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domenica 10 maggio 2015

Dispotismo clericale e tradizione ecclesiale

Innocenzo III, il papa dal cui petto sgorgava
la fonte di ogni diritto sulla terra.
Με πολλή αγάπη και παρρησία.


Non è per un banale gusto di gossip che ho riportato i dolorosi fatti nel post precedente ma per mostrare un fenomeno che, sinceramente, mi sta allarmando: l’aumento del dispotismo clericale nella Chiesa.

Per poterci bene intendere, devo spiegare cosa intendo per “dispotismo” clericale: è quella situazione in cui un superiore ecclesiastico decide su tutto non ascoltando nessuno e volendo avere sempre ragione. È stato giustamente rilevato che proprio queste sono le caratteristiche dello “psicorigido”, di colui, cioè, che sia nella vita professionale che in quella personale pone grossi problemi agli altri, poiché manifesta una sostanziale incapacità di relazionarsi. Un interessante articolo francese mostra come lo “psicorigido” provenga da un’infanzia e un’adolescenza nella quale nessuno lo ha mai contraddetto ed è stato sempre portato sul palmo della mano dai propri genitori. Proviene, in buona sostanza, da una mancanza di reale educazione la quale ha contribuito a gonfiare all’estremo il suo egocentrismo [1].

Un vescovo, proprio perché “bocca e maestro” della Chiesa locale, non può essere un egocentrico, incapace d’interagire positivamente con il gregge affidatogli. Se è uno “psicorigido” la storia non lo ricorderà come un buon vescovo, anche se fosse teoricamente animato dalle migliori intenzioni.

Parlando del ruolo di un vescovo non possiamo prescindere dal tipo di Chiesa nella quale egli offre il suo servizio. Generalmente esistono due modelli di Chiesa:

a) quello occidentale-latino e
b) quello orientale.

Non consideriamo le comunità ecclesiali uscite dalla Riforma luterana per l’ovvio motivo che non sempre vi figura la presenza di un vescovo e che la struttura ecclesiologica di tali realtà ha subìto molte variazioni, talora assai radicali, rispetto alle prime due.

a) È usuale credere che il tipo occidentale (cattolico) di Chiesa come lo conosciamo oggi sia sempre esistito. È un errore. Già in altri post ho accennato che l’assetto odierno, per quanto non radicalmente nuovo rispetto a quello antico, si sia imposto poco per volta e, soprattutto, con l’emergere e il predominare dei chierici a partire dall’ultima parte del Medioevo. Il predominio del monachesimo, che contraddistingueva la Chiesa latina fino a tutto il basso medioevo, non prevedeva una forte presenza clericale. Esso sottolineava maggiormente gli aspetti carismatico-spirituali del Cristianesimo, al punto che un semplice monaco o addirittura una abbadessa divenivano rierimento per molti. Al contrario, il predominio dei chierici nella Chiesa, dalla fine del medioevo, anche grazie al vuoto lasciato loro dal mondo monastico in crisi, ha cominciato a introdurre lentamente delle novità. 

Tanto il modello clericale si appoggia sulla contemplazione e sulla fuga dal mondo, tanto il modello clericale si appoggia sull’uso della ratio e su una presenza sempre più attiva nel mondo. Il passaggio ha inevitabilmente portato l’accento dal carisma spirituale ad una visione istituzionale, regolamentata da precise leggi canoniche.

Vorrei precisare che sia monaci sia chierici, in una visione equilibrata, sono entrambi espressione della Chiesa, per cui non dovrebbe esistere un contrasto o un’opposizione tra contemplazione e ragione, tra fuga mundi e presenza mondana (fintanto che questa rimane discreta e non sia trionfalistico-imperiale), tra spiritualità e legge canonica. Sta di fatto, però, che non raramente si è giunti a sostituire la prospettiva clericale a quella monastica.

Lo vediamo chiaramente oggi in cui, se si evoca la spiritualità, molti non ne capiscono la ragione e la interpretano come un disimpegno verso il mondo nel quale è, al contrario, necessaria una forte presenza.

Nel modello occidentale, in cui trionfa la presenza clericale, è molto facile che l’autorità divenga autoritarismo. Questo è senz’altro segnale di una rottura di equilibri nella Chiesa e ciò avviene quando la spiritualità si è oscurata e la legge canonica sembra l’unica cosa concreta con la quale si spiega e si regge la Chiesa stessa. Passare dall’indifferenza all’incomprensione per terminare nell’aperta opposizione al monachesimo è, qui, assai logico. Una Chiesa nella quale il monachesimo langue o è seriamente alterato è, dunque, una Chiesa clericalista!

In una realtà sifatta l’imposizione dell’autorità è un bisogno, l’unico vero bisogno per poter governare la Chiesa. È qualcosa che non si può non constatare. Ecco perché, in piena epoca romantica è stato necessario ribadire l’autorità ecclesiastica nel concilio vaticano I contro il pensiero agnostico-liberale anticristiano. I cristiani in questo contesto, non vedono il predominio dell’autorità come un eccesso o uno squilibrio ma come l’unico modo con cui la Chiesa può proteggere la verità rivelata. Essi credono che, praticamente, i chierici sono automaticamente  (o magicamente?) assistiti e garantiti dalla “grazia di stato” per cui non resta che obbedire loro.

Personalmente noto che in questo caso siamo dinnanzi ad un pericoloso piano inclinato dove l’autorità può facilmente scivolare in autoritarismo. 

Un buon vescovo farà certamente appello al suo buon senso e al suo cuore per non scivolare ma, se vuole fare il contrario, ha campo libero ed ha, addirittura, delle garanzie che ne proteggono l’azione: il diritto ecclesiastico occidentale è dalla sua parte. Infatti, nel consiglio presbiterale, il vescovo può benissimo decidere contro tutti e addirittura a svantaggio della Chiesa, motivandolo positivamente e facendo leva semplicemente sulla sua autorità. L’autorità, in questo caso, corre il terribile rischio di divenire fine se stessa!

b) In Oriente c’è una storia completamente diversa (con eccezioni in qualche patriarcato). Qui la Chiesa tradizionalmente è intesa come “chiesa di popolo”, non tanto come “chiesa di chierici”. Questa visione tradizionale nasce dal fatto che il popolo è ritenuto custode delle tradizioni ecclesiastiche [2]. Il tesoro della Chiesa, espresso nelle sue tradizioni, non è qualcosa che riguarda solo il clero ma tocca (o dovrebbe toccare) realmente tutti. I monaci, di solito, sono quei “laici impegnati” che sensibilizzano il popolo in tal senso.

