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mercoledì 19 settembre 2018

L'autocefalia agli scismatici ucraini: un grave pericolo di disarticolazione per tutta l'Ortodossia

Il vescovo serbo ortodosso Ireneo di Bačka - orthodoxie.com

Il presente testo è una parte delle dichiarazioni rilasciate da un vescovo serbo sulla questione ucraina. È particolarmente interessante perché espone semplicemente la situazione e mostra quali siano i problemi sottesi, problemi che rischiano di spaccare l'Ortodossia dall'interno poiché il rapporto tra le Chiese si altera se non si rispettano certe regole comuni. Aver violato tali regole, da parte del Patriarcato Ecumenico, può determinare a sua volta una rivoluzione ecclesiologica dove ognuno può sentirsi di porre iniziative individualistiche con l'eventuale prospettiva di essere pure premiato. Non si tratta, dunque, di una semplice frizione tra Russi e Greci, come superficialmente si direbbe, ma di qualcosa che infrange profondamente l'ordine costituito nel mondo ortodosso. 

[…] In Ucraina si trova la Chiesa ortodossa ucraina canonica che, da una parte, proviene in quanto Chiesa autonoma locale dal Patriarcato di Mosca e dall'altra è riconosciuta senza eccezione alcuna da tutte le Chiese ortodosse, con cui è in comunione eucaristica. Tale Chiesa non vuole né ha chiesto ad alcune l'autocefalia - né dal Patriarcato di Mosca, di cui fa parte, patriarcato che, in questi casi, avrebbe fatto partire l'intero processo tramite una propria proposta, né dal Patriarcato di Costantinopoli in seguito che, come primo trono della Chiesa, avrebbe, con uno scopo di coordinamento, inviato la questione ad un giudizio pan-ortodosso e ad una decisione finale, positiva o negativa per un certo tempo o indefinitamente.

Oltre a questa Chiesa canonica ucraina, vi sono anche tre entità scismatiche che coesistono nel paese, a cui si aggiunge la comunità aggressiva Uniate. Ed è proprio con queste "Chiese" scismatiche che sono condotte le trattative della cosiddetta autocefalia e, parallelamente, con le autorità Ucraine, ad eccezione della Chiesa canonica. Nonostante il loro desiderio, gli uniati intervengono in modo arrogante accanto agli scismatici, ovviamente. Pertanto, non siamo dinnanzi ad un piano per concedere l'autocefalia alla Chiesa ucraina, come viene costantemente sentito e letto, ma ad un programma per conferire l'autocefalia ad entità scismatiche dell'Ucraina.

Le azioni di Costantinopoli si spiegano e giustificano [secondo lei] col fatto che hanno per obiettivo di spegnere gli scismi e ristabilire l'unità ecclesiastica del popolo ucraino, attraverso la teoria recentemente formulata che la Chiesa di Costantinopoli, in quanto trono ecumenico e madre storica delle chiese slave, ha il diritto di decidere, un diritto di per sé, ignorando i confini giurisdizionali esistenti delle Chiese autocefale locali e senza essere vincolata dalla loro posizione o opposizione. Tuttavia, questa teoria è infondata in quanto, secondo il governo della Chiesa, non v'è alcuna autorità superiore alla gerarchia e alla pienezza della Chiesa Autocefala se non l'istituzione sinodale, vale a dire l'autorità del Sinodo (Concilio) di tutti o della maggior parte delle Chiese autocefale (Concilio ecumenico) e del Sinodo della maggioranza delle Chiese in una regione più ampia (grande Concilio). Il primo vescovo della Chiesa orientale non è il primo in assoluto, come nel caso della giurisdizione dell'antica Roma, ma è il primo del Sinodo. Secondo il noto 34° Canone Apostolico, il Sinodo senza il primo è inoperativo, ma anche il primo senza il sinodo è inesistente. Ne consegue, pertanto, che il Patriarca ecumenico non ha il diritto di parlare, e ancor più di decidere, per quanto riguarda lo statuto della Chiesa in Ucraina e, implicitamente, per qualsiasi altra Chiesa per se stesso, al di sopra del Sinodo e di propria iniziativa.

C'è un altro problema! In che modo sarebbe possibile ristabilire i vescovi e i sacerdoti ridotti allo stato laicale, iniziando dal loro leader Denisenko, pseudo-patriarca di Kiev, che non solo è ridotto allo stato laicale ma è pure scomunicato e colpito da anatema? Può una Chiesa qualsiasi, inclusa la prima in ordine d'importanza e onore, respingere o considerare nulli e non avvenuti gli atti e le decisioni di un'altra Chiesa sorella? Inoltre, qualche Chiesa ha il diritto di riconoscere o non riconoscere gli atti canonici di un'altra Chiesa, caso per caso, anche sulla base di criteri non affermati? 

È piuttosto vero il contrario: ordinazioni, promozioni, trasferimenti, canonizzazioni, ecc. avvenuti in una Chiesa, da un lato, ma anche riduzioni allo stato laicale, sospensioni, esclusioni e altre sanzioni, d'altro canto, diventano automaticamente ammissibili e valide in tutte le Chiese, senza eccezioni. 

Se questo principio di reciprocità e pericoresi diventa obsoleto, l'intera struttura e il modo di operare dell'organismo ecclesiastico saranno immediatamente aboliti. La corretta applicazione di questo principio esclude, da una parte e da un lato, il dialogo "su base d'uguaglianza" con gli scismatici e, dall'altro, mira al loro ritorno una volta pentiti nell'unità e nell'ordine canonico della Chiesa. È solo allora che essi possono e hanno diritto di presentare le loro richieste e, soprattutto, l'autocefalia nella loro Chiesa inizialmente e, attraverso essa, in seguito, nella Chiesa intera.

Le azioni di Costantinopoli si spiegano e giustificano [secondo lei] col fatto che hanno per obiettivo di spegnere gli scismi e ristabilire l'unità ecclesiastica del popolo ucraino, attraverso la teoria recentemente formulata che la Chiesa di Costantinopoli, in quanto trono ecumenico e madre storica delle Chiese slave, ha il diritto di decidere, un diritto di per sé, ignorando i confini giurisdizionali esistenti delle Chiese autocefale locali e senza essere vincolata dalla loro posizione o opposizione. Tuttavia, questa teoria è infondata in quanto, secondo il governo della Chiesa, non v'è alcuna autorità superiore alla gerarchia e alla pienezza della Chiesa Autocefala se non l'istituzione sinodale, vale a dire l'autorità del Sinodo (Concilio) di tutti o della maggior parte delle Chiese autocefale (Concilio ecumenico) e del Sinodo della maggioranza delle Chiese in una regione più ampia (grande Concilio). Il primo vescovo della Chiesa orientale non è il primo in assoluto, come nel caso della giurisdizione dell'antica Roma, ma è il primo del Sinodo. Secondo il noto 34° Canone Apostolico, il Sinodo senza il primo è inoperativo, ma anche il primo senza il Sinodo è inesistente. Ne consegue, pertanto, che il Patriarca ecumenico non ha il diritto di parlare, e ancor più di decidere, per quanto riguarda lo statuto della Chiesa in Ucraina e, implicitamente, per qualsiasi altra Chiesa per se stesso, al di sopra del Sinodo e di propria iniziativa.

