Anni fa' avevo la possibilità di entrare in una biblioteca privata antica, tenuta da pochi anziani e ricchi religiosi veneziani, nel centro della città. Questa biblioteca settecentesca conteneva prevalentemente testi di teologia ed era stata da poco restaurata. Non era e non è aperta al pubblico.
Purtroppo attorno agli anni '80 un suo responsabile aveva fatto scempio di alcune pagine di libri miniati, vendendole agli antiquari della zona, pur di finanziare le sue ricerche. Costui era un anziano religioso convinto... di poter scoprire il moto perpetuo!
Sono cose che sembrano barzellette eppure successero e mi furono riferite da frequentatori assidui della casa e confermate dal superiore di allora. L'anziano, ad un certo punto, morì, ovviamente senza essere venuto a capo di nulla ma avendo speso parecchi soldi per macchinari inutili. Iniziai ad entrare in quella biblioteca quando costui non c'era più, dopo che era stato fatto ampio danno a diversi volumi di canto corale.
Poco distante da quella biblioteca, d'impianto classico, attorno alla metà degli anni sessanta, si era costituita, all'ultimo piano dello stesso stabile, una piccola bibliotechina: era quella dei giovani religiosi, studenti in teologia.
Di essi, quando arrivai io, non c'era più nemmeno l'ombra ma, come nel caso dell'anziano bibliotecario, si notavano i segni del loro passaggio. I libri avevano tematiche teologiche molto progressiste. Il locale che li ospitava, essendo proprio sotto un tetto, era soggetto a grandi escursioni termiche, ragion per cui quei libri finirono per invecchiare anzitempo. Erano tutti ingialliti e, in alcuni casi, la carta delle pagine si stava rompendo.
Un giorno ne presi in mano uno a caso: era una miscellanea di vari articoli dal titolo "Concilio vivo". All'interno trovai un saggio che osannava l'evento conciliare della Chiesa cattolica, quale inizio di una vera e propria epoca di rivoluzione in cui la Chiesa stessa usciva dai suoi bastioni, ossia "usciva fuori di se stessa".
Risi davanti all'ingenuità ebbra di quello scrittore e dimenticai il fatto.
Oggi sembra che stiano tornando in auge quelle stesse idee che, sinceramente, pensavo fossero sparite, esattamente come sparirono il bibliotecario "ladro" e gli studenti di teologia rivoluzionari.
Pare che queste idee stiano per essere rimestate nel mondo cattolico, come quando si gira una pentola e i fondi riemergono in superficie. Non penso, tuttavia, che la cosa riguardi solo il Cattolicesimo perché certe mode, una volta lanciate, si dilagano interconfessionalmente e sono ovunque pericolose.
Queste cose hanno la forza dirompente degli slogans: s'impongono in modo dittattoriale.
E' dunque bene cercare di capire che senso ha questa definizione, se di senso si deve parlare.
La Chiesa si costituisce nella sequela di Cristo, con la Pentecoste e, lentamente nei secoli, si struttura in un certo modo, assumendo una coscienza sempre più chiara di sé. Come i cristiani di Diogneto, la Chiesa sa di essere nel mondo e per il mondo ma non è del mondo. Questo significa una solidarietà e una contiguità di essa con il mondo ma mai un'identificazione totale.
Nell'umanità, infatti, esiste anche chi, per un insondabile mistero, decide di non accettare Dio e di comportarsi di conseguenza.
La Chiesa non può, dunque, identificarsi con questa parte di umanità (di qui si dice che il sangue di Cristo è versato "per i molti" non per "tutti"; oppure che "tutti sono i chiamati ma pochi i prescelti").
Nella Chiesa, per un'esigenza ascetica evangelica, parecchi fedeli, lungo i secoli, sono "usciti" dalla mondanità per essere più autenticamente di Cristo. Questo ha dato nascita al movimento monastico dei primi secoli, a quello eremitico e alla formidabile storia del monachesimo che ha caratterizzato i primi secoli medioevali in Occidente.
Qui non era la Chiesa che "usciva da se stessa" ma, si può dire, "rientrava" più efficacemente in se stessa per mostrare al mondo il suo viso autentico, come quello dei discepoli quando scesero dal monte della trasfigurazione.
