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martedì 20 giugno 2017

La porta del Cielo

Questo post trae spunto da un ottimo commento da me trovato nel web sulle iconografie bizantine (vedi qui). Una signora chiede: “Come mai nelle icone bizantine le persone rappresentate non sorridono mai? Sorridere non è mica un peccato!”. Domanda intelligente ma rivelatoria. 

Chi gli risponde giustamente ricorda che il sorriso non è affatto qualcosa di riprovevole ma le icone non sono immagine della dimensione terrena in cui l’uomo è soggetto alla sua psicologia, ma del Cielo in cui l’uomo è soggetto allo Spirito. Raffigurare l’uomo santificato, “immerso” nello Spirito lo si può fare simbolicamente soltanto privandolo di certe caratteristiche che, nella contingenza terrena, lo rendono fluttuante, tra sorriso e tristezza, dipendente dalla fragilità e dall’instabilità della sua psicologia.

La domanda della signora è anche rivelatoria perché indica che noi tutti assolutizziamo la nostra dimensione terrena e psicologica e la “proiettiamo”, in un certo qual modo, nell’Al di là: come siamo qui, con tutte le caratteristiche delle nostre passioni, pensiamo di esserlo anche nella situazione ultraterrena. Non a caso nell’Olimpo pagano gli dei erano capricciosi e irosi e la cosa attirava la sferzante ironia dei Padri della Chiesa.

Ebbene, la Chiesa è nel mondo con il preciso fine di farci intuire qualcosa dell’Al di là, aiutandoci a non assolutizzare la nostra situazione contingente. Ma se la Chiesa non “funziona” più, nel senso che le persone più qualificate in essa hanno “staccato la spina” di collegamento con la dimensione ultraterrena, allora in essa non è più possibile sperimentare altro che terrenità e, nel peggiore dei casi, passionalità, meschinità e vendette personali.

A volte alcuni credenti si chiedono come può essere possibile che certi sacerdoti siano divenuti più mondani dei laici, nonostante vivano in ambienti ecclesiastici che dovrebbero cambiarli. Purtroppo ciò è possibile perché pure in questi ambienti è entrata l'oscurità, favorita da chi, appunto, ha “staccato la spina”

Gli ambienti da noi frequentati ci aiutano o ci ostacolano a cambiare in meglio e ciò avviene anche in modo non cosciente. Immersi in un ambiente, in qualche modo ne sentiamo le “linee di forza” e la nostra psiche si conforma ad esso. 

Un ambiente mondano e salottiero modellerà la persona in quel modo e di tali ambienti può essere (ed è!) caratterizzata anche la Chiesa. In questa situazione, dunque, si assolutizza se stessi e non si è più in grado di sintonizzarsi con la realtà o con un minimo di oggettività. Se una persona onesta denuncerà a malincuore una malefatta di un sacerdote mondano, quest’ultimo non solo non riconoscerà il male per ripararlo ma si scaglierà ferocemente contro chi lo ha rivelato; ciò che è  importante è apparire! Un sacerdote così diviene facilmente come i mercenari del Vangelo giovanneo, quei mercenari che non s’importano delle pecore e fuggono dinnanzi all’arrivo del lupo (che rappresenta il male o il demonio) (cfr. Gv 10, 11).
Essi non difendono i fedeli dal male perché sono impegnati a difendere loro stessi e i propri interessi mondani (dietro un’apparenza religiosa).

Sono quegli stessi mercenari che il profeta Geremia dipinge come “coloro che si riempiono la pancia per poi fuggire assieme” (Ger 46, 21). Ebbene, ciò è possibile quando un ambiente lo favorisce e questo riguarda, ovviamente, anche i laici perché un laico non potrà mai essere meglio del sacerdote a cui fa riferimento.

Se, viceversa, la Chiesa ha ambienti che sono come “porte del Cielo”, allora il cambiamento avviene in senso contrario: quanto è importante non è se stessi, il proprio orgoglio, la propria individualità ma servire il Signore che è sorgente di pace e di felicità spirituale.

I monasteri, un tempo, erano in Occidente un rifugio e un’oasi in tal senso, un luogo in cui ci si poteva riequilibrare, rinfrancare spiritualmente e vedere il mondo con occhi nuovi, privi di malizia e passioni. Oggi è assai difficile trovarne di buoni e anche in Oriente la situazione sta divenendo difficile.


Il grosso problema dei nostri tempi è proprio qui: gli ambienti che ci sintonizzano verso le Realtà superne sono sempre meno. 

Perciò è possibile l’incremento dell’ateismo e dell’agnosticismo pratico. Per credere in Dio non ha senso filosofizzarci su chiacchierando sull’argomento dalla mattina alla sera. Per credere è necessario cercarlo in ambienti elevanti. In essi saremo plasmati e preparati a sentirne l’esistenza nel cuore, quell’esistenza che ha un’ineffabilità che nessuna parola o filosofia del mondo può comunicare. L’evangelizzazione, infatti, non è chiacchiera, spettacolo, evento abbacinante ma discreto e silenzioso contatto con il Trascendente in ambienti che ancora lo rendono possibile.