C'è un altro problema! Come sarebbe possibile ripristinare i vescovi e i sacerdoti ridotti allo stato laicale, il loro capo Denisenko, lo pseudo-Patriarca di Kiev, che non solo è ridotto allo stato laicale, ma è anche scomunicato e colpito da anatema? Può una Chiesa qualsiasi, inclusa la prima in ordine d'importanza e onore, respingere o ritenere nulli o annullare gli atti e le decisioni di un'altra Chiesa sorella? Inoltre, una Chiesa, qualunque essa sia, ha il diritto di riconoscere o non riconoscere gli atti canonici di un'altra Chiesa, caso per caso, in base a criteri non affermati? 

È vero il contrario: ordinazioni, promozioni, trasferimenti, canonizzazioni, ecc. che si svolgono in una Chiesa, da un lato, ma anche le riduzioni allo stato laicale, sospensioni, esclusioni e altre sanzioni, d'altra parte, sono automaticamente ammissibili e valide in tutte le Chiese, senza eccezioni. 

Se questo principio di reciprocità e pericoresi diventa obsoleto, l'intera struttura e il modo di operare dell'organismo ecclesiastico saranno immediatamente aboliti. La corretta applicazione del principio sopra visto esclude il precedente, in primo luogo, il dialogo "alla pari" con gli scismatici e poi l'altro, portando al loro ritorno, una volta pentiti, nell'unità e nell'ordine canonico della Chiesa. È allora che essi possono e hanno il diritto di presentare le loro petizioni e, in particolare, l'autocefalia nella loro Chiesa dapprima, e poi, attraverso di essa, a tutta la Chiesa.

Questo metodo [fino a poco tempo fa] è stato seguito in modo immutabile dal Patriarcato ecumenico di Costantinopoli, sia per quanto riguarda le entità scismatiche in Ucraina, sia per lo scisma a Skopje. [... Infatti] ci fu un tempo in cui gli scismatici di Skopje non erano ricevuti al Fanar per discutere dei loro punti di vista senza il previo consenso del patriarca serbo.


Era quindi inconcepibile che essi incontrassero direttamente il Patriarca Ecumenico, saltando a piè pari la Chiesa da cui si erano separati, e che i loro scritti venissero riportati all'ordine del giorno del Sinodo sacro e santo di Costantinopoli; la Chiesa di Serbia, da parte sua, è stata messa al corrente di questi eventi solo dai mass media, come accadde tre giorni fa. L'analogia con la questione dell'Ucraina è ovvia. E ci si può chiedere: qual è il contenuto del termine Chiesa autocefala?

Tuttavia, quel che è peggio e più triste è che lo scopo annunciato per l'Ucraina, cioè l'abolizione di scismi e la riunificazione dei cristiani ortodossi in Ucraina è destinato già da ora al fallimento. 

Non si pone fine allo scisma con mezze misure e sulla base di un ritorno formale e artificiale degli scismatici che godono del sostegno attivo del potere secolare e della politica estera di centri indefiniti, che in genere agiscono nell'ombra. Al più, sarà raggiunto un abbassamento del numero di entità scismatiche: al posto delle tre entità odierne, ci sarà possibilmente o probabilmente, una nuova "federazione", fondamentalmente molto poco unita, riconosciuta da qualche Chiesa e non riconosciuta da altre, mentre la maggioranza della Chiesa canonica rimarrà dov'è ora - sotto il patrocinio e l'egida del Patriarcato di Mosca.

[...] è sfuggito un dettaglio a quest'uomo di veneranda età ma a parte ciò, pietoso e patetico [il "patriarca" di Kiev]: ha dimenticato di dire che tutti gli abitanti dell'Ucraina sono di lingua russa, mentre alcuni, pochi, parlano anche l'ucraino. Suppongo anche che l'età avanzata, nel caso del signor Denisenko, e le prossime elezioni nel caso del signor Poroshenko, costituiscano significative pietre miliari per l'ansia e l'impazienza dei due; ma non capisco il motivo per cui Costantinopoli dovrebbe affrettarsi. Qual'è il guadagno di tutto questo per l'Ortodossia? Vale la pena mettere in campo la sua unità per un tale obiettivo? Ne dubito molto. Lo scisma rimarrà in un modo o nell'altro, tre o uno. È quindi invano che la grande Chiesa di Cristo si stanca. Spero che consideri la spada vibrante del Grande Scisma, non solo in Ucraina, ma in tutto l'ecumene ortodosso. Dio non voglia!

So che in passato, molti scismi - ma pure movimenti eretici - sono stati assorbiti con i loro seguaci, che si pentirono e sconfessarono i propri errori, venendo accolti nella Chiesa. Ma da quanto so è la prima volta che si verifica nella secolare storia della Chiesa, l'accoglienza di scismatici nel Corpo ecclesiale e, contemporaneamente, la loro ascesa automatica verso un modo storico superiore di esistenza ecclesiale come pure il loro ingresso nella costellazione delle Chiese più illustri ed eminenti, senza alcun periodo intermedio di maturazione, di ascesi e di recupero dello spirito e della coscienza ecclesiale, ma semplicemente e solamente "per la grazia e le intercessioni del primo trono della Chiesa".

Menzioniamo pure che alcune Chiese storiche, gloriose per il loro livello spirituale la loro testimonianza e contributo, che non sono mai cadute nel baratro dell'eresia o dello scisma, non hanno ancora ottenuto l'autocefalia e non la otterranno mai, e che nonostante ciò non se ne dolgono, per non parlare di protestare o lamentarsi. Di conseguenza, la conclusione ossimorica è imperativa: [d'ora innanzi] una comunità scismatica, prima o poi, sarà dichiarata innocente e ristabilita, promossa ulteriormente a Chiesa autocefala. In questo modo la scissione cessa di essere un peccato mortale e un crimine che nemmeno il sangue del martirio può riscattare, e viene trasformata in semplice lieve colpa, facilmente curabile e infine - questo è il colmo! - viene ricompensata. Che ci piaccia o no, gli sbarramenti vengono ignorati dinnanzi ai nuovi scismi, e la Chiesa ortodossa è in pericolo di divenire come una qualsiasi vite senza recinzioni: danno irreparabile, scandalo per le coscienze, perdita di ogni credito nel capo della nostra Chiesa di fronte agli eterodossi, agli altri credenti e agli increduli.

Scrivo ciò con grande difficoltà e ancor più dolore, rispetto e amore, dal profondo della mia anima,verso la grande Chiesa di Cristo martire. "Io dico la verità in Cristo, non mento, la mia coscienza me lo attesta per lo Spirito Santo: ho una grande sofferenza e ho nel cuore un continuo dolore" (Rm 9,1; cfr 2 Cor 11,31. 1,20 Gal 1 Tim 2,7), a causa di situazioni, tensioni e disaccordi circa la guarigione di ferite causate da scismi. Gli scismi, come quello in questione, invece di essere aboliti, provocano paradossalmente degli scismi spirituali e psichici anche tra coloro che lottano per l'unità, la stabilità e il cammino armonioso delle sante Chiese di Dio. Ed è proprio questi ultimi valori che "la preoccupazione per tutte le Chiese" (2 Cor 11, 28) spinge anche il mio cuore, me vescovo ortodosso, in modo che "io, minimo di tutti i santi " (Ef 3,8;1 Cor 15,9), ossia dei cristiani, non possa tacere per sfuggire alle spregevoli e numerose cause, dovute a mancanza di fede, tradimento, abbandono, ecc. Al contrario, il mio amore per la Chiesa di S. Andrea Apostolo e per ogni Chiesa ortodossa mi porta ad esprimermi, invece di tacere, e parlare in coscienza e sincerità.

