I
fondamenti spirituali della liturgia
San
Giovanni Crisostomo, in una delle sue opere, definisce la Chiesa come
un “ospedale spirituale” in cui ognuno è sottoposto ad una
terapia. Qualche altro autore spirituale la definisce come una
“palestra”. Queste definizioni indicano bene che nell’uomo c’è
qualcosa sia da curare sia da esercitare. Tale cura ed esercizio
dev’essere fatta permanentemente.
Gli
autori spirituali antichi occidentali e orientali sottolineano che
nelle persone agiscono passioni di vario tipo e genere. La passione
non dev’essere annullata ma orientata in senso positivo altrimenti
è una forza negativa che porta alla “malattia dell’anima”,
oscurando lo sguardo dell’intelletto spirituale e, di conseguenza,
facendo cadere nell’ignoranza e nella negazione di Dio.
Gli
autori spirituali antichi hanno un’idea precisa di uomo: ha un
aspetto carnale (con i suoi cinque sensi), un aspetto psichico (con
la sua logica razionale) e un aspetto spirituale (con i suoi sensi
spirituali). Normalmente funzionano i primi due aspetti mentre quello
spirituale è atrofizzato. La funzione della Chiesa è quella di
attivare i sensi spirituali con i quali avviene la spiritualizzazione
di tutto l’essere umano.
Siccome
la Chiesa antica, orientata da uomini di spirito, aveva un senso
molto concreto della vita spirituale, la prima opera indicata
all’uomo per la sua spiritualizzazione era la preghiera che si
attuava comunitariamente nella liturgia. La liturgia si conforma,
così, secondo regole e fini ben precisi. Essa diventa
necessariamente una “palestra” dello spirito nella quale lo
stesso corpo agisce attivamente (stando prostrato, in piedi, seduto,
inginocchiato). La mente vien pure coinvolta poiché le antiche
liturgie, a differenza delle moderne, sono molto più didattiche:
parecchie ripetizioni aiutano a memorizzare i testi.
L’attività
“ginnica” dello spirito, nella preghiera antica, porta
necessariamente l’uomo ad “entrare in se stesso”, come dice
Cristo in una nota pericope evangelica. Questo significa entrare nel
santuario della propria anima, ossia portare le energie del proprio
spirito nel cuore, come verrà poi definito con linguaggio
esicasta-bizantino.
Chi
lo voleva fare in modo ancor più radicale, su direzione e consiglio
di un padre spirituale, si ritirava negli eremi o nelle grotte. Il
bisogno di farlo nasceva proprio per evitare ogni dispersione
dell’anima e stringerla all’Unico essenziale. Questo tipo di
esercizio perenne costruiva, pian piano, il cristiano, l’uomo nuovo
in Cristo di paolina memoria.
La
liturgia antica, vivendo in questo tipo di atmosfera, non poteva che
essere una palestra spirituale, ieratica, solidamente strutturata.
Evitava ogni genere di velleità. Era fatta per anime coraggiose,
serie (ma non avulse dal sorriso!), attive e spiritualmente sensibili.
Fintanto
che il monachesimo occidentale visse con uno stile ascetico, rimase
un faro che orientò la stessa liturgia della Chiesa in un senso
similmente ascetico.
L’inizio
della decadenza liturgica in Occidente: divorzio dalla spiritualità
monastica e decadenza dei monasteri
Tra
il XII e il XIII secolo, tuttavia, i monasteri iniziano a decadere.
In Occidente non è più il paradigma monastico ad orientare la
Chiesa ma inizia ad imporsi il paradigma clericale: i chierici
diventano il punto di riferimento fondamentale nell’istruzione del
popolo e amano distinguersi progressivamente dai monaci, confinati a
testimoniare un mondo oramai sempre più lontano.
Nonostante
ciò il popolo ricordò a lungo i monasteri dei secoli passati
cercando, come poteva, di rilanciare la spiritualità soprattutto
sostenendo gli ordini mendicanti. Ben presto, tuttavia, affiorarono
nuove tendenze davanti alle quali la Chiesa del tempo si adattò, pur
con alcune resistenze dinnanzi alle deviazioni più eclatanti. Il
fiorire delle devozioni popolari marcarono un desiderio di
spiritualità staccato, tuttavia, dalla temperie ascetica e molto più
aderente al “sentimento popolare”, sentimento che giungeva al
sentimentalismo e al bisogno dello spettacolarismo. Il bisogno di
flagellarsi in pubblico, lungo la settimana santa, sarebbe stato
inconcepibile nell’alto medioevo come lo è ancor oggi nella
cristianità bizantina.
In questo senso, è interessante osservare pure le sacre
rappresentazioni medioevali.