Vorrei osservare che questa sensibilità orientale non era peculiare solo alla Chiesa bizantina ma, anticamente, la si riscontrava in ogni Chiesa, pure in quella occidentale quando il ruolo monastico era predominante.

In questa prospettiva il vescovo che cura la sua Chiesa, senza venir meno alla sua fondamentale funzione di capo e bocca della Chiesa locale, si deve necessariamente confrontare con i suoi fedeli che, con lui, custodiscono la tradizione e, ognuno a suo modo e nella sua forma, la trasmettono. Se non c’è questa sinergia di forze, si è rotto un equilibrio e viene meno la tradizione ecclesiale, intesa come trasmissione di un ethos dogmatico e spirituale allo stesso tempo.

L’Occidente ha avuto la sua storia, inevitabile e travagliata, nella quale, volenti o nolenti, i chierici hanno assunto la quasi totalità del comando nella Chiesa. Questo non ha necessariamente creato situazioni negative ma, essendosi imposto un nuovo assetto, in non pochi casi lo ha potuto realizzare più facilmente: una Chiesa di fatto di soli chierici e con un popolo passivo scivola nel clericalismo, ossia in una malattia mortale, in cui tende a predominare il formalismo e si azzera progressivamente la spiritualità. In tutta la storia religiosa occidentale si nota, soprattutto negli ultimi secoli, un continuo braccio di ferro tra chi altera la Chiesa con il clericalismo e chi cerca di riequilibrarla con una visione religiosa più sana. I primi, però, tendono sempre più a prevalere, a ricavare uno spazio sempre maggiore per loro stessi: “privilegia sunt amplianda, odiosa restringenda!”, si dice a Roma, e questo non può non estendersi al potere dei chierici sulla totalità della Chiesa.

L’Oriente ha proseguito l’assetto antico, con accentuazioni differenti da luogo a luogo ma con una base comune: i chierici hanno un posto importante nella Chiesa ma non possono far finta che i laici non esistono e non possono sentirsi “padroni” della Chiesa. Ad esempio, un vescovo di non ottima fama può non venire accolto in cattedrale, quindi può non prendere possesso ufficiale della diocesi poiché il popolo può impedirglielo. A quel punto, non gli resta che ritirarsi. Certamente anche questa procedura può prestarsi ad abusi e avere i suoi lati negativi (uno tra tutti la reale difficoltà a “mettere ordine” tra contrastanti voci). Il pregio è che, ordinariamente, tende ad impedire il dispotismo clericale, ossia il comando arbitrario di uno su tutti.

Ecco perché, laddove il dispotismo cerca d’imporsi, suona infinitamente più antitradizionale e stonato rispetto all’Occidente.

Chi cerca di proporre in buona fede una condizione che può introdurlo, a volte cade in situazioni quasi patetiche e tragicomiche.
Ad esempio, ricordo un corso accademico tenuto da un docente greco. Costui tentava di porre sullo stesso piano i pronunciamenti cristologico-dogmatici di un concilio ecumenico e quelli relativi all’ecumenicità della Chiesa di Costantinopoli, come se le due cose avessero la medesima importanza.

Il 28° canone del Concilio ecumenico di Calcedonia (451) stabilisce i privilegi della Chiesa di Costantinopoli, dal momento che questa risiede nella nuova capitale imperiale [3]. I privilegi che porteranno il suo vescovo a fregiarsi con il titolo di “ecumenico”, ossia universale, sono legati ad un contesto storico che, con il tempo, è divenuto tradizione ecclesiastica.

Se la capitale imperiale fosse stata a Milano e vi fosse rimasta, questo ruolo lo avrebbe senz’altro avuto il vescovo di tale città, poiché allora l’ordine ecclesiastico si modellava sull’ordine amministrativo dell’impero romano [4].

Questa tradizione ecclesiastica, dunque, non si radica assolutamente in un dogma o nella rivelazione come, invece, si è imposto in Occidente con la figura del papa. Il fatto di volerlo quasi rivendicare e di agire come se lo fosse è totalmente antitradizionale, in Oriente, e ha qualcosa di disperato e di patetico allo stesso tempo [5]; è come essere davanti alla possibilità di un’estrema rovina per cui, questo modo puramente umano, sembra l’unica via per poter conservare ancora qualcosa. Fatte le dovute distinzioni è come vedere l’imperatore Giovanni VIII Paleologo tentare il tutto per tutto pur di salvare il pochissimo che restava dell'impero bizantino. È un atteggiamento che atterrisce e stringe il cuore!

Conosco e ho visitato più volte il Fanar, la sede patriarcale costantinopolitana, posso dire di avere amore per quest’antica reliquia dell’impero bizantino ma, oggettivamente, la deriva autoritaristica che sembra sempre più caratterizzarlo (e tende ad influenzare le realtà ad esso legate) mi preoccupa molto poiché non è affatto un segno positivo. Ovviamente queste mie impressioni non sono puramente personali perché sono confortate anche da fatti precisi e puntuali. 

Sarebbe totalmente errato interpretare queste mie analisi come un atteggiamento nemico, poiché sono oggettive ed evidentissime a molti che hanno la libertà e la possibilità di vederlo [6]. Vedere qualcosa che pare sotto molti aspetti essere il sintomo d
’una malattia grave, significa, forse, odiare chi si pensa esserne affetto? No affatto e, anzi, è sicuro segno del contrario! Invece dire che tutto va bene e che non è mai stato così splendido, potrebbe essere il peggior servizio da farsi in una Chiesa con problematicità. Le parole servono per descrivere la realtà, non per contraffarla anche perché la realtà stessa o prima o poi s’impone all’evidenza di tutti e i vuoti non potranno mai essere riempiti dal caos delle parole.

L’autoritarismo nella Chiesa è dunque sempre qualcosa di negativo, che accada in Occidente o in Oriente. Oltre a polarizzare l’attenzione dei fedeli solo su un ruolo istituzionale, di fatto rende quest’ultimo l’unica cosa importante. Chi si appoggia sull’autoritarismo finisce per essere sordo alle voci nella Chiesa, finendo per non capire più la famosa raccomandazione di san Benedetto all’abate nella sua Regula, secondo la quale lo Spirito potrebbe parlare anche all’ultimo del monastero, ragion per cui il superiore deve porvi attenzione.

Con l’autoritarismo si realizza perfettamente quello che un chierico cattolico tradizionalista in un empito di sincerità mi confessò: “La Chiesa è solo il papa e i cardinali e nessun altro!”. 

