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lunedì 16 maggio 2016

Un testo dimenticato: la prima lettera di san Simeone il Nuovo Teologo sulla Confessione

Biografia

Abbiamo due fonti che ci forniscono gli elementi biografici della vita di san Simeone il Nuovo Teologo: i suoi scritti e la descrizione che ne fa il suo discepolo Niceta Stethatos. Simeone nasce nel 949 a Galata di Paflagonia in una famiglia piuttosto benestante della piccola nobiltà provinciale. Battezzato con il nome di Giorgio, viene ospitato da uno zio, funzionario imperiale, per compiere a Costantinopoli gli studi. Morendo lo zio, cerca di entrare, quattordicenne, nel monastero di Studìon ma non ne viene accolto a causa della minore età. Nel frattempo, conosce un monaco che diviene suo padre spirituale, Simeone il Pio, detto pure Simeone lo Studita.
Rimane nel mondo fino al 977, tentando d’intraprendere la carriera politica dopodiché, sistemata la sua situazione familiare, viene ammesso nel monastero studita. Qui, assume il nome religioso di Simeone ricevendo l’abito monastico. Un anno più tardi, entra nel monastero di San Mammàs, situato presso la porta costantinopolitana di Xilokerkos. Nel 980 Simeone viene ordinato prete e, alla morte dell’igumeno Antonio, viene designato igumeno dello stesso monastero dal patriarca Nicola.
Il padre spirituale Simeone il Pio esercitò una forte influenza su Simeone, insegnandogli il gusto dell’esperienza personale di Dio. Tale influenza ebbe come frutto la purificazione della vita del discepolo e l’approfondimento della sua vita spirituale fino a giungere ad una comunione ricca, luminosa e personale con Cristo. I suoi scritti nascono dall’esperienza di Dio come luce divina, da cui l’appellativo che gli verrà attribuito di “nuovo teologo”.
Nel mezzo di un’intesa attività di rinnovamento del proprio monastero, Simeone scrive le Catechesi indirizzate ai propri monaci. La sua enorme convinzione e la sua notevole energia non gli attirarono solo ammirazione: dovette difendersi da una rivolta di trenta monaci, poi inviati in esilio dal patriarca Sisinnio. Qualche anno più tardi, deve difendersi davanti ad un processo stabilitogli dal metropolita Stefano di Nicomedia poiché, secondo il suo accusatore, Simeone nutriva un’eccessiva venerazione per il proprio padre spirituale defunto. Effettivamente, Simeone aveva istituito nel proprio monastero un’ “ufficiatura liturgica” al proprio padre spirituale, seguendo una pratica allora corrente.
A causa di tale processo e con l’accordo del patriarca Sergio, Simeone dovette dimettersi dal suo incarico d’igumeno nel 1005. Nel 1009 il santo fu condannato all’esilio. Sbarcato con qualche discepolo a Chrysopolis, sulla riva asiatica del Bosforo, pose la sua residenza a Paloykiton, presso la cappella di santa Marina. Qui, pare che scrisse solo degli inni per poi morire nel 1022. Fu canonizzato mezzo secolo dopo la morte.


La teologia di san Simeone

Il punto di partenza della teologia di Simeone è la paternità spirituale, su diretta ispirazione dello Spirito santo, tema, questo, che non mancò di stupire chi, allora, aveva una visione piuttosto istituzionale del Cristianesimo e d’impensierire quelle autorità religiose particolarmente gelose delle loro prerogative. La paternità spirituale è contro ogni autoritarismo ecclesiastico e si affida totalmente alla libertà di scelta, alla confidenza e al reciproco amore che lega il padre spirituale ai propri figli nello Spirito santo.
Osservando ciò, la critica è propensa a inquadrare san Simeone nell’ambito di quegli autori monastici in polemica con il mondo clericale. San Simeone, secondo alcuni, sarebbe il rappresentante di una Chiesa tipicamente monastica e avrebbe forgiato una visione particolare all’interno della tradizione cristiana. Simile giudizio è stato proferito per un altro autore monastico vissuto nel XIV secolo bizantino, san Gregorio Palamas. In quest’ultimo caso è stato coniato il termine di “palamismo” per qualificare idee singolari di Gregorio che, qualcuno dice, non sarebbero state condivise dalla Grande Chiesa (di Costantinopoli). Chi crea queste definizioni si appoggia su argomenti solo in parte condivisibili perché, in realtà, autori monastici come san Simeone il Nuovo Teologo, pur avendo aspetti loro peculiari, vogliono trasmettere la tradizione della Chiesa nel senso più profondo senza deviare dal suo cammino, pur con i limiti propri all’autore di ogni epoca. Se ne trae che il monachesimo antico non ha nulla di suo ma condivide quanto, nella Chiesa, è vero e autentico. Parlando di tali autori, dunque, non è corretto parlare di una “teologia monastica”, quasi per volerli isolare dal contesto ecclesiale, ma di una teologia profondamente ecclesiale, pur nelle esigenze proprie del monachesimo.

La lettera sulla confessione

La presente, è forse la prima traduzione italiana dell’epistola di san Simeone il Nuovo Teologo sulla Confessione (la prima lettera di un epistolario che ne conta quattro) (1).
In questo testo, scritto probabilmente quand’era igumeno, l’autore indica al proprio interlocutore quali siano le condizioni con le quali è possibile fare un’autentica confessione. Abbiamo una risposta eminentemente spirituale nella quale non c’è alcuna traccia di mentalità legalistica o giuridica. Simeone non contesta il ruolo del sacerdozio nel conferire i sacramenti. Se ne deduce che essi sono “validi” se amministrati in determinate condizioni, per quanto l’autore non ragioni nei termini scolastici di “validità” sacramentale. Rimane, tuttavia, un altro aspetto: quello della reale efficacia sacramentale. Perché un sacramento sia “efficace” (altro termine che san Simeone non utilizza pur sottintendendolo), è necessaria l’ottima disposizione del penitente e pure l’ottima disposizione di colui che l’amministra, aspetto quest’ultimo molto interessante e peculiare a Simeone stesso. Non basta, infatti, fare quanto intende la Chiesa (come si dirà poi) ma è necessario entrare in un’autentica dimensione spirituale. La spiritualità (e la moralità che ne deriva) non è, allora, qualcosa che si giustappone, che si può praticare o meno, un abbellimento, qualcosa che appartiene ai più bravi, qualcosa con la quale si presume di “comperare” il Paradiso e la compiacenza divina, ma è essenziale almeno quanto lo è l’ortodossia della fede per l’amministrazione efficace del sacramento della Confessione e fa con la fede una sola cosa. Fede e prassi fanno una cosa sola al punto che una non può realmente sussistere senza l’altra. Questa concezione non è isolata a Simeone nella dottrina patristica poiché pure autori come Massimo il Confessore (VII sec.), con il termine “pietà”, intendono inscindibilmente sia la dottrina, sia la pia pratica cristiana. Ed entrambi determinano, poi, l’efficacia sacramentale nel caso della Confessione.
Tutto ciò lo troviamo pure in alcuni antichi testi liturgici.
Ecco un esempio di preghiera tratto dalla Liturgia eucaristica antiochena di san Gregorio il Teologo (V-VI sec.):

Signore, Dio nostro, onnipotente, che conosci l’intelletto degli uomini e scruti i cuori e i reni; tu che hai chiamato me indegno a questa sacra liturgia, non rigettarmi e non allontanare il tuo volto da me e cancellami tutte le iniquità, lavami dalla sozzura del corpo e dall’impurità dell’anima e santificami interamente affinché, quando ti supplico di concedere la remissione degli altrui peccati, ciò non sia senza valore (2).

Non deve meravigliare, dunque, se, per san Simeone, la mancanza di un’autentica vita cristiana faccia allontanare lo Spirito dal clero mondanizzato il quale viene meno alla sua funzione, ossia non trasmette più lo spirito apostolico. In conseguenza di ciò, entra nella Chiesa una concezione formalistica e magico-religiosa. È l’ex opere operato, inteso magicamente. C’è da dedurre, con san Simeone, che una Chiesa così, per quanto apparentemente possa parere tradizionale, si è già staccata dalle sue radici apostoliche ed è totalmente incapace di convertire il mondo poiché è divenuta mondo nel mondo. San Simeone si riferisce – senza qui esplicitarla – alla cosiddetta sinergia tra l’umano e il divino: Dio fa sempre la sua parte, analogamente alla montagna che produce l’acqua per il fiume, ma se l’uomo (che celebra e che usufruisce della celebrazione sacramentale) non ha una conveniente apertura spirituale a Lui, è come il letto ostruito di un fiume; per quanto l’acqua possa esistere a monte dell’ostruzione, non potrà mai defluire e si aprirà un altro corso lontano dal primo. La regione che si nutre dell’acqua del primo corso d’acqua a valle resterà, dunque, disseccata.

Questo spiega la crisi di alcuni settori del Cristianesimo nell’epoca del santo e contribuisce senz’altro a spiegare la crisi attuale nella quale si riscontra una forte anemia spirituale. Da questo punto di vista, san Simeone non è affatto un santo relegato in un passato lontano e diviene assai eloquente anche oggi, al punto che certi passi della sua prima lettera paiono descrivere qualche avvenimento della nostra epoca come quelli che potrebbero succedere in una qualsiasi altra che abbia staccato il proprio cuore dai fondamenti del Cristianesimo.

Il testo greco di questa lettera è tratto dalla Patrologia graeca (PG) ma, per ragioni di tempo, non è stato perfettamente revisionato. La traduzione, in alcuni tratti, segue il senso del testo, piuttosto che essere letterale. Si spera, in un prossimo futuro, di poter riprendere tutte le quattro lettere e farne una traduzione rigorosa.

                                                                                                                                

(1) Da una rapida ricerca, risulta che neppure in lingua francese esiste una traduzione delle Lettere di Simeone. In inglese, al contrario, ne esiste una piuttosto recente: H. J. M. Turner, The Epistles of St Symeon the New Theologian (Oxford Early Christian Texts), Oxford University Press, 2009.

(2) Si può comprendere come, nell’Occidente cristiano, questi testi possano in qualche modo parere strani, dal momento che ci si muove, coscientemente o meno, con una forte influenza agostiniana e Agostino, si sa, era marcatamente antidonatista. Tuttavia, se si osservano seriamente le argomentazioni della tradizione teologica e liturgica bizantina qui accennate, non si può non offrire loro un'attenta considerazione.

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Per leggere il testo di san Simeone cliccare sulle pagine sottostanti. È pure possibile ingrandire la pagina spostando il cursore sul segno + o con la rotellina del mouse.

Per chi ha difficoltà a farlo, ho incollato solo il testo italiano nello spazio sottostante.


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TESTO ITALIANO



1. Hai chiesto alla nostra inutilità di dirti, padre e fratello, “se è corretto confessare i nostri peccati ai monaci che non hanno gli ordini sacri”, aggiungendo anche questo: “perché abbiamo sentito che il potere di legare o sciogliere è stato dato solo ai sacerdoti”. Queste, poi, sono parole e indagini a beneficio della tua anima amica di Dio e del suo ardente desiderio e timore. Abbiamo riconosciuto la tua buona disposizione poiché cerchi di conoscere le cose divine e sacre, ma abbiamo voluto rimanere in silenzio perché non siamo all’altezza di alcuni in grado di distinguere tra queste cose e scrivere su di loro. Il lavoro di “interpretare le cose spirituali alle persone spirituali” (1 Cor 2, 13) appartiene a coloro che sono liberi dalle passioni e sono santi uomini, da cui siamo molto lontani per quanto riguarda la nostra vita, le parole e le virtù.

