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domenica 18 dicembre 2011

Alcuni atteggiamenti odierni nei riguardi dell'altare




«Vi dico che, se questi taceranno, grideranno le pietre» (Lc 19,40).


L'altare è sempre stato considerato il punto focale della chiesa, il luogo sul quale si dirigono normalmente gli sguardi, il luogo più eminente di tutto l'edificio.

L'altare assume una valenza molto forte; può dirsi il luogo più sacro, all'interno del santuario o presbiterio che dir si voglia.

Ha, come abbiamo altrove accennato, un rito particolare di consacrazione, in base al quale è destinato all'unico uso cultuale. Non si tratta di una semplice tavola di appoggio ma di un luogo sacro a tutti gli effetti, legato simbolicamente al sacrificio del Calvario e a quello dei martiri che, versando il proprio sangue, hanno compartecipato al sacrificio di Cristo. Sotto il piano dell'altare, infatti, vi sono normalmente presenti delle reliquie di martiri.

E' sempre stato considerato un oggetto sacro, al punto che Caterina da Siena, prima di divenire religiosa, decise di manifestare ai suoi parenti il desiderio d'appartenere a Dio  sfiorando con le dita la tovaglia d'un altare laterale di una chiesa. I genitori, osservando il gesto, capirono immediatamente: essa da quel momento apparteneva alla sfera sacra.

Oggi, bisogna sottolinearlo, non è affatto così al punto che si può affermare l'esistenza di un vero e proprio scisma da quel mondo passato.

L'altare finisce per avere la funzione di una tavola sulla quale si può far messa ma che, all'occorrenza, è utile ad appoggiare fogli, libri, occhiali, piante e quant'altro nella totale indifferenza generale. La cecità e la passività di tanti  cristiani è realmente la cosa peggiore: sembra realmente che il tempio non appartenga loro e non sia affatto anche di loro competenza!

I riformatori liturgici, alla vigilia del concilio vaticano II, si lamentavano: erano sdegnati che l'altare non fosse  totalmente sgombro d'oggetti. Nel loro purismo, evocavano la consuetudine di alcune chiese ortodosse slave dove la mensa dell'altare non sostiene neppure i candelieri. Abbiamo visto che fine ha fatto tutto questo zelo al punto che oggi pare essere stato solo una facciata!

L'altare attuale ha perso tutta la sua dignità: spesso si trova perennemente spoglio di tutto, come si usava fare per il solo  venerdì santo; in alcuni casi la pietra che contiene le reliquie è stata rimossa o è spaccata, in altri è circondato da sporcizia. Il centro dell'attenzione non è più quell'ara cristiana, che fu consacrata col sacro crisma, ma un tavolo di misera fattura o con qualche pretesa artistica, alcuni metri più in giù, verso la navata. Più che "nobile semplicità" tutto ciò sembra assurda banalità.

Agli altari laterali le cose vanno pure peggio.
Laddove non sono stati semplicemente rimossi, restano spogli, oppure, a seconda del caso, divengono supporto per riviste, fiori, piante...

Tutto questo, non si può nasconderlo, reca un permanente sfregio al simbolo dell'altare, al suo essere oggetto "eccellente" all'interno di una chiesa.

Pare, infatti, che la sua consacrazione non abbia alcun significato e che, di rimando, la chiesa stessa, come luogo sacro, non abbia alcun valore.

Questa mentalità è talmente diffusa che, pure nei luoghi più tradizionali, può capitare d'imbattersi con altari laterali ridotti a supporto per piante. Ma l'altare è fatto per portare delle piante??? Recentemente è avvenuto così pure in una chiesa, sui cui altari laterali sono state ridisposte le carteglorie.


Fa un effetto veramente kitch l'abbinata carteglorie con un vaso disposto al centro del piano dell'altare, proprio sulle reliquie. Se i cristiani di quella chiesa, pur sentendosi tanto tradizionali, riescono a realizzare cose così ridicole e indifferenti al sacro, cosa potranno fare gli altri?

Ci sono, inoltre, delle chiese cattoliche le quali subiscono strane sorti. In alcuni casi, esse vengono "prestate" ad altre confessioni cristiane. Ho presente il caso di una chiesa "prestata" a cristiani ortodossi.

Al suo interno ha due altari laterali. Sulla predella di uno è stato sistemato un contenitore per candele votive. Normalmente ve ne bruciano molte, collocate in una soluzione di acqua e sabbia. A terra e attorno ai gradini di marmo si notano molte incrostazioni di paraffina che nessuno pulisce per cui, col tempo, la situazione è destinata ad un progressivo degrado.

Il piano dei due altari si presta, a seconda delle occasioni, ad appoggio per cibi da benedire, alberi di natale e altre cose.

L'altare maggiore della chiesa non è adoperato, essendo adossato alla parete. Tuttavia è ridotto ad essere supporto per icone dozzinali in una quantità tale e distribuite con un tal disordine da far sembrare quel presbiterio una sorta di "Portobello" o mercatino delle pulci. Tutti i marmi policromi (molto gradevoli) sono ricoperti da questi manufatti. Stampine agiografiche più o meno mal incollate su tavole di truciolato, pitture agiografiche molto scadenti, sono disseminate in ogni dove: "impiccate" sulle colonne dell'antico altare, appese ai reliquiari, in piedi o a terra sulla predella, attorno al perimetro dei gradini dell'altare. Nel presbiterio non esiste una pala ma un'icona della Vergine Maria di fattura settecentesca. Immediatamente sotto quell'icona occidentale è stata appesa un'altra icona bizantina della Madonna come se quella in alto non avesse senso alcuno (1). 


La pulizia di questo presbiterio lascia molto a desiderare, la finezza pure: gli attuali fruitori hanno tranquillamente disposto un ampio contenitore della spazzatura nel piccolo spazio che intercorre tra una porta di legno intarsiato nel presbiterio e la sua tenda damascata con evidente indifferenza del valore di questi due oggetti. Quella spazzatura non è destinata alla sola carta ma ad oggetti oleosi, cibo e quant'altro. 


Spesso i bambini delle prolifiche coppie di questi ortodossi durante la liturgia giocano con il confessionale settecentesco: vi entrano ed escono, sbattendo le porte, aprono e chiudono infinitamente le finestrelle dalle quali il sacerdote ascoltava  le confessioni. Il confessionale non è un oggetto nuovo ma d'epoca e, in questo modo, non potrà ben conservarsi. I genitori non intervengono se non dopo che i loro frugoletti hanno fatto tanto e prolungato fragore. Non dicono loro che quello non è un posto per giocare e se qualcuno li informa paiono non inquietarsene affatto...


Tutto ciò mi lascia molto perplesso ma, tornando all'altare, mi chiedo: posso capire che nell'Ortodossia si possa anche non credere al valore della consacrazione cattolica di un altare. Non posso però capire perché non gli si porti riguardo se non altro per il fatto che, in esso, si trovano reliquie di antichi martiri. Che sia solo per una questione d'ignoranza religiosa o di superficiale spensieratezza?

Come si vede, sembra che ovunque ci si volga si riscontra una certa indifferenza verso dei simboli importanti, come possono essere gli altari in una chiesa. Quando, finalmente, si prenderà coscienza che tale indifferenza non può che ripercuotersi pessimamente sulla vita di fede dei credenti? 


