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giovedì 11 settembre 2014

Le tradizioni ecclesiastiche, loro ruolo e conseguenza della loro abolizione pratica

Una Chiesa che vive praticamente
senza tradizione è un bel pacco vuoto!
Questo scritto segue, in qualche modo, quello precedente.
Probabilmente ho già parlato attorno a questo tema. Nonostante ciò, lo voglio riprendere per approfondirne qualche aspetto.

Nello schema riportato nell’ultimo post e qui ripreso, ho puntualizzato che l’autorità fondativa (Gesù Cristo) è all’origine della Tradizione religiosa (cristiana).

Per Tradizione cristiana non si deve solo intendere quanto ci giunge dalla rivelazione scritta (il Nuovo Testamento) ma il modo d’interpretare e di vivere la Scrittura.

È esattamente questo modo d’interpretarla e di viverla che ripara la Rivelazione scritta ad ogni genere d’arbitrio e di soggettivistica interpretazione.

È esattamente questo modo d’interpretarla e di viverla che realizza la comunione ecclesiastica dimodoché un ambito ecclesiastico inizia a divenire scismatico dalla Chiesa nel preciso momento in cui cambia sostanzialmente il suo modo d’interpretare e vivere la Tradizione.

È sempre questo modo d’interpretarla e viverla a comporre la cosiddetta “esperienza cristiana”.

L’ “esperienza cristiana” non è, dunque, il risultato di un soggettivismo capriccioso, qualcosa di meramente psicologico (o psicologistico) ma qualcosa nella quale si conosce e riconosce lo stile (l’ ethos) di Cristo che si distacca da un piano puramente umanistico.

L’Apostolo Giovanni lo esprime in questo modo: “Quel che era dal principio, quel che abbiamo udito, quel che abbiamo visto con i nostri occhi, quel che abbiamo contemplato e che le nostre mani hanno toccato del Verbo della Vita” (1 Gv 1, 1).
Chi viene dopo gli apostoli, non avendo un contatto fisico diretto con il “Verbo della Vita”, ne riceve la mentalità (e la grazia) dalla Chiesa nel modo che segue.

Le autorità non fondative (i vescovi), dopo aver conosciuto e vissuto la Tradizione ricevuta dagli apostoli hanno fondato delle tradizioni ecclesiastiche in grado di custodire e supportare la Tradizione trasmessa da Cristo. In questo preciso senso le tradizioni riportano alla Tradizione: “Siete stati edificati sul fondamento degli apostoli e dei profeti, essendo Cristo Gesù stesso la pietra angolare” (Ef 2, 20).

La Liturgia cristiana si pone su questo preciso livello: si nutre della Tradizione, ne trasmette lo spirito e, allo stesso tempo, veicola la Tradizione stessa. Per loro natura le tradizioni ecclesiastiche tendono ad essere possibilmente intangibili, proprio perché si riferiscono alla Tradizione che di suo è intangibile: “Nessuno può porre un fondamento diverso da Gesù Cristo” (1 Cor 3, 11).
Di conseguenza una liturgia finisce normalmente per fissarsi, assumere un’identità stabile che non è lecito modificare.

C’è però da aggiungere qualche precisazione.
Il riferirsi continuo delle tradizioni alla Tradizione non è sempre scontato e neppure automatico.
Mi spiego: non è sempre detto che delle tradizioni ecclesiastiche, o una liturgia particolare, riflettano in modo fedele lo spirito della Tradizione. Lungo la storia non poche volte gli uomini hanno eretto un muro opaco tra loro e la Tradizione, interpretandola in modo distorto o parziale. Quest’interpretazione ha creato anche nella liturgia elementi erronei. Si pensi, tanto per citare un esempio, agli inni composti dagli ariani nel IV sec. Erano senza dubbio delle composizioni ecclesiastiche che non riflettevano il Credo della Chiesa, la profonda coscienza ecclesiale su Cristo.

A volte basta assai poco perché il contesto ecclesiastico si oscuri e non riesca più ad essere un efficace rimando alla Tradizione trasmessa da Cristo. 


Per impedire una tal evenienza, l’Oriente cristiano ha sempre sottolineato l’estrema importanza della funzione del monachesimo nella Chiesa. Il monachesimo non è altro che una famiglia di laici i quali vivono in modo intenso la fede cristiana fino al punto da conoscerne per esperienza gli aspetti più reconditi e mistici.


Infatti per accostarsi alla fede cristiana ed entrare nella sua intimità non è solo necessario studiarla e viverla genericamente. È necessario scalare le ardue vette dell’ascesi. È questo che forma i “puri di cuore che vedranno Dio” (Mt 5, 8), come ricordano le Beatitudini. Questi “puri di cuore” sono i veri teologi della Chiesa, i veri “specialisti” della teologia, i riferimenti della Chiesa. I teologi, dunque, non sono dei semplici studiosi ma i conoscitori sapienziali e mistici del Cristianesimo. Ed ecco la funzione dei monaci, appunto o, detto più precisamente, dei santi. Questa funzione agisce da profondo ancoraggio per la Chiesa, impedendole di vagare inquieta, a seconda dei gusti e delle mode. Ne consegue che chi vuole cambiare la Chiesa, disancorarla, basta che cambi, anemizzi o castri il monachesimo!

Non è infatti un caso che proprio dal monachesimo venissero le resistenze più forti alle modifiche unilaterali o secolarizzanti della liturgia. Si pensi alla lotta monastica contro l’iconoclastia (la soppressione del culto delle immagini), alle persecuzioni, ai martirii e agli esili che i monaci in Oriente dovettero subire per la loro testimonianza che, a lungo andare, ristabilì l’Ortodossia della fede.

I monaci erano un luogo privilegiato della teologia al punto che in tutti i concili celebrati nel primo millennio, erano sempre rappresentati da una nutrita delegazione (*). Costoro non stavano nei concili o nei sinodi per bella figura, tant’è che, in Occidente, san Massimo il Confessore, partecipò attivamente ad un sinodo romano contro il monotelitismo componendo alcuni testi dogmatici.

Che successe in seguito?