lunedì 29 maggio 2017

L'altare medioevale

In Occidente, nelle chiese latine, non esisteva una tipologia unica di altare durante il medioevo. Tuttavia, fino ad un certo periodo storico l'altare latino non era troppo dissimile da quello delle chiese greche. Segnalo, in questo post, il caso di un altare portatile, quindi rimovibile, che appare in una tela quattrocentesca ritraente la predica di san Bernardino da Siena.
Tale tela, conservata nel museo diocesano adiacente alla cattedrale senese, è parte di un dittico che ritrae due momenti diversi di una predica del santo cattolico.
Riporto due foto: una generale e una particolare concentrata sull'altare.
La prima osservazione è che la presenza dell'altare testificava senz'altro una preghiera che veniva fatta prima e dopo la predica, ovviamente rivolti verso l'altare stesso. Quando Martin Lutero "riformerà" il culto riducendo la Messa ad una Cena e facendo fare spesso al posto di quest'ultima un semplice sermone preceduto e seguito da preghiere, avrà avuto assai probabilmente in mente questa consuetudine medioevale.
La seconda osservazione è relativa all'altare: pur essendo un altare rimovibile, dunque dotato solo dell'essenziale, vi si nota la presenza di un'iconografia con santi appoggiata su di esso. L'altare è rivestito con tessuti raffinati il che lo fa emergere agli occhi degli astanti come un oggetto sacro. Le iconografie sembrano fare un corpo unico con l'altare, segno che non sono solo un elemento devozionale ma strettamente liturgico. Rimanderanno probabilmente ai santi a cui l'altare stesso era dedicato. L'iconografia, dunque, non è un elemento accessorio ma pare essere essenziale ed è legata al culto e alla preghiera che si compie dinnanzi all'altare.
Solo successivamente gli altari portatili potranno prescinderne, in un'epoca nella quale le pale d'altare delle chiese, di dimensioni sempre maggiori, diverranno l'occasione per mostrare prevalentemente il virtuosismo dell'artista. Allora il tema religioso suonerà spesso come un puro pretesto per indicare molto altro. Nel XV secolo, periodo in cui è stata fatta questa tela, avviene lentamente la svolta ricordando ancora, però, consuetudini antiche che pian piano si perderanno e di cui nessuno sentirà la mancanza. Il formalismo e l'estetismo tenderanno ad invadere sempre più lo spazio sacro a tutto scapito del valore delle forme simboliche a cui l'iconografia inevitabilmente rimanda. Il problema liturgico, dunque, non è solo questione di questi ultimi decenni ma, seppur in altre forme, ha riguardato anche altre epoche. 

domenica 16 aprile 2017

L’anima di una chiesa

Alcune antiche mistagogie cristiane riflettevano sulla chiesa come edificio, rinvenendovi profondi significati. Non è casuale! 

«Vi dico che, se questi [i discepoli] taceranno, grideranno le pietre» (cfr. Lc 19, 40). 
Ecco una frase di Cristo che pochissimi oggi sono in grado di capire. E infatti, per chi le sa ascoltare, le pietre delle antiche chiese parlano, eccome!
La chiesa ha un suo modo di comunicare, non solo attraverso le opere d’arte ivi contenute, la disposizione del suo interno, i suoi arredi sacri.

Mi dica velocemente cosa c’è di più importante in questa chiesa”, chiese un giorno un frettoloso turista ad un sacrestano di una chiesa ortodossa.

Come faccio a dire a questa gente che la cosa più importante in una chiesa non è visibile agli occhi?”, mi disse il buon uomo che non poté rispondere a quel vanesio turista perché non era in grado di poter afferrare l’ABC del Cristianesimo.

Infatti, la chiesa racchiude un tesoro e un insegnamento che gli occhi non possono vedere, un insegnamento molto più profondo e importante, rispetto a quello che può dare ogni oggetto in essa contenuto, poiché proviene dalla sua anima.

Come può un edificio inerte avere un’anima?”, si chiederà qualcuno. Questa domanda nasce da due presupposti:

a) Abbiamo un approccio unicamente razionalistico: quello che passa nella razionalità e nei sensi esiste, quanto non vi passa è almeno dubbio che esista. Ma questo potrebbe essere segno di un agnosticismo pratico;
b) Le chiese che ci circondano, generalmente, non comunicano più nulla di spirituale, neppure quelle più tradizionali.

È abbastanza impressionante che un edificio nel quale i cristiani si sono radunati per le preghiere della Settimana santa e per celebrare la Resurrezione del Signore, eventi realmente unici, non possa dire nulla e mostri un’assurda vacuità o la stessa sensazione che si può facilmente avere in un auditorium, in una biblioteca o in un teatro. 

In realtà è così: oggi passando in una chiesa dove si celebrava una messa di Resurrezione, oltre all’odore dell’incenso usato per la liturgia latina, non c’era “atmosfera”, non la notavo affatto, nonostante tutte le buone intenzioni dei presenti.

Passando in una quasi vuota e silente chiesa ortodossa, ieri sera, l’atmosfera c’era, eccome, al punto che chi mi accompagnava se ne accorse prima di me. Più ci si avvicinava all’iconostasi più la si sentiva. Era l’ “anima” della chiesa che s’imponeva e sembrava dirci: “Sono qui, non mi senti?”.

Prospettiva verso il mare dalla Skiti atonita di Agia Anna

Quest’atmosfera è “speciale”, me ne accorsi diversi anni fa visitando la chiesa atonita di sant’Anna, quasi sulla punta del Monte Athos. Ovviamente in quel posto l’intensità era molto più forte e si trasmetteva nella forma d’un silenzio penetrante, denso, ricco di energia e di forza che premeva nelle tempie per entrare nell’interiorità. 

Questo tipo di energia (non la si può definire diversamente!) ha una pienezza tale da imporsi per se stessa ed è il segnale d’una presenza viva, seppur invisibile agli occhi. Non è spiegabile a parole, bisogna solo provare a sentirla e le mie affermazioni saranno immediatamente comprensibili. È un silenzio che non è solo assenza di rumori! È quello che in termini tecnici si definisce come una ierofania, una manifestazione sacra.

O tu, che tutto riempi”, dice un tropario bizantino riferendosi all’energia di grazia dello Spirito santo. Ecco l’anima della chiesa, intesa pure nel suo lato materiale, come edificio.
La gente se ne accorge alla sua maniera quando dice: “In quella chiesa sto bene”. Tuttavia, si deve tenere ben presente che questo non è un semplice benessere psicologico ma spirituale. Il benessere psicologico lo si può ottenere con un sottofondo musicale, con una luce calda e poco intensa, ma è di ordine completamente diverso. Un Cristianesimo che si serva di questi mezzi, mostrando di non aver più altro, non è diverso da qualsiasi movimento New-Age!

