Benvenuto

Benvenuto su questo blog!

mercoledì 4 marzo 2020

La comprensione spirituale


Risultato immagini per sant'antonio del desertoUna delle mie personali preoccupazioni, quando tratto questioni di ordine religioso, è quella di farmi capire. Temo, infatti, che viviamo in un contesto tale in cui la maggioranza delle persone, compresi i cosiddetti credenti, non sono in grado di cogliere determinati fondamentali argomenti trattati. Non che siano argomenti difficili, bene inteso, ma, in qualche modo, temo sia come parlare dei colori e delle loro sfumature a chi è cieco dalla nascita e non è in grado d'intendere l'effetto che i cromatismi determinano nell'animo umano.

Prima di tutto voglio fugare una facile obiezione: quella di presentarmi come uno che ha capito tutto o che conosce in profondità ogni aspetto del Cristianesimo. Non è così. Ciononostante ho ben chiaro il valore e il senso di quelli che chiamo gli "argomenti fondamentali", come un vedente ha ben chiaro che i colori esistono e che il blu non si può confondere con l'azzurro e tanto meno con il rosso.

Nei post precedenti ho mostrato quello che chiamerei il punto di partenza: il senso della Chiesa e il lavoro del cristiano è esattamente quello di attivare, in lui, una potenzialità rimasta addormentata: l'intuizione o l'occhio spirituale (detto "nous" in greco).
Questo è il primo lavoro da fare ed è il più fondamentale. Parlare di teologia, di catechismo o di altro senza aver dapprima aperto questo occhio spirituale è perfettamente inutile. Penso sia questa la causa per cui molti, pur essendo passati nelle chiese, si siano poi allontanati.

L'istruzione su come sia fatto un cibo e sul sapore che abbia è perfettamente inutile ad un inappetente! Se non si apre l'appetito per le realtà divine, il che significa esserne stati in qualche modo colpiti, ogni parola è vana.

L'ordine di Cristo "Andate e predicate!" non si deve comprendere razionalisticamente, come spesso si fa a causa del nostro modo intellettualistico di accostarci al Vangelo. Lo si deve comprendere in un modo diverso: gli apostoli non portavano solo la loro parola ma una forza che non era semplicemente umana e che veniva percepita aprendo, in tal senso, l'occhio spirituale ai loro ascoltatori.
Se oggi ciò non accade più è semplicemente perché i predicatori odierni, ovunque siano e a qualunque confessione appartengano, sono impotenti a fare altrettanto.

Allora, pur di far colpo, alcuni associano al vangelo ogni corbelleria oppure ogni stratagemma di tipo psicologico o spettacolare-mondano. Sappiamo che anche la liturgia cattolica è stata semplicemente rovinata seguendo proprio questo tristo schema, ma è una rovina che covava da parecchio tempo. In realtà tutto ciò lascia il tempo che trova e, direi, è semplicemente fuorviante, non ha nulla a che fare con lo stile degli apostoli che, come abbiamo visto, era ben altro.

Se si pensa a questo stile tutto d'un colpo assumono un rilevo assai significativo le guarigioni di Cristo, soprattutto quando ridona la vista ai ciechi.
L'uomo a cui viene riattivato il "nous" è un graziato, dovesse essergli successo anche un solo istante nella vita passata. Ma è grazie a quel solo istante che lui ora non può più essere lo stesso ed è in grado di intuire facilmente quanto ad altri risulta impossibile o ostico.

La riapertura dell' "occhio spirituale" è l'inizio del lungo percorso verso la cristificazione del cristiano e l'unico senso della Chiesa è esattamente quello di accompagnare i suoi figli in questo percorso.

Nel mondo cattolico l' "occhio spirituale" della quasi totalità dei fedeli ha finito per essere, di fatto, il papa. Se poi si considera la crescente diffidenza dell'istituzione ecclesiastica nei riguardi della vita mistica e la costante preoccupazione di normatizzare e clericizzare ogni aspetto della Chiesa, quell' "occhio spirituale" non poteva non essere al di fuori del semplice fedele e incarnarsi permanentemente nel vertice di tale istituzione. 
Di qui l'enfasi sempre maggiore di esaltare tale figura lungo i secoli e le conseguenti mille questioni attuali se il papa soddisfa o meno le proprie aspettative (tra l'altro sempre meno spirituali)! Ma il fine della venuta di Cristo è stato quello di ... creare il papa? 

Nel mondo protestante l' "occhio spirituale" del fedele ha finito per divenire l'interpretazione individuale della Scrittura. Tuttavia tale interpretazione non mi sembra che attinga alla coscienza intuitiva, illuminata da un occhio realmente spirituale, quanto ad istanze sempre più secolari o semplicemente psicologiche. Allora il fine della venuta di Cristo è stato quello di offrire la Bibbia al suo credente?

In entrambi questi casi (soprattutto nelle loro esasperazioni) ci si allontana sensibilmente dalla prassi cristiana antica che si può facilmente ritrovare nella letteratura ascetica dei padri. In particolare, è disatteso il motivo fondamentale per cui Cristo ha stabilito la Chiesa: l'autentica cristificazione degli uomini.

Si può discutere fino a domattina se il papa attuale fa o meno la volontà di Dio, se il tal o talaltro pastore luterano interpretano più o meno bene la Scrittura e vi si può perdere tutta l'esistenza senza vedere che, con ciò, non ci si è neppure accorti di aver perfettamente disatteso la volontà di Cristo.

In questo senso, capitemi bene!, il Cristianesimo non è affatto una questione di papa o d'interpretazione scritturistica (che poi finisce per essere sempre razionalistica). Tali questioni se poste come principali finiscono per essere talmente snervanti da irritare: i blog cattolici non fanno che parlare ossessivamente del papa non meno di certi protestanti che si concentrano sull'ultima loro "invenzione" cristiana.

Il Cristianesimo, invece, è una semplice questione di salvezza, ossia di luce o di tenebre, di visione o di cecità nei riguardi delle realtà future ma che, in verità, sono già ben presenti seppure in stato germinale. 

La persona che intuisce cosa sia l'occhio interiore può pregare come chi si nutre perché ha fame, può intuire la presenza di grazia nel profondo di se stesso, non è mai solo, non ha bisogno che un papa gli ricordi qualcosa (gli eremiti nel deserto ne avevano forse bisogno??), non ha bisogno che un pastore gli faccia un sermone... 

Lo stesso san Giovanni Crisostomo ricordava ai suoi fedeli che la Bibbia ci è stata data perché siamo ignoranti (in senso spirituale). Fossimo almeno un po' istruiti (da Dio) non ne avremo bisogno! 

Ma questa è una bestemmia per il Luterano che, in questo modo, rivela a se stesso e agli altri che il suo approccio religioso è prevalentemente psicologico, non spirituale!

E che gli eremiti del deserto non avessero bisogno di un papa è chiaro come il sole ma può scandalizzare il bigotto cattolico che ha fatto del Cristianesimo una religione puramente istituzionale e, quindi, secolarizzata. Costui, per non sentirsi destabilizzato, finirà allora per immaginarsi che perfino sant'Antonio del deserto seguiva il magistero del papa di allora. Non meravigliatevi: è stato addirittura scritto e pubblicato anni fa in un agile libretto edito da Cittanuova e che io, dopo averlo velocemente passato con lo sguardo, l'ho riposto con comprensibile disgusto nello scaffale della libreria dove si trovava.

In realtà un certo tipo di cattolico, esattamente come un certo tipo di protestante, si sono costruiti i loro rispettivi idoli, idoli che, se sono tali, li fanno poi essere ciechi ad una prospettiva più profonda poiché è "come loro chi li fabbrica e chiunque in essi confida" (Sl 115, 8).

Oggi è necessario tornare alle fonti, si dice. Ma se le fonti del Cristianesimo non possono essere comprese, come si fa a tornarvi? È come diffondere libri agli analfabeti.

Tuttavia quello che è impossibile agli uomini a Dio è possibile!

lunedì 24 febbraio 2020

L'assenza di sacro - parte 2



Quando l'uomo non riconosce più la presenza del sacro nella vita, in un luogo, in un insegnamento, è indice che in lui si è consumato e portato a compimento quel processo che abbiamo riassunto nello schema sopra riportato: il dominio della ragione, con le sue possibilità ma pure con i suoi evidenti limiti, oramai lo definisce totalmente. L'intuizione e la spiritualità non gli dicono più nulla. L'intuizione, per quanto ancora gli rimanga in stato larvale, è resa impotente come un muscolo non più adoperato. In pratica è inesistente.

Tutto questo ha molte conseguenze. Ne abbiamo ricordate alcune. Ora ne ricordiamo altre.

In una religiosità razionalistica la chiesa non è un luogo sacro ma un'aula di raduno sociale. In assenza di raduno, non ha senso che la chiesa rimanga aperta. L'edificio, infatti, è concepito privo di profondi significati spirituali. Questo lo si può vedere in certi paesi luterani dove, al di fuori del culto, la chiesa è chiusa. Nel mondo cattolico molte attuali chiese sono oramai divenute così.

Nel periodo moderno, nel cattolicesimo c'era ancora la prassi dell'adorazione in chiesa o esisteva, almeno, un'idea didattica: l'interno, attraverso raffigurazioni e opere artistiche, istruisce i fedeli. La chiesa deve dunque rimanere aperta come un libro per istruire ed edificare chiunque vi entri. 

La simbologia, che più propriamente caratterizza l'edificio sacro, continuava a permanere nella liturgia latina e nei suoi gesti ma era, in un certo senso formalizzata, più che vissuta. Era la reliquia di un tempo passato che in qualche modo continuava a permanere in un contesto in progressivo cambiamento. Questo diffuso formalismo e l'incomprensione di tale tradizione sono state la causa scatenante delle successive riforme da cui si sono dipartite le dissoluzioni liturgiche attuali.

L'idea di un incontro con Dio, attraverso la simbologia di un'iconografia, rimaneva confinata in certi santuari mariani. Nella maggior parte delle chiese si praticava l'adorazione alle specie eucaristiche, cosa attualmente in gran decadenza.