2. Tuttavia, sta scritto, “Il Signore è vicino a quelli che lo invocano, a quanti lo invocano in verità” (Sl 144, 18). E poiché io, indegno, l’ho domandato a Lui in verità, dirò le seguenti cose, non per mio valore, ma per quello della divina Scrittura divinamente ispirata. Quindi, piuttosto che insegnare, mi limiterò a portarti la testimonianza della Scrittura, leggendoti le cose che mi sono state richieste. Infatti, con la grazia di Dio, devo custodire me stesso come coloro che mi ascoltano da entrambi i precipizi, ossia, dal precipizio di seppellire il talento (Mt 25, 18-24), e dal precipizio d’insegnare le dottrine divine indegnamente nella vanagloria, o meglio, nelle tenebre.
Pertanto, dove dovremmo cominciare il nostro commento, se non dalla causa, dall’inizio stesso di tutte le cose? Così è meglio, in modo da essere certi di ciò che sarà detto, poiché non siamo stati creati né da angeli né da uomini, ma dalla sapienza dell’alto, cioè misticamente, dall’impronta dello Spirito santo. E poiché siamo sempre stati istruiti, in ogni ora, ed abbiamo invocato la grazia, ora parleremo prima del modo in cui si fa la confessione e poi del suo potere.

3. La confessione non è altro che l’ammissione dei nostri debiti e, di conseguenza, la profonda consapevolezza delle nostre cadute, ossia un disprezzo della nostra povertà e stoltezza. Il Signore parlava in parabole nei Vangeli di “... due debitori: l’uno gli doveva cinquecento denari, l’altro cinquanta. E quando non avevano nulla con cui ripagare, li perdonò entrambi” (Lc 7, 41-42). Quindi ogni fedele è un debitore davanti al suo Maestro e Dio. Tutto ciò che ognuno ha ricevuto da Lui, lo stesso gli sarà richiesto nel pauroso e terribile tribunale, quando tutti noi, sia re sia poveri, vi compariremo nudi e smascherati. Ascoltate ora cosa e quanto abbiamo ricevuto da Lui. Naturalmente, esistono molte altre cose delle quali nessuno è in grado di farne l’enumerazione. Ma al momento presente, la migliore e più completa è la liberazione dalla condanna, la santificazione dalla lordura, l’a-vanzamento della sua ineffabile luce dalle tenebre, la possibilità di divenire suoi seguaci, figli ed eredi attraverso il divino battesimo e di essere vestiti di Dio stesso, per divenire sue membra e ricevere la presenza dello Spirito santo in noi, che è un sigillo reale utilizzato dal Signore per contrassegnare le sue pecore. Ma cosa sto descrivendo con il “tante cose”? Semplicemente questo: che Egli ci rende come se stesso e ci abilita a essere suoi confratelli e coeredi. A coloro che sono stati battezzati, sono date tutte queste cose direttamente dal battesimo, definite dal divino Apostolo come “divine ricchezze ed eredità” (Col 1, 12; Ef 3, 8; 2 Cor 4, 7).

4. I comandamenti del Sovrano sono stati dati come custodia di queste grazie e doni ineffabili e circondano tutto il credente come un muro, creandogli un porto sicuro per il tesoro nascosto nella sua anima. [I comandamenti] lo sostengono e lo rendono inaccessibile a tutti i nemici e i ladri. Perciò, crediamo di poter custodire i comandamenti di un Dio amico dell’uomo, pur essendo piuttosto consapevoli del fatto che, provati, siamo custoditi da loro. Colui che osserva i comandamenti di Dio non sostiene e protegge loro quanto se stesso dai nemici visibili e invisibili, dei quali, innumerevoli e paurosi, l’Apostolo Paolo parla dicendo: “La nostra battaglia non è contro sangue e carne, ma contro i dominatori di questo mondo oscuro, contro gli spiriti del male che abitano nei luoghi alti” (Ef 6,12), in altre parole, coloro che si trovano nell’aria e sono sempre invisibilmente schierati contro di noi.

Pertanto, colui che osserva i comandamenti stessi è da loro protetto e non può perdere le ricchezze che Dio gli ha affidato. Ma colui che disprezza i comandamenti si espone nudo ai nemici ed è facilmente sconfitto da loro. E, dopo aver perso tutte queste ricchezze, egli è in debito con il Re e Sovrano per tutte le cose di cui abbiamo parlato, impossibili per l’uomo da ritornare o addirittura da trovare. Per questo [tali cose] sono celesti ed Egli è venuto dal cielo. Così, Egli viene ogni giorno, le porta e le distribuisce ai fedeli. Coloro che una volta le ebbero ricevute per poi perderle, dove potrebbero trovarle nuovamente? Veramente da nessuna parte! Proprio come né Adamo, né alcuno dei suoi figli, è stato in grado di restaurare se stesso o rifare i suoi, sarebbe stato impossibile non essendo Dio sopra ogni essere, divenire figlio di Adamo secondo la carne, nostro Signore Gesù Cristo, per innalzare lui e noi dalla nostra caduta con la sua potenza divina. Per quanto riguarda i comandamenti, chi sceglie di mantenere alcuni tra loro e abbandonarne altri, dev’essere consapevole del fatto che se si trascura di mantenere anche uno dei comandamenti, si perderanno tutte le ricchezze. Immagina che i comandamenti siano come dodici uomini armati che ti circondano tutto attorno, mentre tu stai nudo in piedi in mezzo a loro che stanno di guardia. Immagina anche altri guerrieri, tuoi avversari, che vengono e ti circondano cercando di afferrarti per ucciderti subito. Pertanto, se uno dei dodici è tolto dalla tua scelta e trascura di proteggerti lasciando il suo posto come una porta aperta al nemico, che beneficio possono dare i rimanenti undici uomini se anche uno solo dei nemici è in grado di entrare verso il centro e, senza pietà, ti taglia a pezzi, mentre gli altri undici non possono più circondarti per aiutarti? Infatti, anche se hanno scelto di circondarti per aiutarti, pure loro saranno uccisi dal nemico. Quindi la stessa cosa ti accadrà se non osservi i comandamenti. Perché in caso di caduta per un solo colpo del tuo nemico, tutti i comandamenti si lasciano e, poco a poco, la tua forza viene meno. O, per dirla in un altro modo, un vaso pieno di vino o di olio non ha bisogno di essere forato attorno per perdere tutto il suo contenuto. Un singolo foro aperto in un posto è sufficiente perché quanto è all’interno sia lentamente perso. Allo stesso modo, se si trascura un solo comandamento, si cade lentamente lontano da tutti gli altri, come Cristo disse: “Poiché chiunque ha sarà dato, ed egli sarà nell’abbondanza. Ma a chi non ha sarà tolto quello che ha” (Mt 25, 29). E ancora: “Chiunque avrà violato uno di questi minimi comandamenti”, e per la sua trasgressione, “colui che insegna agli uomini a fare altrettanto sarà chiamato minimo nel regno dei cieli” (Mt 5, 19). E Paolo disse: “Ciascuno è, infatti, schiavo di colui che lo vince” [Questo passo fa parte di 2 Pt 2, 19]. E ancora: “Il pungiglione della morte è il peccato, e la forza del peccato è la legge” (1 Cor 15, 56). Da nessuna parte ha detto questo o quel peccato specifico, ma che ogni peccato è il pungiglione della morte. Si chiama peccato il pungiglione della morte perché chi ne viene punto muore. Per cui ogni peccato è per la morte, perché anche se qualcuno ha peccato, fosse una sola volta, Paolo dice che è già morto, essendo sotto accusa per il debito e il peccato, lasciato disteso sulla strada dai ladri.

5. Cosa, allora, fa risollevare un morto causato da qualcuno? E che fa colui che non è in grado di pagare il suo debito e ricevere la remissione di tale debito evitando di essere gettato in carcere fino a che non può rimborsare, cosa che non potrà mai fare dal momento che non ha nulla con cui pagare il suo debito e, quindi, non potrà mai uscire dall’eterna prigione, cioè dall’oscurità eterna? Colui che è stato ferito dai ladri spirituali chiede che un medico compassionevole e misericordioso venga a lui. Egli non ha in sé il timore di Dio, ossia non è abbastanza fervente da essere in grado di andare da un medico in quanto la sua anima è debole per la trascuratezza, e sta lì offrendo un terribile e infelice spettacolo a coloro che sono in grado di vedere bene, vale a dire, a chi è in grado di vedere spiritualmente le cadute dell’anima. Così, attraverso il peccato, si diviene schiavi del diavolo: “Non sapete che se vi fate schiavi di qualcuno obbedendogli, siete schiavi di quello cui obbedite, sia del peccato per la morte, sia dell’obbedienza per la giustizia?” (Rm 6, 16), ed è una presa in giro del Padre e di Dio, il disprezzo dei nemici che apostatano da Dio.
Così uno diviene spoglio della porpora reale ed è lasciato annerito. Invece di figlio di Dio, diviene figlio del diavolo. Che cosa può fare al fine di acquisire nuovamente le cose dalle quali si allontanò? Che altro se non chiedere un mediatore e un amico di Dio, che ha il potere di riportarlo nella sua condizione precedente e riconciliarlo a Dio suo Padre? Colui che è unito a Cristo con la grazia diviene suo membro ed è da Lui adottato; se poi lo abbandona, è come il cane che “si rivolge al suo vomito” (2 Pt 2, 22), e si unisce ad una prostituta o ad un altro corpo, è condannato come i miscredenti poiché ha disonorato e bestemmiato Cristo stesso. Infatti, secondo il divino Apostolo, “voi siete corpo di Cristo, e sue membra, ciascuno in particolare” (1 Cor 12, 27). Pertanto, chi si unisce ad una prostituta rende le membra di Cristo membra di fornicazione (1 Cor 6, 15). Quindi, uno che ha fatto una cosa del genere ha fatto arrabbiare il suo Maestro e Dio e non può essere riconciliato con Dio se non attraverso la mediazione di un uomo che è santo, amico e servo di Cristo, astenendosi dal male.

6. Per questo motivo, dobbiamo prima di tutto fuggire dal peccato. Tuttavia, se accade che siamo trafitti dal dardo del peccato, non dobbiamo attardarci e permettere che il suo veleno c’invogli come il miele. Non dovremmo ripetere la stessa cosa come un orso che ne è stato attratto, rendendo maggiore la ferita. Ma, piuttosto, dobbiamo correre direttamente da un medico spirituale, purificando noi stessi del veleno del peccato con la confessione e sputando il veleno. Dovremmo rapidamente ricevere come antidoto l’epitimìa [la correzione] che lui ci offre per il nostro pentimento sempre compiendola con fede fervida e lottando nel timore di Dio. Per tutti coloro che si sono privati delle ricchezze, si sono affidati a loro stessi e hanno dilapidato i loro beni paterni alle prostitute e ai pubblicani, e la cui coscienza ora è così appesantita dal peccato da non poter più guardare verso l’alto, privi di coraggio davanti a Dio, chiedono naturalmente un uomo di Dio che possa ricevere il loro debito. E poi, per mezzo suo, possano avvicinarsi a Dio, qualcosa d’impossibile da farsi senza pentimento sincero e fatiche continue se si vuole ristabilire la propria relazione con Dio. Infatti, non si è mai sentito parlare o è riportato nelle Scritture divinamente ispirate che si possa prendere su sé i peccati di un altro e difenderlo se prima il peccatore non ha intrapreso fatiche corrispondenti ai peccati e ha mostrato adeguati frutti del suo pentimento. Poiché, come disse la voce del Precursore della Parola: “Fate dunque veri frutti di conversione e non v’illudete col dire: Abbiamo Abramo per padre” (Mt 3, 8). Infatti il Signore stesso disse a coloro che così stupidamente vivono: “In verità, vi dico: anche se si levano in piedi tra loro Mosè e Daniele per salvare i loro figli e le loro figlie, non saranno salvati” (vedi LXX Ez 14, 14; 16, 20). Che dobbiamo dunque fare, noi che desideriamo pentirci, e in che modo, per avere i nostri debiti rimessi ed essere sollevati dalla nostra caduta? Ascoltate, se Dio vuole, quanto posso spiegare a ciascuno di voi.