Come mai alcune chiese hanno quest’anima e la maggioranza ne è priva? Come mai la chiesa di sant’Anna me lo testimoniava mentre una chiesa protestante di Berlino e una ortodossa di Venezia, no?

Ecco una domanda interessante.

Ebbene, la risposta alla quale sono pervenuto è la seguente.

La dogmatica cristiana, appoggiandosi sui dati rivelati, indica come Dio agisce nell’uomo e nel mondo: normalmente attraverso la mediazione umana. Infatti, per la redenzione, Dio ha assunto l’umanità indicando con ciò la modalità normale con la quale agisce. Ma attenzione: lumanità che fa da trasmettitore divino, devessere trasformata, per essere in grado realmente di trasmettere. Nella logica della rivelazione nulla agisce magicamente!
Il cuore dell’uomo è come il letto di un fiume. L’acqua non è prodotta dal letto del fiume ma dalle montagne. Il letto del fiume si limita a trasportarla a valle e poi al mare ma non deve essere ostruito altrimenti l’acqua non corre e cercherà altri canali!
L’irradiazione della presenza divina è come l’acqua: normalmente ha bisogno d’essere contenuta e irradiata da un cuore purificato dalla grazia di Dio, da un uomo puro. Per questo un sacerdote santo che celebra l’eucarestia può trasmettere quello che uno non santo non trasmette, nonostante entrambi possano consacrare il pane e il vino. 
Per questo un monaco santo (san Serafino di Sarov o san Paisios del Monte Athos), quando parlava con poche parole su Dio cambiava i cuori, a differenza di molti altri che fanno fiumi di parole e non ottengono che stitici o fuorviati risultati.
Una questione, questa, già esaminata da san Simeone il Nuovo Teologo (IX sec.) sull’efficacia dei sacramenti.

Chiesa centrale (Katholikòn) della Skiti di Agia Anna
Un uomo con un’interiorità non orientata a Dio (o con una fede distorta) chiude il canale di comunicazione, intasa il letto del fiume, per dirla con l’esempio appena fatto. Non c’è evangelizzazione che tenga, se l’umanità di chi la compie è opacizzata dalle passioni e da un amore egoistico. La conseguenza è che la stessa chiesa ce lo dice: l’edificio non trasmette più nulla, si “spegne” e si “raffredda”, diviene vuoto, inerte, morto. L’edificio, come ogni cosa, viene infatti toccato, “energizzato” dal nostro modo di essere, se così si può dire.
La stessa energia di grazia, che l’uomo certamente non crea ma che diffonde, ha bisogno di uomini puri, non di qualsiasi uomo. Perciò un tempo si sceglievano i sacerdoti tra gli uomini meglio disposti alla grazia, non tra chiunque o, peggio, tra gli amorali. Un sacerdote o un laico vanesio o libertino che vogliono evangelizzare credendosi a posto, sono come una tubazione arrugginita piena di buchi che presume di portare l’acqua ovunque come se fosse una tubazione nuova. Un buon idraulico la sostituirebbe immediatamente, anche se è nascosta nel muro e nessuno se ne accorge! La moralità non è il fine del Cristianesimo ma è uno dei suoi mezzi, esattamente come un secchio nuovo è un mezzo per portare l’acqua; nessuno si sognerebbe di portare dell’acqua con un secchio bucato!
La pratica dei comandamenti impone un distacco dalle cose e da se stessi, distacco indispensabile per chi vuole lavorare nelle realtà dello spirito. Se ciò non avviene, è come presumere di poter studiare distraendosi continuamente dalla lettura dei testi. L'adesione dello spirito alla carne, per dirla con san Paolo, non fa che vedere quella e storna lo sguardo interiore dalle realtà superiori [*].
Oggi ci siamo talmente discostati dall’essenzialità del Cristianesimo che siamo arrivati al punto di salvare l’apparenza (basta che le ruggini e i buchi siano nascosti!) e chiunque, o quasi, può lavorare con una certa responsabilità  nella Chiesa: basta apparire studiosi, per usare l'esempio appena fatto, e si riceve una laurea, salvo poi mostrarsi totalmente incapaci. I risultati, infatti, si vedono perché hanno una forte ricaduta pratica: ecco spiegata la grande dispersione odierna («Chi non raccoglie con me, disperde!» Mt 12, 30).

Questo riguarda pure un edificio ecclesiastico dove, nel caso peggiore, lo si mortifica [**] mentre, al contrario, lo si trasfigura. 
Oggi più che mai, infatti, valgono le parole di Cristo: «Vi dico che, se questi [i discepoli] taceranno, grideranno le pietre» (cfr. Lc 19, 40).

E che Cristo risorto sia con i suoi fino alla fine del mondo, lo si desume anche da queste cose positive, visto che la gran maggioranza dei discendenti degli apostoli oramai tacciono e non le comprendono più.