Università medioevale
In Occidente la teologia s’intellettualizzò sempre più isolandosi dalla vita ascetica. Quest’opera d’intellettualizzazione non riguarda tanto le grandi scuole teologiche, sorte su impulso dell’Aquinate il quale aveva presente certi limiti da non superare, ma quelle attorno agli epigoni della Scolastica.

In pieno XV secolo la teologia occidentale decadde in una pletora d’analisi filosofiche sempre più fine se stesse, arzigogolata in autocompiacenti “bizantinismi”. Poco più tardi questa teologia riceverà gli strali ironici di un Erasmo da Rotterdam il quale, a ben ragione, ne evidenziava gli aspetti più ridicoli.

Erasmo da Rotterdam
(1466-1536)
La vita monastica, nel medesimo torno di tempo, era già decaduta da qualche secolo: san Francesco non riuscì a riportare il monachesimo al centro della vita della Chiesa, come avrebbe inizialmente voluto. In questo modo al “magistero della santità monastica” (al quale appartiene pure un san Gregorio Magno, tanto per dare un riferimento) si sostituì un magistero semplicemente ecclesiastico, di derivazione intellettuale.
La tradizione liturgica non poté non riflettere tal clima formale. Divenne il campo delle più fantasiose interpretazioni allegoriche.

Alle soglie dell’età moderna ci troviamo, così, con un Cristianesimo che – di fatto – è decurtato e vive di un respiro limitato. Non meraviglia che in questo contesto di crisi sia maturato un uomo che segnerà per sempre i destini di una parte del Cristianesimo Occidentale: Martin Lutero.

Il monaco agostiniano Martin Luther
(1483-1586)
Lutero, monaco agostiniano, era dotato di una sensibilità non comune e di un bagaglio culturale che, per i tempi, non era certo irrilevante. Nonostante ciò non riuscì a dare un senso profondo alle tradizioni cristiane del suo tempo proprio perché, nel frattempo, nella teologia si erano affastellate tutta una serie d’interpretazioni oziose e francamente inutili e la prassi era tutt’altro che incoraggiante. Furono queste cose ad inquietare  Lutero e a spingerlo ad un'analisi le cui conseguenze furono impreviste pure per lui stesso.

Con la riforma luterana (che per il religioso sassone voleva semplicemente essere la riforma di tutta la Chiesa) si operò una scelta estrema: il rifiuto di gran parte delle tradizioni ecclesiastiche e la loro sostituzione con l’interpretazione individuale della sacra Scrittura. Il riformatore non si avvide, però, che in questo modo si rendeva simile a chi, constata la ruggine in alcune tubature dell’acqua, non ne sostituisce le parti corrose ma le toglie tutte per affidarsi ad un secchio più o meno bucato con il quale, ogni volta, prende dell’acqua da una cisterna.

Con questa soluzione si riuscirà a portare dell’acqua in casa? Ammesso che vi si riesca che genere d’acqua arriverà se, magari, il secchio oltre ad essere mezzo rotto è pure sporco?
Non c'è dubbio che la "soluzione" luterana fu disperata ma la disperazione non è una scusante o un'attenuante per le scelte erronee.

Al Cristianesimo protestante si può applicare generalmente il paragone appena fatto per cui la cura che la Riforma cercò di trovare, finì per divenire peggio del male che aveva analizzato. Le conseguenze non tardarono ad arrivare: la spaccatura del Cristianesimo riformato in infinite divisioni in disaccordo tra loro.

Il Cattolicesimo per 500 anni dallo scoppio della riforma luterana ebbe una storia particolare. S’irrigidì come un corpo in un busto, applicando le sanzioni più severe nei riguardi dei “liberi pensatori” religiosi. La gerarchia aveva ricevuto una seria batosta da Martin Lutero ed era terrorizzata di perdere ulteriore terreno. Di qui la sua inappellabile severità.

Rudolf Bultmann
Il Protestantesimo abolendo le tradizioni religiose, rese di fatto utopistica la Tradizione di Cristo al punto che Rudolf Bultmann (†1976), teologo protestante, giunse a separare rigorosamente il Cristo della storia (irraggiungibile, il cui messaggio evangelico è storicamente assai dubbioso) dal Cristo della fede (vissuto soggettivamente in ognuno, al punto che il messaggio evangelico, non provenendo direttamente da Cristo, nasce solo con le prime comunità cristiane).

Il Cattolicesimo postridentino, d’altro canto, legò alla Chiesa i suoi fedeli sotto pena di scomunica e di peccato mortale. Tanto il Protestantesimo sottolineava il ruolo e l’importanza dell’individuo nell’interpretazione biblica (priva dunque della mediazione della tradizione ecclesiastica), tanto il Cattolicesimo tridentino sottolineava l’importanza della Chiesa nello stabilire l’oggettività dell’interpretazione biblica. Al singolo non restava che dare piena fiducia.

Nel contesto tridentino la tradizione ecclesiastica era vista prevalentemente come un insieme di rigidi norme a cui obbedire ciecamente senza cercare necessariamente un senso spirituale (e con la maggior diffidenza possibile nei riguardi dei mistici). Nonostante questa cappa di terrore - nello Stato Pontificio era previsto perfino il carcere per chi non si recava a Messa la domenica -, fiorirono non pochi casi di esempi cristiani.

Fu un intellettuale cattolico liberale.
Fu condannato da Pio X
Ma i tempi erano destinati a cambiare. Con l’epoca dei Lumi e soprattutto nel XIX secolo, progredì un vero e proprio senso d’insofferenza verso lo stile impositivo della Chiesa, un’insofferenza maturata dapprima nel laicato e in seguito nel clero.

La gerarchia cattolica cercò di resistere a chi voleva demolire porte e cancelli a protezione della fede, ammorbidendo le leggi ecclesiastiche o semplicemente aprendo la Chiesa allo spirito del secolo, come si auspicavano alcuni che prendevano il nome di "modernisti" tra cui Alfred Loisy (**). Morte le generazioni antiche e avanzando quelle che compresero e, in un certo senso, fecero propria quest’insofferenza, il clima cambiò e le porte iniziarono a socchiudersi. Giovanni XXIII, che in gioventù fu sfiorato dalle idee moderniste, finì per incarnare moderatamente tale insofferenza.

