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giovedì 15 maggio 2014

L'obbedienza nella Chiesa e la coscienza ecclesiastica. Dov'è la Chiesa cattolica.

Icona russa di san Massimo il Confessore
Apro questo post perché a molte persone non è chiaro cosa significhi l'obbedienza nella Chiesa (confondendola con una sorta di obbedienza militare) e non è neppure chiaro cosa sia la coscienza ecclesiastica (poiché possono confonderla con la coscienza individuale che si è imposta dalla Riforma luterana in poi). Quando questi due punti sono chiari, allora si sa dov'è la Chiesa cattolica. Il testo proposto è la traduzione di un capitolo tratto dal libro di Jean-Claude Larchet, Maxime le Confesseur médiateur entre l'Orient et l'Occident.


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Il ritorno a Costantinopoli e il primo processo.

Sembra che [san] Massimo, approfittando d’una campagna dell’imperatore Costante in Armenia, sia ritornato a Costantinopoli nel 651 o 652 per tentare di convincere personalmente un certo numero di personalità della capitale, tra cui il patriarca Paolo, ad abbandonare l’eresia [del monotelitismo] (1). Sarebbe stato alloggiato nel palazzo di Placidia, residenza degli apocrisari romani (2), e avrebbe beneficiato del sostegno di parecchi amici rimasti nella capitale. Tuttavia l’imperatore, tornato a Costantinopoli, si sarebbe inquietato per l’attività di Massimo e, dopo aver fatto riunire un sinodo che l’avrebbe condannato per nestorianesimo, l’avrebbe fatto chiudere in un monastero femminile (3).
L’imperatore decise di vincere definitivamente ogni resistenza al Typos [documento imperiale che ribadiva il monotelitismo, ossia riteneva esistere, in Cristo, un'unica volontà]
Fece arrestare papa Martino a Roma il 17 giugno 653 dal suo esarca di Ravenna. Probabilmente allo stesso momento fece arrestare Massimo. Quest’ultimo fu messo in prigione prima d’essere giudicato nel palazzo imperiale, nel 655 (4), davanti al senato e ai patriarchi Pietro di Costantinopoli (5) e Macedonio d’Antiochia.

La Relatio motionis, che riporta questo primo processo di Massimo, offre parecchie interessanti considerazioni sull’ecclesiologia del Confessore. A coloro che lo interrogarono (il patrizio Troilo e Sergio Eucratas), Massimo rispose:

“- Io non ho un particolare dogma, ma quant’è comune alla Chiesa cattolica
- Non sei in comunione con la sede di Costantinopoli? 
- Non sono in comunione con questa [sede]! 
- Per quale ragione non sei in comunione con questa [sede]? 
- Perché essi hanno rifiutato i quattro santi concili per i Nove capitoli che sono stati redatti ad Alessandria, per l’Ectesi redatta in questa città da Sergio e per il Typos che in seguito è stato promulgato nella sesta indizione [647]. Perché i dogmi che erano stati definiti nei Capitoli, li condannarono nell’Ectesi e quanto avevano definito nell’ Ectesi, lo hanno abolito nel Typos. Si sono giudicati da soli altrettante volte. Coloro, dunque, che sono stati condannati da loro stessi, dai Romani e dal concilio che ebbe luogo dopo l’ottava indizione [649], che genere di mistagogia possono celebrare e che genere di Spirito può assistere gli atti compiuti da tali uomini?” (6).

La prima affermazione va nel senso di quanto abbiamo visto precedentemente, sapendo che, per Massimo, la Chiesa cattolica è quella che confessa la fede ortodossa e che la sua unità è ottenuta dalla confessione dell’unica e vera fede.
Il seguito ci mostra che, per Massimo, la comunione si fonda sulla confessione della fede ortodossa. Quando una Chiesa cessa di confessare la fede ortodossa, la vera comunione (intesa assai concretamente, non solo come comunione della fede, ma come comunione eucaristica) non può più esistere in essa, poiché lo Spirito Santo cessa di agirvi, l’epiclesi eucaristica non trova risposta, i santi doni non sono consacrati e, in maniera generale, i sacramenti restano senza valore. Massimo considera anche che, all’occorrenza, è la Chiesa di Costantinopoli che, in quanto non confessa la fede ortodossa, si trova privata della comunione con Dio e separata dalla Chiesa cattolica in comunione con la quale sono coloro che confessano la vera fede.
Il fatto che il solo abbandono della fede ortodossa gli giustifichi la rottura della comunione, si trova riaffermato in un’ulteriore frase dell’interrogatorio:

“- Tu sei in comunione con la Chiesa di qui o non sei in comunione con lei? 

- Io non sono in comunione con lei, rispose Massimo. 
- Perché? 
- Perché essa ha rifiutato i concili. 
- Se essa ha rifiutato i concili, com’è che sono citati nei dittici? 
Quale utilità sono i nomi se si rigettano i dogmi?” (7).

Il seguito ci fa apparire che l’attaccamento di Massimo alla Chiesa di Roma proviene essenzialmente dal fatto che essa allora confessa la fede ortodossa:

“Nel silenzio generale il sacellario gli disse: 
- Perché tu ami i Romani e odi i Greci?’ 
Il servitore di Dio rispose: 
- Abbiamo ricevuto il precetto di non odiare nessuno. Io amo i Romani in quanto abbiamo la stessa fede, e i Greci in quanto parliamo la stessa lingua ” (8).

Se Massimo riconosce, come abbiamo visto, alcune prerogative alla Chiesa di Roma, non le riconosce, contrariamente a quanto affermano alcuni commentatori (9), il privilegio di non potersi smarrire. Nella questione del monoenergismo e del monotelismo, la Chiesa di Roma ha, fino a quel punto, confessato la vera fede (10); ma non è impossibile che essa se ne sottragga; allora, anche lei si troverebbe priva di comunione ed esclusa dalla Chiesa cattolica.
Così, coloro che interrogarono Massimo gli domandarono: “Che farai se i Romani faranno l’unione con i Bizantini? Effettivamente, ecco che ieri sono giunti gli apocrisari da Roma (11) e domani, domenica, comunicheranno con il patriarca (12)”. La risposta di san Massimo è senz’ambiguità:

Lo Spirito Santo, per la bocca dell’Apostolo, anatematizza pure gli angeli che prescrivono qualche cosa contraria al kerigma (Gal 1,8)” (13).

In questo passo non si vede per nulla quello che afferma un commentatore e che, cioè, “per Massimo la confessione petrina di Roma è la più alta garanzia ecclesiale della fede”, “il criterio ultimo della regola di fede ecclesiale”, o che “la confessione di fede di Roma è la più alta assistenza ecclesiale per l’atto di fede teologale” di ciascun credente (14). Al contrario, Massimo prospetta assai bene che pure la Chiesa di Roma possa, a seguito delle Chiese di Costantinopoli, Alessandria, Antiochia e Gerusalemme, confessare un’altra fede da quella della Chiesa cattolica e incorrere nell’anatema dello Spirito Santo (poiché, allora, non ci sarebbe più alcuna autorità ecclesiastica sulla terra a definirlo) (15).
Davanti a quest’eventualità, presentata da chi lo interrogava, come una quasi certezza, che pure la Chiesa di Roma cessi a sua volta di confessare la fede ortodossa (16), e che, conseguentemente, nessuna delle cinque Chiese della pentarchia la confessi, Massimo rinvia alla coscienza personale del credente, come criterio ultimo della fede.
All’obiezione avanzata dai suoi accusatori – “Tu solo sei salvato e tutti gli altri si perdono?” – Massimo risponde:

“Nessuno è stato condannato dai tre giovani che non avevano adorato l’idolo da tutti gli altri adorato. Effettivamente, essi non si preoccupavano di quello che facevano gli altri, ma si preoccupavano della vera pietà (Dn 3, 18). Ugualmente Daniele, gettato nella fossa dei leoni, non condannò alcuno di coloro che non adoravano Dio e si conformavano all’ordine di Dario, ma si preoccupò di quanto lo riguardava e preferì morire piuttosto che offendere Dio e subire i tormenti della propria coscienza per aver trasgredito delle leggi naturali (Dn 6, 16). Quanto a me, che Dio mi doni di non condannare alcuno e di non dire d’essere il solo a essere salvato! Pertanto, scelgo di morire piuttosto di gettare lo scompiglio nella mia coscienza per aver, in qualche modo, fatto deviare qualunque cosa sia della fede nell’unico Dio” (17).

