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mercoledì 25 luglio 2018

L'eresia liturgica

L'altare maggiore della basilica di san Marco a Venezia, esempio di altare tradizionale latino

In questo blog mi sono concentrato sulla tradizione liturgica indicando per tradizione le basi fondamentali sulle quali si fondano tutte le liturgie cristiane antiche. 

Queste basi sono imprescindibili ancora oggi perché sono il “lessico elementare” attraverso il quale si comunica la trascendenza del culto, non a caso definito in Oriente “culto divino”.

Essendo imprescindibili, tali basi sono di fatto intangibili: nessuno può pensare di cambiarle, esattamente come nessun matematico può pensare, da un certo momento in poi, che 1+1 fa 3. 

Se il culto divino è trasmesso intatto, almeno nelle sue linee fondamentali, è in grado di trasmettere una sensazione trascendente, che definiamo comunemente come “sacra”. Il sacro, nella liturgia, non è un retaggio pagano da abolire, come si dice comunemente tra alcuni liturgisti e biblisti cattolici (influenzati in questo da una certa riflessione protestante), ma un elemento necessario e primordiale alla liturgia stessa. 

Perciò la liturgia è sostanzialmente un insieme di azioni ripetitive, ieratiche, composte, di espressioni solenni, di canti lontani dalle mode secolari. 

Per questo la liturgia si attua in luoghi appositamente dedicati e consacrati, quali sono le chiese. Nelle chiese il luogo più sacro per eccellenza è l’altare perché simboleggia Cristo. E poiché Cristo significa l’ “unto di Dio”, l’altare viene consacrato con l’unzione del sacro crisma e in esso sono deposte le reliquie dei martiri che confessarono la retta fede cristiana. La stessa pietra con cui è fatto l’altare rimanda alla pietra della retta fede in Cristo (vedi Mt 16, 18), pietra apostolica che fa una sola cosa con le reliquie dei martiri. 

Non a caso qualche liturgista cattolico nel periodo preconciliare scriveva che l’altare è un luogo così eccellente che su di esso, al di fuori della celebrazione, non dovrebbe essere lasciato nulla, per mostrare a tutti che è l’ara del sacrificio cristiano, il rimando simbolico a Cristo stesso, ragion per cui il celebrante lo bacia e, in Oriente, solo una persona ordinata può passargli davanti. 

È, viceversa, molto deprimente dover osservare che tali ovvietà, che dovrebbero essere insegnate al clero cattolico, paiono essere completamente assenti. Così quando è persa completamente la simbologia liturgica, quando la trascendenza del culto cristiano non è più creduta e quando si ha bandito dalla Chiesa il significato rettamente inteso della parola “sacro”, ogni assurdità è possibile. 

Cristo e anti (ossia ciò che sta davanti o che si oppone a) Cristo.


Non sono passati molti giorni, dacché le cronache riportavano un fatto dissacrante accaduto in Versilia, precisamente nella chiesa di Serravezza. Nella pieve di san Martino ad Azzano (Lucca) un artista, con il permesso del parroco, ha esposto su un altare un’opera artistica che ritrae il busto di due uomini che si baciano (vedi qui). 

Tralascio di commentare la scultura stessa, poiché è stato ampiamente fatto nel web. Quello che mi preme osservare è il permesso tranquillamente dato dal parroco, tale don Hermes Luppi, per il quale è necessaria accoglienza e tolleranza. Il consacrato, entusiasta di questa scultura in chiesa (vedi qui), fa presumere un pensiero ampiamente diffuso nel mondo cattolico: siccome questa scultura (o altre simili) rappresenta un atto d’amore, allora può benissimo stare in chiesa, esposta su un altare, visto che i cristiani confessano un Dio d’amore. 

Questo tipo di pensiero è eretico, nel senso che l’amore divino, che la Chiesa deve testimoniare, non è un amore umano ma un amore totalmente trascendente, per quanto possibile in certi momenti e con certi presupposti perfino agli uomini stessi (*)

Quindi il pensiero non confessato, che assai probabilmente ha mosso questo parroco, è perfettamente ariano, se così si può dire, ossia finisce per vedere in Dio (e quindi in Cristo) attributi puramente umani. 

Questo spiega perché sull’altare, che rappresenta simbolicamente Cristo, è stata deposta tale scultura che rappresenta tutt’altro che Cristo. 

