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venerdì 23 settembre 2022

Gli stili letterari delle preghiere nel Vetus Ordo e nel Novus Ordo

 

Quest’argomento meriterebbe una trattazione ben più dettagliata ed estesa di questo semplice articolo che si limiterà a tratteggiare alcuni importanti aspetti.

Lo stile letterario di un testo si diversifica a seconda dei luoghi, dei tempi e degli autori, per quanto vi siano degli elementi di fondo che, in campo liturgico, sono delle costanti.

Ogni componimento letterario ha il suo stile e lo si individua da diverse angolazioni. Prendiamo, ad esempio, una preghiera tratta dal “Vetus Ordo Missae”, del Messale Romano, quello che comunemente si definisce impropriamente “tridentino”.

Concede nos famulos tuos, quaesumus, Domine Deus, perpetua mentis et corporis sanitate gaudere: et, gloriosa beatae Mariae semper Virginis intercessione, a praesenti liberari tristitia, et aeterna perfrui laetitia. Per Christum Dominum nostrum.

℟ Amen.

In traduzione suona così:

Concedi ai tuoi diletti, Signore Dio, la sanità perpetua  della mente e del corpo e per la gloriosa intercessione della beata Maria sempre Vergine, liberaci dalla tristezza presente e donaci la letizia eterna. Per Cristo nostro Signore.

℟ Amen.

 

La preghiera si apre con una richiesta diretta immediatamente a Dio: la sanità della mente e del corpo. Prosegue invocando l’intercessione della Madonna, della quale si confessa la perpetua verginità (inserto dogmatico), al fine di essere sollevati dalla tristezza ed essere avvolti dalla letizia che troveremo nell’eternità (aspetto escatologico). Cristo viene invocato alla fine per garantire l’esaudimento della preghiera stessa.

Come si vede, Dio è il centro e la preghiera fa rivolgere gli occhi degli oranti direttamente a lui per ottenere dei benefici ma evocando l’escatologia che non viene affatto trascurata.

Qual è il modo di pregare, invece, nel Messale Romano del Novus Ordo? Assieme ad un limitato numero di preghiere antiche (che hanno lo stile sopra indicato), troveremo molte preghiere di nuova composizione. Queste preghiere hanno prospettive più o meno lontane dalla precedente. Per essere chiaro, citerò una preghiera che non vi fa parte ma che, in tutto, ricalca quella mentalità completamente nuova che possiamo ritrovare in sempre più  preghiere del Novus Ordo.

Questa preghiera è stata proposta dalla Conferenza Episcopale Fiamminga, qualche settimana fa, per la cosiddetta benedizione delle coppie gay in chiesa. Al di là del tema controverso che solleva, è interessante notare lo stile con il quale è stata composta.

God van liefde en trouw, vandaag staan we voor Uomringd door familie en vrienden. Wij danken U dat we elkaar mochten vinden. We willen er zijn voor elkaar in alle omstandigheden van het leven. Wij spreken hier vol vertrouwen uit dat we aan elkaars geluk willen werken, dag aan dag. Wij bidden: schenk ons kracht om elkaar trouw te zijn en ons engagement te verdiepen.

Op uw nabijheid vertrouwen wij, van uw Woord willen we leven, aan elkaar gegeven voorgoed.

 

In traduzione suona così:

Dio d'amore e di fedeltà, oggi siamo davanti a te circondati da famiglie e amici. Ti ringraziamo per averci permesso di ritrovarci. Vogliamo esserci l'uno per l'altro in ogni circostanza della vita. Parliamo qui con fiducia che vogliamo lavorare sulla reciproca felicità, giorno per giorno. Preghiamo: dacci forza essere fedeli gli uni agli altri e approfondire il nostro impegno.

Confidiamo nella tua vicinanza, con la tua parola vogliamo vivere, donandoci l’uno all’altro per sempre (*).

 

Nella preghiera precedente, il sacerdote si poneva come intercessore davanti a Dio pregandolo per ottenere dei benefici corporali e spirituali in vista dell’al di là, dove vi sarà la pienezza di ogni bene. In questa seconda preghiera, non esiste intercessore ma uno prega per un altro, usando la prima persona plurale, “noi”. Il ruolo sacerdotale, quindi, scompare o non è affatto evidente. Nonostante sia invocato Dio, gli occhi di chi prega non si fermano a Lui ma si posano attorno agli astanti, famiglie e amici che sono convenuti per l’unione gay. Non è il luogo né ha senso inserire qualche breve accenno dogmatico perché il fulcro di tutto non è la confessione della fede ma il progetto di vita di due persone. Infatti, la preghiera si concentra su di esso, sulle attese della coppia che, si nota, sono unicamente terrene. In questo contesto come interpretare il “vogliamo vivere”? Non certo in una prospettiva escatologica, come ogni preghiera veramente cristiana dovrebbe avere. Piuttosto, in una prospettiva nuovamente secolare.

Ne consegue che l’invocazione a Dio è puramente strumentale e non c'è alcun bisogno di definire la fede alla quale si crede. Il centro di questa preghiera è rivolto all’interno della coppia gay declamata da uno dei due membri o da chi vuole rappresentarli.

 

Questo testo ha un'evidente perdita della prospettiva teocentrica, un appiattimento in una spiccata dimensione secolare e psicologica. Ma ciò non è, dunque, solo la caratteristica di questa “preghiera” proposta dai vescovi fiamminghi che, quindi, non nasce dal nulla. Infatti, tale stile lo si può constatare, seppure con accenti diversi, in tutti i testi di nuova composizione che senz’alcuna difficoltà si può sentir risuonare in molte chiese. Lascio al lettore farne l'ovvia constatazione.

Mi sembra dunque vero quanto a suo tempo si scriveva: “Non si prega più come una volta!”.

Bello o brutto che sia, questo è realmente un fatto incontestabile e incontrovertibile.

 

 

(*) https://www.kerknet.be/sites/default/files/20220920%20PB%20Aanspreekpunt%20-%20Bijlage%201.pdf

lunedì 12 settembre 2022

La Pornodulìa.

 
Il termine con il quale apro questo scritto è un neologismo formato da due termini: πόρνη, ossia prostituta, e δοῦλος, ossia schiavo, servitore. La nostra cultura europeo-occidentale veicola in molti suoi aspetti la pornodulìa, ossia la sottomissione dell’individuo al piacere sessuale in qualsiasi forma si possa concretizzare. Rifiutare la pornodulìa, oggi, equivale a non vivere la parte migliore della vita e, quindi, significa sprecare inutilmente il proprio tempo. Tale mentalità ha pervaso talmente la società che ampi settori ecclesiastici ne sono stati impregnati. Il soddisfacimento sessuale di una coppia (etero o omo) significa, oramai, favorire il bene e costruire un saldo legame. Non si può non vedere, in quest’opinione, la generale idea che ne ha la psicologia. La psicologia ha, dunque,  soppiantato, in molti ambienti ecclesiastici, la spiritualità che assume contorni sempre più imprecisi e new age.

Se il soddisfacimento sessuale di una coppia è fondamentale e costituisce il “bonum”, indipendentemente dalla procreazione e, quindi, dal legame matrimoniale tra uomo e donna, non si capisce perché la Chiesa non deve accogliere le coppie omosessuali e offrire loro un rito con il quale benedire tale “bonum”.

La proibizione del piacere sessuale, in base a concezioni di ordine legale-moralistico, infatti, non convince più nessuno, tanto meno la maggioranza del clero cattolico, da quanto sembra. Il sinodo della “Chiesa cattolica tedesca”, tuttora in corso, ne è la prova più lampante.

Davanti a tutto ciò quella che, in realtà, è stata persa è proprio la visione spirituale, chiara alla Chiesa antica. Molti intellettuali critici e biblisti attuali dipingono a tinte fosche san Paolo per la severità con cui tratta i pornòduli del suo tempo. Nei secoli la Chiesa non è stata meno intransigente dell’Apostolo delle Genti e ha sempre indicato illecita l
’attività sessuale al di fuori della procreazione e del contesto matrimoniale. Tacciare la Chiesa di “sessuofobia” come molti oggi fanno, non offre affatto una risposta corretta in merito. La qualifica impedisce di far capire che non si tratta di “paura del sesso” ma di ben altro.