_________

Note

[*] Siccome il fine del Cristianesimo è preparare l'uomo per l'Al di là, nella dimensione futura la persona, spogliata momentaneamente della carne (che riacquisirà nella forma trasfigurata alla fine dei tempi), cerca appoggio e sicurezza nelle abitudini avute fino ad allora. San Paolo dice che "ciò che brama la carne è morte" (Rom 8, 6). Tale passo, ingiustamente privato del suo contesto escatologico, è stato  qualificato come "sessuofobico", al punto che così lo giudicano pure molti cristiani. In realtà, a mio avviso, le cose stanno diversamente. San Paolo ha in mente la situazione di una persona spogliata dalla carne, subito dopo la morte, che continua a cercarla passionalmente anche nella sua nuova dimensione, se non altro per l'abitudine acquisita da una vita. In quella nuova situazione, tale persona è "votata alla morte" perché non si appoggia su quanto è vivo (lo spirito) ma porta le sue energie su quanto oramai giace nel sepolcro ed è soggetto alla dissoluzione (la carne della quale si è spogliata). Di qui il bisogno del cristiano tradizionale, nella dimensione temporale, di non assolutizzare la propria dimensione carnale. La scelta monastica, in ciò, è la preparazione più radicale per l'Al di là ma questa prospettiva escatologica, autentica spiegazione del monachesimo, è oramai persa almeno nel 95 per cento del Cristianesimo occidentale, per fare una stima generica. 
Senza escatologia, però, non c'è più vero Cristianesimo e la morale da semplice mezzo diviene fine e ideologia non convincendo più nessuno. Ecco perché, se si parla di morale, nel mondo Cattolico si ha immediatamente grande eco (sia tra chi ne è contro sia tra chi la difende) mentre se si parla di spiritualità non c'è che una debolissima attenzione, pensando debba trattarsi di cosa buona solo per "colli torti".

[**] Ciò spiega anche la diffusione di una certa arte ecclesiastica il cui messaggio, visto da un animo formato con i criteri tradizionali, non può che parere osceno e depravato. È il caso di un dipinto con approvazione episcopale nella cattedrale cattolica di Terni (Italia), in cui prostituti e libertini, senza alcuna conversione, vengono portati in Paradiso da un Cristo seminudo (vedi qui). 

sabato 1 aprile 2017

Al naturalismo non servono le chiese

Riporto un articolo veramente ottimo e ampiamente condivisibile, proprio perché fa parte della mia stessa esperienza.
Condivido e plaudo pure il riferimento al monachesimo dove però non si dice che si è spento gradualmente fino a divenire praticamente inservibile: l'epoca monastica termina nel Cattolicesimo verso l'XI secolo sostituita da quella prevalentemente clericale perché il monachesimo entra in crisi e non si rialzerà neppure con il tentativo di Francesco di Assisi di rivivificarlo. Da allora vive ai margini della Chiesa cattolica, ritenuto, un po' rispettosamente un po' sospettosamente, un'antica reliquia di un tempo passato quando, al contrario, dovrebbe essere il cuore stesso della Chiesa. D'altronde non pochi chierici lo ritengono perfettamente inutile!
Oggi le istituzioni ecclesiastiche occidentali sono ancora apparentemente in piedi ma sono quasi totalmente svuotate di efficacia.
La liturgia, in gran parte priva dei suoi simboli secolari, è divenuta possibile campo del "demoniaco" ossia dell'apparenza, della maschera, come scriverò più estesamente in uno dei miei prossimi interventi. Per questo la mancanza di "vita dentro" non è solo un'apparenza, come scrive questo sacerdote: è una realtà.
Anche in alcune realtà ortodosse in Italia si sperimenta questo, quando il clero (che ha una grande responsabilità in tal senso) non favorisce il passaggio della Grazia, come ricorda la dottrina sacramentale di san Simeone il Nuovo Teologo. Un clero impreparato, in gran parte succube del secolarismo, usa, allora, la liturgia come teatro per la sua glorificazione, non come luogo in cui Dio si rivela e quindi come realtà da rispettare con timore. Se in Occidente un certo narcisismo clericale si rivela nella celebrazione coram populo, in Oriente può rivelarsi in un tronfio e vacuo apparire dove il chierico non è umilmente trasparente all'azione liturgica ma ne diviene proprietario e principale gesticolante attore, in cui tende, volendolo o meno, a trasformare la liturgia in una pura formalità.

«Il naturalismo “cattolico” crede in Dio, ma in un Dio da guardare da lontano». 

Questa frase è da precisare. In non poco Cattolicesimo non si crede in Dio ma in un'idea di Dio, poiché non si ha contatto con Dio in se stesso, nella Grazia, ma si piega la realtà di Dio ad un'immagine che ci si fa per i più disparati fini: è l'idolatria con tutte le amare conseguenze che ne discendono.

Quest'idolatria è favorita dall'aver seppellito la vita mistica, dall'aver fatto morire sostanzialmente la vocazione monastica, ritenuta cosa solo per qualche "perfetto" un po' originale e pazzerello, dall'essersi sempre più accontentati di un "minimo indispensabile" per la vita cristiana.

Il deserto attuale nell'Occidente cristiano si è potuto produrre proprio perché si è scesi lentamente da secoli, accontentandosi di sempre meno. Poi, ad un tratto, oggi alcuni si svegliano e si accorgono che il clero è in gran parte agnostico (l'amoralità di diverso clero discende dalla mancanza di timor Dei, dunque dall'agnosticismo) e incapace di discernere l'essenziale da quanto non lo è. 
La liturgia gestita da questo clero è, dunque, luogo del demoniaco in senso proprio, non un semplice luogo in cui spesso si accampano banalità, poiché in tutte le antiche fonti cristiane il demonio è descritto come colui che prepara, attraverso lo scimmiottare e la banalizzazione, lo svuotamento dell'anima. Ne consegue che non poco Cattolicesimo odierno è realmente davanti alle porte dell'Inferno in senso simbolico ed esperienzialmente reale. A poco vale distrarsi con un vuoto trionfalismo dove ci si illude di essere "meglio" di altre epoche e si dipingono personaggi assurdamente mediocri, fossero pure papi, in grandi genii cristiani ...
Ma quando tutto sembra essere perso, tutto può rinascere per unica opera di Dio che sente l'urlo di anime straziate da tanto orrore ecclesiale. La maschera di Dio e della "misericordia divina" non è certamente quella rivelata poiché non ne produce affatto gli stessi effetti!


