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venerdì 17 aprile 2015

L'homo religiosus ψυχικός e l'uomo spirituale


Questo nuovo post prosegue sulla linea dei precedenti e aiuta il lettore a capire meglio quanto sto esponendo. 


Prendo un esempio dal blog “Chiesa e postconcilio” animato da Maria Guarini in cui si esalta un cardinale di curia che, rispondendo ad un'intervista, dichiara di “voler divenire santo”.

La prima cosa che mi sovviene, quando leggo queste asserzioni, (che diffondono pure gli aderenti all'Opus Dei o, a livello spicciolo, vengono propinate ai giovani in certi raduni-incontro) è la seguente: 

“Come mai in tutto il passato della Chiesa e soprattutto nell'antichità cristiana a nessuno è venuto in testa di dire 'voglio diventare santo'?”.

La risposta è semplice: allora quest'espressione pareva molto poco opportuna! Infatti allora era chiaro che: 

1) se in una persona nasce l'intenzione di seguire nudo Cristo nudo, deve prima di tutto spogliarsi dell ' "io voglio" con cui inizia questa frase poiché nei Vangeli Cristo dice “senza me non potete fare nulla!” (Gv 15, 5). Inoltre se dico ad altri “io voglio” immediatamente l'attenzione altrui cade sul mio io, non su Dio, l'attore della vicenda davanti agli altri sono io e Dio, in questa frase, cade immediatamente in secondo piano, cosa che soprattutto anticamente sarebbe stata inconcepibile (esisteva infatti un orientamento verso Dio non verso l' io, seppur religiosamente inteso). Agostino, anche sotto questo profilo, ha rappresentato una strana eccezione (vedi Le Confessioni che non a caso attirano l'attenzione dell'uomo odierno per il modo in cui sono esposte).

Dietro a questa frase si cela, dunque, un homo religiosus antropocentrico anche se a parole non sembrerebbe così! 

2) Nella letteratura ascetica troviamo una lezione: se una persona ha l'intenzione ferma di seguire Cristo non ne deve fare pubblicità poiché immediatamente avrebbe la sua ricompensa dagli uomini, come mostra il vangelo, e questo oltre a far cadere nell' orgoglio spirituale la persona, le potrebbe far ritirare la ricompensa dello Sposo: “Che vuoi da me? Hai già la tua ricompensa!” (cfr. Mt 6, 1-2) . 
Nel vangelo queste cose non sono scritte a caso ed ispirano, infatti, i prudenti comportamenti ascetici! 

3) Sempre nella prassi ascetica tradizionale, se una persona ha l'intenzione di seguire Cristo, l'unica cosa che può e deve dire al mondo è la sua totale inadeguatezza, inutilità o, per usare il linguaggio propriamente ascetico, il suo essere "grande peccatore". 

Ora, queste dichiarazioni ad effetto - “voglio divenire santo” - che fanno spellare le mani di alcuni cattolici tradizionalisti dagli applausi, mi lasciano totalmente indifferente quand'anche non mi trovano infastidito per le tre ragioni sopra esposte. 

Il rischio di muoversi sempre e ancora sulla pura apparenza è tremendamente probabile e, in un mondo di apparenze, non sarebbe che una apparenza in più. Non affermo che il cardinale è automaticamente un uomo superficiale e poco attento alle cose evangeliche. Dico che queste affermazioni lo sono e imprimono in chi le ascolta un orientamento contrario a quello testimoniato nel Nuovo Testamento e nei Padri.

Temo che Maria Guarini e altri non possano accorgersene! Sono portato a pensare che per queste menti, che si pronunci un cardinale dall'orientamento piuttosto tradizionale sembra automaticamente espressione d'ineccepibilità e perfezione. 

E davanti a ciò chi s'importa se san Paolo la pensava diversamente? 

Il cardinale nell'intervista dice anche cose ampiamente condivisibili ma mescolate con alcune espressioni che paiono un reale autocompiacimento. 

Eccone una: “Per questo, la mia testimonianza è lì per invitare il mondo a non rifiutare Dio. Quando guardo la mia vita, vi vedo, infatti, il segno reale della predilezione divina. Vengo da una semplice famiglia africana e da un villaggio molto remoto dal centro della città. Chi avrebbe potuto dire quando sono nato tutto ciò che Dio avrebbe compiuto? Per diventare seminarista e sacerdote, sono andato dalla Guinea al Senegal passando per la Costa d'Avorio e la Francia. Successivamente, sono diventato vescovo di Conakry in condizioni difficili. Poi sono stato chiamato a Roma, nel cuore della Chiesa. Come tacere, dal momento che ogni fase della mia vita forma un chiarissimo segno dell'azione di Dio su di me?”. 

La frase: "Testimonio l'azione di Dio su di me" la troviamo massivamente nella predicazione di molti protestanti e di molti nei movimenti cattolici. Sono atteggiamenti per creare impatto e ascolto ma di cui la Rivelazione fa volentierissimo a meno!

Infatti, san Paolo dice di non poter parlare delle rivelazioni divine (di cui è stato testimone) per non cadere in superbia. 

Il passo è chiarissimo e lo riporto per esteso: 

Bisogna vantarsi? Non è una cosa buona; tuttavia verrò alle visioni e alle rivelazioni del Signore. Conosco un uomo in Cristo che quattordici anni fa [...], fu rapito fino al terzo cielo. So che quell'uomo [...] fu rapito in paradiso, e udì parole ineffabili che non è lecito all'uomo di pronunciare. Di quel tale mi vanterò; ma di me stesso non mi vanterò se non delle mie debolezze. Pur se volessi vantarmi, non sarei un pazzo, perché direi la verità; ma me ne astengo, perché nessuno mi stimi oltre quello che mi vede essere, o sente da me. E perché io non avessi a insuperbire per l'eccellenza delle rivelazioni, mi è stata messa una spina nella carne, un angelo di Satana, per schiaffeggiarmi affinché io non insuperbisca” (2 Cor 12, 1-7). 

Seguendo queste indicazioni apostoliche, molti asceti antichi e recenti rifiutavano categoricamente di parlare di loro stessi attribuendo i miracoli di Dio nella loro vita ad altri. 

Il discrimine tra le parole del cardinale e quelle dell'apostolo può forse parere sottile ma è reale ed evidente. 

L'homo religiosus, di cui abbiamo ampia esperienza attorno a noi poiché esiste prevalentemente solo quello, anche quando parla di Dio e lo vuole esaltare è sempre portato ad avere autocompiacenza (φιλαυτία = amore per sé) perché è ancora psichico, non spirituale. 

In queste condizioni bisogna stare attentissimi a non porsi come esempio per gli altri ed è meglio parlare di persone dalla santità acclarata e reale! (*)

San Paolo e gli asceti si ponevano su un altro piano: spirituale, appunto. Nonostante potessero parlare di loro stessi lo evitavano come la peste e ciò rende il loro insegnamento sostanzialmente diverso, anche se sembra apparentemente simile! 

Ecco perché esiste un dovere preciso di seguire la tradizione per non incappare nelle mille trappole che lo psichismo umano dissemina ovunque per illudere e illudersi. Il passo del cardinale è solo un esempio e non è né meglio né peggio di quello dell'uomo comune che s'arrischia di parlare su Dio. 

Ecco perché questi temi da me trattati non sono futili, eterei, astratti ma fondamentali e rappresentano da ogni punto di vista la tradizione fondante della Chiesa, nell'ethos della vita di chi è veramente il suo vero fedele. 

Non erano e non saranno mai cose secondarie e opzionali!