L'attuale negazione del sacro, da parte di molto clero cattolico, ha portato a cambiamenti radicali nell'edificio ecclesiastico e nel comportamento dei fedeli. Ha determinato pure una concezione puramente sociale di Cristianesimo, dov'è inconcepibile qualsiasi tipo di spiritualità tradizionale.

Precedentemente, la moralità, ossia il seguire determinati canoni morali, faceva la differenza tra il cristiano degno di Dio e l'indegno. Il primo, a differenza del secondo, era meritevole della grazia sacramentale eucaristica e del Paradiso.
Lo stesso santo era detto tale proprio perché aveva raggiunto un grado eroico di esercizio delle virtù finendo quindi per divenire degnissimo agli occhi divini e a quelli degli uomini.

C'è da dire che questo concetto di moralità, che ha un vago sapore mercantilistico, non ha alcun profondo collegamento con il mondo spirituale da me ricordato. Lutero avrà, dunque, gioco abbastanza facile ad abbandonarlo asserendo che vi si nasconde, in modo neppur tanto velato, un certo orgoglio o presunzione spirituale. Invece di conservare la prassi tradizionale ma con fondamenti più solidi, oggi un gran numero di laici e chierici cattolici ha seguito le orme luterane. I riferimenti morali sono, di fatto, disattesi.


In realtà l'obiettivo della cosiddetta moralità non è quello di giungere ad essere degni ma quello di preparare il terreno a Dio o, per dirla più precisamente, quello di sensibilizzare la nostra sfera intuitiva. “Beati i puri di cuore perché vedranno Dio”, non è un'affermazione insensata o squilibrata, com'è giunto ad affermare incredibilmente papa Bergoglio, ma presuppone esattamente la rinuncia a qualcosa per poter conseguire qualcos'altro. E' un po' come uno studente che rinuncia al divertimento per occupare il tempo allo studio e giungere a sostenere un buon esame. In tutto ciò c'è una profonda logica, una preparazione, l'esercizio della libertà personale, non certo uno squilibrio!

Il monachesimo antico non aveva per scopo quello di divenire “degni” o “santi” davanti a Dio. Il suo scopo era preparare l'interiorità o, come si diceva, praticare la purificazione dalle passioni. Le passioni cattive attivano energie dispersive che oscurano l'intelletto spirituale. Nella misura in cui dominano l'uomo, il suo intuito diviene sempre più impotente: “Se dunque il tuo occhio è limpido, tutto il tuo corpo sarà illuminato; ma se il tuo occhio è malvagio, tutto il tuo corpo sarà nelle tenebre. Se dunque la luce che è in te è tenebre, quanto grandi saranno le tenebre!” (Mt 6, 22-23).

E' evidente che qui si parla dell'occhio spirituale, ossia della facoltà intuitiva dell'uomo, del "nous", com'è stato ribadito.

Una volta che avviene la preparazione, e che quindi l'invitato assume la veste bianca, per dirla con la parabola evangelica, può avvenire l'invito a nozze quando e come lo Sposo vorrà.

Ma se tutto questo è negato, incompreso, stravolto, il vangelo diviene una raccolta di detti insensati, squilibranti, come direbbe Bergoglio, e il razionalismo finisce per deformarlo per poi rifiutarlo.

Ne consegue che il monachesimo, ultimo rifugio per una corretta prassi evangelica, viene a sua volta rammollito, modificato e gradualmente abolito.

La diffidenza verso il monachesimo, il secolarismo dei chierici e il formalismo liturgico è quanto, oramai, caratterizza pure una parte del mondo ortodosso che si prepara, così, ad abbracciare quel Cristianesimo che lo ha preceduto in tal avvilente percorso storico.

La verità evangelica, come abbiamo visto, sta in un orientamento totalmente differente e si caratterizza per la sua somiglianza con le scelte e gli stili che la Chiesa aveva nella sua antichità e che ha cercato di mantenere diffusamente finché ha potuto.

domenica 23 febbraio 2020

L'assenza di sacro


Il mondo tradizionalista cattolico ha notato più volte l'invasione del secolarismo all'interno della Cattolicità. Quest'invasione si è concretizzata in opposizioni più o meno evidenti alle forme tradizionali del culto antico, all'adorazione e, di conseguenza, agli antichi ordini religiosi che fondavano la loro identità su una solida vita liturgica e contemplativa.

Il Cattolicesimo, invaso nel suo interno da forze a lui eterogenee, si è trasformato in qualcosa di molto distante da quanto potevano immaginare le stesse generazioni dei cattolici praticanti di soli settantanni fa.

Oggi, con un pontificato romano a dir poco strano, gli è stata data una più forte accelerazione in direzione secolaristica.

In tal modo, si sta finendo di compiere l'aspirazione di quel seminarista da me conosciuto che, negli anni ottanta, desiderava una Chiesa più vicina al mondo, seminarista che oggi insegna nei seminari cattolici in qualità di docente e sacerdote in Friuli. Si può solo immaginare che tipo di insegnamento e “formazione” darà ai suoi poveri alunni!

In realtà, il Cattolicesimo che oggi si sta confezionando non è un adattamento della sua perenne identità ad un nuovo mondo ma una realtà totalmente nuova e quindi in rottura, più o meno profonda, con il suo passato.

Questo, dal punto di vista religioso, rappresenta un suicidio poiché con la Rivelazione, il Cristianesimo ha ricevuto per sempre anche il modo di intenderla, il senso di se stesso e della sua missione.

Oggi, quanto si sta perdendo, è proprio il modo di intendere la Rivelazione (ossia il contenuto della tradizione) e, di conseguenza, il senso e la missione del Cristianesimo.

Una delle conseguenze fatali di tutto ciò è esattamente la perdita del sacro, più volte denunciata dal mondo tradizionalista cattolico.

Molte volte abbiamo detto che il sacro non dev'essere inteso banalmente, come lo intendono certi “progressisti” cattolici che, perciò, lo combattono. Il sacro è il senso del trascendente, la sensazione dell'Alterità in un determinato contesto poiché, se Dio regge tutto il mondo, non ovunque l'uomo lo può intuire anche perché ci troviamo in una realtà ferita dalla cosiddetta disobbedienza adamitica.

La perdita del sacro comporta un'infinità di aspetti che i nostri amici “tradizionalisti” non sempre notano a causa dei loro presupposti religiosi di carattere prevalentemente razionale.

Se nella coscienza religiosa prevale l'aspetto razionale, determinato non di rado dall'ambito culturale moderno, si oscurano senza saperlo altri aspetti tutt'altro che secondari. Si tende a dimenticare, ad esempio, che il Cristianesimo antico non pone la semplice razionalità al centro di tutto ma ha un concetto di uomo molto più ampio e profondo, un concetto che oggi facciamo difficoltà a comprendere perfino nello stesso ambito ecclesiale e che si definisce “spirituale”.

L'ambito della spiritualità, ossia quello di una dimensione più profonda e dimenticata ma insita da sempre nell'uomo è connesso con la tradizione e, in un certo qual modo, con il cuore della stessa successione apostolica che, così, non è una semplice trasmissione del potere di ordine dal vescovo ordinante al vescovo ordinato ma della giusta dimensione spirituale nella quale si colloca quel sacramento e quel potere stesso.

In tal modo, se avviene una consacrazione episcopale, anche con corretti presupposti dogmatici e con una liturgia ortodossa, ma non è più chiara la corretta dimensione spirituale con la quale si esercita il sacramento dell'Ordine sacro, possiamo trovarci dinnanzi ad un'ordinazione valida ma di fatto inefficace.

È come dare ad un medico l'abilitazione di esercitare la sua professione, dopo corretti studi teorici, ma nella totale ignoranza di come si applica tale professione. Non a caso, nel caso del medico, si può esercitare la professione solo dopo un adeguato tirocinio poiché la sola formazione intellettuale non basta affatto.

Cosa succede nei seminari cattolici odierni, mi riferisco a quelli che hanno in orrore la loro stessa antica tradizione (e sono la stragrande maggioranza)? Non è solo progressivamente deformata la formazione intellettuale ma pure la corretta dimensione spirituale con la quale si dovrebbe esercitare il sacramento dell'Ordine sacro.

Il laico non può rimanere indifferente. Infatti quanto qui inizia ad essere messa a repentaglio è esattamente la successione apostolica, ciò che fa in modo che quel vescovo sia un reale vescovo, quel sacerdote un reale sacerdote.

Già da tempo abbiamo compreso che la gran maggioranza del clero cattolico sembra esprimersi sempre più come dei laici che “fanno” i preti, non come degli uomini che “sono” preti. La differenza non è da poco poiché qui è semplicemente stato svuotato il sacerdozio del Nuovo Testamento.

Il frutto che genera questa nuova comprensione di Chiesa e di sacerdozio, infatti, non è quello evangelico che infonde una sana inquietudine dinnanzi a Dio per la nostra personale indegnità. Il frutto è un orgoglio per essere ciò che si è per cui non ha senso alcuna conversione. L'unica conversione possibile è, allora, quella compresa dal mondo, tipo quella ecologica, quella sociale, quella semplicemente filantropica, ecc.

Si tratta, qui, di una spiritualità invertita che rimanda, a sua volta, ad una formazione invertita e ad un sacerdozio invertito o, in una sola definizione, ad una assenza di successione apostolica.

L'assenza del cosiddetto “sacro” nelle nuove liturgie cattoliche e il modo essenzialmente mondano o nevrotico di vivere il tempo, la razionalizzazione o banalizzazione del mistero, non sono che semplici conseguenze di un'assenza o inoperatività della successione apostolica.

Quando la dimensione spirituale è incompresa o combattuta siamo dinnanzi alla cecità spirituale o, detto diversamente, al dominio e allo schiacciamento dell'intuizione da parte del razionale.