Così, dopo Pio XII la svolta ci fu e fu repentina sia nel Concilio Vaticano II, sia a seguito di esso fino al punto che i portoni furono divelti. Al rigidismo tridentino seguì un vero e proprio lassismo che perdura ancor oggi.

Il famoso concilio, perciò, rappresentò la rivoluzione religiosa da lungo attesa. In essa non solo fu soppressa la mentalità rigidamente legale con la quale il Cattolicesimo si reggeva fino ad allora ma avvenne molto di più: fu posta la parola “fine” al proprio passato, voltando le spalle anche a quanto di positivo in esso continuava ad esistere. Fu questa la vera rivoluzione. A nulla valgono le opinioni contrarie di chi, come certi "normalisti" continuano ad asserire che tutto ciò non fu voluto dal Concilio e che, a dispetto di certe evidenze, esiste una continuità con il passato. Affermazione davvero patetica questa, poiché contra factum non valet argumentum, e di fatti da 50 anni in qua se ne sono visti a bizzeffe.

Non è un caso che in quest’assise il Cattolicesimo non volle più lanciare condanne, stabilire delle rigide leggi, sottolineare i confini tra la verità oggettiva (come si amava dire fino a poco prima) e gli errori soggettivi.

5 Secoli di rigide imposizioni avevano creato una viscerale antipatia verso quanto si riteneva tradizionale, in primis negli stessi chierici.
Ma non fu solo questione dessere più gentili con la modernità. Dopo quest’assise nel mondo cattolico si aprirono i “vasi di Pandora”, si liberarono delle energie represse che si concretizzarono in una rapida corsa verso le posizioni del Protestantesimo liberale non senza una profonda simpatia per il mondo secolare. 

I primi papi postconciliari, pur avendo nutrito questingenuo slancio, rimasero attoniti per le sue logiche e inquietanti conseguenze poiché evidentemente non avevano capito che genere d’energie avevano liberato. Stabilirono qualche freno. Oggi sembra che pure tali freni siano saltati.

Quali sono le conseguenze per quanto riguarda la nostra analisi?

Soprattutto uno: il significato della tradizione ecclesiastica è ulteriormente cambiato.

Nel periodo tridentino coincideva con la prassi della Chiesa, il magistero normativo e la legge ecclesiastica, ritenuta per sempre intangibile. Oggi non solo si nota una profonda avversione e disprezzo clericale per la storia religiosa immediatamente precedente al Concilio Vaticano II (tradizioni ecclesiastiche incluse), ma si constata  una variazione sostanziale della tradizione ridotta di fatto a semplice opinione stabilita da questo o quel papa, da questo o quel vescovo, opinione che può anche cambiare radicalmente, se i tempi lo richiedono. Non pare che ci si chieda se questo tipo di “magistero fluido” rappresenta o no un ostacolo per vivere la Scrittura e incontrare veramente Cristo.

Si pensa che l’opinione magisteriale sia automaticamente la migliore lettura e interpretazione al vangelo nell’attuale epoca, nonostante in tal magistero non sia difficile riscontrare una sempre maggiore mentalità secolare che lo rende avulso da una prospettiva trascendente. L’opinione magisteriale è quindi soggetta a cambiare o, come si dice talora, ad evolvere. Ci si conforta pensando che l’evoluzione dell’opinione religiosa e del magistero sia un segno di “vita” e un “dono dello Spirito” alla Chiesa!

E' tutt'altra storia se ci si volge in Oriente dove si ama dire che solo chi purifica asceticamente la propria interiorità può capire bene la tradizione ecclesiastica autentica (non soggetta a rivolgimenti o ripensamenti!). Questo significa che non si devono solo vivere i comandamenti e i precetti della Chiesa ma si dev’essere molto maturi e progrediti, spiritualmente parlando. Solo salendo a livello di chi ha stabilito delle tradizioni affidabili, si può finalmente capire la ragione per cui esse furono stabilite. Un uomo così è in profonda comunione con tutto il passato della Chiesa e legge profeticamente il suo presente alla luce d’immutabili valori evangelici.

In Occidente tutto questo non ha realmente alcuna importanza (ateismo pratico) non solo perché la spiritualità e l’ascesi si è ridotta al lumicino ma perché la si ritiene buona solo per qualche originale persona che si isola dalla società (il che non è quasi mai visto positivamente). Qui il dogma può non essere più combattuto, semplicemente perché non gli si riconosce alcun effetto pratico. Lo si lascia in disparte e di fatto si fa a meno di esso. E' una “filosofia” d'altri tempi!

Che rimane della tradizione ecclesiastica?
Sinceramente parlando, credo che oramai ne rimangano brandelli poiché il contesto cattolico è in gran parte una specie di protestantesimo presieduto dal papa con qualche raro correttivo cattolico, sempre più residuale, in verità.

I tentativi di tornare a dare un po' di dottrina al mondo cattolico, da parte di Joseph Ratzinger, sono miseramente naufragati perché non potevano trovare aggancio alcuno nella maggioranza del Cattolicesimo, oramai refrattario ad ogni genere di discorso tradizionale. Le sue dimissioni da papa sono la prova più lampante di tutto ciò, esattamente come lo furono le dimissioni del famoso arcivescovo Marcel Lefebvre dalla presidenza dei religiosi spiritani, quando questi ultimi erano in piena rivoluzione e non lo obbedivano più, verso la fine degli anni sessanta. Oggi, a maggior ragione "l'obbedienza non è più una virtù" e questo crea un caos senza fine (***).


In questi ultimi tempi la corsa verso la protestantizzazione (ossia verso un cristianesimo puramente sociologico) si è ulteriormente accelerata. Chiunque bene informato non può non notarlo, analizzando pure lo stranissimo insegnamento dell’attuale papa, più attento a piacere al popolino che a confermare i credenti nei capisaldi della fede.

Questo spiega la distanza sempre maggiore tra chi ha mantenuto i riferimenti tradizionali (questo blog cerca d’indicarli) e chi oramai tende ad essere come una zattera alla deriva, religiosamente parlando.

Si deve ricordare, però, che non può esistere alcun Cristianesimo reale senza la Tradizione e senza le autentiche tradizioni ecclesiastiche che lo veicolano e che uniscono tra loro Tradizione e credente.