Qui il link che riferisce quanto ho esaminato: 
http://chiesaepostconcilio.blogspot.it/2015/04/dio-o-nulla-grande-intervista-al-card.html


___________

(*) Anni fa, un signore - che poi fondò un'organizzazione cristiana con il fine di diffondere libri di spiritualità orientale - era solito telefonarmi nell'illusione di coinvolgermi nel suo progetto.

Quando mi rivelò il nome dell'organizzazione da fondare, immediatamente gli feci presente che era totalmente errato. Non si poteva chiamare quell'organizzazione con il titolo di "Testimonianza..." perché subito le persone avrebbero visto in lui e in qualche suo collaboratore dei "testimoni". 

Ora, questo atteggiamento è radicalmente opposto a quello dei santi orientali i quali non si sentivano affatto "testimoni". 
San Massimo il Confessore, pur potendo parlare ampiamente di sé, non indica in se stesso un testimone o un maestro ma lo trova in Dionigi l'Areopagita, tanto per fare un esempio!

La mentalità secolaristica con cui si colpisce gli altri per attirare narcisisticamente lo sguardo su di sé, con la scusa di Dio o degli asceti, è qualcosa di terribile, un inganno profondo ma è ovunque diffusa. È un vero e proprio atteggiamento trasversale a tutte le confessioni cristiane, questo attaccamento alla vita psichica!

Anche qui, come nel caso mostrato nel post, abbiamo a che fare, al più, con una religiosità psichica o, nel caso peggiore, ad una reale e profonda φιλαυτία.

Nei Vangeli, al contrario, Cristo è chiarissimo: "Chi non odia la propria vita psichica non è degno di essere mio discepolo" (Lc 14, 25).
Quello che le Bibbie traducono con "vita"  e la vulgata con "anima" corrisponde a psiché, e non mi pare affatto una forzatura tradurlo come "vita psichica" ossia la vita nello stile psichico che Cristo spinge addirittura a odiare poiché il cristiano è chiamato alla vita nello spirito. La comprensione psichica è, infatti, tipica dell'uomo naturale segnato dalla conseguenza adamitica, totalmente superata nel nuovo Adamo, Cristo. Rimanere nella ψυχη, nella comprensione del vecchio Adamo decaduto e con questa leggere e interpretare il vangelo, significa svuotare e defraudare tutta la Rivelazione. 
Infatti oggi chi capisce veramente la Bibbia?

mercoledì 15 aprile 2015

Sul dovere di seguire la Tradizione



I post precedenti mi hanno ampiamente dimostrato che non è assolutamente facile esporre certi temi. Oggi più che mai non è scontato nulla, neppure l'ABC del Cristianesimo!

Ricevere certe risposte non mi ha reso felice e questo non per un motivo personale ma per aver visto una volta di più la lontananza di molti dalle cose essenziali.
Il mio blog è visitato prevalentemente da persone con una sensibilità cristiana tradizionale, in grandissima parte da cattolici. C'è poi qualche persona in sincera ricerca di fede o che si pone delle serie domande. Qualcuno, ma si tratta di numeri irrisori, riesce a capire quanto sto dicendo e non mi equivoca mettendomi in un facile ma assurdo schema di contrapposizioni.

D'altronde il blog è nato cercando di cogliere i lati comuni tra Oriente e Occidente, dal punto di vista liturgico, e non inizierò certamente ora a cambiare stile.

Esaminare la liturgia impone sia da parte di chi scrive, sia da parte di chi legge, una visione un poco profonda.
Ci sono fin troppi libri con noiosissime informazioni religiose generiche. Anche il web ne è pieno

Perché la liturgia è stata stabilita in un certo modo, cosa c'era sotto, che uomini lo hanno voluto, sono domande sulle quali dobbiamo sempre tornare.

E, come ogni cosa stabilita su questa terra da mano umana, inizieremo a intuire il “tipo” di uomini che ci stavano dietro. Soprattutto inizieremo a capire la loro mentalità, qual'era lo stile di questo Cristianesimo.

Uso il verbo al passato non per disprezzare il presente ma per indicare che è con il passato che il cristiano si deve sempre confrontare per non creare rotture e rimanere nella continuità (cosa tutt'altro che scontata o data magicamente una volta per tutte!).

Ora, questo metodo non è automaticamente osservato e non lo è affatto neppure tra chi crede di essere “tradizionalista”.

“Vogliamo la santa Messa di sempre”, gridano a gran voce alcuni cattolici nel web. “La nostra è una liturgia antica di cui andiamo fieri”, affermano alcuni cristiani-ortodossi. Ebbene, i tempi sono tali che spesso sia i primi che i secondi non riescono ad infrangere la pura forma o superficialità. L'Occidente ha fatto coriandoli delle sue tradizioni, l'Oriente no ma entrambi sono diffusamente malati di superficialità.

Riguardo ai secondi, una volta un docente mi invitò a presentare ad una scolaresca il significato di un edificio cultuale ortodosso. Mi fece contemporaneamente conoscere una ragazza (forse moldavo-ortodossa) tra gli allievi di quella classe. Feci la mia esposizione e ci riuscii così bene che tutti i ragazzi ne furono affascinati. Con mia sorpresa non notai il medesimo risultato nella ragazza ortodossa che sembrò addirittura indisposta. Mi chiesi: che educazione religiosa avrà ricevuto? In cosa realmente credeva? Perché si sentiva infastidita della mia interpretazione che seguiva, seppur assai semplificata, quella della Mistagogia di Massimo il Confessore? Anche in Oriente possono, dunque, esserci cristiani che, come forse questa ragazza, sono lontani dall'essenziale e adagiati su una certa formalità. Potrei fare altri esempi...

I cattolici a loro volta si adattano in gran parte ad una visione che, francamente parlando, è molto insoddisfacente. Nei post scorsi l'ho notato ed è solo questo ad aver creato una grande incomprensione tra me e chi non capiva le mie tematiche. Perché è insoddisfacente tale visione? Perché la cosiddetta prospettiva “spirituale” sfugge o è mal compresa. Perché il modo di concepire l'uomo in alcuni non appartiene al Cristianesimo (lo vediamo dalle risposte ricevute).
Nonostante tutto, tali persone hanno un attaccamento alla liturgia tradizionale.

Passi il paragone: è come se io fossi affezionato ad una bella automobile ma, di fatto, non la sapessi utilizzare per viaggiare.

Per prendere vantaggio della liturgia non è solo necessario parteciparvi ma trovare il modo di esserci nelle condizioni migliori.
Questo non comporta solo una conoscenza banale dei testi, una partecipazione formale o esteriore, una adesione a semplici dettami morali, ma un lavoro interiore, quindi spirituale che comporta una vera e propria fatica corporale: non si può credere di pregare davvero standosene comodi su una poltrona, ripeteva qualche asceta recente.

Se è vero che nella liturgia sono coinvolte tutte le facoltà dell'uomo (il corpo con i suoi sensi, una certa comprensione razionale) è molto più vero che la sua funzione profonda è quella di attivare l'interiorità umana, altrimenti chiamata spirito con la quale s'intuisce il mondo spirituale al di là dei sensi e della nostra piccola ratio.

Ma ecco la meraviglia: affermare ciò con l'invito a staccarsi dalla formalità e dal piacere esteriore derivante dai sensi o dalla ratio, non è assolutamente capito ed è pure fieramente osteggiato!
Ebbene, qui è svigorito e sviato il senso profondo della liturgia stessa.

Al contrario, nella tradizione antica tutto ciò era chiaro come il sole.