Un po’ oltre, Massimo precisa:

Non esiste nulla di più violento che il biasimo della coscienza, niente di più franco che seguire la sua opinione” (18).

È qui esaminato l’estremo caso in cui la Chiesa cattolica non avrebbe altra esistenza terrena che nella coscienza dei credenti rimasti fedeli alla fede ortodossa. Bisogna comunque notare che tale coscienza non è la coscienza individuale, che decreta in modo totalmente indipendente in materia di fede, ma una coscienza associata alla Tradizione della Chiesa e ispirata dallo Spirito Santo (19).

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Note

1) Vedi S. Brock, “An Early Syriac Life of Maximus the Confessor”, pp. 319, 329.
2) Ibid.
3) Vedi ibid., p. 330, 339.
4) Vedi B. Neil, “The Lives of Pope Martin I and Maximus the Confessor: Some Reconsiderations of Dating the Provenance”, Byzantion, 68, 1998, p. 94; P. Allen e B. Neil, Scripta saeculi VII Vitam Maximi Confessoris illustrantia una cum latina interpretatione Anastasii Bibliothecarii iuxta posita ediderunt P. Allen et B. Neil, CCSG 39, Turnhout e Lovanio, 1999, p. XV; Maximus the Confessor and his Companions – Documents from Exile, Oxford, 2003, p. 35.
5) Il Patriarca Paolo morì nel dicembre 653, durante il processo di Martino. Pirro, che gli succedette, morì il 3 giugno 654.
6) Rel. mot., VI, PG 90, 120CD.
7) Ibid., XIII, PG 90, 128B.
8) Ibid., 128C.
9) Come J.-M. Garrigues, “Le Sens de la primauté romaine chez saint Maxime le Confesseur”, pp. 12, 18-19; “Le Martyre de saint Maxime le Confesseur”, p. 420 n. 20.
10) Il caso d’Onorio è discutibile, ma non per Massimo che, l’abbiamo visto, considera ortodossa la sua posizione.
11) Questi apocrisari stavano probabilmente per sostituire quelli espulsi nel 647 o 648 a causa del loro rifiuto del Typos (vedi P. Allen e B. Neil, Scripta saeculi VII Vitam Maximi Confessoris illustrantia una cum latina interpretatione Anastasii Bibliothecarii iuxta posita ediderunt P. Allen et B. Neil, CCSG 39, Turnhout e Lovanio, 1999, p. XIX).
12) L’imminente comunione degli apocrisari con il patriarca di Costantinopoli è l’espressione d’una comunione di fede. Significa l’accordo dogmatico del papa con il patriarca di Costantinopoli Pietro, eletto nuovamente, egli stesso aderente al Typos. Non è una pura ipotesi, come afferma J.-M. Garrigues, poiché tale comunione ebbe effettivamente luogo. Nel seguito di questo passo, Massimo considera che il papa stesso non era coinvolto dai suoi rappresentanti anche se portavano una lettera scritta da lui per il patriarca e menzionavano esplicitamente il suo accordo dogmatico. Tale argomento puramente formale, poco abituale in Massimo, mostra che qui fu colto di sorpresa.
13) Rel. mot., VII, 121BC.
14) J.-M. Garrigues, “Le Sens de la primauté romaine chez saint Maxime le Confesseur”, p. 12; cfr. p. 19.
15) A differenza di J.-M. Garrigues (vedi la nota seguente), V. Croce osa chiedere se l’ultima risposta di Massimo “esprime [la sua] convinzione ragionata che pure la Chiesa di Roma può decadere dalla verità evangelica e, conseguentemente, essere condannata dallo Spirito Santo”. Ma, a questa domanda ben posta, riporta una risposta molto imbarazzata (Tradizione e ricerca. Il metodo teologico di san Massimo il Confessore, pp. 127-128). Pertanto, tale questione fu sentenziata dalla Chiesa stessa che, qualche decennio più tardi, durante il VI concilio ecumenico (Costantinopoli III), condannò papa Onorio per eresia. Il papa di Roma, che partecipò a tale condanna, e i papi ulteriori, che l’hanno reiterata (vedi supra, note 19-21, p. 142), ammisero essi stessi che un papa poteva cadere nell’eresia (vedi K. Schatz, La Primauté du pape. Son histoire des origines à nos jours, p. 90). Questo punto di vista era, ben inteso, condiviso dagli Orientali che parteciparono a tale condanna e che, prima di questa, avevano scomunicato papa Vigilio (537-555) al concilio di Costantinopoli II (553).
16) Non è una “falsa ipotesi” come pensa J.-M. Garrigues, mostrandosi rispettoso del dogma dell’infallibilità pontificia (“Le Sens de la primauté romaine chez saint Maxime le Confesseur”, p. 18). In effetti, il sucessore di papa Eugenio, Vitaliano, finì per cadere accordandosi con l’eretico patriarca di Costantinopoli Pietro (vedi infra).
17) Rel. mot., VI, PG 90, 121A.
18) Ibid., XI, PG 90, 124D.
19) Come scrive G. Benevitch: “Parlando della propria coscienza, Massimo non vuole dire che la nostra fede è una questione propria. Non sostiene il relativismo né il pluralismo, come se non ci fosse alcuna verità obiettiva e come se ogni persona avesse una sua propria verità. Massimo stesso cerca, più fermamente che può, d’essere fedele alla tradizione ortodossa. Senza questa fedeltà e Tradizione dei Padri e dei concili, non sarebbe possibile compredere il concetto di coscienza in Massimo. Egli proclamò che la sua fede non era solo propria ma quella della Chiesa e dei santi Padri. Accusò la Chiesa bizantina di tale epoca di tradire tale fede e di rompere con la Tradizione. Al momento della sua confessione, lui stesso rappresentava la continuità della Tradizione della Chiesa, il suo passato, il suo presente e il suo avvenire” (“Una sancta. San Massimo e il movimento ecumenico moderno”, San Pietroburgo 1997 [conferenza dattilografata]). Per giustificare che, secondo Massimo, la Chiesa può ridursi alla coscienza di qualche fedele, l’autore si riferisce a questo versetto di san Paolo: “Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?” (1 Cor 3, 16). Egli accosta l’elevata idea che Massimo si fa della coscienza con tale passo delle Costituzioni apostoliche (VII, 33, 3): “[Sei benedetto], tu che mostri a ciascun uomo, con la conoscenza innata e il discernimento naturale come con l’incoraggiamento della Legge, [...] che resta solo la coscienza d’una fede integra che sale con verità attraverso i cieli e riceve l’assicurazione della felicità futura”. Riprenderemo tale punto nel terzo capitoletto della seconda parte di questo studio.

domenica 16 marzo 2014

La gravità nella Liturgia

Inno all'Offertorio per la Liturgia bizantina dei Doni Presantificati nella Grande Quaresima

Che strano titolo, diranno alcuni nostri lettori! 

In realtà quale vera liturgia cristiana è tale se è priva di una solenne gravità? La gravità non significa musoneria, tristezza da disperati ma un atteggiamento interiore ed esteriore tale per cui si considera seriamente che quanto si sta facendo, con la preghiera, è cosa assai importante. La gravità significa compostezza del corpo e presenza dello spirito in quanto si sta facendo. Pensando ad essa la mente vola alle ieratiche immagini dei santi, dipinte nelle chiese bizantine e in quelle del periodo romanico come pure ai portali delle chiese gotiche. 

Il corpo viene disciplinato perché l'energia si porti tutta nel cuore dell'uomo e non si disperda altrove. La gravità chiede disciplina, una lotta contro i pensieri che portano la nostra attenzione ora qui ora lì, vagando senza sosta e quindi disperdendoci dal fine che la liturgia ci chiede. 