L'intuizione presente nell'uomo ci è testimoniata dalle stesse Sacre Scritture in modalità differenti (vedi, ad esempio, At 8, 26 oppure Lc 24, 32). Si tratta di una sfera dell'umano sensibile a realtà di tipo spirituale che la mente è impotente ad afferrare. È quello che i padri greci chiamano “nous”, ossia l'occhio spirituale, l'intelletto spirituale, cosa ben distinta e diversificata dalla razionalità.

Quanto, nella Rivelazione o nel dono di grazia, appare al “nous” può, in un certo senso, essere espresso razionalmente ma solo limitatamente. L'intuizione riesce ad attraversare il tempo e a trovare in un suo solo istante la dimensione dell'eterno, è quanto trasforma l'uomo in un contemplativo, in un essere che comunica con l'Altro mondo o ne è toccato coscientemente. Il vero veggente è l'uomo nel quale l'intuizione lavora. Perciò la Scrittura riporta: “Io effonderò il mio Spirito sopra ogni uomo e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie; i vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni”(Gioe 3,1).

Gesù Cristo comanderà ai suoi discepoli di “farsi come bambini” proprio perché nell'infante non domina la sfera del razionale ma, piuttosto, quella dell'intuizione, seppur ancora ad un livello iniziale. Se ciò non avviene, “non entrerete nel Regno dei Cieli”, ossia non sarete toccati dall'Eternità fin da quaggiù.

Se tutto questo è oscurato, incompreso, dimenticato, combattuto, per un certo tempo rimane l'interpretazione razionale della Rivelazione. Poi si finisce per considerarla inutile e contraddittoria e si sposano categorie sempre più mondane: la religione viene compresa nei limiti dell'umana ragione! Da quel punto in poi, si trasformano la Chiesa, la liturgia i sacramenti i dogmi. L'uomo si nevrotizza e non sopporta più pregare o assistere a lunghe liturgie. Di conseguenza queste vengono abbreviate o semplicemente soppresse.

Ed eccoci ai giorni nostri dove tutta questa preparazione ha generato agnostici e atei. Non illudiamoci: nelle strutture ecclesiastiche mondanizzate odierne è perfettamente logica la presenza di preti e vescovi agnostici e atei!

L'assenza di sacro, dunque, non è che il frutto finale e più maturo di un percorso dove tutto è stato invertito e l'uomo è stato rinchiuso nella sua unica razionalità, una razionalità per giunta non più illuminata dalla più elevata facoltà intuitiva.

Le strutture ecclesiastiche, a quel punto, non servono più poiché non sono più in grado di compiere il lavoro che dovrebbero, per loro natura, fare.

Mi impressiona non poco osservare che alcune realtà della Chiesa ortodossa, un tempo gelose custodi di tale prospettiva antropologica e spirituale, si stiano “modernizzando” e iniziano a produrre quello stesso vuoto di senso che vediamo nella maggioranza delle strutture ecclesiastiche attorno a noi. Esse sono oramai pronte ad unirsi con un certo mondo “cristiano” occidentale poiché hanno la sua stessa e identica atmosfera interiore!


______________________________


Schema riassuntivo





martedì 26 novembre 2019

Cristo e la Chiesa: risposta alle contemporanee correnti di “Ecclesiologia trinitaria”

Quando la teologia è rispettosa delle fonti sulle quali si fonda (la Bibbia e le interpretazioni patristiche) è un piacere addentrarsi in essa, pure se, come in questo piccolo studio, chiede un certo impegno. Mons. Ireneo (Steenberg), autore di questo lavoro, è un vescovo ortodosso russo ed è pure un raffinato teologo. In queste righe dimostra come un'astratta teologia razionalistica, diffusa recentemente negli ambienti ortodossi prevalentemente greci, abbia distorto la visione della Chiesa e, contemporaneamente, il delicato equilibrio della teologia trinitaria dei Padri sulla quale si basa il Credo di tutte le antiche confessioni cristiane. Quest'astratta teologia, confezionata per lo più da alcuni teologi del Patriarcato Ecumenico (Costantinopoli) risponde, in ultima analisi, ad un bisogno molto concreto: elevare la cattedra del patriarca costantinopolitano al di sopra di ogni altra per farlo divenire un “primo senza eguali”, una specie di “papa d'Oriente”. Contrariamente al papa romano, il cui primato si appoggia sulla successione di san Pietro e sull'interpretazione primaziale del noto passo di Mt 16, 13-20, il “papa d'Oriente”, non potendo fare altrettanto, cerca di appoggiare il suo recente inventato primato proiettando in campo ecclesiologico un'alterata teologia trinitaria: come nella Trinità Dio Padre è la fonte di tutto, così nella Chiesa il patriarca di Costantinopoli è la fonte di tutto, il punto di collegamento e di unità per tutte le Chiese ortodosse. Purtroppo questo progetto si rivela falso perché si appoggia su basi inconsistenti. Infatti le fonti canoniche alle quali fa riferimento sono interpretate in modo quanto meno tendenzioso e parziale e l'errata teologia trinitaria a cui fa appello, una teologia realmente prossima ad un'eresia! fonda un'altrettanto errata ecclesiologia. In questo modo il Patriarcato Ecumenico ha già le basi teoriche e pratiche per staccarsi dal resto dell'Ortodossia che continua a conservare gli antichi principi teologici ed ecclesiologici a meno di non cambiare improbabilmente rotta.  

Da alcuni anni esistono determinate correnti all’interno della discussione teologica ortodossa che hanno sempre più confuso i principi teologici trinitari con quelli della struttura ecclesiologica: vale a dire, la natura di Dio come Trinità-in-unità con la Chiesa come molteplicità-in-unità. Ciò si è manifestato in vari studi e testi, forse nessuno più chiaramente visibile al pubblico della controversa Dichiarazione di Ravenna pubblicata nel 2007 dalla Commissione internazionale congiunta per il dialogo teologico tra la Chiesa cattolica romana e le Chiese ortodosse. Il principale punto di contesa in vista della pubblicazione di quel documento (che riguardava l’incompleta partecipazione ortodossa alla sua stesura per le particolari circostanze ecclesiali di quel momento) non si collega molto a ciò che, secondo me, è la questione ben più discutibile del proprio focus ecclesiologico trinitario. La Dichiarazione di Ravenna presenta il suo principale contenuto osservando che la “conciliarità della Chiesa riflette il mistero trinitario e trova in essa il suo ultimo fondamento” [1]. Prosegue dicendo che: 

L’Eucaristia manifesta la koinonia trinitaria attualizzata nei fedeli come un’unità organica di più membri, ognuno dei quali ha un carisma, un servizio o un ministero adeguato, necessari nella loro varietà e diversità per l’edificazione di tutti nell’unico Corpo ecclesiale di Cristo (cfr. 1 Cor 12, 4-30). Tutti sono chiamati, impegnati e ritenuti responsabili – ciascuno in un modo diverso ma non meno reale – al compimento comune delle azioni che, attraverso lo Spirito Santo, rendono presente nella Chiesa il ministero di Cristo, via, verità e vita (Gv 14, 6). In questo modo, si realizza nell’umanità il mistero della koinonia salvifica con la Santissima Trinità [2]

Il concetto era ancor più enfatizzato in un precedente documento prodotto a Monaco che ha fornito le basi per la discussione a Ravenna: 

Poiché Cristo è uno per i molti, come nella Chiesa che è il suo corpo, l’uno e i molti, l’universale e il locale sono necessariamente simultanei. Ancora più radicalmente, poiché il solo e unico Dio è la comunione di tre Persone, la sola e unica Chiesa è una comunione di molte comunità e la chiesa locale è una comunione di persone. La sola e unica Chiesa trova la sua identità nella koinonia delle chiese. Unità e molteplicità appaiono talmente collegate che l’una non potrebbe esistere senza l’altra. È questa relazione costitutiva della Chiesa che le istituzioni rendono visibili e, per così dire, “storicizzano” [3]

Questo paradigma – di vedere gli elementi strutturali-amministrativi della Chiesa in termini di koinonia della Trinità, manifestati in una specifica taxis o ordine – percorre gran parte della produzione testuale della Commissione ravennate e certamente in tutta la dichiarazione di Ravenna, dando forma alla sua intera visione ecclesiologica [4] come rappresenta la voce del suo principale autore teologico ortodosso, il metropolita Giovanni (Zizioulas) di Pergamo [5]. Le relazioni della Trinità sono il punto di partenza e il punto di riferimento continuo, per considerare gli elementi strutturali della Chiesa. Come chiarirò in seguito, vi sono gravi problemi, sia teologici che amministrativi, con quest’approccio strutturale. 

È naturale ed è forse apparentemente appropriato che in una Chiesa che comprende fermamente di essere il Corpo di Cristo (che quindi lega esplicitamente la sua identità a una Persona teologica), dovrebbe sorgere questa relazione teologico-ecclesiologica. Ciò è eminentemente chiaro a livello cristologico. Tu sei il Corpo di Cristo (1 Cor 12, 27) è sempre stato inteso nell’Ortodossia come più di una frase metaforica: la comunità di fedeli è un innesto d’individui umani nella singolare vita del Figlio, uniti in un corpo di cui Egli è la testa (Ef 4, 15). Di conseguenza, ciò significa che la natura, l’identità personale, dell’Uno in cui tutti sono innestati è intimamente correlata alla “struttura”, se potessimo impiegare tale terminologia, del Corpo in cui i membri della Chiesa si trovano collegati. Allo stesso tempo, comprendere correttamente la natura di questa Persona divina-umana è un aspetto necessario per comprendere le strutture ecclesiastiche in tutti i loro attributi e funzioni. Teologia ed ecclesiologia sono, infatti, intimamente intrecciate. C’è un livello importante nel quale pure ciò è vero nel campo della discussione trinitaria. La Chiesa è il Corpo di Cristo che è “uno della Santissima Trinità” [6]; quindi è impossibile comprendere la natura della Chiesa (e la sua struttura, organizzazione o funzione) senza una comprensione del modo in cui Cristo, di cui essa è il corpo, si relaziona nella sua identità personale al Padre e allo Spirito. 