7. Se desideri cercare un mediatore, un medico e un buon consigliere, lascia che ti mostri come un buon consigliere applicherà il suo consiglio sui modi di pentimento; lascia che ti mostri come un medico darà la medicina appropriata per ogni ferita; lascia che ti mostri come sarà un mediatore attraverso la preghiera; e come avrà comunicazione con Dio e starà dinnanzi a Lui faccia a faccia in tuo favore per ottenere la misericordia del Divino. Non devi cercare un alleato o un consigliere in un adulatore o in uno schiavo del ventre perché non vanno contro la tua volontà e non ti insegnano queste cose gradite a Dio, ma quelle che desideri accettare e, quindi, rimani ancora una volta nemico di Dio e non riconciliato con Lui. Non accettare né un medico inesperto che t’immergerà nella disperazione con la sua grande brutalità e con improprie incisioni e cauteri, né chi, nella sua eccessiva simpatia, ti lascerà malato mentre penserai di essere guarito e, peggio di tutto, quanto non ci si dovrebbe aspettare!, ti consegnerà all’eterno inferno. Perciò quest’inferno si realizza quando, in questa vita, la malattia dell’anima, non è guarita ma continua fino a quando non muore con noi. “Infatti, non tutti i discendenti d’Israele sono Israele” (Rm 9, 6), ma solo coloro col nome che conoscono pure il potere del nome e sono intelletti che vedono Dio. Allo stesso modo, non tutti coloro che sono chiamati cristiani sono veramente cristiani. “Non chiunque mi dice: Signore, Signore”, Cristo dice, “entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli”. E aggiunge che “molti mi diranno in quel giorno [...] nel tuo nome abbiamo cacciato demoni [...] allora dichiarerò loro: Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi operatori di iniquità” (Mt 7, 21-23).

8. Questo è il motivo per cui, fratelli miei, tutti noi dobbiamo stare attenti — i mediatori, da un lato e i peccatori dall’altra che desiderano essere riconciliati con Dio — affinché né i mediatori facciano scendere l’ira sulle loro teste invece di aver ricompense, né i peccatori che desiderano essere riconciliati con Dio abbiano un nemico, un assassino e un cattivo consigliere, invece di un vero e proprio mediatore. Per costoro c’è il re che proferirà parole terribili: “Chi ti ha reso capo e giudice sul mio popolo?” (cfr. Es 2, 14)? E ancora: “Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello” (Mt 7, 5). Infatti il legno è una passione o un desiderio che scurisce l’occhio dell’anima. E inoltre: “Medico, cura te stesso” (Lc 4, 23) e ancora: “Ma al peccatore Dio ha detto: Perché tu racconti i miei decreti e ripeti la mia alleanza con la tua bocca? Tu hai odiato la disciplina e hai gettato le mie parole dietro alle spalle” (Sl 49, 16)? E Paolo dice: “Chi sei tu che giudichi un servo altrui? Stia in piedi o cada ciò riguarda il suo padrone” (Rm 14, 4).

9. Pertanto, a causa di tutte queste cose, fratelli e padri miei, mi vengono i brividi e tremo. Chiedo a tutti voi, anche con questa esortazione a voi da me rivolta, di non essere superficiali su questi misteri divini, venerati da tutti, non giocate con cose che non sono giochi, e non agite contro la vostra anima a causa di vanagloria, ambizione, o per lucro o per insensibilità. Infatti, è possibile assumere perfino uno strano ragionamento solo per il fatto di essere chiamati “padri” o “maestri”. Vi prego, poiché stiamo semplicemente insegnando con l’esempio terreno, cerchiamo di non usurpare spudoratamente un onore uguale agli apostoli. Poiché se qualcuno spudoratamente osa assumere la mansione del re terreno e viene sorpreso, assieme ai suoi ministri e seguaci, a espletare in segreto o in modo manifesto ciò che al re competeva, costui è sottoposto a estremi castighi allo scopo d’intimorire gli altri [eventuali usurpatori], e [quindi] tutti lo deridono in quanto egli è stolto e dissennato. Che sorte, allora, avranno coloro che si appropriano indegnamente dell’ufficio di apostoli?

10. Né dovresti desiderare di divenire mediatore per altri prima di essere stato riempito di Spirito santo, di conoscere, ed essere riconciliato con il Re di tutto e percepirlo nella tua anima. Perciò nessuno che conosca il re terreno può essere un mediatore davanti a lui al posto di altri. Estremamente pochi sono in grado di fare ciò, poiché hanno acquisito tale familiarità davanti a lui e per le loro virtù, il loro sudore e le fatiche effuse per lui. Costoro non hanno bisogno di un mediatore tra lui e loro stessi, ma conversano bocca a bocca con il re. Pertanto, padri e fratelli, non dovremo mantenere lo stesso ordine davanti a Dio? Non onoriamo il Re celeste almeno altrettanto come il re terreno? Abbiamo intenzione di usurpare e concederci di sedere alla sua destra e alla sua sinistra prima ancora di chiederlo e riceverlo? Che incoscienza! Che cosa vergognosa si è impadronita di noi? Perché, anche se siamo chiamati a rendere conto di nient’altro che questo, ossia di essere sprezzanti, saremo caduti in disgrazia e ci verrà negato un posto di dignità e saremo gettati nel fuoco eterno. Ora, ciò che è stato detto è sufficiente per esortare coloro che vogliono essere attenti a loro stessi. Per questi motivi, le nostre parole hanno divagato un po’ oltre il soggetto a nostra portata. Ma ora, figlio mio, dovremo affrontare quanto mi hai chiesto di conoscere.

11. Tu troverai che la confessione ad un monaco, che non ha ordini sacri, è stata praticata in tutto il mondo sin da quando i monaci esistono poiché la veste del pentimento e la vita monastica sono state date da Dio in sua eredità, come si riporta negli scritti divinamente ispirati dei Padri. E, se si guarda a loro, troverai che quello che stiamo dicendo è vero. Prima di ciò, come successori dei santi apostoli, solo i vescovi hanno ricevuto il potere di legare e sciogliere. Ma, con il passare del tempo, i vescovi si sono corrotti, e questo tremendo incarico è stato trasmesso ai sacerdoti che avevano una vita irreprensibile ed erano degni della grazia. Più tardi, pure i sacerdoti, associandosi ai vescovi, sono divenuti proprio come il resto della popolazione. E molti di loro, proprio come ora, sono caduti nello spirito dell’illusione, del discorso vano e vuoto e si sono persi. Quindi, il potere di legare e sciogliere è stato trasferito ai prescelti, tra il popolo di Dio, vale a dire ai monaci. Non è che questo potere sia stato rimosso dai preti e dai vescovi, ma i sacerdoti e i vescovi si sono estraniati da tale grazia. “Infatti, ogni sommo sacerdote, preso tra gli uomini, è costituito in favore degli uomini nelle cose che riguardano Dio”, come dice l’apostolo Paolo, aggiungendo “e deve offrire sacrificio per i peccati, come per il popolo, anche per se stesso” (Ebr 5, 1, 3).

12. Ma andiamo avanti e iniziamo questo commento dall’inizio per vedere quando, come e a chi è stato dato questo potere di servizio sacerdotale di legare e sciogliere. L’ordine con cui hai formulato la domanda renderà chiara la risposta non solo a te ma a tutti gli altri uomini. Quando il nostro Signore e Salvatore dice all’uomo con la mano inaridita: “I tuoi peccati ti sono perdonati”, udito questo, gli ebrei esclamarono: “Quest’uomo dice bestemmie. Chi può rimettere i peccati se non Dio solo?” (cfr. Mt 9, 2-3; Mc 2, 7; Lc 5, 21). Infatti il perdono [ex officio] dei peccati non è mai stato dato da profeti o sacerdoti o da uno dei patriarchi di quei tempi. Questo è il motivo per cui gli scribi hanno respinto le parole di Cristo come una nuova dottrina o predicazione bizzarra. Ecco perché il Signore non li biasima per ciò, ma insegna loro qualcosa che non sapevano, mostrandosi come garante della remissione dei peccati come Dio, non come uomo. Egli aggiunge loro: “Ora, affinché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati” (Mt 9, 6), dicendo all’uomo con la mano inaridita: “Stendi la tua mano. Ed egli la stese e tornò sana come l’altra” (Mt 12, 13). Così mediante un miracolo visibile ne ha mostrato un altro maggiore e invisibile. Successe lo stesso con Zaccheo, lo stesso con Pietro che lo rinnegò tre volte, lo stesso con il paralitico che Egli guarì e poi trovatolo disse: “Ecco, sei guarito. Non peccare più, perché non ti accada qualcosa di peggio” (Gv 5, 14). Dicendo questo, mostrò che l’uomo si era ammalato a causa del peccato e, quando è stato guarito dalla malattia, ha ricevuto la remissione dei suoi peccati, senza digiuno, senza rendere il suo letto come una dura terra, attraverso la sua conversione, la sua fede senza esitazioni, la cesura dal male e attraverso il vero pentimento e molte lacrime, come la prostituta e come Pietro che pianse amaramente.
Da tale principio deriva il grande dono che appartiene a Dio solo, e che solo lui possiede. Quando stava per ascendere al cielo, al suo posto, ha poi lasciato tale dono ai suoi discepoli. Com’è possibile che ha dato quest’autorità e potere a loro? Vediamo a chi, a quanti e quando. Ai suoi scelti undici discepoli, quando passò attraverso le porte chiuse ed essi erano raccolti all’interno. Entrò, stette in mezzo e soffiò su di loro dicendo: “Ricevete lo Spirito santo; a chi rimetterete i peccati, sono loro rimessi; a chi li ritenete, sono ritenuti” (Gv 20, 22-23). Non diede loro alcun comando per quanto riguarda l’epitimìa poiché sarebbe stata loro insegnata dallo Spirito santo (cfr. Gv 14, 26).