Che crisi del Cattolicesimo! Che desolazione ci circonda! Un deserto sconfinato, pieno di ruderi, tra i quali si aggirano anime spaventate in cerca di una guida. Apparentemente tutto sembra al suo posto... ancora segni della storia cristiana, monumenti che ti parlano del popolo di Gesù Cristo; ancora immagini di santi... ancora croci e altari... ancora chiese, ma senza la vita dentro. Sì, è proprio questa l'impressione violenta: senza la vita dentro. Intanto perché la maggioranza delle chiese resta chiusa: ti aggiri nei paesi con al centro, perennemente, la casa di Dio inaccessibile, non si sa per quale prudenza! Fatte per l'incontro degli uomini con Dio, edificate per il culto e per l'adorazione di Nostro Signore Gesù Cristo presente nel Santissimo Sacramento dell'Eucarestia, le chiese restano chiuse. Una parte di esse si apre solo per una veloce messa, il tempo per esplicare il rito scheletrico rinnovato, poi la porta viene di nuovo sprangata, in attesa della prossima volta; e questo solo per i villaggi che hanno, non si sa per quanto tempo ancora, la visita del prete. La cristianizzazione del mondo si è propagata nei secoli passati con l'apertura di luoghi di culto. In una terra desolata arrivavano i monaci per primi, iniziavano ad edificare una chiesa e una casa, il monastero, e abitandola vi instauravano la lode di Dio, il servizio all'Altissimo, trasformando quel pezzo di mondo da pagano a cristiano. La conversione dei popoli avveniva intorno ai monasteri, vere scuole del servizio di Dio. Paesi e poi città sono sorte attorno a questi luoghi consacrati; gli uomini hanno imparato dai monaci missionari cosa vuol dire vivere da cristiani, hanno imparato una vita redenta. Le parrocchie poi, quelle della diffusione capillare della vita cristiana, hanno continuato il lavoro: erano piccoli ma veri e propri monasteri, dove un parroco abitando cristianamente quella porzione di terra assieme ai fedeli, garantiva la possibilità di una vita diversa da quella del mondo senza Dio; una vita ritmata dall'anno liturgico, dalla grazia dei sacramenti, dall'osservanza dei comandamenti. In una parola, garantiva la vita soprannaturale degli uomini. È la storia della Cristianità. Della cristianità, non solo del Cristianesimo: cioè la storia della trasfigurazione del mondo che prese la forma di Cristo. Ne nacque una cultura. Una cultura, cioè una capacità intelligente di affrontare tutto secondo la forma di Cristo: il lavoro, la gioia, i dolori, la vita e la morte, l'arte e lo studio: tutto prese una forma nuova. Il Cristianesimo non solo era nella storia, ma fece la storia. Oggi non è proprio più così, che tristezza. Oggi i cristiani non fanno storia, la subiscono. Ma da dove arriva questo rivolgimento, questo terremoto inarrestabile che ha raso tutto al suolo? Non ne vediamo che una origine: il Naturalismo. Il Protestantesimo e il suo “cavallo di troia” che lo ha introdotto tra noi, cioè il cattolicesimo liberale, hanno prodotto il cattolicesimo modernizzato che non è nient'altro che naturalismo. Questo naturalismo “cattolico” crede in Dio, ma in un Dio da guardare da lontano, un Dio che in fondo in fondo non si è rivelato; o meglio, si riduce la rivelazione al fatto che Dio dice che c'è. E con questo Dio gli uomini hanno un semplice rapporto tra creatura e Creatore: tutto qui. Allora questo vuoto nel rapporto tra Dio e gli uomini viene riempito dalle nostre idee e opinioni; viene colmato dalle mode del momento, viene assunto come contenuto religioso quello che il mondo pensa: così si assiste a quella perenne giostra di cambiamenti che tanto piace ai cattolici nuovi, che stanno picconando ciò che resta della cristianità. Invece Dio si è rivelato. E ha rivelato un contenuto: ha rivelato la sua vita intima. Dio è Padre; dall'eternità, quando ancora non splendeva la luce creata sul mondo, Dio genera un Figlio, al quale comunica la sua natura, le sue perfezioni, la sua beatitudine, la sua vita. E il Padre e il Figlio sono uniti in un vincolo d'amore potente e sostanziale, da cui procede quella terza persona che la Rivelazione chiama con un nome misterioso: lo Spirito Santo. È il segreto della vita intima di Dio. Per un trasporto d'amore Dio decreta di chiamare delle creature a dividerla: questa vita traboccherà dal seno della divinità per raggiungere e beatificare elevandoli al di sopra della loro natura, degli esseri tratti dal nulla: gli uomini. Per questo il Figlio si fa uomo, il Verbo si fa carne: perché in Cristo, nella sua grazia santificante che discende dalla Croce, noi siamo adottati come figli, come veri figli. “Ecco, voi siete divinizzati” (Gv 10, 34): da questa trasformazione dell'uomo, chiamato a partecipare, ad aderire alla vita intima di Dio, nasce la Cristianità, cioè la trasformazione del mondo intero, della storia e della realtà, chiamata a servire l'unica cosa necessaria, cioè la trasformazione dell'uomo nella santità. Questa è l'opera della vita, l'unica in fondo. Per questo c'è la Chiesa, per quest'opera hanno lavorato gli operai del vangelo nei secoli, per questo Dio ha voluto la Cristianità, cioè il mondo trasfigurato dalla grazia. Ma oggi non si parla quasi più della Trinità, della grazia santificante, della vita intima di Dio, della santità di Dio e della nostra santificazione. Si dice solo che Dio c'è, ma per questo non era necessaria la rivelazione, bastava la ragione umana. Per questo le chiese chiudono: alla religione naturale non servono più.
 "Radicati nella fede" - Editoriale Anno X n° 4 - Aprile 2017

venerdì 23 settembre 2016

Appunto ecclesiologico

Esistono dei blog cattolici in cui diverse persone esprimono il loro disorientamento crescente dinnanzi a quanto a me pare essere un'alterazione dei pilastri stessi della dottrina cristiana. Quest'alterazione essi la intravvedono nelle parole di non poco clero fino a riconoscerla perfino negli atti e nei discorsi del papa stesso. Qualcuno, allora, suggerisce quanto segue:
«Che ci sia il papa x o il papa y poco importa, l'importante che la mentalità, il senso comune ritorni cattolico».