Quindi il trinitarismo, che consiste nell’osservare il mistero della Trinità in modo sempre più articolato, portando nel campo della comprensione umana le relazioni eterne del Padre, del Figlio e dello Spirito, ha un rapporto perfettamente ragionevole e davvero essenziale con l’ecclesiologia, che cerca di comprendere il modo in cui la seconda Persona di questa Trinità manifesta nella creazione il corpo della sua opera redentrice. 

“La storia della teologia non è per nulla priva di trappole e insidie quando persegue l’analisi logica di ciò che è ‘ovvio’ a rischio di ciò che è vero”. 

Ed ancora: la storia della teologia non è per nulla priva di trappole e insidie quando persegue l’analisi logica di ciò che è “ovvio” a rischio di ciò che è vero. La grande arci-eresia storica di Ario era, all’inizio, solo un tentativo di analisi logica della “generazione” del Figlio alla luce delle implicazioni razionali di tale termine nella temporalità e nella creazione. Le colpe del tanto lamentato dualismo nestoriano furono, all’inizio, dei tentativi di mantenere razionalmente le confessioni apparentemente contraddittorie, ma certamente necessarie, sulla piena divinità e umanità di Cristo; mentre le debolezze dell’apollinarismo (e per estensione gli eccessi comunemente etichettati come “monofisismo”, “miafisismo” e persino il successivo “monotelitismo”) iniziarono come tentativi logici di confessare la singolare identità soggettiva di Cristo incarnato e prendere sul serio le implicazioni di affermazioni famose come quella di san Gregorio Teologo “ciò che non è stato assunto non è stato salvato” [7]. Come la storia dello sviluppo dell’articolazione dottrinale ha ampiamente dimostrato, esistono profondi pericoli quando si applica astrattamente l’esegesi razionale nella rivelazione teologica. 

Tale è precisamente il pericolo in cui è caduta molta ecclesiologia trinitaria moderna. Si può giustamente considerare come eventi della rivelazione divina che la Chiesa è il Corpo di Cristo, che Cristo è una Persona della Trinità e che Egli, assieme al Padre e allo Spirito Santo, esiste eternamente in una specifica scambievole relazione; ma la maniera in cui queste realtà sono collegate può essere articolata in una moltitudine di modi, alcuni dei quali, come vediamo ai nostri giorni, conducono lontano da un’ecclesiologia consonante con la storia della Chiesa ortodossa. 

Dal primato alla Trinità 

In questo contesto mi limiterò a mostrare un modo specifico in cui un’applicazione errata delle riflessioni trinitarie sulle questioni ecclesiologiche ha profondamente distorto queste ultime (e, in effetti, ha rivelato in modo retroattivo dei problemi con i relativi enunciati trinitari); vale a dire, l’applicazione delle relazioni trinitarie alla gerarchia del primato ecclesiale tra le Chiese. Questo è, forse, il campo in cui le conseguenze dell’analisi logica, in definitiva errata, delle questioni teologico-ecclesiologiche hanno generato problemi nel “mondo reale” della contemporanea discussione interortodossa.

Sebbene non sia un tema che occupa storicamente un posto centrale negli scritti ecclesiologici dei Padri della Chiesa, la questione del “primato e sinodalità” è stata al centro delle discussioni ecclesiologiche del ventesimo e ora del ventunesimo secolo, in gran parte per l’ascesa, a metà del XX secolo, di un rinnovato dialogo tra Ortodossia e Cattolicesimo romano, per il quale la questione è sia storicamente che contemporaneamente centrale [8]. Internamente, le questioni del “primato”, sebbene incontrovertibilmente presenti negli scritti delle fonti patristiche, tendono a non occupare un posto eccessivamente centrale a parte in contesti di espliciti problemi giurisdizionali (è abbastanza ovvio che le domande sul primato dovrebbero figurare, ad esempio, nei dibattiti sulla relativa autorità delle sedi nelle controversie dal IX all’ XI secolo tra Roma e Costantinopoli). Anche in contesti in cui sembra esistano opportunità piuttosto ovvie per soffermarsi sulla questione del primato interepiscopale — come ad esempio il famoso excursus di Sant’Ireneo di Lione sull’antichità della Sede di Roma in Confutazione, 3 [9] — I Padri tendono a non farlo. Sant’Ireneo, da parte sua, vede inequivocabilmente Roma come un’autorità alla quale altri potrebbero rivolgersi quando cercano l’autenticità dottrinale dell’interpretazione scritturistica di fronte alla lettura delle varianti. Ma ciò è proprio proprio a causa dell’antichità della testimonianza romana su quanto è universale tra tutte le Chiese, e non a causa di qualsiasi tipo di “primato” posseduto da tale Sede in quanto tale (e Ireneo non riporta qui il termine “primato”, in quello che altrimenti sarebbe un luogo apparentemente ideale per usarlo). Avendo affermato che a Roma le Chiese hanno, in termini di flusso storico temporale, una più antica testimonianza della verità posseduta e tradita (ossia tramandata) da ciascuna delle Chiese locali (e alla quale tali chiese possono quindi fare ricorso se mai sorge una questione [10]), passa rapidamente alle tematiche ecclesiali che gli interessano più sostanzialmente: la Chiesa come Corpo del Figlio incarnato; la Chiesa come erede e partecipante alla Croce e alla risurrezione di Cristo; la Chiesa come vivaio di maturazione spirituale per Adamo mentre cresce dall’infanzia all’età adulta in Cristo, ecc. [11]

In questo, Sant’Ireneo è tipico della maggioranza dei Padri. Quand’è necessario può essere richiamata l’autorità relativa ai diversi elementi nella gerarchia delle chiese (o per fare un punto positivo, come in sant’Ireneo, sul suo utile ricorso in tempi di confusione; o per contrastare l’appropriazione indebita di tale autorità quando avviene, come nel caso delle controversie Oriente-Occidente nei secoli successivi), ma il tema, nell’ampia visione ecclesiologica delle fonti patristiche, semplicemente non occupa un posto centrale. Al contrario di ciò, in certe attuali cerchie ristrette determinate questioni sull’autorità primaziale personale e poi ecclesiale, hanno guadagnato crescente attenzione come estrapolazioni di un’ “autorità petrina” tra gli Apostoli, nonostante studiosi e autorità ecclesiastiche orientali e occidentali abbiano riconosciuto che ciò è appartenuto ad un’epoca successiva e geograficamente limitata; un fenomeno [12] che possiamo aggiungere con sicurezza non ha mai rappresentato l’opinione della maggioranza delle testimonianze patristiche.

Pertanto, dovrebbe sembrare strano che “primato e sinodalità” siano divenute quasi parole d’ordine centrali nella discussione ecclesiologica del nostro ambiente contemporaneo. Quando un tema che gli stessi Padri trovano d’importanza secondaria o addirittura terziaria diventa primario in discussioni che, inevitabilmente, cercano di richiamarsi alla tradizione patristica per rafforzare l’autorità delle loro affermazioni, ciò significa o dovrebbe almeno segnalare un avvertimento. Ancor più quando, precisamente, quel riorientamento delle priorità è seguito da un riorientamento dell’esegesi teologica che lo accompagna. Ciò è esattamente quanto abbiamo assistito nei decenni precedenti, e soprattutto negli ultimi trent’anni: la centralizzazione del “primato” come concetto ecclesiale ha generato un riorientamento della discussione relazionale trinitaria nel dominio ecclesiologico, come mezzo per dare sostanza ad asserzioni erronee e insopportabili di un’ecclesiologia che altrimenti non avrebbe alcun merito teologico (e certamente non storico).

Relazioni trinitarie e gerarchia ecclesiale 

La cosa riguarda più esplicitamente il caso in cui le affermazioni sul “primato” sono confermate da un parallelismo tra le strutture della Chiesa (vale a dire, la gerarchia episcopale e le relazioni di autorità al suo interno) con le Persone della Trinità e le loro reciproche relazioni. Per essere sin dall’inizio chiari: non esiste alcuna testimonianza patristica dell’attuale diffuso concetto, fondamentale a molta “ecclesiologia trinitaria”, che i rapporti delle strutture gerarchiche della Chiesa sono paralleli (ontologicamente, concettualmente o iconicamente) alle relazioni eterne tra Padre, Figlio e Spirito. Si cercherà invano in qualsiasi fonte patristica tali attraenti termini, come potrebbero sembrare all’orecchio moderno. Ciononostante la tentazione di trovare, nella confessione trinitaria sull’unità della natura divina, un conveniente parallelo per descrivere la molteplicità nell’unità delle relazioni umane ed ecclesiali è troppo forte. Lo abbiamo già visto esplicitamente nella dichiarazione di Monaco della Commissione congiunta (1982), oltre ad aver dato forma alla sua continuazione a Ravenna e ad ulteriori testi. Potremmo sottolineare che una delle caratteristiche più significative della commissione plenaria a Chieti nel 2016 è stata un riesame dei concetti di “primato e sinodalità” in termini di abolizione di quest’instabile base “trinitaria” su cui erano state poste le precedenti dichiarazioni. 

“È stata articolata un’ecclesiologia trinitaria in extremis: quella in cui l’applicazione errata delle relazioni della Trinità alle strutture di autorità della Chiesa ha raggiunto la conclusione ‘logica’ alla quale conduce quest’analisi razionalistica – producendo quindi teologia – affermazioni ecclesiologiche mai sentite prima nella storia del pensiero ortodosso”. 