13. Così, come abbiamo detto, [tale dono] dai santi apostoli passò a coloro che succedettero loro. Costoro salirono sui loro troni, in modo che tra gli altri nessuno potesse nemmeno avere il coraggio di pensare a qualcosa di simile. E così i discepoli del Signore custodirono l’autorità di questo potere con grande cura. Ma, come abbiamo detto precedentemente, con il passare del tempo, i degni si mescolarono con gli indegni. E poiché gli indegni erano molti di più, hanno oscurato e corrotto i degni impegnandoli in dispute su chi avesse maggiore autorità e finta virtù per presiedere sugli altri. E poiché coloro che sedevano sui troni degli apostoli si mostrarono carnali, amanti del piacere e appassionati agli onori, si sono inclinati verso le eresie. La grazia divina ha abbandonato uomini come questi e il potere è stato loro rimosso. È per tale motivo che tutte le qualità che dovrebbero possedere gli operatori del servizio sacerdotale sono poste in disparte e l’unica cosa loro richiesta per essere ordinati è quella d’essere ortodossi. Così, a coloro che dovevano essere ordinati fu chiesto solo questo. Tuttavia, temo che in realtà non dovrebbero nemmeno chiedere ciò. Infatti, uno non è ortodosso solo perché non porta una nuova dottrina nella Chiesa di Dio, ma perché ha una vita che è coerente con il corretto insegnamento. Diversi patriarchi e metropoliti, hanno a volte cercato questo tipo di candidato, entrambi con insuccesso, o hanno preferito gli indegni a costui. E dall’indegno ebbero bisogno solo di una dichiarazione firmata sul Simbolo di fede. Gli hanno chiesto solo ciò: che non sia un fanatico per il bene, né che lotti contro qualcosa di male. Presumibilmente, stavano collaborando alla pace della Chiesa in questo modo, ma questo modo è peggiore di qualsiasi odio ed è causa di un gran disordine. Per tale motivo i sacerdoti si sono corrotti e sono divenuti come il popolo. Per cui tra loro non ci fu nessuno che fosse il sale di cui e su cui ha parlato il Signore e che, utilizzando rimproveri, potesse bloccare e controllare la dispersione della vita. Al contrario, si sono accordati e hanno coperto le cattive passioni l’uno all’altro, divenendo peggio del popolo. E il popolo, a sua volta, è divenuto peggio di loro. In effetti, alcune delle persone hanno dimostrato d’essere meglio dei preti perché, in mezzo al buio totale dei sacerdoti, sono apparsi come un carbone acceso. Infatti, secondo le parole del Signore, se nella loro vita i preti si fossero disposti a “risplendere come il sole” (cfr. Mt 5, 16; 13, 43), la brace non sarebbe stata vista brillare e sarebbe apparsa oscura rispetto alla luce più potente. Ma poiché tra la gente del posto è rimasta solo la forma e l’aspetto esterno del sacerdozio, il dono dello Spirito santo è stato trasferito ai monaci. Fu riconosciuto dai segni che lo dimostrano che i monaci, con le loro opere, vivevano la vita degli apostoli. Anche lì, poi, il diavolo ha nuovamente eseguito il suo lavoro: vedendo che i monaci sono apparsi nel mondo come alcuni nuovi discepoli di Cristo e splendevano per la vita e i miracoli, ha recato tra loro, mescolando di mezzo a loro, dei falsi fratelli, suoi contenitori. Costoro lentamente aumentarono, come si vede, e i monaci si corruppero divenendo monaci completamente amonastici. E quando videro che erano inutili, non divennero meglio di coloro che avevano lo schema monastico o di quanti erano chiamati sacerdoti o di coloro che avevano assunto l’onore episcopale ossia i patriarchi, i metropoliti e i vescovi.

14. Pertanto, il potere di rimettere i peccati non è dato da Dio né a coloro che hanno lo schema monastico né a coloro che sono ordinati nei ranghi del sacerdozio, né a quelli onorati dall’ufficio dell’episcopato, voglio dire ai patriarchi e metropoliti e vescovi, solo a causa della loro ordinazione e della loro sede. Il cielo non lo voglia! È loro autorizzata solo l’esecuzione dei servizi e, per la maggior parte di loro ho il sospetto che non sia autorizzata neppure quella in modo che, essendo paglia, non sia bruciata. Invece, il potere di rimettere i peccati è dato solo a coloro tra preti e vescovi e monaci che appartengono al rango dei discepoli di Cristo, a causa della purezza.

15. Come, allora, saranno quelli di cui abbiamo parlato, per sapere se sono tra tali discepoli, e in che modo saranno gli altri che cercano di riconoscerli precisamente dopo di loro? A tal fine, il Signore ci ha dato un insegnamento dicendo: “E questi segni accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno i demoni; parleranno lingue nuove” (si riferisce alla dottrina divina e benefica della Parola); “cammineranno sui serpenti e se bevono qualsiasi cosa mortale, non farà loro del male” (Mc 16, 17). E anche, “le mie pecore ascoltano la mia voce” (Gv 10, 27), e “li riconoscerete dai loro frutti” (Mt 7, 16). Quali frutti? Paolo enumera molti frutti e dice: “Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, temperanza” (Gal 5, 22), e quelli che li accompagnano sono “compassione, fraterno amore, carità”, con le conseguenze di questi. Con loro ci sono “la parola di saggezza, parola di conoscenza, il dono della guarigione” e molto altro. “Ma tutte queste cose le opera quell’uno e medesimo Spirito, donando a ciascuno come vuole” (1 Cor 12, 8-11). Quindi quelli che sono divenuti i partecipanti a tali doni – in tutto o in parte in base a ciò che è loro vantaggioso – sono contati nel coro degli apostoli. Annoverati pure tra loro ci sono quelli che oggi diventano come loro. Ed è per questo che essi sono la luce del mondo, come dice Cristo stesso: Nessun uomo che accende una candela la pone sotto un tavolo o sotto il letto, ma su un candeliere in modo che darà luce a tutti quelli che sono nella casa (cfr. Mt 5, 14, 15). Essi sono noti non solo per questo, ma per la condotta della loro vita. Perciò in questo modo coloro che cercano tali uomini, così come gli uomini stessi, possono sapere se, a somiglianza del Signore nostro Gesù Cristo, essi non siano causa di vergogna e, come lui, abbiano, al contrario, accettato con più grande gloria e umiltà e obbedienza priva d’ipocrisia i loro padri e guide e, inoltre, le loro guide spirituali; se, con tutta la loro anima, abbiano amato il disonore, gli insulti, il ridicolo e i rimproveri; se abbiano considerato chi loro porta tali cose come causa di grandi doni e abbiano pregato in lacrime per loro con tutta la loro anima; e se abbiano sputato alla gloria di questo mondo e considerato letame le delizie di questo stesso mondo.
Ma devo dire tanto e dire l’ovvio, allungando il mio commento? Se un uomo trova che ha raggiunto ogni virtù sentita dalla lettura della Sacra Scrittura e si è esercitato in ogni opera buona e conosce il grado del suo avanzamento e del cambiamento, per quanto riguarda ciascuna di esse, sta salendo alle vette della gloria divina, facendolo quindi partecipare a Dio e ai suoi doni; e coloro che lo vedono chiaramente, come quelli con una visione più debole, lo riconosceranno. Coloro che sono come lui possono dire a tutti con coraggio: “Noi siamo ambasciatori per Cristo, come se Dio supplicasse attraverso di noi [...] siate riconciliati con Dio” (2 Cor 5, 20). E tutti coloro che sono come costoro, hanno mantenuto i comandamenti di Dio fino alla morte. Hanno venduto i loro beni e distribuito i soldi ai poveri. Hanno seguito Cristo e subìto le tentazioni. Hanno perso la vita in questo mondo, per amore di Dio e la ritrovano nella vita eterna. E quando hanno ritrovato la loro vita, sono stati visti in una luce noetica. E poi in questa luce hanno visto la luce inaccessibile, [che è] Dio stesso, com’è scritto: “Nella tua luce vedremo la luce” (Sl 35, 10). Ma com’è possibile per uno trovare la vita che ha già? Fa’ molta attenzione! La vita di ogni uomo è una dramma che abbiamo perso (cfr. Lc 15, 8-10). Per cui non è Dio, ma è ognuno di noi ad essersi immerso nelle tenebre del peccato. Ma Cristo, la luce vera, viene e incontra faccia a faccia coloro che lo cercano garantendo che possono vederlo mediante i mezzi che Lui solo conosce. Questo è ciò che significa per uno trovare la sua vita: vedere Dio e in quella luce divenire più alto di tutti nella creazione visibile e avere Dio come suo pastore e maestro dal quale, se lo desidera, imparerà a legare e a sciogliere. E dopo averlo appreso con precisione, adora Dio che gli ha dato tale dono e lo trasmetterà a tutti coloro che ne hanno bisogno.

16. Vidi che a questi uomini, figlio mio, è dato <il potere> di legare e sciogliere da Dio Padre e dal nostro Signore Gesù Cristo, per mezzo dello Spirito santo. Essi sono tra i suoi figli adottivi e servitori sacri. Io ero discepolo di un tale padre, che non ha avuto l’ordinazione da uomini ma mi ha fatto discepolo per la mano di Dio, ossia per lo Spirito santo. Egli mi ha ordinato di ricevere l’ordinazione dagli uomini, poiché era bene osservare la forma consueta in quanto, dai miei primi giorni, lo Spirito santo mi stava muovendo verso di essa con un grande desiderio.



17. Pertanto, miei fratelli e padri, preghiamo principalmente di divenire come loro, in grado di parlare agli altri della libertà dalle passioni e di sentire i loro pensieri. Cerchiamo un padre spirituale. Infatti, ricerchiamo accuratamente per trovare tali uomini, veri discepoli di Cristo. E supplichiamo Dio con doglie del cuore e molte lacrime per molti giorni per aprire gli occhi del nostro cuore affinché possiamo conoscere se e dove un tale uomo è da ricercarsi tra la nostra malvagia generazione. E, dopo averlo trovato, preghiamo affinché possiamo ricevere la remissione dei peccati per suo mezzo, obbedendo ai suoi comandi ed esortazioni con tutta l’anima, proprio come lui obbedisce ai comandamenti di Cristo, ed è divenuto partecipante alla sua grazia e ai doni da Lui ricevuti; il potere di legare e sciogliere i peccati è dato dal fuoco dello Spirito santo, al quale sia ogni gloria, onore, e adorazione assieme al Padre e al Figlio unigenito nei secoli. Amìn.

© Chiaranz Pietro

venerdì 1 aprile 2016

L'importanza e il senso del simbolismo nella Liturgia


Quest’articolo, tradotto da un recente libro, è di fondamentale importanza e mostra che il simbolo, nell’ambito della liturgia cristiana, si è progressivamente oscurato in Occidente creando danni enormi. Tale oscuramento inizia a prodursi pure nell’Oriente cristiano. Tuttavia, senza una precisa conoscenza e coscienza di cosa sia il simbolo nella liturgia è impossibile vivere e comprendere le antiche liturgie cristiane e si finirà per crearne di nuove, in totale rottura con le antiche.

La Liturgia, lo abbiamo mostrato, è un’anamnesi che attualizza l’unico sacrificio di Cristo, compiuto nel tempo attraverso la Sua economia salvifica tra noi e, allo stesso tempo, una realtà e un valore eterno, un significato e un’efficacia per ogni istante e per ogni tempo (cfr. Ebr 10, 12-14), ciò che viene manifestato ogni volta dalla Liturgia stessa.
Il sacrificio di Cristo nella Liturgia è, ciononostante, un sacrificio incruento, come dice la prima parte della Liturgia dei fedeli [di san Giovanni Crisostomo] e la preghiera collegata all’inno dei cherubini. San Germano di Costantinopoli parla di un “sacrificio razionale” e “mistico” (1) e san Nicolas Cabasilas d’un sacrificio “spirituale” (2).
Ciò significa che non si compie allo stesso modo realistico del sacrificio originale di Cristo, alla fine della sua vita terrena a Gerusalemme. Fosse così, non si sarebbe compiuto “una volta per tutte” ma sarebbe reiterato e non ci sarebbe stato un sacrificio unico, di portata universale, ma una moltitudine di sacrifici, di portata particolare.
Ecco perché il sacrificio avvenuto lungo la Liturgia pur essendo reale ed essendo, come abbiamo detto, un’anamnesi, ossia un’attualizzazione dell’unico sacrificio di Cristo, prende una forma simbolica e si compie dietro le apparenze del pane e del vino e attraverso una moltitudine di altri simboli. Certi Padri, come Dionigi l’Areopagita o Massimo il Confessore, hanno parlato di simboli per la stessa eucarestia, non per negare che il pane e il vino divengono realmente il corpo e il sangue di Cristo, ma per notare che il corpo e il sangue di Cristo non assumono la forma di una carne insanguinata, ma conservano l’apparenza esterna del pane e del vino, essendo “misticamente” corpo e sangue di Cristo, ossia in modo nascosto.
Teodoro dice che il sacrificio liturgico è “ad immagine delle realtà celesti” che la fede ci permette di vedere spiritualmente attraverso diversi simboli:

I sacerdoti della Nuova Alleanza ripetono continuamente, in ogni luogo e tempo, lo stesso sacrificio. Effettivamente il sacrificio che nostro Signore ci ha offerto accettando la morte è unico. […] Tutti noi, dunque, in ogni luogo, in ogni tempo e continuamente, celebriamo l’anamnesi di questo stesso sacrificio: “Ogni volta che mangiamo di questo pane e beviamo da questo calice, commemoriamo la morte del Signore affinché egli venga” (1 Cor 11, 26). La celebrazione di questo terribile sacrificio è dunque immagine delle realtà celesti. […] La fede ci permette di vedere nel nostro spirito le realtà celesti e di considerare che Cristo, morto per noi, risuscitato e salito al cielo, è oggi ancora immolato attraverso questi simboli. Poiché noi consideriamo, con i nostri occhi, con fede, questa anamnesi ora celebrata, siamo condotti a vedere ancora che Cristo muore, risuscita e sale al cielo come lo fece un tempo per noi (3).