Auguro con tutto il cuore e con passione: il fondatore e Sposo della Chiesa, il Signore nostro Gesù Cristo, per la grazia dello Spirito Santo, e la compiacenza di Dio Padre, attraverso l'intercessione dei nostri Padri Teofori Giovanni Crisostomo, Gregorio il Teologo, Fozio il Grande e tutti coloro che hanno adornato la sede della Nuova Roma, i metropoliti e santi patriarchi di Kiev e Mosca e di tutti i santi, abbia pietà di noi, ci illumini e ci salvi tutti!

† Ireneo di Bačka

(Tradotto da qui)

domenica 16 settembre 2018

L'attuale scisma d'Oriente. Qualche considerazione in merito

Bartolomeo I, patriarca ecumenico


“La radice dello scisma è un pensiero mondano nella Chiesa”
(Bartolomeo I) (1)

I principali canali d'informazione hanno diffuso la notizia che la Chiesa russo-ortodossa ha cessato di commemorare nei dittici il patriarca Bartolomeo I del Patriarcato ecumenico.
Non è la prima volta che tra le due Chiese si manifestano difficoltà ma non si era mai giunti ad un punto così grave (2).

Qualche storico della Chiesa ha verificato attentamente il sopracitato testo esposto dal patriarcato russo-ortodosso e lo ha trovato oggettivo e veritiero. In tal testo emergono perfino atteggiamenti autoritaristici e pirateschi da parte del Fanar, come quando i russi rivelano che Costantinopoli ha sempre cercato di trarre giovamento approfittando della debolezza e della difficoltà dei russi stessi. 

Viene dunque spontaneo pensare che proprio Bartolomeo I il quale, in un'intervista a 30 giorni, aveva ben compreso quale fosse la radice dello scisma nella Chiesa, è finito per cadere nella stessa logica mondana da lui più volte denunciata, logica che però i suoi gerarchi sembrano camuffare accampando varie argomentazioni.

Il gestore di questo blog non ardirebbe mai giudicare un patriarca ma, purtroppo, nella sua piccola esperienza ha potuto vedere fatti che non gli mostravano l'estraneità dal pensiero mondano, in parte di diversi chierici dipendenti da Bartolomeo. È dunque giunto al punto da non meravigliarsi più se, come afferma il Sacro Sinodo russo-ortodosso, Bartolomeo I il giorno prima promette di non fare azioni contro l'unità dell'Ortodossia e il giorno dopo decide di farle. Egli va contro l'unità della maggioranza dicendo di esserne a favore e, contemporaneamente, vuole unire a sé piccole chiese scismatiche e ribelli finendo per destabilizzare geopoliticamente l'Ucraina (3).
Chi mai si metterebbe contro la maggioranza per favorire una minoranza se dietro non ci fossero calcoli ben precisi e, molto probabilmente, mondani? Chi mai perderebbe 1000 per guadagnare 1, se non avesse altre sicure mire?

La tragica storia di Costantinopoli con la caduta dell'impero prima e la sua progressiva islamizzazione in seguito suggerirebbe un atteggiamento mite verso chi ancora cerca di mantenere qualcosa dell'antico Cristianesimo in terra mussulmana. Ma tale atteggiamento mite si tramuta in profonda tristezza allorché ci si accorge del profondo secolarismo che pare muovere oramai quest'istituzione dove ciò che sembra contare sono solo gli appoggi politici e finanziari. 

Fu proprio un metropolita fanariota che fece cadere le pie illusioni al gestore di questo blog quando un giorno oramai lontano gli disse brutalmente: “Dove hai visto che un vescovo è un padre per la sua diocesi? Non esiste per niente, questo!”. Dalle sue parole si capiva che un vescovo (e a fortiori un patriarca) è allora solo un uomo di potere.

Questo può parere assai strano se confrontato con una certa mentalità clericale che tende a dipingere l'alto clero nel modo più idealistico e piacente. Tuttavia l'amara e violenta frase di tale metropolita fanariota spinse a verificare attentamente qual'era il vero interesse di non pochi tra questi chierici. Il risultato fu profondamente triste (4).

Se uno stile secolarizzato inizia a coinvolgere la maggioranza dei chierici di una istituzione, allora vuol dire che non si è dinnanzi ad un solo problema personale ma istituzionale che potrebbe discendere pure da chi la rappresenta. Piscis primum a capite foetet, diceva Erasmo di Rotterdam!

Questo è vero sia per il Cristianesimo occidentale che per quello orientale.
D'altra parte, come in Occidente oramai siamo dinnanzi ad un “neoclero” di mentalità modernistica, in Oriente (in questo caso nel Patriarcato Ecumenico) notiamo un “neoclero” assai secolarizzato che poco ha a che fare con il clero di qualche decennio fa. Un particolare aiuta a dimostrarlo: fino a vent'anni fa si vedeva ancora del clero greco con in mano il komboschìni, una sorta di “rosario” con il quale si ripete a lungo una preghiera a Cristo. Il “neoclero” ortodosso non lo usa quasi più.

Quando la preghiera inizia ad essere assente, altre preoccupazioni entrano nel cuore umano. E se uno è chierico le sue preoccupazioni potrebbero finire per essere come quelle della gente mondana: soldi, potere, sesso et similia.
Il potere, avere sempre più influenza, è una delle ossessioni dell'alto clero e manifesta un bisogno superegoico di mettere al centro se stessi.

L'Ortodossia ha sempre criticato l'Occidente dicendo che il papato è emerso per un bisogno di potere, di essere al centro e al di sopra della Chiesa, di essere l'unico ad avere il massimo potere e prestigio.

L'Occidente ha respinto sdegnosamente tale critica ma ora che vede? Il patriarca di Costantinopoli ripetere quanto il papa fece nella questione di Fozio. Allora il papa entrò, non richiesto, a Costantinopoli inviando due suoi apocrisari (rappresentanti) per regolare la nomina del patriarca di quella Chiesa, senza aver ricevuto invito alcuno. Fu la prima volta che ciò accadeva (5) e il fatto stordì Costantinopoli perché era totalmente inedito.

Oggi che succede? Bartolomeo I fa la stessa cosa: manda non richiesto i suoi rappresentanti in Ucraina per formalizzare l'autocefalia di quella Chiesa!

Dunque che senso ha portare avanti le critiche contro il papa di Roma e l'ecclesiologia romana quando la si imita con più di mille anni di ritardo?
I russi parlano di "violazione grossolana delle norme canoniche ortodosse". Canonisticamente hanno ragione.

Ma hanno ragione anche storicamente quando pensano che Bartolomeo I sta facendo le prove preliminari per divenire papa d'Oriente. Ciò imporrebbe nel mondo ortodosso una ecclesiologia estranea e dissonante. Sarebbe come dire: Bartolomeo sta divenendo cattolico, ma privo di alcun appoggio simile a quelli solidificati in Occidente e quindi è in contraddizione palese con la sua stessa Chiesa come quando si fa definire da chierici compiacenti "Centro dell'Ortodossia" o quando pensa che "senza Patriarcato Ecumenico non c'è Ortodossia".

Cosa determinerà questo suo modo di fare? È possibile che, lungi dall'espandere la sua influenza, il Patriarcato Ecumenico si isolerà (6). Infatti, i suoi stessi difensori non riescono per nulla ad essere convincenti: le loro argomentazioni sono parziali o sono solo difese d'ufficio, apodittiche e ideologiche (7) . È possibile che pure nell'ambito della stessa Grecia Bartolomeo verrà molto contestato e che, lungi dall'essere elevato ed osannato passi i suoi ultimi anni nel rancore e nell'amarezza.