Tuttavia, la tentazione persiste nelle discussioni ecclesiologiche interne ortodosse. L’attuale conflitto tra le affermazioni ecclesiologiche di studiosi e gerarchi all’interno del Patriarcato di Costantinopoli, che hanno suscitato forti reazioni con quelle di altri patriarcati e Chiese locali, è il caso più toccante in questione. Mettiamo interamente da parte, nella presente discussione, le questioni di territorialità e giurisdizione di alcune parti del mondo che sono coinvolte in gran parte della nostra attuale disputa inter-ortodossa. Mentre le questioni di territorio, giurisdizione canonica e sovranità dei patriarcati all’interno della comunione di tutte le Chiese locali sono, mi affretto a chiarire, punti del tutto legittimi e importanti di discussione ecclesiologica, per la nostra analisi attuale non sono rilevanti. Ciò che è rilevante è come, nel mezzo di quelle discussioni, sia stata strutturata un’ “ecclesiologia trinitaria” in extremis: quella in cui la cattiva applicazione delle relazioni della Trinità alle strutture di autorità della Chiesa ha raggiunto la “logica” conclusione alla quale conduce quest’analisi razionalistica e ha quindi prodotto asserzioni teologico-ecclesiologiche mai sentite nella storia del pensiero ortodosso. Qui non sto parlando dell’ormai famigerata affermazione del “primo senza uguali” (primus sine paribus) per la Sede di Costantinopoli e il suo occupante primaziale, recentemente affermata come un contrappeso al vecchio assioma del “primo tra uguali” (primus inter pares) [13], ma piuttosto dei principi ecclesiologici che sono stati asseriti per radicarlo e difenderlo: vale a dire che il “primato” trinitario del Padre, in relazione al Figlio e allo Spirito, è incarnato in un unico patriarcato (e, più esplicitamente, personalmente in un patriarca) in modo che esiste un’autorità unica che risiede ontologicamente in un individuo [14]


Monarchia nella Santissima Trinità 

Per comprendere l’attrazione di questa logica in alcuni, è necessario comprendere i principi trinitari erroneamente fondati per sostenerla. Come per molte questioni finite male nelle discussioni teologiche lungo la storia, non sono i punti di partenza ad essere errati, ma quanto segue una volta partiti da questi. Nella presente questione, le confessioni trinitarie utilizzate per trattare tale visione ecclesiologica non sono errate; sono infatti le confessioni fondamentali di base del trinitarismo ortodosso. Ciò che rappresenta un disastroso errore è la loro errata applicazione in contesti in cui semplicemente non si possono applicare.

È fondamentale per l'auto-rivelazione dell'Unico Dio che Egli sia Padre, Figlio e Spirito - un mistero che chiamiamo Trinità e che secoli di riflessione teologica in costante precisazione giungono a descrivere specificamente come una Trinità di Persone, consustanziale, co-divina e coeterna, esistente in unità perfetta e inalterabile pur mantenendo, eternamente, le sue distinzioni personali indicate attraverso le loro relazioni.  Il Figlio è eternamente distinto dal Padre attraverso la precisa realtà relazionale della sua filiazione: la sua "eterna generazione" che lo rende eternamente distinto dal Generatore. Allo stesso modo lo Spirito è eternamente distinto dal Padre dalla sua processione fuori da quest'Ultimo: Colui che è inviato sempre distinto da Colui che manda e, inoltre, distinto dal Figlio in quanto il rapporto di processione è distinto da quello di generazione. Ogni Persona è quindi distinta e inconfondibile con le altre, non per qualche distinzione di divinità, ontologia o persino economia (che sono tutte esplicitamente respinte), ma interamente per le loro relazioni distinguibili e non intercambiabili. All'interno di queste relazioni trinitarie, il tratto unico del Padre (che lo distingue eternamente dalla generazione del Figlio e dalla processione dello Spirito) è che Egli è la fonte (gr. arché) di tali relazioni. La “figliolanza” del Figlio è definita dal Suo essere Figlio del Padre; l’identità relazionale unica dello Spirito è definita dal Suo essere procedente dal Padre. L’identità relazionale unica del Padre, a sua volta, è precisamente che Egli è la fonte delle relazioni, e in effetti l’unica fonte – non in termini di priorità temporale (la stessa frase “eternamente generato”, che aveva così confuso Ario, è usata proprio per sradicare la possibilità di concepire un “prima” o un “dopo” nei termini di queste relazioni), ma piuttosto nel solo contesto della definizione relazionale [15]. Il Figlio è sempre il Figlio perché è sempre generato dal Padre; lo Spirito è sempre lo Spirito perché procede sempre dal Padre; e il Padre è sempre il Padre perché conferma sempre la filiazione e la processione delle altre due Persone come Padre, come unica “fonte” [16].
Così il monarchicalismo trinitario del Padre (moné + arché: “unica fonte”) diventa il mezzo standard per esprimere le relazioni delle co-eterne, co-eguali Persone di Dio come Trinità almeno dal tempo dei grandi Cappadoci.


Esiste un certo numero di punti in questo linguaggio patristico tradizionale della Trinità che dovrebbero essere notati nella nostra attuale discussione. In primo luogo, la monarchia del Padre è necessariamente sia comunitaria sia relazionale. Non ci può essere Padre senza Figlio, né Colui che manda lo Spirito se non c’è nessun Spirito che viene inviato [17]. La natura relazionale, piuttosto che ontologica, di queste identità richiede la coesistenza e la co-eternità di tutte e tre. Allo stesso modo, la co-eternità dell’identità del Padre come unico arché delle loro relazioni, proprio perché è coeterna nella sua relazionalità ma non nell’ontologia (poiché c’è solo una realtà ontologica nella Trinità: c’è un solo Dio), significa che non si può concepire alcuna superiorità divina del Padre. Se il Padre non può essere il Padre senza il Figlio, allora anche se è il Padre che è l’arché di quella relazione, la necessaria co-eternità di entrambe le Persone, affinché una di esse sia definita dalle loro relazioni, significa che i termini delle loro identità relazionali non sono né precedenti né più grandi dell’altro, anche se potremmo essere costretti dalle limitazioni del linguaggio a parlare a volte di “precedenza” a livello logico [18]. Il Figlio non è divino perché ha ricevuto la divinità dal Padre (sarebbe un triunismo ontologico, piuttosto che relazionale); ma allo stesso modo, il Padre non possiede nulla per sé in quanto Padre, in virtù del fatto di essere il solo arché delle loro relazioni, tranne la caratteristica di essere fonte della relazione stessa. Il Padre non possiede alcuna divinità precedente al Figlio o allo Spirito, nessuna “autorità” precedente, niente d’indipendente se non il suo unico attributo relazionale di essere, ipostaticamente, il Generatore del Figlio e Colui che manda lo Spirito. 

I problemi nel legare le relazioni della Trinità alle strutture ecclesiali 

Dopo aver presentato questa essenziale descrizione del linguaggio classico trinitario patristico, possiamo analizzare meglio i problemi provenienti se la discussione delle relazioni trinitarie è applicata alle strutture della gerarchia e dell’autonomia della Chiesa. Come ho accennato in precedenza, è frequente la tentazione di vedere nella Trinità, come unità nella molteplicità delle tre Persone in un solo Dio, un conveniente parallelo da applicare alle relazioni degli uomini tra loro e alle strutture della Chiesa con altre strutture ecclesiastiche. Siamo sicuri che, se l’uomo è una creazione di Dio in quanto Trinità, allora è nella Trinità che troverà alcuni mezzi per riflettere su se stesso? E se la Chiesa è il Corpo di Dio, che è la Trinità, allora è sicuramente nella Trinità che troverà la definizione della sua vita e funzione interiore? 

Ho già pure sottolineato che il problema più significativo emergente da questo ragionamento è che, nonostante la sua apparente attrattiva, non ha basi nella tradizione della Chiesa stessa. Secondo una categoria analitica, ciò dovrebbe essere sufficiente di per sé per scartare tale linea di ragionamento ecclesiologico nella mentalità di una Chiesa che confessa unicamente “quella fede che è stata creduta ovunque, sempre, da tutti” [19]. È pur tuttavia certo che, l’espressione e la riflessione della realtà teologica, oltre che ecclesiale, cambia certamente nel tempo; quindi l’indagine più approfondita deve vertere sulla compatibilità di nuove affermazioni con la visione teologica della Chiesa, non solo con le sue analisi storiche di tale visione. 

“È noto che quando Cristo prega il Padre ‘che essi possano essere uno, come lo siamo noi’, non possiamo non ascoltare queste parole assieme a ciò per cui prega dopo ...” 

Il primo punto in cui scopriamo un’incompatibilità immediata è nella stessa errata applicazione dell’espressione trinitaria alla Chiesa, come se fosse il Corpo della Trinità e non il Corpo di Cristo. Semplicemente non esiste alcun precedente nel pensiero ortodosso all’affermazione dei nostri giorni (spesso implicita nella verbosità ma esplicita nei contorni dell’ecclesiologia espressa [20]) che la Chiesa è in qualche modo una manifestazione strutturale delle relazioni trinitarie [21]. Sia San Paolo che le innumerevoli fonti patristiche che lo seguono, affermano espressamente che la Chiesa è il Corpo, non della Trinità, ma della seconda Persona della stessa; è in Cristo che l’umanità ha accesso alla Trinità ed è attratta dall’unità della Trinità – partecipando a quell’unità in, con e attraverso la sua adozione in Cristo e mai come se essa stessa potesse manifestare le relazioni divine di Padre, Figlio e Spirito. È noto che quando Cristo prega il Padre, affinché i discepoli possano essere uno, come lo siamo noi (Gv 17, 11, 22), un testo regolarmente usato per sostenere un’impropria ecclesiologia “trinitaria”), non possiamo non ascoltare queste parole assieme a ciò per cui prega dopo: la vita di quegli uomini si innesterà totalmente nella sua sofferenza, morte e missione, affinché siano tutti uno, come Tu, Padre, sei in Me e io in Te, affinché anch’essi siano uno in noi ... Io in loro e Tu in Me, affinché anch’essi siano resi perfetti in uno; e che il mondo possa sapere che mi hai mandato e che li hai amati come mi hai amato (Gv 17,21, 23, enfasi aggiunta). Cristo prega esplicitamente che l’unità ottenuta dai Suoi discepoli dovrebbe essere un’immagine, non dell’eterna unità relazionale tra Padre, Figlio e Spirito, ma precisamente ed enfaticamente l’immagine dell’unità del Cristo incarnato con suo Padre. L’uomo non si relazionerà mai al Padre come il Figlio si relaziona eternamente al Padre (la proprietà della generazione eterna dal Padre non è mai una proprietà della creatura [22]); piuttosto, Cristo prega che ottengano unità in Lui, e in ciò partecipino alla Sua figliolanza, ottenuta dal Padre attraverso lo Spirito del Padre che Cristo, loro immagine e sacerdote, manda. È in questa distinzione cruciale che scopriamo le fondamenta di troppe cose storte in parte delle contemporanee discussioni.