_________



1) Una lezione totalmente differente mi fu data, molti anni fa, da un'anziana signora greca a Venezia. La donna aveva la classica fede popolare che animava un tempo pure molte delle nostre vecchiette. Entrava nella chiesa greca, accendeva una candela, vi usciva dopo aver pregato, sostava un attimo sotto l'icona greca della Theotokos, situata sulla facciata dell'Istituto Ellenico, e si segnava. Proseguiva il suo cammino lungo la fondamenta e, più in giù, s'imbatteva in un'edicola nella quale spiccava una Madonna ottocentesca collocata lì dalla parrocchia cattolica di san Zaccaria. Anche in questo caso si fermava un attimo, la guardava e, in silenzio sulla strada, si faceva il segno della croce. E' l'ultimo ricordo che ho di lei.


martedì 13 dicembre 2011

L'ermeneutica nei documenti di un concilio


Il tema trattato non è liturgico ma evidentemente ha connessioni con la liturgia. 
Stabilire un'interpretazione nei documenti di un concilio, è una cosa importante e, decisamente, favorisce o smorza la stabilità nella fede di un'intera Chiesa.

Nella storia della Chiesa sappiamo che anticamente un concilio era approvato e riconosciuto solo dal concilio seguente il quale lo considerava come regolare ed ortodosso, segno che il riconoscimento a volte era tortuoso, tutt'altro che facile.

Recentemente nel mondo cattolico c'è una certa difficoltà a collocare il Concilio Vaticano II in linea e continuità con quelli precendenti. Sia i cosiddetti "progressiti" che i "tradizionalisti" rifiutano di vedere una continuità in alcuni aspetti di questi documenti. Perciò i primi li definiscono rivoluzionari, mentre i secondi giungono a connotarli con il termine di eretici.

Personalmente ho grosse difficoltà a rinvenire una continuità tra questi documenti e quelli del magistero precedente, per quanto riguarda determinati temi come, ad esempio, quello sulla libertà religiosa.

Ritengo che il tentativo papale di questi ultimi anni, che consiste nel voler leggere questi testi alla luce della "tradizione", rinvenendo quindi una certa continuità, cozzi contro certi dati abbastanza solari.

Riporto, a titolo di puro esempio, la critica a mio avviso interessante, che ne fa un autore di parte "progressista". Egli, senza tanti giri di parole, sostiene che la rivoluzione stabilita dall'ultimo concilio cattolico sia di fatto limata ed adattata da un tentativo odierno di uniformizzazione con il magistero precedente, tentativo che pero' non risponde né allo spirito né al testo del concilio vaticano II. E' solo su questo particolare che voglio soffermarmi e che mi sembra convincente.

Ecco il testo.

[...]

Libertà di coscienza e di religione

Schockenhoff mostra perché non sono affatto esagerati i timori che si faccia diventare il concilio Vaticano II qualcosa che esso non è stato. Ci sono tentativi di indebolirlo, tendenze a fiaccare non solo il suo ‘spirito’ progressista, che in alcuni luoghi è già contestato, ma anche il suo effettivo senso letterale, le sue reali intenzioni. Ad esempio, nella dichiarazione sulla libertà di coscienza e sulla libertà religiosa. Qui - così sostiene Schockenhoff nella sua acuta analisi - l’ultimo concilio ha assunto una prospettiva completamente nuova rispetto alla precedente opinione del magistero ecclesiale. Infatti, nella tradizione non era riconosciuto un diritto all’errore, ma soltanto un diritto alla verità. Il decisivo cambiamento di prospettiva del concilio è stato di aver scoperto il “diritto della persona”, come lo chiamò il costituzionalista Ernst Wolfgang Böckenförde.

Joseph Ratzinger, però, sostiene qui anche da papa una concezione platonica. Secondo tale visione la coscienza di ciascun individuo umano è guidata da una specie di coscienza originaria a lui interna, che lo rende capace di riconoscere la verità attraverso la reminiscenza. La verità è una specie di modello archetipo, qualcosa come una idea originaria già data, stabilmente e validamente, in antecedenza, insieme con l’essere. L’uomo, in realtà, non può fare altro che accogliere, tramite il ricordo, ciò che già c’è: il prodotto verità già pronto. Nel mondo rappresentativo platonico-agostiniano, che – così si esprime Schockenhoff - «prende forma dalla anamnesi del Creatore nello spirito umano, ad ogni essere umano può essere concessa libertà di coscienza e di religione perché egli comunque già di per sé, sulla base di una interiore tendenza ontica della sua natura, è orientato alla verità che incontra nel vangelo e nel magistero della chiesa. Agli uomini che cercano e adorano Dio in altre religioni al di fuori del cristianesimo la chiesa può perciò concedere libertà religiosa soltanto perché essa crede di comprendere questi uomini meglio di quanto essi possano comprender se stessi e nel messaggio del cristianesimo annuncia loro la verità di cui essi segretamente già sono in attesa». In modo analogo si espresse il papa nella sua interpretazione, che suscitò indignazione, secondo la quale la popolazione sudamericana originaria non ha propriamente atteso altro che conoscere Cristo. Tutto ciò che gli uomini credono, pensano e ritengono di conoscere al di fuori del cristianesimo, può essere da questo punto di vista considerato soltanto come deficitario, come umbratile. 

Questa prospettiva, però, non è stata fatta propria dall’ultimo concilio, come spiega Schockenhoff. Il concilio comprende la libertà di coscienza e di religione piuttosto «come un diritto, che scaturisce direttamente dalla dignità che spetta ad ogni essere umano e che dalla chiesa viene riconosciuto incondizionatamente, senza che essa cerchi in qualche modo di giudicarne la via di ricerca della verità a partire dalla pretesa di verità della propria fede… La dichiarazione conciliare riconosce… la libertà di religione come un diritto umano che è ancorato nel comune punto di partenza, che unisce le religioni e tutti gli uomini tra di loro: ossia nello sforzo libero, responsabile, anche sempre esposto all’errore, di tendere alla verità». A questo proposito va rigorosamente mantenuto fermo, benché la concezione platonica – come Schockenhoff ammette – possa all’interno del cristianesimo assolutamente integrare e in tal senso arricchire la religiosità personale, che tutti gli uomini sono in qualche modo chiamati a Cristo come verità. 

Il cambiamento di prospettiva del concilio ha un’importanza pubblica e sociale nel mondo plurale: «Secondo la dottrina tradizionale soltanto la verità o la vera religione rivelata del cristianesimo (cattolico) poteva pretendere riconoscimento giuridico, mentre alle altre comunità religiose si doveva in ogni caso dimostrare tolleranza civile per amore della pace interna ad uno stato. Ora, invece, il concilio attribuisce alla persona umana un diritto alla libertà religiosa fondato nella sua dignità. Questo diritto non protegge più soltanto la verità riconosciuta della fede, sulla quale questa fede giudica a partire dalla prospettiva interna, ma il cammino verso la verità che ogni uomo, in base alla sua dignità di persona, deve compiere sentendosi personalmente responsabile davanti alla propria coscienza». 

Con ciò il concilio va contro un radicato atteggiamento di diffidenza, presente nel magistero ecclesiastico, secondo cui la cultura moderna e postmoderna non ha interesse alcuno per la verità. Nella rivista Zur Debatte, dell’Accademia cattolica di Baviera (1/2010), il teologo Karlheinz Ruhstorfer, che insegna a Landau, richiama l’attenzione sul fatto che il pluralismo del nostro tempo non inclina proprio al relativismo di un “va bene tutto”, come spesso si suppone. «I pensatori postmoderni sono piuttosto sempre preoccupati della verità, ma essi vogliono prendere sul serio la particolarità dei molti e la possibilità dell’altro. Entra così in gioco… lo spazio intermedio. La verità si fa evento tra Dio e uomo, tra uomo e uomo, tra idea e fenomeno. La verità assoluta è per gli uomini - in cammino - impossibile da possedere. E tuttavia l’uomo resta qui determinato dalla relazione con o dal riferimento all’assoluto, che rimane impossibile».

http://www.queriniana.it/blog/il-concilio-vaticano-ii-viene-falsificato/163

sabato 19 novembre 2011

Un luogo, una chiesa, una famiglia…

Chiesa parrocchiale di San Pietro di Gorizia



In questo periodo ho fatto una breve indagine sulle origini della mia famiglia, essendo cosa alla quale ci tenevo dal momento che, per troppo tempo, non ho mai avuto una risposta precisa.