Gregorio di Nissa ricorda che:

Colui nel cui palmo è contenuto tutto il cielo e nel cui pugno sono compresi la terra e il mare, ha reso l'uomo capace di Lui, tanto che abita nell'interiorità [= spirito] dell'uomo stesso. Per cui Gregorio lo ammonisce: “Come puoi ammirare i cieli, o uomo, quando guardi te stesso che sei più stabile di essi? Essi infatti passano mentre tu permani in eterno assieme a Colui che sempre è”.
L'uomo è visto da Gregorio come casa di Dio, per la vastità del suo spirito (*).

C'è da ricordare che se la liturgia ha la funzione di fare emergere la grazia della presenza divina nello spirito dell'uomo (= l'uomo è casa di Dio), illuminando la sua interiorità e facendogli vedere la sua grandezza, questo non potrà mai avvenire se l'uomo stesso assolutizza la sua realtà naturale così come sta e non si mette su un cammino di ascetica salita (per crucem ad lucem).

Avviene qualcosa di simile a chi si tuffa in piscina per imparare a nuotare. Fintanto che costui si attacca ai bordi della piscina non potrà mai capire che l'acqua lo sostiene. E l'acqua lo sostiene solo se l'uomo sa muovere il suo corpo in un determinato modo, faticandoci, senza irrigidirlo, altrimenti andrà a fondo come un sasso.

Gli antichi asceti cristiani, forniti di una concreta esperienza, sanno che se ci si rinchiude nella pura razionalità e nella pura sensibilità corporea assolutizzandoli, si rimarrà semplicemente attaccati al bordo della piscina e non si avrà mai una reale esperienza di nuoto, per riprendere il semplice esempio.
Padre Paisios del monte Athos, da poco canonizzato, vissuto santamente e conosciuto per i suoi oramai molti miracoli, diceva: "Bisogna mettere la testa nel frigo!", per indicare che la razionalità da un certo punto in poi deve tacere altrimenti si sovrapporrà all'interiorità e non la farà parlare, come gli allievi di una classe rumorosa si sovrappongono alla voce del maestro.
Passioni disordinate e pensieri vaganti (le immaginazioni dette anche logoismoi), sono come questi allievi chiassosi che impediscono al maestro di parlare. O c'è la loro voce o c'è la sua! E come la voce di tale maestro è tutt'altro che "eterea ed iperuranica" agli allievi diligenti che stanno in silenzio, così lo è la spiritualità vera a chi pratica l'ascesi.

Di qui nasce tutto un atteggiamento nell'affrontare la preghiera (spirituale, non psicologico!), nel vivere senza essere offuscati dalle passioni negative (poiché l'uomo naturale è malato e tende a sfuggire dal divino), nel tenere aperta la porta dell'interiorità affinché, quando Dio vorrà, essa possa venir purificata e trasfigurata.
In questa prospettiva i precetti morali non diverranno mai puro moralismo, come potranno rischiare di divenire se sganciati da tutto ciò, considerandoli, magari, "monete" per comperare il paradiso.

La liturgia è per tutto questo e invocare la tradizione liturgica dimenticandolo o sentendolo addirittura estraneo a se stessi e alla propria religiosità, dimostra palesemente la più drammatica delle lontananze dal fine essenziale del Cristianesimo: l'unione con il Divino.

Le forme liturgiche per quanto nobili e tradizionali non devono, infatti, essere assolutizzate e tanto meno idolatrate o viste per se stesse. Se non sono viste come un puro momento di passaggio, un semplice strumento, diventano feticci, cosa che di fatto oggi può ben accadere!

La liturgia è infatti come uno strumento da utilizzarsi in modo conveniente. Non ha senso amarla se, poi, non cambia la persona nel modo sopra esposto.

Spesso i cosiddetti tradizionalisti ripetono una frase comune all'Oriente: si deve seguire la tradizione!

Questo è giusto ma bisogna intenderlo bene perché la tradizione deve portare alle soglie dell'Ineffabile, dell'esperienza spirituale, non ad un semplice piacere estetico-affettivo che, alla fine, lascia il tempo che trova e, in quanto tale, si può trarre pure da un concerto di musica classica. 
La tradizione, in questa dimensione, si motiva per un motivo esclusivamente "carismatico" ("Aspirate ai carismi più alti!", ammoniva san Paolo), non per sostenere unicamente istituzioni umane (**).

Seguire la tradizione deve portare alle soglie del Cielo, non far ripiombare l'uomo sulla terra richiudendolo nella sua sola ratio o nel suo eudemonismo.

Viviamo in tempi in cui se non si gettano le radici in queste profondità, qualsiasi “santa intenzione” sarà divelta e svigorita. O si è cristiani in questo senso o non lo si è affatto e si sarà solo espressione di questo mondo secolare che, tra le sue vetrine, ama pure avere quelle religiose e tradizionaliste. La vetrina, però, non da alcuna vita né mai l'ha data ad alcuno: è pura apparenza.

Nota

(*) Voce “Antropologia”, L.F. Mateo-Seco – G. Maspero, “Gregorio di Nissa – Dizionario”, Cittanuova, Roma 2007, p. 82.

(**) Aver sostituito il "carisma" in senso paolino con semplici realtà istituzionali è, invece, una radicata tendenza nel Cristianesimo attuale. Il Cielo è dunque sostituito dalla terra, lo Spirito dall' homo religiosus, sentimentale e/o razionalista. La pietra stabile di fondamento della fede, che può sussistere nel cuore di ogni uomo che vive il "carisma", è vista come qualcosa di esteriore a se stessi e di puramente istituzionale. Chi vive in questo stato, invece di volgersi alla sua interiorità, come avveniva anticamente, è continuamente proiettato nella molteplicità della contingenza che lo disperde e lo allontana dal vero essenziale.
Ricordo, alla fine, che ciò avviene specialmente nel clericalismo, ossia in una visione secolarizzata e orizzontale di Chiesa. Sul clericalismo mi sono trattenuto qualche mese fa in questo blog.


lunedì 13 aprile 2015

Ricevo e rispondo (a proposito di "approccio religioso di tipo psicologico o spirituale?").

Le vergini sagge e le vergini stolte della parabola evangelica
Apro un post per rispondere in modo più articolato ad un tema che pare abbia colpito non poco i miei gentili lettori, considerato anche il flusso di presenze, considerevolmente aumentato.

Il lettore che mi scrive cerca di documentare il suo punto di vista con un pensiero un po' articolato. Riporto il suo intervento integralmente e poi offro una mia risposta.
Ringrazio da ora chi avrà un po' di tempo e pazienza per leggerlo fino in fondo.

Pietro, secondo me lei guarda la questione solo da un punto di vista, quello che lei chiama psicologico. Se i termini fossero solo quelli psicologici allora le potrei dare ragione. Tuttavia lei ha escluso il corpo. L'incarnazione. Lei dall'Oriente ci propaganda un cristianesimo tutto spirituale, aleatorio, sfuggente, iperuranico. Noi dall'occidente le rispondiamo con un cristianesimo incarnato, vissuto pienamente nel corpo e nell'anima. Ecco che la grande estasi di Santa Teresa oltre che ad essere un'intensa esperienza spirituale è anche un'esperienza pienamente corporea. Nella nuova creazione, nell'uomo nuovo nato dalla risurrezione di Cristo il corpo e l'anima saranno rese perfette. La risurrezione dei morti sarà anche un fatto corporeo non solo spirituale. Così il cattolicesimo traspone il cristianesimo anche come esperienza pienamente umana, pienamente corporea in cui il fedele incarna Cristo bella sua anima e nel suo corpo. Tutto l'essere cristiano, anima e corpo è trasformato dall'incontro con Cristo. Infatti Cristo si è incarnato in un corpo umano, si è fatto uomo, con tutte le gioie che ha vissuto ed i dolori che ha patito. Condivido la critica al dolorismo, ma non la critica alla corporeità del cattolicesimo che non relega il corpo come limitazione o prigione dell'anima, ma come mezzo per avvicinarsi a Dio, per imitare Dio, per pregare e glorificare Dio, per vivificare con esso l'anima e viceversa. Se lei imputa al cattolicesimo l'esclusione dello spirituale io imputo all'ortodossia l'esclusione della corporeità, dell'incarnazione di un Dio che si è incarnato come uomo creato a somiglianza sua. Tra lo spirito e la psiche c'è di mezzo il corpo. Ecco il motivo del fiorire della rappresentazione plastica, figurativa, drammatica e poetica della natura umana del Dio incarnato che è simile come noi nel corpo. [...]