Inizialmente
traevano ispirazione dalla liturgia, respirando il suo clima sacrale.
Eseguite sempre rigorosamente sul sagrato della Chiesa – mai dentro
di essa! –, manifestarono progressivamente un sentimento popolare
che non trovava spazio nella ieraticità della liturgia. Dalla
devozione sentimentale, tuttavia, scaddero ulteriormente in forme
palesemente mondane. L’elemento romanzesco iniziò a prendere il
sopravvento sul motivo religioso facendo passare la sacra
rappresentazione in un campo teatrale profano.
“Qui
la parabola si conclude: ormai la Sacra Rappresentazione ha perso il
contatto con l’elemento rituale dal quale aveva tratto origine. …
È in questa frattura la causa vera e propria della fine della Sacra
Rappresentazione”(1).
Accadde,
così, che ai personaggi evangelici si faceva dire e fare cose
ridicole col fine di solazzare il popolo. La spettacolarità entrò
nella rappresentazione medioevale tracciandone inevitabilmente il
declino e la sua conseguente soppressione. Questo scadimento è cosa
su cui fissare bene lo sguardo perché pian piano coinvolge pure il
campo proprio della liturgia.
Non a caso,
sempre nel basso medioevo, la spettacolarizzazione entrò nelle
chiese con fenomeni fino ad allora inediti al punto da far
intervenire l’autorità ecclesiastica:
“Stabiliamo
che nelle vigilie dei santi non si facciano nelle chiese balletti di
saltimbanchi, gesti osceni, balli, né si recitino poesie d’amore o
canzoni amorose”(2).
Questa
prescrizione è del 1209, del concilio Avernionense. Non sempre la
legislazione ecclesiastica riusciva a smorzare questa tendenza
emergente e così si giungeva ad avere, in chiesa, imitazioni del
cuculo, del gallo, dell’oca. Questa strana usanza presente a
Basilea nel XVI secolo perdurò a lungo in alcuni luoghi al punto che
in Sicilia, a Modica nel XIX secolo,
“...
uomini e donne, vecchi e fanciulli, durante gli uffici ecclesiastici
mangiano a doppio palmento; e negli intermezzi si danno ad imitare il
canto delle pernici, delle quaglie, delle tortore, de’ rosignuoli,
o a fischiare maledettamente cacciando in bocca due dita”(3).
Ci
sono alcune consuetudini che stupiscono, data la loro similarità con
le tendenze mondane e spettacolari presenti nella liturgia cattolica
odierna:
“Sia
nelle chiese metropolitane, sia nelle cattedrali e nelle altre chiese
della nostra provincia, è invalso l’uso da parte di alcuni –
soprattutto nella natività di N. S. Gesù Cristo, di s. Stefano, di
s. Giovanni e degli Innocenti, in altri giorni festivi e anche in
occasione di messe novelle – di introdurre in chiesa mentre si
celebrano i sacri uffici, spettacoli teatrali, maschere, mostri, cose
grottesche, e quante più possibili cose disoneste e di tutti i tipi;
inoltre si fanno schiamazzi e si dicono poesie turpi e sermoni
derisori, in modo che il divino ufficio è impedito e il popolo è
distolto dalla devozione” (4).
Questa
citazione è tratta dal concilio toletano del 1473.
Quello
che può essere considerato il culmine di tale processo
secolarizzante in chiesa, è senz’altro il risus paschalis,
come avveniva in Germania nel XVI secolo. Chi ce ne documenta
l’esistenza è un sacerdote: Johann Hausschein (Giovanni
Ecolampadio, 1482-1531). “Nelle sue linee essenziali, si trattava
di questo: la mattina di Pasqua, durante la messa della resurrezione,
il predicatore suscitava il riso dei fedeli; da qui il nome di risus
paschalis. Ma questo riso era ottenuto con ogni mezzo,
soprattutto con gesti e con parole in cui era predominante la
componente oscena”(5).
Già
allora si temeva che essere troppo seri o ieratici avrebbe nuociuto
alla pastorale al punto che
“…
i predicatori parlerebbero in templi vuoti. Il volgo, infatti, è
talmente privo di giudizio, che ascolta soprattutto quel predicatore
che eccita la gente con parole sconce o facendo il buffone sfacciato
e con parole mescolate, o meglio, impiastrate di un riso indegno di
quell’uomo in quel luogo”(6).