I dati archivistici non mi consentono di risalire prima del 1800: i luoghi nei quali hanno vissuti i miei avi furono martoriati dalla prima guerra mondiale e molto fu perso, soprattutto i documenti parrocchiali che attestano nascite e matrimoni.

Da quanto ho potuto rinvenire, emerge che la mia antica famiglia era di ceppo italiano ma slovenizzato. Gli avi vivevano bene nell’ambiente asburgico nel quale l’identità italiana non si sentiva minacciata da una cultura generalmente slava: essi portavano sempre nomi italici, si sposavano con donne italiane ma avevano slavizzato il cognome. Probabilmente erano pure bilingui. Il paese nel quale avevano posto le loro radici e che doveva risultare per essi come una patria era Šempeter pri Gorici, San Pietro di Gorizia.

Con l’avvento di Napoleone la situazione temporaneamente si ribalta e avviene qualcosa di molto grave nella storia della famiglia, qualcosa che costringe loro, contadini possidenti, a dover lasciare tutto e ad allontanarsi dall’amato paese.

Si presume che con la costituzione delle Province Illiriche –  con Trieste, la Carniola l’Istria e la Dalmazia ad opera dei francesi napoleonici i quali stabiliscono Lubiana come capitale di tutti questi territori –, la situazione si fosse fatta molto difficile per loro.

Approfittando del matrimonio di uno dei figli, si stabiliscono altrove, in quello che allora era il Regno d’Italia napoleonico. L’antica Forum Iulii, Cividale, diventa la loro nuova casa.
Da quel momento in poi, essi fanno cadere dal cognome la desidenza “cigh” e la sostituiscono con una “z” finale, dato che mi ha sempre fatto interrogare.

Gli avi subiranno questo trapianto in modo doloroso, se si tiene conto del fatto che due elementi sembrano segnalare una vera e propria nostalgia:

1) la chiesa parrocchiale da loro scelta per celebrare gli eventi più importanti della loro storia è dedicata a “San Pietro in Volti”;
2) uno dei nomi ricorrenti nelle generazioni è Pietro.

In un’epoca in cui il sentimento religioso aveva un valore molto più marcato rispetto ad oggi, queste scelte non paiono casuali e mostrano come questa famiglia dimostrasse ancora una forte nostalgia per la sua antica patria, una nostalgia che pare essere durata cinquant’anni per poi estinguersi e cadere nell’oblio nelle generazioni recenti. La “z” finale del cognome però, rimane la discreta ma permanente testimonianza di questo mistero, oggi scoperto a 202 anni di distanza da allora.

lunedì 7 novembre 2011

Cristo o le vetrine di Zara?






“Non vi lascerò orfani; ritornerò da voi” (Gv 14,18).


La promessa con la quale Cristo conforta i discepoli, al momento in cui si diparte da loro, è un grande sollievo anche oggi.

I discepoli hanno visto da Cristo cose inenarrabili, miracoli, manifestazioni completamente fuori dalla norma, l’autorità di un essere speciale. Ne hanno condiviso pure i momenti intimi, in cui il Maestro stava solo con loro, insegnando e donando loro forza e speranza. Quando Lui è stato arrestato e crocefisso, essi hanno avuto paura. Pietro lo ha pure rinnegato. Eppure ora, dopo la resurrezione, quand’Egli compare loro, mostra che tutto era provvidenziale perché si compissero le Scritture, affinché l’opera di Dio fosse completa.

Il Cristo risorto riempie di gioia i discepoli ma a tale gioia prende posto l’afflizione: Egli deve abbandonarli. L’umanità ha sempre il sopravvento, anche in loro che sono stati testimoni di eventi eccezionali, in loro che si sono immersi nell’animo di Cristo. Lo vorrebbero vicino, ne sentono il bisogno: “Resta con noi perché si fa  sera e il giorno già volge al declino” (Lc 24,29).

Il Signore indugia, rimane, ma poi giunge il momento in cui deve allontanarsi per il bene degli stessi discepoli. Lo fa ma con la promessa di non lasciarli orfani. D’ora in poi sarà lo Spirito Santo, l’intima forza della grazia divina, a confortare i discepoli, a istruirli e a guidarli.

Che attualità hanno queste parole!

Infatti oggi che senso di smarrimento hanno molti credenti, di abbandono, d'isolamento! Quanto spesso si sentono soli e incompresi.
E come non griderebbero: “Resta con noi Signore!”. Le riflessioni che seguono non sono banalità o cattiverie ma un reale pianto accorato.

Il mondo angloamericano ed europeo è stato travolto per diversi decenni dalla “dolce vita”, un modo di vivere tutto teso alla comodità, al lusso, ai piaceri.

Le Chiese si sono sentite assediate da questa dolcezza avvelenata e hanno resistito fintanto che hanno potuto. Si tratta d'una dolcezza perché appare facile e bella. Ma è avvelenata perché, seguendola, si cambia totalmente e non in meglio.

Oggi le mura della resistenza ecclesiale contro la “dolce vita” sono definitivamente cadute e lo vediamo innanzitutto nel clero delle ultime generazioni.
Ci troviamo, così, con dei pastori sorridenti, concilianti, accomodanti che evitano accuratamente qualunque problema. E, d'altra parte, come pastori sono molto originali: non sono loro a cercarti devi farlo tu, altrimenti manco sanno se sei vivo o morto.

L’altro giorno un amico mi ha fatto vedere il volto di uno di questi nuovi pastori su internet. In questo caso era un prete ortodosso incardinato qui in Italia attorno ai trent'anni. Il suo volto aveva una carne distesa, una luce femminile, degli occhi umidi da Bamby, un sorriso luminoso e ammiccante da star hollywoodiana… Mi ha riempito di profonda tristezza e smarrimento.

Oramai ho visto troppe persone così, anche nel mondo cattolico. Sono cose che mi stancano ancor prima d’incontrarle, proprio perché so perfettamente cosa c’è dietro a tutto questo e non mi aspetto più nulla di particolarmente elevato in quella direzione. E’ gente che porta il proprio vestito religioso come una bella donna porterebbe il suo serico vestito da sera. Stessa dolce estetica bellezza mondana. Stessa molle sensualità.

Da loro oramai ci si va sempre più “su appuntamento”, come dal dottore. Sempre più spesso, infatti, loro non sono liberi: dicono d'avere tante cose da fare, devono fare viaggi, sono stanchi, e così via. Se poi capita di scoprire, senza volerlo, cose scomode che li riguardano (perché la gente guarda, ragiona, parla e riferisce senza tanti scrupoli e complimenti), puoi giurarci che ti diverranno nemici a vita e, quanto meno, t'isoleranno.
Tutto fa deporre che “casualmente” "facciano" il prete (non "siano" preti) senza forse comprendere che questa missione chiede, a chi la compie, una ponderatezza, una pazienza e una disponibilità a volte massacrante, un modo di proporsi totalmente antimondano: non occhi umidi da Bamby seducente, ma occhi bassi e umili da uomo morto a questo mondo.