Se si deve utilizzare il termine "uscire", nella tradizione della Chiesa occidentale e orientale, lo si deve fare solo per indicare l' "uscita dal mondo", ossia da una condizione di dispersione spirituale, col fine d'essere più autenticamente cristiani.
Invece, alla fine degli anni '50, nel mondo cattolico avviene il contrario: si depone ogni prudenza e si assiste ad una forte simpatia verso il mondo scientifico, tecnologico e culturale. Nell'ebbro ottimismo di quegli anni si ritiene possibile sposare il verbo cristiano con la cultura circostante (qualsiasi cultura) a patto solo di trovarsi con uomini di buona volontà. Quest'atteggiamento si erge contro quello diametralmente opposto avuto dalla Chiesa fino ad allora, con il quale non si vedeva altro che disastri nella società. Ad una eccessiva chiusura è quindi seguita un'apertura priva di discernimento. Il fascino del mondo - inteso come mondanità - ha così finito per carpire fedeli e religiosi. La conseguenza non si è fatta aspettare: i seminari e le case religiose si sono svuotati mentre i fedeli hanno vissuto una fede sempre più orizzontale e sociologica: Cristo, alla fine, ha finito per essere solo il "buon rivoluzionario", in grado d'insegnare all'uomo la via per un mondo migliore, l'uomo da cui prendere esempio, non più il Dio che eleva nella grazia l'umanità che lo desidera.
E' in questa temperie che si deve capire perché si scrissero certi libri come "Concilio vivo", da me sopra citato. Qui, quando si dice che la Chiesa deve uscire dai suoi bastioni s'allude, semplicemente, che deve abbandonare la sua identità tradizionale, basata sulla preghiera, la fiducia in Dio, l'adorazione, l'ascesi e darsi puramente ad opere sociali per un mondo migliore. Non sempre si ha il coraggio di dirlo apertamente ma si traccia un cammino che va inevitabilmente solo in questa direzione! E così anche i più restii vi vengono trascinati in nome dell'obbedienza verso "chi sa".
Pochi giorni fa' il vescovo di Roma, Bergoglio, ha affermato: "Ricordate bene: [bisogna] uscire da noi, come Gesù, come Dio è uscito da se stesso in Gesù e Gesù è uscito da se stesso per noi".
Cosa voleva intendere precisamente? A me è parsa un'allusione a tutto quel modo di pensare che mi pareva spento nelle pagine ingiallite di quei libri e che ora ritorna, poichè sarebbe stato Gesù, questa è la scusa, ad offrire tale esempio.
Certo, se queste frasi indicano uscire dal proprio egoismo e dalla propria piccineria, le posso ben giustificare. Cristo, in questo, è il vero Maestro, ma la Chiesa sa che, perché l'uomo possa trascendersi, non può affidarsi solo a se stesso e alle sue uniche forze. La Chiesa, per questo, si è anche data una regola e una tradizione che oggi (guarda caso!) non si vuole più seguire osservandole con sufficienza dall' "alto" della propria comprensione razionalistica.
Così molti segnali (in primis quelli tratti dal suo ministero argentino) m'indicano che per il vescovo di Roma non si tratta solo di superare un proprio eventuale egoismo umano ma di spogliare la Chiesa dal suo passato, più precisamente da un certo stile che si ritiene superato e che non può più servire ad incontrare il mondo tale qual'è. Di qui anche la sua antipatia per le forme liturgiche tradizionali. Tutto questo finirà per buttar via il "bambino con l'acqua sporca", come si dice volgarmente, le cose inutili e dannose con le cose essenziali. Alla fine si assumerà l'identità altrui per il piacere del mondo svuotando se stessi.
Ecco, se le cose stanno veramente così, non posso non fare come feci quella volta con il libro "Concilio vivo". Lo chiusi subito con un sorriso di compatimento e andai oltre dimenticandolo.
Idee di questo genere, infatti, non faranno altro che rendere la Chiesa come un'arancia spremuta, buona oramai solo per la pattumiera...