Pietro, che male c'è nell'orgasmo se procurato a fine procreativo? Che male c'è se l'accesso alla nuova vita nel cielo fisicamente sarà simile ad una sensazione orgasmica moltiplicata mille volte come atto procreativo che fa nascere alla nuova vita? Lei sà come sarà? In oriente le vostre icone sono stilizzate, certamente trasmettono spiritualità, ma niente altro, sono simboliche e una volta che ne ho vista una le ho viste tutte, non sono interessato a proseguire oltre. In occidente invece la rappresentazione dei santi e della divinità è incarnata, plasmata a partire dal corpo dell'uomo. Le rappresentazioni del fatto religioso in occidente spingono ad una mimesi, all'imitazione. Il santo ritratto plasticamente nel suo atto di conversione o nelle opere che ha condotto in vita, spinge il fedele ad imitarne l'atteggiamento per trasformare la propria vita ad immagine sua che è l'immagine di Cristo, Dio incarnato simile nell'aspetto agli uomini creati ad immagine di Dio. La fisicità degli atteggiamenti e delle rappresentazioni religiose occidentali mira ad assimilare nel corpo l'evento della salvezza, affinché non solo lo Spirito ma anche le membra siano trasfigurate, così che tutto l'uomo corpo-mente-anima possa vivere come Gesù. Il corpo non è un fatto negativo per noi occidentali, godere e sfruttare evangelicamente e cristianamente le possibilità offerte dal corpo umano creato da Dio è parte integrante della nostra spiritualità, ecco perché in occidente c'è un gran fiorire della bellezza religiosa in senso artistico e delle opere di carità in svariate forme e misure. E' una spiritualità incarnata, che francamente non traspare dall'oriente. E' una spiritualità vissuta, in cui sacro e profano sovente si mescolano: il sacro per santificare il profano, il profano per fare si che la spiritualità non porti la religione nelle regioni iperuraniche. Ratzinger disse che il legame tra spiritualità e serena e gioiosa mondanità è veramente, pienamente, cattolico: l'accostamento «Chiesa e osteria» è sempre stato considerato tipicamente cattolico e lo è per davvero.

L'intervento, come si vede, è elaborato. Affrontiamolo punto per punto.

Pietro, secondo me lei guarda la questione solo da un punto di vista, quello che lei chiama psicologico. Se i termini fossero solo quelli psicologici allora le potrei dare ragione. Tuttavia lei ha escluso il corpo. L'incarnazione.

Purtroppo lei si sbaglia. Nella mia analisi, che in questa sede non può essere approfondita, considero l'intero uomo. Alcuni post fa avevo pure fatto degli schemi nei quali mostravo graficamente le tre realtà con cui, secondo la letteratura biblica e patristica, l'uomo è fatto: corpo, psiche e spirito intrecciati tra loro. Ognuna di queste parti ha caratteristiche sue particolari. Non è dunque possibile escludere il corpo dal composto unitario dell'uomo e non ha neppure senso. Ciononostante c'è chi ha tentato di farlo disprezzando la carnalità. Innocenzo III, quand'era cardinale, scrisse un'opera di disprezzo verso il corpo. Il pensiero di questo papa non era unicamente personale ma rappresentava una forte tendenza di tutto il cristianesimo del tempo che sembrava avere, dunque, un marchio profondamente platonizzante. San Paolo, al contrario, pur evidenziando l'importanza dello spirito non nega alla carne il suo ruolo ma la sottomette allo spirito stesso poiché la carne, dalla disobbedienza adamitica, è malata, debole, ed è tendenzialmente in continua rivolta contro lo spirito. Per san Paolo e per la patristica (Agostino è una eccezione) il corpo non è da disprezzare ma deve essere considerato per ciò che è: malato non meno della psiche poichè spontaneamente animato da un moto centrifugo da Dio (vedasi come la patristica tratta il ruolo delle passioni nell'uomo).

Lei dall'Oriente ci propaganda un cristianesimo tutto spirituale, aleatorio, sfuggente, iperuranico. Noi dall'occidente le rispondiamo con un cristianesimo incarnato, vissuto pienamente nel corpo e nell'anima. Ecco che la grande estasi di Santa Teresa oltre che ad essere un'intensa esperienza spirituale è anche un'esperienza pienamente corporea.

L'Oriente mi offre degli spunti profondi di riflessione, è vero. Ma l'Oriente e l'Occidente sono categorie che servono fino ad un certo punto. Quello che è importante è capire la realtà profonda del Cristianesimo. Se si ragiona semplicemente dividendolo come "oriente" e "occidente", a lungo termine non si giunge a nulla poiché si dirà: "Per loro vale questo, per noi vale altro ed è quest'altro che conta!". Mi sembra sia proprio il suo ragionamento.
Il mio è differente: traggo spunto da dove posso per comprendere cosa sia nella sua essenza il Cristianesimo ben sapendo che in Occidente, assai più che in Oriente, ci sono stati molti "lavaggi culturali" che, a lungo termine, hanno finito per oscurare certe evidenze evangeliche, sia in ambito societario sia in molti ambiti ecclesiali.
Ed ecco, infatti, che lei definisce la prospettiva spirituale come "aleatoria, sfuggente, iperuranica", in parole povere priva di reale importanza. Quanto è realmente importante, ed è lei a dirlo, è "un cristianesimo incarnato, vissuto pienamente nel corpo e nell'anima". Cosa vuol dire "vissuto pienamente nel corpo e nell'anima"? Mi par di capire che voglia dire "vissuto solo nel corpo e nell'anima, solo con l'unica comprensione che ne può avere il corpo e l'anima, ossia con la comprensione razionale e vitalistica" poiché l'aspetto spirituale – ammesso che possa ancora sussistere in questa prospettiva – è del tutto "aleatorio, sfuggente e iperuranico".

Ha fatto bene a scriverlo ed è molto onesto con se stesso poiché questa è, appunto, la vulgata corrente quella per cui un certo cristianesimo si è chiuso in una contemplazione narcisistica dell'umanità in se stessa e si è tranciato totalmente da Dio, salvo nominarlo formalmente. Non è infatti possibile servire due padroni e chi ama uno disprezzerà l'altro: se mi appoggio unicamente sulla comprensione puramente umana del vangelo (ecco la religione nei limiti della sola ragione di kantiana memoria), disprezzerò la comprensione spirituale però con la comprensione spirituale (se rettamente intesa) non disprezzerò ma ridimensionerò assai la dimensione puramente umana!

Nella prospettiva unicamente umana è solo l'uomo ad agire (infatti qui c'è solo corpo e razionalità) non si permette l'azione di Dio perché la prospettiva spirituale, per quanto non negata a parole, è di fatto inoperosa: non  la si sperimenta e la si ritiene "aleatoria, sfuggente, iperuranica". Dio rispetta la libertà dell'umo e lo lascia solo con se stesso. Queste mie affermazioni non sono campate per aria ma testimoniate da tutti i mistici.