L’amore umano - ammesso e non concesso che la scultura lo rappresenti e non rinvii invece ad un puro libertinismo come di fatto oggi avviene - per quanto cosa nobile non è minimamente accostabile all’amore divino (**)

Se questo fosse chiaro, e non lo è per nulla, basterebbe per evitare simili accadimenti. Invece, dal momento che avvengono, dobbiamo dedurre che in quei luoghi non si confessa affatto la fede antica in Cristo ma qualcosa che sicuramente non c’entra con essa e che di fatto l'ha sostituita. E quando le cose stanno così, è evidente che qualsiasi realtà religiosa che lo mostra non è certamente la Chiesa voluta da Cristo. 

Chi vuole capire capisca e ne tragga le logiche conseguenze.

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(*) Non sto qui a ricordare i molti trattati ascetici che ricordano questo punto, principalmente in Oriente, ma anche in Occidente se si tiene ad esempio conto degli scritti dei fondatori dell'ordine dei Carmelitani Scalzi. Quello che invece fa pensare è che tale punto non è affatto preso in seria considerazione in molta produzione teologico-sistematica occidentale, come se il pensiero e la prassi fossero cose sempre e necessariamente diverse. Ciò ha inevitabilmente finito per far scivolare la teologia in un puro umanesimo orizzontale, come ci è dato vedere oggi.

(**) Il lettore ponga attenzione a quest'osservazione che, di fatto, esprime la lontananza della teologia basso medioevale latina da quella bizantina. Per la prima, esiste un'analogia tra le realtà divine e quelle create per cui, in un certo senso, l'amore umano può rimandare a quello divino. La seconda, viceversa, rifiuta categoricamente ogni analogia tra la realtà increata (Dio e le sue caratteristiche) e la realtà creata (il creato, l'uomo e le sue caratteristiche) sottolineando la completa estraneità dell'una riguardo all'altra ma ammettendo la possibilità, per l'uomo, di vivere già qui qualcosa delle caratteristiche divine nella grazia che Cristo ha concesso alla Chiesa. L'analogia che, in Occidente, ha dominato la riflessione teologica ha oggi portato, certamente senza volerlo, ad una vera e propria sovrapposizione e sostituzione: il divino è di fatto assorbito nel solo umano, l'amore puramente umano diviene tout-court espressione del divino e porta alla totale eclissi del secondo. I presupposti teologici dell'Oriente, al contrario, impediscono radicalmente questo cortocircuito, nonostante per ignoranza o pura emulazione possano sporadicamente esistere fenomeni in parte apparentemente simili.
Così, dietro ad una scelta o una prassi, c'è sempre un pensiero, implicito o esplicito che sia, e le scelte operate da una teologia, per quanto possano sembrare astratte, hanno sempre, o prima o poi, delle pesanti ricadute pratiche che, all'inizio, possono anche non essere state intravviste o volute. D'altronde, chi costruisce una casa su un piano inclinato (magari perché obbligato a farlo) non vorrà mai che essa crolli ma è legge fisica che questo, presto o tardi, avvenga. Lo stesso si deve dire del pensiero cristiano, o della teologia che dir si voglia.

domenica 8 luglio 2018

Spigolature...

Osservando il Cattolicesimo contemporaneo, una delle cose a mio avviso più interessanti è l'atteggiamento psicologico assunto dalle persone dinnanzi alle problematiche presenti nella Chiesa cattolica (relativizzazione o annullamento della dottrina, perdita dei principi morali, ecc.). 

Tra i cattolici frequentanti un gran numero o non riesce a vedere tali problematiche o le minimizza notevolmente, ritenendole solo un adattamento ai tempi attuali, dando l'impressione di una Chiesa nella quale, di fatto, la verità di oggi non deve necessariamente coincidere con la verità di ieri. 

Un numero minore riesce a valutare oggettivamente lo scollamento tra prassi, dottrina e morale tradizionale e ne soffre. Sono i cosiddetti “conservatori” legati, in un modo o in un altro, al ricordo di una Chiesa nella quale si aveva ancora il coraggio di praticare e predicare tutto un altro modo di essere, pur con i limiti di allora. I “conservatori”, come ho già avuto modo di dire, non sono i “tradizionalisti”, ossia quel gruppo ancor più esiguo di persone i quali, dall'esame delle problematiche, giungono alle logiche conseguenze nella prassi. I “conservatori” si lamentano che le cose non vanno bene ma, all'atto pratico, non oppongono alcuna reale ed efficace resistenza al cambiamento, a differenza dei cosiddetti “tradizionalisti” che perciò, per la stampa liberal-chic, sono i “cattivi” della situazione. 

