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lunedì 28 luglio 2014

La festa del 15 agosto nella liturgia monastica tradizionale

Estratto dai Mattutini

Per una buona lettura dei testi si invita a scegliere la modalità HD nel video (a tutto schermo)


Le Lodi Pontificali









domenica 27 luglio 2014

Ricevo, rispondo; "santo" contro "sacro"?


Qui [in questo blog] parliamo di "sacro", un termine e un concetto che vengono condannati e disprezzati come paganesimo da preti e da teologi. Sono ignorante e non saprei dove informarmi, quindi le chiedo: perchè questo odio verso il sacro? Perchè ritenuto un concetto non-cristiano? Che differenza tra sacro e santo, questo sì accettato? Grazie.

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Gentile signore, 

le rispondo con questo post.

1) Sacro-profano e santo

Le “balle” che la Chiesa ha introdotto concetti pagani, introducendo i concetti di “sacro-profano”, le sentivo già alcuni decenni fa' e provengono, in buona sostanza, da alcune menti balzane cattoliche degli anni '70. A loro volta, queste strane idee provengono da un certo mondo protestante liberale.

Ora, ad esaminare la questione in modo un po' attento, si nota che i fautori di queste “balle” contestano l'uso di "sacro-profano" definendolo una terminologia “non biblica”. Ci si dovrebbe dunque attenere a concetti unicamente biblici, per essere autentici cristiani!

Strano modo di argomentare, dal momento che il Cristianesimo, passando nella storia, ha assunto – spesso felicemente, raramente in modo meno felice – termini dalla cultura circostante ma non in modo acritico. Così, nel passato sono stati utilizzati dei termini pagani per la dogmatica cristiana (“persona”, “sostanza”, ecc.), termini rigorosamente non biblici. Questo fatto in qualche modo continua ancora oggi ed è inevitabile! Vogliamo fossilizzare, dunque, il Cristianesimo ad una mitica età dell'oro credendo che la fase apostolica fosse perfetta e tutte le altre no? Ideologia di un ingenuo protestantesimo!

Ecco come i fautori del "progresso" si contraddicono palesemente: dove non vogliono invocano la purezza biblica per combattere termini divenuti tradizionali, dove vogliono invocano l'inculturazione per introdurre termini non biblici criticabili con un buon sensus fidei.

Tornando al nostro argomento, nei primi secoli il Cristianesimo ha utilizzato il vocabolario della filosofia pagana ma purificandolo dal paganesimo. Gli stessi concetti di “sacro-profano”, per quanto provenienti dal mondo pagano, in ambito cristiano non possono che avere un significato differente.

Il termine biblico “santo” si riferisce a Dio, a quanto egli compie; chi è toccato da Lui si definisce “uomo santo”; un Suo inviato si definisce “angelo santo”.

Il concetto non biblico di “sacro-profano”, se letto correttamente, fa diretto riferimento all'azione del male introdotto nel mondo da chi volta le spalle a Dio. 

È “sacro”, infatti, quanto l'uomo con il suo comportamento dedica a Dio e pone sotto la sua luce. È “profano” quanto l'uomo protegge o scherma dalla luce di Dio. Infatti non è solo l'individuo a sottrarsi a Dio ma può sottrarre a Dio, in una certa misura, ogni realtà che lo circonda, avizzendola. Notasi che il concetto di "profano" è anche da intendersi nel senso di qualcosa di indifferente al sacro, oggi lo definiremo "laico".

La dicotomia "sacro-profano" richiama pure l'espansione dell'odio con la sofferenza che ne nasce per causa umana. Questo tocca tutto il cosmo, esattamente come l'espansione della filantropia divina da un cuore umano santificato.

Questo esempio chiarifica il significato di "sacro" e "profano" in senso cristiano: chi vive in una casa con le finestre ben tappate e la porta chiusa può ben dire che il sole riguarda tutto e che la luce penetra in ogni dove. Lo può dire come semplice asserzione ma la realtà dei fatti è ben differente: egli vive in una casa buia e tutte le sue cose sono al buio con lui! La volontà umana può molto, anche in negativo, e la storia è là a ricordarcelo costantemente.