Ottimo appunto ma mi pare quasi fuori luogo. Questo perché, per avere senso, si dovrebbe essere in un contesto ecclesiastico in cui la Tradizione (intesa in tutti i sensi ma, soprattutto, nel senso del "modo" in cui si vive la fede cristiana) sia concepita al di sopra dell'autorità personale del papa stesso. 
Ebbene, questo da troppo tempo nel nostro caso non è più così poiché è la persona del papa stesso (x o y che sia) a determinare il sentire cum ecclesia fino al punto che pure il cosiddetto magistero ordinario non dev'essere confrontato e riconosciuto cattolico o meno (come si avrebbe fatto anticamente in modo diffuso e sistematico) ma semplicemente accettato con ossequio.

Mi si dirà che è il sensus fidei dei fedeli che, dinnanzi alle situazioni più controverse, dovrebbe regolare le persone, la mentalità cattolica, come si dice nel consiglio citato.

In realtà, osservando con molta attenzione e con scrupolosa coscienza mi pare di poter concludere che il rapporto tradizione-autorità sia uno dei più emblematici e contorti nella pratica del mondo cattolico odierno (e non solo da oggi, se si è onesti!). Infatti il "carisma" dello Spirito santo (inteso nel senso più autentico e profondo) è al di sopra delle autorità ecclesiastiche, può riguardare qualsiasi cristiano e non chiede che di essere riconosciuto dalle autorità stesse, non manipolato o alterato autoritativamente! In realtà, sempre più, nel nostro contesto questo "carisma" è equivocato, finisce per essere qualcosa di caotico e contraddittorio ("carisma" sarebbe il movimento di Kiko Arguello ma pure la sensibilità dei tradizionalisti cattolici totalmente contrari ad esso!). Ovvio che allora non è il carisma fondativo della Chiesa che l'ha sostenuta nei secoli, nonostante mille prove, poiché quel carisma era contraddistinto da armonia e comunione, non da difformità litigiosa e contrastante! Inevitabilmente si finisce, allora, per affidarsi all'autorità per se stessa. Quest'affidamento sancisce una volta per tutte la priorità del diritto canonico sulla spiritualità, ridotta troppo spesso ad un fantasma in cui si esprimono unicamente istanze sociologiche o psicologiche. Ed eccoci in pieno antropocentrismo ecclesiale!
 

Se è vero che l'autorità, a sua volta, cerca di conformarsi ad una generica tradizione per rivendicare la sua autenticità, è pur vero che è  l'autorità nel cattolicesimo a fare la tradizione. E questo da secoli.

Non a caso Giovanni XXIII osò dire che "la novità di oggi (promossa dall'autorità ecclesiastica) sarà la tradizione di domani". Non lo disse tanto nei riguardi di una novità carismatica riconosciuta come opera dello Spirito nel corpo ecclesiale, quanto come una novità pensata e imposta dall'alto, dall'autorità stessa. E lo disse a quanti, ancora, gli ricordavano che l'autorità deve conformarsi alla tradizione ...

Se allora era così figuriamoci oggi, in cui è in espansione un vero e proprio culto della personalità, in cui una cosa finisce per essere "buona" solo e unicamente perché promossa dall'alto.

In definitiva: il consiglio sopra citato è ottimo ma mi sembra che, in un contesto in cui tutto è stato rovesciato, viene reso all'atto pratico totalmente impotente ...


Al contrario, in Oriente, la Chiesa a livello monastico e popolare resiste dinnanzi ai reiterati tentativi di autoritarismo da parte di qualche patriarca. Lì esiste ancora la possibilità di confrontare se l'autorità è conforme o meno alla tradizione, finanto che pressioni esterne alla Chiesa, servendosi di chierici influenti, non rovescino le cose, iniziando dapprima a combattere il monachesimo depositario della memoria storica, della spiritualità e della tradizione antica (storia che è accaduta già in Occidente diversi secoli fa) ... 

martedì 9 agosto 2016

Simbolo e allegoria...

Ho da un po' di tempo un libro che mi fu prestato da un sacerdote cattolico, ora canonico confessore di una Cattedrale, sulla divina Liturgia di san Giovanni Crisostomo. Questo sacerdote è sempre stato un grande estimatore del mondo ortodosso e, mi ricordo, mi presentò questo libbricino come se fosse un gran tesoro. In realtà il libro non è gran che ed è per certi versi pure criticabile, poiché è stato fatto in modo molto sommario. Tuttavia non è del libro che voglio parlare ma di questo prete. Costui ha studiato con scrupolo ogni pagina della pubblicazione, sottolineando alcune frasi che riteneva significative. Non è una persona sguarnita intellettualmente poiché ha alle spalle un dottorato universitario il che rende più pesante ogni suo eventuale errore.
Alcune volte egli ha riportato piccoli appunti sul bordo. Uno di questi ha attratto la mia attenzione. Mentre il testo recita: “L'elevazione del santo pane simboleggia, per san Giovanni Damasceno, l'elevazione del Signore in croce”, il “pio” prete scrive a matita: “allegorismo”.

Una semplice parolina, quasi insignificante, si direbbe.
Eppure tale parolina ha attirato la mia attenzione perché il medesimo “pio prete” che si crede tanto ma tanto vicino all'Ortodossia l'ha scritta più e più volte.
A questo punto ho voluto vederci chiaro.