Un
confratello di Ecolampadio lo esorta a soggiacere a queste mode
secolari ma senza successo. Ecolampadio nota che la consuetudine del
risus paschalis è talmente inveterata che tutti credevano non
fosse assolutamente opportuno essere seri in chiesa nella festa di
Pasqua. Chi lo fosse stato era da compatire. Oggi se, dinnanzi alle
mondanità introdotte nelle liturgie occidentali, qualcuno osasse
opporvisi, verrebbe senz’altro denigrato dai più, esattamente come
successe a Ecolampadio nel XVI secolo:
“Poiché
disapprovo queste sciocchezze, sono ritenuto troppo serio e
assolutamente ridicolo, mentre loro per questa stoltezza sono
convenientemente seri e degni di doppio onore”(7).
Questo
appunto è straordinariamente attuale. D’altra parte la
preoccupazione pastorale del clero di allora è simile a quella
odierna:
“altrimenti
i predicatori parlerebbero in templi vuoti” (8).
Come
oggi, i vescovi del tempo pare non si preoccupassero tanto, visto che
Ecolampadio scrive:
“In
verità non mi meraviglio poi così tanto se i vescovi non estirpano
l’immodestia di molti, quando essi che rivendicano per sé il
primato della modestia, non si preoccupano tanto di essere pastori,
ma pretendono che sia loro lecito fare queste stesse cose”(9).
Che
il mondo monastico di allora si fosse adagiato pure lui su questo
livello ci risulta chiaro dalla seguente affermazione:
“In
quel tempo anche i monaci usavano rendere gradite le proprie prediche
con frasi poco dignitose e anzi addirittura scurrili, soprattutto
nella festività di Pasqua, solennità in cui era uso suscitare negli
uditori un riso che chiamavano pasquale”(10).
Evidentemente
aveva perso la dignitosa ieraticità dei suoi primi secoli.
Spiritualità-liturgia:
un binomio poco chiaro pure nel periodo postridentino
Il
periodo postridentino codificò, nella liturgia cattolica, rigorosi
dettami per cui era impossibile lasciarsi andare alle deprecate
situazioni basso medioevali e rinascimentali che, nonostante tutto,
cercarono di resistere ancora a lungo in qualche luogo (11). C’è
da aggiungere che il concilio tridentino e la prassi che ne seguì
fecero forte leva sulla disciplina e sulla legge ecclesiastica,
infrangendo la quale, si era sottoposti a pene severe. La liturgia
entrava all’interno di questa mentalità, molto più legale che
spirituale. Di conseguenza non emerse in tutta la sua forza l’antica
connessione, chiara nei monasteri antichi, tra
liturgia-preghiera-vita spirituale. D’altronde, la cosiddetta
“perfezione spirituale” non era necessariamente richiesta dai
pastori i quali preferivano mantenere il popolo solo su un piano di
obbedienza ai precetti e agli insegnamenti generali della Chiesa.
Quest’atteggiamento si può facilmente comprendere: in questo
periodo gli “spirituali” potevano essere facilmente considerati
come persone indipendenti, dunque pericolose, come lo erano gli
stessi luterani. Di più: l'individualismo sganciato da ogni regola tradizionale religiosa tendeva ad invadere il campo della spiritualità con tutta una fioritura di pseudo-spirituali davanti ai quali la Chiesa ufficiale teneva le distanze (col rischio evidente di deprezzare la spiritualità stessa).
Purtroppo
l’insistenza sull’obbedienza alla legge ecclesiastica, che ben si
comprende in questo momento storico, fu pure uno dei limiti
postridentini, foriero di conseguenze negative che affiorarono
progressivamente nella liturgia del XX secolo, quale reazione in
opposizione a questo stato rigido di cose.
 |
Parrocchia di Weiz: predica di padre Hannes Biber nell'ultima domenica di Carnevale.
http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=iWSvbRGNZZk |
Il
XX secolo: momento di svolta positiva o ritorno all’evasione
basso-medioevale?
Il
XX secolo, nel mondo cattolico, conobbe due fasi:
la
prima (agli inizi del secolo, ma presente già nella seconda metà
del XIX secolo) di riscoperta romantica del medioevo, il che
comportava inevitabilmente una certa valutazione del monachesimo e una certa sua
rinnovata influenza nella generale vita cristiana.
La
seconda (dagli anni ’30 in poi) in cui si cercò pian piano di
svincolare la liturgia dalla sua forma fissata nel periodo
tridentino per riformarla su diverse direttrici. All’inizio c’era
un bisogno spirituale e di riscoperta della liturgia dei Padri.
Secondo questo bisogno, si formulò una direttrice di semplice
riscoperta e rivalutazione dell’antica liturgia latina. Tuttavia,
tutto ciò fu progressivamente sostituito da un bisogno riformatore
di marca completamente moderna: era necessario fare qualcosa di
nuovo, con un linguaggio nuovo e contenuti nuovi per i tempi nuovi.