È una grande tristezza non solo dal punto di vista religioso ma anche da quello della storia del Cristianesimo. Evidentemente le lezioni del passato non servono affatto a chi, in definitiva, sembra davvero dimostrare di non riuscire a confrontarsi con la storia stessa.


Assenza di commemorazione
del patriarca Bartolomeo nei dittici russi

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NOTE

1) vedi qui. Già qualche tempo fa in questo stesso blog era stato segnalato un possibile scisma nel Cristianesimo orientale. Vedi qui.

2) Un riassunto delle difficoltà tra le due Chiese lungo la storia lo possiamo trovare qui.


3) Che l'Ucraina sia attentamente controllata dagli americani i quali, in questo modo, pongono una spina al fianco della Russia non è un mistero per nessuno. Non fa mistero neppure che gli stessi abbiano a cuore l'indipendenza della Chiesa locale dalla Russia poiché ciò accelererebbe il voluto processo di allontanamento da Mosca. Inoltre, che dal patriarca Athenagoras il Patriarcato Ecumenico sia in qualche modo sotto la protezione degli americani è pure altrettanto evidente. Non resta che collegare questi fatti per immaginarsi i possibili scenari dietro alla presente vicenda.

4) Quella mutazione antropologica che constatiamo in Occidente per cui le generazioni attuali sono assai lontane dalle caratteristiche delle precedenti, lo notiamo anche in Oriente. Il tutto si traduce a livello pratico con l'emergere di un forte individualismo e un di relativismo etico.

5) Questo è così vero che, prima del papato avignonese, perfino in Occidente i vescovi venivano eletti direttamente in loco senza consultazione papale. Le Chiese locali si limitavano a notificare l'avvenuta elezione al papa che normalmente la accettava. Solo successivamente il papa ritiene essere cosa personale la nomina dei vescovi diocesani e la avoca a sé. 

6) Essere a capo di meno della metà degli ortodossi nel mondo (poiché se si considera la sola Chiesa locale di Costantinopoli non abbiamo più fedeli di un piccolo paese), può avere un potente contraccolpo negativo nella considerazione verso il patriarca, sia a livello politico (in Turchia potrebbe essere ben più esposto e indifeso di oggi) sia a livello di dialoghi e incontri interecclesiali. 

7) Si vedano qui le argomentazioni autoritative e apodittiche del metropolita Emmanuil di Francia.
Si vedano qui anche le argomentazioni del metropolita Job (noto per essere stato respinto dalla sua stessa diocesi a causa dei suoi atteggiamenti autoritaristici, sdegnosi e per nulla dialoganti). Job afferma che non esiste alcun tomos di autocefalia concesso dal Patriarcato Ecumenico ai russi, per avvalorare le azioni del patriarca Bartolomeo ma dimentica di aggiungere che i russi si resero indipendenti da Costantinopoli proprio nel periodo in cui quest'ultima era unita a Roma e quindi, agli occhi dell'Ortodossia,  era decaduta. Che senso avrebbe avuto chiedere il permesso a chi non era più un punto di riferimento? In seguito quando Costantinopoli tornò in comunione con l'Oriente ortodosso, pur non concedendo il tomos, prese atto della situazione moscovita e si comportò di conseguenza manifestando un silenzio assenso, silenzio assenso che tenne anche nei riguardi del rapporto tra Mosca e Kiev. Nei fatti Costantinopoli accettò per secoli la nuova situazione e la dipendenza diretta di Kiev da Mosca, cosa che oggi fa finta di non sapere. Le pezze storiche fornite da Job sono dunque volutamente parziali per tirare il discorso dove gli sta a cuore. Ma non è così che si argomenta.
Discorsi similmente fuorvianti erano fatti da un teologo greco del Patriarcato Ecumenico, tale Varnalidis, quando metteva sullo stesso piano la dogmatizzazione calcedonese della divino-umanità di Cristo e lo stabilimento di Costantinopoli come seconda sede ecclesiastica dopo Roma. Evidentemente abbiamo a che fare con chi manipola la storia per farle dire quello che si ha deciso di pretendere.

mercoledì 5 settembre 2018

Parole dimenticate

"Siano finiti! Siamo finiti! Se per la speranza di salvarci incominceremo a cedere questo e poi quello, ci sarà chiesto sempre di più: oggi consegneremo il pastorale, domani ci spoglieremo del piviale, finalmente ci toglieremo e  doneremo il triregno, e con tutto questo non ci salveremo. Dacché dobbiamo finire, anziché cadere in camicia nella fossa, meglio è scomparire quali siamo, con i grandi ideali e con tutte le forme della nostra passata grandezza".

card. Giacomo Antonelli, segretario di stato di Pio IX

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G. Martina, Pio IX, vol. II, Roma 1986, p. 48.

lunedì 27 agosto 2018

Gli infiltrati all’interno del clero

La lettera-bomba di mons. Viganò sulla spinosa questione del clero omosessuale e, in particolare, sull’abusatore seriale mons. McCarrick, non ha fatto altro che rendere ulteriormente noto un problema sempre più grande all’interno del Cattolicesimo. 

A dire il vero, non è solo il mondo cattolico ad avere tali problemi ma, più o meno, tutte le Chiese cristiane, il che significa essere dinnanzi a dei problemi umani sempre più grossi. 

Un clero gay sempre più libertino può essere qualificato come una vera e propria infiltrazione massiva di estranei all’interno della Chiesa, ossia di uomini che si servono della Chiesa piegandola e usandola per le loro finalità (soldi, sesso e quant’altro), senza necessariamente servire la Chiesa. 

Tali estranei, gay o meno, sono sempre esistiti ma oggi il loro numero è talmente aumentato da mettere in serio pericolo la credibilità della Chiesa stessa. 

Qui non è in gioco una banale questione sessista o “omofobica”, come direbbero alcuni, ma un vero e proprio rovesciamento di sensi e di valori: laddove un tempo era la Chiesa a cambiare le persone, oggi sono certe persone a cambiare la Chiesa (o a tentare di farlo) abbassando indefinitamente le esigenze evangeliche o traducendole in questioni sociologiche o psicologiche che poco o nulla hanno a che fare con il cuore del Vangelo. 

Certamente nel mondo cattolico odierno stanno arrivando tutti i nodi al pettine, dopo decenni di allegra tolleranza e, pure, di spensierata licenza al punto che, per quanto riguarda i chierici gay, le loro cordate si alimentano e s’ingrossano sempre più divenendo sempre più sfacciate perché, alla fine, protette dalle massime autorità. 

Le massime autorità si servono di loro in quanto ricattabili poiché ciò è utile a chi gestisce un'istituzione con rigidi criteri mondani di potere. Perciò essi vengono privilegiati e promossi.

È vero che la Chiesa accoglie e deve accogliere tutti ma non per lasciarli nella loro situazione primigenia o, peggio, per radicarli nelle loro secolari convinzioni. 

Così, il vero problema per la Chiesa non è che un uomo sia gay ma che pratichi la sua sessualità fino a giustificare il libertinaggio senza porsi alcuno scrupolo e si dica, al contempo, cristiano. 

Questo è problematico perché non implica una semplice questione morale ma uno stile di vita! 