Cos'è un'allegoria?
L'allegoria è una figura retorica con la quale si sottintende qualcosa, partendo da un determinato contesto. Quanto si sottintende è un'idea astratta. Ad esempio, la lonza, il leone e la lupa, citati nella Divina Commedia di Dante Alighieri, rappresentano la lussuria, la superbia e l'avidità.
L'allegorismo è un uso abbondante dell'allegoria.

Cos'è un simbolo?
Il simbolo si riferisce a qualcosa di reale e concreto che soggiace dietro l'apparenza di una realtà. Per i santi Padri, la liturgia è simbolo della realtà celeste, non è una semplice “idea astratta”, poiché la realtà celeste si manifesta realmente, anche se misteriosamente, dietro le parole e i gesti della Liturgia.



Questo è così vero che san Nicola Cabasilas ha una visione molto realistica della Liturgia, non ne fa un gioco intellettuale, poiché per lui come per tutti i Padri, essa è un luogo di trasformazione spirituale attraverso i simboli presenti che agiscono attivamente.

Se si leggerà qualsiasi altro scritto patristico si troverà lo stesso realismo che nulla ha da spartire con l'intellettualismo o l'astrattismo.


Ora i lettori si chiederanno con me: «Che cavolo ha capito questo “pio” prete che si pensa tanto ma tanto vicino al mondo ortodosso?» Nulla, evidentemente, poiché ridurre ad allegoria quanto per i padri è simbolo, significa rendere la stessa Messa, che lui celebrerà, a semplice giochino di parole e di idee. E se questo “pio” sacerdote è uno dei meglio disposti, verso le antiche liturgie e verso l'Oriente cristiano, proviamo ad immaginarci cosa saranno gli altri, privi della sua cultura e della sua disposizione d'animo! Non è che, dietro la parola “allegorismo” questa gente coltivi, senza averne profonda coscienza, una vera e propria miscredenza? È il mio forte sospetto, dal momento che usare il termine "allegorismo", nonostante nel testo si parli chiaramente di "simbologia", significa ridurre il realismo della fede a mera idea!! La liturgia, per questo prete è una raccolta di idee, ossia è un allegorismo, che ne abbia piena coscienza o no.

Purtroppo oramai gran parte del mondo cattolico è nello sbando totale ed è bene stare molto ma molto attenti da esso poiché, come abbiamo visto, con una sola parolina è in grado di smontare totalmente l'impianto di vigorosa fede che un tempo antico la Chiesa aveva ....

lunedì 20 giugno 2016

A cosa serve la Chiesa


Ho pensato di scrivere il seguente breve racconto per illustrare a persone disorientate, nella maniera più semplice possibile, a cosa serve la Chiesa.

C'era una volta un bravo alpinista che, nella sua gioventù ebbe molte esperienze di sentieri e di scalate montane. Un bel giorno questo alpinista si sposò ed ebbe dei pargoletti. La famigliola venne ad abitare in riva al mare, quindi assai lontano dalla montagna.
I pargoli crebbero, sentendo parlare il papà della montagna ma, tranne qualche foto, non seppero realmente cosa essa fosse né si diedero animo di volerlo sapere. In fondo il mare, con i suoi divertimenti, era per loro un gran piacere.
Ma il papà, che ben conosceva gli ambienti alpini e come questi elevano lo spirito, aveva il desiderio di mostrare ai propri figli almeno qualcosa di quanto vide in gioventù.
Così, un giorno, li portò in un negozio di prodotti sportivi, al reparto montagna. “A cosa servono questi?”, disse uno dei bimbi. “Sono scarponi chiodati – rispose il papà – e servono per camminare sul ghiaccio, evitando di scivolare sui sentieri”. “E quest'altra?”, aggiunse il secondo bimbo. “Questa è una giacca termica e si deve indossare quando si è in alta montagna altrimenti muori dal freddo”.
Il papà, più deciso che mai ad aprire i suoi pargoli a nuove esperienze, comprò loro quanto necessario per portarli almeno nel più basso rifugio alpino.
I bambini, però, per quanto non più troppo piccoli, non se la sentirono molto di abbandonare il mare, la spiaggia e il pallone caro compagno di tanti giochi. Il papà cercò di confortarli dicendo loro che solo se si fossero distaccati da tutto ciò avrebbero potuto iniziare ad aprire gli occhi su cose più belle. “Il pallone non è certo una brutta cosa, – disse loro – ma se pensate sempre al gioco del calcio, quando siamo in cammino verso la montagna, non gusterete il paesaggio, rimarrete sempre con la testa indietro!”.
E fu così che arrivò il giorno in cui papà e bimbi decisero di recarsi ai monti. L'auto abbandonò dapprima la pianura, con la sua monotona serie di paesi e case un po' tutte uguali, poi si avvicinò ai primi colli. “Che belli!, Sono la montagna?” disse uno dei bimbi. “No, affatto”, disse loro il papà. “I colli sono certamente differenti dal mare, hanno un rilievo elevato, una ricca vegetazione; il paesaggio con i colli è molto più grazioso rispetto alla pianura ma... non è affatto la montagna dalla quale si ha un paesaggio formidabile”. I bimbi lo ascoltavano a bocca aperta. Non avevano mai, prima di allora, visto i monti e iniziavano ad averne un desiderio sempre maggiore viste le premesse. “Come per il mare, non dovete ancorare il vostro pensiero ai colli, altrimenti la vostra testa non sarà libera di godervi la solennità delle montagne, i suoi aspri sentieri, i suoi paesaggi mozza fiato”.
Giunti ai primi monti, il papà invitò i figli a mettere gli abiti più pesanti comperati in negozio. Iniziarono a vedersi neve e ghiaccio. Scesi dall'auto, i figli compresero perché dovevano mettersi gli scarponi che, per quanto un po' stretti, almeno li custodivano da possibili cadute.
Ci volle diversa fatica per arrivare, sempre a piedi, al più basso rifugio che il padre voleva far loro vedere ma solo da lì essi capirono, finalmente, quello che il padre diceva loro quando raccontava, nelle lunghe notti invernali, le sue sensazioni e le sue meraviglie dinnanzi al paesaggio solenne e indicibile.