"Ma se reagisci così per averlo visto vestito religiosamente che dirai se vedi una sua immagine senz'abiti religiosi?", insistette l'amico. In meno di un secondo mi fece arrivare la seconda immagine, riservata questa, in cui lo stesso sacerdote posava in una pasticceria. Sarebbe stato un bellissimo modello per Zara, non v'è dubbio, ma forse non tutto è ancora perduto: senz'alcun segno religioso, sfoggiava un morbido maglione in lana chiara e un foularino a strisce attorno al collo. Il suo atteggiamento dinoccolato, da universitario sans souci, sembrava suggerire che anche lui era un pezzo di cioccolato tra tutti quelli esposti in quella pasticceria... 

Sono cose che si vedono ovunque, oramai, con mille versioni sullo stesso tema. Un altro esempio.
Una domenica entrai in una chiesa cattolica. Era il momento della predica. Il prete parlava mettendo al centro se stesso e le sue azioni. Non ho resistito cinque minuti: ho preso la porta e sono uscito. Ho notato che non ero solo ma c’era chi lo faceva come me. Ho provato a chiedere ragione a chi usciva e ho scoperto che anche questa persona sentiva la mia stessa stanchezza spirituale. Anche questa persona si sentiva orfana.

Quando in una Chiesa, al posto dell’attenzione a Cristo, il clero punta i riflettori su se stesso, su quant'è bravo il vescovo, su quanto sublime è un patriarca o un papa, dopo un poco l'aria si vizia. Le persone che vivono in un ambiente con quest’aria viziata iniziano ad ammalarsi spiritualmente e non distinguono più un uomo spirituale da uno mondano che si autoglorifica. La Chiesa, a quel punto, diventa uno dei tanti canali di raccomandazione per ottenere un posto o dei favori sociali e, senz'altro, una casta privilegiata per i suoi membri.

Chi ce la fa prende la porta e se ne esce. Chi ha paura del deserto si adatta alla mediocrità col rischio di perdere anche quel poco che ha, come dice il Vangelo.
Viviamo in un tempo in cui molti chierici e laici cosiddetti credenti si auto incensano come se fossero perennemente insoddisfatti, alla frenetica ricerca di un autoerotismo che non colma mai un vuoto che solo l'autenticità evangelica può riempire.

Gli altri che cercano il Signore si sentono orfani poiché diverso clero è fin troppo attento a se stesso.

Ci rimane il vangelo e la promessa di Cristo a lenire i graffi lasciati sull’anima dai dolci comportamenti o dalle taglienti vendette di questi "mondani clericali".

Tutti questi “narcisi” appartengono a loro stessi ma questo non sarebbe neppure il male peggiore. La cosa terribile è che col loro stile tendono ad isolare o spingere fuori dalla “Chiesa visibile” chi cerca lo spirito buono, casto, povero e umile del Cristo, Signore e Sposo della Chiesa.

Ma da chi mai andranno gli altri se solo Lui ha parole di vita eterna e la Chiesa è nata per cose ben differenti rispetto alle vetrine di Zara?

E, d’altra parte, come rimanere in ambienti che in tutto ricalcano lo spirito orgoglioso ed egocentrico del secolo? Che senso ha trovare il secolo con le sue passioni in un ambiente ecclesiastico decaduto dal momento che lo si trova già fuori? Che alternative si può avere?


“Non vi lascerò orfani; ritornerò da voi”, continua a ripetere Cristo nel Vangelo.

martedì 1 novembre 2011

Demitizzazione del Cristianesimo



I presupposti della teologia liberale di Bultmann sono ben lungi dall'essere sepolti.

Rudolf Karl Bultmann (1884-1976), figlio di un pastore protestante è noto per aver teorizzato, tra
l'altro, il principio della demitizzazione, con il quale ha letto storico-criticamente i vangeli. Quanto asserisce Bultimann si può pressapoco riassumere così: del Gesù Cristo storico è possibile dire ben poco. Il Cristo testimoniato dalla Chiesa e celebrato nella liturgia, è quello "della fede". Tra il Gesù della fede e quello della storia esiste un salto incolmabile che non riusciremo mai a sanare.

A monte di questo principio c'è il sospetto che la Chiesa, già ai suoi inizi, abbia tradito il messaggio di Cristo, mitizzando ed elevandolo ad un livello divino il Cristo, quando, invece, Egli potrebbe benissimo essere stato un semplice uomo ispirato che ha insegnato una delle tante vie di saggezza presenti nel mondo.

Questo genere di messaggio è molto più di una semplice tentazione, è creduto in quei laici e chierici che sono sedotti da una lettura razionalistica del Cristianesimo. In questa direzione, la cosiddetta tradizione, con la quale ci è giunto un modo concreto di leggere la Bibbia e di considerare Cristo, è un travisamento radicale di un'autenticità che non potremo mai ricostruire pienamente.

E' abbastanza chiaro che Cristo, senza la mediazione della tradizione e la pratica cristiana, non è più accostabile e diviene un fantasma o meglio una delle tante "cifre" con le quali si può essere semplicemente "più umani".

Un messaggio di questo genere è contenuto nel libro "Chi è Gesù di Nazareth?" di Elio Rindone.
 
L'autore narra come, alla radice delle sue inquietudini religiose, ci fosse la presenza di un sacerdote palermitano il quale, tra l'altro, gli consigliava: "Studia e, se vuoi, prega". Sembra che la preghiera fosse piuttosto un optional, a differenza dello studio.

Il percorso indicato dalla tradizione e dai Padri della Chesa, viceversa, è sempre stato l'opposto: dal momento che Cristo, proprio perché anche Dio, agisce nel credente, è necessario averne esperienza e, quindi, pregarlo. Lo studio può aiutare a trovare le parole, le modalità adatte per trasmettere l'esperienza di Cristo (sempre ineffabile) e avere una chiave di lettura dei vangeli, in tal senso. Ma avere unicamente lo studio e trascurare la preghiera comporta inevitabilmente una lettura puramente razionale e/o razionalistica del testo sacro.

Con i presupposti razionalistici si possono anche fare opere di un certo pregio ma, di fatto, si corre il rischio di destrutturare profondamente il messaggio tradizionale della Chiesa ritenendolo aprioristicamente un tradimento. Il risultato di queste pubbicazioni, che lo vogliano o no, porta il lettore ad una sorta d'agnosticismo o, nel caso migliore, ad una sorta d'indifferentismo religioso, nonostante vogliano proporre un percorso per un'autentica maturazione intellettuale e umana.

Questo suggerisce anche un contrasto acceso tra storia e fede dal momento che è contrapposta l'identità di Cristo proposta dalla Chiesa con una supposta identità di Cristo ipotizzata dai vangeli partendo da presupposti demitizzanti.

Quest'ultima tendenza oggi è abbastanza forte e proviene pure da un'opposizione viscerale
alla Chiesa in quanto istituzione.
Il "Cristianesimo" di un "don" Franco Barbero è totalmente inserito in questa linea. Ciò che
mette in dubbio "don" Franco Barbero è identicamente messo in dubbio in questo libro: la resurrezione e la divinità di Cristo. Al posto di un Cristo Dio che risorge e distrugge la morte, è proposto un Cristo umanizzato, un sapiente umano, sottoposto alle passioni come tutti e sul quale la morte ha l'ultima parola. Divinità e Resurrezione di Cristo sono espressioni che indicherebbero altre cose e che possiamo ipotizzare come una sapienza superiore a quella della media umana, una speranza di solidarietà che la morte non possa infrangere, ecc.