La Chiesa come Corpo di Cristo (che, ancor più del significato del Corpo della seconda Persona della Divina Trinità nella sua realtà eterna, significa esplicitamente il Corpo della sua realtà incarnata come Cristo crocifisso e risorto), esige che i vari aspetti della struttura mondana della Chiesa trovino ugualmente la loro definizione non nelle relazioni trinitarie propriamente dette, ma più specificamente nell’identità personale del Figlio e come Egli – incarnato, morto e risorto – si relazione al Proprio Padre e allo Spirito del Padre. Uomini e donne sono innestati nella Chiesa, uniti nel Corpo, all’immagine del Figlio che ha innestato tutta l’umanità in se stesso prendendo carne e diventando uomo. La Chiesa è obbediente alla volontà del Padre, così come Cristo è stato perfettamente obbediente alla volontà di Suo Padre (cfr. Gv 12,49, 14,31). La Chiesa riceve lo Spirito Santo quando il Figlio chiede a Suo Padre di inviare quello Spirito (cfr. Gv 15,26); e riceve la buona volontà del Padre, ereditando il Regno, poiché è unita alla morte, risurrezione e ascensione del Figlio nella gloria. 

È interamente nella persona del Figlio incarnato che la Chiesa trova la sua identità, esprimendo ciò in modo ancor più chiaro, di quanto evidentemente comporta la relazione del Figlio con il Padre e lo Spirito; ma in nessun momento trova la sua identità soggettiva espressa o nella Trinità ‘nel suo insieme’ (cioè nella somma articolata di tutte le relazioni trinitarie) o in nessuna delle altre Persone prese come sostanza della sua identità (in quanto tale essa non è mai il “Corpo del Padre” o il “Corpo dello Spirito”, non più di quanto sia il “Corpo della Trinità”). 

Eppure è proprio in quel terreno che vaga il moderno concetto di ecclesiologia “trinitaria”. La centralizzazione del “primato” come tema ecclesiologico, menzionata in precedenza, ha richiesto una contemporanea enfasi sulla relazionalità (che prende come punto di partenza il termine greco koinonia, generalmente usato per descrivere le relazioni tra le Persone della Trinità e solitamente tradotto come “comunione”), al fine di dare sostanza alle definizioni di diverse strutture in cooperazione e organizzazione. Concentrarsi esclusivamente sulla Chiesa come Corpo di Cristo (come si trova nelle Scritture e nei Padri) offre ben poco spazio teologico per un’estesa considerazione di quest’idea, poiché è appena possibile parlare del Figlio relativamente a Se stesso in modi diversi (a meno che uno non sia abbastanza audace di vagare in una sorta di nestorianesimo ecclesiologico). Sembra essere per questo motivo che la discussione si è quindi spostata nelle discussioni del ventesimo secolo, proprio sulla Chiesa come manifestante relazionalmente, nelle sue varie strutture, la koinonia delle relazioni della Trinità – perché lì, almeno, si è in grado di tracciare parallelismi tra Persone concretamente distinte in relazione tra loro [23]

“La Chiesa come incarnazione strutturale delle relazioni trinitarie è un’invenzione del ventesimo secolo: ha poco a che vedere con il modo in cui la Chiesa ha percepito la sua identità nel corso della storia”. 

Eppure, fare così è inventare un’ecclesiologia che non ha semplicemente precedenti nell’Ortodossia. La Chiesa come incarnazione strutturale delle relazioni trinitarie è un’invenzione del ventesimo secolo: ha poco a che vedere […] con il modo in cui la Chiesa ha percepito la sua identità nel corso della storia. Il disastro di ciò non è solo la separazione di tale discussione ecclesiologica odierna dall’intera tradizione cristiana, ma la generazione di problemi sostanziali non solo nella vita della Chiesa, ma anche, in modo quasi “retrospettivo”, sul modo in cui è confessata la natura di Dio in quanto Trinità. Quest’indebita moderna appropriazione ecclesiastica di concetti perverte retrospettivamente le confessioni teologiche più antiche e fondamentali del Cristianesimo su Dio. 

Nel sostenere, ad esempio, che un patriarca può essere “primo senza eguali” perché la Chiesa, nell’immaginare la Trinità, immagina le relazioni del Padre, del Figlio e dello Spirito, dove il Padre è “l’unica fonte” di tali relazioni (e quindi l’unico patriarca che manifesta vicarialmente il Padre in questo miscuglio ecclesiale deve anche avere un ruolo unico come “unica fonte” dell’autorità degli altri patriarchi e patriarcati [24]) non solo introduce la straordinaria novità di concepire un gerarca come ecclesiale rappresentazione del Padre in relazione ai suoi fratelli gerarchi [25], ma dimostra che, così facendo, anche l’autentico monarchicalismo patristico dell’espressione trinitaria è stato modificato. Tutta l’enfasi del linguaggio trinitario relazionale, espressa così chiaramente da San Gregorio di Nissa e dagli altri Cappadoci tra una miriade di altri, è che il Padre non è la fonte di autorità nel Figlio o nello Spirito (né della divinità o del potere, o dell’eternità), e mentre è il solo arché delle loro relazioni, il fatto stesso della co-eternità di quelle relazioni significa che non c’è nulla di precedente nel Padre, nulla di sine paribus che possiede se non la sua identità personale di arché della filiazione relazionale del Figlio e processione dello Spirito. Non è “responsabile” della loro unità come attributo indipendente e autonomo (perché se essi non supportano la loro relazione eterna non c’è unità) [26]. Non è ontologicamente “il primo” in una gerarchia (la monarchia relazionale è totalmente distinta dalla gerarchia ontologica nelle discussioni teologiche) [27]

Affermare che un patriarca ha un’autorità, all’interno della comunione della gerarchia di tutte le Chiese locali, perché la Chiesa manifesta le relazioni della Trinità che sono personali e quindi devono essere legate a Persone concrete, e che in queste relazioni personali quella del Padre è l’unico arché, è un radicale fraintendimento del significato di questo concetto nei Padri della Chiesa. Non solo è errato l’intero parallelo tra la Chiesa e la Trinità, ma il concetto del Padre come, in qualche modo, base sostanziale per un concetto personale di primus sine paribus è pure errato. Se, in termini di relazioni delle Persone della Trinità, il Padre è “senza eguali”, non è più del Figlio e dello Spirito Santo che sono pure “senza eguali”: ognuno è una Persona che non può essere confusa con le altre. E proprio come il Padre non è “primo” ma “unico” (moné) [28], in quanto è la sola fonte dell’identità relazionale sia del Figlio che dello Spirito, allo stesso modo il Figlio è “unico”, non nell’essere fonte  relazionale ma nell’essere figlio unico; e lo Spirito è “unico” nell’essere unico Spirito. L’identità del Padre come mone arché non è un primato, né una definizione gerarchica; se applicato alla gerarchia della Chiesa come paradigma significa concettualmente danneggiare entrambi. 

Il correttivo: l’ecclesiologia cristologica 

Si deve apportare una correzione a tale tendenza del pensiero ecclesiologico, poiché nella contemporanea “ecclesiologia trinitaria” non si vede solo quanto possano distorcersi le discussioni ecclesiologiche quando il pensiero trinitario viene applicato erroneamente all’identità strutturale della Chiesa (pervertendo la sua visione teologica), ma si vede pure il danno che ciò può causare in termini concreti alle relazioni inter-ortodosse. Il fenomeno moderno di questa nuova ecclesiologia, pur essendo espressa in documenti formali solo dal Patriarcato di Costantinopoli (ignorato silenziosamente da alcune altre Chiese locali, sebbene fortunatamente in diversi casi esplicitamente respinto da altre), si è tuttavia trovato in convegni dogmatici di studiosi e pastori di tutto il mondo ortodosso. Non dovrebbe essere un’autentica sorpresa che ciò coincida con l’avvento dello scisma e l’ampliamento della divisione tra le parti di quello stesso mondo. 

“Il correttivo necessario a questo problema è riportare le discussioni ecclesiologiche su quella che è la loro base necessariamente fondamentale: la natura della Chiesa come Corpo dell’incarnato, crocifisso, risorto e glorificato Gesù Cristo”. 

Per essere chiari: un’ecclesiologia che cerca di definire il primato e la sinodalità nelle questioni inter-ecclesiali dalla comunione relazionale delle Persone della Trinità fallirà sempre la prova dell’ortodossia. Non è storica, essendo un’innovazione relativamente recente; non è cattolica, essendo una tradizione che non rappresenta l’oikoumene della Chiesa nella sua manifestazione universale; e, soprattutto, è a-teologica, essendo un’applicazione errata di concetti trinitari in campi in cui non si applicano, sfigurando in tal modo sia quei campi sia la visione trinitaria di quanti operano tale errata applicazione. 

Il correttivo necessario a questo problema è riportare le discussioni ecclesiologiche su quella che è la loro base necessariamente fondamentale: la natura della Chiesa come Corpo dell’incarnato, crocifisso, risorto e glorificato Gesù Cristo. È questo che Cristo stesso ha insegnato, gli Apostoli hanno predicato e i Padri hanno sostenuto, ed è questo che può riassestare le vacillazioni nella discussione moderna per testimoniare l’ortodossia. 