Questo racconto è molto semplice, come si vede, ma ha tutti gli elementi per poter farci capire a cosa serve la Chiesa. Uscendo dalla metafora lo si può spiegare così.

La casa al mare è la nostra vita sensoriale, riguarda i nostri cinque sensi. La vita sensoriale non è un male in sé perché ci permette di vivere nel mondo e di relazionarci con esso ma se diviene una trappola (e per molti lo è basta pensare a quelli che vivono per il piacere della gola o per altri generi di piaceri), non ci permette di andare oltre. Saremo come dei bambini che sognano continuamente il gioco al pallone sulla spiaggia, come dei fiori che, invece di farsi baciare dal sole, sono reclinati a terra. Ecco perché la Chiesa ricorda(va) di vivere i comandamenti e di staccarsi pian piano dalle passioni.

Le colline sono la nostra vita intellettuale o razionale. Anche questa non è un male in sé perché grazie alla razionalità abbiamo contribuito a costruire il nostro attuale benessere e a sviluppare le scienze. Ma se diviene una trappola (e per molti lo può divenire, basta pensare a chi si astrae totalmente dalla vita concreta o non concepisce nulla se non in modo puramente razionale) ci fa credere che la razionalità è la forma più elevata di vita umana.
Per chi è chiuso nella sola razionalità Dio è una contraddizione al pensiero, dunque non esiste. La razionalità, se sopravvalutata, diventa come una camera a specchi dove, sulla superficie di ciascun specchio, si riflette la nostra sola immagine. Ecco il razionalismo! Anche nella Chiesa ci può essere il razionalismo quando tutto inizia e finisce in se stessi, quando si fa della struttura ecclesiastica un idolo.

Le montagne sono la nostra vita spirituale. Fintanto che non c'è qualcuno che ce le fa toccare con mano, possono esserci totalmente indifferenti. Ci vuole, dunque, un “buon papà” che ne ha avuto esperienza, che conosce gli strumenti per poterle affrontare, che ci incoraggia nella fatica del cammino e, solo dopo, potremo con lui godere di quanto lui stesso aveva precedentemente goduto.

Normalmente Dio non si rivela alle persone se non dopo che costoro si sono preparate (e non ci si prepara mai da soli), dopo che le persone hanno assunto scelte adeguate (scarponi e giacche termiche sono, fuor di metafora, i sacramenti e la prassi ascetica). Contrariamente a ciò non si è in grado di affrontare la montagna, ossia la salita verso Dio e si ricade nel razionalismo. Una religiosità formale o intellettualizzata è, oggi, facilmente rinvenibile nelle Chiese.

Ed eccoci alla domanda finale: a cosa serve la Chiesa?

Serve a rimanere “al mare”, ossia a titillare le nostre facoltà sensoriali (con religiosità dolcificate, sensuali e “buoni sentimenti”)? No, affatto! Ecco perché la vera arte sacra non è e non sarà MAI sensuale! Chi rappresenta immagini sensuali di santi ci mostra chiaramente il suo livello, tutt'altro che spirituale, e ci suggerisce di rimanere in quello in modo cosciente o incosciente.

Serve a rimanere “in collina”, ossia a titillare le nostre facoltà intellettuali (scrivendo libri su libri sempre più teorici ed astratti)? Niente affatto! Ecco perché la vera arte sacra non è e non sarà mai assenza di immagini. Chi spoglia le chiese da ogni immagine ha un concetto astratto di uomo, non reale!

Serve a portare “in montagna”, ossia a preparare le persone ad un incontro con Dio, sperimentato nella propria interiorità? Sì! Ecco perché la vera arte sacra si rappresenta con forme simboliche.

Piaceri sensoriali e intellettuali sono sempre esistiti da che l'uomo esiste. L'incontro con Dio, al contrario, è garantito solo con i mezzi della Rivelazione, all'interno della vita spirituale della Chiesa (oggi quasi totalmente introvabile).

L'inganno dei nostri tempi è quello di far credere che il senso della Chiesa è quello di sfamare e sovvenire i poveri (quando qualsiasi altra istituzione lo può ugualmente fare), che nella Chiesa si può “pensare Dio”- ecco molta teologia” odierna - quando Dio non è pensabile in senso proprio ma solo vivibile....

Così “scarponi” e “giacche termiche” che abbiamo ereditato nel passato e che chiamiamo anche “tradizione” non le capiamo più e le buttiamo in un angolo: infatti chi vive in pianura o in collina non ha bisogno né degli uni né delle altre! Oggi la cosa più patetica è che molto clero ha in profonda antipatia la tradizione manifestando, dunque, la sua profonda ignoranza su di essa e indicando che il suo cuore abita in tutt'altro luogo che nella tradizione evangelica.

Una Chiesa, qualsiasi Chiesa!, che abbia dimenticato il suo unico vero fine, quello di portare le persone ai “monti”, ha, in effetti, cessato di essere tale. 
Anche se si presenta apparentemente come sempre ma dimostra di essere esistenzialmente ignorante dei “monti”, è divenuta un'altra cosa! Ecco in breve spiegata la desacralizzazione di molti ambienti ecclesiastici e il loro penoso sradicamento dalle radici apostoliche. Il semplice diritto canonico e una formale successione apostolica episcopale non sono la garanzia della verità. La verità la si riscontra solo nella capacità, in una Chiesa, di portare ai “monti” poiché la Chiesa stessa è stata creata SOLO per quello!