Ma se, almeno teoricamente, il Cattolicesimo non accetta queste affermazioni, questa grottesca caricatura di Chiesa, quanto più grottesco diviene il mondo ortodosso se, nonostante tutto, alcuni sono tentati di seguire la via dell’autoritarismo!

Questo, poi, non tiene affatto conto della realtà odierna in cui se le persone si avvicinano alla Chiesa cercano generalmente un rapporto autentico e diretto con Dio, non una sottomissione passiva ad una gerarchia che, nell’autoritarismo, tende a perdere il contatto con Dio ed è sempre più a digiuno di spiritualità [7].

Non è dunque un caso che la Regula di san Benedetto nella scelta dell’abate, ossia dell’autorità nel monastero, vuole un candidato con santità di vita e cultura spirituale, anche se fosse l’ultimo della comunità. Oggi in Occidente per quanto riguarda i vescovi non è quasi più così e questa “moda” inizia ad essere seguita anche nell’Oriente cristiano. Chi sceglie i vescovi non si pone tanto la domanda “È una santa persona?”, quanto “Sarà di vantaggio alla struttura?”. Di conseguenza sceglie.

I danni che si generano sono immensi, tali da fare affondare il Cristianesimo stesso, nella generale spensieratezza narcisistica di molti suoi chierici che manco si rendono conto della posta in gioco. I “gradi” clericali sono visti, da costoro, come medaglie al petto, non come la pesante responsabilità di mantenere, nella Chiesa, la profezia e la libertà dello Spirito, il suo autentico ethos evangelico e patristico.


Note

[1] Alexandra Durand, Comment vivre en harmonie avec un psychorigide?, in Téléseptjours, 24-30 mars 2012, p 1. L’articolo è in linea in questo link.

[2] Vedi, ad esempio, la lettera inviata dai patriarchi ortodossi in risposta alla lettera agli orientali di papa Pio IX (1848): “Il protettore della religione è lo stesso corpo della Chiesa, persino il popolo stesso, che desidera che la loro religiosa adorazione sia sempre immutata e della stessa specie che quella dei loro padri”. Per una visione del carteggio tra Pio IX e i patriarchi orientali vedi qui.

[3] Cfr. Conciliorum Oecumenicorum Decreta, a cura dell’istituto per le scienze religiose, EDB, Bologna 1991, p. 99.

[4] Lo stesso Concilio Ecumenico ricorda il ruolo importante del papa di Roma nella Chiesa poiché Roma era l’antica capitale imperiale. Se, al tempo in cui si redisse tale concilio fosse stato chiaro a tutti e universalmente accettato che il potere papale era universale in quanto appoggiato su san Pietro, non vedo perché il Concilio non avrebbe dovuto registralo. Invece lo omette, segno che quest’interpretazione è senz’altro posteriore al Concilio stesso. Storicamente parlando, non dobbiamo dunque proiettare nel passato dati che si sono manifestati chiaramente solo posteriormente.

[5] Nella stessa logica si pone chi definisce il patriarca ecumenico "vertice dell'Ortodossia", affermazione totalmente falsa! Nella ecclesiologia orientale non esiste alcun "vertice" umano poiché esso è solo Cristo. Il patriarca ecumenico è un coordinatore, un ecclesiastico eminente che, in casi particolari e solo su invito, può entrare negli affari di un altro patriarcato per cercare di risolverli. L'idea di "vertice" comporta automaticamente l'idea di un verticismo ecclesiastico piramidale, cosa assolutamente antitradizionale in Oriente nel quale, al contrario, si ha da sempre insistito sull'aspetto comunionale e sulla parità dei vescovi tra loro. È molto strano e paradossale che chi critica il papato come "impedimento" all'unione delle Chiese, poi ne imiti alcune caratteristiche. Si può rinvenire questa definizione totalmente errata qui e qui. Tuttavia, dal momento che chi propone questi concetti non lo fa a caso, si può supporre che provengano direttamente dall'alto e dal patriarca stesso.

[6] Rimasi assai stupito quando scoprii che, se un metropolita del patriarcato costantinopolitano vuole ordinare al sacerdozio un candidato, deve attendere il benestare del santo Sinodo fanariota. Una cosa del genere non avviene neppure nel mondo cattolico, che pure ha un forte senso di accentramento delle istituzioni! D’altronde un esame di queste cose, facendone emergere l’atipicità rispetto al resto del mondo ortodosso, lo si nota anche in un articolo scritto in greco Ετσι θα εκλεγεί ο επόμενος Αρχιεπίσκοπος Αμερικής e visibile qui. Riporto la traduzione italiana di un suo piccolo passo che riguarda la facoltà totale di disporre da parte del Patriarca (in questo caso nell’eleggere l’arcivescovo greco-ortodosso d’America):

“Ecco come sarà eletto il prossimo arcivescovo d’America […]. Mostro la tesi secondo la quale l’elezione dell’arcivescovo d’America costituisce un privilegio del Patriarcato Ecumenico per la semplicissima ragione che l’Arcivescovado è una delle sue province ecclesiastiche. Se il trono arcivescovile diviene vacante, il Patriarca Ecumenico convoca il santo Sinodo del Fanar, costituito da 12 vescovi di cui lui è il presidente, che elegge l’arcivescovo d’America. Per quanti conoscono la situazione mi limito semplicemente a un accenno e per coloro che non la conoscono informo: sarà eletto colui che proporrà e porrà innanzi il patriarca Bartolomeo. Le cose sono chiare! Quanto si dice sulla libera scelta, sulla concertazione tra i membri del Sinodo e sull’effusione dello Spirito santo, non sono che espressioni formali, vuote di contenuto, poiché è noto a tutti che al Fanar il dogma in vigore è ’un solo uomo ha tutto il potere’. Questo significa che il Primate come si dice abitualmente, ossia il Patriarca fa quel che vuole, come vuole e quando lo vuole”.

Senza nulla togliere alla mia venerazione per questo antico centro storico cristiano, non posso non vedere, in questo suo attuale sistema, un rischio non remoto di autoritarismo e il pericolo di scadere in un sistema rigidamente autoreferenziale, totalmente isolato dalla vera realtà della Chiesa. Non serve essere profeti per immaginare che, a lungo andare, le conseguenze potrebbero essere mortali esattamente come in tutti i sistemi totalitaristi.