In quanto Corpo del Figlio e Figlio incarnato, le strutture gerarchiche della Chiesa non sono definite dalle relazioni del Padre, del Figlio e dello Spirito, ma dalla relazione degli Apostoli con Cristo, il quale li ha chiamati dal mondo e uniti alla sua vita. Essendo innestati in Cristo, gli Apostoli non divennero così icone del Padre e dello Spirito, assieme al Figlio, nel modo in cui si relazionavano l’uno all’altro; piuttosto, si sono innestati personalmente nell’obbedienza del Figlio al Padre, attraverso la quale sono stati chiamati dalle diverse divisioni della loro umana provenienza (né ebrei né greci ... Gal 3, 28) all’unità in Cristo. Quest’identità cristologica della Chiesa significava quindi che la sua vita era legata alla vita della Trinità, proprio come il Figlio è “Uno della santa Trinità”, e quindi è tratta proprio dalle relazioni che il Figlio ha con suo Padre e con lo Spirito Santo; ma mai da una confusione di persone e relazioni personali e neppure da relazioni confuse e inappropriate del Figlio con le altre Persone della Trinità. Esattamente come l’identità del Figlio non è mai confusa equiparandola all’identità del Padre, così il Suo Corpo, la Chiesa, non confonde mai la sua identità identificandola erroneamente con il Padre o lo Spirito. La Chiesa e tutti i suoi membri sono assunti nella vita del Figlio incarnato; e questa esperienza di divenire, di entrare nella pienezza della Vita attraverso l’innesto nell’esistenza umana incarnata e glorificata del Figlio, è la caratteristica per eccellenza della sua identità. Coloro che “erano molti” sono “fatti un solo corpo” (cfr. 1 Cor 12, 12), e nella centralità dell’esperienza eucaristica della Chiesa, la trasformazione del pane e del vino, che subiscono un “divenire” nella loro santificazione nel vero Corpo e Sangue di Cristo, generano nell’uomo il divenire “uno in Cristo” (cfr. Rom 12,5) che crea dal vecchio un uomo nuovo e trasforma la morte in vita. Dovrebbe essere ovvio per noi che, in questo, il paradigma relazionale della Chiesa non può essere il modo in cui il Figlio si relaziona con il Padre o lo Spirito, poiché non vi è alcun “divenire” in quei rapporti eterni, come sempre accade nella realtà ecclesiale. Cristo non “diventa” uno con il Padre, ma la creazione santificata diventa uno in Cristo – ed è proprio qui, nella realtà incarnata del Figlio, che l’ecclesiologia trova la sua sostanza e identità relazionale [29]


NOTE 

[1] Dichiarazione di Ravenna (più estesamente, “Conseguenze ecclesiologiche e canoniche della natura sacramentale della Chiesa: comunione ecclesiale, conciliarità e autorità”, prodotta dalla Commissione congiunta a Ravenna, ottobre 2007), 5. Il testo integrale della dichiarazione è disponibile on-line (consultato il 29 ottobre 2019).  
[2] Dichiarazione di Ravenna, 6. 

[3] Tratto dal testo prodotto nella seconda riunione plenaria della Commissione congiunta, tenutasi a Monaco nel 1982, intitolata “Il mistero della Chiesa e dell’Eucaristia alla luce del mistero della Santissima Trinità” (qui citato dalla sezione III, 2). [↑] 

[4] Pertanto, ad esempio, nella sezione 17 si chiederà la triplice organizzazione del primato conciliare, “In che modo gli elementi istituzionali della Chiesa esprimono e servono visibilmente il mistero della koinonia?”. 

[5] Che le esprime allo stesso modo in molte delle sue opere, forse più succintamente nella sua Comunione e alterità (T&T Clark, 2006), da cui avremo occasione di citare, di seguito. 

[6] Come professato nell’inno “O Figlio unigenito” (Ὁ Μονογενὴς Υἱὸς), attribuito tradizionalmente a sant’Atanasio il Grande o san Giustiniano, e incluso in ogni celebrazione delle Divine Liturgie sia di San Giovanni Crisostomo che di San Basilio il Grande, così pure in quella di san Giacomo. 

[7] San Gregorio di Nazianzo, Lettera 101: A Cledonio

[8] Ciò emerge nella forma del già citato Dialogo congiunto, iniziato nel 1980. Durante la sua convocazione iniziale (Rodi, 1980), l’obiettivo proposto del Dialogo era principalmente lo studio comune della sacramentologia e non erano menzionati né il “primato” né la “conciliarità” nella pubblicazione del suo Piano; la sua proposta piuttosto vaga del “rapporto tra i sacramenti e la struttura canonica della Chiesa” come tema d’indagine (Rodi, Piano IV, 4) ha fatto presagire quello che sarebbe divenuto un cambiamento distinto di prospettiva. Mentre lo studio dei sacramenti riguardava direttamente l’opera del Dialogo nei suoi primi sette anni (dalla sua iniziale riunione plenaria di lavoro a Monaco di Baviera, 1982, fino alla sua quarta a Valamo, 1988), dal 1990 in poi l’attenzione principale di tutte le riunioni plenarie del Dialogo sono state su questioni di ordine canonico-amministrativo all’interno della Chiesa, consolidandosi sempre più singolarmente attorno ai temi collegati a “Primato e sinodalità”, che sono stati i punti focali espliciti di metà delle sue dichiarazioni pubblicate (Balamand 1993, Ravenna 2007, Chieti 2016) ed è ancora una volta l’argomento di uno dei documenti proposti (come proposto per le sessioni del gruppo di lavoro nel 2017-18). 

[9] Cfr. Sant’Ireneo di Lione, Smascheramento e confutazione della falsa gnosi (comunemente abbreviato in Contro le Eresie) 3, 3, 1-3, 4, 1.

[10] Un punto che Sant’Ireneo sottolinea per la preoccupazione della situazione italiana nella fine del II sec. e dintorni, in cui erano diffusi parecchie liste di letture alternative della Scrittura. Egli vede la Sede di Roma come portatrice di un’”autorità preminente” (potiorem principalitatem) nel confermare chiaramente “la tradizione degli Apostoli manifestata in tutto il mondo” (Rif. 3, 3, 2), e quindi un sicuro punto di riferimento per testimoniare le “prove” della verità della testimonianza apostolica (cfr. Rif. 3,4,1). 

[11] Lo spazio lasciato ai temi ne qualifica l’importanza. Mentre tutta la vasta Refutazione in cinque volumi riguarda in qualche modo la giusta ecclesiologia (e il suo fondamento teologico) di fronte all’alterazione eretica, Sant’Ireneo dedica solo cinque paragrafi, di cui i due più lunghi sono semplicemente elenchi di successioni di nomi con occasionali aneddoti sugli individui presentati, alla questione dell’autorità strutturale tra le Chiese. 

[12] Si veda quindi la sezione 16 del documento plenario della Commissione congiunta prodotto nel 2016 a Chieti, intitolato “Sinodalità e primato durante il primo millennio”, in cui si afferma: “In Occidente, il primato della sede di Roma è stato compreso, in particolare dal IV secolo in poi, con riferimento al ruolo di Pietro tra gli Apostoli. Il primato del vescovo di Roma tra i vescovi fu gradualmente interpretato come una sua prerogativa poiché successore di Pietro, il primo degli apostoli. Questa comprensione non fu adottata in Oriente, che aveva una diversa interpretazione delle Scritture e dei Padri su questo punto”. 

[13] Esposto in modo più particolare in Elpidophoros (Lambriniadis), Primo senza eguali: una risposta al testo sul primato del patriarcato di Mosca (2013 [?]), Pubblicato sul sito web del Patriarcato di Costantinopoli (consultato il 30 ottobre 2019). 

[14] Riguardo la mia confutazione diretta dell’affermazione errata ed eretica del “primo senza eguali”, vedi il mio testo “Primato e identità: una risposta al ‘Primo senza eguali’ e la tragedia dell’inadeguata ecclesiologia” (2018) disponibile on-line, che è una versione leggermente ampliata di un testo da me pubblicato in russo con il titolo ‘Первенство и личность’, in Церковь и время: научно-богословский и церковно-общественный журнал: Отдел внешних церковных связей Московского Патриархата 2015, 4 (73), pp. 52-89, disponibile a sua volta pure on-line. 

[15] Ciò è spiegato a fondo nella classica esposizione di San Gregorio di Nissa, contenuta nella sua lettera Ad Ablabium, scritta nel 390 d.C.: “Pur confessando l’immutabilità della natura, non neghiamo la differenza di causa e causalità, con la quale da soli cogliamo la distinzione dell’una dall’altra. È credendo che l’una sia la causa e l’altra sia dalla causa […] Ma parlando di una “causa” e “da una causa”, non intendiamo attraverso questi nomi “natura” […] ma riveliamo la differenza nel modo di essere. […] Il principio di causa, quindi, distingue le ipostasi nella Santissima Trinità nell’adorare ciò che non è causato e l’altro che proviene dalla causa” (enfasi mia). 

[16] Vedi San Gregorio di Nazianzo, Terza Orazione Teologica, per un excursus classico su questi punti; esp. 5-16. 

[17] Un punto già sottolineato, in termini di relazione del Figlio con il Padre, da sant’Atanasio il Grande nelle sue Orazioni contro gli Ariani, 1, 11-16. 

[18] Cfr. Sant’Atanasio, ibid., 1, 20: “Quando il Padre non si vide nella propria immagine [ad es. nel figlio]?”. 

[19] San Vincenzo di Lerino, Commonitorium, 6. 

[20] Un caratteritico esempio di ciò è dato dall’arcivescovo Elpidophoros che, pur mantenendo il linguaggio scritturistico del “Corpo di Cristo”, collega tuttavia tale espressione a un’esegesi sulle questioni ecclesiali che considera le relazioni divine della Trinità nel suo insieme, non di Cristo incarnato come Uno della Trinità quale fondamento. Così, ad esempio, nel suo Primo senza eguali: una risposta al testo sul primato del patriarcato di Mosca (2013) 1, par. 2: “Se la Chiesa è davvero il Corpo di Cristo e la rivelazione della vita trinitaria, non possiamo quindi parlare di differenze e distinzioni artificiali che frantumano l’unità del mistero della Chiesa, che inglobano le formulazioni teologiche (nel senso stretto del termine) e cristologiche allo stesso modo” – osservazioni fatte per introdurre un trattamento delle relazioni episcopali radicate nelle relazioni delle Persone della Trinità tra loro (specificamente impiegate per mettere in parallelo – disastrosamente – il Padre come unico e incomparabile arché delle altre Persone divine con un vescovo che detiene un’autorità unica e incomparabile tra gli altri vescovi). Questo concetto lo confuto direttamente nel mio Primato e identità, già sopra citato. 