Non si vuole affatto fare degli stereotipi sottolineando certe tipologie caratteriali poiché chi non ha potuto constatare, nella realtà, che nel mondo gay esistono pure persone “allegre” ossia caratterialmente leggere, vacue, superficialmente estetiche? L’uso di “gay” (ossia “allegro”) per qualificare tali persone non è buttato a caso e finisce per rappresentare uno stile che, di fatto, è opposto a quello tradizionale della Chiesa dove, al contrario, prevale l’interiorità, la moderazione, la profondità spirituale. 

Chi non ha incontrato, almeno una volta, il tipico gay (o il chierico gay) estroso, vezzoso, capricciosamente femminile? [*] E come non notare che tale stile è diametralmente opposto a quello del saggio uomo spirituale, dell’asceta che vive nell’essenzialità e nelle rinunce? Questo tipo di clero rappresenta, dunque, il tipico “prete moderno”, come dice il popolo correntemente, non il “prete di sempre” come dovrebbe essere, il prete disperso nelle chiacchiere da salotto, non il prete dedito all'adorazione...

Non si tratta semplicemente di essere dinnanzi a sensibilità differenti che devono coesistere nella stessa casa, si tratta di un vero e proprio rovesciamento di mentalità dove la mentalità mondana ha sostituito quella ecclesiale tradizionale. 

La questione gay richiama ed esprime senz’ombra di dubbio una certa cultura attuale nella quale ognuno deve aver diritto ad esprimere se stesso, così com’è. Questa cultura, che potremo definire individualista, è semplicemente contraria alla cultura della Chiesa nella quale l’individuo ha valore tanto in quanto esprime e incarna la tradizione, non quando finisce per rovesciarla per esprimere la sua individualità. 

Che piaccia o no ci troviamo dinnanzi a due mondi contrapposti che non è possibile conciliare. O prendere o lasciare! 

Quindi quando parliamo dei “diritti” dei gay (ma potremo anche accennare ai “diritti” delle donne, delle minoranze etniche e così via) e cerchiamo di introdurre tali concetti nell’ambito della Chiesa, è come cercare di mescolare l’acqua con l’olio, dal momento che ci troviamo dinnanzi ad elementi costituzionalmente diversi, che puntano a finalità differenti. Non dico che un ambito è buono e l’altro è cattivo, dico che ci troviamo dinnanzi a realtà diverse che tali devono essere riconosciute.

Nella Chiesa non esiste un “diritto” ad essere gay ma un dovere ad assumere l’animo di Cristo che non è un animo secolare ma uranico e ascetico. 

Parlare di “diritti” nella Chiesa significa introdurvi una logica puramente secolare che, alla fine, confligge con le basi della Chiesa stessa a meno di non cambiare quest’ultima fino a farle assumere connotati antitradizionali, come sarebbe in chi trasforma l’olio in acqua in modo che l’acqua che vi si aggiunge possa mescolarsi a quella preesistente senz'alcun problema. 

Affrontare la questione gay nella Chiesa come una questione puramente morale è assolutamente riduttivo e può finire per esporre il fianco ai più fieri detrattori della Chiesa stessa come, ad esempio, a chi nega la nozione stessa di peccato. 

L’esortazione antica con la quale s’invitava le donne convertite a “divenire uomini” significava, in altri termini, deporre l’animo vezzoso, capriccioso, superficiale per assumere l’animo essenziale di un certo tipo di uomini, perché solo nell’essenzialità si può incarnare il Vangelo. 

Se ciò riguarda le donne, che dire di un certo tipo di gay, modaioli e goderecci? E allora che senso ha vaneggiare di una “Chiesa giovane”, allegra, bontempona e aperta a tutte le mode? 
Non esiste una “Chiesa giovane” o una “Chiesa vecchia” ma la Chiesa di sempre!

Qui non si tratta di “avercela” con qualcuno o con un certo tipo di cultura, non si tratta di condannare l’allegria vissuta con equilibrio e moderazione, ma di far in modo che le persone giuste trovino la loro giusta collocazione senz’alterare un ambiente che, piaccia o no, è quello che è e tale deve rimanere. 

Dal momento che oramai in Occidente si è piegata la Chiesa a riferimenti puramente mondani (quali sono la questione dei “diritti” e dell’indiscriminata integrazione per tutti), non vedo via di uscita o, quanto meno, mi è assai difficile vederla, umanamente parlando. 

Una persona razionale che conosce la tradizione della Chiesa dovrebbe farsi molti dubbi, osservando l'attuale stato del mondo Cattolico, aperto a tutto tranne che ad un sano ritorno alle tradizioni. 

Di sicuro, come si è detto, un tempo la Chiesa cambiava le persone ma oggi sono le persone che vogliono cambiare la Chiesa. Questo capovolgimento ha qualcosa di profondamente antievangelico e, laddove si verifica, è tale da togliere ad una comunità cristiana le caratteristiche della vera Chiesa, quella voluta da Cristo ...
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[*] Queste tipologie esistono sia tra i cosiddetti "tradizionalisti" sia tra i cosiddetti "progressisti", il che può accomunare questi due ambiti facendo loro esprimere un identico ethos che, di fatto, è molto secolare.

venerdì 3 agosto 2018

Individualismo contro Tradizione


Quando si esaminano le dinamiche religiose nell'Occidente cristiano, non ci si può esimere dal considerare tutti i cambiamenti culturali avvenuti in esso, cambiamenti che, in un modo o in un altro, hanno finito per condizionare la fede.

Non è, dunque, un inutile sforzo quello di esaminare il contesto che circonda il Cristianesimo perché non di rado la stessa catechesi cristiana lungo i tempi ha dovuto adattarsi a uomini diversi per sensibilità e cultura.

Nel volgere dell'ultimo secolo certi fenomeni si sono enormemente accelerati. Non mi riferisco solo alle scoperte scientifiche e tecnologiche, al modo di vestire, alle convenzioni sociali... Penso, più generalmente, all'emergere prepotente dell'individualismo, ossia all'affermazione individuale della persona. Se in una società tradizionale di un tempo un uomo aveva senso tanto in quanto era legato da vincoli di sangue, di etnia e di religione ad un gruppo ben preciso o a una grande famiglia, oggi un uomo si sente realizzato quando sente di essere “se stesso”, ossia quando è sciolto da quei vincoli che, al contrario, nel passato erano parte costitutiva e irrinunciabile della sua identità. In tal modo, la sua felicità non consiste nel giungere anche al sacrificio pur di contribuire alla felicità del gruppo nel quale si identifica, ma a svincolarsi da quel gruppo appena gli viene chiesto un suo contributo in termini di tempo, denaro e fatica.
Il divorzio della coppia, evento oramai rapidamente praticabile anche per motivi leggeri, rappresenta la concreta manifestazione di quanto sto dicendo.
Se l'individuo è più importante della coppia, di una grande famiglia o di un gruppo sociale, ad egual ragione è più importante di qualsiasi autorità poiché diviene, de facto, autorità per se stesso.

I legami che un uomo individualista può avere verso la società sono allora caratterizzati dal semplice vantaggio personale. Tutto è filtrato da questo individualismo che non lascia spazio per altre possibilità.

Se questo modo di vivere entra nella Chiesa o prima o poi ci saranno degli sconquassi. L'antica Tradizione cristiana non si è stabilita per dei semplici vantaggi individualistici, dal momento che richiede la spoliazione dell'uomo vecchio e la conformazione a Cristo. Conformarsi a Cristo non significa solo farsi lavorare dalla grazia, ossia dalla sua forza redentiva, ma seguirne gli insegnamenti poiché Egli è il Maestro, l'Autorità per eccellenza.