La Liturgia, dunque, esprime l’unico sacrificio di Cristo contemporaneamente temporale e atemporale, attraverso diversi mezzi simbolici, particolarmente delle parole e diversi segni sensibili che costituiscono il suo rituale.
Dopo aver affermato che la Liturgia è “un’anamnesi della vera immolazione”, Teodoro di Mopsuestia spiega:

Il pontefice, effettivamente, compie realtà celesti attraverso dei segni e delle figure e il sacrificio da lui celebrato è una manifestazione di tali realtà. I suoi atti sono come un’immagine della Liturgia celeste (4).

Una ragione collegata all’utilizzo permanente del simbolismo nella Liturgia è che il celebrante (vescovo o prete) non è propriamente il prete ma un’immagine del Gran Sacerdote, Cristo, al quale un’espressione liturgica dice: “Sei Tu che offri e Tu che sei offerto, Tu che ricevi e Tu che sei distribuito”. Teodoro di Mopsuestia dice a tal proposito:

Poiché nostro Signore si è offerto in sacrificio ed è così divenuto per noi Gran Sacerdote, “colui che sta presso l’altare è immagine lui stesso del Gran Sacerdote”. Non offre il proprio sacrificio ed egli non ne è neppure il vero Gran Sacerdote. La Liturgia di quest’ineffabile sacrificio viene da lui compiuta attraverso dei simboli che rappresentano, attraverso dei segni, le realtà celesti (5).

Abbiamo pure visto ugualmente che la Liturgia è un anticipo del Regno dei cieli di cui essa ci dona la caparra, di cui essa ci permette di gustare le primizie ma non ancora pienamente e che ci sarà data nell’al-di là, dopo la resurrezione e l’ultimo giudizio. È quanto spiega san Massimo nel suo commento alla Liturgia:

Attraverso la grazia della fede, crediamo di partecipare proprio qui, nella presente vita, a questi doni dello Spirito santo; nel tempo futuro [crediamo di avervi parte], nella verità, in modo sostanziale, nella realtà stessa, secondo la speranza indefettibile della nostra fede e la promessa sicura e infallibile di Colui che l’ha fatta. Se abbiamo osservato i comandamenti meglio possibile, crediamo che vi parteciperemo quando passeremo dalla grazia nella fede alla grazia nella visione, ossia quando nostro Dio e Salvatore Gesù Cristo ci trasformerà in Lui stesso levandoci le stimmate della corruzione che ci segnano e ci farà dono dei misteri che ci sono stati prefigurati attraverso i simboli percepibili da quaggiù (6).

Questi concetti raggiungono le spiegazioni di Teodoro di Mopsuestia:

Per il momento, benché, secondo la parola dell’apostolo Paolo, saremo chiamati da Cristo ad entrare nella Nuova Alleanza, non abbiamo ancora ricevuto la salvezza e la vita se non nella speranza di esse. Infatti non possediamo ancora le vere realtà, poiché attendiamo pazientemente “di lasciare questo corpo per dimorare presso il Signore, è nella fede e non nella chiara visione che camminiamo” (2 Cor 5, 8). Non avendo ancora ricevuto i beni celesti, viviamo per la fede fino al giorno in cui raggiungeremo nostro Signore in cielo per vederLo non più come attraverso uno specchio, in modo confuso, ma faccia a faccia. Oggi noi avanziamo nella fede verso Cristo, nostro Gran Sacerdote, primizia dei beni che ci sono destinati. Attendendo di ricevere, nel tempo fissato, attraverso la resurrezione, tutti questi beni, abbiamo ordine di celebrarli quaggiù per mezzo di simboli e di figure (7).

Nella Liturgia, come in tutti i misteri o sacramenti nella Chiesa ortodossa, i simboli sono onnipresenti, nei gesti negli oggetti e nelle parole del rituale (8).
Una prima questione che si pone su questi simboli è quella del loro ruolo e del loro senso.
Nel suo libro L’Eucarestia, sacramento del Regno, nel quale si sostiene un’importante dimensione critica verso la comprensione e la pratica tradizionale e dove si intende rivoluzionare l’approccio verso l’Eucarestia, p. Alessandro Schmemann si schiera contro l’approccio “esplicativo” dei simboli liturgici. Secondo lui, il simbolo non dev’essere spiegato come se rinviasse a qualcos’altro che c’inserisce immediatamente nel mistero (9).
Siamo d’accordo se si tratta di rifiutare una comprensione intellettualista del simbolismo, poiché precisamente i simboli (in generale) son sempre utilizzati relativamente a delle realtà astratte, o a delle realtà inaccessibili alla ragione, difficili da comprendere e inconcettualizzabili e che, dunque, devono essere avvicinate e afferrate con un altro mezzo. Più spesso il simbolo si fa percepire dai sensi e vuole esprimere in modo sensibile una realtà sovrasensibile, metafisica e spirituale.
È pure vero che i simboli hanno una capacità di integrarci alla Liturgia attraverso un mezzo che non è solo quello, limitato, del pensiero ma anche del nostro corpo (attraverso i sensi che percepiscono i simboli nella loro dimensione sensibile) e delle disposizioni che i simboli producono nell’anima manifestando così il loro valore operativo e non solamente speculativo. Perciò san Nicolas Cabasilas spiega:

Ciascuno [dei gesti che si compiono nel corso della Divina Liturgia] si fa per l’utilità presente ma, allo stesso tempo, simbolizza qualcosa delle opere di Cristo, delle sue azioni e delle sue sofferenze. Ne abbiamo un esempio nel trasferimento del santo Vangelo all’altare e in seguito nel trasferimento delle oblate. L’uno e l’altro hanno la loro opportunità: il primo per leggere il Vangelo; il secondo perché si compia il sacrificio. Entrambi significano l’apparizione e la manifestazione del Salvatore: dapprima la manifestazione ancora oscura e imperfetta, all’inizio della sua vita; in seguito la suprema e perfetta manifestazione. Vi sono certi riti che non hanno alcuna utilità pratica; non sono compiuti se non per un simbolismo, ad esempio il fatto di forare il pane e di tracciarvi il segno d’una croce […]. Per quanto riguarda i riti compiuti nella liturgia delle oblate, hanno tutti rapporto con l’economia dell’opera del Salvatore. Il loro fine è quello di porre sotto i nostri occhi lo spettacolo di questa divina economia per santificare le nostre anime e, attraverso ciò, abilitarci a ricevere questi sacri doni. […] Le disposizioni con le quali bisogna avvicinarsi ai santi misteri e senza le quali sarebbe assolutamente empio gettare su di essi anche un semplice sguardo, [sono] il rispetto, la fede e l’amore pieno di fervore per Dio.
Bisognava pure che una contemplazione capace di inculcarci questi affetti fosse significata nell’ordinamento della sacra Liturgia. Bisognava che non considerassimo solo con il pensiero, ma pure che vedessimo in qualche maniera con i nostri occhi l’estrema povertà del Ricco per eccellenza, la venuta quaggiù di Colui che abita in tutti i luoghi, gli obbrobri del Benedetto, le sofferenze dell’Impassibile; di quale odio è stato oggetto e quanto ha amato, fin dove si è umiliato l’infinitamente Grande, quali sofferenze ha sopportato, quali azioni ha compiuto per prepararci questa tavola dinnanzi a noi. Ammirando così la novità dell’opera salvifica, meravigliati dall’abbondanza della misericordia, siamo portati a venerare Colui che si è preso pietà di noi fino a questo punto, Colui che ci ha salvati a questo prezzo, a confidargli le nostre anime, a rimettergli la nostra vita, a infiammare i nostri cuori nel fuoco del suo amore.
Disposti in tal modo, possiamo in maniera sicura e semplice avvicinarci al braciere degli augusti misteri.
Di fatto, per porsi ora in tali disposizioni, non è sufficiente avere appreso una volta le cose di Cristo e conservarne la conoscenza; bisogna pure attualmente avere lo sguardo del pensiero fisso su tali verità e contemplarle, sforzandoci di allontanare ogni idea estranea ad esse se veramente vogliamo, in vista di questa santificazione, far divenire l’anima adatta a quanto ho detto. Effettivamente, se teniamo conto delle esigenze della pietà, […] e se nel momento della celebrazione dei misteri non consideriamo con cura tutte le cose attaccando, al contrario, il nostro spirito ad altri oggetti, non traiamo alcun profitto da tale conoscenza: non può inculcarci nulla degli affetti precedentemente evocati. Poiché le nostre disposizioni corrispondono ai pensieri che ci occupano e i sentimenti da noi provati sono quelli che tali pensieri producono in noi.
Ecco perché è stato immaginato il simbolismo di cui ho parlato che non si limita solo a significare tutto ciò con delle parole ma le pone interamente sotto i nostri occhi e tutto ciò visibilmente attraverso l’intero corso della Liturgia: da una parte ciò avviene per agire più facilmente sulle nostre anime, non per offrirci una semplice visione, ma ancora per disporre in noi un sentimento, poiché una rappresentazione visuale può produrre in noi un’impressione più profonda (10). D’altra parte è pure per non favorire l’oblio e per non lasciare il pensiero volgersi verso un altro oggetto fino al momento in cui siamo condotti alla sacra tavola. Ripieni, dunque, di tali pensieri e con la memoria nel suo pieno vigore, partecipiamo ai divini misteri, aggiungendo in questo modo una santificazione ad un’altra, quella del rito a quella delle contemplazioni (11).