La santa mistica cattolica Teresa d'Avila, infatti, capì che il suo concetto di Cristianesimo quand'era nel mondo e agli inizi della sua vita religiosa, non era che ombra. Era un concetto che esaltava, appunto, una prospettiva esclusivamente psichica in un contesto che, con la cultura barocca, era intensamente psichico.

Teresa disse che, da un certo punto in poi, fu come aver ricevuto un "secondo battesimo". Il mondo e la mentalità precedente non avevano più molto senso. Cito una santa cattolica, perché so che se citassi lo stesso concetto dalla bocca di un mistico ortodosso per diversi lettori cattolici "non avrebbe valore" (salvo poi non capire neppure i mistici della propria "casa").

Al contrario di Teresa, lei sembra perorare la prospettiva di quel "mondo precedente" affermando che "l'intensa esperienza spirituale è anche un'esperienza totalmente corporea". Un'affermzione così sarebbe condivisibile solo se si desse alla prospettiva spirituale il suo dominio totale sul corpo e sulla psiche. Ma siccome lei, precedentemente, mi scrive che la prospettiva spirituale è "aleatoria, sfuggente, iperuranica", ne devo dedurre che la sua prospettiva sia puramente mondana, come lo è, d'altronde, la percezione che si ha vedendo la statua della mistica spagnola: un orgasmo biologico e nulla più, cosa che può sussistere pure nel mondo animale che, come sappiamo dalla rivelazione, non è chiamato a divenire uno in Cristo (Cristo assume l'umanità, non l'animalità!).

Nella nuova creazione, nell'uomo nuovo nato dalla risurrezione di Cristo il corpo e l'anima saranno rese perfette. La risurrezione dei morti sarà anche un fatto corporeo non solo spirituale. Così il cattolicesimo traspone il cristianesimo anche come esperienza pienamente umana, pienamente corporea in cui il fedele incarna Cristo nella sua anima e nel suo corpo.

Anche in questa frase noto la stessa tendenza. Lei parte affermando una cosa ma poi inevitabilmente finisce per arrivare sempre alla prospettiva corporea poiché è questa che le sta a cuore ma questo è proiettare la propria mentalità nel mondo evangelico, non capire realmente come stanno le cose nell'antica tradizione ecclesiastica e ascetica, che nasce direttamente dalla mentalità apostolica.

Onestamente dobbiamo chiederci: era così per san Paolo e per gli asceti nei primi secoli? 
Il primo e i secondi sono stati definiti a torto platonici poiché disprezzerebbero il corpo. Al contrario, l'apostolo e la tradizione ascetica non disprezzano il corpo (come nella filosofia platonica e nelle tendenze platonizzanti di un certo cristianesimo latino) ma hanno un realismo spirituale con il quale osservarlo. Sanno che il corpo è ferito, malato, quindi gli danno una regola precisa perché non si rivolti contro le istanze spirituali e le annulli ma sia al loro servizio.

Essi presentano le cose al contrario rispetto a quanto fa lei. Infatti, lei parte da idee evangeliche per arrivare al corpo e lo vuole comunque affermare per quel che è, dando l'impressione che le stia bene così, nonostante i suoi lati problematici e oscuri. La tradizione ascetica (che non fu solo dell'Oriente ma pure dell'Occidente) ha un cammino contrario: considera la debolezza del corpo per farlo obbedire alle istanze spirituali in modo da camminare evangelicamente.

Per la tradizione patristica, la perfezione del corpo e della ratio (ossia la loro sottomissione completa alle istanze spirituali) non è cosa che si affida solo all'al di là ma è un cammino che inizia già qui e ora con la forza infusa da Dio (forza ecclesiasticamente detta "grazia"). Ugualmente non si nega di certo la resurrezione dai morti ma il fatto che il corpo risorge non significa che la prospettiva corporea (con i suoi difetti) debba avere la meglio sulla prospettiva spirituale!
Di conseguenza l' "incarnare" Cristo nella propria anima e nel proprio corpo, come lei dice, non significa che questi ultimi devono rimanere come stanno ma devono essere trasfigurati spiritualmente (poiché è la sola prospettiva spirituale ad essere importante per il cristianesimo). Di qui la tradizione orientale di dipingere il corpo dei santi trasfigurato dalla luce della grazia.

Tutto l'essere cristiano, anima e corpo è trasformato dall'incontro con Cristo. Infatti Cristo si è incarnato in un corpo umano, si è fatto uomo, con tutte le gioie che ha vissuto ed i dolori che ha patito. Condivido la critica al dolorismo, ma non la critica alla corporeità del cattolicesimo che non relega il corpo come limitazione o prigione dell'anima, ma come mezzo per avvicinarsi a Dio, per imitare Dio, per pregare e glorificare Dio, per vivificare con esso l'anima e viceversa.

Condivido pienamente il fatto che l'intero uomo, assunto da Cristo, si debba in lui trasformare. È un dato biblico. Ribadisco, però, che questa trasformazione per essere reale e non una pura affermazione verbale, deve far trionfare l'aspetto spirituale che, quindi, non è più "aleatorio, sfuggente, iperuranico", come ha detto prima, ma vissuto ed esperienziale. E se è veramente così, l'asceta sa per esperienza che tutto ciò trascende la prospettiva corporea e razionale, per quanto  illumini entrambe!

Nella storia religiosa dell'Occidente è innegabile che vi siano state tendenze platonizzanti (come ho sopra accennato).
A parte ciò, non capisco la sua affermazione: "il corpo è un mezzo per avvicinarsi a Dio". Ci ritrovo tutta un'enfasi antropocentrica che manifesta non pochi problemi. Il corpo, ripeto, è una realtà ambivalente. Se trasfigurato dalla grazia diviene un "trasmettitore" di realtà spirituali (lo si vede nel contatto con le sacre reliquie) ma se è lasciato come sta non porta a nulla e, spesso, conduce la persona lontano da Dio.

Il suo esempio mi fa pensare a chi esalta la ragione per se stessa. La ragione, se informata da retti principi, è cosa utile. Se, invece, è lasciata allo stato brado può essere la porta di accesso per stili di vita tutt'altro che civili! Tutte le realtà create, nella prospettiva biblico-ascetica, sono ambivalenti per cui non devono assolutamente essere assolutizzate, come mi sembra lei faccia. Al contrario, l'unica cosa da assolutizzare è la realtà spirituale poiché questa discende da Dio e deve essere fatta germogliare nell'uomo togliendo lo spazio alla dittatura indebita della ratio, della psiche e delle voglie corporee, cosa che la stragrande maggioranza dei cristiani oramai non capisce più.

Quindi non è il corpo che vivifica l'anima, come mi sembra lei abbia affermato, ma lo spirito, ossia la grazia di Dio che illumina la parte interiore e spirituale dell'uomo. A quel punto il corpo segue e si sottomette e la psiche con esso.
Non mi pare affatto che stiamo dicendo le stesse cose.

Se lei imputa al cattolicesimo l'esclusione dello spirituale io imputo all'ortodossia l'esclusione della corporeità, dell'incarnazione di un Dio che si è incarnato come uomo creato a somiglianza sua. Tra lo spirito e la psiche c'è di mezzo il corpo. Ecco il motivo del fiorire della rappresentazione plastica, figurativa, drammatica e poetica della natura umana del Dio incarnato che è simile come noi nel corpo. [...]