Che meraviglia entrare in una chiesa in cui la preghiera è tutta tesa verso l'Assoluto, l'aria diventa immobile e tutto si trasfigura! Le persone stesse in essa si elevano, intuiscono che dietro alla gravità ecclesiastica c'è una presenza indicibile che giunge fino a noi e ci raggiunge tutti. Entrare in una chiesa (meglio in un monastero) bizantino ci fa toccare con mano il senso di questa gravità e, nello stesso tempo, di questa Presenza! I canti, poi, sono realmente l'espressione di questa gravità. Il momento è serio, non è uno scherzo: "Ora le Potenze dei Cieli con noi invisibilmente danno culto", si canta nelle liturgie quaresimali bizantine. 





Ma cosa dobbiamo constatare attorno a noi? Nelle nostre chiese occidentali non conosciamo né gravità né disciplina, ritenute oramai dei gravami. È lasciato libero corso allo spontaneismo perché altrimenti, si dice, ci si spazientisce. Tale spontaneismo se in Italia non giunge alle logiche conseguenze di altri paesi, che hanno fatto della Messa una perenne kermesse, quanto meno vi tende. 

I singoli non sanno disciplinare i propri pensieri, si pensa di trattenere la distrazione solo trasformando la liturgia in spettacolo, trasformando il luogo sacro in palcoscenico. Ma in questo modo invece di contrastare i pensieri errabondi li si alimenta alla grande e questi correranno ben lungi dal mistero liturgico... È ancora possibile vivere questo momento come luogo della trasfigurazione? Certamente no! 

Quanto lontane sono le parole dalla realtà quando, per accarezzare l'ala tradizionale del cattolicesimo, il papa argentino dice: “La liturgia è tempo di Dio e spazio di Dio, e noi dobbiamo metterci lì nel tempo di Dio, nello spazio di Dio e non guardare l’orologio. La liturgia è proprio entrare nel mistero di Dio, lasciarsi portare al mistero ed essere nel mistero. È la nube di Dio che ci avvolge tutti”(1).


Che senso ha affermare questa sacrosanta verità, che il papa ha senz'altro sentito in qualche milieu bizantino, invocando un ritorno al senso del sacro quando tutto il contesto – e spesso gli stessi nuovi testi liturgici – sono talmente impregnati di mentalità mondana da essersi seriamente allontanati dalla gravità che ha sempre caratterizzato la liturgia cristiana tradizionale sia in Oriente che in Occidente? Ci troviamo in una situazione infinitamente peggiore di quella osservata da Pio X, agli inizi del XX sec., quando doveva combattere contro la teatralità nelle chiese, in cui estemporanei "divi" dell'Opera si esibivano con trilli e gorgheggi barocchi o con sdolcinatissime lagne romantiche ...

Oggi, non ci troviamo piuttosto davanti a chi, con una mano sembra dare ma con l'altra sicuramente toglie volendo lui stesso una liturgia-intrattenimento, come si è molte volte constatato nella pratica del papa in Argentina quand'era arcivescovo? 

No, non mi intratterrò sul papa attuale né è mia intenzione fargli una critica personale per cose che d'altronde sono più che evidenti a chi è mosso da buona volontà e vede la realtà per ciò che oggettivamente si manifesta.

Qui si tratta, piuttosto, di evidenziare un clima generale per cui a parole si elogia, ad esempio, la Chiesa ortodossa che, nelle sue forme liturgiche, ha conservato lo slancio verso Dio e poi nella pratica molte realtà cattoliche sono ad un livello anche più “basso” di certe comunità protestanti e da lì, si badi bene, non si vogliono di certo staccare!

In realtà si tratta di schizofrenia pura, talmente grave che queste persone oramai non se ne accorgono più. Per giunta se si dice loro che sono malate si offendono pure!  Con persone così non si può fare né chiedere più nulla. Le si deve lasciare nel loro universo contraddittorio...

L'unico modo per dare respiro ai cristiani sarebbe reintrodurre testi veramente liturgici nella messa – non riflessioni psicologizzanti a carattere teologico –, reintrodurre la gravità e quell'atteggiamento ascetico con il quale combattiamo contro ogni atteggiamento mondano in noi. 

Dio non si rivela che ai puri di cuore ma la purezza chiede pentimento, lotta e sacrificio, cose totalmente distanti dalla massa e da gran parte del Cristianesimo odierno che ama piuttosto fare “casino”, come esortava lo stesso papa argentino ai ragazzi in un raduno giovanile (2) ... 

La verità cristiana è senz'altro da un'altra parte perché non è mai un'affermazione vuota di contenuto, senza alcun riscontro nella pratica!


Un esempio di canto ecclesiastico ai primi del '900 eseguito dall'ultimo cantore castrato in Vaticano. Si tratta di uno svenevolissimo "Oremus pro Pontifice nostro". Ce n'erano di sicuramente peggio...
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Note

1) Vedi http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1350716 
2) Vedi http://www.zenit.org/it/articles/il-fate-casino-del-papa-ha-portato-centinaia-di-migliaia-di-giovani-a-lujan

domenica 5 gennaio 2014

La Tradizione: qualcosa d'essenziale!

Iconografia del Cristo-Dio giudice. 
Perdere la prospettiva soprannaturale, nel Cristianesimo, significa averlo completamente travisato.
Disprezzare la tradizione porta esattamente a questo!

Il messaggio che mi ha spedito la signora Trifletti (vedi post precedente) è indice d'una tendenza ampiamente vigente tra i cristiani odierni: la tradizione è cosa da vecchi, qualcosa che - come pare sostenere lo stesso papa Bergoglio - bloccherebbe il soffio dello Spirito santo. In questo tipo di pensiero, Dio non può che esprimersi in una sorta di spontaneismo umano, libero dai gravami della "legge" e da doveri che fino a ieri "obbligavano" i credenti.

Il fatto che questo pensiero paia essere sostenuto dallo stesso papa (o che costui permetta di farsi intendere così, mietendo gli osanna del mondo attuale) apre un vulnus d'incredibile profondità e rende ancor più difficile mostrare che la realtà cristiana si trova, invece, da tutta un'altra parte.

Andiamo, come al solito, al fondo delle cose, pur nei limiti stabiliti da questo blog.

Tradizione deriva dal verbo “tradere” ossia trasmettere. È quel termine che in greco si esprime con Παράδοσις (Paràdosis). Trasmettere cosa? Ora vediamo!

L'esperienza che i discepoli hanno avuto di Cristo (fatti e parole) non è stata immediatamente redatta in forma scritta. Per un breve periodo si è tramandata da bocca ad orecchio: ecco il primo nucleo della Tradizione dalla quale, in seguito, sono iniziate le prime redazioni evangeliche.

La "mamma" dei Vangeli, dunque, è stata la stessa Tradizione. Ma la Tradizione (e le diverse accentuazioni della stessa) non poteva stare tutta nei Vangeli, tant'è vero che questi ultimi non di rado sono stringati, limitandosi ai fatti essenziali e agli eventi fondamentali della vita di Cristo. La “mamma” dei Vangeli ha dunque continuato la sua opera a fianco degli stessi giungendo fino a noi.

I Vangeli esprimono la rivelazione neotestamentaria che si chiude con la morte dell'ultimo apostolo (come si dice a volte). Ma se la rivelazione si è espressa una volta per sempre, la tradizione ha continuato sempre ad operare nella storia ed è quella che raccorda il vangelo con ogni epoca.

La Tradizione si è trasmessa nelle prime generazioni anche come una sorta di orientamento di spirito con il quale poter leggere le stesse sacre Scritture e interpretare - soprattutto - l'antico Testamento alla luce di Cristo. 

Se si scorrono le epistole paoline si nota che san Paolo legge l'antico Testamento alla luce del Nuovo (soprattutto nella lettera agli Ebrei), contrariamente a quanto avviene oggi in cui l'antico viene letto solo alla luce di se stesso (e questo è ovviamente antitradizionale per quanto corrisponda a regole filologiche intratestuali).

Ma c'è di più: quest'attività non è mai stata una semplice speculazione intellettuale tant'è vero che l'ordine dato da Cristo di "andare ed evangelizzare" non si limitava alla semplice comunicazione di un messaggio (come si crede e si pratica oggi). 