[21] I Padri parlano della Chiesa come “icona” della Trinità; vedi ad es. San Massimo il Confessore, Mystagogia (PG 91, 663D). Tuttavia, tale confessione che nella Chiesa è testimone di un’unità dell’umanità attraverso la sua comunione in Cristo, mediante la quale è unita al Padre e allo Spirito come Trinità, non diventa, nei Padri, una base per articolare l’amministrazione strutturale della vita della Chiesa o per fondare le relazioni tra i vescovi (o altri) nelle relazioni delle Persone divine. 

[22] O, per dirla più scientificamente, la proprietà personale del Figlio di essere un’ipostasi relazionale dell’unica ousia di cui anche il Padre e lo Spirito sono ipostasi, non diventa mai una proprietà personale della creatura umana. 

[23] Ciò è fatto in modo drammatico, ad esempio, dall’archimandrita Panteleimon (Manoussakis) in Orthodox Constructions of the West, ed. G.E. Demacopoulos e A. Papanikolau (New York, Fordham University Press, 2013), pp. 229-239. In questo testo l’autore, nel tentativo di spiegare il primato di un patriarca in relazione agli altri, lo fonda strutturalmente in riferimento alle relazioni eterne della Trinità: “Il mistero della Santissima Trinità ci pone di fronte, in modo eminente, alla dialettica tra l’Uno e i molti, tra l’identità e la differenza. È noto che ciò che salvaguarda l’unicità di Dio e impedisce alla dottrina della Santissima Trinità di cadere nel triteismo è la persona del Padre. La “monarchia del Padre” indica chiaramente che la coincidenza e la conferma dell’unità e della pluralità nella Santissima Trinità è esercitata da una persona, il Padre” (p. 235). 

[24] Queste sono alcune tra le già citate disastrose affermazioni fatte dall’arcivescovo Elpidophoros nel suo testo (cfr. 2 [i]. par. 3), nonché dall’archimandrita Panteleimon (cfr. pp. 235 e ss.).  
[25] Un’affermazione che è, tuttavia, costantemente presente nelle dichiarazioni dei nostri giorni emanate dal Patriarcato di Costantinopoli. Ciò viene spesso messo in relazione con il presunto ruolo di tale Sede a “protezione dell’unità” della Chiesa; quindi, ad esempio, l’arciv. Elpidophoros nel suo discorso d’intronizzazione dopo essere stato nominato nell’arcidiocesi greca d’America (22 giugno 2019) ha detto: “Ricordo con gratitudine” tra i primi “il mio arcivescovo e patriarca Bartolomeo, che porta il principale onere e la prima responsabilità dell’unità nella Chiesa” (discorso disponibile on-line, letto il 30 ottobre 2019). L’arciv. Elpidophoros, sta qui solo facendo eco ai temi che il Patriarca Bartolomeo usa regolarmente su se stesso. Vedi, ad esempio, le sue osservazioni conclusive sulla sinassi dei gerarchi del Patriarcato di Costantinopoli il 3 settembre 2018: “Il Patriarcato ecumenico – essendo responsabile della salvaguardia dell’unità, ma anche del coordinamento delle relazioni inter-ortodosse e delle iniziative pan-ortodosse – svolge questo sacro ministero nel mondo ortodosso, aderendo fedelmente agli incrollabili principi ecclesiologici e canonici della Tradizione dei nostri Padri”. (Ovviamente, non esistono canoni per comprovare questo; ciò a cui allude Bartolomeo sono dei canoni che in realtà si riferiscono alla taxis delle interrelazioni ordinate tra le Chiese locali e che conferiscono a Costantinopoli il ruolo di facilitare il processo di appello nelle decisioni contestate; ma nessuno di essi le assegna il ruolo di “salvaguardia dell’unità” o di coordinare le relazioni inter-ortodosse. Questi sono i ruoli che il Patriarcato di Costantinopoli si è autoappropriato). Quest’interpretazione del ruolo di facilitare gli appelli nel senso che il Patriarcato di Costantinopoli ha un’autorità canonica globale sulle altre Chiese locali, è una lettura errata. Vedi le osservazioni del Patriarca Bartolomeo nella sua dichiarazione di apertura nella stessa sinassi del settembre 2018, in cui afferma che “Il Patriarcato ecumenico ha la responsabilità di porre le cose in ordine ecclesiastico e canonico perché ha solo il privilegio canonico, nonché la preghiera e la benedizione della Chiesa e dei Concili ecumenici di adempiere a questo supremo ed eccezionale dovere di Madre nutritiva e generatrice di chiese”. Questo tipo di lettura profondamente imperfetta dell’autorità canonica non è in alcun luogo più evidente che negli scritti dell’Arcidiacono Giovanni (Chryssavgis), uno dei principali consiglieri teologici del Patriarca Bartolomeo. Mentre il suo recente libro Bartolomeo: Apostolo e visionario (Thomas Nelson, 2016) rientra più nel campo di un tomo celebrativo piuttosto che in quello di uno studio accademico, al suo interno fa tuttavia affermazioni tipicamente assolutiste (e altrettanto infondate) sull’autorità distintiva di ciò che chiama il “primate universale” (p. 66): ad es. “Come attuale occupante del primo trono della Chiesa ortodossa, Bartolomeo è incaricato di convocare e coordinare la sinergia della Chiesa ortodossa in tutto il mondo, per proteggere e preservare il principio dell’unità della Chiesa” (p. 147); e “Bartolomeo ha la vocazione e l’obbligo di guidare i suoi fratelli primati” (p. 149). Al contrario, in nessun canone sono attribuiti al Patriarca di Costantinopoli né la “conservazione del principio dell’unità della Chiesa” né la “guida dei suoi fratelli primati”. 

[26] La precisione del linguaggio è qui essenziale. I Cappadoci, come tutti gli esempi patristici dell’adeguato monarchicalismo trinitario, confessano che il Padre, come unico arché delle relazioni, è quindi identificabile con l’unità delle Persone (il termine qui usato è ἕνωσις). Poiché si riferiscono alla relazione con Lui che le altre Persone manifestano le loro uniche identità; ma ciò è del tutto distinto da qualsiasi idea che il Padre, in modo determinante o indipendente, abbia una “responsabilità” deliberativa per l’origine o il mantenimento dell’unità divina. Nella formulazione di san Gregorio di Nazianzo, il Padre è l’ ἕνωσις in quanto “da Lui e per Lui gli altri [cioè le altre Persone] sono determinate (ἕνωσις δὲ, ὁ Πατὴρ, ἐξ οὖ, καὶ πρὸς ὄν ἀνάγεται τὰ ἑξῆς)”, Orazione 42, 15. Lo sottolineo perché gran parte degli odierni imprecisi discorsi sul primato costantinopolitano, il ruolo auto-percepito di tale Sede come “garante” o “responsabile” dell’unità dell’Ortodossia è deliberatamente parallelo al ruolo erroneamente interpretato dal Padre come motivo di unità nella Trinità – come se questa fosse una funzione deliberativa piuttosto che una vera confessione dell’identità relazionale. Giustamente compresa, l’identità del Padre come unico arché delle relazioni tra le Persone divine non ha alcuna influenza sull’autorità di una sede ecclesiale rispetto ad un’altra. 

[27] Questo è un punto che il metropolita Giovanni (Zizioulas) confonde costantemente, quando legge san Gregorio Nazianzeno e altre fonti: vale a dire, fonde causalità relazionale temporale e identità ontologica. Ad esempio, afferma che “se il Padre è l’unico arché personale in Dio, la sua relazione con le altre due persone non potrebbe che essere descritta in termini causali. L’idea di arché implica un movimento e, come dice Gregorio Nazianzeno, la Trinità è un movimento dall’Uno ai Tre (“La monade si trasferì alla Triade”, scrive), il che suggerisce che l’Uno, che è il Padre, causa le altre due Persone ad essere distinte hypostases (enfasi nell’originale). Le poche parole di San Gregorio ivi citate provengono dalla sua Terza Orazione Teologica, 2; tuttavia, in quel testo San Gregorio è molto più attento del metropolita Giovanni e nota che questo “movimento” è una metafora inadeguata causata dalla limitazione del linguaggio umano (“Non so come nominarli, rimuovendo del tutto le cose visibili”), e quindi la causalità è contemporaneamente atemporale e riguarda esplicitamente il modo delle relazioni ipostatiche, non l’ontologia. Ciò, tuttavia, non fonda solidamente la lettura del metropolita Giovanni su San Gregorio o sugli altri Cappadoci: pur riconoscendo la natura atemporale di tale causalità e affermando giustamente che “La causalità, insistono i Cappadoci, ha luogo ... a livello ipostatico o personale, e non su quello di ousia”, tuttavia sostiene contemporaneamente (anche nella stessa pagina) che nella visione cappadoce della monarchia teologica ciò si riferisce all’ “origine ontologica personale” e, in particolare, che “l’unico arché ontologico nella Trinità è il Padre, che è in questo senso l’Unico Dio” (Zizioulas, Communion and Otherness [1980], p. 119). 

[28] Tenendo presente che a volte i Padri impiegano il termine “primo” quando parlano della natura delle relazioni, ad esempio, del generatore e del generato, in ciò che essi stessi percepiscono come analogie inadeguate su quanto è una realtà atemporale nella Trinità (vedi ancora San Gregorio di Nazianzo, Terza Orazione Teologica, 2, già citata sopra nelle note), un senso di precedenza autorevole imputato al Padre per questo motivo è da loro completamente escluso. 

[29] Il presente testo non è che un’introduzione ai problemi chiave dell’ecclesiologia trinitaria moderna. I contorni precisi di un'ecclesiologia cristologicamente più adeguata devono essere un seguito necessario da ciò che viene presentato qui. Speriamo di fornirli a tempo debito. 

 Tradotto da: https://orthochristian.com/125600.html