A questo punto, mi viene in mente una parte del Polychronion che si canta nella liturgia patriarcale del Fanar. In esso, oltre ad augurare i molti anni al Patriarca, lo si definisce “Signore e Padrone nostro”. Ora, che lo si definisca “Signore” lo posso capire, dato che la liturgia cristiana è stata influenzata dalla prassi della corte imperiale (nonostante per san Paolo si dovrebbe chiamare “Signore” uno solo: Gesù Cristo). Ma che si definisca il Patriarca “nostro Padrone”, sinceramente m’impressiona e non positivamente poiché, nello stesso Vangelo, Cristo non chiama i suoi discepoli servi (altrimenti ne sarebbe il padrone) ma “amici”. Se in Oriente non ci fosse stata una forte tradizione monastica (che remava contro questi personalismi ecclesiastici) si sarebbe anche qui arrivati in tutto e per tutto ad una specie di “papa orientale”. Non che nella storia non ci sia stato chi lo abbia tentato. Un nome significativo: il patriarca Giovanni XIV Kalekas (1334-1347) il quale iniziò ad attribuire a se stesso alcune prerogative imperiali, i sandali rossi, simbolo dell'imperatore, qualche tempo prima assunti dal papa stesso in Occidente.

[7] Ricordo con infinito affetto la figura di un chierico ortodosso il quale aveva un cuore talmente cristallino da fare affermazioni disarmanti con la semplicità di un bambino, rivelando una profondità sconcertante. Per certi versi costui mi sembrava un "pazzo di Cristo". Una volta davanti al suo vescovo osò dire: "Noi non lavoriamo per Cristo ma per il Patriarca". Fu ovviamente sgridato: non era opportuno che orecchie estranee lo sentissero! Tuttavia in questa splendida confessione si capisce come, in una visione clericalista, non si lavori più per Cristo ma per i fini di un gerarca ecclesiastico, con il pretesto di Cristo. Infatti non è assolutamente detto che lavorare per un papa, un vescovo e un patriarca significhi automaticamente lavorare per Cristo ! In un caso del genere, a lungo andare chi lo fa accumula un senso d'insoddisfazione e di frustrazione molto forte. Non è un caso che i peggiori anticlericali siano usciti da certe strutture ecclesiastiche (cosa che riguarda ogni confessione cristiana di tipo clericalista).



© 2015 – Traditio Liturgica

giovedì 23 aprile 2015

La chiesa e la persona: una relazione, un rimando continuo e reciproco

Processione con le reliquie da inserire sotto l'altare,
nella cerimonia di consacrazione della chiesa secondo il Pontificale romane del 1962.

Questo post continua da quello precedente.
Abbiamo visto che nulla, per quanto riguarda la Rivelazione  affidata alla Chiesa, è senza conseguene o rapporti con la vita personale.

La letteratura dei Padri unisce gli eventi salvifici con ogni istante della vita dei fedeli lungo la storia. Nulla è astratto e lontano da noi, ancor meno lo stesso edificio ecclesiastico. Al contrario, tutto oggi ha concorso a farcelo divenire.

Ho voluto mettere a disposizione (solo in visione, non è possibile né ottenere il file pdf né stamparlo), il testo completo latino/italiano della consacrazione della chiesa, secondo il Pontificale romano del 1962.

Scorrendo questo testo, si noterà le diverse parti con cui si eseguiva (e oggi assai raramente si esegue) il rito di consacrazione.

In linea di massima, ha diverse somiglianze con quanto avviene nell'Oriente bizantino, quando si consacra un tempio.
Perciò questo rito attrae molto il mio interesse. Invece, sono un  po' perplesso sullo stile con cui si commentano le varie parti perché mi sembra come l'esposizione di un teorema di matematica in cui non resta che convenire razionalemente e non ci si sente "presi dentro" dal mistero se non da un punto di vista quasi unicamente razionale.

Lo stesso rito è stato seguito per consacrare la chiesa del seminario svizzero di Ecône. Esiste un filmanto (qui) in cui il liturgista, spiegando i vari momenti della cerimonia, assume lo stesso modo di argomentare.
Parlando delle reliquie dei martiri che verranno sepolte sotto l'altare dice pressapoco:
«Queste reliquie appartengono a chi ha confessato Cristo e, siccome l'altare rappresenta Cristo, esse sono seppellite sotto di esso».
Tutto vero, ma che modo freddo di dire le cose! È come se dicessi: "Siccome 1+1=2 e 2+1=3, allora 1+1+1=3".

Nella prospettiva patristica è tutta un'altra musica! Ne posso dare un'idea con quest'altro discorso: il corpo del martire è divenuto Cristo, ossia la sua materia conosce un arresto della legge della decandenza e della corruzione. Le sante reliquie non si decompongono. L'altare-Cristo destinato a conservare questo germe della Resurrezione, riceve la forza dalla grazia che tocca le reliquie. La sua ara, in qualche modo, compartecipa e trasmette attraverso la sua materia, al mistero di questa morte salfivica dei martiri alla quale comunichiamo anche noi nell'Eucarestia che sta a contatto di quell'altare. Ecco perché l'Eucarestia ha bisogno dell'altare di pietra e l'altare di pietra ha bisogno delle reliquie. 

Avviene come un moto circolare che si chiude nel momento in cui partecipiamo al pane e al vino eucaristici. Il moto, infatti, è finalizzato alla comunione dei fedeli! Tutto nella chiesa è finalizzato alla trasformazione dei fedeli.

In questo discorso, è messo in moto un insieme di forze che coinvolge materia e spirito e unisce gli eventi salvifici dei martiri con i quali innestiamo la nostra stessa vita in Cristo partecipando all'Eucarestia.

Eucarestia, resti mortali dei martiri (oramai segno discreto di vita) fanno, in un certo senso, un tutt'uno con l'altare, uno rafforza l'altro, per coinvolgere come in una spirale la nostra stessa vita in tale mistero simbolico e reale allo stesso tempo.

Qui non è più una "teoria logica", un' "algebra sacra" che può nutrire al più la nostra sete di razionalità. Qui è infinitamente di più.

La spiegazione del sacerdote di Ecône è come chi traccia un teorema astratto, spiegazione per alcuni forse opportuna e comprensibile ma a mio avviso insufficiente. Purtroppo senza volerlo, egli ci lascia estranei perché i concetti da lui pronunciati possono stare in piedi anche senza di noi, come se non fossero finalizzati a noi! Tutto si esaurisce tra il simbolo dell' altare-Cristo e la reliquia del martire che testimonia Cristo. Sembra un oggettivismo che ha quasi paura di "sporcarsi" con l'umano: i fedeli sono solo pregati di ammirare in silenzio!