Significava mostrare qualcosa che sta effettivamente operando (vite trasfigurate, malati guariti, eventi inspiegabili). Gli apostoli, predicando, operano miracoli. È questo il “Regno di Dio” 
di evangelica memoria, quel Regno che opera tra gli uomini: "E li mandò ad annunciare il Regno di Dio e a guarire gli infermi" (Lc 9, 2). Esso come dice san Paolo "Non consiste in parole ma in potenza" (1 Cor 4, 20).

La Tradizione, dunque, non è un semplice messaggio (come oggi pensiamo, umiliandola addirittura a norma opprimente, contraria all'espansione della vita) ma si esprime nel trasmettere un evento (che il vangelo definisce Regno di Dio), evento irradiato da chi ne è stato toccato per primo.
L'apostolo (ossia etimologicamente l' "inviato") è colui che espande questo Regno di Dio.

In un commento al post precedente è stato ricordato  Serafino di Sarov, un asceta russo santo per il mondo ortodosso (ma potrei fare anche qualche altro esempio). Se si legge il suo dialogo con Motovilov si nota, pressapoco, qualcosa del genere: il santo esprime un messaggio ma lo accompagna con eventi inconsueti che aprono gli occhi dell'animo al suo ascoltatore. Ecco perché i santi (parlo di questo genere di santi che reputo significativi) sono, in un certo senso, coloro che proseguono realmente l'attività degli apostoli ossia l'espansione del Regno di Dio. È necessario che il santo offra la percezione di qualcosa di sommesso ma trascendente che tocca la sua persona, non che sia una semplice persona buona o filantropica altrimenti non si può distinguere in nulla da qualsiasi altro buon uomo e la Chiesa da lui rappresentata non si differenzia in nulla da un'associazione umanitaria! È così che corrisponde alla caratteristica evangelica di colui che "espande il Regno di Dio".
Si notino i due aggettivi essenziali:
a) "Sommesso" perché sfugge agli occhi dei vanitosi che cercano cose eclatanti per provare solo emozioni religiose! 
b) "Trascendente" perché ai retti di cuore da la netta percezione di qualcosa di totalmente "altro" rispetto alla normalità.
Lo stesso Cristo si è rivelato nel suo aspetto trascendente solo a pochi mentre la maggioranza è pure giunta a crocefiggerlo...

I vescovi sono certamente essenziali ma senza la presenza di questo genere di santi sono, in qualche modo, “dimezzati”, il loro ministero è come un albero senza frutti! Se non si considerano i santi (o li si rinchiude nella vetrinetta del salotto buono) si scade velocemente nel cosiddetto clericalismo ossia in quell'atteggiamento per cui i chierici si sentono al centro e al di sopra di tutto per le cose materiali che fanno (sacramenti, amministrazione ecclesiastica,  insegnamento intellettual-morale)! 
Il clericalismo scade, a sua volta, in una sorta di potere assolutistico sulla Chiesa, provocando a lungo termine un'infinità di mali. Sono anche i mali di cui si lamenta il tradizionalismo cattolico. Questo clericalismo si rivela laddove la gente dice: "Il prete ha sempre ragione!" o "la Chiesa è affare dei preti", prescindendo da ogni altra cosa (1).

Non è un caso che in Occidente l'attività carismatica del santo non sia mai stata vista come un'espressione essenziale della Tradizione e questo avviene soprattutto oggi! È come considerare a parte i frutti di un albero concentrandosi solo su foglie e fiori; come se la teologia e l'amministrazione della Chiesa fossero cose totalmente diverse o poste su un piano isolato dalla vita trasfigurata in Cristo (2). Di qui anche la totale marginalizzazione della vita monastica, residuo di un passato e di una "cosa troppo vecchia", come direbbe la Trifletti. Questo è un vero e proprio problema occidentale che, ultimamente, ne sta generando mille altri (3). 

Invece, la presenza carismatica del santo è essenziale perché la Tradizione stessa ha bisogno d'esprimersi con parole ed eventi. Lo stesso insegnamento del vescovo (che è un riferimento principale nella diocesi) ha bisogno di essere illuminato da tutto ciò!
Si osservi un'altra cosa.

La Tradizione, nell'antico Testamento, è rappresentata dalla Legge e dai Profeti. Il Pentateuco (Legge) e i Profeti sono gruppi di libri che formano una sola Bibbia. Per questo non si può opporre gli uni agli altri tant'è che i cristiani ravvisano sia nella Legge che nei Profeti il Cristo che doveva venire. Non nella Legge soltanto, non nei Profeti soltanto, ma in entrambi!

La Tradizione, conformemente alla struttura della Bibbia, ha pure un aspetto legale (che nelle norme cerca di trasmettere un determinato spirito ecclesiale) e un aspetto profetico (ossia orienta i credenti d'ogni tempo attraverso il medesimo spirito ecclesiale).
L'insegnamento nella Chiesa è appoggiato su questi due aspetti della Tradizione come su due pilastri.

Voi capite bene che sopprimere (o mettere  semplicemente in dubbio) anche una di queste due cose, significa rovinare tutto e rovesciare completamente l'insegnamento rendendolo inutile!

Perciò se consideriamo la Tradizione solo come un codice di leggi, probabilmente ci sfuggirà l'aspetto "profetico" che essa ha, la sua capacità di portare l'autentico spirito della Chiesa lungo i secoli, quello spirito che giudica e discerne quasi con gli "occhi di Dio" quanto avviene oggi.

Se consideriamo la Tradizione solo come qualcosa di profetico (o carismatico), disprezzando le leggi, non le possiamo in alcun modo dare concretezza.
E' come credersi perfetti cristiani senza praticare i comandamenti!

Sin dai primordi del Cristianesimo ci si è mossi con queste associazioni: legge + profeti; ordinamento umano + spirito carismatico...

Queste coppie non si possono mai scindere tant'è vero che sin dall'antichità i cristiani si formavano alla luce della Parola biblica ma attualizzata in una  predicazione non razionalista o individualista ma frutto della tradizione ecclesiastica. Quest'ultima non era altro che una “custodia” alla Parola biblica e cercava d'offrire, in ogni tempo, la sua retta interpretazione.

È grazie alla Tradizione che sono stati definiti i primi dogmi. I dogmi cristologici dei primi secoli cercavano di salvaguardare il mistero di Cristo in quanto Dio e uomo. In quanto Dio, anche perché nella Chiesa si deve salvaguardare l'aspetto profetico-carismatico (4). In quanto uomo, anche perché nella Chiesa si deve salvaguardare l'ordinamento umano, che si concretizza pure in un ordine legale (5).

Gli eretici facevano una semplice cosa: ponevano la loro comprensione personale (con argomentazioni razionalistiche) al di sopra della comprensione della Tradizione e della Chiesa. In loro si notano le prime avvisaglie dell'individualismo religioso che oggi dilaga imperiosamente. (Il "secondo me" nelle questioni religiose è oggi la norma ma è assolutamente infondato, dal punto di vista della Tradizione).

Nel post dedicato alle contestazioni della signora Trifletti (il post precedente) ricordavo che san Benedetto nella sua Regula invita il discepolo ad ascoltare. Nell'ascolto e nella pratica avviene la trasmissione della Tradizione ecclesiastico-evangelica. Qui non ci dev'essere spazio alcuno al dubbio.

Il dubbio sistematico in ogni cosa, pure in campo religioso, è un prodotto tipicamente moderno. È dubitando che si eleva la propria comprensione individualistica al di sopra della comprensione ecclesiale e della Tradizione ed è per lo stesso dubitare che la Tradizione viene di fatto abolita e declassata a “cosa vecchia”.

Il culto liturgico è qualcosa di molto importante e delicato. Mostra in modo immediato e pratico lo spirito della Chiesa. Se una chiesa ha conservato lo spirito della Tradizione nel senso che ho fino ad ora indicato, avrà inevitabilmente una liturgia in cui l'umano si apre ad un'atmosfera completamente differente da quella consueta, facendo intuire "cieli nuovi e terra nuova". È quello che si definisce come l' "incontro armonioso del divino con l'umano". Qui esiste il cosiddetto “senso del sacro”.