È per tanto falso credere, come fa p. Alessandro Shmemann, che il simbolo abbia un valore per se stesso e non rinvii a un’altra cosa o non abbia rapporto con la cosa alla quale egli rinvia. Ogni simbolo è fondato su un rapporto analogico con quanto simbolizza, questo rapporto è a volte convenzionale ma più sovente naturale. Così i veli utilizzati lungo la liturgia per coprire il diskos e il calice possono simbolizzare la collocazione nella tomba attraverso la loro analogia con il lenzuolo funebre e la loro caratteristica avvolgente. Il grande velo (o aìr) può pure simbolizzare gli angeli per la sua ampiezza, la sua flessibilità e la sua capacità di muovere l’aria quando lo si agita nel momento del Credo, analogamente con le ali degli angeli.
Ciononostante, analogia non vuol dire identità e dunque il simbolo crea una prossimità con quanto simbolizza, ma testimonia allo stesso tempo una distanza, il che gli permette di non essere confuso con la realtà stessa e di manifestare attraverso i suoi limiti il carattere trascendente di tale realtà.
Per quanto utilizzati per indicare delle cose difficilmente comprensibili o inesplicabili, e date alla contemplazione piuttosto che alla speculazione intellettuale, i simboli devono essere interpretati e spiegati nella misura del possibile, altrimenti danno l’impressione d’essere degli atti o degli oggetti privi di senso, favorendo un approccio sia oscurantista che formalista, finendo così per essere rifiutati o abbandonati. È ciò che è successo nel quadro del cattolicesimo romano in Occidente che, in occasione della riforma liturgica ispirata dal concilio Vaticano II, ha seguito il protestantesimo nella via dello spogliamento, svuotando la messa e i rituali sacramentali da una grande parte dei loro simboli con il pretesto che i fedeli (e spesso i preti) non li comprendevano più. Come abbiamo mostrato altrove (12), la Chiesa ortodossa è minacciata dallo stesso fenomeno attraverso alcuni vescovi e preti, ispirati per lo più dai riformisti della Scuola di Parigi (Nicolas Afanassieff, Paul Evdokimov, Alexandre Schmemann), per cui tralasciano nelle loro diocesi o parrocchie un certo numero di simboli liturgici, sia perché questi si oppongono alle loro concezioni (ad esempio le porte sante restano aperte o l’iconostasi è smantellata – o non edificata – per la ragione che tutto ciò si oppone a una concezione dell’assemblea come insieme indifferenziato), sia perché tali simboli non sono più correttamente compresi.
Padre Alessandro Shmemann si oppose molto chiaramente, in più sue opere (e in particolare nel suo Journal) a tutta la tradizione mistagogica bizantina (rappresentata particolarmente da Dionigi l’Areopagita, san Massimo il Confessore, san Germano di Costantinopoli, san Nicola Cabasilas o san Simeone di Tessalonica) che si è, al contrario, sforzata di rivelare la ricchezza di significato dei simboli liturgici. L’ermeneutica (ossia l’interpretazione dei simboli) è inerente all’esegesi che tutti i Padri hanno praticato nelle loro omelie o nei loro scritti e che è uno degli impegni della predicazione nella Chiesa.
Noi riteniamo che tale tradizione ermeneutica costituisca il buon approccio ma che essa non debba essere razionalizzata ma vista in modo contemplativo, ossia sia in modo intelligente che orante, in un termine: in modo spirituale.

(Jean-Claude Larchet, La vie liturgique, Paris 2016, pp. 178-184)
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Note

1) Sulla Divina Liturgia, 37.
2) Spiegazione della Divina Liturgia, LI, 1.
3) Omelie catechetiche, XV, 19-20.
4) Ibid., 15.
5) Ibid., 21.
6) Mistagogia, XXIV, PG 91, 704D-705A.
7) Omelie catechetiche, XV, 17.
8) Precisiamo “nella Chiesa ortodossa” poiché nel Cattolicesimo romano, in seguito al concilio Vaticano II, un gran numero di simboli sono stati soppressi; nelle cerimonie protestanti, dove il cristianesimo ha raggiunto il più basso grado della secolarizzazione, il simbolismo è divenuto praticamente inesistente.
9) L’Eucarestia, sacramento del Regno, Parigi 2005, pp. 21-26.
10) Sottolineato da noi.
11) Spiegazione della Divina Liturgia, I, 9-14.
12) “Alle fonti dei tentativi di riforme liturgiche di questi ultimi decenni in certe parrocchie ortodosse: le opere di padre Alessandro Shmemann e di padre Nicolas Afanasieff”, Црквене Cmyouie / Church Studies, 9, 2012, p. 397-408.

lunedì 18 gennaio 2016

La tradizione cristiana, la vita mistica, la sapienza, il simbolismo.

"I monaci sono come i fari nella notte. Senza fari le navi si scontrerebbero sugli scogli" (San Paisios l'Atonita)

Un blog non è mai la sede ideale nella quale dipanare approfonditamente certi temi del Cristianesimo poiché si rischia sempre di essere sommari, generalizzanti, lasciando in secondo piano elementi che non possono essere trascurati. Conscio di questo limite nel quale io stesso potrei cadere, cerco di affrontare nel modo più comprensibile possibile quanto ho espresso nel titolo di questo post (*).

La tradizione cristiana

Il termine “tradizione” è fondamentale. Nell'ambito del Cristianesimo si riferisce ad un insegnamento trasmesso da Cristo agli apostoli (la cosiddetta “Tradizione” con la “T” maiuscola) e da disposizioni ecclesiastiche stabilite nel tempo (la cosiddetta “tradizione” con la “t” minuscola). Non tutto quanto è stato scritto nei Vangeli appartiene al tesoro dell'insegnamento cristiano, poiché se tutto fosse stato scritto non ci sarebbero stati libri a sufficienza per poterlo contenere. La tradizione è, allora, tutto un bagaglio di insegnamenti provenienti da Cristo e dalla Chiesa con i quali non solo si impara a leggere le Scritture ma ci si orienta a seguire Cristo stesso. Tra Tradizione e tradizioni intercorre un intimo rapporto poiché una è per le altre e tutte concorrono all'edificazione del cristiano. Prima di toccare le tradizioni ecclesiastiche, bisogna sinceramente chiedersi se, con ciò, non si intacca la stessa Tradizione, domanda, questa, che nel nostro ambito quasi nessuno si pone.
Detto ciò, bisogna immediatamente chiarire una cosa. La tradizione e la Rivelazione non sono una semplice “lezione di vita”, una descrizione razionale di “diritti e doveri” dell'uomo dinnanzi a Dio, un semplice elenco di cose da credere per fede per ricevere, un giorno, la ricompensa del Paradiso, un esempio di vita morale. Non sono neppure l'espressione “logica” di una filosofia contro l' illogicità di chi vive contro il vangelo. Nei secoli la Rivelazione e la tradizione che la veicola sono state progressivamente ridotte a ciò perché lentamente è stata persa la prospettiva realmente soprannaturale nella quale è stato espresso il messaggio evangelico. Ridurre la fede nei confini della sola ragione, come fece Georg Wilhelm Friedrich Hegel (1770-1831) è indice del cammino religioso della cultura europea occidentale. È inutile dire che Heghel ha sbagliato filosofizzando il Cristianesimo, se non si ha l'onestà sufficiente per accorgersi che, ben prima di lui, nello stesso ambito ecclesiastico sono stati posti tutti i presupposti perché ciò avvenisse.
Ora, che il Cristianesimo si serva di parole e concetti di tipo filosofico per poter comunicare un messaggio, è appurato al punto che, se non lo facesse, non potrebbe comunicarlo. Ma il messaggio, è bene evidenziarlo, non è solo umano ma divino-umano e, per essere realmente compreso, è necessario che la persona si raffini spiritualmente, passi da conversione a conversione, si purifichi e si illumini, per usare dei termini cari all'ascetica cristiana. Se la tradizione cristiana è retaggio di una comprensione unicamente o prevalentemente razionale, si ha l'illusione che, usciti da uno studio approfondito su di essa, se ne possa sapere tutto. Questo è un mito ma è esattamente su questo mito che si fondano gran parte delle scuole di teologia che ci circondano nelle quali prevale un sapere teologico di tipo razionale. La razionalità non è qualcosa della quale dobbiamo disfarci, bene inteso, ma ha un campo di applicazione: le realtà create (il mondo che ci circonda). Applicata alle realtà create, la razionalità crea le cosiddette scienze e il sapere scientifico. Il sapere teologico non può mai essere definito “scienza” proprio perché non si applica alle semplici realtà create ma a realtà increate (il mondo divino) e a realtà create trasformate da quelle increate (la divinizzazione per grazia dell'uomo da parte di Dio). Una teologia rispettosa del mistero divino non fa il discrimine “scientifico-filosofico” di ogni azione divina perché è impotente a soppesare razionalmente Dio. Una teologia rispettosa è “descrittiva”, racconta cosa avviene, lo registra, come può fare un chimico esaminando una reazione in laboratorio, ma non è in grado di farne una descrizione scientifica e analitica, tanto meno filosofica. Cercare una dimostrazione razionale nella Monotriade divina, significa fare un buco nell'acqua perché per la razionalità umana uno non sarà mai tre, l'unità non sarà mai la pluralità. Le stesse distinzioni di "persone" divine in un solo "essere" (o sostanza) divina, non è una spiegazione razionale ma la descrizione, in termini filosofici, della rivelazione divina. L'errore è partire da questi termini filosofici per credere di penetrare con l'intelletto umano su quanto è e rimane impenetrabile!
A tutt'oggi, per fortuna!, nessuno si è arrischiato a spiegare scientificamente i miracoli. Forse lo scienziato ateo ha cercato di negarli, adducendo delle teorie, ma nessuno ha spiegato scientificamente come il miracolo avviene e perché.
L'atteggiamento dinnanzi ai miracoli, dovrebbe essere un atteggiamento da assumere per ogni realtà soprannaturale cristiana. Di conseguenza, la tradizione non è la descrizione scientifica e rigorosa degli insegnamenti di Cristo con i quali capire razionalmente i “misteri” della vita trinitaria e della rivelazione cristiana. La tradizione è la trasmissione di un insegnamento a cui credere per fede e che, in determinate condizioni, è possibile sperimentare. Il fine della tradizione, medesimo a quello della rivelazione che serve, è la trasformazione dell'umano nel divino, non la creazione di accademie e di infiniti (e spesso inutili perché unicamente mondani) ponti razionali tra cultura e fede.

La vita mistica

Se la tradizione ci introduce in una sorta di “sperimentalismo cristiano” è da qui che prende avvio quella che chiamo “vita mistica”. La “vita mistica”, come lo stesso concetto di tradizione, può essere soggetta a distorsioni e cattive comprensioni. In realtà, non è altro che una vita “nascosta” in Cristo. Il mistico cristiano non è altro se non chi vive realmente e a livello intenso il Cristianesimo. Nell'alto medioevo la mistica cristiana si è conservata nei monasteri, un po' come oggi stesso nell'Oriente bizantino, al punto che mistico è sinonimo di monaco. Si è visto qualcosa del genere con i fondatori dei carmelitani scalzi, in piena età controriformista.
Per una strana sorte, tutto il mondo mistico del Cristianesimo è sempre stato rappresentato come qualcosa di astruso, astratto, bello ma eccessivo, non adatto al popolo e al suo insegnamento. Così, la mistica cristiana è stata di fatto confinata dal grande ambito del Cristianesimo, lasciata, al più, a chi si riteneva essere "più bravo" ma che per la sensibilità comune era oramai valutato solo come eccentrico. Non a caso tutta l'impostazione carismatica bizantina (che affonda qui le sue radici) è valutata con sospetto, come segno di eccentricità e di poco realismo cristiano.
Il confino della mistica cristiana, nasce soprattutto dalla cattiva fede di chi, in ambito accademico, ha la presunzione di poter esaurire il Cristianesimo in ambiti scientifici e filosofici! La mistica cristiana è lì, silenziosa, a ricordare che Dio è ineffabile, inesprimibile ma pur sempre sperimentabile nella sua grazia. L'ineffabilità divina non può che relativizzare tutti i tentativi tronfi dell'uomo di poter “ingabbiare” il Cristianesimo in ambiti logico-razionali. Il misticismo non è contro la razionalità ma totalmente al di sopra di essa: l'uomo reso Cristo sa benissimo che la sua comprensione naturale precedente non è che ombra, anche se fosse religiosissima.
Faccio appello a Teresa d'Avila, per non scomodare i santi bizantini che creerebbero allergia in chi si sente  più papalino del papa e non capisce la profondità di certi discorsi. Ebbene, costei da un certo momento in poi parla di un “secondo battesimo” per indicare che la sua vita precedente, pur essendo religiosa era animata da una conoscenza spirituale umbratile, insufficiente, penosamente carente. Tanto il filosofo si riempie di parole e viene tentato di afferrare l'invisibile con il suo intelletto, tanto il mistico tace, si ferma alle porte del mistero, comprende che non è il cervello ad essere importante per Cristo ma il cuore. Questo non per impotenza divina (sarebbe bestemmiare!) ma per struttura umana: il cervello ha la rappresentazione fantasmatica del reale sotto forma di idee, il cuore ha l'intuizione diretta della realtà. Gli asceti antichi, infatti, dicevano che il demonio può ingannare la mente che crea i suoi idoli ma Dio parla al cuore.
D'altronde se il cervello fosse stato importante, Cristo avrebbe cercato i suoi discepoli nelle scuole rabbiniche, tra i saggi del tempio, non tra i poveri e ignoranti pescatori! “La scienza gonfia”, hanno sempre ripetuto i padri della Chiesa per i quali era fondamentale il percorso monastico, ossia mistico. Non a caso i nomi più significativi tra essi, finite le accademie del loro tempo, si immersero nella vita monastica. Questo, è bene ricordarlo!, è completamente smarrito nel nostro tempo in cui gli stessi monasteri occidentali hanno ben poco del monachesimo antico. Con quali armi, dunque, affronteremo la scristianizzazione attuale, se, deprezzato il monachesimo e la via mistica, ci muoviamo con le armi spuntate della sola razionalità?