A poco vale confortarsi, quando l'autore del libro cita Karl Rahner: «Quelle che sono crollate non sono le verità cristiane, ma le sovrapposizioni storiche. Al contrario, il nucleo vitale del cristianesimo non può crollare». Nel contesto di questo libro, definire "sovrapposizione storica" la definizione della divinità (seppur nei termini calcedonesi) e della resurrezione di Cristo è, in realtà, azzerare totalmente il Cristianesimo, dal momento che il "nucleo vitale" dello stesso è proprio rappresentato dalla divinità e dalla risurrezione di Cristo.

Riguardo a quest'ultima, si può affermare con san Paolo: "Se Cristo non è risorto dai morti, è vana la nostra fede" (1 Cor 15, 14). Ma, dimenticavo!, forse per autori come Rindone san Paolo è stato il primo "traditore" del messaggio cristiano...

domenica 23 ottobre 2011

Liturgia dissacrata - Liturgia sacra



Rifuggo istintivamente dal voler fare paragoni o contrapposizioni violente ma, purtroppo, viviamo in un mondo in cui certi significati si dissolvono molto velocemente e non c'è altro modo di far riflettere se non quello di mostrare cosa significa abbandonare certe cose e cosa significa conservarle.

Nei video che seguono troviamo due realtà diametralmente opposte: una liturgia attuale occidentale e una liturgia antica orientale. Non tutte le liturgie attuali sono come quella del video e non tutte le liturgie orientali rispettano attentamente lo stile di quella bizantina che vediamo in video. Ciononosante gli esempi sono eloquenti per loro stessi.

Nel primo video osserviamo l'attuale arcivescovo di Vienna ripreso in una liturgia che oramai ha definitivamente rotto con gli stili tradizionali e appare per ciò che è: essenzialmente antropocentrica. Sotto il pretesto di un culto a Dio rinveniamo un momento di "simpatico" intrattenimento umano.




Nel secondo video osserviamo una liturgia pontificale al monastero di Simonos Petra (Monte Athos). La liturgia bizantina monastica non è sostanzialmente cambiata dal momento in cui si è definitivamente fissata (XI sec.). La Divina Liturgia (Messa) del video, riprende un momento dell'ingresso del vangelo nel santuario, poco prima delle letture bibliche. Oltre ad essere orientata verso il sole nascente, simbolo di Cristo, tale liturgia esprime attraverso gesti ed azioni un significato fortemente teocentrico: il culto s'indirizza a Dio.




 Le due liturgie trasmettono atmosfere totalmente diverse e questo non dipende tanto dall'idioma utilizzato quanto dal modo generale in cui si svolge il rito. Chi esce da questi due riti avrà inevitabilmente mentalità assai differenti, difficilmente compatibili tra loro. 

Il segno di pace

L'abbraccio degli apostoli Pietro e Paolo


Nelle liturgie sia orientali che occidentali esiste un momento in cui si scambia un segno di pace, quasi a ricordare il famoso passo evangelico:

"Se dunque presenti la tua offerta sull'altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all'altare e và prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono". (Mt 5,23-24).

Nelle liturgie antiche occidentali, come in quelle attuali orientali, spesso questo segno è limitato al solo clero e scende da chi è gerarchicamente superiore agli altri. Questo gesto si attua con un abbraccio o con un bacio di pace. Una delle prime testimonianze patristiche dice, a tal proposito:

"[...] Tutti insieme ci alziamo in piedi ed innalziamo preghiere sia per noi stessi  […] sia per gli altri […] Finite le preghiere, ci salutiamo l’un l’altro con un bacio" (Giustino di Nablus, Apologia I, 65; 67).

Lo stesso san Paolo, poco tempo prima, ricorda che i cristiani si salutano tra loro con un bacio (vedi, ad es., Rm 16,16).

Il bacio o l'abbraccio richiamano immediatamente dei segni di fraternità e di familiarità. I baci riguardano gli oggetti sacri: l'altare, le reliquie, le icone e, parimenti, le persone che partecipano all'atto liturgico.

Recentemente nel culto riformato cattolico è subentrato un segno che non ha alcun corrispettivo tradizionale nella storia della liturgia: la stretta di mano. Questo linguaggio simbolico discende direttamente dal mondo profano: un tempo, quando due contadini facevano un affare sulla parola, lo suggellavano con una stretta di mano. Oggigiorno la stretta di mano caratterizza generalmente una forma cortese di saluto.

Questo linguaggio, altresì, è espressione simbolica del mondo massonico: i fratelli massoni, quando s'incontrano, si riconoscono o s'accordano, lo fanno con una stretta di mano, stringendo le mani in un modo particolare.

Come si vede, questo linguaggio del corpo non appartiene al mondo tradizionale cristiano ma è stato importato. Da dove? Da chi?

Ci sono ovviamente diverse spiegazioni. Qualcuno, con una certa immaginazione, si spinge fino a pensare che l'artefice maggiore delle riforme liturgiche cattoliche - mons. Annibale Bugnini - essendo un probabile affiliato alla Massoneria, ha per ciò stesso importato simboli massonici nel culto cattolico. La stretta di mano si spiegherebbe in questo senso. Questa spiegazione può essere fantastoria ma, ciononostante, fa riflettere assai poiché questo segno è una novità assoluta non solo nel mondo liturgico cattolico ma nel mondo cristiano in genere.

Ciononostante, quello che è essenziale ritenere è che lo scambio di pace è un elemento liturgico che ha un suo valore a patto che sia vissuto nello spirito del consiglio evangelico su accennato e non si esprima banalmente con dei segni sostanzialmente profani, che poco hanno da spartire con un significato autenticamente fraterno e cristiano.

A mio parere, sarebbe perciò altamente significativo che nel mondo cattolico venisse abbandonata la stretta di mano e inserito almeno l'abbraccio di pace da scambiarsi tra persone fisicamente contigue.
Quest'abbraccio, poi, dovrebbe provenire per primo dal celebrante e pian piano dovrebbe essere diffuso a tutti, un poco come si vede in qualche monastero benedettino tradizionale odierno. La pace cristiana è sempre qualcosa che scende dall'Alto: "Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi" (Gv 14,27).

Se normalmente è molto facile banalizzare i gesti tradizionali e, di conseguenza, svuotare il loro significato, quanto più facile sarà banalizzare dei segni che di fatto non sono storicamente della liturgia cristiana come quello di una stretta di mano?

sabato 22 ottobre 2011

Immagine del tempio e mistica cristiana




 
Le generalizzazioni con le quali si valutano i fenomeni storici, sono sempre imprecise. Se noi dovessimo dire che tutte le chiese cattoliche sono come quella illustrata nella foto a sinistra, evidentemente ci sbaglieremo. Ugualmente, se dovessimo dire che tutte le chiese ortodosse rispecchiano l'ordine e l'armonia di quella illustrata nella foto a destra.

La realtà, spesso, è una commistione di elementi. Ciononostate, a volte è utile fare un discorso tranciante perché aiuta a focalizzare alcuni elementi-base che hanno generalmente orientato gli spiriti.

Il discorso che riporto di seguito dev'essere letto in questo senso, non tanto in modo polemico o rivendicativo di una parte contro un'altra. E' interessante l'accenno tra la mistica vissuta e immagine esteriore del tempio. Quello che conta in quest'analisi è individuare le cause di un fenomeno ed, eventualmente, riequilibrare personalmente certi atteggiamenti religiosi. D'altronde, queste parole aiutano a spiegare perché certe architetture ecclesiastiche moderne sono fin troppo fredde.


