ad equivoci o alterazioni, situazioni tradizionalmente denominate come eresie.
Quello che infatti è essenziale è mantenere il dato rivelato sempre identico a se stesso per poter far accedere la persona all’esperienza di Cristo nello Spirito <2>.  Credere in modo alterato, infatti, è come versare dell’acqua fuori da un’anfora, non in essa. Il credere inclina l’animo in una certa maniera in modo che l’acqua dello Spirito possa versarsi nel cuore umano. In caso contrario, è come pensare di illuminare l’interno di una casa tenendo le sue tapparelle chiuse al sole. Ecco perché il dogma è importante e la rivelazione dev’essere conservata sempre identica a se stessa.
Ciò che può cambiare, ma con le dovute attenzioni, è la modalità culturale con la quale la si trasmette. Questo non lo può fare chiunque perché il vero teologo ha bisogno di essere profondamente radicato nell’esperienza spirituale e, allo stesso modo, profondamente cosciente del suo tempo, caratteristiche, queste, assai poco comuni tra le persone.

Si eviteranno così due cortocircuiti: 
1) il conservatorismo fine se stesso, ossia quell’attitudine religiosa in base alla quale tutto deve rimanere identico, anche elementi prettamente secondari e culturali, legati esclusivamente ad un certo tempo; 
2) il bisogno morboso di esprimere sempre “qualcosa di nuovo”, dietro al quale, in realtà, c’è la tendenza ad edulcorare e ad abbassare le tradizionali esigenze cristiane.

Inutile dire che, nel nostro attuale contesto, più che al primo, siamo dinnanzi al secondo cortocircuito determinato pure da tutta la nostra cultura attuale che ha sempre bisogno di “novità” per sentirsi viva, una cultura che confonde non di rado la vita con il vitalismo.

“Non dice nulla di nuovo”, mi diceva un vescovo metropolita ortodosso per criticare, con una certa invidia, un suo confratello greco che, al contrario di lui, ha fatto diverse interessanti pubblicazioni anche in lingua inglese. “Ha detto qualcosa di nuovo”, si affermava riguardo al Metropolita Zizioulas il quale, in realtà, pone qualche aspetto problematico nella sua teologia. “Qua non c’è nulla di nuovo”, diceva indispettito un seminarista cattolico in visita ad un monastero benedettino molto tradizionale, con l’antica liturgia latina. “Non dicono nulla di nuovo”, affermano infastiditi certi chierici cattolici nei riguardi di quelle posizioni magisteriali che, nella morale, si schierano su posizioni conservative.

Tutti costoro da chi hanno imparato la necessità di dire “qualcosa di nuovo” e quando è iniziata questa moda? 

Questa moda è senz’altro scoppiata in casa cattolica dopo il Concilio Vaticano II e ha abbacinato tutti coloro che se ne sono lasciati attrarre. Ovviamente era ben presente anche prima, seppur non ufficializzata. Dire “qualcosa di nuovo” è il pallino dell’attuale papa di Roma il quale vuole trasformare il Cattolicesimo in un modo che nessun suo predecessore ha finora fatto.

In realtà temo che l’ansia del “nuovo” riveli, neppur tanto nascostamente, il fastidio verso la tradizione cristiana, quella tradizione che spinge il credente a guardare al Cielo e ad avere un atteggiamento parco e modesto verso i beni della terra. Qualcosa di “nuovo”, come adattare ai tempi presenti la vita religiosa ha, di fatto, abbassato lo sguardo dal Cielo alla terra e ritenuto anacronistica la pratica dei dieci comandamenti e della spiritualità.

A questo punto la maschera è caduta ed appare chiaro a chi lo vuole vedere che “dire qualcosa di nuovo”, in realtà, significa spesso allontanarsi dal Vangelo e da Cristo stesso. 

Il Cristianesimo oggi è in gran parte esattamente su questo punto.

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Note

<1> Se non si capisce questo, si finirà per addossare ai Padri l'ingenerosa accusa di "pigrizia intellettuale". Essi, in tal modo, sono stati visti (e in parte lo sono ancora) come la "preistoria" della teologia, non come dei veri teologi, dal momento che la teologia, da una certa epoca in poi, è ritenuta una semplice attività speculativa dell'intelletto. 

<2> Al contrario, la cultura secolare, soprattutto occidentale, ha sempre cercato l'originalità e le novità. È per questo motivo che, nel campo artistico, si è passati dal periodo romanico a quello gotico, da questo al rinascimentale, al barocco, al neoclassico e via di seguito. La teologia autentica, invece, pur tenendo conto dei cambiamenti della cultura secolare, è ancorata fermamente al dato rivelato che non le permette sostanziali mutamenti.  Il dato rivelato, non essendo qualcosa di semplicemente umano, non è suscettibile di cambiamenti e alterazioni il che lo rende qualcosa di permanente per tutti i tempi e luoghi. Oltre quest'osservazione si tenga pure presente che, mentre la rivelazione cristiana punta ad un'esperienza ineffabile e spirituale non immediatamente evidente ai più, la cultura secolare trasmette ogni genere di esperienza e ricerca, in tal senso, sensazioni sempre nuove. Sono ambiti totalmente diversi e con finalità diverse per cui non dovrebbero essere confusi! 
Se si confondono i riferimenti della cultura secolare con quelli dell'autentica teologia (come accade oggi) non si capisce più perché la teologia dovrebbe rifuggire da cambiamenti anche essenziali mantenendosi in perfetta continuità sostanziale con quella di tutte le epoche. Si invoca, allora, un "aggiornamento" che si mostra sempre più per ciò che è: un'alterazione. Quando quest'incomprensione caratterizza gran parte del clero di una Chiesa, quella Chiesa si è oramai secolarizzata ed è divenuta realmente scismatica con il suo passato, nonostante affermazioni verbali che cercano di provare l'opposto.