Se si prescinde da ciò, alla fine, si creerà una “maschera”, una scimmiottatura di Cristianesimo. Questo neo-cristianesimo potrà magari essere simile ad una scatola coloratissima e risulterà simpaticissimo al mondo perché gli darà ragione in tutto. In questa scatola, però, non sarà rimasto più niente.

Note

(*) Non così avviene nel mondo cristiano latino. Non ripeterò mai a sufficienza che la centralità della vita monastica nella Chiesa in Occidente non è affatto essenziale proprio perché la teologia tende ad essere ridotta a riflessione, a pensiero e non discende necessariamente da un cammino ascetico di comunione con Dio (teologia patristica). D'altra parte lo stesso monachesimo occidentale ha accettato di buon grado di porsi in un angolo, come gli indiani d'America nella loro riserva e se ne sta lì buono buono, dimentico che è fatto per testimoniare la verità cristiana fino all'effusione del sangue, se necessario. D'altra parte la spiritualità con la quale dovrebbe essere animato, tende ad abbassarsi a livello di conforto psicologico, non di propedeutica per una salita spirituale nella quale si giunge ad una conoscenza più nitida della propria fede il che porta necessariamente ad una lotta, se necessario. Aver isolato nella Chiesa delle funzioni essenziali (separando spiritualità da dogma) è uno dei più gravi problemi dell'Occidente cristiano, terreno di coltura per tutte le disgrazie attuali. La corsa finale di queste alterazioni è la necrosi del corpo ecclesiale.

(**) Ecco un esempio di come allora si vedevano le cose e di come si cercò di reagireQuando chiedo ai sapienti di questo tempo quale sia la più grande piaga dell’attuale società, sento rispondere ovunque che è l'indebolimento dei caratteri, l'ammorbidimento delle anime. La terra è afflitta da una grande desolazione perché non ci sono più dei battezzati che si ricordano come si dovrebbe del proprio battesimo, coscienza della grandezza e delle energie del proprio battesimo. No, con le dottrine dimezzate e le verità diminuite non si otterrà che dei mezzi cristiani. E con dei mezzi cristiani né la società religiosa, né la società civile avranno mai ragione sul tremendo nemico”. Card. Pie di Poitiers (1815-1880).
Parole più che profetiche, ad osservare cos'è successo 150 anni dopo, e la tendenza al ribasso è in costante progresso con l'aiuto pure del clero il quale non predica più delle mezze verità ma evita direttamente le verità!

(***) Don Franco Barbero, prete canonicamente "ridotto" allo stato laicale non è che la punta di un iceberg che, con estrema franchezza, ammette quanto segue: "L'obbedienza non solo non è più una virtù, ma costituisce una grave patologia dell'anima che ingabbia la vita e spegne la comunità. Certo, la disobbedienza evangelica ha i suoi costi e i suoi rischi, ma crescere nel cammino della libertà ci fa gustare anche le più invitanti gioie del convito umano e comunitario. Occorre scegliere tra una chiesa di minorenni e una comunità di donne e di uomini che tentano l'arduo sentiero della libertà". http://donfrancobarbero.blogspot.it/2007/12/patologie-dellobbedienza.html
È un pensiero che, anche se non confessato così apertamente, moltissimo clero oramai pratica. Di qui l'ingovernabilità sempre maggiore del mondo cattolico.

domenica 7 settembre 2014

Chiesa viva e Chiesa morta (ricevo e rispondo)



Con tutto rispetto per Pietro C. e il suo lavoro, l'esistenza dell'Ortodossia rimane per me un mistero insondabile. Io non sono un cattolico fanatico, anzi, sono un credente relativamente tiepido. Ma l'Ortodossia a me è sempre apparsa come una reliquia del passato sopravvissuta per qualche errore della Storia ai margini di una parte d'europa in cui è rimasta cristallizzata come un ramo secco (i famosi primi sette Concili Ecumenici). La Chiesa Ortodossa mi ha sempre dato l'idea di un museo, una istituzione mummificata e non vivificata dal soffio dello Spirito Santo, un vecchio libro polveroso, magari intarsiato ad arte, ma sostanzialmente morto, un po' come l'Antica Alleanza degli Ebrei. Mi scusi, Pietro, può essere che la mia sia la visione miope di un Occidentale e basta. Però per me i cristiani Ortodossi sono come gli Ebrei: questi ultimi non hanno riconosciuto il Messia venuto a visitarli in casa loro. I primi, dal canto loro, continuano a rimanere ciechi di fronte all'accettazione del primato di Pietro, la Roccia riconosciuta da tutti i cristiani dei primi secoli che Gesù ha scelto per pascere i suoi agnelli e confermare i fratelli nella Fede. Sempre di cecità si tratta: Ebrei e Ortodossi accecati allo stesso modo. Chiedo scusa, ma credo che la stragrande maggioranza degli Occidentali pensi proprio questo della chiesa greco-ortodossa, anche se non ha il coraggio di dirlo. Vorrei un consiglio, un parere da parte sua che possa farmi cambiare idea. Grazie. 
______________ 

Gentile signor Francesco, 

strutturo la mia risposta in alcune parti. Quello che lei dice in poche righe chiede, purtroppo, una risposta piuttosto articolata. Spero abbia la pazienza di leggerla fino in fondo. Intanto, grazie per la sua sincerità e il suo coraggio.


Premessa 

Non credo che certe sue convinzioni possano cambiare con delle semplici idee o parole. Una qualsiasi idea può scacciare una qualsiasi altra ma può anche indurire le persone nei loro pregiudizi. Si possono creare delle contrapposizioni che potrebbero sfociare in bisticci come fanno certe donne al mercato, cosa che sinceramente odio. Le questioni religiose, ahimé, spingono l’uomo ad odiare il proprio prossimo che lo contraddice fino al  punto da sopprimerlo fisicamente o socialmente. È storia dei nostri giorni ed è storia pure italiana, anche se in Italia ci si serve di un pesante muro di silenzio per isolare chi non serve ai poteri forti, Vaticano incluso.

Quello di cui si occupa o si dovrebbe occupare la Chiesa non sono semplici parole, idee (da cambiare o meno), discorsi o concetti teorici ... Solo nei periodi di decadenza la Chiesa pastroccia con le parole e diviene logomaniaca, riducendo il Verbum (= Cristo) a pura vanitosa verbosità. Ecco i nostri tempi! 