Anche qui, come per molte altre mie riflessioni, è necessario attingere all’antropologia biblica e patristica con la quale si vede nell’uomo un aspetto razionale, stabilito dal termine anima, uno corporeo, sperimentato con le nostre sensazioni fisiche e uno trascendente e spirituale, indicato biblicamente come le "profondità del cuore" o con il termine "spirito".
Il godimento sessuale, collegato all
’istinto procreativo, è una delle più forti e piacevoli sensazioni fisiche  nell’uomo. L’attrazione ad esso è sempre stata molto forte, da che l’uomo è sulla terra. Su questo nulla di nuovo. La novità dei nostri tempi, è stabilita dalla separazione tra procreazione e godimento sessuale che è, di fatto, massivamente attuata nella società da alcuni decenni a questa parte. Cosa avviene nel momento in cui si soggiace permanentemente alla ricerca del piacere e ci si sottomette a tale attrazione, divenendo de facto, dei pornòduli?
 
Volendo utilizzare le spiegazioni di Gregorio Palamas (XIV sec.), per il quale l’uomo quando prega efficacemente fa scendere il pensiero della propria mente nel cuore, sede dello spirito, si può dire che il pensiero della propria mente, con la sua energia, scende nelle parti intime del corpo umano e vi risiede costantemente. A quel punto, si attua la pornodulìa, ossia la propria energia è a servizio del piacere genitale, ne diviene schiava.

Il noto lòghion evangelico ricorda che “non si può servire due padroni”. Ciò significa che in una situazione di pornodulìa è impossibile pregare ed elevare la propria interiorità a Dio. Le energie spirituali vengono sacrificate al sesso e, in tal modo, non possono elevarsi. 
Non è casuale che, prima della parte centrale e solenne della Messa, il sacerdote esorti i fedeli ad elevare i cuori. Tale esortazione è presente in tutte le liturgie antiche e non può passare inosservata:  esprime l’esatto contrario della pornodulìa. Le energie interiori dell’uomo devono stare dove spiritualmente sono efficaci, nel cuore, che, così, si può innalzare a Dio. Non si può assistere alla parte più solenne della Divina Liturgia o della Messa, ossia all’anafora eucaristica, senza avere il cuore verso il Signore! In caso contrario sia il celebrante sia chi assiste non vi traggono alcuna efficacia. Chi, oggi, lo dice e lo spiega?

La vera ragione per cui la Chiesa ha sempre condannato la pornodulìa è, dunque, legata al fatto che “non si può servire due padroni”, non ad una banale “sessuofobia”, seppur possa pure esserci stato, lungo i secoli, qualche autore sessuofobo.

Per essere più chiari, ci troviamo nell’analoga situazione di uno studente che legge in biblioteca un libro consigliato per un esame. Se lo studente impiega l’energia della sua mente in divagazioni, disapplicandosi allo studio, è ovvio che non potrà trarre alcun giovamento dalla sua lettura poiché, come si dice solitamente, “la mente è altrove”. Per applicarsi fruttuosamente allo studio, dovrà essere concentrato nella lettura del libro e vivere come se ogni altra cosa non lo riguardasse e non esistesse.

Non diversamente chiede la tradizione antica della Chiesa per quanto riguarda la preghiera e il rapporto con Dio. Non si tratta di una semplice elevazione sentimentale, di un insieme di orazioni da dirsi col cervello o meccanicamente con la bocca. Si tratta di portare l’energia delle propria interiorità nelle profondità di se stessi, nel proprio cuore, come dice Palamas, per presentare la preghiera a Dio allontanandosi con cura da ogni situazione che ne impedisce l’attuazione (pornodulìa compresa). 
Non è affatto un caso se tutti i testi liturgici antichi ricordano al celebrante che la preghiera che sta per fare deve mantenersi lontana da ogni preoccupazione mondana e da ogni pensiero malvagio. Oggi questo concetto basilare è stato ampiamente dimenticato al punto che c’è chi crede di pregare dandosi da fare nelle cose del mondo come la Marta evengelica e chi crede di rendere culto a Dio mantenendo la mente immersa in pensieri pornòduli. Mai la confusione è stata più grande e soprattutto tra il clero!

Al contrario, il rifiuto della pornodulìa porta Cristo ad affermare nel Vangelo: “Beati i puri di cuore perché vedranno Dio”.

Chi si oppone a questa prospettiva, inevitabilmente si opporrà alla preghiera, oscurerà il proprio cuore e farà, come ricorda l’Apostolo, “del proprio ventre un dio”.

Nell’eternità, poi, ognuno riceverà quanto cercava nelle sue scelte terrene: la schiavitù a se stesso, in un corpo divenuto oramai polvere, come ricorda l’Apostolo, o la liberazione nella visione di Dio.


martedì 7 dicembre 2021

La simbolica liturgica e la spiritualità


Una delle basi imprescindibili del Cristianesimo, oltre alla resurrezione di Cristo, è la sua incarnazione in quanto Dio nella nostra stessa umanità. La maggioranza dei cristiani professa questa verità senza rendersi conto delle profonde implicazioni da essa comportate. In tal modo, la si declama nel Credo come uno dei tanti punti a cui prestare riferimento mentale, senza la minima coscienza del suo impatto pratico.

Eccezioni a parte, pure il clero, che dovrebbe formare i laici, si trova nella stessa situazione per cui tale principio rivelato è ridotto a qualcosa di puramente formale. Tra i preti alcuni giungono alla logica conseguenza alla quale porta tale professione formale: il mettere in dubbio o addirittura negare il Credo stesso: “Io al Credo non credo”, disse con un'incredibile disarmante ingenuità un anziano sacerdote torinese nel corso di una Messa natalizia, qualche anno fa.

Contrariamente a tutto ciò, l'incarnazione della seconda Persona trinitaria, Gesù Cristo, indica la modalità ordinaria attraverso la quale, per la rivelazione cristiana, Dio agisce e questo è ben lungi dal riguardare solo Cristo stesso. L'azione di Dio si concretizza in quella di uomini che si sono perfettamente sintonizzati sulla Sua volontà adeguando, dunque, la loro umana volontà a quella divina, esattamente come avvenne in Cristo in cui la sua volontà umana semplicemente seguiva quella divina. Ma c'è molto più. Cristo ha mostrato che l'umanità è posta in profonda comunione con la divinità attraverso di Lui, sotto determinate condizioni che sono quelle della preparazione ascetica dell'uomo stesso. L'uomo, cioè, non dev'essere giusto e seguire i comandamenti per un fine puramente etico, per sentirsi a posto con la sua coscienza. Lo fa per prepararsi a ricevere già qui le primizie che la comunione con Dio comporta. Questo giunge a creare una vera e propria comunicazione tra il nostro mondo e quello dell'Al di là. Seppur tali fatti straordinari non sono da ricercarsi, tuttavia possono accadere in chi ha il cuore pronto per recepirli. Questo non è il semplice “privilegio” di particolari santi ma è per tutti i cristiani a cui Dio lo voglia concedere ed è stabilito, appunto, dal modo ordinario con cui Dio interviene: il divino si rivela nell'umano, pur rimanendo intangibilmente con le sue caratteristiche.


Ci troviamo, così, con due realtà: quella naturale, il nostro mondo ordinario, a cui facciamo parte, e quella spirituale, il mondo di Dio che si può manifestare nell'umanità.

La via normale attraverso la quale l'uomo si sintonizza con Dio è la preghiera. Nella Chiesa esiste una preghiera che possiamo definire “ufficiale”: la liturgia. Ora, perché una liturgia sia veramente tale, è necessario che abbia una “forma simbolica”. Cerchiamo di spiegarci. Il simbolo è tale quando opera un'unione di due realtà tra loro e lo possiamo immaginare come un ponte che unisce due sponde.