Se una chiesa ha di fatto abolito lo spirito della Tradizione avrà inevitabilmente una liturgia in cui agisce solo l'aspetto umano, razional(istico), sociale, filantropico, sentimentale. Non dico che questo tipo di cristiani non possano, in qualche modo, fare del bene alla società. Dico che non trasmettono per nulla la completezza della Rivelazione divina ed è questo il grosso problema che a loro sfugge. Il "Regno di Dio che arriva" non è questione di un ordine sociale più giusto (pur contemplandolo) ma di una trasfigurazione dell'umano nel divino! Questo da loro non è minimamente capito. Non sarà perché sono ermeticamente "chiusi" in una prospettiva unicamente umana?

Questa prospettiva solo umana in religione, per la Tradizione, è segno di squilibrio. D'altronde moltissimo Cristianesimo attuale è squilibrato perché ha perso l'ordine tradizionale. Da una parte, ci si concentra sull'aspetto umano, come la Trifletti, con un odio preconcetto e privo di basi verso la Tradizione. Qui si butta via e vino e otri vecchi. Dall'altra, si esasperano elementi marginali o storicamente contingenti come se fossero essenziali e indispensabili alla Tradizione stessa. Qui non si sa portare il vino vecchio in otri nuovi e si finisce per rovinare il vino stesso in una sorta d'immobilismo pericoloso. Ma qui, per giunta, emerge una radicale mancanza di discernimento.

Tutto questo si applica alla liturgia.
Ci sono cose che, nel campo liturgico, non si possono assolutamente toccare. Altre che possono essere soggette a ritocchi.
Ovunque – nella liturgia tradizionale occidentale e orientale – sono stati fatti piccoli ritocchi lungo i tempi. Ma un conto è questo (ossia portare il vino vecchio in otri nuovi) un conto sono gli atteggiamenti estremi di chi cambia radicalmente tutto o di chi non vorrebbe cambiare assolutamente nulla (archeologismo liturgico).

Il mondo della Trifletti si pone, evidentemente, in chi cambia tutto equivocando la Tradizione con l'archeologismo. In lei si nota quel cattolicesimo che non ha mai compreso bene cosa significasse la Tradizione, né il suo ruolo indispensabile nella storia del Cristianesimo (6). È un pensiero che, oggi, va per la maggiore finendo per secolarizzare totalmente il Cristianesimo in Occidente. In fondo  chi pensa così se ne compiace assai ma offre l'idea di non poter in alcun modo prescindere da se stesso e dalle sue ragioni unicamente contingenti e "umane".
In un mondo individualista, non si distingue da tutti gli altri. Ma una chiesa con queste caratteristiche individualistiche ha da tempo riempito con la sociologia e le belle intenzioni il vuoto lasciato dall'espulsione dello spirituale. Il tragico è che nessuno pare accorgersene e c'è pure qualcuno, come la Trifletti, che lo denomina "splendore"!

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1) Alcuni anni fa un superiore generale di un istituto tradizionalista cattolico francese giunse a dirmi: "La Chiesa sono solo il papa e i cardinali. Nessun altro!". Fu l'espressione più estrema e farouche di clericalismo che sentii in vita! Uno che ragiona in questi termini non ha capito nulla né di Chiesa né di Cristianesimo. Eppure è superiore dello stesso istituto ancor oggi! 

2) E' emblematico il detto del famoso vescovo Marcinkus, che lavorò a lungo nella curia vaticana: "Non si può governare la Chiesa con le Ave Maria" (The Observer, 25 maggio 1986). Sono convinto che quest'affermazione è il segno d'una mentalità ben radicata che ha diviso in compartimenti stagni la stessa vita cristiana e permette, dunque, in una sola persona, la spregiudicatezza nella pratica e la condanna della stessa nei sermoni. Così, da un lato, si condanna la guerra ma si può permettere la partecipazione azionaria nel commercio di armi.... 
D'altra parte la mistica cristiana, che dovrebbe essere il punto culminante a cui tende tutta una Chiesa, nella storia religiosa occidentale ha avuto vita molto difficile. A volte glissare su queste cose come fossero, totalmente opzionali e secondarie, è indice di uno squilibrio ecclesiale di cui spessisimo non si è affatto coscienti.

3) In fondo la stessa richiesta del sacerdozio ed episcopato femminile discende da questa logica! Se l'accento è posto sul ministero sacerdotale (come il vero ruolo fondamentale) e l'autentico centro (ossia la santità) sta nel "salotto buono" (quando vi stà), è normalissimo che delle donne chiedano l'accesso al sacerdozio. Se gli equilibri nella Chiesa non sono ristabiliti (il centro è solo la santità che influenza davvero la vita della Chiesa) ogni "no" non servirà che ad aumentare la stessa richiesta fino a che il papa non cederà. Considerare la Chiesa solo umanamente ha portato a questo e a molto altro. Siamo di fronte a quello che chiamo "arianesimo ecclesiologico".

4) Oggi non sovente negli ambienti cattolici si sente parlare di "aspetto carismatico" ma non gli si attribuisce affatto il significato antico. Mentre anticamente l'aspetto "carismatico" era osservare il presente con occhi, direi, "divini" (come un san Paolo che confessava: "non sono più io che vivo ma Cristo vive in me"); oggi lo si intende in due prevalenti maniere:
a) In modo fanatico: il carismatico è quello che attende sempre eventi eccezionali e miracolistici o addirittura li provoca artificialmente. È il "supermarket" delle emozioni religiose!
b) In modo rivoluzionario: il carismatico è colui che predica una giustizia sociale e giudica le strutture che nel mondo creano disuguaglianza e povertà. Un "profeta" carismatico è allora Helder Camara oppure Oscar Romero.

5) Ho notato in alcuni ambienti tradizionalisti (cattolici) un'assenza quasi totale di coscienza che la legge vuole preservare la "soprannaturalità" di un ambiente ecclesiale. Per aliam viam sembra di veder agire lo stesso spirito secolaristico che affligge gli ambienti progressisti del cristianesimo. Ci si limiterebbe, dunque, a difendere la legge ecclesiastica per un motivo di "validità" sacramentale ( = se si fa la messa in un certo modo è valida altrimenti no), come se la stessa "validità sacramentale" non avesse il fine di creare un ambiente che definisco "soprannaturale". Si pone talmene attenzione ai mezzi che i fini sono tutti sfocati (quando ci sono).

6) Sono ben cosciente che in nome della Tradizione (o delle tradizioni) a volte sono avvenuti degli abusi. Lutero era circondato da teologi che, in nome della tradizione, avevano fatto una teologia molto astratta sulla quale Erasmo da Rotterdam esprimeva le sue ironie. Ma l'errore di Lutero è stato quello di voler fare a meno del sistema tradizionale, pur di "ripulire" la Chiesa e abolire le astrattezze fine se stesse di certe scuole teologiche. E' l'errore di chi "spara sul mucchio" (come abbiamo visto con la signora Trifletti): butta via il bambino e l'acqua sporca. Invece, come abbiamo pure visto, è proprio al Cristianesimo esprimersi attraverso la Tradizione perché la Chiesa esprime la sua continuità nei secoli, non la rottura. La rottura, storicamente, è propria dei sistemi ereticali.


martedì 24 settembre 2013

La fede in Cristo e la Liturgia

Cristo Pantocrator:
la bellezza dell'arte religiosa non è fine se stessa è tesa a testimoniare la verità della fede

Si ripete continuamente che i nostri sono tempi di confusione religiosa. Anch'io lo credo, ma dalla confusione non se ne esce se non lo si vuole. Oggi più che mai molti dei cosiddetti “capi” della Cristianità non sono in grado di aiutare le persone, presi come sono da una mentalità sempre più secolarizzata. Dove rivolgersi? Verso la liturgia tradizionale la quale continua a dare la sua perenne testimonianza ed esortazione.

Uno dei legami più forti che ha la liturgia tradizionale è con la dottrina, una dottrina certa, definita, per nulla ambigua, in grado d'illuminare anche gli animi più confusi e di condannare senza possibilità di appello gli errori.