Argomentare in questo modo, per quanto ha una sua forza razionale, apre senza volerlo delle fessure, ha delle carenze. È proprio attraverso tali fessure-carenze che è penetrata la destrutturazione del rito latino e lo smottamento delle basi ecclesiastiche in molte realtà cattoliche. Attraverso le sue carenze il tomismo è stato disinstallato dal pensiero cattolico e non è stato sostituito da nulla di più profondo.

Pian piano i lettori forse iniziano a intravvedere e a capire la differente impostazione tra una prospettiva molto razionale ma fredda e una prospettiva che s'ispira allo stile dei Padri, decidamente calda e concreta. 

Recuperare una liturgia tradizionale senza recuperare la mentalità dei Padri che l'hanno sostanzialmente generata, significa, a mio avviso, muoversi ancora sulla superfice dei testi e dei significati sottesi ai simboli e ai gesti liturgici.

Questo mi spiega quel senso di poca profondità che ho sempre sentito leggendo anche opere molto interessanti sulla liturgia o operette dal carattere divulgativo.


Emblematico è l'esempio di un'opera di dom Gerard Calvet: La sainte liturgie par un moine bénédictin.
In quest'opera la liturgia è presentata un po' come in questo blog (che s'ispira alle mistagogie patristiche) ma non giunge alle medesime conclusioni e si ferma molto prima, dando un'impressione d'incompiutezza.
Purtroppo una liturgia tradizionale senza la profonda lettura che ne davano i Padri, senza quel coinvolgimento profondo (che non è solo il semplice obbligo ad una coerenza morale!), è un lavoro lasciato a metà. 

mercoledì 15 aprile 2015

Sul dovere di seguire la Tradizione



I post precedenti mi hanno ampiamente dimostrato che non è assolutamente facile esporre certi temi. Oggi più che mai non è scontato nulla, neppure l'ABC del Cristianesimo!

Ricevere certe risposte non mi ha reso felice e questo non per un motivo personale ma per aver visto una volta di più la lontananza di molti dalle cose essenziali.
Il mio blog è visitato prevalentemente da persone con una sensibilità cristiana tradizionale, in grandissima parte da cattolici. C'è poi qualche persona in sincera ricerca di fede o che si pone delle serie domande. Qualcuno, ma si tratta di numeri irrisori, riesce a capire quanto sto dicendo e non mi equivoca mettendomi in un facile ma assurdo schema di contrapposizioni.

D'altronde il blog è nato cercando di cogliere i lati comuni tra Oriente e Occidente, dal punto di vista liturgico, e non inizierò certamente ora a cambiare stile.

Esaminare la liturgia impone sia da parte di chi scrive, sia da parte di chi legge, una visione un poco profonda.
Ci sono fin troppi libri con noiosissime informazioni religiose generiche. Anche il web ne è pieno

Perché la liturgia è stata stabilita in un certo modo, cosa c'era sotto, che uomini lo hanno voluto, sono domande sulle quali dobbiamo sempre tornare.

E, come ogni cosa stabilita su questa terra da mano umana, inizieremo a intuire il “tipo” di uomini che ci stavano dietro. Soprattutto inizieremo a capire la loro mentalità, qual'era lo stile di questo Cristianesimo.

Uso il verbo al passato non per disprezzare il presente ma per indicare che è con il passato che il cristiano si deve sempre confrontare per non creare rotture e rimanere nella continuità (cosa tutt'altro che scontata o data magicamente una volta per tutte!).

Ora, questo metodo non è automaticamente osservato e non lo è affatto neppure tra chi crede di essere “tradizionalista”.

“Vogliamo la santa Messa di sempre”, gridano a gran voce alcuni cattolici nel web. “La nostra è una liturgia antica di cui andiamo fieri”, affermano alcuni cristiani-ortodossi. Ebbene, i tempi sono tali che spesso sia i primi che i secondi non riescono ad infrangere la pura forma o superficialità. L'Occidente ha fatto coriandoli delle sue tradizioni, l'Oriente no ma entrambi sono diffusamente malati di superficialità.

Riguardo ai secondi, una volta un docente mi invitò a presentare ad una scolaresca il significato di un edificio cultuale ortodosso. Mi fece contemporaneamente conoscere una ragazza (forse moldavo-ortodossa) tra gli allievi di quella classe. Feci la mia esposizione e ci riuscii così bene che tutti i ragazzi ne furono affascinati. Con mia sorpresa non notai il medesimo risultato nella ragazza ortodossa che sembrò addirittura indisposta. Mi chiesi: che educazione religiosa avrà ricevuto? In cosa realmente credeva? Perché si sentiva infastidita della mia interpretazione che seguiva, seppur assai semplificata, quella della Mistagogia di Massimo il Confessore? Anche in Oriente possono, dunque, esserci cristiani che, come forse questa ragazza, sono lontani dall'essenziale e adagiati su una certa formalità. Potrei fare altri esempi...

I cattolici a loro volta si adattano in gran parte ad una visione che, francamente parlando, è molto insoddisfacente. Nei post scorsi l'ho notato ed è solo questo ad aver creato una grande incomprensione tra me e chi non capiva le mie tematiche. Perché è insoddisfacente tale visione? Perché la cosiddetta prospettiva “spirituale” sfugge o è mal compresa. Perché il modo di concepire l'uomo in alcuni non appartiene al Cristianesimo (lo vediamo dalle risposte ricevute).
Nonostante tutto, tali persone hanno un attaccamento alla liturgia tradizionale.

Passi il paragone: è come se io fossi affezionato ad una bella automobile ma, di fatto, non la sapessi utilizzare per viaggiare.

Per prendere vantaggio della liturgia non è solo necessario parteciparvi ma trovare il modo di esserci nelle condizioni migliori.
Questo non comporta solo una conoscenza banale dei testi, una partecipazione formale o esteriore, una adesione a semplici dettami morali, ma un lavoro interiore, quindi spirituale che comporta una vera e propria fatica corporale: non si può credere di pregare davvero standosene comodi su una poltrona, ripeteva qualche asceta recente.

Se è vero che nella liturgia sono coinvolte tutte le facoltà dell'uomo (il corpo con i suoi sensi, una certa comprensione razionale) è molto più vero che la sua funzione profonda è quella di attivare l'interiorità umana, altrimenti chiamata spirito con la quale s'intuisce il mondo spirituale al di là dei sensi e della nostra piccola ratio.

Ma ecco la meraviglia: affermare ciò con l'invito a staccarsi dalla formalità e dal piacere esteriore derivante dai sensi o dalla ratio, non è assolutamente capito ed è pure fieramente osteggiato!
Ebbene, qui è svigorito e sviato il senso profondo della liturgia stessa.