A me interessa un ponte nella misura in cui mi è necessario, dovendolo attraversare per raggiungere l'altra sponda. Se non lo considero i significati sono due: o è impraticabile o non devo attraversare l'altra sponda perché non mi interessa. Abbiamo detto che nell'uomo, grazie a Cristo, si può creare una comunicazione tra due mondi: quello naturale e quello soprannaturale o spirituale. La preghiera, dunque, per tal fine deve assumere una forma simbolica, ossia un linguaggio particolare che comporta atteggiamenti del corpo. Non è un caso che, sin dai suoi primordi, la preghiera cristiana abbia assunto un linguaggio ieratico e composto. Il linguaggio simbolico nella liturgia è fatto di discrezione, umiltà, interiorità, rifugge da manifestazioni sensazionali, eventi eclatanti, situazioni rumorose ed eccitanti, tipiche al mondo dello spettacolo. Si tratta, infatti, di disporre l'uomo in rapporto con Dio. Facendo un altro esempio, se io devo riempire una brocca d'acqua, oltre ad assicurarmi che l'acqua scorra, la devo inclinare in modo da poterla riempire e devo fare in modo, nel trasportarla, che l'acqua non si versi a terra. Dunque i miei movimenti devono essere attenti e ponderati. Nella preghiera liturgica Dio effonde la sua grazia, ossia la sua forza spirituale, in chi vi si dispone, esattamente come fosse a sua volta una brocca, un “vas electionis”!

I testi della liturgia devono dunque necessariamente considerare l'Al di là, pur non distogliendo l'attenzione dai nostri bisogni terreni. Il sacerdote dialoga con Dio per portare l'Acqua della grazia ai fedeli assicurandosi, così, che tale acqua scorra abbondante.

Ogni azione, testo, movimento, che ci distolga dall'interiorità è di suo dispersivo e porta lontano da quelle che sono le vere intenzioni della Chiesa, intenzioni salvifiche.


Bisogna, purtroppo, dire che, da diverso tempo, quanto sopra spiegato non è affatto vulgata corrente nella maggioranza dei cristiani e nel mondo cattolico in generale. La liturgia in Occidente finisce per avere una forma simbolica solo in pochi momenti, pure quelli interrotti da mille discorsi, se non da azioni spettacolari. Tali interventi non solo sono poco opportuni, possono essere semplicemente antiestetici ma soprattutto sono dispersivi, ossia non portano ad alcun genere di lavoro interiore. E' come se uno studente, invece di cercare il silenzio esterno e interiore per poter studiare in biblioteca, cercasse continuamente una distrazione, pur con le migliori intenzioni!

È vero che tutto ciò è in buona parte prodotto del nostro tempo dove la spettacolarità e l'intrattenimento hanno la meglio e dove, credendo di parlare di Dio, alla fine ci si concentra solo sull'uomo e le sue mire etiche.

L'esecuzione formale della liturgia in alcuni, ha portato non pochi sacerdoti ad allontanarsi dalla spiritualità, se mai è stata coltivata, con l'inevitabile conseguenza di non comprendere più le forme simboliche nella liturgia. Questo problema era chiaro già negli anni '50 dello scorso secolo e ha prodotto, nel clero cattolico, un rifiuto quasi totale delle tradizionali forme simboliche. Neppure molti tra i migliori si sono accorti di non essere davanti ad un semplice adattamento ma ad un totale capovolgimento delle espressioni liturgiche, attuato gradualmente.

Oggi, dunque, ci troviamo dinnanzi a liturgie sempre più alterate che, per riprendere l'esempio precedente, non hanno quasi più bisogno di alcun ponte (ossia di alcuna forma simbolica) per entrare in comunicazione con un'Altra realtà. Tutto si “confeziona” e si realizza su un'unica sponda: quella umana.

A questo punto, una liturgia siffatta, se ancora dobbiamo chiamarla tale, non è solo indice di un cattivo gusto, di una inopportuna spettacolarità, di una totale mancanza di estetica. È prima di tutto indice di una volontaria, seppur non chiara a se stessi, auto esclusione dal mondo spirituale o, detto più approfonditamente e chiaramente, dall'aver ridotto la salvezza cristiana a qualcosa di esclusivamente intramondano, come se Cristo da Dio-uomo, si fosse ridotto unicamente ad un semplice uomo. Per altro non è un caso che proprio negli ambienti in cui la liturgia è così alterata non di rado si pensa a Cristo come ad un semplice uomo etico e illuminato. Tutto si richiama, come sempre!

Si deve, inoltre, aggiungere che un Cristianesimo in cui il Divino si trova così separato dall'umano e l'umano si nutre di esclusivi principi etici senza concepire alcun possibile rapporto con Dio, è oramai pronto per una sua eventuale conversione all'Islam dove, per l'appunto, Cristo è un semplice uomo illuminato.

venerdì 17 settembre 2021

La trappola per i cattolici tradizionalisti


Ogni uomo, per natura, è nato libero in grado, cioè, di autodeterminarsi nonostante i condizionamenti ai quali è sottoposto. È grazie alla libertà che può riconoscere il vero dal falso. Non si esamina, qui, una verità valida per il soggetto, ossia per i suoi interessi o la sua comodità personale. Si tratta di una Verità valida per tutti, ossia di una Verità rivelata.

Ebbene, nonostante i condizionamenti determinati dalla fragilità della condizione umana, l'uomo è in grado di poter riconoscere tale Verità e di porla al di sopra di tutte come in effetti è.

La Verità rivelata non si presenta come una sorta di “et-et” ma è tranciante con il suo “aut-aut”: non “io e il mondo” ma “io o il mondo”!

È la posizione che, più accesamente, vediamo nel Cristo rivelato dalla letteratura giovannea.

I potenti condizionamenti odierni predicano l'inclusività a tutti i costi, ossia la convivenza di tutte le verità e la negazione di ogni opposizione.

Lo notiamo anche nel linguaggio bergogliano laddove si afferma e si nega, s'include tutto senz'alcun discernimento: Il matrimonio è tra uomo e donna, non si scherza con la verità!; la convivenza legalizzata dallo Stato deve soddisfare gli omosessuali. Questi sono i concetti del “magistero” bergogliano.


In tal modo, in una società inclusiva Bergoglio trova la sua perfetta collocazione e determina il suo insegnamento, allineato con quello di molti altri simili: ognuno si sente sostenuto nella sua piccola ragione ma è totalmente sfuggita la Ragione rivelata che non si basa su concetti individualisti ma su fini salvifici.


Sempre in questa linea Bergoglio difende la Verità evangelica ma proibisce i cristiani di poterla credere come l'unica Verità al punto da rendere inutili le altre: il proselitismo, dice, è una incredibile sciocchezza!


I cattolici, abitati a ragionare nei dettagliatissimi ed egoistici termini del “qui e ora”, non hanno affatto chiarezza del disegno d'insieme, un disegno che determina, de facto, una sorta di agnosticismo pratico dove ognuno è contento del suo particolare e, così, viene reso totalmente inoffensivo dinnanzi all'avanzata del mondialismo, del NWO, che tutto livella.


Non si accorgono che Bergoglio, volendolo o meno, ne è un agente, né che tale avanzata, relativizzandoli, li svuoterà di ogni profonda convinzione.

In altri termini, è ampiamente diffusa nel Cattolicesimo odierno, una cultura del dettaglio alla quale manca totalmente una visione d'insieme. Ciò è determinato da un'ampia incapacità di analizzare oggettivamente il senso degli avvenimenti, soprattutto quelli di carattere religioso.


Così, dinnanzi all'affermazione di Bergoglio “Non si scherza con la verità, il matrimonio è solo tra uomo e donna”, essi ritengono di aver ricevuto il miglior messaggio e non s'inquietano quando, subito dopo, lo stesso personaggio si contraddice. Non sono neppure in grado di capire il motivo profondo per cui lo fa e, di conseguenza, seppur riluttanti, vengono trascinati verso il NWO.


Tutto ciò non è nuovo. Identiche problematiche si aprirono all'indomani del Concilio Vaticano II quando, assieme alle verità da sempre credute, s'inoculavano nel Cattolicesimo concetti che, più o meno, stridevano con le prime.