Riassumendo:
il termine "santo" è senz'altro un termine biblico.
"Sacro-profano" non è una terminologia biblica ma è stata utilizzata dalla Chiesa per indicare che nel mondo l'uomo ha la capacità di porre alcune cose direttamente sotto l'influenza divina, con il suo comportamento (vedasi l'edificio ecclesiastico), e di porre altre cose più o meno distanti da Dio, sempre attraverso questo comportamento, proiettando su di esse gli effetti negativi del suo peccato (ecco il significato di "profano").

Se si inizia a dire "questi non sono termini biblici quindi non usiamoli" facciamo come chi butta a mare l'esperienza positiva della Chiesa perché si ritiene più "furbo". Allora dovremo buttare a mare tutti i termini non biblici della dogmatica cristiana come "persona" e "sostanza"... E infatti ci sono teologi che stanno pensando pure a questo!! In questo hanno una certa inquietante coerenza, d'altronde! Mentre la Chiesa agisce con l' "et-et" (si conserva la rivelazione biblica e si cerca di spiegarla anche con termini non biblici) costoro, come gli eretici di tutti i tempi, agiscono con l' "aut-aut" (si usano certe cose e si buttano via tutte le altre tradizionali).


Non ci si avvede che il Dio santo può illuminare ovunque e sostenere il cosmo con la sua azione e provvidenza ma l'uomo con il suo comportamento può gettare un cono d'ombra attorno a sé. 


La chiesa, come edificio ecclesiastico, iconizza questa divisione in modo evidente e netto perché la chiesa-edificio tradizionale insegna al fedele che ci sono ambiti della vita in cui l'uomo si allontana da Dio (entrando in un'area “profana”) e ambiti della vita in cui l'uomo vive vicino a Dio (entrando in un'area “sacra”). 


La chiesa medioevale aveva chiare queste cose: infatti l'edificio era adibito alla preghiera e al culto, non ad attività che potessero portare lontano dall'attenzione a Dio, come il divertirsi mondanamente o il danzare, cose che, viceversa, oggi si fanno pure in chiesa. La chiesa medioevale aveva aree sacre non consentite all'accesso dei laici e che non era neppure possibile vedere (poiché protette da tende). Ora tutto questo è stato progressivamente abolito fino ai giorni nostri in cui la chiesa, in Occidente, diventa una sala di spettacolo.


Sta per essere definitivamente persa l'idea che, siccome la danza può essere occasione per godere della vita in senso mondano (profano), non ha senso farla nella chiesa, edificio-icona in cui lo sguardo interiore umano deve essere sempre fisso ad superna (sacro).


Perciò l'edificio ecclesiastico un tempo era consacrato ossia reso sacro, cioè adibito ad un uso unicamente per Dio. Perciò era detto “casa di Dio”, poiché l'uomo stesso era invitato a divenire come quell'edificio, casa di Dio (1).


2) E veniamo all'altra questione: perché un certo clero e certi teologi odiano i termini "sacro-profano"?


Conosco oramai da qualche decennio il clero a cui lei fa riferimento e so cosa dico: costoro, che tanto si sollazzano deridendo con superiorità il termine "sacro", tendono a non essere più... clero! 

Essi nell'anima si riducono a semplici laici che dicono la messa. Anzi, per un certo verso, sono peggio dei laici poiché questi ultimi normalmente non danno lezioni strampalate se non altro per non parere ridicoli! Non parlano di "povertà" ad ogni piè sospinto e poi girano con un'alfa romeo sportiva rosso fiammante, come qualche teologo biblico da me conosciuto, fiero assertore del "santo" contro il "sacro", nonché propugnatore di vere eresie! Costui ha al suo attivo diverse pubblicazioni, segno che si può sapere molto senza conoscere quasi nulla...


Questo clero dice: "Dio è santo e tutto quello che viene da Dio è santo. Non ci sono dunque esclusioni nel mondo e non possiamo accettare la divisione dicotomica tra un sacro (ambito decretato dagli uomini) e un profano (ambito decretato pure dagli uomini). Tutto è santo perché esce dalle mani sante di Dio".