Tuttavia, esiste una caratteristica comune a questi due ultimi gruppi: entrambi soffrono di una certa soggezione verso l'autorità, seppur in modo differente. 

I “conservatori”, che rimpiangono il bel passato, ritengono che l'autorità ecclesiastica sia intangibile: la si potrà criticare ma non ci si può opporre ad essa per cui è essenziale esserne legati. È letteralmente insopportabile l'idea di non averci più a che fare. 

Ad esempio, in una Chiesa che progressivamente diviene tutta ariana, queste persone, pur opponendosi teoricamente all'arianesimo, finiranno per sottomettersi ad esso pur di rimanere in comunione con il proprio vescovo diocesano. E se qualcuno mostrerà loro questa contraddizione, essi pian piano finiranno per negare all'arianesimo il carattere di eresia, vedendolo come un adattamento alla mentalità contemporanea solo apparentemente in contrasto con il passato, un modo differente di esprimere la verità di ieri. Chi non vede, qui, la riduzione della verità cristiana ad un semplice gioco intellettuale? (1)

I cosiddetti “tradizionalisti” hanno idee più chiare: comprendono che è la verità di sempre a fondare la legittima autorità e, partendo da tale principio, possono fare scelte coerenti che richiedono non poco sacrificio personale. Tuttavia, anche loro pongono enfasi all'autorità gerarchica e ciò può inclinare alcuni a quell'atteggiamento psicologico tipico dei “conservatori” sopra esaminato. È esattamente questo che spiega il cambiamento di alcuni “tradizionalisti”, cambiamento che potrebbe sembrare inspiegabile se osservato superficialmente (2): fino ad un certo periodo essi pensano che la verità sia più importante di un'autorità ecclesiastica che l'annebbia, da un certo periodo in poi, ritengono che l'autorità stessa sia indiscutibile e che la verità debba di fatto adattarsi ad un nuovo contesto e corso storico. 

Questo crea non poche stupefacenti “conversioni”. Tra le diverse da me viste ne cito un paio.

Ricordo un laico, gran benefattore storico della Fraternità san Pio X, particolarmente affezionato a mons. Lefebvre, il quale ad un certo punto fece ritorno alla sua diocesi chiedendo al vescovo diocesano scusa per i suoi atteggiamenti contro la carità ecclesiale. All'origine di tale “conversione” ci fu un suo profondo turbamento all'idea che la Fraternità non potesse più aver a che fare con la sede romana. Così, se costui fino a ieri chiamava “eretico” Paolo VI, fra non molto non avrà alcun problema a dichiaralo santo dal momento che il papa attuale lo canonizzerà. Immagino che ora gli atteggiamenti di Bergoglio criticati aspramente dai  “tradizionalisti” non lo scandalizzeranno  affatto: il capo ha sempre ragione!

Ricordo anche l'esempio di un giovane il quale, come un primo tempo fu affascinato dai “lefebvriani”, in un secondo tempo ne sentì orrore davanti alla logica idea di doversi allontanare dalle strutture diocesane e dal papa stesso. Sentirsi solo per avere assunto responsabilmente delle logiche decisioni lo atterriva e questo gli fece voltare le spalle ai “lefebvriani” (3)

Ora, al di là delle scelte di campo (chi scrive non appartiene a tali campi), al di là del fatto stesso che Paolo VI sia stato eretico o santo, quello che qui fa veramente problema è l'atteggiamento psicologico assunto e che, quanto meno, è contraddittorio per non dire patologico. 

Come si fa a sopportare tale contraddizione? Non lo arrivo logicamente a capire... Posso capire coloro che sono da sempre stati relativisti, in quanto comunque coerenti con loro stessi, ma non una persona che fino a ieri non lo era e che da oggi in avanti lo diviene. Infatti, tali contraddizioni non si spiegano sul piano della logica ma su quello della pura psicologia.