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Tanto in Oriente come in Occidente esiste una mistica ecclesiale ufficiale, abbiamo una mistica ortodossa e una mistica cattolica. Ed è appunto la differente struttura dell'esperienza mistica che viene adotta a spiegare della diversità che caratterizza le vie seguite nel corso della storia dall'oriente ortodosso e dall'occidente cattolico.

C'è in effetti una profonda differenza nell'atteggiamento originario con cui ci si pone di fronte a Dio e al Cristo.

Per l'occidente cattolico, Cristo è un oggetto che si trova al di fuori dell'anima dell'uomo, è il termine cui tendono certe nostre aspirazioni e, in quanto tale, viene fatto oggetto d'amore e d'imitazione. E' appunto per questo che l'esperienza religiosa cattolica si caratterizza come una tensione dell'uomo verso l'alto, verso Dio. L'anima cattolica è gotica. La passionalità e la capacità d'infiammarsi si accompagna costantemente in essa con una sensazione di freddezza. L'immagine concreta ed evangelica del Cristo e della sua passione è intimamente vicina all'anima cattolica. L'anima cattolica è appassionatamente innamorata del Cristo e imita la sua passione, fino al punto di ricevere nel proprio corpo le sue stigmate. La mistica cattolica è totalmente legata ai sensi, in essa v'è una sorta di tormento e di languore, e la sua via è quella dell'immaginazione sensibile. L'elemento antropologico naturale raggiunge in essa il suo punto di massima tensione. L'anima cattolica grida: Gesù, Gesù mio, mio diletto, amato mio.

Nel tempio cattolico come nell'anima cattolica del resto, si avverte una sensazione di freddo: è come se Dio stesso non scendesse e non entrasse in questo tempio e in quest'anima. E l'anima allora, nella sua passione e nel suo tormento, vuole essere lei a salire e a raggiungere il proprio oggetto, l'oggetto del proprio amore. La  mistica cattolica è romantica, è tutta pervasa da un tormento romantico. La mistica cattolica è una mistica della fame che non conosce la sazietà, sa perfettamente cos'è la passione amorosa ma non conosce il matrimonio. L'atteggiamento cattolico nei confronti di Dio inteso come un oggetto, come il termine di un'aspirazione, è ciò che determina la dinamicità esteriore del cattolicesimo. E l'esperienza cattolica crea una cultura che porta evidentemente impressi i segni di questo amore per Dio e di questo tormento per Lui. Nel cattolicesimo, l'energia si riversa tutta nelle vie dell'azione storica, non resta chiusa nell'interiorità perché Dio non entra nell'interiorità del cuore, e il cuore cerca di raggiungere Dio seguendo le vie del mondo e del suo dinamismo. L'esperienza cattolica genera la bellezza partendo dalla fame spirituale e da una passione religiosa inappagata.

Per l'oriente ortodosso, invece, Cristo è un soggetto, egli si situa all'interno dell'anima umana, e l'anima accoglie Cristo dentro di sé, nelle profondità del suo cuore. Nella mistica ortodossa è impossibile ogni sorta di passione amorosa per Cristo, così come è impossibile l'idea di una sua imitazione. Nell'esperienza ortodossa, più che un tendere a Dio, ci si prostra davanti a Lui. Il tempio ortodosso, come l'anima, del resto, è tutto il contrario del gotico. Nell'ortodossia non c'è né freddo né passione. Nell'ortodossia c'è una sorta di tempore, c'è persino troppo caldo. Per la mistica ortodossa, l'immagine concreta ed evangelica del Cristo non è poi così vicina. La mistica ortodossa non è legata ai sensi e anzi ritiene la sensibilità un "inganno", arrivando fino a negare del tutto l'immaginazione, che viene considerata una via nettamente sbagliata. Nell'ortodossia non si può dire: "Gesù mio, mio diletto, amato mio. Cristo discende nel tempio ortodosso e nell'anima ortodossa e la riscalda. E nella mistica ortodossa non v'è alcuna passione tormentosa. L'ortodossia non è romantica, è realista e sobria. La sobreità e la temperanza è appunto la via mistica dell'ortodossia. L'ortodossia è sazia, spiritualmente appagata. L'esperienza mistica ortodossa è quella del matrimonio e non quella della passione amorosa. L'atteggiamento ortodosso di fronte a Dio è quello di chi si pone davanti ad un soggetto che viene accolto nelle profondità del proprio cuore; la spiritualità interiore di quest'atteggiamento non produce un dinamismo verso l'esterno, è totalmente rivolta ad una comunione interiore con Dio. L'esperienza mistica ortodossa non favorisce la cultura, non crea la bellezza. Nell'esperienza mistica ortodossa c'è una sorta d'incapacità di parlare al mondo esterno, una mancanza d'incarnazione. L'energia ortodossa non si riversa sulle vie della storia. La sazietà dell'esperienza ortodossa non agisce all'esterno, l'uomo non tende le proprie forze e semplicemente non tende a nulla.

In questa differenza delle due vie dell'esperienza religiosa si cela un grande mistero. [...]

Esiste una mistica ortodossa ufficiale e ne esiste una cattolica ufficiale, ma la natura della mistica è sovraconfessionale. La mistica si situa sempre su un piano più profondo di quello delle discordie e delle contrapposizioni tra le varie confessioni ecclesiali. Ma le diversità tra le varie forme di esperienza mistica possono generare delle divisioni ecclesiali.
D'altra parte è solo immergendosi sempre più profondamente nella mistica che si può rivitalizzare la vita ecclesiale e che ci si può contrapporre alla sclerotizzazione della Chiesa visibile.
Le radici vive della Chiesa sono nella mistica.

Nikolaj Berdjaev, Il senso della creazione, Milano 1994, pp. 367-370.




giovedì 20 ottobre 2011

L'abbazia Notre Dame de Fontgombault




L'Abbazia Notre Dame de Fontgombault, si trova nel dipartimento dell'Indre et Loire, in quel territorio che storicamente era definito Vandea.

La prima conoscenza di quest'abbazia l'ebbi a 22 anni da un disco 33 giri dell'Arkiv dedicato alla Dedicazione della chiesa. Il modo morbido e caldo con il quale cantavano i monaci mi colpì molto.

Qualche anno dopo, in modo del tutto casuale, conobbi una persona che amava recarsi in un priorato dell'Abbazia di Fontgomabult: Gricigliano, tra i colli di Firenze, dove ora sta un istituto religioso tradizionale, subentrato a quel monastero.

Ricordo la prima volta in cui mi ci recai, in una splendida domenica di aprile. I miei occhi osservarono per la prima volta una liturgia monastica sobria ma solenne ed esteticissima. All'esterno c'era un giardino invaso da sole e fiori con una terrazza dalla quale si vedeva tutta la vallata dell'Arno. Magnifico...

Conservo ancora delle registrazioni di quella volta, con le voci soliste del padre Benoit Deshayes e di padre Vito Ferrandou (chissà se oggi saranno ancora in vita...).

Cominciai a frequentare Fontgombault attraverso Gricigliano. Inizia dunque a recarmi in Francia.
Raggiungere l'abbazia francese non è facile. Da Parigi bisogna andare fino a Chateauroux (prendendo il treno dalla Gare d'Austerlitz) e da qui si fa un lunghissimo tragitto con l'autobus per Le Blanc. Da Le Blanc non esiste alcun collegamento per Fontgombault (paesino perso nella campagna francese) se non raggiungerlo a piedi (sono 9 km pressapoco) o in taxi (piuttosto rari!).