Costoro non capiscono o non accettano una cosa elementare: nel mondo è entrato il peccato, ossia un cono d'ombra con cui Dio viene allontanato dagli uomini e tale cono è sempre efficace anche se non avrà l'ultima parola.
Costoro non amano le "dicotomie", come dicono, ma dimenticano che negli stessi vangeli esiste un'altra "divisione dicotomica": mondo-Dio. In san Paolo ne esiste un'altra ancora: carne-spirito. Queste divisioni, a loro modo, ci ricordano quella di "sacro-profano".
Come la mettiamo? Facciamo finta che non esistono (come succede)?

Perché questo tipo di clero tende a  non accettare questo insegnamento tradizionale? 

Temo che ci sia una sola semplice risposta: perché per costoro “di fatto” non esiste il peccato inteso in senso tradizionale. La prova ce la offre il fenomeno molto accentuato (rispetto ad un tempo) di un clero che tende a godersi il mondo invece di starsene in ginocchio, come poteva fare un curato d'Ars...


Dimenticando la distinzione pratica tra peccato e grazia, non si può che deridere la distinzione sacro-profano. Allora ci si scusa, ci si autocanonizza e si canonizza chiunque, facendo di Dio un pagliaccio che tutto accetta e tutto accoglie. 


Si contrappone al "sacro-profano" la coppia "santo-peccato" (cosa che mai si avrebbe pensato di contrapporre, un tempo) e si da al termine "peccato" un contorno sempre meno definito fino a farlo divenire "la scelta di chi non ama" che vuol dire tutto e niente al contempo.


Di fatto, però, il termine peccato, in senso tradizionale, non è più accolto e questo pure da molto clero. Di qui l'avversione istintiva per chi  lo ricorda anche indirettamente!


Mi spiace di sembrare duro, ma queste sono autentiche eresie davanti alle quali i vescovi cattolici tacciono. Ne deduco che chi tace acconsente! Il peggio è che certe chiese (come le ortodosse) che hanno conservato intatto l'impianto tradizionale, fanno finta di nulla, come se questi dubbi velenosi non dovessero mai entrare nel loro campo. Invece è necessario chiamare l'eresia con il suo nome!


Infatti, qui non è una questione di dettagli: dietro al rifiuto di una terminologia (adducendo speciose motivazioni "bibliche") pare sottendersi, di fatto, il rifiuto dell'impatto pratico del peccato finendo ad ammettere l'inesistenza del peccato in senso tradizionale (se tutto è santo niente è male!). Ne consegue che l'uomo com'è, qualsiasi cosa fa', va bene, basta che obbedisca alla sua coscienza (come diceva Bergoglio nel suo famoso colloquio con Scalfari). Ed ecco che tutto si spiega e il cerchio si chiude mostrando una logica prettamente secolaristica.


Poi è sovranamente buffo che dei sacerdoti (la radice di questo termine viene da sacro) siano contro il sacro! È proprio come essere contro se stessi! 

Solo dei "sacerdoti-non-sacerdoti" possono fare questo, dal momento che un sacerdote autentico non lo farebbe mai! Di qui pure l'antipatia profonda di buona parte del clero verso i culti tradizionali, proprio perché ... "troppo sacri"!


D'altronde, nel mondo cattolico fino a 50 anni fa', si pensava al sacerdote come all'uomo dell'altare, quindi del sacro, del "dedicato a Dio", del "sottratto alle cose mondane". 


Oggi, guarda caso!, non è più così e infatti i "preti-non-preti" deridono la distinzione "sacro-profano", deridendo in tal modo tutto il passato plurisecolare della Chiesa che la utilizzava e deridendo le stesse Chiese ortodosse di oggi che usano la medesima terminologia, salvo poi far finta di nulla e scambiare con loro i soliti ipocriti "bacetti ecumenici" nella settimana di unità dei cristiani!