D’altronde qualsiasi filosofo o demagogo sa fare discorsi migliori. Con le parole, poi, si può anche dire che il ghiaccio è bollente o che un cerchio potrebbe essere quadrato e sono convinto che si riuscirebbe pure a convincere qualcuno ... 

Per questo chi ha lo spirito autentico della Chiesa non si occupa di parole e di semplici idee ma sta su tutto un altro piano: quello della vita, o meglio della vita di Dio. “In Lui era la vita”, dice san Giovanni nel prologo del suo Vangelo. Infatti l’evangelista non dice: “In Lui era l’idea” ma “in Lui era la vita”.

Quindi la prima cosa da fare è staccarsi dai fantasmi delle idee che ci legano alle apparenze con le quali si può affermare che un morto è vivo o che un vivo è morto o che chi dice la verità è peggio della peste. Mai assolutizzare l’idea per l’idea o vivere di slogans come dei lobotomizzati! 

Nel campo della religione il ragionare serve ma fino ad un certo punto. Da un certo punto in poi ci dovrebbe essere ben altro! Viceversa, oggi si stanno partorendo autentici mostri e si scambia per religioso quello che è unicamente psicologico (veda la mia piccola analisi tra religiosità spirituale e psicologica, in questo blog) perché esiste una radicale incapacità d’intuire questo “ben altro”! Tutto inizia e finisce nel puro umano, nella pura idea! 

Le ho fatto quest’ampia premessa semplicemente per dire che la religione o la fede non è una questione d’idee, di opinioni, ma di vita, di percezioni spirituali che non ci costruiamo noi ma che ci giungono, ci interpellano e ci chiamano. 

Non dico, infatti, di sentimenti perché siamo ancora in un campo autoreferenziale, antropocentrico, ma di percezioni spirituali. Chi ha fede, non crede in un Dio morto ma in un Dio vivente che, in qualche modo, comunica qualcosa e continua sempre a rivelarsi, anche se in modo nascosto. La Chiesa si appoggia su tutto questo, anche se oggi quest’aspetto mistico è quasi completamente oscurato con danni incalcolabili.


Chiesa morta – Chiesa viva 

Dom Prosper Guéranger (1805-1875)
Con tale premessa forse è più chiaro capire che il discorso da lei fatto sul Cristianesimo orientale è puramente ideologico (ci muoviamo nell’ambito delle pure e sole “logiche idee”). Per giunta non è neppure un discorso originale. È una cosa vecchia! 

Un ragionamento del genere lo trovai tempo fa’ nell’opera di un abate ottocentesco francese: dom Prosper Guéranger. 
Quest’abate, lodevole e lodato per molte altre cose, in Institutions Liturgiques ad un certo punto afferma pressapoco: “Le eresie liturgiche nascono perché la prima cosa fatta da un eretico per attaccare la Chiesa, è quella di cambiarne la liturgia”. 
Affermazione verissima, se si pensa alla storia del Cristianesimo e se si nota cosa succede oggi! 

In seguito, invece, l’abate fa’ un discorso completamente gratuito e ideologico: “Solo un corpo morto può non avere malattie, come le Chiese dissidenti (orientali) le quali non hanno devianze liturgiche, proprio perché in realtà, essendo staccate da Roma, sono morte”. 
Queste affermazioni, che cito a memoria, sono esattamente quelle che lei ha testé fatto. 

Qui non si fanno certe distinzioni cattoliche di un tempo tra chi, separandosi, commette un peccato mentre i discendenti di costui non possono essere accusati di tale peccato. Qui si fa’ un discorso radicale che sfocia nell’assurdo: tutto il contesto separato è morto a prescindere! Sono cose che pure dal punto di vista cattolico tradizionale non stanno in piedi e aprono insanabili contraddizioni. Infatti: 

1) Se queste Chiese sono “morte”, com’è possibile che da sempre il Cattolicesimo ha ritenuto validi i sacramenti e la successione apostolica delle Chiese orientali? Una Chiesa morta non ha sacramenti validi, ossia viventi ed efficaci! 

2) Com’è possibile che una Chiesa “morta” continui ad essere chiamata “Chiesa” e non semplice “comunità”, “aggregazione”, “assemblea”, come si fa’ talora con il mondo protestante? Ammettere il titolo di “Chiesa” ad una comunità cristiana non è cosa da poco! 

3) Se, viceversa, queste Chiese non sono “morte”, ne consegue che i sacramenti da loro amministrati trasmettono la vita, ossia offrono la grazia, aprono il Cielo, anche se il cattolico tradizionale ne contesta la legittimità (appoggiandosi sulla classica divisione tra “potere dordine e potere di giurisdizione”). 

4) Se questi sacramenti offrono la grazia è inevitabile che possano essere strumenti di santità, nonostante tutto! 

5) Se sono strumenti di santità (e abbiamo non pochi casi di santi orientali ben dopo il 1054, l’ultimo canonizzato sarà padre Paisios l’Atonita) possiamo ancora dire che è una “Chiesa morta”, nonostante i peccati di certi suoi membri? 

6) Lei fa’ un parallelo tra l’Ortodossia e il mondo ebraico, per trarre le sue conclusioni. Mi permetta di dirle che è totalmente fuorviante, dal momento che tra le due realtà non ci sono gli stessi presupposti e neppure la stessa storia. Per giunta, rifiutare Cristo e rifiutare la giurisdizione papale (intesa modernamente) non è assolutamente la stessa cosa, poiché Cristo è Dio, il papa, per quanto abbia una funzione particolare nella Chiesa, è un semplice uomo come tutti! Se poi dovessi citarle un teologo cattolico (Severino Dianich) aggiungerei che “nella Chiesa quello che è fondamentale sono i sacramenti e non risulta che il papato sia un sacramento...”.

Penso che il discorso della “Chiesa morta” fu fatto praticamente per un solo motivo: dimostrare che il legame con il papa è tale da condizionare tutto, perfino la vita e la morte di una Chiesa. Veda, ad es., la bolla Unam Sactam di Bonifacio VIII che ha questa esatta tendenza. D’altronde nella stessa epoca di Bonifacio VIII i canonisti si erano spinti fino ad affermare “logicamente” che “talmente alta è l’autorità del papa che da solo potrebbe abolire i vangeli e scriverne di nuovi” (cito a memoria). 