Allora, come oggi, c'era qualcuno che si limitava ad accontentarsi della sua piccola dettagliata verità tratta dalla Verità di sempre apparentemente non combattuta, ed era totalmente incapace di comprendere l'azione rivoluzionaria che stava compiendosi.

Anche allora, evidentemente, ci si accontentava della “cultura del dettaglio”, della “buona notiziuola” mentre la Chiesa si riempiva di ladri e stava assumendo un'identità totalmente nuova.


Alcuni sterili commenti ai quali spesso si assiste nei blog “tradizionalisti” nascono proprio dalla presenza di cattolici che si sono intrappolati da soli nell'autoconvincimento che è sufficiente solo affermare una piccola verità di sempre, senza opporla alle verità del mondo. È, sostanzialmente, un'impotenza innata o coltivata di ragionare profondamente.


E' una trappola della quale già ieri si era accorto l'arcivescovo Lefebvre e, oggi, mons. Viganò. Attendiamo che il resto del Cattolicesimo inizi a svegliarsi dal suo drammatico torpore e dall'ignoranza della comodissima “cultura del dettaglio”.

mercoledì 18 agosto 2021

Culto tradizionale e sua demolizione

Questo scritto nasce come un tentativo di risposta a quanto sta accadendo in questo ultimo periodo nel mondo Cattolico con il documento Traditionis Custodes, voluto fortemente da papa Francesco I. 

Chi pensa che m'intrattengo solo su questioni interne al mondo cattolico e che esse non hanno alcun contraccolpo nelle antiche liturgie orientali, si dimentica che in ogni periodo ci sono state influenze e adattamenti tra le più svariate liturgie. Nulla si conserva intatto e privo di cambiamenti, positivi o negativi che siano. E se i cambiamenti non toccano l'apparenza, la forma esterna, possono toccare lo spirito con il quale si fanno, la mentalità con la quale si valutano. 

Nessuna meraviglia, dunque, che certe riflessioni che innervano il documento Traditionis Custodes (d'ora in poi TC) non possano avere ricadute ben oltre il mondo cattolico stesso. Può essere solo questione di tempo. 

TC, in pratica, annulla le concessioni date da Benedetto XVI a chi voleva liberamente celebrare con il messale latino tradizionale e cerca di rendere tale liturgia sempre più impraticabile a favore del cosiddetto “Messale Romano” rinnovato dopo il Concilio Vaticano II. 

I liturgisti più preparati ammettono giustamente che tra il Messale tradizionale e quello rinnovato esiste uno stile completamente differente. I più espliciti parlano di “rottura” tra il passato liturgico cattolico e il presente, cosa che credo anch'io verosimile. 

Ora, poiché nella Chiesa non si possono introdurre situazioni di rottura che creerebbero, di fatto, un'altra Chiesa nelle strutture dell'antica, Benedetto XVI proponeva una sorta di “continuità”: la coesistenza dei due messali, la loro possibile reciproca contaminazione e il definitivo sbocco in una futura unica forma cultuale. 

In ciò si vede in Ratzinger qualcosa della mentalità hegeliana, in particolare la formulazione della tesi e dell'antitesi per poi giungere ad una sintesi. 

La sua lettura era più teorica che vera: chi pratica il rito romano tradizionale normalmente non ne vuole sapere di essere “contaminato” dal nuovo ed è vero anche il suo contrario. 

TC giunge come una spada di Damocle per tagliare tutte quelle situazioni che, a detta dell'estensore, non sono più sopportabili: non si può avere due forme di un unico rito poiché ciò crea una dicotomia, un corpo con due teste. 

A dire il vero pure io ero perplesso dinnanzi alla soluzione ratzingeriana ma, dinnanzi alla caoticità di una situazione storicamente inedita nel Cattolicesimo, mi pareva essere l'unica proposta concreta, per quanto instabile. La Chiesa deve, dunque, avere un'unica forma di un solo rito. Su questo indubbiamente concordo. 

TC, però, parte da una situazione scontata: quella creata dai liturgisti che hanno cambiato il culto cattolico dopo il concilio Vaticano II. Parte da tale situazione e le apre la strada. Per tali liturgisti la liturgia tradizionale (a questo punto ogni liturgia tradizionale?) è un elenco formale di cose da fare, quasi meccanicamente, azioni senza anima e vita.

Le ripetizioni sono viste come cose francamente noiose e inutili. La ieraticità e la compostezza possono essere equivocate come delle forme di assurda rigidità, identificate come comportamenti difficilmente spiegabili in un luogo, la chiesa, che dovrebbe essere la “casa della festa”. E, proprio perché la chiesa è tale, si dovrebbero promuovere improvvisazioni, acclamazioni, canti vivaci e ritmati e, perché no?, delle danze. 

Vero è che per lungo tempo la cosiddetta “Messa tridentina”, l'ultima “versione” della messa latina romana di Gregorio Magno, fu celebrata con il terrore di fare qualche errore poiché, se il prete sbagliava, lo si sarebbe considerato un peccato; con un'attenzione rubricale che scadeva nel maniacale, insomma, poteva finire per essere una celebrazione più attenta alla forma che alla sostanza.

Ma, nonostante questa verità o tante altre simili, si continuava a veicolare un modus celebrandi che, se riscoperto patristicamente, avrebbe fatto apprezzare una spiritualità e un'ascesi, avrebbe fatto valutare la sua simbolicità. 

La Chiesa che, nel primo millennio cristiano, aveva la comunione di tutti i Patriarcati conservava una liturgia a Roma che, nonostante limiti umani ovunque riscontrabili, non impediva la concelebrazione con un vescovo bizantino orientale. Nell'Athos fino al XIV secolo esistevano benedettini latini con la loro liturgia. Perfino nel Monastero bizantino di santa Caterina, sul Sinai, si narra dell'esistenza fino al XIV secolo di una cappella latina per i pellegrini latini di passaggio con i loro sacerdoti. 

Questo, perché non è affatto difficile ricondurre la liturgia latina tradizionale alla liturgia bizantina, almeno nel suo stile di fondo che si esprime in preghiere “verticali”, nel sacerdote che “dialoga” con Dio, nel ruolo simbolico di parole e atti, nella ieraticità esterna che dovrebbe spingere ad una ascesi spirituale ad un timore reverenziale, alla contrizione. In breve: le forme esterne indicano o dovrebbero indicare un modus operandi di tipo spirituale, quindi totalmente all'opposto da quanto sembra si auspichino i liturgisti moderni per le “messe rinnovate” i quali richiedendo una “partecipazione attiva” sono più attenti al fenomeno esteriore, sociologico, psicologico, che all'evento interiore. 

Andando al fondo di tutto, in questa vicenda liturgica non si discute tanto sui testi, sulla lingua usata, sulle sue modalità espressive, quanto sulla sua “anima”: la liturgia cristiana ha un'anima che chiede di essere costantemente mantenuta. Laddove quest'anima non si percepisce più, anche se tutto pare essere simile a prima, è avvenuta una variazione fondamentale. Ecco perché anticamente potevano coesistere diversi riti in una unica Chiesa: l'anima celebrativa era la stessa! Il problema che apre il “Nuovo Messale”, quindi, non è una questione materiale o formale, ma una questione essenziale dove, chi assiste, ha l'impressione che si sia persa esattamente l'anima della liturgia! Questo spiega perché, nel Cattolicesimo, diversi fedeli continuano a sostenere imperterriti la liturgia tradizionale indisponendo gli studiosi e inasprendo quei chierici che ne sono avversi forse perché fin troppo secolarizzati. I primi, pur non avendo spesso i termini per esprimersi, sentono quell'anima più nei riti antichi che nei nuovi, i secondi, ai quali probabilmente sfugge il sentire interiore, credono di aver a che fare con cultori di forme “passate e morte”. 

È bene che, deposte le armi della polemica, ci si apra alla riflessione, il che darà la possibilità a tutti per un'auspicata maturazione e una coscienza più elevata. 