L'altare, segno di Cristo, del sacro al quale si riferisce il sacerdote, è sostituito da una tavola che spesso non ha neppure la pietra consacrata con le reliquie dei martiri, il sacerdote non si "attacca" più a questo simbolo ma si rivolge sempre più al "popolo" antistante. Non è più il sacerdos sull'altare simbolo di Cristo ma  il presidente dell'assemblea!
Questa realtà tende sempre più ad essere una nuova religione e, in quanto tale, non può che coerentemente odiare il proprio padre e la propria madre che parlavano in termini di "sacro e profano".

Questo tipo di teologi e di clero fanno come coloro che pensano di arrivare al cuore della cipolla sfogliando tutti gli strati dell'ortaggio: non rimarrà loro nulla in mano!

Concludendo, mi permetto di darle un consiglio, se lo accetta: li eviti e frequenti gente più seria!

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1) I nuovi riti di consacrazione della Chiesa nell'Occidente cattolico, non hanno più la chiarezza e la pregnanza che avevano un tempo. Infatti, tanto per fare un esempio, è totalmente opzionale inserire nell'altare la reliquia dei martiri. Poi, sinceramente, visto che la maggioranza del clero non ci crede praticamente più, o prima o poi saranno sostituiti con una specie di "benedizione", come può già avvenire in qualche caso.

martedì 22 luglio 2014

Giovanni Meyendorff e la critica

Giovanni Meyendorff (1926-1992) fu un teologo ortodosso di spicco. In italiano, fino a qualche tempo fa', si poteva trovare qualche titolo tra le sue moltissime opere scritte in francese e in inglese. Fu insegnante all'Istituto san Sergio di Parigi e, in seguito, al saint Vladimir's Theological Seminary (Crestwood, New York). Si addottorò alla Sorbona con una brillante tesi su san Gregorio Palamas. Questo lavoro è ancor oggi un riferimento indispensabile a chi vuol conoscere il pensiero del dottore esicasta. All'epoca, questa tesi rinnovò gli studi palamiti.

Giovanni Mayendoff fu, quindi, un uomo di profonda cultura ma, pure di solida spiritualità. Grazie alla sua formazione fu di valido aiuto per la Chiesa ortodossa in America, ne comprese a fondo i problemi e cercò di stabilire delle soluzioni.

Nonostante il gran lavoro intellettuale, a Parigi, trovava il tempo di fare dei "salotti" di discussione con gli studenti, normalmente una volta la settimana.
Uno dei suoi ex allievi me ne parlò accuratamente, tratteggiandomi la grande personalità di questo uomo, intellettuale e spirituale al contempo.

Il lavoro di questa persona non fu privo di critiche. È bene osservare come egli le considerasse: Mayendorff non partiva dall'idea d'avere ragione a tutti i costi, di fare qualcosa d'eccellente e unico e, perciò, d'intoccabile.

Egli, come tutte le persone di grande maturità, sapeva bene che ogni lavoro umano, anche quello che si ritiene  "migliore", non è mai perfetto. Era, perciò, aperto alle critiche e stava ben attento a quello che il suo interlocutore voleva dirgli.

Giovanni Romanidis, (1927-2001) teologo greco di orientamento molto tradizionale, aveva delle riserve su determinate idee di Meyendorff. Criticò alcune sue analisi, soprattutto sul pensiero di Barlaam il Calabro, l'avversario di Gregorio Palamas (1). 

Romanidis, da "buon greco", si espresse in modo a volte tagliente e polemico verso Meyendorff, altre volte in modo piuttosto rude, cercando di demolire alcune sue asserzioni.

Un ex allievo di Meyendorff mi raccontò come costui visse tale critica. "Fu un capolavoro di umiltà", asserì. "Meyendorff mi disse che era disposto a parlarne e a capire le ragioni di Romanidis".
Il grande intellettuale russo non si offese, non si lasciò impressionare dall'ironia del professore greco, non si fermò a questioni banalmente umane. Aveva a cuore di approfondire la sostanza del discorso perché non aveva nulla di personale da salvare, né la sua figura né qualcosa di simile. A lui interessava la conoscenza.