La mens cristiana faceva sì che nell'epoca medioevale l'artista potesse non firmasse le sue opere, che al più erano catalogate in una scuola, in uno stile. Non ne sentiva il bisogno perché non esisteva la mentalità odierna. La stessa teologia medioevale latina, per quanto fosse insegnata da maestri particolari, ritenuti affidabili e stimabili, si credeva aderente più possibile alle auctoritates e, se introduceva delle novità di metodo, aveva somma cura di motivarle in modo tale da renderle il più possibile in continuità con il passato.

Nella teologia bizantina c'era la stessa mentalità: Gregorio Palamas, che sembrava avesse introdotto delle novità, si difese lungamente appellandosi alla tradizione antica e alle autorità ascetiche di cui si sentiva autentico prosecutore. Pure i suoi accusatori si appellavano alle antiche autorità, non ad una migliore e originale loro comprensione.

Rispetto a quel tempo, attualmente si da un profondo valore alla coscienza individuale, una grande enfasi alla singola persona e all'originalità che essa può proporre. Il bisogno individuale diviene, dunque, legge.

Se la regola benedettina esorta il discepolo ad ascoltare “i precetti di tuo padre”, un possibile discepolo attuale rifiuterà sempre più l'educazione che, per lui, sarà equivocata come un'umiliazione alla sua spontaneità e alla sua voglia di vivere. Il “clero fai da te” che ci circonda sembra sia un chiaro segnale di tutto ciò e la fatica improba degli insegnanti nelle scuole ce lo testifica chiaramente.

La Chiesa, che lo voglia o no, eredita ancora ampiamente l'impostazione antica, quella delle auctoritates per intenderci, e la ritroviamo negli insegnamenti del passato e nella sua storia. La stessa Tradizione ha il suo valore proprio perché la si fa risalire a Cristo Maestro. Tutti gli insegnamenti che derivano dalla Tradizione e la formazione del culto cristiano trovano la loro autorevolezza perché sono stati composti da chi ha carismaticamente praticato e ben capito l'insegnamento di Cristo Maestro fino ad incarnarlo. Qui l'individualismo e le ragioni puramente umane non trovano spazio alcuno.

La Chiesa può mantenere quest'impostazione antica fintanto che in essa esiste una formazione reale, efficace e carismatica (in senso evangelico) dei suoi membri o, almeno, dei suoi membri più rappresentativi. Questo non significa che il clero, ad esempio, non debba sapere in che mondo vive ma che non deve assolutamente assumerne la mentalità.
Nel momento in cui ciò disgraziatamente avviene, nella Chiesa si stabilisce una vera e propria rivoluzione.

Recentemente Bergoglio ha manifestato il desiderio di cambiare l'insegnamento catechetico sulla pena di morte ritenendo quest'ultima sempre e comunque inammissibile. Viceversa, la tradizione cristiana sia in Oriente che in Occidente l'ha ritenuta possibile in determinati estremi casi.
Quello che in questo fatto si deve cogliere non è tanto il favore o meno alla pena di morte, la ragione o meno di Bergoglio, quanto il suo bisogno di affermare una decisione individuale (che, dati i tempi, trova pure ampio consenso altrui) contro una decisione tradizionale mantenuta dalle auctoritates (non ultima quella di san Paolo in Rom 13,4).

Qualcosa del genere si è visto nell'inserimento del nome di san Giuseppe nel Canone Romano da parte di papa Roncalli. Essendo costui personalmente devoto allo sposo della Madonna, decise di inserirne il nome nell'anafora romana. Fino a quel momento era impensabile che una persona, fosse pure un papa, potesse mettere mano all'anafora per un bisogno personale. Ciononostante, l'evento fu rapidamente giustificato ma non ci si avvide che rappresentava simbolicamente la crepa di una diga. Infatti quello che poi successe convalida quest'interpretazione ed è oramai storia: i più coraggiosi liturgisti cattolici presero iniziative sempre più ardite e trasformarono, non di rado stravolgendo, la liturgia stessa fino ad allora intangibile. Che lo facessero con “buone e studiate intenzioni” non toglie nulla al fatto che siamo dinnanzi a bisogni individuali che si contrappongono ad una stabile e immutabile Tradizione.

Gli stravolgimenti della teologia, della liturgia e dell'ethos ecclesiastico trovano la loro autentica radice nell'individualismo che, dunque, si pone agli antipodi della Tradizione e dell'obbedienza che normalmente le si tributava.

Non è difficile immaginare che, una volta introdotta la suddetta correzione nell'insegnamento catechetico, avvengano altri ritocchi per altri insegnamenti troppo lontani dalla mentalità individualistica secolare, perché ancora troppo legati ai dettami della rivelazione.

Anche qui, presi da considerazioni molto individualistiche e umane, non ci si avvederà che la meta finale di tale mentalità potrà scivolare nel radicarsi dello snaturamento della Chiesa, nella rottura della successione apostolica e nell'invalidamento di ogni sua forma sacramentale. In breve: nella fine secolare della Chiesa in quanto istituzione globale e nella sua sopravvivenza in sparuti e dispersi gruppi.

mercoledì 25 luglio 2018

L'eresia liturgica

L'altare maggiore della basilica di san Marco a Venezia, esempio di altare tradizionale latino

In questo blog mi sono concentrato sulla tradizione liturgica indicando per tradizione le basi fondamentali sulle quali si fondano tutte le liturgie cristiane antiche. 

Queste basi sono imprescindibili ancora oggi perché sono il “lessico elementare” attraverso il quale si comunica la trascendenza del culto, non a caso definito in Oriente “culto divino”.

Essendo imprescindibili, tali basi sono di fatto intangibili: nessuno può pensare di cambiarle, esattamente come nessun matematico può pensare, da un certo momento in poi, che 1+1 fa 3. 

Se il culto divino è trasmesso intatto, almeno nelle sue linee fondamentali, è in grado di trasmettere una sensazione trascendente, che definiamo comunemente come “sacra”. Il sacro, nella liturgia, non è un retaggio pagano da abolire, come si dice comunemente tra alcuni liturgisti e biblisti cattolici (influenzati in questo da una certa riflessione protestante), ma un elemento necessario e primordiale alla liturgia stessa. 

Perciò la liturgia è sostanzialmente un insieme di azioni ripetitive, ieratiche, composte, di espressioni solenni, di canti lontani dalle mode secolari. 

Per questo la liturgia si attua in luoghi appositamente dedicati e consacrati, quali sono le chiese. Nelle chiese il luogo più sacro per eccellenza è l’altare perché simboleggia Cristo. E poiché Cristo significa l’ “unto di Dio”, l’altare viene consacrato con l’unzione del sacro crisma e in esso sono deposte le reliquie dei martiri che confessarono la retta fede cristiana. La stessa pietra con cui è fatto l’altare rimanda alla pietra della retta fede in Cristo (vedi Mt 16, 18), pietra apostolica che fa una sola cosa con le reliquie dei martiri. 

Non a caso qualche liturgista cattolico nel periodo preconciliare scriveva che l’altare è un luogo così eccellente che su di esso, al di fuori della celebrazione, non dovrebbe essere lasciato nulla, per mostrare a tutti che è l’ara del sacrificio cristiano, il rimando simbolico a Cristo stesso, ragion per cui il celebrante lo bacia e, in Oriente, solo una persona ordinata può passargli davanti. 