Questa direttrice finì per prevalere ma non era animata da alcuna ansia ascetica.
La
cosa buffa è che i liturgisti moderni di questa scuola definirono
“spettacolare”, in senso deteriore, la liturgia del periodo
postridentino quando essi stessi finirono per promuovere veri e
propri elementi spettacolari d’ispirazione mondana.
Nei
fatti oggi ci troviamo davanti al paradosso di liturgie sempre più
“spettacolari” che, per diversi aspetti, ci riportano al periodo
basso medioevale. Ci troviamo davanti al bisogno, oserei definire
inarrestabile, di trasformare la liturgia in qualcosa di ludico, di
evasivo, per attirare il popolo… “altrimenti i predicatori
parlerebbero in templi vuoti”! Le applicazioni pratiche sono le più svariate (dai palesi estremismi a situazioni più soft ma sempre con la medesima caratteristica dello spettacolo mondano).
Mi
è tuttavia lecito affermare che, per forza di cose, in questo tipo
di liturgia è arduo trovare la “palestra spirituale” e,
aggiungerei, pure “l’ospedale spirituale” di crisostomiana
memoria. Non essendo un momento d’impegno ma, spesso, d’evasione
(seppur in un contesto formalmente religioso) questo tipo di liturgia
si pone su un livello sostanzialmente differente rispetto a tutte le
liturgie tradizionali, informate, più o meno, da uno spirito
ascetico. In questo caso si è consumato un divorzio tra spiritualità
classica e liturgia dove la seconda non veicola più la prima.
Ecco
uno dei grossi nodi che noto nella liturgia attuale del mondo
cattolico, nodo nel quale il mondo cristiano orientale, per la sua
differente storia, non ha ancora conosciuto.
“Non
è possibile pregare stando con le gambe accavallate – diceva
l’anziano Paisios del monte Athos –. La preghiera e la comodità
non si associano tra loro”(12). L'asceta aggiungeva pure: “Se
dovessi essere preso dal demonio, inizierei ad andare da qui [il
monte Athos] a Salonicco a piedi, danzando” (13). Sono esortazioni
non più comprensibili e accettabili in gran parte dell’Occidente
cristiano il quale si ritrova adagiato nell'atteggiamento ludico
basso medioevale e rinascimentale. Qui il ballo, la comodità e la spettacolarità hanno la meglio e la liturgia lo riflette
inevitabilmente.
___________________
NOTE
(1)
Sacre Rappresentazioni del
Quattrocento, a cura di Luigi Banfi,
UTET, Torino 1963, p. 26.
(2)
Riportato in Jacobelli Maria Caterina, Il Risus Paschalis,
Queriniana, Brescia 1990, p. 54.
Il
libro della Jacobelli presenta interessanti spunti anche se la sua
tesi – il piacere in senso lato e quello sessuale fanno parte della
sfera del sacro – è a mio avviso un vero e proprio stravolgimento
del sacro stesso, inteso come comunione con l’Essere non umano,
Dio, privo quindi di qualsiasi accezione sessuale. Il gaudio
spirituale non è contrapposto ma è di natura sostanzialmente
diversa da quella naturale e sessuale, cosa che la Jacobelli non
considera poiché non fa alcun riferimento alla matrice ascetica del
Cristianesimo né all'antropologia patristica. Significativo che, nonostante queste originali teorie,
questa signora faccia parte dell’Associazione Teologi Italiani.
(3)
Ibid., p. 55.
(4)
Ibid., p. 52-53.
(5)
Ibid., p. 18.
(6)
Citazione di Ecolampadio riportata in Ibid., p. 19.
(7)
Citazione di Ecolampadio riportata in Ibid., p. 24.
(8)
Ibid., p. 25.
(9)
Citazione di Ecolampadio riportata in Ibid., p. 26.
(10)
Citazione di Ludovicus von Seckendorf (Commentarius Historicus et
apologeticus de Lutheranismo) riportata in Ibid., p. 33.
(11)
Ancora in pieno XVIII secolo papa Benedetto XIV ne constata
l’esistenza e invita a sopprimerla. Cfr. Ibid., p. 38.
“Ancora più stupefacente è la sua estensione nel tempo: lo
troviamo segnalato per la prima volta a Reims nell’ 852 e via via,
ininterrottamente fino agli inizi del nostro secolo. Infatti, secondo
la Gazzetta di Francoforte del 29 maggio 1911, in quell’epoca
il risus paschalis era ancora vivo in Stiria”. Ibid.,
p. 44.
(12,
13) Sono citazioni che trascrivo a memoria e che si trovano nella
recente biografia completa, scritta in greco, di questo moderno
asceta atonita.