Al contrario, nella tradizione antica tutto ciò era chiaro come il sole.

Gregorio di Nissa ricorda che:

Colui nel cui palmo è contenuto tutto il cielo e nel cui pugno sono compresi la terra e il mare, ha reso l'uomo capace di Lui, tanto che abita nell'interiorità [= spirito] dell'uomo stesso. Per cui Gregorio lo ammonisce: “Come puoi ammirare i cieli, o uomo, quando guardi te stesso che sei più stabile di essi? Essi infatti passano mentre tu permani in eterno assieme a Colui che sempre è”.
L'uomo è visto da Gregorio come casa di Dio, per la vastità del suo spirito (*).

C'è da ricordare che se la liturgia ha la funzione di fare emergere la grazia della presenza divina nello spirito dell'uomo (= l'uomo è casa di Dio), illuminando la sua interiorità e facendogli vedere la sua grandezza, questo non potrà mai avvenire se l'uomo stesso assolutizza la sua realtà naturale così come sta e non si mette su un cammino di ascetica salita (per crucem ad lucem).

Avviene qualcosa di simile a chi si tuffa in piscina per imparare a nuotare. Fintanto che costui si attacca ai bordi della piscina non potrà mai capire che l'acqua lo sostiene. E l'acqua lo sostiene solo se l'uomo sa muovere il suo corpo in un determinato modo, faticandoci, senza irrigidirlo, altrimenti andrà a fondo come un sasso.

Gli antichi asceti cristiani, forniti di una concreta esperienza, sanno che se ci si rinchiude nella pura razionalità e nella pura sensibilità corporea assolutizzandoli, si rimarrà semplicemente attaccati al bordo della piscina e non si avrà mai una reale esperienza di nuoto, per riprendere il semplice esempio.
Padre Paisios del monte Athos, da poco canonizzato, vissuto santamente e conosciuto per i suoi oramai molti miracoli, diceva: "Bisogna mettere la testa nel frigo!", per indicare che la razionalità da un certo punto in poi deve tacere altrimenti si sovrapporrà all'interiorità e non la farà parlare, come gli allievi di una classe rumorosa si sovrappongono alla voce del maestro.
Passioni disordinate e pensieri vaganti (le immaginazioni dette anche logoismoi), sono come questi allievi chiassosi che impediscono al maestro di parlare. O c'è la loro voce o c'è la sua! E come la voce di tale maestro è tutt'altro che "eterea ed iperuranica" agli allievi diligenti che stanno in silenzio, così lo è la spiritualità vera a chi pratica l'ascesi.

Di qui nasce tutto un atteggiamento nell'affrontare la preghiera (spirituale, non psicologico!), nel vivere senza essere offuscati dalle passioni negative (poiché l'uomo naturale è malato e tende a sfuggire dal divino), nel tenere aperta la porta dell'interiorità affinché, quando Dio vorrà, essa possa venir purificata e trasfigurata.
In questa prospettiva i precetti morali non diverranno mai puro moralismo, come potranno rischiare di divenire se sganciati da tutto ciò, considerandoli, magari, "monete" per comperare il paradiso.

La liturgia è per tutto questo e invocare la tradizione liturgica dimenticandolo o sentendolo addirittura estraneo a se stessi e alla propria religiosità, dimostra palesemente la più drammatica delle lontananze dal fine essenziale del Cristianesimo: l'unione con il Divino.

Le forme liturgiche per quanto nobili e tradizionali non devono, infatti, essere assolutizzate e tanto meno idolatrate o viste per se stesse. Se non sono viste come un puro momento di passaggio, un semplice strumento, diventano feticci, cosa che di fatto oggi può ben accadere!

La liturgia è infatti come uno strumento da utilizzarsi in modo conveniente. Non ha senso amarla se, poi, non cambia la persona nel modo sopra esposto.

Spesso i cosiddetti tradizionalisti ripetono una frase comune all'Oriente: si deve seguire la tradizione!

Questo è giusto ma bisogna intenderlo bene perché la tradizione deve portare alle soglie dell'Ineffabile, dell'esperienza spirituale, non ad un semplice piacere estetico-affettivo che, alla fine, lascia il tempo che trova e, in quanto tale, si può trarre pure da un concerto di musica classica. 
La tradizione, in questa dimensione, si motiva per un motivo esclusivamente "carismatico" ("Aspirate ai carismi più alti!", ammoniva san Paolo), non per sostenere unicamente istituzioni umane (**).

Seguire la tradizione deve portare alle soglie del Cielo, non far ripiombare l'uomo sulla terra richiudendolo nella sua sola ratio o nel suo eudemonismo.

Viviamo in tempi in cui se non si gettano le radici in queste profondità, qualsiasi “santa intenzione” sarà divelta e svigorita. O si è cristiani in questo senso o non lo si è affatto e si sarà solo espressione di questo mondo secolare che, tra le sue vetrine, ama pure avere quelle religiose e tradizionaliste. La vetrina, però, non da alcuna vita né mai l'ha data ad alcuno: è pura apparenza.

Nota

(*) Voce “Antropologia”, L.F. Mateo-Seco – G. Maspero, “Gregorio di Nissa – Dizionario”, Cittanuova, Roma 2007, p. 82.

(**) Aver sostituito il "carisma" in senso paolino con semplici realtà istituzionali è, invece, una radicata tendenza nel Cristianesimo attuale. Il Cielo è dunque sostituito dalla terra, lo Spirito dall' homo religiosus, sentimentale e/o razionalista. La pietra stabile di fondamento della fede, che può sussistere nel cuore di ogni uomo che vive il "carisma", è vista come qualcosa di esteriore a se stessi e di puramente istituzionale. Chi vive in questo stato, invece di volgersi alla sua interiorità, come avveniva anticamente, è continuamente proiettato nella molteplicità della contingenza che lo disperde e lo allontana dal vero essenziale.
Ricordo, alla fine, che ciò avviene specialmente nel clericalismo, ossia in una visione secolarizzata e orizzontale di Chiesa. Sul clericalismo mi sono trattenuto qualche mese fa in questo blog.