Tutto questo per dire la profonda differenza con i nostri giorni nei quali non troviamo quasi più personalità come Meyendorff soprattutto - ahimé - tra il clero. Succede, così, che se si critica a ragion veduta determinate opere (liturgiche o di altro genere), i loro autori a volte s'inalberano, come se si toccasse un loro idolo. Ci vuole la lezione di Meyendorff, tutta la sua saggezza, conoscenza e umiltà per far scendere queste persone dal piedistallo sul quale si sono poste. Quello che è importante non sono tanto le persone (umili serve della verità) ma la verità stessa, in ambito liturgico, storico, letterario o in qualsiasi altra direzione. Se, viceversa, si comincia a pensare che non è importante quanto detto ma "colui che lo dice", si ha rovesciato la situazione; è come se si avesse messo il carro davanti ai buoi. Questo tipo di atteggiamento è foriero di mostri: se una determinata cosa la dice "pincopallo", che si dice essere un'autorità, è sicuramente giusta; se la dice "pallopinco" che è uno sconosciuto, è sicuramente sbagliata. L'atteggiamento ci fa pensare ad un autentico "culto della personalità".

Purtroppo il culto della "personalità" o il "culto narcisistico di se stessi" è entrato ovunque e impedisce d'entrare nell'unica ottica utile con la quale si cresce davvero: quella indicata dal modo di comportarsi di Giovanni Meyendorff.

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1) L'articolo di critica è: John S. Romanides, Notes on the Palamite controversy and related topics in The Greek Orthodox Theological Review, Volume VI, Number 2, Winter, 1960-61. Di questo lungo e pesante articolo feci una traduzione italiana tempo fa'. È uno scritto di non facile lettura (e traduzione!) con espressioni a volte gratuitamente polemiche. Il testo inglese si trova su questo e questo sito.

La Divina Liturgia di san Basilio Magno


Fra non molto sarà disponibile alle stampe (di lulu.com) la Divina Liturgia di san Basilio Magno. Questa liturgia nella Chiesa bizantina è stata sostituita da quella di san Giovanni Crisostomo (più breve in alcuni suoi testi e nell'anafora). Oggi viene celebrata dieci volte l'anno e ha un carattere penitenziale. Si pratica, infatti, nelle 5 domeniche di Quaresima, la Domenica delle Palme, il grande e santo Giovedì e il grande e santo Sabato, la vigilia del Natale e della Teofania.
Si celebra, inoltre, il giorno di san Basilio Magno (1° gennaio).
Cliccando nell'icona sottostante è possibile avere un'anteprima di questo lavoro. L'anteprima non è né scaricabile né copiabile.
 

 


martedì 15 luglio 2014

La "Divina Liturgia di san Giovanni Crisostomo"

Ho concluso prima di quanto immaginavo la revisione di tutto il testo della "Divina Liturgia di san Giovanni Crisostomo". Il testo è molto curato, sia formalmente (nella grafica) sia sostanzialmente (nella correttezza dei testi riportati e della traduzione). L'ultima volta che in Italia c'è stato qualcosa di simile era nel 1967! Da allora si son visti solo prodotti molto parziali.

Questo testo completo (ha 170 pagine) è ora diponibile stampato nel mercato di "lulu.com" e fra non molto pure in Amazon.

Inserisco i tasti con i quali è possibile fare un eventuale ordine:


Per il libro con testo solo in nero (prezzo 25 euro):


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Per il libro con testo a colori (prezzo 45 euro):


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Qui sotto, l'anteprima (né scaricabile né copiabile) de "La Divina Liturgia di san Giovanni Crisostomo".

mercoledì 9 luglio 2014

Insegnamento della Liturgia, insegnamento degli uomini...


Si può tranquillamente dire che la liturgia cristiana è un perenne "magistero", tanto nelle sue disposizioni e nei suoi testi, si presenta come una costante fonte d'insegnamento. Purtroppo nel Cristianesimo occidentale non si ha sempre ben chiaro questo a causa pure di un motivo storico: le liturgie occidentali sono sempre state assai sintetiche. Oggi sono addirittura ossificate, da quanto sono ridotte all'essenziale. Non danno, dunque, spazio a commenti o approfondimenti sui fatti evangelici, come succede, ad esempio, nella liturgia bizantina dove si può respirare tutta un'altra aria.