Per quanto riguarda le Chiese ortodosse mi auguro che non si sentano privilegiate, esentate magicamente da tali problematiche: il formalismo liturgico che si vedeva nel mondo latino negli anni cinquanta oggi sta ammalando molte di loro e non ne sono ancora perfettamente coscienti! 

Questo indica un'inevitabile separazione tra la spiritualità e la liturgia con un quasi totale estraniamento dalla prima. Potrebbe proprio essere l'anticamera in cui tutto l'ordinamento liturgico tradizionale crolla, come successe nel mondo Cattolico una cinquantina di anni fa.

sabato 17 aprile 2021

Riforma luterana e riforma cattolica a confronto

La storia della Riforma luterana ha molto da insegnare ancora oggi. Indico in pochi punti qualcosa che potrebbe essere sviluppato in modo molto più ampio e organico. In parallelo pongo alcune riflessioni riguardanti il mondo cattolico.


    1a I presupposti della Riforma nascono da un animo con un'accesa sensibilità che alcuni potrebbero addirittura pensare patologica: l'ansia di Martin Lutero per la salvezza e la sua inquietudine di poter sentirsi salvato e giustificato. Quest'animo si scontra molto presto con una teologia divenuta pura discettazione intellettuale dei misteri della fede e con la prassi disinvolta e sfacciata della vendita delle indulgenze. La visita di frate Martino a Roma acuisce in lui i sentimenti di inquietudine e di rivolta dinnanzi alla spensieratezza di un clero secolarizzato e la vita rilassata del Rinascimento.


    1b La “Riforma cattolica” nata convenzionalmente dalla celebrazione del Concilio Vaticano II ha avuto dei presupposti in tutto un passato nel quale spesso teologia ed esperienza cristiana viaggiavano ognuno per conto loro. All'unica teologia (tomista) non corrispondeva l'unica possibile spiritualità ma una pletora di spiritualità alcune delle quali erano, in realtà, più un cammino psicologico che spirituale, quindi incentrate più su un'esperienza religiosa umana che su una vera esperienza divina, un contatto con l'Al di là nell'Al di qua. Un certo confinamento della spiritualità (o delle spiritualità) ha poi portato ad un inaridimento della liturgia vista come una “prassi comandata dalla Chiesa”. Questo inaridimento si è mostrato come una formalità in cui si facevano le cose per obbedienza, non tanto perché erano una fonte autentica di vita cristiana. I tentativi di porre un argine a questi mali si sono mostrati impotenti: fedeli e clero erano più attratti dal mondo con le sue spensieratezze che da un'autentica vita cristiana.


    2a L'affissione delle tesi luterane contro il mercato delle indulgenze e controversi punti teologici, è la scintilla iniziale della sua “riforma”. Tale riforma però non si appoggia più su un ritorno ad una tradizione autentica, come fu il tentativo operato da san Francesco, ma su una interpretazione soggettiva, dove l'individuo si pone al di sopra di ogni autorità e reputa importante avere un rapporto unico e diretto con la Scrittura. 

     

    2b La svolta del Concilio Vaticano II ha rappresentato una sorta di “affissione” di tesi nuove: la Chiesa non si oppone più al mondo ma “dialoga” con esso. Il termine “dialogo” precedentemente sconosciuto, è divenuto il cavallo di troia con il quale, nonostante le buone intenzioni di alcuni, sono entrate nel recinto ecclesiale le idee più incredibili e rivoluzionarie, in grado di scompaginare il sistema che, fino ad allora, nonostante tutto reggeva. Qui, “finalmente” l'individualità di tipo protestante ha trovato casa nel corpo Cattolico a tutto detrimento del concetto di tradizione con tutto ciò che questo avrebbe comportato.


    3a Lutero fu protetto e incoraggiato dall'autorità secolare del tempo e, oltre ciò, trovò un terreno culturale particolarmente propizio: per quanto lontano da certe istanze rinascimentali, egli era un uomo figlio del rinascimento nel suo bisogno di sottolineare l'individualità e la coscienza e la razionalità individuale. Questo è all'origine della rottura con il concetto tradizionale di Cristianesimo in cui, al contrario, vige il senso di tradizione, di trasmissione di un insegnamento e di un'esperienza cristiana identica per tutti e in tutti i tempi.


    3b Il mondo cattolico “riformato” fu protetto e incoraggiato dalla cultura e dai potenti del tempo (taluni parlano di ampie infiltrazioni massoniche) che vedevano in questo nuovo assetto ecclesiale un ostacolo in meno alla diffusione di nuove idee e tendenze nella società. Oltre a venir meno di tale ostacolo molti cattolici divennero il volano per i cambiamenti della società. L'idea di un'esperienza cristiana in senso antico e tradizionale oramai era lontana dai progetti del Vaticano II il quale aveva, semmai, in grande ansia il dialogo con tutte le culture e le religioni.


    4a L'inizio della sua Riforma non vede grandi differenze esteriori tra il culto delle chiese riformate e quello delle chiese cattoliche. La Messa è pressapoco la stessa e gli edifici non hanno grandi cambiamenti interni. Solo più avanti, con il radicamento e l'aumento dell'opposizione alla dottrina cattolica il culto assume connotati decisamente differenti: la nascita di una nuova confessione cristiana (o di una nuova chiesa) esige necessariamente un culto diverso, perché diversa è l'identità e la sostanza alla quale si fa riferimento!


    4b L'inizio della “riforma cattolica” non aveva grande differenza, nel culto, con quanto praticato precedentemente. Il Vaticano II non prescrive una “nuova liturgia” e parla solo di un culto che si dovrebbe in qualche modo rinnovare per aprire più spazio alla lingua vernacolare. Tuttavia, alcuni anni dopo, nasce un nuovo Messale che non è più una semplice traduzione del Messale precedente ma un vero e proprio rifacimento al quale seguiranno altri e altri ancora: si doveva pregare con la “mentalità” e la “cultura” dei tempi attuali. Tali cambiamenti non di rado divengono stravolgimenti che creano di fatto una “nuova liturgia”, oggi decisamente appoggiata dalle più alte gerarchie ecclesiastiche che parlano, non a caso, di una “Chiesa in uscita”. Dunque si applica pure qui il detto precedente: a nuova Chiesa corrisponde nuova liturgia e viceversa.


    5a Nasce così una “nuova chiesa”, un nuovo “clero”, una nuova prassi (che diverranno infinite nuove prassi!), una nuova teologia in rottura con il mondo precedente.


5b Chiedere che la struttura cattolica come è da sempre stata conosciuta, torni a quanto praticava precedentemente, sarebbe come aver chiesto a Martin Lutero di tornare cattolico! Ci sono dei fenomeni nella storia che, umanamente parlando, sono irreversibili. Il Cattolicesimo, com'è stato conosciuto nel passato, con i suoi pregi e i suoi limiti, potrà esistere solo in quelle realtà in cui è ancora praticato. La storica struttura cattolica persegue oramai un altro fine e ha assunto un'identità sempre più chiara e lontana dalla sua tradizione.

lunedì 15 febbraio 2021

Rinnovamento del blog

Avviso i miei amabili lettori che il blog è in corso di rinnovamento.

Non posso nascondere che la situazione generale, nel mondo e nella Chiesa in particolare, è piuttosto allarmante. Parlo di allarme, non di lutto o di disperazione, perché la sorte finale non è mai nella mani degli uomini, per quanto essi facciano di tutto per porre un muro in direzione della luce.

La luce, si sa, anche dinnanzi ad un ostacolo sa trovare qualche breccia per filtrare e indicare, così, la sua presenza in modo che chi ne è privo capisca di non essere solo.

Sarebbe molto facile articolare discorsi, come ho fatto fino ad ora, contro questo o quell'errore. Il problema è che quando il margine di appiglio per la verità rivelata è fin troppo ridotto, chiunque tacerebbe e infatti c'è un tempo anche per tacere. 

Le istituzioni che paiono cadere o prima o poi cadranno, nonostante manifestino una vitalità fittizia. 

Da ciò che rimane tutto ricomincerà.