mercoledì 18 febbraio 2015

Testi liturgici bizantini autentici e non

INTRODUZIONE

L’argomento di questo post è, come al solito, vasto ma cercherò d’essere più chiaro e sintetico possibile. I testi liturgici, come ogni altro genere di scritto, hanno determinate caratteristiche, stili, finalità e le esprimono nel modo loro proprio. In questo blog ho già accennato al fatto che i testi cattolici di nuova composizione respirano sempre più un’aria troppo umanistica, ossia troppo centrata sul solo umano. Dio, in non pochi di questi testi, sta sullo sfondo, un po’ come una carta da parati. L’attore principale diviene l’uomo che mostra se stesso al suo prossimo e si esalta. La spiritualità tende ad essere sostituita da una generica impostazione psicologica. Ricordo la incredibile invenzione di un “prefazio per gli alpini” anni fa, compiuta da un sacerdote cattolico friulano tutt’oggi vivente e che, nel frattempo, si sarà reso partecipe di altre iniziative del genere. 
In quel “prefazio” (ossia nella preghiera sacerdotale precedente la consacrazione del pane e del vino eucaristico), si esaltavano le virtù proprie agli alpini dinnanzi a Dio che non avrebbe dovuto far altro che benedire. Ebbene, questa visione molto antropocentrica oramai la troviamo ovunque, appena vengono abbandonati i criteri che regolano i testi liturgici antichi. È il caso di dire che non esistono ambiti protetti. Per non rimanere nel generico, farò un esempio applicato alla liturgia bizantina con gli apolytìkia. 


LE CARATTERISTICHE DEI TESTI AUTENTICI 

Gli apolytìkia sono dei brevi testi un po’ simili alle antifone latine usate per il Benedictus e il Magnificat (alle Lodi e al Vespero del rito romano): indicano all’ascoltatore la festa del giorno. 
In una Divina Liturgia (Messa) o in un vespero bizantino, indicano il tempo liturgico corrente o il santo festeggiato. Ancor oggi, in particolari casi, si compongono dei nuovi apolytìkia, soprattutto per i santi neo-canonizzati. Questi nuovi testi, per avere realmente lo spirito della Chiesa, si devono conformare allo stile tradizionale. Ne vedremo qualche esempio. 

Gli apolytìkia hanno una struttura particolare, codificata nel tempo. Se dedicati alle feste del Signore sono generalmente composti da: 

1) una narrazione dell’evento salvifico; 
2) una richiesta d’intercessione o glorificazione di Dio. 

Si noti, ad esempio, l’apolytìkion per la festa della Teofania (6 gennaio) in cui sono applicati questi due punti che per comodità evidenziamo colorati: 
«Al tuo battesimo nel Giordano, Signore, si è manifestata l’adorazione della Trinità; la voce del Padre ti rendeva, infatti, testimonianza chiamandoti “Figlio diletto” e lo Spirito in forma di colomba confermava la sicura verità di questa parola. O Cristo Dio che ti sei manifestato e hai illuminato il mondo, gloria a te». (Testo tradotto dall’Orologion greco). 

Per quanto riguarda le feste dei santi, lo schema è simile con qualche variazione. 

1) una parte iniziale nella quale si presenta il santo o qualche suo elemento biografico che ne indica luogo o provenienza (e che può pure mancare); 
2) una parte mediana nella quale si presentano le sue virtù o le sue caratteristiche principali; 
3) una parte terminale nella quale si chiede la sua intercessione presso Dio a favore di chi lo prega o lo si glorifica. 

Ad esempio, notiamo qualcosa del genere nell’apolytìkion dedicato a san Nicola di Mira. 
«Regola di fede, immagine di mitezza, maestro di continenza così ti ha mostrato al tuo gregge la verità dei fatti. Per questo, con l’umiltà, hai acquisito ciò che è elevato, con la povertà, la ricchezza, padre gerarca Nicola. Intercedi presso il Cristo Dio, per la salvezza delle anime nostre». (Testo tradotto da saint.gr, il sinassario greco) 
In questa composizione delle tre possibili parti ne abbiamo solo due: la mediana e la finale. Questo perché tale apolytìkion è un testo generico applicato a tutti i santi vescovi (gerarchi) e nello specifico adattato a san Nicola. È dunque privo di elementi biografici particolari. La parte in verde esalta le virtù del santo, la parte in blu ne chiede l’intercessione con l’espresso fine della salvezza in Dio di chi lo supplica. 

Gli apolytìkia di nuova composizione dedicati a nuovi santi, hanno lo stesso schema. Vediamo, ad esempio, quello al beato Paisios del Monte Athos recentemente canonizzato.
«Fedeli, onoriamo il fanciullo di Farassa e ornamento dell’Athos, l'imitatore degli antichi santi, uguale a loro in onore; onoriamo Paisios, questo vaso di grazia, che s’affretta ad esaudire coloro che esclamano: Gloria a Colui che t’ha dato la forza, gloria a Colui che t’ha coronato, gloria a Colui che attraverso te opera guarigioni per tutti» (Testo tradotto da saint.gr, il sinassario greco). 
Notiamo in rosso la prima parte biografica che c'informa sulla provenienza di Paisios e sulla sua ultima residenza (Farassa in Cappadocia, il Monte Athos); in verde notiamo le virtù sue specifiche, mentre in blu si vede la glorificazione a Dio per il dono della sua presenza tra gli uomini. 

Un ulteriore esempio che ricalca questo stile lo troviamo nell’apolytìkion di san Giovanni Theristis, un santo calabro italo-greco: 

 «Hai lasciato la luminosa isola dei siciliani, la ricca provincia del padre, e su esortazione della fede materna hai trovato la santa Calabria, Giovanni padre nostro, perciò supplica per noi il Signore». (Testo tradotto da saint.gr, il sinassario greco).
Qui la parte mediana è assente ma si nota una sintesi biografica (la prima parte contraddistinta in rosso) che qualifica il particolare apolytìkion per il santo e non un apolytìkion generico applicato ad un gruppo di santi e adattato ad uno tra loro. Si nota pure l’ultima parte: la richiesta di supplica (contraddistinta in blu) che quindi non manca mai in questo tipo di testi. 


TESTI AMBIGUI O INIZIALMENTE FUORVIANTI 

Girovagando in Internet, purtroppo, non è difficile trovare anche testi liturgici che si discostano dalle indicazioni della tradizione, spesso composizioni personali che non hanno alcun permesso ecclesiastico e che non rispettano questo schema classico con il rischio di scadere nello spirito del secolo che è, come abbiamo visto sopra, molto antropocentrico e autogiustificativo. 