I fatti narrati dai vangeli fotografano delle situazioni, riportano dei detti ma non vi si soffermano. La tradizione liturgica orientale lo ha fatto, sempre animata da una profonda fede ed osservando gli eventi evangelici da una prospettiva "alta".
Riporto sotto il mio commento, a titolo di puro esempio, delle affermazioni che, effettivamente, contrastano tra loro e ci mostrano la situazione odierna nella quale viviamo.

La prima è una breve frase che, assieme ad altre, s'intercala al canto delle Beatitudini durante la Divina Liturgia bizantina. Rappresenta la Vergine Maria sotto la croce, tra le lacrime, che "magnifica" ossia esalta Cristo. La sua umanità è profondamente sofferente ma nel suo spirito contempla l'opera salvifica che passa attraverso la morte di Cristo in croce presagendo, in qualche modo, che questo evento dolorosissimo sfocerà nella resurrezione del suo amato figlio. Ecco, dunque, perché sono posti tra loro due elementi totalmente contrari alla nostra mentalità: le lacrime di dolore dinnanzi alla passione e alla morte e la magnificazione di Cristo.
Questa breve frase osserva la crocefissione e la madre del crocefisso da una prospettiva "alta", perché profondamente fondata in una visione direi divina del fatto evangelico.

La seconda affermazione è tratta dal "magistero degli uomini", che è di tutta un'altra pasta e non potrebbe che essere così. Qui non si parte da una prospettiva "alta" ma da considerazioni estremamente umane, incentrate sul solo dato umano, impiegando una razionalità, una logicità, puramente umana, chiusa in se stessa. In questa prospettiva non è possibile presagire la luce della resurrezione nella morte di Cristo e, quindi, l'evento tragico fa offuscare l'animo fino ad ottenebrarlo. La stessa Madonna sprofonda in un dolore disperato e si sente... "tradita". Qui le lacrime non paiono avere consolazione alcuna e la morte pare essere la semplice fine della vita, oltre la quale non c'è nulla. Partendo da certi presupposti si giunge logicamente a certe conseguenze (e questo spiega, ovviamente, perché il nostro mondo finisca per essere ateo, fondandosi su razionalissimi motivi).

Sono due insegnamenti, di fatto, opposti tra loro e che non si possono comprendere perché il primo, per essere accessibile, ha bisogno di essere colto da chi vive nella sensazione costante delle realtà divine, pur vivendo in povertà materiale, nella privazione o nel dolore. Ecco perché la Vergine magnifica Cristo pur in un profondo dolore! 
Senza questa sensazione, con cui assai probabilmente è stato composto il versetto liturgico proposto, non si può che osservare le cose da un punto di vista puramente e strettamente umano, secolaristico, e quindi in definitiva ateo.



martedì 8 luglio 2014

Disposizioni liturgiche in casi particolari


Questo post riporta un estratto dell'appendice del libro "La Divina Liturgia di san Giovanni Crisostomo" con delle disposizioni liturgiche "rubricali". Immagino che interesseranno particolarmente chi si dedica - per passione o per attività clericale - alle rubriche (ossia agli ordinamenti esteriori) della liturgia.
Anche nel mondo bizantino sono sempre esistiti degli ordinamenti in tal senso, si pensi alla descrizione dei cerimoniali imperiali in santa Sofia. Nonostante ciò, oggi è abbastanza difficile vedere dei "manuali" che descrivono le cosiddette "cerimonie" liturgiche bizantine poiché queste cose fanno parte del vissuto normale delle chiese ortodosse. A maggior ragione il presente estratto ha una sua originalità e un suo valore.