Quello che è certo è che oggi più che mai le istituzioni religiose sono lontane dal loro carisma iniziale ma questo non significa che tale carisma non abbia valore o non possa più coinvolgere le persone. 

Mantenere il lume della preghiera e della pratica religiosa è divenuto sempre più difficile ma è l'unica cosa da fare, come le note vergini sagge della parabola. Mantenere la tradizione nata dalla rivelazione è l'unico legame che impedisca il crollo personale e di un'intera civiltà.

A presto, spero!

venerdì 17 aprile 2020

Il cristiano in rapporto a Cristo....

Il forzato isolamento di questi giorni è fonte d'insegnamento per chi lo sa intendere, poiché nel deserto è Dio che parla. Cosa si può imparare? 

Prima di tutto che il rapporto tra le persone ha bisogno d'essere instaurato con maggior profondità: i rapporti veloci e funzionali all'ottenimento di risultati pratici sono la base della nostra civiltà consumistica ma, in uno stato d'isolamento, fanno vedere tutta la loro inconsistenza. 

I cristiani hanno un modo differente d'intendere i rapporti umani, almeno quelli che vivono immersi in una tradizione antica e la praticano. Per essi il rapporto umano non è mai diretto ma mediato attraverso Cristo. Mi spiego: quando Paolo incontra Pietro, non considera Pietro in quanto tale o un suo aspetto che gli può far piacere; lo considera sempre nel mistero di Cristo e ravvisa Cristo in lui, pur nelle caratteristiche proprie a Pietro. Non è un approccio ideologico, dove si considera Pietro in Cristo se pensa in un certo modo. È un approccio con gli occhi del cuore, mistico, dove comunque si ravvisa Cristo in Pietro. Cristo è dunque sempre presente, non è confinato in un ambito o un tempo specifico.

In tal modo, l'eremita che non ha una vita sociale, dal momento che vive nel mistero di Cristo, finisce, in Cristo, per incontrare tutto il mondo. Non si tratta, qui, di un'ideologia consolatoria ma di un fondamento sul quale si costruisce la propria fede. Di conseguenza, neppure l'eremita può dire di essere mai solo! 

Lo stesso rapporto che possiamo avere con il mondo animale cambia perché ravvisiamo nelle creature il dono e l'immensa fantasia del Creatore il che fa scaturire un profondo rispetto verso di esse. 

Chi si è staccato, consapevolmente o meno, da questa tradizione ha un modo differente d'intendere il rapporto umano, anche se si ritiene ancora cristiano. 

Prima di tutto è succube dell'ideologia consumistica per cui, anche per lui, il prossimo può divenire un oggetto di consumo o un mezzo per ottenere questo o quel fine. 

Secondariamente, l'assenza di incontri sociali, come avviene in questo periodo d'isolamento, gli fa credere di non aver più rapporto con il mondo. Ed è qui, su questo secondo punto, che scorgiamo, in filigrana l'atteggiamento di molti chierici cattolici. Essi, iniziando dal papa [*] che lo avrebbe affermato ieri, 17 aprile, pensano che la messa senza popolo è "meno messa", è una "condizione alterata" che minerebbe l'espressione stessa della Chiesa, farebbe in modo che la Chiesa, in qualche modo, venga quasi meno nel suo essere, come, d'altronde, la messa stessa. 

Allora un monastero di clausura, proprio perché tale, è un'espressione sminuita di Chiesa, è una caricatura di Chiesa! Ecco perché alcuni di loro non capisco e disprezzano il monachesimo! 

Questo stesso pensiero è condiviso addirittura dal metropolita ortodosso Zizioulas, non a caso esaltato da gran parte del mondo cattolico. Purtroppo per tutti questi, è un pensiero eretico. 

Eretico, perché l'azione cultuale eucaristica, pur essendo finalizzata a donare la grazia divina al popolo, non è fondata sulla presenza o il volere del popolo ma sul volere di Cristo. Da Cristo trae la sua grazia e mette in comunione, attraverso di Lui, vivi (presenti e assenti) e defunti. Non evoca, dunque, una comunione sociale, ma una comunione mistica, non si basa su un'evidenza oculare ma su un'evidenza di fede. 

È vero che in Oriente si tende a non celebrare l'eucarestia nel caso di mancanza di popolo ma non perché la messa non avrebbe valore, bensì perché non ci sono presenti sui quali riversare la sua grazia. Sarebbe come tenere una farmacia aperta in mezzo ad un deserto. Resta pur sempre vero, anche lì, che l'Eucarestia diffonde la sua grazia sugli assenti e sui defunti. 

La società ecclesiastica è particolare, non è quella che si può secolaristicamente immaginare. Non si tratta, infatti, di contare presenze fisiche ma di rapportarsi considerando che si passa sempre attraverso Cristo. Così, se il Cristianesimo si riducesse talmente da far esistere solo due veri cristiani, uno in Europa e uno in Australia, anche lì esisterebbe la pienezza della Chiesa precisamente perché la comunità cristiana si farebbe comunque, attraverso Cristo. 

Per lo stesso motivo alcuni uomini spiritualizzati avevano il carisma di poter farsi intendere a lontananza, come il caso di san Paisios l'Atonita che riuscì a fermare l'insano gesto di un uomo che voleva suicidarsi, ordinandogli di non farlo. Tra i due esistevano centinaia di chilometri di distanza! 

Purtroppo questa prospettiva sembra persa per sempre nel mondo Cattolico, pure in quello tradizionalista che, nonostante ciò, presume di poter salvare la Chiesa! Che tipo di risposte è in grado di dare quest'ultimo ai suoi chierici, soprattutto a quelli secolarizzati, che pensano che “la messa è meno messa quando non è visibile la comunità?”. 

Le uniche risposte da me rilevate si basano tutte sul valore della messa in se stessa, il che è vero, sì, ma non è affatto completo perché non tiene conto che il rapporto umano si basa tutto sempre attraverso Cristo. Che si dovrebbe dire, dal momento che Cristo non si vede con gli occhi del corpo? Che, allora, non esiste alcun rapporto con lui e, di conseguenza, con tutto il mondo? Sarebbe negare la propria fede! 

Ebbene, lo è pure quando si è sottomessi ad una visione puramente sociologica di Chiesa e quando non si dà una risposta perfettamente esauriente a questa limitandosi a semplici considerazioni sul valore della messa in se stessa. È ovvio che un ambiente così ha una concezione almeno potenzialmente negativa della mistica cristiana, mistica che è stata condannata nelle sue manifestazioni fuorvianti nel XVII secolo ma che, di fatto, è stata marginalizzata dalla vita della stessa Chiesa moderna, in Occidente [**]. 

Certi tradizionalisti non sono in grado di comprendere fino in fondo il limite nel quale si pongono come non sono in grado di comprendere che questo loro atteggiamento apre, alla fine, le porte all'ateismo proprio perché non rappresenta una risposta efficace. Non sono in grado di comprendere perché, in misura più o meno consistente, sono pure loro vittime del secolarismo che ha totalmente eroso i loro fratelli modernisti. Che siano in grado o meno d'intenderlo, il loro sforzo di porre un argine al modernismo potrebbe essere minato in partenza perché è come andare in guerra con delle armi giocattolo. 

Non si tratta, qui, d'imparare i principi accennati intellettualmente per "aggiustare il tiro", perché, se non è veramente vissuto, o prima o poi l'errore salterà ancora fuori e sarà comunque segno che non si vive nella vera tradizione. È come continuare a fare armi giocattolo, solo un po' più verosimili, giusto per ingannare se stessi.

Il silenzio dell'isolamento per il Coronavirus è veramente sorgente d'insegnamento per tutti! 