La liturgia, infatti, non è altro che la fede celebrata, il dogma divenuto poesia e canto da porgere al cuore dei fedeli. Chi la vive con attenzione non può non venirne illuminato, se è nell'oscurità dell'ignoranza, o abbeverato, se ha sete di verità.

La cosa fondamentale sulla quale insiste all'infinito la liturgia è l'assoluta centralità di Cristo nella storia della salvezza di tutto il genere umano. Ogni preghiera inizia e termina nel nome di Cristo riconosciuto quale unico mediatore tra il genere umano e Dio. Chi lo rifiuta, come un tempo gli ebrei che lo condannarono in croce, non trova nella liturgia tradizionale tentennamenti o parole dolci: viene esecrato. Un passo tratto dalla settimana santa bizantina c'illustra, con chiara forza, questo concetto:

“Al posto del bene che hai fatto, o Cristo, alla stirpe degli ebrei, essi ti hanno condannato alla croce, dandoti da bere aceto e fiele. Tu dunque, Signore, rendi loro secondo le loro opere, perché non hanno compreso la tua condiscendenza.
Non si contentarono del tradimento, o Cristo, i figli degli ebrei, ma scuotevano la testa schernendo e beffeggiando. Tu dunque, Signore, rendi loro secondo le loro opere, perché non hanno compreso la tua condiscendenza.
Né la terra che si scosse, né le rocce che si spezzarono convinsero gli ebrei, né il velo del tempio né la resurrezione dai morti. Tu dunque, Signore, rendi loro secondo le loro opere, perché non hanno compreso la tua condiscendenza” (Ufficio della santa Passione, Antifona 11).

Il testo non rimprovera un'etnìa in particolare, per quanto si rivolga agli ebrei del tempo di Cristo, ma chiunque non voglia credere in Cristo come unico mediatore tra cielo e terra e si volga ad altro. Ne è prova il fatto che è cantato in un'assemblea di cristiani perché essi intendano e non siano tentati di porsi sul piano di chi, rinnegando Cristo, si volge ad altre credenze.
La centralità e insostituibilità di Cristo, la sua unità in seno alla Trinità, sono condizioni indispensabili per la salvezza del singolo che, a giusta ragione, può così pregare:

“Unico Padre dell'Unico Figlio Unigenito, e Unica luce, riflesso dell'Unica luce, e tu che unicamente sei il santo Spirito dell'Unico Dio, essendo veramente Signore dal Signore; o Triade santa Monade salva me che proclamo la tua divinità!” (Doxastikon della nona ode del Mattutino del Giovedì prima della Domenica delle Palme).

Davanti alla fede in Cristo, ci sono state schiere di martiri che giunsero al disprezzo della propria vita, pur di mantenere intatto il credo della Chiesa. La liturgia bizantina li celebra continuamente. Ecco un esempio:

“Senza temere né fuoco, né spada né morte, avete mantenuto ferma la confessione che salva rinvigoriti da Cristo, o beati” (Mattutino del sabato della terza settimana di Quaresima).

In una sola frase si sottolinea che la confessione della vera fede genera la salvezza per la quale, opportunamente o inopportunamente, i martiri hanno dato testimonianza fino alla tragica conseguenza di versare il proprio sangue. Anche questo fatto, celebrato nella liturgia, diviene esortazione, parenesi e ricordo da non dimenticare ma, semmai, da imitare.

Nella pratica dei santi, all'ascesi si associa un vero e proprio “eros” per l'ortodossia della fede: essi sono nemici giurati di ogni comportamento compromissorio che possa alterare o minimamente corrompere la dottrina. La liturgia, che trasmette questa tradizione vitale, in tal senso, diviene più eloquente che mai:

“... Gioisci, sapiente Atanasio, tu che trai il nome dall'immortalità, tu che hai cacciato dal gregge di Cristo, come un lupo, Ario vaniloquente, colpendolo con la fionda elastica delle tue dottrine divinamente sapienti. Gioisci astro fulgidissimo, difensore della Sempre-Vergine, tu che con voce stentorea l'hai splendidamente proclamata Madre di Dio in mezzo al sacro sinodo di Efeso, e hai ridotto a nulla le chiacchiere di Nestorio, o beatissimo Cirillo....” (Doxastikon dei santi al Mattutino).

E ancora, rivolgendosi a san Giovanni Damasceno, polemico verso l'Islam allora nascente, la liturgia insegna che solo la vera fede glorifica Dio, non altre:

"Hai rovesciato con la tua sapienza le eresie, o beatissimo, o sapientissimo Giovanni, e hai donato alla Chiesa una dottrina ortodossa, perché rettamente definisca e glorifichi la Triade, Monade trisipostatica, in una sola sostanza" (Exapostilarion del santo al Mattutino).

Questa testimonianza donataci ancor oggi da una liturgia tradizionale (in questo caso quella bizantina) pare essere totalmente oscurata laddove la liturgia è stata appannata, umanisticizzata e manipolata e i pastori si sono corrotti alle dottrine mondane di un umanismo dolcificato e irenistico ma mortalmente letale per la fede. La fortuna di avere ancora oggi queste tradizioni vive, ci pone in mano un'arma con la quale, conoscendo il vero spirito della Chiesa, siamo in grado di proteggerci da quanto Chiesa non è ma la sta invadendo e sovvertendo dal suo interno. 

La dottrina di sempre si staglia nella sua solenne immobilità per insegnare e confermare nella fede chi lo desidera. Nessuna tenebra potrà cancellare tale luce, nessuna confusione delle menti potrà svigorire la forza di questa testimonianza.
Il mondo può tremare e crollare, gli ecclesiastici potranno inebriarsi al vino della mondanità ma le montagne della fede – trasmesseci dalla tradizione liturgica – sono ancora là. Non resta che raggiungerle.


giovedì 15 agosto 2013

Rito, ritualismo, aritualità; sacro, profano



Liturgia copta


In questo post affronto il significato di alcuni termini-chiave, sui quali si appoggia tutto il discorso che, sotto mille aspetti, stiamo facendo in questo blog.
Le parole sono importanti ed è essenziale cercare di stabilirne un valore preciso. Se non lo si fa è inevitabile l'incomprensione e l'equivoco.
Sotto certi aspetti in altri post ho già in parte stabilito il significato di tali termini. Lo voglio fare ancora cercando di perfezionarlo perché negli ultimi post abbiamo fatto un discorso molto importante legato, tutto sommato, a queste parole.

Rito
Il termine “rito”, almeno nel suo significato, non è legato al mondo cristiano essendogli ben precedente. Da sempre gli uomini hanno compreso che il rapporto collettivo con la divinità (qualunque esso sia) si può solo esprimere in modo rituale. Il rito, dunque, non è generalmente altro che un insieme di testi prefissati e di gesti prestabiliti indirizzati alla divinità, caratterizzati da una certa ieraticità. Nel rito si stabilisce un linguaggio simbolico che consiste nell'uso di elementi del mondo creato i quali rimandano al mondo celeste o divino. Ne risulta che è proprio del rito evocare la divinità e renderla in qualche modo presente, chiedendole favori. La figura del sacerdote, in questo contesto, s'identifica come quella di un intercessore, come una “cerniera” tra il mondo creato e quello increato o divino.
Quest'insieme di realtà, presenti nel mondo pagano e in quello ebraico, sono state assunte anche nel mondo cristiano. È stato come assumere un vocabolario preesistente ma per articolare un discorso nuovo rispetto a prima.
Coloro che parlano di una “paganizzazione” del Cristianesimo osservando quest'inevitabile fenomeno, non si rendono conto che, come noi non possiamo prescindere dal nostro vocabolario per trasmettere le nostre conoscenze (anche quelle nuove), così il Cristianesimo stesso non ha potuto né voluto prescindere dal “vocabolario rituale” per comunicare i suoi misteri salvifici, rivelati da Cristo, e oramai resi disponibili nell'azione liturgica. È proprio del rito trasmettere all'uomo quanto celebra, lavorando nella sua interiorità. Un rito vero deve, dunque, avere una forza spirituale, nascere da un'interiorità che l'assunta e irradiarsi su molte altre interiorità. La figura del sacerdote nel Cristianesimo, così, non riveste un mero compito d'intercessione, un'attività passiva o formale, ma diviene un irradiatore proiettando, non con la forza della pura ragione o di un solo discorso umano ma soprattutto attraverso le forme cultuali, un'energia tutta interiore che normalmente si denomina con il termine di “grazia” (1). Non è dunque un caso che per l'Oriente bizantino il numero dei sacramenti non sia stato mai precisato dal momento che l'irradiarsi della grazia nell'evento cultuale avviene in molteplici forme. Questo, però, non è da intendersi in senso magico ma in senso profondamente spirtuale in cui celebrante e assistenti assumono una forte dinamicità interiore: esiste, come si dice, una compenetrazione dell'umano e del divino dove Dio e l'uomo operano assieme in sinergia. Ecco perché è impossibile avere un approccio decente con la liturgia se non si ha una minima sensibilità e attenzione di ordine interiore.