Ora, che nella visione cattolica si ammetta il particolare ruolo del papa nella Chiesa, è un fatto evidente sul quale non serve discutere. Perfino nella visione ortodossa si può ammettere il ruolo di un vescovo al di sopra di altri, per il servizio di tutta la Chiesa (anche se questo ruolo non coincide con quello cattolico e anticamente è sempre stato così, si veda, ad es., lautonomia della Chiesa di Cipro esistente già prima del concilio ecumenico del 325. Tale autonomia sarebbe stata impossibile se allora ci fosse stato il concetto centralistico romano di tipo moderno da noi ben conosciuto. Inoltre, tale autonomia fu alla fine ratificata dagli stessi apocrisari romani di allora, i vescovi Pascasino e Lucenzio e il sacerdote Bonifacio, presenti al concilio ecumenico di Efeso del 432 che ne prese atto nellottavo canone). 

Invece, che la sola assenza del ruolo papale sia tale da determinare la morte di tutta una Chiesa, è decisamente contro la logica più elementare su esposta e va pure contro la storia in modo smaccato. 
Pensi ad una cosa: storicamente intere Chiese (dellantichità cristiana e dellalto medioevo) non hanno mai avuto a che fare con il papa o con una direttiva papale, pur essendo in formale comunione con tutti i patriarcati di allora (quello romano compreso). Il ruolo papale in quelle Chiese è stato praticamente nullo, anche nei tempi della comunione ecclesiale con Roma. Lo stesso monachesimo nel deserto della Tebaide non aveva a che fare con il papa di Roma ma, al più e solo molto saltuariamente, con il papa di Alessandria dEgitto. Eppure è sempre stato vivissimo! (*) Questo le dimostra come certe valutazioni siano totalmente forzate, quand’anche non totalmente false.

Per giunta nel Cattolicesimo se da una parte qualcuno ammette ancora “la morte” di una Chiesa senza il papa (visione iperclericalista), dall’altra c’è sempre stato chi ha ammesso che tali Chiese hanno una “reale vita”, pur prive di papa (visione ecclesiologica oggettiva)! Insomma, in una stessa Chiesa c’è chi la dice bianca e chi la dice nera su un argomento di non lieve entità, ossia esiste una palese contraddizione e questo da secoli! 

Vede, si potrebbe ammettere la reale morte di una Chiesa senza papa solo nel caso in cui il papa e Gesù Cristo fossero la medesima e identica realtà, cosa che mi pare un controsenso e un monstrum theologicum che fa’ del papa un idolo, non un semplice servitore della verità, come dovrebbe essere. Più precisamente quest’idea fa’ del papa un anticristo in senso letterale, ossia qualcuno che sta totalmente al posto di Cristo (ἀντὶ Χριστὸς), come se questo fosse mai possibile, come se Cristo non esistesse affatto per la sua Chiesa! È il miglior servizio al papa ridurlo così? Credo proprio di no, anche se nella storia ci sono sempre state ricorrenti tentazioni clericaliste in tal direzione (La stessa idea basso medioevale che l’elezione di un papa significasse la rinascita di tutta la Chiesa tende all’idolatria papale e alla sua anticristicizzazione**). 


La morte della tradizione nel Cristianesimo: la sua sostituzione con lopinione umana 

Detto ciò c’è un altro elemento molto problematico che soggiace nel suo discorso, elemento da lei implicitamente suggerito: la morte della tradizione e la sua sostituzione con l’opinione umana.  (Sembra che sia  dallopinione umana aggiornata che trarrebbe, nella sua logica, la vita la stessa Chiesa).

Una Chiesa – ma pure una qualsiasi religione – compare e vive nella storia in questo modo: un’autorità fondativa (un profeta, un uomo spirituale) fonda una tradizione religiosa. Qualsiasi altra autorità che gli succede non è più fondativa ma unicamente a servizio della tradizione stabilita, una volta per tutte. Da questo momento in poi la tradizione, in ambito religioso, sta su un livello superiore a qualsiasi autorità umana che la serve e la trasmette. Qui l’opinione umana sulla religione non ha alcun senso ma occorre unicamente l’adeguamento della volontà umana alla tradizione fondativa. 

Osservi bene tutte le religioni storiche e noterà che funzionano effettivamente così. Lo stesso san Paolo dice che non si può creare un nuovo fondamento a quello posto (1 Cor 3, 11): Cristo non cambia ma è identico ieri, oggi e in eterno e come lui pure la Chiesa (Cfr. Ebr 13, 8)! Per questo le opinioni fanno solo confusione nella Chiesa, stessa confusione che si vedeva nelle prime comunità cristiane in chi si credeva di Paolo, di Pietro, di Apollo ecc, e non direttamente di Cristo, come ricorda l’apostolo (1 Cor 1, 12). 

In ambito cristiano, Cristo, uomo-Dio, ha posto un fondamento e una tradizione. I vescovi, autorità non fondative, espandono la tradizione ricevuta dagli apostoli e da Cristo, nel tempo e nello spazio. 

Questa tradizione viene rinvigorita e tradotta in disposizioni umane nella Chiesa (le cosiddette tradizioni ecclesiastiche). Una liturgia autentica è una disposizione umana che riflette in varie modalità la tradizione di Cristo, il suo spirito, la sua mentalità. Ecco perché in questo blog parlo di liturgie tradizionali (e non di disposizioni ecclesiastiche che alternano lo spirito della Tradizione). 

Purtroppo nell’ambito cattolico, in questi ultimi decenni, è avvenuta una profonda rivoluzione, i cui prodromi si notavano anche diverso tempo fa’: lautorità non fondativa si è silenziosamente eretta, di fatto, al di sopra della tradizione come se fosse fondativa. Questo è avvenuto in molte realtà del Cattolicesimo. Le tradizioni ecclesiastiche sono state modificate, a volte divelte, con l’idea di servire la tradizione fondativa ma di fatto allontanandosi sempre più da essa. 