È, viceversa, molto deprimente dover osservare che tali ovvietà, che dovrebbero essere insegnate al clero cattolico, paiono essere completamente assenti. Così quando è persa completamente la simbologia liturgica, quando la trascendenza del culto cristiano non è più creduta e quando si ha bandito dalla Chiesa il significato rettamente inteso della parola “sacro”, ogni assurdità è possibile. 

Cristo e anti (ossia ciò che sta davanti o che si oppone a) Cristo.


Non sono passati molti giorni, dacché le cronache riportavano un fatto dissacrante accaduto in Versilia, precisamente nella chiesa di Serravezza. Nella pieve di san Martino ad Azzano (Lucca) un artista, con il permesso del parroco, ha esposto su un altare un’opera artistica che ritrae il busto di due uomini che si baciano (vedi qui). 

Tralascio di commentare la scultura stessa, poiché è stato ampiamente fatto nel web. Quello che mi preme osservare è il permesso tranquillamente dato dal parroco, tale don Hermes Luppi, per il quale è necessaria accoglienza e tolleranza. Il consacrato, entusiasta di questa scultura in chiesa (vedi qui), fa presumere un pensiero ampiamente diffuso nel mondo cattolico: siccome questa scultura (o altre simili) rappresenta un atto d’amore, allora può benissimo stare in chiesa, esposta su un altare, visto che i cristiani confessano un Dio d’amore. 

Questo tipo di pensiero è eretico, nel senso che l’amore divino, che la Chiesa deve testimoniare, non è un amore umano ma un amore totalmente trascendente, per quanto possibile in certi momenti e con certi presupposti perfino agli uomini stessi (*)

Quindi il pensiero non confessato, che assai probabilmente ha mosso questo parroco, è perfettamente ariano, se così si può dire, ossia finisce per vedere in Dio (e quindi in Cristo) attributi puramente umani. 

Questo spiega perché sull’altare, che rappresenta simbolicamente Cristo, è stata deposta tale scultura che rappresenta tutt’altro che Cristo. 

L’amore umano - ammesso e non concesso che la scultura lo rappresenti e non rinvii invece ad un puro libertinismo come di fatto oggi avviene - per quanto cosa nobile non è minimamente accostabile all’amore divino (**)

Se questo fosse chiaro, e non lo è per nulla, basterebbe per evitare simili accadimenti. Invece, dal momento che avvengono, dobbiamo dedurre che in quei luoghi non si confessa affatto la fede antica in Cristo ma qualcosa che sicuramente non c’entra con essa e che di fatto l'ha sostituita. E quando le cose stanno così, è evidente che qualsiasi realtà religiosa che lo mostra non è certamente la Chiesa voluta da Cristo. 

Chi vuole capire capisca e ne tragga le logiche conseguenze.

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(*) Non sto qui a ricordare i molti trattati ascetici che ricordano questo punto, principalmente in Oriente, ma anche in Occidente se si tiene ad esempio conto degli scritti dei fondatori dell'ordine dei Carmelitani Scalzi. Quello che invece fa pensare è che tale punto non è affatto preso in seria considerazione in molta produzione teologico-sistematica occidentale, come se il pensiero e la prassi fossero cose sempre e necessariamente diverse. Ciò ha inevitabilmente finito per far scivolare la teologia in un puro umanesimo orizzontale, come ci è dato vedere oggi.

(**) Il lettore ponga attenzione a quest'osservazione che, di fatto, esprime la lontananza della teologia basso medioevale latina da quella bizantina. Per la prima, esiste un'analogia tra le realtà divine e quelle create per cui, in un certo senso, l'amore umano può rimandare a quello divino. La seconda, viceversa, rifiuta categoricamente ogni analogia tra la realtà increata (Dio e le sue caratteristiche) e la realtà creata (il creato, l'uomo e le sue caratteristiche) sottolineando la completa estraneità dell'una riguardo all'altra ma ammettendo la possibilità, per l'uomo, di vivere già qui qualcosa delle caratteristiche divine nella grazia che Cristo ha concesso alla Chiesa. L'analogia che, in Occidente, ha dominato la riflessione teologica ha oggi portato, certamente senza volerlo, ad una vera e propria sovrapposizione e sostituzione: il divino è di fatto assorbito nel solo umano, l'amore puramente umano diviene tout-court espressione del divino e porta alla totale eclissi del secondo. I presupposti teologici dell'Oriente, al contrario, impediscono radicalmente questo cortocircuito, nonostante per ignoranza o pura emulazione possano sporadicamente esistere fenomeni in parte apparentemente simili.
Così, dietro ad una scelta o una prassi, c'è sempre un pensiero, implicito o esplicito che sia, e le scelte operate da una teologia, per quanto possano sembrare astratte, hanno sempre, o prima o poi, delle pesanti ricadute pratiche che, all'inizio, possono anche non essere state intravviste o volute. D'altronde, chi costruisce una casa su un piano inclinato (magari perché obbligato a farlo) non vorrà mai che essa crolli ma è legge fisica che questo, presto o tardi, avvenga. Lo stesso si deve dire del pensiero cristiano, o della teologia che dir si voglia.

domenica 8 luglio 2018

Spigolature...

Osservando il Cattolicesimo contemporaneo, una delle cose a mio avviso più interessanti è l'atteggiamento psicologico assunto dalle persone dinnanzi alle problematiche presenti nella Chiesa cattolica (relativizzazione o annullamento della dottrina, perdita dei principi morali, ecc.). 

Tra i cattolici frequentanti un gran numero o non riesce a vedere tali problematiche o le minimizza notevolmente, ritenendole solo un adattamento ai tempi attuali, dando l'impressione di una Chiesa nella quale, di fatto, la verità di oggi non deve necessariamente coincidere con la verità di ieri. 

Un numero minore riesce a valutare oggettivamente lo scollamento tra prassi, dottrina e morale tradizionale e ne soffre. Sono i cosiddetti “conservatori” legati, in un modo o in un altro, al ricordo di una Chiesa nella quale si aveva ancora il coraggio di praticare e predicare tutto un altro modo di essere, pur con i limiti di allora. I “conservatori”, come ho già avuto modo di dire, non sono i “tradizionalisti”, ossia quel gruppo ancor più esiguo di persone i quali, dall'esame delle problematiche, giungono alle logiche conseguenze nella prassi. I “conservatori” si lamentano che le cose non vanno bene ma, all'atto pratico, non oppongono alcuna reale ed efficace resistenza al cambiamento, a differenza dei cosiddetti “tradizionalisti” che perciò, per la stampa liberal-chic, sono i “cattivi” della situazione. 

Tuttavia, esiste una caratteristica comune a questi due ultimi gruppi: entrambi soffrono di una certa soggezione verso l'autorità, seppur in modo differente. 

I “conservatori”, che rimpiangono il bel passato, ritengono che l'autorità ecclesiastica sia intangibile: la si potrà criticare ma non ci si può opporre ad essa per cui è essenziale esserne legati. È letteralmente insopportabile l'idea di non averci più a che fare. 