Ritualismo
Il termine “ritualismo”, invece, si pone su un piano decisamente diverso. È l'esecuzione di atti e parole rituali, come se si stesse facendo un rito, ma spogliandolo completamente di prospettiva interiore. È come porre nelle vie dei cartelli stradali per sola “bella figura” o perché si crede che, così facendo, non ci saranno magicamente più incidenti. Normalmente sono ritualistiche tutte quelle comunità cristiane che cercano di fare rivivere un culto tradizionale slegandolo da tutti i suoi profondi significati. Ad esempio, ci sono alcuni, nel mondo cattolico, che pensano di ristabilire le antiche consuetudini liturgiche perché, così facendo, obbediscono meglio alle leggi della Chiesa. Ho presente casi concreti, gente molto aderente alle norme e ai canoni. Il fatto di obbedire esteriormente a delle leggi (anche giuste) non comporta necessariamente alcun lavoro di tipo interiore che la liturgia richiede per essere veramente tale. È dunque giusto definire queste comunità come tradizional-ISTE e non tradizionali perché esasperano alcuni lati di verità lasciando in ombra molti altri senza rendersi conto che, così, introducono un profondo squilibrio in nome di una tradizione mal interpretata. Se l'equilibrio antico non è più rispettato, l'efficacia liturgica non è più garantita. Una comunità tradizional-ISTA è dunque ritual-ISTA. Anche a livello di esperienza personale ho constatato due estremi in questo tipo di comunità: o l'indifferenza per la vita spirituale - per costoro sarebbe una “fumosa filosofia” (2) - o una vita spirituale concepita come “atto magico” e vissuta in modo massimalista e fanatico. Il fenomeno del ritualismo è trasversale a tutte le confessioni non essendo altro che l'esecuzione di un rito in modo formale (estetico o puramente emozionale) e senz'anima interiore. 

Aritualità
Sul versante opposto ci sono culti “arituali”, ossia contrari ad ogni forma di ritualità. Direi che, oggi, questi culti prevalgono nell'85% del Cattolicesimo. Il discorso che si fa in loro favore è pressapoco il seguente: “Quando Gesù Cristo ha istituito l'eucarestia l'ha fatto nel corso di una cena, in una sala da pranzo. Cos'ha questo in comune con un rito o un tempio? Lo ha fatto discorrendo con i discepoli, non facendo un rito” (3).
Ovviamente non si vuole notare la situazione completamente eccezionale in cui l'evento è avvenuto, come se in ogni messa ci siano esattamente le stesse condizioni dell'ultima Cena.

Di conseguenza chi sostiene questa linea disprezza ogni culto tradizionale e trasforma sempre più il rito (o quanto rimane di esso) in una forma cultuale “arituale”. La messa ha sempre più una forma dialogata, la divinità fa sempre più da “tapezzeria” o da pretesto per un incontro unicamente tra uomini, la cui attenzione si concentra sempre più tra loro stessi. Queste comunità cristiane finiscono per implodere letteralmente in loro stesse ma non se ne accorgono perché sono troppo chiuse nel loro mondo! Rinvengo questa forma patologica soprattutto all'interno di alcuni movimenti cattolici...
Chi subisce questa mentalità finirà inevitabilmente per dire: “il singolo fedele DEVE poter osservare l'altare, il sacerdote e i fedeli che lo circondano”. E così, se l'edificio ecclesiasico lo impedisce, si iniziano a mettere video a circuito chiuso un poco ovunque.
Questo bisogno (direi) malato e morboso di buttare l'occhio sempre al di fuori di sé, distoglie il singolo dal portare l'attenzione al suo cuore (dal quale tutto deve partire e arrivare), dove il culto liturgico deve necessariamente giungere.

Se lo sguardo inizia a vagare fuori di sé, disperdendo le energie dell'interiorità, avviene inevitabilmente un rovesciamento: la liturgia assume una forma “arituale”, dunque pian piano spettacolare. È quanto sta accadendo un po' ovunque.
Clero e laici, oramai disabituati al fatto che esiste un'interiorità da coltivare che è il centro, il trono della liturgia esteriore, puntano verso un culto sempre più spettacolare e “arituale”.

Come fare per ristabilire l'ordine? Personalmente penso che quest'85%, a meno che non abbia una particolare “folgorazione”, non cambierà. Chi è abituato a vivere zingarescamente, vagando di città in città, non potrà mai capire chi ha una casa e ci vive bene dentro, mantenendola pulita e accogliente. In tal modo, chi vive una liturgia che ha una forma non rituale e spettacolare, potrà capire molto difficilmente chi ha bisogno di un culto che si esprime in forma rituale e sacrale. Faccio un esempio per spiegarmi meglio. Se ad uno zingaro uno Stato offre un appartamento, (come accadde in Romania) succede che ci fa abitare i propri animali mentre riserva una tenda in giardino per sé e i propri familiari pur di poter continuare a vivere come prima. Lo stesso atteggiamento ha chi vuole una liturgia “arituale”: vuole vivere senza una regola precisa o ne stabilisce lui di volta in volta.
Ecco perché non possiamo avere un vero dialogo con queste persone e, in definitiva, non possiamo cambiarle!
In questo modo sia la forma “arituale” che quella “ritualistica” prescindono da un reale ed equilibrato lavoro spirituale forse perché, nella maggioranza dei casi, le persone che vanno a queste messe non ci credono affatto o lo credono in modo molto distorto, quindi antitradizionale.

Sacro e profano
“Sacro e profano” sono termini che, a detta dei biblisti contemporanei, il Cristianesimo ha bell'è che superato. La divisione stabilita da queste parole, essi sostengono, inserisce nel reale una dicotomia insanabile tipica del paganesimo. Sono gli dei pagani – essi ammettono – che non vogliono mescolarsi con il mondo degli uomini e lo osservano con sufficienza dalla loro sfera sacra. Il mondo profano, dunque umano, è dominato dalla materia che non ha nulla di buono ed elevato in sé ed oscura la realtà. “Sacro e profano”, aggiungono, rimanderebbero ad un mondo platonizzante. Se nel Cristianesimo fino a pochi decenni fa si ragionava ancora in questi termini, ora, con la riscoperta della prospettiva biblica, c'è un vero e proprio superamento. Siamo tornati ad una visione genuina! Il Dio che crea nella genesi afferma: “Tutto è buono” per cui non ha senso andare contro quanto Lui stesso ha stabilito, concludono questi biblisti. Ne consegue che "tutto è santo, non sacro, santificato dalla presenza di Dio"(4). 
Tra l'altro, è proprio per questo motivo che, in qualche gruppo cattolico, non si benedice mai il cibo ma si preferisce benedire Dio per il cibo; è la berakà ebraica che ritroviamo anche nell'offertorio della Messa rinnovata cattolica.

A livello di architettura ecclesiastica, l'applicazione di queste idee comporta l'assenza del presbiterio o l'assorbimento del presbiterio – o santuario – nella navata della chiesa. Se tutto è santo perché creare ambiti “sacri”? Di più: se “tutto è santo” perché celebrare in una chiesa? Ecco uno dei motivi per cui, appena si può e la situazione lo consente, si preferisce fare le messe allo stadio, in un campo montano o in riva al mare...