lunedì 7 luglio 2014

L'Euchologion copto

L'Euchologion è un libro che raccoglie benedizioni e preghiere per le necessità dei vivi e dei defunti.
In questo Euchologion è presente pure la liturgia eucaristica di san Basilio nella versione copta, quella di san Gregorio e quella di san Cirillo.
La Chiesa copta, come forse ho già accennato, è la Chiesa di Alessandria di Egitto il cui capo porta l'appellativo di "papa". Non è una Chiesa bizantina.
Il presente libro riporta i testi liturgici in tre lingue: copto, arabo e inglese.
Tra le preghiere, mi colpisce particolarmente una: "La preghiera di sottomissione al Padre [celeste]". Questa preghiera indica il forte vincolo con Dio espresso in forma di sottomissione. Questo rimanda pure alla mentalità monastica ed è quindi indice del forte valore ecclesiale del monachesimo all'interno del mondo copto, memore pure del monachesimo di Scete e dei padri del deserto. Un punto che il nostro mondo ha purtroppo perso con conseguenze abbastanza pesanti.

Il Leitourgikòn Etiope (Kidase)

Ecco una vera e propria "chicca". Chi conosce il mondo etiope, così isolato e piuttosto schivo? La Chiesa etiope è figlia di quella alessandrina e ha sviluppato una liturgia particolare, frutto di una vera e propria "inculturazione" del cristianesimo alessandrino in Etiopia. Tuttavia, a differenza delle "inculturazioni" proposte da certi liturgisti cattolici un po' troppo mondanizzati, questa liturgia non ha nulla di secolaristico. Perfino il bisogno tutto africano di danzare e cantare ad alta voce, nel contesto cultuale etiope, si modera e diviene ieratico.
Attraverso questo libro (in traduzione inglese) si ha modo di attingere a una fonte, forse un po' esotica, ma che fa comunque parte della storia della liturgia cristiana e di osservare le sue peculiari forme tradizionali. La lingua della liturgia etiope è una lingua "morta", il cosiddetto ge'ez. 
Propongo, dunque, questa pubblicazione che darà un ulteriore riferimento bibliografico al blog e al nostro discorso, un discorso che individua, appunto, gli elementi tradizionali delle liturgie, come fondo comune e irrinunciabile ad una Chiesa che si vuole definire cristiana.
Per maggiori informazioni sul cristianesimo etiope clicca qui.



domenica 6 luglio 2014

La Divina Liturgia di san Giovanni Crisostomo

Questo lavoro è stato il più impegnativo tra quelli fino ad ora realizzati. Ha, infatti, richiesto un anno e mezzo. Il file sotto visibile (non scaricabile né copiabile) mostra un lavoro che, nonostante tutto, non è ancora definitivo. La presente, è dunque un'anticipazione. Per il lavoro definitivo non ci vuole molto, mancando oramai solo pochi dettagli. 
Questo libro è quasi un' "edizione critica", ossia considera i due più importanti testi usati dalla Chiesa greca odierna; nel caso in cui i testi, riportati da entrambe le fonti, coincidono non ci sono indicazioni, in caso contrario i testi non coincidenti sono messi tra parentesi quadre.
Il libro è particolarmente ricco di rubriche e presenta anche le tipicità della liturgia archieratica (o pontificale) e della liturgia patriarcale (costantinopolitana).
L'opera è stata curata con grande scrupolosità e impegno per cui non può assolutamente essere messa a titolo gratuito ed è protetta da copyright.
Il testo è integrato con qualche schema nel quale si mostrano le posizioni dei sacri ministri nel santuario e nella navata in alcuni momenti (della liturgia archieratica), nonché il modo in cui si incensa.
È dunque il manuale liturgico più esauriente fino ad oggi mai apparso in Italia, per quanto riguarda la Divina Liturgia di san Giovanni Crisostomo e dubito che in futuro possa essercene un altro più ricco.
Nell'arco di uno o due mesi spero di poterlo mettere a disposizione di chi lo vorrà comperare.
In un'epoca in cui, in Occidente, si ha quasi totalmente perso il senso del sacro, queste fonti liturgiche sono utili a comprendere con quale mentalità le antiche generazioni si accostavano ai sacri misteri.