La sapienza

Il Cristianesimo, infatti, non è una lezione filosofica e razionale ma l'espressione di una sapienza nascosta nei secoli (cfr. 1 Cor 2, 7). La sapienza per definizione non può essere afferrata compiutamente dalla razionalità perché pare ad essa illogica, sfuggente, ambigua, contraddittoria. La sapienza, rettamente intesa, si appoggia sull'esperienza del divino. La razionalità, al contrario, agisce solo sul campo umano. Sono campi ben distinti. Cristo, perciò, è molto più simile ad un Sophòs che ad un esempio morale e ad un maestro di vita. Eppure, anche negli ambiti più tradizionali del Cristianesimo occidentale, tutto ciò non è affatto chiaro. Ad inquinare le acque ci sono secoli di interpretazioni culturali che hanno trasformato la sapienza cristiana in un semplice insegnamento umano, filosofico, morale, sganciandolo sempre più progressivamente dallo “sperimentalismo cristiano” dei mistici. Non meraviglia che le correnti più progressiste del Cristianesimo occidentale si siano spinte a “demitizzare” il vangelo, ritenendo i fatti soprannaturali in esso narrati dei puri miti, dei modi di dire. Ancor oggi trovo una sottile ma reale unione tra i cosiddetti tradizionalisti e i progressisti cattolici, unione data da un approccio di tipo troppo razionale che finisce, in definitiva, per sminuire e snervare l'importanza del mistero divino nella vita cristiana. Entrambi hanno la tentazione di porre al centro di tutto non Dio, come dovrebbe essere, ma loro stessi, non l'azione divina ma la loro umanissima interpretazione.
Rivalutare la Rivelazione nei termini sapienziali riporta il tutto nei giusti equilibri ed obbliga ad una comunicazione sempre meno discorsiva e sempre più simbolica.

Il simbolismo

Ne ho parlato diffusamente nel mio blog. Di simboli è piena la nostra stessa vita, anche se li diamo per scontati e non ce ne rendiamo conto. La tendenza attuale, viceversa, è quella di spogliare il Cristianesimo dei suoi simboli tradizionali con il risultato che lo rendiamo inespressivo. Il simbolo può giustamente non essere compreso dal punto di vista razionale ma con ciò non può non essere vissuto. 
Faccio un esempio. Nel giubileo indetto dal presente papa, è stata creata una “porta santa” in un ambiente carcerario. La stampa lo ha generalmente riferito senza specificare che la porta doveva introdurre in una chiesa. Il messaggio è chiaro dal punto di vista vitale, anche se può non essere razionalmente compreso: si associerà al termine “santo” un luogo di sofferenza e di detenzione, un luogo in cui si bestemmia Dio, non un luogo in cui si eleva l'animo e si benedice Cristo. La "porta santa" se non introduce in una chiesa ma in un luogo prettamente laico (i chierici attuali, si sà, hanno una certa allergia al sacro!) è la realizzazione concreta di un simbolo ambiguo o addirittura rovesciato che imprimerà un profondo messaggio negativo nella coscienza delle persone, molto più  di mille discorsi.
Faccio un altro esempio. Razionalmente parlando è incomprensibile il bisogno di fare sulle oblate della Messa latina tradizionale tre segni di croce, in luogo di uno. Giustamente, abbandonando la chiave  di lettura simbolica, la ripetizione di segni e simboli è stata vista come atto superstizioso e magico fino ad essere valutata da qualche psicoanalista come possibile segno di patologia psichica. Così, con il prevalere della lettura razionalista, anche il simbolo è cambiato: i tre segni di croce sono stati aboliti e praticamente nessuno ne ha sentito la mancanza.
Se sfugge il fatto elementare che la comprensione razionale non coincide con la sapienza e con lo sperimentalismo cristiano (i misteri li vivo anche se non li capisco) si finirà inevitabilmente per depauperare all'inverosimile il Cristianesimo  esponendolo ad ogni genere di riforme soggettive sempre più umilianti, come di fatto è accaduto nell'Occidente europeo. 
Il mondo simbolico di una liturgia tradizionale può essere disposto (ma non stravolto né rifondato da zero) solo da un'anima illuminata, da chi è giunto ad un certo livello di comprensione spirituale nella grazia di Dio. Tutti gli altri sono chiamati a rispettare questa disposizione fino al giorno in cui, giunti ad un medesimo livello di illuminazione, saranno in grado di farvi dei ritocchi, tenuto pure conto di nuove esigenze storiche. Analogamente, solo una guida alpina con esperienza può condurre altri in impervi percorsi montani, non chi ha studiato i percorsi stessi sulla sola carta e ha ricevuto, perciò, delle onorificenze accademiche. Non basta essere arcivescovo, metropolita o papa per riformare il Cristianesimo, ossia per purificare la prassi cristiana: bisogna essere santi ma non santi formali, santi mistici in senso profondo, in senso antico! (**) 
I santi autentici, con il tempo, sono riconosciuti da tutta la Chiesa perché si pongono sulla linea della Rivelazione e ne incrementano il significato, non lo sminuiscono, deviando il cammino in direzioni troppo accomodanti e umanistiche, come potrebbero fare dei santi apparenti. Da santi autentici nasce un autentico rinnovo della vita cristiana, cosa impossibile agli altri.

Purtroppo quale "riforma" del Cristianesimo occidentale si è mossa da questa prospettiva "carismatica"? Le ultime, soprattutto, hanno tale taglio "carismatico"? Mi pare di poter rispondere negativamente! Chi cambia disposizioni, liturgie, prassi, lo fa obbedendo a criteri quasi esclusivamente razionali e disciplinari, senza dimostrare di essere giunto a livelli di illuminazione cristiana e senza necessariamente spingere i cristiani in quella direzione. È perfettamente logico, dunque, che con queste disposizioni chi ci rimette le penne è la stessa pietà che finisce quasi per scomparire. I cristiani soggetti a tali riforme disprezzeranno logicamente e inevitabilmente lo stesso mondo simbolico tradizionale con la foga con cui un ignorante potrebbe disprezzare l'ermetismo di una poesia di grande livello. Ecco spiegato l'iconoclasmo in gran parte dell'arte sacra e della liturgia occidentale.

Conclusione

Non saper descrivere convenientemente tutti questi temi in senso cristiano (tradizione, vita mistica, sapienza, simbolismo) da chi ne usa con fini non cristiani o stranamente crederli scontati quando, non solo non lo sono affatto, ma vengono ovunque combattutti, è indice di una compiuta lontananza dalle basi essenziali del Cristianesimo. Non è questione di semplici dettagli o di una “spiritualità” differente e, alla fine, equivalente ad altre; è questione di essenzialità! È stata semplicemente smarrita la via del cuore equivocandola con la via della razionalità. E i frutti si vedono, purtroppo ...


© Traditio Liturgica
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(*) Questo post nasce dall'esigenza di rispondere a chi, contrapponendosi a gnosi e dottrine esoteriche, tende ad avere una lettura esclusivamente razionalistica e filosofica del Cristianesimo (vedi qui). Questa lettura è una forte tentazione anche in ambiti cosiddetti "tradizionalisti" del Cattolicesimo nel quale, di fatto, ha ben poco senso la cosiddetta "vita mistica" rispetto alla filosofia (tomista) e ad una visione moralistico-legale.

(**) Un altro "punctum dolens" molto affliggente è l'odierno concetto di santità sempre più "a buon mercato", in cui basta essere dei semplici "buoni uomini" per essere considerati santi. Questo tipo di bontà puramente umanistica prevale, in Occidente, ma non è sufficiente per dichiarare realmente santo un cristiano. Ancora di più sfugge il profilo autenticamente mistico della vita cristiana!

mercoledì 23 dicembre 2015

Entrerò nella tua casa; mi prostrerò con timore nel tuo santo tempio.


Porta della chiesa di san Ciriaco ad Ancona
Da altre parti di questo blog ho già parlato del formidabile valore simbolico che la chiesa-edificio ha per il cristiano che vi entra con l'intenzione di pregare Dio.

Bisogna tornare su questo tema e insistervi perché gli odierni tempi sono odiosi e tutto congiura contro le antiche e venerabili tradizioni con le quali da sempre si ha nutrito la pietà cristiana.

Dio abita ovunque, questo è assodato, nel senso che la sua presenza da vita e sostiene ogni angolo  remoto del cosmo.

Ma l'uomo è un essere fragile il cui spirito tende a disperdersi nei beni della terra e a dimenticare il Creatore. Per questo motivo esistono le chiese, ossia luoghi particolari nei quali si compie un culto a Dio, ci si ricorda della sua esistenza. Prescindiamo un attimo dal fatto che questo culto si è spesso corrotto ed è divenuto una kermesse, una rassegna spettacolare su sfondo religioso e con poco valore trascendente. Originalmente il culto cristiano non era così ma assolutamente teocentrico, totalmente dedicato alla gloria e alla venerazione di Dio. In una situazione del genere, l'animo umano inizia ad entrare in un'atmosfera trascendente, viene influenzato in senso elevante. La chiesa-edificio è costruita in funzione di questo: fare intuire la realtà ultraterrena nella bellezza degli arredi sacri, nell'armonia delle forme architettoniche, nella serenità dell'ambiente di preghiera, nel suo silenzio contemplativo.
È come essere di nuovo gestati nel seno materno, rinnovarsi nella forma autentica, riprendere vita nel “Dio che rinnova la giovinezza”.

La porta della chiesa-edificio è l'introduzione simbolica ad un nuovo mondo: prima di essa c'è la confusione della piazza, dopo di essa la pace del tempio che vuole anticipare il futuro celeste. Poco importa che oggi non si capisca il simbolo perché comunque sia lo si vive inevitabilmente!

L'uomo che si converte al Cristianesimo, cambia modo di vita. Ma per fare ciò, deve intuire la maestà di Dio, il suo sacro splendore, la percezione della sua grazia per dire in se stesso: “Tu esisti ma sono io a starti lontano, Signore, accoglimi e perdonami!”.

La pace del tempio celeste, simbolicamente presente nella chiesa-edificio diviene, allora, la pace del suo cuore.
Attraversare la porta della chiesa-edificio ha questo significato. 
A tal proposito oso paragonare la porta della chiesa-edificio ad un utero oltre il quale si è nel ventre materno, luogo fertile di vita. Da un certo punto di vista, siamo tutti esseri in formazione, gestati nel ventre della Chiesa.
Se sostituiamo tale significato con altri abbiamo rovesciato il Cristianesimo: scambiato Dio con la terra, la grazia con un'attività mondana, cancellato Maria ed esaltato Marta!