Ad esempio, in una Chiesa che progressivamente diviene tutta ariana, queste persone, pur opponendosi teoricamente all'arianesimo, finiranno per sottomettersi ad esso pur di rimanere in comunione con il proprio vescovo diocesano. E se qualcuno mostrerà loro questa contraddizione, essi pian piano finiranno per negare all'arianesimo il carattere di eresia, vedendolo come un adattamento alla mentalità contemporanea solo apparentemente in contrasto con il passato, un modo differente di esprimere la verità di ieri. Chi non vede, qui, la riduzione della verità cristiana ad un semplice gioco intellettuale? (1)

I cosiddetti “tradizionalisti” hanno idee più chiare: comprendono che è la verità di sempre a fondare la legittima autorità e, partendo da tale principio, possono fare scelte coerenti che richiedono non poco sacrificio personale. Tuttavia, anche loro pongono enfasi all'autorità gerarchica e ciò può inclinare alcuni a quell'atteggiamento psicologico tipico dei “conservatori” sopra esaminato. È esattamente questo che spiega il cambiamento di alcuni “tradizionalisti”, cambiamento che potrebbe sembrare inspiegabile se osservato superficialmente (2): fino ad un certo periodo essi pensano che la verità sia più importante di un'autorità ecclesiastica che l'annebbia, da un certo periodo in poi, ritengono che l'autorità stessa sia indiscutibile e che la verità debba di fatto adattarsi ad un nuovo contesto e corso storico. 

Questo crea non poche stupefacenti “conversioni”. Tra le diverse da me viste ne cito un paio.

Ricordo un laico, gran benefattore storico della Fraternità san Pio X, particolarmente affezionato a mons. Lefebvre, il quale ad un certo punto fece ritorno alla sua diocesi chiedendo al vescovo diocesano scusa per i suoi atteggiamenti contro la carità ecclesiale. All'origine di tale “conversione” ci fu un suo profondo turbamento all'idea che la Fraternità non potesse più aver a che fare con la sede romana. Così, se costui fino a ieri chiamava “eretico” Paolo VI, fra non molto non avrà alcun problema a dichiaralo santo dal momento che il papa attuale lo canonizzerà. Immagino che ora gli atteggiamenti di Bergoglio criticati aspramente dai  “tradizionalisti” non lo scandalizzeranno  affatto: il capo ha sempre ragione!

Ricordo anche l'esempio di un giovane il quale, come un primo tempo fu affascinato dai “lefebvriani”, in un secondo tempo ne sentì orrore davanti alla logica idea di doversi allontanare dalle strutture diocesane e dal papa stesso. Sentirsi solo per avere assunto responsabilmente delle logiche decisioni lo atterriva e questo gli fece voltare le spalle ai “lefebvriani” (3)

Ora, al di là delle scelte di campo (chi scrive non appartiene a tali campi), al di là del fatto stesso che Paolo VI sia stato eretico o santo, quello che qui fa veramente problema è l'atteggiamento psicologico assunto e che, quanto meno, è contraddittorio per non dire patologico. 

Come si fa a sopportare tale contraddizione? Non lo arrivo logicamente a capire... Posso capire coloro che sono da sempre stati relativisti, in quanto comunque coerenti con loro stessi, ma non una persona che fino a ieri non lo era e che da oggi in avanti lo diviene. Infatti, tali contraddizioni non si spiegano sul piano della logica ma su quello della pura psicologia.

Per la logica l'autorità ecclesiastica si spiega richiamando il vangelo: l'apostolo Pietro è fondamento della Chiesa, secondo il noto passo evangelico, nella misura in cui diviene pietra, ossia rimane nella fede in modo stabile e inalterato. Non è fondamento della Chiesa a prescindere dalla fede o relativizzandola. Ne consegue che l'autorità nella Chiesa è tale fintanto che esprime questa fede neotestamentaria, stabile e inalterata. Nella misura in cui l'autorità non trasmette o offusca tale fede (il che è sempre possibile), perde il suo carisma e non è più vincolo di unità. Lo scisma inevitabile creato (latente o evidente che sia), non è determinato da chi ha conservato la fede nei riguardi dell'autorità che l'ha relativizzata ma dall'autorità relativista verso chi ha conservato la fede. 

Quando vedo qualche esponente tradizionale del clero cattolico e qualche altro del cattolicesimo "ufficiale" non posso non vedere di fatto almeno due chiese che vivono ancora sotto lo stesso tetto. Non esiste, tra loro, uno scisma conclamato ma un vero e proprio scisma di fatto, tanto diverso è il loro stile e il loro stesso modo di porsi al mondo. La fede, dunque, determina e legittima l'autorità, non il contrario (4) e l'autorità stessa non è magicamente protetta dal cadere in errore.

Ma se, in luogo di osservare questo punto fondamentale, si pone accento sulla questione psicologica, ossia sul bisogno perfettamente umano di rimanere collegati ad una società di persone con la sua gerarchia rassicurante, tutto si capovolge e si sconvolge. 

In questo caso non solo non avremo avuto un sant'Atanasio ma assai prima dei tempi attuali il Cristianesimo si sarebbe disciolto in una delle tante filosofie o gnosi secolari.

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(1) Il lettore non si lasci sfuggire questo appunto perché è proprio l'intellettualizzazione della verità, prescindendo dalla sua possibilità di viverla, che ha generato mostri nel Cristianesimo occidentale. Una pura intellettualizzazione non tocca più la vita e, di conseguenza, le questioni psicologiche dei "conservatori" (o di altri gruppi cattolici) divengono più importanti della verità stessa e delle sue conseguenze pratiche. La prevalenza degli aspetti psicologici su quelli spirituali (che affondano le loro radici nella dogmatica) avviene proprio perché la spiritualità non dice più nulla e si è operata una "arianizzazione" del Cristianesimo che finisce per toccare e accomunare molti "conservatori", "tradizionalisti" e "progressisti" cattolici.

(2) Ecco perché l'abbé Paul Aulagnier, che nel 1993 rampognava padre Gerard Calvet di aver abbandonato i tradizionalisti entrando in piena comunione con la "Roma modernista" (vedi qui), nel 2004 fece la stessa cosa.

(3) È interessante esaminare questa paura, quasi un horror vacui. Qui, al di là delle giustificazioni teologiche che si sono date nella storia, l'attenzione è posta su un elemento umano: la relazione con una istituzione o un particolare gerarca ecclesiastico. Venendo meno questa, pare esistere un vuoto quando, in realtà, non è affatto così. La comunione con Cristo finisce per dire assai di meno rispetto alla comunione con un gerarca ecclesiastico il che, sinceramente, sembra essere un vero e proprio arianesimo ecclesiale: della Chiesa si apprezza veramente solo l'aspetto materiale e visibile e, di fatto, pare poco importante quello invisibile e spirituale. In tutto ciò si da per scontato che la parte visibile della Chiesa porti necessariamente e automaticamente a quella spirituale quando nella realtà non è sempre così e si deve distinguere caso da caso.

(4) Non si deve ritenere quest'enfasi dell'autorità una questione puramente personale poiché ha un'origine chiaramente istituzionale: è la sede romana che per secoli ha enfatizzato la sua autorità fino al punto da determinare, nel singolo credente, una soggiacenza tale da farla precedere alla verità stessa. La stessa autorità episcopale, per quanto non celebrata come quella romana, riveste in questo contesto un ruolo decisivo. Quello che si determina nel singolo non viene certamente ammesso nella dottrina cattolica tradizionale che ha cura di fare le dovute distinzioni ma di fatto avviene correntemente nella pratica e si verifica anche in altre situazioni rispetto a quelle sopra evidenziate. Il rischio più che evidente è che l'autorità gerarchica potrebbe non servire pienamente la verità ma servirsi e modificare la verità stessa, come in non poche occasioni è storicamente avvenuto.