Ancora una volta ricordo che è sbagliato porre il discorso come un match "ortodossia" contro "cattolicesimo". Si tratta di capire cosa sia essenziale al Cristianesimo!
Non è affatto vero che il mondo ortodosso disprezza ed esclude la corporeità tant'è vero che esiste il culto delle reliquie, cosa che in Occidente si è praticamente estinta (tranne qualche caso, mi pare).
Tuttavia, questa è una corporeità nella quale vive il dominio dello spirito, non si esprimono semplicemente la razionalità o il corpo come stanno: "Non sono più io a vivere ma Cristo vive in me", diceva in altri termini san Paolo! (Cfr. Gal 2, 20).
Ne discende, che le arti hanno seguito, con il genio loro proprio, la rappresentazione dei corpi trasmettendo, volenti o nolenti, l'ethos religioso prevalente nel loro tempo. In un'epoca in cui il corpo era a servizio totale dello spirito, l'artista lo raffigurava in modo simbolico, ieratico. In un'epoca in cui prevaleva una sensibilità di ordine umanistico e psichico (se non un'ideologia della pura materia) c'è stato il trionfo rinascimentale, giunto perfino a rappresentazioni puramente naturalistiche dove il dato trasfigurato si è totalmente perso (penso a certe realizzazioni della trasfigurazione di Cristo o a certe Resurrezioni). Il fatto è là e non possiamo certamente smentirlo.

Pietro, che male c'è nell'orgasmo se procurato a fine procreativo? Che male c'è se l'accesso alla nuova vita nel cielo fisicamente sarà simile ad una sensazione orgasmica moltiplicata mille volte come atto procreativo che fa nascere alla nuova vita? Lei sà come sarà? In oriente le vostre icone sono stilizzate, certamente trasmettono spiritualità, ma niente altro, sono simboliche e una volta che ne ho vista una le ho viste tutte, non sono interessato a proseguire oltre.

Ogni cosa nel suo giusto ambito ha il suo senso e utilità. Non c'è nulla di male a usare il martello pneumatico per spaccare l'asfalto di una strada, laddove questo è utile, ma è uno sfregio usare lo stesso utensile in una cristalleria o contro un'opera d'arte.
Se la natura umana ha le caratteristiche che conosciamo, non è un male in sé. Ma diviene fuorviante quando proiettiamo i nostri concetti e sensazioni puramente umani in un ambito che le trascende totalmente. Di qui nasce la mia critica (fatta poi da molti altri). Pensare ad un paradiso di orgasmi, come lei di fatto sostiene, è totalemnte sciocco e inadeguato, quand'anche non blasfemo. Inoltre, fonda l'idea assolutamente errata che il piacere sessuale in se stesso sia la via per il paradiso, quando invece, non essendo una sensazione spirituale, nasce e muore con il corpo. Non a caso san Paolo disse che in Cristo non c'è più né marito né moglie, né maschio né femmina ma tutti sono uno in Dio (Cfr. Gal 3, 28). E disse pure che non serve a nulla seminare nella carne poiché si erediterà corruzione. Seminare nello spirito significherà ereditare la vita eterna (Cfr. Gal 6, 8). Questa è la Rivelazione! "Seminare nella carne" non vuol dire condannare il piacere sessuale in se stesso ma farlo divenire una categoria teologica, come mi sembra faccia lei, dimenticando totalmente che i riferimenti religiosi sono completamente diversi, spirituali, appunto.
Al contrario oggi si ritiene il piacere carnale talmente essenziale che in alcuni è divenuto la categoria princeps per descrivere pure ... le relazioni intratrinitarie! Solo poco tempo fa questo sarebbe parso blasfemo.
Daltronde è qui che ci porta l' umanismo e lo psichismo! Questa visione in cui trionfa ovunque il carnale è il punto a cui logicamente arrivano le sue idee che, perciò, si contrappongono violentemente ad una reale visione evangelica.
Siamo liberi di accettare o no il vangelo, ma non possiamo certo equivocarlo!

Se un cristiano non sa come sarà il paradiso, gli sono però offerte le primizie, le sensazioni spirituali, ed è da queste che capisce la trascendenza dello spirito da ogni altra cosa. Cristo stesso dice: "Vi do la mia pace, non come la da il mondo" (cfr. Gv 14, 27), per indicare che la sua non è una pace di tipo nervoso, psichico, ma spirituale poiché "accende" la parte più interna dell'uomo, quella spirituale, appunto! Questa pace non è "aleatoria, sfuggente, iperuranica", ma concreta ed è oltre il mondo, oltre le possibilità psicologiche e corporee del nostro mondo! Più chiaro di così!

Per tal motivo le rappresentazioni iconografiche devono essere "secche" ossia non concedere nulla al romanticismo sensuale, alla pura soddisfazione razionale, per indicare che chi le osserva deve andare oltre alla pura comprensione mondana e secolare, cosa che si può capire se realmente si sente di essere in contatto con una forza trascendente. Se tutto questo viene meno, il vangelo in queste essenziali istanze, diviene logicamente "scandalo dei giudei e stoltezza dei pagani", come lo fu la predicazione della crocefissione di Cristo (1 Cor 1, 23). Tutto quello che non può rientrare nella comprensione dell'uomo naturale è giustamente scandalo e stoltezza. Quindi non c'è alcun interesse a "proseguire oltre"!

Oggi siamo esattamente arrivati al punto in cui la prospettiva spirituale-evangelica è scandalo e stoltezza. Ecco perché è "aleatoria, sfuggente e iperuranica". Di fatto solo il corpo conta e con lui la mitizzazione della ratio e della psiche.

Il cattolicesimo è una spiritualità vissuta, in cui sacro e profano sovente si mescolano: il sacro per santificare il profano, il profano per fare si che la spiritualità non porti la religione nelle regioni iperuraniche. Ratzinger disse che il legame tra spiritualità e serena e gioiosa mondanità è veramente, pienamente, cattolico: l'accostamento «Chiesa e osteria» è sempre stato considerato tipicamente cattolico e lo è per davvero.

Quello che dice riflette veramente la prassi comune vissuta dalle nostre parti: sacro e profano si mescolano (e la spiritualità è equivocata con un certo tipo di psichismo religioso) ma, aggiungo, a spese complete del sacro. Infatti parlare in termine di "sacro" non ha più senso, in primis in molto clero.

La spiritualità, lo ripeto, non porta affatto nell'iperuranio (concetto filosofico ideale) ma modella la realtà umana e la illumina dal di dentro facendolo capire chiaramente.
Di certo tutto ciò non avviene senza sforzo perché chiede pazienza, tempo, dedizione e sacrificio. Anche in latino si diceva "per crucem ad lucem", per indicare che chi riceve lo spirito deve in qualche modo faticare non poco per prepararvisi, come le vergini sagge.

Il vangelo ci ricorda che esse cercano di stare in piedi tutta la notte per attendere lo Sposo, badando bene di conservare dell'olio in più per non far spegnere la fiamma dalle loro lampade. In questo senso, il cristiano è colui che veglia, che non si mescola con tutto ("[...] non ogni cosa è utile, [...] perciò non mi farò dominare da nulla", dice l'Apostolo in 1 Cor 6, 12), che non ha l'avventatezza e la superficialità delle vergini stolte. Se lo spirito non dovesse avere il predominio su tutto, non si capisce perché nella tradizione ascetica si parla della diakrisis, ossia di discernimento spirituale!