La prima impressione che il visitatore ha entrando nell'abbaziale è una certa maestosità. La chiesa al suo interno è alta, con pietre bianchissime (pierres de France) e vetrate colorate ottocentesche.

La parte absidiale è la più antica. Risale al XII secolo. Nella facciata spicca un torrione di difesa e nell'esterno dell'abside sono rinvenibili tracce di proiettili. Fanno ricordare che questo posto era dilaniato dalle guerre di religione nel XVI secolo.

I monaci seguono il breviario monastico del card. Gut (1963).
La giornata si apre quand'è ancora notte con i mattutini (12 salmi come prevede l'ordinario benedettino tradizionale) ai quali partecipano solo i monaci preti. Seguono le lodi alle quali partecipano anche i monaci non preti. Poi, nel silenzio della chiesa abbaziale mentre pian piano sorge il sole, iniziano le messe che ciascun monaco officia silenziosamente al suo altare. Il canto dell'ora di prima chiude questa prima fase liturgica.

La colazione avviene in un'ampia stanza non lontana dal chiostro. Ricordo ancora l'odore intenso del latte di mucca, le marmellate confezionate dai monaci, il pane integrale dell'abbazia....
Pure la colazione è fatta in silenzio.

Dopo un paio d'ore gli ospiti si ritrovano di nuovo in chiesa: c'è il canto dell'ora di terza seguita dalla messa conventuale alle quali partecipano solo i monaci preti. Al momento attuale l'abbazia utilizza il cosiddetto messale "tridentino" con qualche piccolo ritocco (senza salmo 42 all'inizio della messa). Al tempo in cui ero solito recarmici, la messa conventuale era fatta col messale riformato (Paolo VI) ma tutta in latino, epistole e vangeli compresi nonché con l'uso del solo primo Canone.

Lo stile non pareva discostarsi per nulla da una messa "tridentina".
Terminata la messa, gli ospiti si dedicano alla preghiera personale, a qualche passeggiata, alla lettura o alla visita del piccolo negozio di articoli religiosi.

I monaci si disseminano nelle varie attività che li attendono (hanno campi coltivati, decine di mucche e molto pollame). Generalmente in quest'abbazia non ferve l'attività culturale, per quanto vi sia una biblioteca e qualche monaco studioso.

Verso le 13 tutti sono richiamati dal suono della campana: è l'ora di sesta al termine della quale c'è il pranzo.

Gli ospiti si radunano all'ingresso del chiostro da cui il monaco foresterario li accompagnerà al grande refettorio monastico.  Ricordo il monaco foresterario di allora: padre Henry, un uomo alto, giovane e di bell'aspetto con un sorriso un poco ironico e gli occhi azzurri che brillavano come pietre preziose.

Di fronte all'ingresso del refettorio, in pieno chiostro, l'abate attende gli ospiti salutandoli uno a uno e lava loro le mani su un catino se si tratta di nuovi visitatori. Molto velocemente tutti si sistemano ai loro posti, in un refettorio che si presenta come una lunga stanza con volte e finestre gotiche dalle quali filtra una luce verde pallido.

L'abate da un colpo di martelletto sul suo tavolo nel silenzio generale. Inizia la preghiera cantata: "Oculi omnium...". Segue una lettura cantata da un monaco posto su un piccolo pulpito. Tutti siedono e mangiano in silenzio ampie razioni di cibo vegetariano (la carne compare molto di rado). Il pranzo avviene molto rapidamente e spesso l'abate è il primo a terminarlo. Dal suo tavolo, di fronte a tutti gli altri, attende che l'ultimo abbia finito e poi torna a battere il martelletto col quale arresta la lettura. Inizia la preghiera conclusiva: "Confiteantur tibi Domine omnia opera tua...".

Terminato il pranzo, i monaci tornano al loro lavoro (non esiste riposo pomeridiano). Riappaiono in chiesa solo per il canto di nona (verso le 15,30) e del vespero (18.00). Quest'ultimo è sempre cantato e accompagnato discretamente con l'organo, anche se si tratta di un semplice giorno feriale. Non importa che i monaci abbiano fatto il lavoro anche più sporco. Nell'arco di pochi minuti smettono la divisa di lavoro, rattoppata e sporca, e si rivestono con la divisa nera per il coro. Si notano sempre per delle scarpe ben pulite e brillanti. Sono un esercito ordinato: a due a due marciano di fronte all'altare principale e si sistemano nei loro stalli dopo aver fatto un breve inchino l'un l'altro. E' così che iniziano tutte le liturgie ed è così che inizia pure il vespero. Si conluclude sempre con l'uscita dal coro dei monaci, disciplinati come un esercito in marcia.

Segue la cena in modo simile con cui ho descritto il pranzo.
La compieta si canta verso le 20,30 mentre l'oscurità nasconde il coro dei monaci (nessuna luce illumina i monaci durante la salmodia, che viene cantata a memoria).

Al termine della compieta inizia il grande silenzio. I monaci prima di ritirarsi nelle loro celle si soffermano in preghiera personale in piccoli gruppi davanti a qualche altare o alla statua medievale della "Vierge du bien mourir".

Si può ben dire che sono monaci silenziosi, laboriosi e animati da grande pietà.

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L'Abbazia ha uno stile piuttosto vicino a quello cistecense: i monaci non lavorano nelle parrocchie, non si dedicano alla cosiddetta "vita attiva" ma fanno una vita strettamente claustrale osservando rigorosamente il silenzio per gran parte della giornata.

Hanno un concetto molto verticale e sacrale di liturgia che non si può accordare in alcun modo con l'andazzo sciatto e tendenzialmente protestante che caratterizza la maggioranza delle chiese cattoliche odierne.

Lo stile di vita condotto nel monastero può essere difficile da condividere, per l'esistenza di un certo rigore che a mio modesto avviso tende ad essere molto psicologico.

Questo determina nelle persone che lo vivono quasi una tensione, un'ansia permanente. Sono cose che ho iniziato a vedere e capire dopo alcuni anni che li frequentavo. Se posso esprimere delle riserve, sono queste.

Viceversa per tutto il resto è un'abbazia modello per il mondo Cattolico. Non ho visto nulla di simile in Italia, dove, semmai,  ci si adatta a livelli di vita molto più "morbidi".

Quest'abbazia cerca di lanciare, silenziosamente, un movimento di riforma della liturgia nel Cattolicesimo. In tal senso è un vero e proprio "laboratorio sperimentale". In essa, alcuni anni fa, si è tenuto, quasi a porte chiuse, un convegno di "riforma della riforma" presieduto dal card. Ratzinger (2001).

Lungo la sua storia l'abbazia ha consciuto vere e proprie tempeste. L'abbazia è inserita nella diocesi di Bourges e il vescovo non sempre ha guardato di buon occhio l'attività conservativa di questo monastero al punto da invitarli "a raggiungere finalmente la disobbedienza di mons. Lefebvre".

C'è da dire che conservarono la "messa di Pio V" fintanto che poterono (1974) e qualche volta vi officiò mons. Lefebvre stesso, prima d'incorrere nei suoi noti problemi con il Vaticano.

La comunità conobbe giorni molto amari nel periodo del postconcilio da parte di quel clero che non tollerava più l'esistenza di questo mondo. Paradossalmente fu proprio nel postconcilio che il monastero si riempì di monaci e giovani vocazioni.

L'abbazia appartiene alla congregazione solesmense dell'ordine benedettino. Generalmente parlando è la più conservativa tra i solesmensi (che di loro sono già abbastanza conservativi).