Se esaminiamo questo discorso prescindendo da ogni ulteriore riferimento (cosa che normalmente si fa) esiste indubbiamente una certa coerenza. Ma questo discorso patisce fin da subito di un grosso handicap: il Dio che, creando, dice “tutto è buono” lo dice … a partire da SE STESSO e riferendosi ad un uomo che è a sua immagine e somiglianza!
Solo un uomo che diviene “come Dio” può dire la medesima cosa. Solo Adamo prima della sua disobbedienza poteva dirlo. 
Ma ora chi è come Dio? I nostri "biblisti" tacciono....

Con la pienezza della rivelazione operata da Cristo, con l'istituzione della Chiesa e dei sacramenti, l'uomo è divenuto come Dio? Da quanto appare, l'umanità rimane sempre in una condizione molto fragile e decaduta, nonostante tutto.
Nell'oriente bizantino la santità è sempre associata alla partecipazione con la grazia divina e, quindi, alla “divinizzazione” dell'uomo. Ma l'uomo “divinizzato” o santificato, per quanto manifesti la verità del Cristianesimo, non è che una rarità, dinnanzi ad una moltitudine di persone in tutt'altro stato.
Se, ad esempio, gli uomini fossero tutti santi nessuno si scandalizzerebbe o si comporterebbe male in società. Nessuno avrebbe idee maliziose, neppure dinnanzi alla nudità del suo prossimo. Ma siccome non è così, è saggio assumere delle precauzioni. È saggio avere altri orientamenti. 

Diversamente si manifesterebbe un'assurda ingenuità, come se il mistero del male non fosse ben presente e radicato nel mondo, al punto che san Giovanni nel suo vangelo quando parla di "mondo" lo intende sempre come la realtà che ha rifiutato Dio perché aderente al male (5).

Perciò se il discorso “sacro-profano” non vale nel versante di Dio e del primo Adamo (e qui la Bibbia ha ragione) rimane assolutamente valido nel versante dell'uomo attuale, uomo fragile e decaduto, che osserva la realtà circostante proiettando in essa tutte le sue passioni disordinate. Il discorso “sacro-profano” vale come mezzo per educare la persona in una prospettiva spirituale. Se una chiesa è resa “sacra” come edificio, rispetto al mondo circostante non è perché quest'ultimo è necessariamente malvagio ma perché, proprio in essa, avvengono permanentemente delle azioni che collegano il mondo umano con quello divino, cosa che non avviene, da che ne so, in un parco pubblico, tanto per fare un esempio. Dio irradia la sua bontà nutriente ovunque ma l'uomo è in grado di fare da “ombrello”, trattenendo quest'irradiazione. È questo il principio del “profano” cristianamente e spiritualmente inteso. Il principio del “sacro”, invece, indica un'esposizione diretta alla presenza divina senza un'interferenza umana che lo impedisca ma, piuttosto, con una collaborazione attiva dell'uomo stesso.
Chi ha maturato in sé questo tipo di visione pratica – constatabile in ogni momento della storia umana – costruirà delle chiese con valore sacro, distinguerà i presbiteri dalle navate, utilizzerà i veli nella liturgia, userà canti consoni alla liturgia, ecc.

26 aprile 1478: congiura dei Pazzi nel duomo di Firenze
con l'uccisione di Giuliano De' Medici, fratello di Lorenzo.
Se in una chiesa latina un tempo avveniva un omicidio, il culto era immediatamente sospeso e il vescovo doveva procedere a ribenedirla, riprendendo, dunque, una parte del rito di consacrazione dell'edificio ecclesiastico. Oggi, da quanto so, tutto questo non avviene. Perché? Non è forse perché l'Occidente cristiano non crede più nel “sacro-profano”?

Anche il disuso dei termini “sacro-profano”, alla fine, si spiegano per una mancanza reale di prospettiva spirituale nella vita cristiana, esattamente come chi diffonde una liturgia ritualistica o arituale. Non ci si avvede che l'oscuramento della spiritualità, alla fine, porta alla negazione della verità del Cristianesimo, alla sua alterazione, trasformandolo definitivamente in qualcosa di puramente e logicamente umano. È quanto sta accadendo sotto i nostri occhi. A questo punto vale la pena domandarsi: "Il figlio dell'uomo quando tornerà troverà ancora la fede sulla terra?" (Lc 18, 8).


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NOTE

(1) Questo concetto ha un'importanza capitale! Nello stesso mondo non cristiano il rito non ha bisogno di spiegazioni e dialoghi. Si mostra come "fatto", "azione sacra" che agisce per la sua stessa forza sugli astanti. Nel Cristianesimo tradizionale è presente lo stesso concetto, tant'è vero che la cosiddetta "omelia" ancor oggi in Oriente è opzionale. Solo un sacerdote particolarmente versato nell'arte omiletica ha, normalmente, il permesso di farla. Gli altri lasciano "agire" l'evento liturgico. 
Che nel mondo cattolico molti abbiano iniziato a deviare, concependo la liturgia magicamente, lo capiamo dalla Riforma luterana in cui Marin Lutero riduce, esasperato, la liturgia a Sermone sulle letture, dunque ad un'esposizione puramente razionale della Scrittura, prescindendo dal mondo simbolico della liturgia stessa e da azioni e parole sacre con cui era stata trasmessa fino ad allora. Un eccesso ha determinato, per contrapposizione logica, un altro eccesso. Il concilio di Trento ha semplicemente fatto quadrato attorno alla tradizione liturgica cattolica conservata fino ad allora minacciando di anatema chi la alterasse. La mancanza di un profondo spirito liturgico portò ad una certa stagnazione da cui nacque il bisogno di fare qualcosa. 
Anche le "messe dialogate" nascquero da tale bisogno, ancor prima del Concilio Vaticano II ma manifestarono una mentalità nuova (la stessa, in fondo, del famoso riformatore tedesco). Questa mentalità ebbe la meglio nel mondo Cattolico. Se, orologio alla mano, osserviamo la distribuzione temporale della nuova liturgia cattolica, noteremo che il culto assorbe poco più del tempo rispetto all'omelia. In alcuni casi (in certi movimenti cattolici) è l'omelia a far da padrona sul culto. È andato smarrito il concetto che la liturgia è "azione sacra" e la si è ridotta a "spettegolamento religioso"!

2) Un anziano signore tradizionalista, legato ad una fraternità tradizionalista cattolica, affermò proprio questo e non era l'unico caso. Per lui la spiritualità non era che una filosofia, parole vuote che non corrispondevano a nulla di pratico. L'uomo in morte fu celebrato come autentico "testimone" cristiano ma forse perché aveva lasciato alla suddetta fraternità ... due miliardi di vecchie lire!

3) Si osservi che è lo stesso tipo di discorso con cui le comunità nate con la Riforma protestante motivano il loro culto.

4) È il discorso che, anni fa, mi faceva uno studente, ora divenuto biblista e insegnante nelle Università teologiche romane. La sicumera di questo prete - che da allora non è affatto cambiato - mi ha sempre molto colpito. In queste menti esiste un riduzionismo notevole e, d'altra parte, nel caso di questa persona siamo davanti ad un sacerdote decisamente molto secolarizzato. Se tutto è santo, non esiste alcun dovere da parte dell'uomo di esercitarsi asceticamente perché va bene così com'egli è. Se tutto è santo l'uomo non deve chiedere perdono a Dio ma, semmai, al suo prossimo, se non sa essere socialmente solidale (unico peccato concepibile). Devo constatare che molti tradizional-ISTI, proprio perché tali, hanno armi completamente spuntate dinnanzi alle provocazioni di questo clero secolarizzato che continuerà, così, la sua corsa da riduzionismo ad ulteriore riduzionismo mietendo vittime.

5) I biblisti cattolici attuali, però, hanno una forte ritrosia a dover ammettere questo al punto che preferiscono porre in ombra la constatazione giovannea che noi, per altro, sperimentiamo ogni giorno sotto varie forme e maniere. Il mondo, per questi ideologi, non è che pura bontà.