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[*] (ANSA) - CITTÀ DEL VATICANO, 17 APR - Celebrare la messa senza popolo "è un pericolo", queste modalità a distanza sono legate "al momento difficile" ma "la Chiesa è con il popolo, con i sacramenti". Non si può "viralizzare la Chiesa, i sacramenti, il popolo". "È vero che in questo momento" occorre celebrare a distanza ma "per uscire dal tunnel, non per rimanere così" perché la Chiesa "è familiarità concreta con il popolo". "Questa non è la Chiesa, è una Chiesa in una situazione difficile". Lo ha detto Papa Francesco nell'omelia della messa a Santa Marta. 
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Se non fosse una pura perdita di tempo, sarebbe da chiedere a questo strano papa: "Quando mai la Chiesa non è stata in una condizione difficile? E perciò non è, forse, stata meno Chiesa?". Il modo di articolare i ragionamenti in Bergoglio è veramente sconnesso. Egli afferma un'eresia e, allo stesso tempo, per non aver contestazioni cerca di limitare tale sua precedente affermazione. Intanto, però, ha fatto intendere ciò che voleva a chi lo doveva capire. Si deve inoltre dire che questo suo modo di ragionare deriva da una profonda mancanza di solida formazione e da una prassi che sembra avere inquietanti aspetti machiavellici. 

[**] Per quanto ci si possa distinguere dalle sue scelte, non si può non dire che Mons. Marcel Levebre non fosse rispettabilissimo per la sua sincerità. Egli aveva un'alta considerazione della vita contemplativa dal momento che, diceva, "aiuta le missioni". Ma nel suo caso e in quello di chi si ritrova nel suo pensiero, temo che i contemplativi non siano tanto il modello della Chiesa per le ragioni da me sopra esposte, ma delle creature che si sacrificano e nel loro personale sacrificio ottengono grazie anche per le missioni. E' una concezione di tipo sacrificale, cara al concilio di Trento, ma che non riprende e valorizza in toto la tradizione antica quella in cui, cristificandosi, il monaco diviene specchio della Chiesa e luogo d'incontro spirituale, in Cristo, con il prossimo. Questo senza dubbio è dato anche dall'aver messo in ombra la vita mistica nella Chiesa. Oggi, dall'ombra in cui era, la vita mistica è stata estromessa dalla prassi e dal pensiero religioso in moltissimi ambiti ecclesiastici e sostituita da una visione sociale: la Chiesa ha senso se ha un immediato impatto benefico materiale. Prova ne sia che pure i monasteri di clausura cattolici sono chiamati, nell'ottica bergogliana, a divenire asilo per i cosiddetti rifugiati.
 

mercoledì 4 marzo 2020

La comprensione spirituale


Risultato immagini per sant'antonio del desertoUna delle mie personali preoccupazioni, quando tratto questioni di ordine religioso, è quella di farmi capire. Temo, infatti, che viviamo in un contesto tale in cui la maggioranza delle persone, compresi i cosiddetti credenti, non sono in grado di cogliere determinati fondamentali argomenti trattati. Non che siano argomenti difficili, bene inteso, ma, in qualche modo, temo sia come parlare dei colori e delle loro sfumature a chi è cieco dalla nascita e non è in grado d'intendere l'effetto che i cromatismi determinano nell'animo umano.

Prima di tutto voglio fugare una facile obiezione: quella di presentarmi come uno che ha capito tutto o che conosce in profondità ogni aspetto del Cristianesimo. Non è così. Ciononostante ho ben chiaro il valore e il senso di quelli che chiamo gli "argomenti fondamentali", come un vedente ha ben chiaro che i colori esistono e che il blu non si può confondere con l'azzurro e tanto meno con il rosso.

Nei post precedenti ho mostrato quello che chiamerei il punto di partenza: il senso della Chiesa e il lavoro del cristiano è esattamente quello di attivare, in lui, una potenzialità rimasta addormentata: l'intuizione o l'occhio spirituale (detto "nous" in greco).
Questo è il primo lavoro da fare ed è il più fondamentale. Parlare di teologia, di catechismo o di altro senza aver dapprima aperto questo occhio spirituale è perfettamente inutile. Penso sia questa la causa per cui molti, pur essendo passati nelle chiese, si siano poi allontanati.

L'istruzione su come sia fatto un cibo e sul sapore che abbia è perfettamente inutile ad un inappetente! Se non si apre l'appetito per le realtà divine, il che significa esserne stati in qualche modo colpiti, ogni parola è vana.

L'ordine di Cristo "Andate e predicate!" non si deve comprendere razionalisticamente, come spesso si fa a causa del nostro modo intellettualistico di accostarci al Vangelo. Lo si deve comprendere in un modo diverso: gli apostoli non portavano solo la loro parola ma una forza che non era semplicemente umana e che veniva percepita aprendo, in tal senso, l'occhio spirituale ai loro ascoltatori.
Se oggi ciò non accade più è semplicemente perché i predicatori odierni, ovunque siano e a qualunque confessione appartengano, sono impotenti a fare altrettanto.

Allora, pur di far colpo, alcuni associano al vangelo ogni corbelleria oppure ogni stratagemma di tipo psicologico o spettacolare-mondano. Sappiamo che anche la liturgia cattolica è stata semplicemente rovinata seguendo proprio questo tristo schema, ma è una rovina che covava da parecchio tempo. In realtà tutto ciò lascia il tempo che trova e, direi, è semplicemente fuorviante, non ha nulla a che fare con lo stile degli apostoli che, come abbiamo visto, era ben altro.

Se si pensa a questo stile tutto d'un colpo assumono un rilevo assai significativo le guarigioni di Cristo, soprattutto quando ridona la vista ai ciechi.
L'uomo a cui viene riattivato il "nous" è un graziato, dovesse essergli successo anche un solo istante nella vita passata. Ma è grazie a quel solo istante che lui ora non può più essere lo stesso ed è in grado di intuire facilmente quanto ad altri risulta impossibile o ostico.

La riapertura dell' "occhio spirituale" è l'inizio del lungo percorso verso la cristificazione del cristiano e l'unico senso della Chiesa è esattamente quello di accompagnare i suoi figli in questo percorso.

Nel mondo cattolico l' "occhio spirituale" della quasi totalità dei fedeli ha finito per essere, di fatto, il papa. Se poi si considera la crescente diffidenza dell'istituzione ecclesiastica nei riguardi della vita mistica e la costante preoccupazione di normatizzare e clericizzare ogni aspetto della Chiesa, quell' "occhio spirituale" non poteva non essere al di fuori del semplice fedele e incarnarsi permanentemente nel vertice di tale istituzione. 
Di qui l'enfasi sempre maggiore di esaltare tale figura lungo i secoli e le conseguenti mille questioni attuali se il papa soddisfa o meno le proprie aspettative (tra l'altro sempre meno spirituali)! Ma il fine della venuta di Cristo è stato quello di ... creare il papa? 

Nel mondo protestante l' "occhio spirituale" del fedele ha finito per divenire l'interpretazione individuale della Scrittura. Tuttavia tale interpretazione non mi sembra che attinga alla coscienza intuitiva, illuminata da un occhio realmente spirituale, quanto ad istanze sempre più secolari o semplicemente psicologiche. Allora il fine della venuta di Cristo è stato quello di offrire la Bibbia al suo credente?

In entrambi questi casi (soprattutto nelle loro esasperazioni) ci si allontana sensibilmente dalla prassi cristiana antica che si può facilmente ritrovare nella letteratura ascetica dei padri. In particolare, è disatteso il motivo fondamentale per cui Cristo ha stabilito la Chiesa: l'autentica cristificazione degli uomini.

Si può discutere fino a domattina se il papa attuale fa o meno la volontà di Dio, se il tal o talaltro pastore luterano interpretano più o meno bene la Scrittura e vi si può perdere tutta l'esistenza senza vedere che, con ciò, non ci si è neppure accorti di aver perfettamente disatteso la volontà di Cristo.

In questo senso, capitemi bene!, il Cristianesimo non è affatto una questione di papa o d'interpretazione scritturistica (che poi finisce per essere sempre razionalistica). Tali questioni se poste come principali finiscono per essere talmente snervanti da irritare: i blog cattolici non fanno che parlare ossessivamente del papa non meno di certi protestanti che si concentrano sull'ultima loro "invenzione" cristiana.

Il Cristianesimo, invece, è una semplice questione di salvezza, ossia di luce o di tenebre, di visione o di cecità nei riguardi delle realtà future ma che, in verità, sono già ben presenti seppure in stato germinale. 