Per la logica l'autorità ecclesiastica si spiega richiamando il vangelo: l'apostolo Pietro è fondamento della Chiesa, secondo il noto passo evangelico, nella misura in cui diviene pietra, ossia rimane nella fede in modo stabile e inalterato. Non è fondamento della Chiesa a prescindere dalla fede o relativizzandola. Ne consegue che l'autorità nella Chiesa è tale fintanto che esprime questa fede neotestamentaria, stabile e inalterata. Nella misura in cui l'autorità non trasmette o offusca tale fede (il che è sempre possibile), perde il suo carisma e non è più vincolo di unità. Lo scisma inevitabile creato (latente o evidente che sia), non è determinato da chi ha conservato la fede nei riguardi dell'autorità che l'ha relativizzata ma dall'autorità relativista verso chi ha conservato la fede. 

Quando vedo qualche esponente tradizionale del clero cattolico e qualche altro del cattolicesimo "ufficiale" non posso non vedere di fatto almeno due chiese che vivono ancora sotto lo stesso tetto. Non esiste, tra loro, uno scisma conclamato ma un vero e proprio scisma di fatto, tanto diverso è il loro stile e il loro stesso modo di porsi al mondo. La fede, dunque, determina e legittima l'autorità, non il contrario (4) e l'autorità stessa non è magicamente protetta dal cadere in errore.

Ma se, in luogo di osservare questo punto fondamentale, si pone accento sulla questione psicologica, ossia sul bisogno perfettamente umano di rimanere collegati ad una società di persone con la sua gerarchia rassicurante, tutto si capovolge e si sconvolge. 

In questo caso non solo non avremo avuto un sant'Atanasio ma assai prima dei tempi attuali il Cristianesimo si sarebbe disciolto in una delle tante filosofie o gnosi secolari.

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(1) Il lettore non si lasci sfuggire questo appunto perché è proprio l'intellettualizzazione della verità, prescindendo dalla sua possibilità di viverla, che ha generato mostri nel Cristianesimo occidentale. Una pura intellettualizzazione non tocca più la vita e, di conseguenza, le questioni psicologiche dei "conservatori" (o di altri gruppi cattolici) divengono più importanti della verità stessa e delle sue conseguenze pratiche. La prevalenza degli aspetti psicologici su quelli spirituali (che affondano le loro radici nella dogmatica) avviene proprio perché la spiritualità non dice più nulla e si è operata una "arianizzazione" del Cristianesimo che finisce per toccare e accomunare molti "conservatori", "tradizionalisti" e "progressisti" cattolici.

(2) Ecco perché l'abbé Paul Aulagnier, che nel 1993 rampognava padre Gerard Calvet di aver abbandonato i tradizionalisti entrando in piena comunione con la "Roma modernista" (vedi qui), nel 2004 fece la stessa cosa.

(3) È interessante esaminare questa paura, quasi un horror vacui. Qui, al di là delle giustificazioni teologiche che si sono date nella storia, l'attenzione è posta su un elemento umano: la relazione con una istituzione o un particolare gerarca ecclesiastico. Venendo meno questa, pare esistere un vuoto quando, in realtà, non è affatto così. La comunione con Cristo finisce per dire assai di meno rispetto alla comunione con un gerarca ecclesiastico il che, sinceramente, sembra essere un vero e proprio arianesimo ecclesiale: della Chiesa si apprezza veramente solo l'aspetto materiale e visibile e, di fatto, pare poco importante quello invisibile e spirituale. In tutto ciò si da per scontato che la parte visibile della Chiesa porti necessariamente e automaticamente a quella spirituale quando nella realtà non è sempre così e si deve distinguere caso da caso.

(4) Non si deve ritenere quest'enfasi dell'autorità una questione puramente personale poiché ha un'origine chiaramente istituzionale: è la sede romana che per secoli ha enfatizzato la sua autorità fino al punto da determinare, nel singolo credente, una soggiacenza tale da farla precedere alla verità stessa. La stessa autorità episcopale, per quanto non celebrata come quella romana, riveste in questo contesto un ruolo decisivo. Quello che si determina nel singolo non viene certamente ammesso nella dottrina cattolica tradizionale che ha cura di fare le dovute distinzioni ma di fatto avviene correntemente nella pratica e si verifica anche in altre situazioni rispetto a quelle sopra evidenziate. Il rischio più che evidente è che l'autorità gerarchica potrebbe non servire pienamente la verità ma servirsi e modificare la verità stessa, come in non poche occasioni è storicamente avvenuto.