Mi pare d'aver individuato un testo di tal genere in un “apolytikion” dedicato a san Giovanni Theristis del quale non si specifica assolutamente la paternità né la fonte: 
«In te,Venerabile Padre Giovanni Theristìs, si è realizzata in pienezza l'immagine della Santa Triade. Le energie dello Spirito ti hanno spinto alla continua ed incessante preghiera. Hai quindi resistito agli inganni dell'avversario e hai sconfitto il Separatore. La tua vita si è sempre orientata a Cristo Dio a cui tu presenti ancora oggi questo tuo popolo in preghiera». Testo tratto da Qui.
Innanzitutto non si capisce perché chi diffonde questo testo non si sia riferito a quello greco già esistente e che rispetta sicuramente i canoni della pietà tradizionale. 
Secondariamente, qui si notano diversi elementi eterogenei che collidono con lo stile tradizionale, per quanto apparentemente ad occhi inesperti, il testo non paia strano. 

1) Questo “apolytikion” usa un linguaggio discorsivo, la prosa, in una composizione che di sua natura dovrebbe essere poetica. Anche in una traduzione dal greco (vedasi gli esempi in alto) non è, viceversa difficile accorgersi che non si tratta di prosa ma di forma poetica. 

2) Si fa riferimento alla generica dottrina della deificazione, cosa che vale per tutti i santi ortodossi e che, quindi, non è per nulla indicativa della “specificità” di questo santo rispetto ad altri santi. Dunque si dedica un “apolytikion specifico” ad un santo privo di ... specificità!

3) La parte terminale è piuttosto strana perché indeterminata, come se fosse un'azione compiuta a metà: ritrae il santo in atto di presentare genericamente il popolo orante a Dio ma non ne specifica il perché come fanno tutti gli apolytìkia fino ad ora considerati. 

In questo testo non è possibile determinare i tre punti che hanno classificato tutti gli altri testi considerati. Infatti: 

a) Non si può determinare il luogo o la provenienza del santo, per quanto questo testo sembra essergli particolarmente dedicato; 
b) Non si possono determinare le specifiche virtù di questo santo sostituite da una descrizione generica che riguarda tutti i santi ortodossi. Se tale testo è dedicato solo a san Giovanni perché ci si è “accontentati” di descrizioni generiche? 
c) Non esiste una finale né di glorificazione né di richiesta d’intercessione ma il popolo è semplicemente presentato a Dio (perché? Per qual fine? Per essere benedetto? Per ricevere grazie? per essere giustificato? Non lo sappiamo!). 

Queste osservazioni indicano che il compositore potrebbe essere una mano inesperta con qualche infarinatura di principi teologici bizantini ma a cui pare sfuggire lo stile proprio dell’innologia bizantina. 
È logico che con questi presupposti si può finire per cincischiare con i testi liturgici dimostrando di non aver imparato gran che. Ci si allontana sensibilmente, dunque, da una composizione tradizionale. 

Se gli autori fossero persone lontane dal mondo ecclesiastico in fondo non mi preoccuperei. Il problema è che questi testi provengono assai probabilmente da ambienti nei quali ci si attenderebbe una maggiore attenzione e formazione ecclesiastica.

Mi si dirà che qui, tutto sommato, non ci sono grossi problemi perché, a modo loro, queste composizioni originali hanno una loro pietà. Rispondo dicendo che, dall'esame fatto, si dimostra che questo comportamento socchiude una porta: è come la dimostrazione che si può iniziare a "manipolare" la liturgia componendo testi senza regole precise o con riferimenti sempre più sfumati. E che qui non si rispettino le regole degli apolytìkia è stato ben dimostrato.
Questo fa ricordare un poco quanto successe nel mondo cattolico con le prime riforme alla liturgia romana (che non sembravano cosa contraria alla tradizione, in fondo). Eppure fu da questo spiraglio che si rese pian piano possibile il disprezzo di gran parte del clero verso le forme tradizionali, forme che cercano di custodire lo spirito di pietà che la Chiesa voleva tramandare nei secoli. 

La tensione verso il basso, dunque, non è la sola prerogativa del mondo cattolico per quanto la caduta, in tal senso, trovi alcuni tra questi ultimi in posizioni decisamente molto più avanzate.

Aggiunta all'ultimo momento

Ho ricevuto conferma che la composizione da me criticata non è ecclesiastica. Oggi mi è stato detto che era  proposta come testo devozionale ed è stata aggiunta una precisazione che fino a ieri (18/2/2015) era assente. Osservo quanto segue: non ha senso proporre "preghiere devozionali personali" nella prospettiva ortodossa, facendo quasi intendere che sono testi ufficiali (chiamando apolytìkio ciò che non è tale e affibiandogli pure un tono musicale ecclesiastico con il quale dovrebbe essere cantato)*. Ciò è comprensibile e va bene in un contesto protestante, non in un contesto ortodosso in cui è l'individuo che si adatta alla Chiesa non è la Chiesa ad essere adattata all'individuo. Si osservi, infatti, l'opera dell'iconografo: lascia perdere originalità che metterebbero a soqquadro lo stile iconografico tradizionale e si adatta ad esso, per quanto si noti il suo carattere nell'opera dipinta. Purtroppo, l'individualismo nella nostra cultura è pompato all'esasperazione e perfino gli ambienti ecclesiali ne sono influenzati. È triste che alcuni di tali ambienti non abbiano la forza necessaria per capire che così non va' ma non mi meraviglia più. O prima o poi verrano presi dalla corrente secolarizzante che tutto trascina. I fedeli possono salvarsi solo se avranno un forte ancoraggio nella tradizione e non saranno sottomessi all'autorità ecclesiastica solo perché è una autorità. Viviamo in tempi in cui le autorità religiose sono sempre meno autorevoli...


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*) Nel mondo ortodosso ci sono pure composizioni poetiche paraliturgiche. Pensiamo, ad esempio, agli inni di san Simeone il Nuovo teologo. Questi inni, però, non sono mai stati denominati "tropari", "apolytikia", "Odi", "Kondàkia", ecc., nomi che indicano composizioni prettamente liturgiche. Appartengono alle opere del santo e non sono spacciate per testi cultuali né gli si indica un tono musicale con il quale dovrebbero essere cantate.
Ecco la differenza tra l'opera personale e l'opera ecclesiale. Nel mondo protestante questa differenza non esiste: infatti, in una cena un fedele può improvvisare una preghiera personale che con quella degli altri fa parte della preghiera dell'assemblea. Qui non ci sono distinzioni come in ambiti in cui si osserva ancora la tradizione antica.
Per questo, far passare per composizione ecclesiastica ciò che non lo (e fino a ieri nel blog "ortodosso" da me indicato si parlava di "Apolytìkio del santo"!!) indica una confusione di fondo ed è l'indice di una chiara lontananza dalla distinzione della tradizione.