Per la loro mentalità tipica francese, tendono a pensare di fare cose eccellenti. Anche se spesso si può dire che sia così, a volte un visitatore si sente un poco disorientato quando sente per bocca del foresterario: "Ma lei viene solo ora? Se veniva una settimana fa' avrebbe visto cose eccezionali!".

La vita cristiana, in realtà, non ha bisogno di vetrine eccezionali, dal momento che qualsiasi istante, anche il più umile, è assolutamente prezioso.

Considerazioni personali a parte, il luogo è senz'altro da visitare poiché  non è frequente trovare posti in cui la liturgia si esprime in modo così solenne conservando, al contempo, tutta la sua antica semplicità.

sabato 15 ottobre 2011

Λειτουργία και Οικουμενισμός



Μιλώντας για την προσευχή της Εκκλησίας, σημαίνει να παρατηρούν την πραγματικότητα.

Ορθόδοξες εκκλησίες στην Ιταλία αυξάνουν. Στην αναπόφευκτη σύγκριση με τον Καθολικισμό, είναι σωστό ότι καταλαβαίνουν τα στοιχεία της αρχαίας και παραδοσιακής λατινική λειτουργία. Ομοίως, είναι σωστό ότι ο Καθολικισμός μπορεί να ανακαλύψει και να εκτιμήσει τους θησαυρούς της Ορθοδοξίας.

Το έργο αυτό μπορεί να γίνει με αμοιβαίο σεβασμό, παρά την παρουσία των σοβαρών δυσκολιών και των εμποδίων μεταξύ των δύο Εκκλησιών.

Ο σεβασμός και η ειλικρίνεια σημαίνει, επίσης, δεν μοιράζονται τα σύμβολα και τις δράσεις της λατρείας, ώστε να αποφευχθεί η δημοσιότητα των ψεμάτων. Εξηγώ.

Ορθοδοξίας και Καθολικισμός μπορούν να συναντηθούν και να συζητήσουν με σεβασμό, αλλά δεν μπορούν να εκτελούν δράσεις (κοινή λειτουργική προσευχή, για παράδειγμα), στην οποία δείχνουν τα πράγματα  που δεν υπάρχουν (πλήρης κοινωνίας).

Αυτό σημαίνει σεβασμό και ειλικρίνεια για την θεολογική αλήθεια και για την Εκκλησία.


Όποιος κάνει το αντίθετο, με ανθρωπιστικές ομιλίες  ή κοινότοπες δικαιολογίες, σημαίνει μια βαθιά προδοσία της πίστης.

Δυστυχώς, αυτό συμβαίνει συχνά στην πραγματική ζωή και όλους μπορούν να το δει.


Ένα παράδειγμα φαίνεται στην εικόνα: αυτό που συνέβη στην Ιταλία, 30 Ιανουαρίου 2010 στη Σαβόνα. Εδώ, ένας ιερέας του Πατριαρχείου Ρουμανίας, Philip Sorin, έκανε μια λειτουργία με ένα καθολικό επίσκοπο (μια αρτοκλασία ή μια Θεια Λειτουργία;).

Σύμφωνα με τους κανόνες της Ορθόδοξης εκκλησίας (που δεν έχουν εφαρμογή, διότι φαίνεται ότι εδώ, οι επίσκοποι κοιμούνται), ο παπάς πρέπει να είναι καθαιρεθεί αμέσως. Σύμφωνα με τους νόμους της Καθολικής Εκκλησίας, ο παπάς  θα γινει καθολικός (η συνλιτουργία είναι ή όχι η έκφραση της πλήρης κοινωνίας;).

Αλλά, στην άλλη πλευρά, πρόσφατα ένας επίσκοπος στην Καθολική Εκκλησία έχει επίσης συμμετάσχει σε μια αγγλικανική χειροτονία γυναικών  χωρίς να λάβει καμία τιμωρία (το περίφημο επίσκοπος του Evreux, στην  Γαλλία).

Ευτυχώς ο Πάπας Ράτζινγκερ είναι παραδοσιακός, διαφορετικά αυτός επίσκοπος θα μπορούσε να γίνει ένας καρδινάλιο!

Δυστυχώς, κανονικά αυτά τα πράγματα δεν έχουν καμία απάντηση. Μόνο σιωπή. Άλλες φορές αυτά τα πράγματα έχουν πολλούς επαίνους, μερικοί άνθρωποι μιλούν για  «προφητικές ενέργειες». Ποια τύφλωση είναι αυτή; 

Επιπλέον, η σιωπή δεν σημαίνει ότι αυτά τα πράγματα είναι καλά και τακτικά.

Μήπως αυτές τις ενέργειες σημαίνει, τουλάχιστον, να θολώσουν τα νερά και να μπερδέψει τους πιστούς.

Ένα άλλο περιστατικό συνέβη στην Μπολόνια, στην Ελληνική Ορθόδοξη Εκκλησία, τη Μεγάλη Παρασκευή του 2009. Σε αυτή την εκκλησία, ο ορθόδοξος ιερέας, π. Διονύσιος Παπαβασιλείου, έχει προσκληθεί στη λειτουργία, ένας καθολικός ιερέας, με λατινικά άμφια.

Είναι αλήθεια: δεν ήταν μια θεία λειτουργία, αλλά δεν πρέπει να είμαστε υποκριτές: η Θεία Λειτουργία δεν είναι να διαχωριστούν από όλες τις άλλες προσευχές της εκκλησίας. Όλες οι προσευχές είναι αδιαχώριστα. Όρθρος με Θεία Λειτουργία, με τις ώρες, με τον εσπερινό, κλπ.



Στην Μπολόνια, ο καθολικός ιερέας μπήκε μέσα στο ιερό  από την μεσαία πόρτα, έβαλε το σταυρό επάνω στη αγία τράπεζα με τον ορθόδοξο ιερέα.


Και πάλι ο καθολικός ιερέας δεν ήταν χαρούμενος:  είδε, με θριαμβευτικό μάτια, οποίο που ήταν αποπροσανατολισμό για αυτά τα γεγονότα.

Η πλειοψηφία των παρόντων - ελληνικοί ορθόδοξοι - δεν παρατήρησε τίποτα και αυτό σημαίνει πολλά πράγματα.

Κανείς δεν απαγορεύει τη φιλία μεταξύ ορθοδόξων και καθολικών, φυσικά. Άλλα πράγματα που απαγορεύονται είναι: τη "σούπα" της ιερά πράγματα!

Θεωρητικά εκκλησιαστικής κοινωνίας θα πρέπει να είναι σημαντική, τόσο για τους καθολικούς και ορθόδοξους, προφανώς αν πιστεύουν!

Δυστυχώς, όμως, φαίνεται ότι η καρδιά πολλών απέχει πολύ από αυτές τις αρχές που ήταν πάντοτε αγαπητές στην παράδοση της Εκκλησίας στη Ανατολή και Δύση.

Εγώ είμαι όλο και περισσότερο πεπεισμένος ότι αυτοί οι άνθρωποι, στην πραγματικότητα, δεν είναι ούτε καθολικοί ούτε ορθόδοξοι.

Αυτοι φαίνονται, καθολικοί ή ορθόδοξοι, προς τα έξω, αλλά, στην πραγματικότητα, είναι ένα διαφορετικό πράγμα.


Η παράδοση, αντίθετα, είναι σαφή και ξεκάθαρη, αν και είναι σοβαρή.

Η σαφήνεια και η συνέπεια είναι οι καλύτερες υπηρεσίες για τους ανθρώπους.

Τα υπόλοιπα είναι κενά λόγια και καλές προθέσεις. Εδώ ο λαός λένε ότι οι καλές προθέσεις είναι το πάτωμα της κόλασης ...