In Occidente il primo a farlo in modo radicale e moderno fu Martin Lutero: l’autorità del singolo che legge la Bibbia sta sopra a qualsiasi interpretazione della tradizione! Ed è così che Tizio e Caio, leggendo lo stesso passo biblico, possono dire cose opposte; hanno opinioni opposte e in guerra tra loro! 

Alla fine, più che servire alla Bibbia o adattarsi ad essa, costoro arrivano a cercare nella Bibbia qualcosa che dia loro ragione e aboliscono qualsiasi tipo di autorità umana. Non cercano un correttore o un pedagogo, correttore che può applicare la tradizione e le tradizioni con sfumature differenti a seconda della persona. Cercano un complice. Ed ecco evacuata la tradizione spirituale mantenendo intatte le apparenze della religione! Oggi gran parte del mondo cattolico – dopo 500 anni – ha di fatto seguito compiutamente questo cammino e ne tira tutte le conseguenze. Una di queste è il fatto che nessuno si sente più limitato e peccatore, bisognoso di sottomettersi ad un’autorità spirituale per progredire cristianamente. Sono tutti divenuti perfetti e non vogliono correzioni, tutti si sentono maestri anche se religiosamente ignoranti! E d’altronde dove sono le autorità realmente spirituali visto che queste “non sono nessuno per giudicare”? 

Le opinioni imperano, la babele si diffonde a macchia d’olio ma viene pateticamente scambiata per “vita religiosa”. È evidente che anche per lei è questa la vita della Chiesa! Questo spiega la sua opinione: chi segue la tradizione, ripetendo gesti, parole, testi liturgici e stili antichi, non può che appartenere ad una “Chiesa morta”! In questa sua prospettiva si confonde la vita della Chiesa (che non fa’ clamore e pubblicità e si attiene alle disposizioni fondative) con il vitalismo mondano, oggi ben radicato tra i cristiani postmoderni. E la cosa peggiore è che si ritiene tale vitalismo mondano dono ed effetto dello Spirito santo (il che è pura bestemmia e cieca illusione). 

Il fatto è che, affermando questo, senza saperlo si va direttamente contro la propria fede, poiché la fede cristiana in senso autentico si regge solo e unicamente nell’alveo della tradizione, non al di fuori di essa. Nella vita cristiana pratica ci potranno essere adattamenti, aggiustamenti non sostanziali alla tradizione, ma non si potrà non dimorare in essa. Soprattutto non si potrà odiare la propria tradizione, come invece avviene diffusamente in Occidente, al punto che un vescovo può disprezzare o perseguitare un suo prete solo perché si veste in modo tradizionale o le comunità religiose si dividono tra residui vecchi (con un vago ricordo della tradizione) e pochi giovani (sempre più scapestrati, disobbedienti e ironici) ... 

Odiare le tradizioni ecclesiastiche fondate sulla tradizione di Cristo e in suo supporto significa, alla fine, odiare la tradizione stessa di Cristo. È inutile illudersi con vuoti giri di parole! 

Nel momento in cui un singolo o una Chiesa intera iniziano a mettere da parte la tradizione (contrapponendosi artificiosamente ad essa in nome di un’autorità, di un concilio, di un papa o di se stessi), la Chiesa muore. 

Sì, esattamente qui la Chiesa muore, non nel caso da lei creduto. E qui parlano le tristi percentuali, le cifre, quand’anche non assurga alle cronache il bassissimo livello qualitativo di molto clero e dei cristiani! 


Conclusioni 

Se quanto esposto le risulta incomprensibile e inaccettabile, è perché non meno di molti subisce una mentalità che di fatto non è ecclesiale ma che segna in profondità lo stesso Cattolicesimo postmoderno. È una mentalità dissolvitrice, tant’è vero che il mondo Cattolico (con autorità papale) è immerso in profondi problemi liturgici, dogmatici e spirituali, inesistenti nel mondo Ortodosso (privo di papa ma, fino ad oggi, per nulla in rotta con la sua tradizione e coerente con essa). E noti che non parlo di problemi umani (simili ovunque e che sono il primo a denunciare) ma di problemi istituzionali di base, quelli che mettono a repentaglio l’essere della Chiesa stessa. 

Questo blog mostra come, valutando la tradizione antica presente laddove è vissuta, lungi dal mummificare una Chiesa, si finisce per fare il miglior servizio anche alla sua stessa autorità. 

Prenda pure tutto il tempo che vuole per riflettere sulle mie parole. Nel caso in cui non le accetta è libero di farlo. La fatica del mio scrivere servirà ad altri. 

Le porgo i miei più distinti saluti.

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Note

(*) Una decina d'anni fa’ feci la recensione di un libercolo pubblicato per la Cittanuova editrice, scritto da una pia signora la quale s’inventò che sant’Antonio il Grande (III-IV sec.), oltre a fare l’adorazione eucaristica (evidente proiezione di un esercizio di pietà latina che allora era ben lungi dall’esistere pure nella Chiesa romana e che inizia solo l11 settembre 1226 in Francia) invocava nelle sue preghiere il santo padre di Roma. Questi veri e propri cortocircuiti si spiegano solo pensando che, magari in buonissima fede, la gente cone questa pia signora pensa di mettersi in luce davanti al papa regnante stuprando, però, in modo impietoso la storia e i fatti (tanto di questi ultimi a loro che importa?). 
Sarà stato tanto se sant'Antonio il Grande avrà sentito parlare del papa di Alessandria e non è neppure detto che in tutta la sua vita lo abbia incontrato. Figuriamoci il papa di Roma!

(**) Diversi anni fa’ lessi un interessante articolo su un aspetto iconografico che sfugge ai più: sulle basi del baldacchino del Bernini, nella basilica di san Pietro, sono raffigurate le varie fasi del volto di una donna partoriente. 


Lo studioso di quell’articolo del quale mi sfugge il riferimento, affermava che tali raffigurazioni ritraevano una donna nellatto di partorire. Il medesimo studioso collegava il parto della donna con la tradizione basso medioevale di far sedere il papa neo-eletto su una sedia da partoriente in porfido appartenuta ad un’imperatrice. 
Sedia da partoriente
usata in un momento della lunga cerimonia
d'insediamento e 'incoronazione dei papi medioevali
La cultura barocca, anche attraverso questo particolare, si manifesta come l’estrema propaggine nella quale continuano a trasmettersi alcuni aspetti propri al basso medio evo della Chiesa romana. 
Lo studioso quindi concludeva che, dietro ad ogni elezione papale, ci fosse la raffigurazione simbolica della rinascita della Chiesa e che le basi sulle quali si appoggia il baldacchino berniniano lo volessero ricordare.