Apertura della porta santa
nella basilica vaticana (1925)
Il mondo cattolico nei suoi giubilei non a caso ha sempre considerato la cosiddetta “porta santa” in una delle porte basilicali o comunque in una chiesa consacrata al culto. A monte c'era questo concetto antico e tradizionale, per quanto il giubileo in se stesso sia investito di un valore teologico che non viene condiviso dalle Chiese orientali.
È comunque universalmene riconosciuto il significato pregnante nell'attraversare la porta di una chiesa-edificio e questo è assai importante.

Non a caso santa Maria l'Egiziana, prima di convertirsi al Cristianesimo e quando era ancora una prostituta, non riuscì ad attraversare la porta di una chiesa nella quale voleva entrare. Solo convertendosi fu in grado di farlo, non prima perché una forza invisibile la tratteneva fuori.
Personalmente sono portato a credere a questi fatti che l'uomo attuale confina in un universo mitico.

Per lo stesso motivo non capisco assolutamente perché si vogliono fare delle “porte sante” per entrare in ostelli della Caritas o in carceri (vedi qui). In questo caso, viene sfruttato un motivo religioso per portare le persone a considerare una beneficenza o una sensibilità sociale e questo li incolla letteralmente su un puro piano mondano. Il pretesto è religioso, il fine è prettamente mondano per quanto apparentemente evangelico.
Chi lo fa incatena lo sguardo dei cristiani al saeculum, sradicandosi dall'antica e verticale pietà con cui lo stesso salmista diceva: “Entrerò nella tua casa; mi prostrerò con timore nel tuo santo tempio” (Sl 25). Senza quell'antica pietà anche l'eventuale beneficienza cristiana non avrà nulla di diverso da una qualsiasi altra beneficienza mondana. Pare essere realmente questo il motivo per cui Cristo dice: "Chi non raccoglie con me, disperde!". E che il nostro sia un tempo di terribili dispersioni non ne ho alcun dubbio...


sabato 12 dicembre 2015

Gravità e compostezza comportamentali. Le grandi dimenticate.

Immagini ieratiche del tempietto longobardo di Cividale del Friuli
La liturgia tradizionale, che ha così fortemente influito sull'arte sacra occidentale e orientale, ha un modus essendi tale da orientare gli spiriti per cui le persone in essa hanno sempre assunto un comportamento composto e grave. Non s'intende un comportamento triste e depresso, perché ogni liturgia ricorda che Cristo, risorgendo dai morti, ha in sé anticipato la sorte futura degli uomini che lo seguono. Si parla di comportamento composto che non conosce le reazioni disordinate riscontrabili talora nella gente di piazza. 
La compostezza da me considerata non è un comportamento da Galateo. Sarebbe qualcosa di formale e di falso. Questa compostezza è un atteggiamento spontaneo che procede interiormente e nasce dal fatto di porre, prima di tutto, lo sguardo sulla propria interiorità nella quale Dio ama abitare con la sua grazia, come hanno sempre ricordato i grandi autori spirituali.
Dominare la passioni, secondo la cultura ascetica e monastica, comporta evitare sia la tristezza e la depressione sia il riso sguaiato, la frenesìa comportamentale (per cui sono sempre stati banditi balli e clamori da stadio) e l'ilarità clownesca.
La conoscenza di queste cose ha orientato generazioni di cristiani e di sacerdoti a tal punto che, non molto tempo fa, si eccedeva in senso contrario: la “musoneria” pareva essere il vero atteggiamento cristiano.
L'odio per le tradizioni e l'autorità, l'ignoranza e la diffidenza verso i sani principi ascetici, hanno prodotto recentemente diverse generazioni di cristiani e di clero in totale sfasatura dagli antichi orientamenti. Per la maggioranza di costoro, la parola d'ordine odierna è godersi la vita, come si riesce e come meglio si può. Il quaerere Deum è stato sostituito dalla ricerca di se stessi e del proprio comodo. In tal modo, lo sguardo si è spostato dall'interiorità all'esteriorità divenendo puramente mondano, psichico, antispirituale.
Il clero, ahimé, è la prima vittima di tutto ciò e il fatto di essere divenuto psichico come tutti lo rende di fatto inabile al suo ministero, appiattendolo ad una routine puramente formale ed esteriore.
In questo modo, chi ha un minimo di buon senso cristiano, riesce a riconoscere quasi dal primo istante se chi gli sta di fronte è persona di particolare profondità o meno. Non parlo di un'impressione superficiale ma di un'intuizione e sensazione interiore ricevuta dal proprio prossimo. La persona molto superficiale, sensuale, mondana mostra immediatamente la sua “carta d'identità” dal modo in cui guarda, sorride, si atteggia, si veste e muove il proprio corpo.
Allo stesso modo, indica da che ambiente proviene, serio o altrettanto facilone e superficiale. La Chiesa, intesa in senso profondo e autentico, non è mai rappresentata dai secondi ambienti ma dai primi anche se dovesse attraversare epoche nelle quali le persone serie sono quasi introvabili.
Questo modo di osservare le cose non è finalizzato ad un giudizio ingeneroso sulle singole persone ma ad un necessario discernimento per sapere con chi si ha a che fare, in modo da non affidarsi ingenuamente a chi non è in grado di guidare gli altri in senso profondo.

Pongo di seguito alcune immagini che renderanno più evidente quanto sto esponendo. Sono divise in due sezioni: clero con formazione tradizionale, clero con formazione antitradizionale. Il fatto di porre clero cattolico e ortodosso assieme, non significa che un chierico cattolico serio sia in tutto necessariamente uguale e interscambiabile con uno ortodosso. Significa che la base comune di una corretta compostezza è in entrambi osservata e nulla più.

CLERO CON FORMAZIONE TRADIZIONALE







L'imagine dello sguardo rivolto all'interiorità è particolarmente evidente in quest'ultima foto. Se un religioso non cura la propria interiorità (che non significa intimismo, perché quest'ultimo è qualcosa di psicologistico), non è un autentico religioso. La foto, infatti, ci indica qualcosa che va oltre la semplice compostezza mostrando la cosiddetta spiritualità.


CLERO CON FORMAZIONE ANTITRADIZIONALE


Il vitalismo pare essere il motore principale del clero attuale.
Il vitalismo, però, non è mai spirituale ma sempre psicologistico.


Il cardinale di New York, mons. Timothy Doland, tristemente noto 


Papa Francesco Bergoglio un "riformatore" destinato a fallire?


Il cardinale Karl Lehmann in una kermesse.

lunedì 9 novembre 2015

Autorità contro Tradizione



Non entrerò nella diatriba pro o contro Bergoglio, per quanto riporti una vignetta tratta da The Spectator che illustra il papa su una palla di demolitore, mentre sta distruggendo il poco che rimane. 

Non è che non abbia una precisa idea su di lui, ma voglio semplicemente cogliere quest'occasione per mostrare che l'impressione del papa distruttore (secondo me non priva di fondamenti) è possibile semplicemente perché l'autorità ecclesiastica è oramai concepita ben al di sopra della tradizione nell'indifferenza dei più, con l'opposizione di una minoranza e il favore di un certo numero di persone. 

Il fenomeno è avvenuto grazie ad un percorso plurisecolare, ad un'eterogenesi dei fini, si potrebbe dire, finendo per giungere a piena maturazione in questi ultimi tempi. 

Come gli epigoni della Scolastica facevano sorridere Erasmo da Rotterdam attirando le sue pungenti ironie, poiché l'ultimo piano dell'edificio teologico era oramai giunto a contraddire la base della rivelazione evangelica, così oggi la gerarchia ecclesiastica giunge a stravolgere la tradizione stessa con pindarici voli retorici. Epoca di decadenza allora, epoca di decadenza l'attuale. 

In un contesto ecclesiale in cui la tradizione non è servita ma relativizzata, conformata e riplasmata ogni volta dall'autorità di turno, è possibile ogni destabilizzazione e, personalmente, non mi ha fatto alcuno stupore che ciò potesse realizzarsi con Bergoglio, poiché ne avevo visto i segni già dopo due mesi del suo pontificato. 

Il fatto che dei cardinali non abbiano avuto alcun problema ad eleggere una persona che mettesse tra parentesi quanto rimane dei concetti tradizionali del Cattolicesimo (non a riformularli come avrebbero pensato i papi precedenti, ma a metterli proprio tra parentesi!) fa pensare che tutto ciò non è un incidente di percorso: oramai temo che quanto sta a cuore a molti gerarchi ecclesiastici cattolici non è la spiritualità, la teologia o la liturgia (neppure quelle cattoliche di un tempo) ma una politica di pura apparenza che attiri il plauso delle masse (il che suggerisce un possibile agnosticismo pratico). 

Che lo si ami o lo si avversi, Bergoglio è veramente il logico frutto del mondo cattolico contemporaneo con il suo bisogno vitale (od ossessivo?) di contemplare il papa nell'eventuale male o bene da esso fatto! È un mondo in cui il fenomeno apparente sostituisce l'essere inteso in senso profondo, il frastuono e la notizia sostituisce il silenzio e la discrezione, un mondo che riflette fedelmente la postmodernità e non potrà mai esserne alternativo, un mondo che ama mirarsi e rimirasi allo specchio ... 

Viceversa, la Chiesa, intesa seriamente, non dovrebbe essere una questione di papa, perché il papa dovrebbe essere solo un umile servitore della tradizione, non un capovolgitore di tutto, dando così effettivamente l'idea e la prova che la sua autorità è al di sopra di ogni cosa e che dovrà essere necessariamente ricordato per una decisione "rivoluzionaria" (= personalismo ecclesiastico!) in modo da superare il predecessore almeno in qualcosa (= orgoglio ecclesiastico?) ... Che contrasto, poi, quando davanti a tali evidenze si sentono discorsi nei quali il papa confessa di non essere un'autorità assoluta nella Chiesa poiché ascolta tutti, in primis le "periferie"! Le parole non possono smentire i fatti: le "periferie" se la pensano contrariamente al papa non avranno alcuna udienza! 

Una Chiesa nella quale si parla più di Cristo e meno di papa (o di un qualsiasi altro chierico responsabile, penso al patriarca nel contesto orientale) è una Chiesa sana, non divisa tra la Chiesa di Apollo, di Cefa e di Paolo (per ricordare l'esempio dell'Apostolo delle genti). 

Il riferimento corale alla tradizione dovrebbe bastare per rimanere attorno a Cristo e portargli la luce che gli si deve, una tradizione intesa come gli strumenti dell'artigiano per costruire un'opera d'arte. Ma, oramai, il termine "tradizione" è una scatola vuota per i più in Occidente o un baule nel quale alcuni vedono ogni sorta di ciarpame. Per giunta, chi fa riferimento ad essa è per Bergoglio un "fariseo" senza alcuna distinzione di sorta! 

E allora non rimane che il papa e questo è sufficiente a riempire il vuoto, mentre sempre più proiettori si accumulano su di lui come su un atteso redentore! Il silenzio contemplativo non può che essere sommerso da un impossibile stridulo ciarlìo. 

Oggi, in qualsiasi modo se ne parli, si parla veramente sempre e troppo di papa, contraddicendo lo stile parco tradizionale antico nel quale le gerarchie ecclesiastiche erano secondarie e in ombra di fronte a Cristo per i semplici fedeli! 

A parole questo papa vorrebbe "declericalizzare" la Chiesa, ma come può farlo se, a fatti, cade in uno dei più smaccati clericalismi al punto che il centro sempre più celebrato è ancora lui? 

Oggi chiedere un po' di silenzio è ormai impossibile. È come chiedere ad un drogato di smettere: tutto il contesto punta ad un accumulo e a un'insopportabile saturazione nella quale, bisogna dire, c'è ben poco di cristiano ...