Perciò accostare Chiesa e osteria è quanto meno ridicolo e non importa affatto che lo possa aver detto un papa, il ridicolo rimane! L'osteria da sempre ha rappresentato un luogo in cui, assieme ad una certa comprensibile ricreazione si possono avere atteggiamenti antievangelici. La chiesa è il luogo della preghiera, l'osteria giunge ad essere il luogo della bestemmia. Le osterie, soprattutto un tempo, erano il luogo privilegiato in cui si comunicavano idee eversive. Di qui la preoccupazione del Curato d'Ars nel vedere osterie aperte e frequentate che portano inevitabilmente a chiudere le chiese, ieri come oggi. (Non citerò la diffidenza del Crisostomo per gli svaghi, per non attirarmi la solita critica: è orientale!).

La conseguenza è chiara: per il cristiano ha senso vivere nel mondo solo non essendo del mondo, come già insegnava la Didaché nel II secolo, epoca in cui il monachesimo ancora non esisteva (affinché non si dica che questo stile va bene solo per i monaci, continuando a vendere fumo!).

In conclusione

Come vede dopo la nostra lunga chiacchierata emerge una cosa lampante:

Io, per pura onestà con le fonti cristiane, affermo che il proprium del Cristianesimo sia la spiritualizzazione del mondo tout-court, che si esprime in una reale e concreta esperienza di elevazione umana con la quale si ridimensiona e si disciplina la ratio, il corpo e la psiche.


Lei, nella moda attuale di fatto antropocentrica, svende un'idea di Cristianesimo che per me è senz'altro adulterata con un predominio dell'umano in quanto umano (seppur motivato formalmente dal vangelo) e del carnale per se stesso, sganciato da un'autentica ed effettiva prospettiva spirituale. 
Poi lei mi dice che questa sarebbe una "spiritualità incarnata". Io abituato a vedere la realtà delle cose e a chiamarla con il suo nome, so, al contrario, che un animale che cammina come uno struzzo, agisce come uno struzzo, rumoreggia come uno struzzo è.. uno struzzo, non un cigno!

In un certo senso anche lei è onesto: non fa che ripetere quella che è la vulgata corrente, una vulgata che, a dire il vero, porterà alla totale dissoluzione del cristianesimo in pura antropologia. Ciò, d'altronde, è già di fatto avvenuto nelle nostre regioni.

Possiamo concludere vedendo nello sfondo delle idee del lettore che ci ha scritto lo stadio precedente alla morte del cristianesimo poiché esse rappresentano, nel loro attraente ed ingenuo vitalismo, un reale agnosticismo ed indifferentismo religioso: lo spirituale è "aleatorio, sfuggente, iperuranico". Il contingente secolare, comunque lo si chiami o giustifichi (tirando in ballo l' "incarnazione" o altro) rimane l'unica cosa che conta davvero.

sabato 11 aprile 2015

Vita spirituale e lettura della Bibbia

La Resurrezione di Cristo, secondo la letteratura patristica, è l'anticipo dello stato futuro dell'uomo in cui non ci sarà alcuna decadenza e corruzione e la stessa morte sarà distrutta. In questa futura situazione, l'uomo parteciperà dello stato del Risorto, tra cui una comprensione profonda delle realtà spirituali, cosa che attualmente può fare solo parzialmente e nell'unico caso di certi santi.

L'uomo che vive spiritualmente, ossia con la mentalità di Cristo, non vede più le cose dal punto di vista unicamente umano ed è in grado di afferrare la ragione d'inspiegabili comportamenti di alcuni asceti o di comprendere certi passi oscuri dei loro scritti.

La famosa frase “attraverso il nulla giungi al Tutto” del mistico cattolico Giovanni della Croce, evidentemente influenzato da Dionigi l'Areopagita, è per un autentico uomo spirituale chiara come il sole.

Perciò egli sa dove sia il confine tra la sola mentalità umana e quella rivelata, tra la mentalità del mondo e quella divina ed evangelica.

La sacra Scrittura, diffusamente detta Bibbia, ha nei suoi libri molte realtà: racconti storici, precetti legali, a volte pure imprecazioni (vedi i famosi salmi imprecatori). Tra tutto questo ricco materiale c'è la Rivelazione di Dio, ossia più propriamente, la testimonianza di tale rivelazione.

Quando san Giovanni l'evangelista scrive la sua Apocalisse, per fare un esempio, egli patisce la Rivelazione, ossia ha un contatto con il divino. A causa di questo contatto egli scrive con linguaggio umano. La Rivelazione è il semplice essere faccia a faccia con la realtà divina. È da qui che, in seguito, si producono degli effetti che, nel caso di san Giovanni, sono stati la redazione del libro apocalittico. L'Apocalisse, dunque, testimonia questa Rivelazione divina avvenuta in san Giovanni.

Se l'Apocalisse in tutta la sua materialità fosse la semplice Rivelazione tout-court, finiremo per scambiare l'esperienza divina con un libro sacro quando, invece, il libro sacro (con i suoi elementi umani) è conseguenza della Rivelazione divina (*). Scambiare la Rivelazione per un libro sacro è quello che, in buona sostanza, succede nell'Islam in cui si crede che il Corano, con tutta la sua materialità ed elementi umani, sia disceso dal cielo esattamente come sta.

Fare questo scambio, è simile a chi ritenga che la visione dei microbi al microscopio sia la descrizione che ne fa il biologo. Questo è pure indice di un tragico abbaglio: la vita è scambiata con la descrizione della stessa, Dio è scambiato con l'idea di Dio il che, propriamente, si chiama "idolo". Il nostro mondo, infatti, è diffusamente idolatrico, pure in ambito cristiano perché avere una sensibilità idolatrica o tendenzialmente tale, è infinitamente più facile.

La patristica greca esprime questi concetti dicendo che l'Increato (Dio) è totalmente diverso dal creato (l'uomo e il cosmo materiale e spirituale da Lui creato). Non si può, dunque, confondere il primo con il secondo. Di qui, tra l'altro, esiste una chiara e profonda differenza tra la realtà spirituale e quella psicologica (come abbiamo sottolineato nei due post precedenti, creando non poche perplessità e opposizioni in chi non riusciva a cogliere tale differenza perché probabilmente ne era totalmente estraneo).

Se, dunque, la sacra Scrittura deriva da questo contatto trascendente, consegue in tutta evidenza che per essere accostata è necessario sintonizzarvisi, per quanto possibile, in modo spirituale non in modo psicologico. Questa è l'unica cosa importante!

In senso semplicemente psicologico, ci sono infinite maniere di leggere la Bibbia tra cui letture contraddittorie, poiché il testo contiene affermazioni addirittura discordanti tra loro. L'unico modo per averne una lettura unitaria è quello spirituale e sapienziale. Detto in altri termini: se io non entro nell'atmosfera spirituale di uno scrittore, se non mi avvicino in qualche modo alle sue esperienze, rimarrò sempre esterno al suo testo e potrò dirne ciò che mi pare. Ora, la sacra Scrittura dal momento che testimonia la Rivelazione divina, ne è il “contenitore”, chiede al suo lettore una qualità spirituale, non una semplice preparazione filologica ed intellettuale. Non chiede tanto doti naturali ma doti soprannaturali, per dirla in altri termini.

Penso che mai, come oggi, si fa violenza al testo biblico. Ciò avviene non perché non abbiamo mezzi filologici e conoscenze storico-letterarie. Da questo punto di vista siamo infinitamente meglio di altre epoche. Ciò avviene perché oggi siamo molto più estranei ad una lettura spirituale della Bibbia, rispetto ad un tempo.