Vale la pena ricordare che chiunque ha un poco di basi patristiche si rende conto che se per alcuni Padri la Chiesa nasce dalla Pentecoste, in altre fonti cristiane antiche, nasce addirittura prima di tutte le cose (vedi il Pastore d'Erma, Visione II, 4, 1). Ora, prima di tutte le cose il papato non cera, quindi la Chiesa è esistita per lunghissimo tempo senza il papato! Ne consegue che la sua supposta rinascita non dipende dal papato e che la visione basso medioevale su tale particolare è del tutto fittizia.

venerdì 29 agosto 2014

Recensione ad un nuovo libro e annuncio di novità


Un blog come il mio non poteva ignorare una pubblicazione uscita da poco per le edizioni EDB: Libro del celebrante (Sluzhebnik).
Si tratta di un lavoro editoriale che riporta i testi della liturgia di san Giovanni Crisostomo e di san Basilio Magno con riferimento a quelli slavonici russi.

Il testo è stato curato da un filologo che sa il fatto suo, Valerio Polidori. Nell’introduzione, infatti, espone i criteri filologici seguiti e mi trova sostanzialmente d’accordo. Finalmente qualcuno che sa un po’ lavorare, dopo decenni di vuoto o di opere liturgiche bizantine che avevano aspetti da commedia dell’assurdo!
Non è un caso, infatti, che Polidori sin dalla prima pagina dell’introduzione critichi un lavoro sulla quale avevo a suo tempo fatto delle osservazioni: il Compendio liturgico ortodosso del 1990. Per Polidori è un’opera amatoriale “prevedibilmente costellata di errori di ogni genere”.

Dal momento che il libro su cui compare la critica del Polidori è patrocinato dal Patriarcato di Mosca, immagino che gli autori e i tifosi di questo Compendio (tutt’oggi viventi) ingoieranno il boccone amaro e se ne staranno quatti quatti. Non altrettanto fece qualcuno di loro con il sottoscritto, abbastanza recentemente, come se mi muovessi per capriccio o antipatie personali e non per delle fondate e oggettive ragioni. C'è sempre qualche persona disposta a credere di essere quasi "infallibile" solo perché porta una stola o un epitrachili sulle spalle (*) e guai a fare una critica! In realtà tutti siamo in cammino e nessuno può dire d'essere perfetto o arrivato!

Affermo ciò giusto per far capire ai lettori che il lavoro assolutamente più pesante di una persona in questo campo, non è imparare il greco antico e mettersi a tradurre opere poderose, ma non essere affatto supportato da chi, alla fine, riceve un buon servizio. Oltre a questingratitudine,  il muro d’indifferenza e sospetto di costoro potrebbe spiegarsi solo in una maniera: presso certi ambienti ecclesiastici, ahimé, si mietono tutt’altro che complimenti poiché c’è sempre qualcuno che trema di paura all'idea che un filo d’erba possa fargli ombra.

L’opera curata dal Polidori, viceversa, presenta in Italia qualcosa che finalmente è degno d'essere chiamato “libro liturgico”, nonostante qualche piccolo particolare estetico che, sinceramente, avrei alleggerito. 
Detto ciò, si devono osservare alcune cose:

1) questo libro è indirizzato al clero, non a tutti.
2) Ne consegue che il curatore non si sofferma affatto a dare dettagliate spiegazioni sui vocaboli e sul significato di certi termini. In altre parole, non esiste un approccio didattico e pastorale e moltissime cose sono scontate;
3) Questo libro non è testo a fronte, ossia riporta i testi solo in lingua italiana. Chi lo legge non ha, dunque, la possibilità d’avere un riferimento con i testi-base (in questo caso slavonici).
4) Essendo un testo utilizzato dalla Chiesa russa, nonostante diversi elementi comuni con quella greca, ha pure alcuni elementi che lo diversificano. Di questo bisogna tenerne conto.

Fatte queste osservazioni, mi fa’ piacere segnalare la presenza di questo lavoro, come di qualsiasi altro lavoro fatto con un po’ d’intelligenza e competenza (cosa assai rara in questi giorni).   

Approfitto di questo post per annunciare che sto elaborando un libro che accorperà alcune pubblicazioni della mia collana liturgica bizantina ed è particolarmente rivolto ai laici.
Il libro, che avrà i testi ulteriormente controllati, spero sarà supportato da uno sponsor in modo da essere pubblicato in Italia e possa rinvenirsi nelle librerie. 
Ecco il suo contenuto:

1)  Rito della Proskomìdia (greco-italiano);
2)  Liturgia di san Giovanni Crisostomo (greco-italiano);
3)  Liturgia di san Basilio Magno (greco-italiano);
4) Piccolo Manuale liturgico (con ampie spiegazioni liturgiche e sugli oggetti e luoghi della liturgia), corredato di immagini.
5) Piccolo Eortologio, ossia una raccolta delle parti variabili e delle letture bibliche delle principali feste dell’anno liturgico bizantino (pressappoco venti) per la Divina Liturgia. In questo modo tale libro è una specie di “Messalino Bizantino”, cosa fino ad ora mai tentata in Italia, a parte il tentativo fatto da Damiano Como negli anni ’60.

Il libro sarà pubblicato in due colori (rosso e nero) e dovrebbe avere un prezzo accettabile.

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(*) Ricordo un fatterello divertente accaduto nel monte Athos davanti al sottoscritto. C'era un signore facinoroso che stava criticando, davanti ad altri greci, il papa. Ad un certo punto interviene un'altro fino allora in disparte per manifestare il suo dissenso. Il facinoroso gli chiede: "Perché dici questo, non sarai mica cattolico?". E l'altro: "No, sono ortodosso ma da noi ogni vescovo è papa, mentre nel cattolicesimo il papa è uno solo": Questo per dire che un certo clero si sente intoccabile e infallibile solo perché è clero, come se fosse esente da errori e da peccati. Guai a toccarli, uno se li fa' nemici!