La persona che intuisce cosa sia l'occhio interiore può pregare come chi si nutre perché ha fame, può intuire la presenza di grazia nel profondo di se stesso, non è mai solo, non ha bisogno che un papa gli ricordi qualcosa (gli eremiti nel deserto ne avevano forse bisogno??), non ha bisogno che un pastore gli faccia un sermone... 

Lo stesso san Giovanni Crisostomo ricordava ai suoi fedeli che la Bibbia ci è stata data perché siamo ignoranti (in senso spirituale). Fossimo almeno un po' istruiti (da Dio) non ne avremo bisogno! 

Ma questa è una bestemmia per il Luterano che, in questo modo, rivela a se stesso e agli altri che il suo approccio religioso è prevalentemente psicologico, non spirituale!

E che gli eremiti del deserto non avessero bisogno di un papa è chiaro come il sole ma può scandalizzare il bigotto cattolico che ha fatto del Cristianesimo una religione puramente istituzionale e, quindi, secolarizzata. Costui, per non sentirsi destabilizzato, finirà allora per immaginarsi che perfino sant'Antonio del deserto seguiva il magistero del papa di allora. Non meravigliatevi: è stato addirittura scritto e pubblicato anni fa in un agile libretto edito da Cittanuova e che io, dopo averlo velocemente passato con lo sguardo, l'ho riposto con comprensibile disgusto nello scaffale della libreria dove si trovava.

In realtà un certo tipo di cattolico, esattamente come un certo tipo di protestante, si sono costruiti i loro rispettivi idoli, idoli che, se sono tali, li fanno poi essere ciechi ad una prospettiva più profonda poiché è "come loro chi li fabbrica e chiunque in essi confida" (Sl 115, 8).

Oggi è necessario tornare alle fonti, si dice. Ma se le fonti del Cristianesimo non possono essere comprese, come si fa a tornarvi? È come diffondere libri agli analfabeti.

Tuttavia quello che è impossibile agli uomini a Dio è possibile!

lunedì 24 febbraio 2020

L'assenza di sacro - parte 2



Quando l'uomo non riconosce più la presenza del sacro nella vita, in un luogo, in un insegnamento, è indice che in lui si è consumato e portato a compimento quel processo che abbiamo riassunto nello schema sopra riportato: il dominio della ragione, con le sue possibilità ma pure con i suoi evidenti limiti, oramai lo definisce totalmente. L'intuizione e la spiritualità non gli dicono più nulla. L'intuizione, per quanto ancora gli rimanga in stato larvale, è resa impotente come un muscolo non più adoperato. In pratica è inesistente.

Tutto questo ha molte conseguenze. Ne abbiamo ricordate alcune. Ora ne ricordiamo altre.

In una religiosità razionalistica la chiesa non è un luogo sacro ma un'aula di raduno sociale. In assenza di raduno, non ha senso che la chiesa rimanga aperta. L'edificio, infatti, è concepito privo di profondi significati spirituali. Questo lo si può vedere in certi paesi luterani dove, al di fuori del culto, la chiesa è chiusa. Nel mondo cattolico molte attuali chiese sono oramai divenute così.

Nel periodo moderno, nel cattolicesimo c'era ancora la prassi dell'adorazione in chiesa o esisteva, almeno, un'idea didattica: l'interno, attraverso raffigurazioni e opere artistiche, istruisce i fedeli. La chiesa deve dunque rimanere aperta come un libro per istruire ed edificare chiunque vi entri. 

La simbologia, che più propriamente caratterizza l'edificio sacro, continuava a permanere nella liturgia latina e nei suoi gesti ma era, in un certo senso formalizzata, più che vissuta. Era la reliquia di un tempo passato che in qualche modo continuava a permanere in un contesto in progressivo cambiamento. Questo diffuso formalismo e l'incomprensione di tale tradizione sono state la causa scatenante delle successive riforme da cui si sono dipartite le dissoluzioni liturgiche attuali.

L'idea di un incontro con Dio, attraverso la simbologia di un'iconografia, rimaneva confinata in certi santuari mariani. Nella maggior parte delle chiese si praticava l'adorazione alle specie eucaristiche, cosa attualmente in gran decadenza.

L'attuale negazione del sacro, da parte di molto clero cattolico, ha portato a cambiamenti radicali nell'edificio ecclesiastico e nel comportamento dei fedeli. Ha determinato pure una concezione puramente sociale di Cristianesimo, dov'è inconcepibile qualsiasi tipo di spiritualità tradizionale.

Precedentemente, la moralità, ossia il seguire determinati canoni morali, faceva la differenza tra il cristiano degno di Dio e l'indegno. Il primo, a differenza del secondo, era meritevole della grazia sacramentale eucaristica e del Paradiso.
Lo stesso santo era detto tale proprio perché aveva raggiunto un grado eroico di esercizio delle virtù finendo quindi per divenire degnissimo agli occhi divini e a quelli degli uomini.

C'è da dire che questo concetto di moralità, che ha un vago sapore mercantilistico, non ha alcun profondo collegamento con il mondo spirituale da me ricordato. Lutero avrà, dunque, gioco abbastanza facile ad abbandonarlo asserendo che vi si nasconde, in modo neppur tanto velato, un certo orgoglio o presunzione spirituale. Invece di conservare la prassi tradizionale ma con fondamenti più solidi, oggi un gran numero di laici e chierici cattolici ha seguito le orme luterane. I riferimenti morali sono, di fatto, disattesi.


In realtà l'obiettivo della cosiddetta moralità non è quello di giungere ad essere degni ma quello di preparare il terreno a Dio o, per dirla più precisamente, quello di sensibilizzare la nostra sfera intuitiva. “Beati i puri di cuore perché vedranno Dio”, non è un'affermazione insensata o “squilibrata”, com'è giunto ad affermare incredibilmente papa Bergoglio, ma presuppone esattamente la rinuncia a qualcosa per poter conseguire qualcos'altro. E' un po' come uno studente che rinuncia al divertimento per occupare il tempo allo studio e giungere a sostenere un buon esame. In tutto ciò c'è una profonda logica, una preparazione, l'esercizio della libertà personale, non certo uno squilibrio!

Il monachesimo antico non aveva per scopo quello di divenire “degni” o “santi” davanti a Dio. Il suo scopo era preparare l'interiorità o, come si diceva, praticare la purificazione dalle passioni. Le passioni cattive attivano energie dispersive che oscurano l'intelletto spirituale. Nella misura in cui dominano l'uomo, il suo intuito diviene sempre più impotente: “Se dunque il tuo occhio è limpido, tutto il tuo corpo sarà illuminato; ma se il tuo occhio è malvagio, tutto il tuo corpo sarà nelle tenebre. Se dunque la luce che è in te è tenebre, quanto grandi saranno le tenebre!” (Mt 6, 22-23).

E' evidente che qui si parla dell'occhio spirituale, ossia della facoltà intuitiva dell'uomo, del "nous", com'è stato ribadito.

Una volta che avviene la preparazione, e che quindi l'invitato assume la veste bianca, per dirla con la parabola evangelica, può avvenire l'invito a nozze quando e come lo Sposo vorrà.

Ma se tutto questo è negato, incompreso, stravolto, il vangelo diviene una raccolta di detti insensati, squilibranti, come direbbe Bergoglio, e il razionalismo finisce per deformarlo per poi rifiutarlo.

Ne consegue che il monachesimo, ultimo rifugio per una corretta prassi evangelica, viene a sua volta rammollito, modificato e gradualmente abolito.

La diffidenza verso il monachesimo, il secolarismo dei chierici e il formalismo liturgico è quanto, oramai, caratterizza pure una parte del mondo ortodosso che si prepara, così, ad abbracciare quel Cristianesimo che lo ha preceduto in tal avvilente percorso storico.

La verità evangelica, come abbiamo visto, sta in un orientamento totalmente differente e si caratterizza per la sua somiglianza con le scelte e gli stili che la Chiesa aveva nella sua antichità e che ha cercato di mantenere diffusamente finché ha potuto.