Può succedere, dunque, che quando la Scrittura descrive il caso di “serpenti mandati da Dio nel deserto agli Israeliti” (cfr. Num 21, 4-9), si senta predicare: “Non è Dio a mandare i serpenti, perché i serpenti esistono in ogni deserto. Qui si vuole solo dire che casualmente gli Israeliti si imbattono nei serpenti”. Leggere in questo modo accomodante e razionalistico, strappa alla Scrittura la convinzione che Dio muove ogni cosa e permette anche il male per un maggior bene. Sgancia il creato dal suo Creatore alimentando la già gran diffusa mentalità dell'autonomia del creato da Dio. Che lo faccia un agnostico non mi merviglia. Che lo faccia un prete mi scandalizza. Invece, noto, che i pochi fedeli che vanno alle messe feriali nelle quali si predica in questo modo, non reagiscono più: elettroencefalogramma piatto!

Purtroppo non c'è solo questo approccio razionalistico, esiste anche una vera e propria ideologia umanistica.

È di questi giorni la pubblicità ad un'opera di esegesi biblica scritta per mano di sole donne. L'editrice cattolica che la diffonde usa una recente frase papale: 

I Vangeli tradotti da quattro bibliste! Questa è una cosa importante. Le donne hanno un modo particolare di leggere la Scrittura. Un talento naturale dato da Dio”.

Ora, ad essere sinceri, ogni persona ha il “suo” talento particolare di leggere qualsiasi cosa, non solo la Scrittura. L'universo femminile può senz'altro avere una maggiore sensibilità. Ma una volta che s'inizia a vedere le cose in questo modo, si dovrà inevitabilmente seguire l'onda di tutta una corrente critico letteraria che pone l'accento su molti altri tipi di sensibilità oltre quella femminile, tipo quella omosessuale. E, da questo punto di vista, perché le donne possono commentare e gli omosessuali no? Se lo si nega, umanisticamente parlando, si fa una discriminazione! (**)

È perfettamente coerente e logico porsi questa domanda se si rimane sul solo piano umano. Dal punto di vista strettamente letterario, la letteratura è informata da varie sensibilità, anche da quelle che noi non accetteremo per motivi religioso-morali e nella letteratura, in genere, si deve essere attenti a tutti gli apporti, maschile, femminile, omosessuale, politico, ecc. La letteratura non riguarda la moralità ma la pura registrazione del fatto umano in sé nella sua manifestazione letteraria.
La letteratura è pure attenta alle esperienze allucinatorie che poteva avere Rimbaud con il suo compagno Verlaine, entrambi esponenti del cosiddetto decadentismo letterario.

Le premesse che ho fatto all'inizio del post, al contrario, ci indicano come la lettura umanistica lascia il tempo che trova e può addirittura essere fuorviante nel campo strettamente biblico.
Così, se, per certi aspetti, una donna può cogliere particolari che all'uomo possono sfuggire grazie alla sua naturale sensibilità, da un altro punto di vista più essenziale e profondo, sia all'uomo che alla donna può sfuggire il nocciolo fondamentale poiché la Scrittura chiede un approccio spirituale per essere capita, non un approccio unicamente naturale e umano. 
Il fatto di essere uomo o donna (o di avere una qualsiasi naturale capacità o propensione) serve fino ad un certo punto e potrebbe pure essere d'impedimento. Da un certo punto in poi si deve adottare un altro modo di vedere le cose.

Ebbene la Chiesa è lì proprio per indicare che l'uomo deve andare oltre alle sue capacità naturali (nelle quali s'insidia la decadenza e il peccato, per dirla biblicamente) per iniziare ad afferrare la Scrittura in senso spirituale, ossia profondo. E, a quel livello, “non c'è più maschio né femmina ma tutti sono una sola cosa in Cristo” (Gal 3, 28), come dice san Paolo. Solo a livello spirituale si giunge dal molteplice all'unità. A livello psichico si finirà per frantumare l'unità e polverizzare i pochi frammenti rimasti.

Il rapporto "psichico"-spirituale è molto simile al rapporto "carne"-spirito in san Paolo poiché l'apostolo sapeva assai bene che il Cristianesimo era fatto per accendere ed espandere la prospettiva pneumatica, non per chiudere l'uomo nella priogione del suo psichismo.

Come si vede, anche nell'esempio dell'approccio alla Scrittura c'è l'equivoco di fondo con il quale si scambia lo psicologico con lo spirituale o, detto altrimenti, c'è il solito orientamento antropocentrico che affligge la religiosità occidentale. Questa religiosità per molti versi è come se fosse una mosca presa nella tela di un ragno dalla quale non riesce più a divincolarsi. 

Questa visione antropocentrica, anche se ora appare in modo fin troppo evidente e sfacciato, non nasce nei nostri giorni ma ha tutta una sua lunga "tradizione" che ha rappresentato un piano inclinato sul quale, inesorabilmente, si è scivolati fino alle posizioni attuali... 

__________


Note

(*) "La Rivelazione si è chiusa con la morte dell'ultimo apostolo", recita una famosa frase del catechismo di san Pio X. 
Cos'è la Rivelazione, dicevamo? È il manifesarsi di Dio in un uomo. Rivelarsi, è quasi uno "svelarsi", è il mostrarsi di Dio per ciò che è (nella misura in cui è dato ad un uomo afferarlo). 
La rivelazione è dunque una "teofania", ossia una manifestazione del divino, null'altro! 
Il contenuto di tale manifestazione, che si esprime anche in forme verbali e si contiene nella Bibbia, è poi una semplice conseguenza della Rivelazione. Con la morte dell'ultimo apostolo si ha la chiusura del Nuovo Testamento, della testimonianza scritta su Cristo, della esperienza apostolica su Dio.
La Rivelazione evangelica è chiusa, non perché Dio non si manifesta più ma perché l'ultimo apostolo è passato a miglior vita e la rivelazione evangelica è affidata ai soli apostoli. L'esperienza, o rivelazione,  in se stessa non cessa e può continuare poiché Dio è libero di farlo come vuole e non siamo certo noi a impedirglielo. Ovviamente questa esperienza di Dio per essere autentica non può smentire quella evangelica ma si pone su un altro piano. Perciò non ci saranno altri Vangeli o un'altra Scrittura (quella che abbiamo è data per sempre ed è fondata sulla esperienza degli apostoli, non di altri). 
Se la rivelazione evangelica è terminata, continua la rivelazione divina nel modo che a Dio piace, nella vita di determinati santi. Per questo la Scrittura chiama Dio come "Dio dei vivi", non dei morti. Dio, infatti, è vivente.
Bisogna dunque capire bene il significato di certe definizioni.

(**) Una chiesa nella quale vive l'umanismo a tutto tondo è, a mio modesto avviso, l'anglicana. In questa chiesa all'inizio ci si chiedeva: "Perché dobbiamo escludere dal sacerdozio le donne, che hanno il loro dono naturale dato da Dio?". Così sono state ammesse.
Poi si ha iniziato a chiedersi: "Perché dobbiamo escludere gli omosessuali [dichiarati] dal sacerdozio? Non faremo una discriminazione?". Così sono stati ammessi. 
Se si ragiona dal punto di vista esclusivamente umanistico, le scelte dell'anglicanesimo sono giuste e civili, segno di progresso e di buon senso.
Ma, mi chiedo, la Chiesa è umanismo?
Nel mondo cattolico l'umanismo è entrato non meno che nell'anglicanesimo ma, qui, viene frenato per ragioni di pura opportunità (= oggi non si può ancora, domani chissà!). Non si capisce che in una Chiesa non ha senso avere una visione di tal genere proprio perché la visione spirituale è confinata in pochissimi ambiti, tutt'altro che capiti ed è bellamente equivocata con lo psichismo.