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lunedì 14 ottobre 2019

Chiesa ortodossa russa: "L'invalidità delle ordinazioni nella nuova chiesa ortodossa ucraina"


Église orthodoxe russe : « De l’invalidité des ordinations dans la nouvelle l’Église orthodoxe d’Ukraine »
Il "vescovo" Epifanios capo della pseudo chiesa Ucraina
riconosciuto come legittimo dal patriarca Bartolomeo e dalla Chiesa di Grecia, 
Il Dipartimento per le relazioni estere della Chiesa ortodossa russa ha messo in linea lo scorso 7 ottobre la traduzione francese dei commenti del Segretariato della Commissione sinodale biblica e teologica della Chiesa ortodossa russa intitolata: “Sull'invalidità delle ordinazioni di scismatici Ucraini e la non canonicità della ‘Chiesa ortodossa ucraina’”. [Si propone questa traduzione anche per sottolineare che la recente accoglienza della pseudo-chiesa ucraina da parte della Chiesa di Grecia è cosa particolarmente grave. ndt].

14 ottobre 2019
di Jivko Panev

   
Commenti del segretariato della Commissione sinodale biblica e teologica della Chiesa ortodossa russa.

Il procedimento unilaterale del Patriarcato di Costantinopoli in Ucraina, conclusosi nel gennaio 2019 con la firma di un cosiddetto “tomos di autocefalia”, nonostante la volontà contraria dell’episcopato, del clero, dei monaci e dei laici della Chiesa ortodossa ucraina ha suscitato un vivace dibattito nei circoli ecclesiastici. Un’analisi della letteratura su questo tema mostra che molti di coloro che sono coinvolti in questi dibattiti mettono in stretta relazione la questione ucraina con le nozioni chiave dell’ecclesiologia ortodossa, come la successione apostolica, l’economia e i suoi limiti, il funzionamento del Chiesa ortodossa a livello universale, la conciliarità e il primato. Nelle loro opere, molti autori, compresi autori di lingua greca, sono giustamente preoccupati di come la successione apostolica sarà preservata intatta, dopo la decisione del Sinodo del Patriarcato di Costantinopoli di ammettere degli individui nella comunione eucaristica che non sono stati legittimamente ordinati.

Le principali tesi prodotte dal Patriarcato di Costantinopoli per giustificare i suoi interventi in Ucraina sono già state esaminate in dettaglio dalla Commissione sinodale biblica e teologica, nei commenti alla lettera del patriarca Bartolomeo all’arcivescovo Anastasio d’Albania del 20 Febbraio 2019, pubblicati dal Patriarcato di Costantinopoli. Mentre il dibattito sulla questione ucraina è continuato tra i vescovi, il clero e i laici di alcune Chiese ortodosse locali, il Segretariato della Commissione ha commentato le questioni più importanti sollevate durante la discussione.

Il problema della successione apostolica tra i “gerarchi” scismatici 

La maggior parte delle “consacrazioni” episcopali nella “Chiesa ortodossa ucraina” risalgono all’ex metropolita di Kiev e di tutta l’Ucraina, Filarete Denissenko, bandito il 27 maggio 1992 dal Concilio episcopale della Chiesa ortodossa ucraina e poi ridotto allo stato laicale dal Concilio episcopale della Chiesa ortodossa russa l’11 giugno 1992. Il monaco Filarete non si pentì e continuò la sua attività scismatica, particolarmente nel territorio di altre Chiese autocefale cosicché il Concilio episcopale della Chiesa ortodossa russa del 18-23 febbraio 1997, lo scomunicò con l’anatema. Sebbene abbia fatto più volte ricorso al Patriarca di Costantinopoli, la sua condanna è stata riconosciuta dalla Chiesa ortodossa costantinopolitana e da altre Chiese locali, come attestano i documenti.

Nell’ottobre 2018, il Patriarcato di Costantinopoli annunciò improvvisamente che avrebbe dato ascolto a un altro appello del monaco Filarete e che lo stava ripristinando nel suo rango e nel suo titolo di “ex metropolita di Kiev”. Denissenko, tuttavia, non ha fatto penitenza e la decisione del Santo Sinodo del Patriarcato di Costantinopoli non è stata preceduta da un riesame del suo fascicolo né dalle accuse mosse contro di lui. Cinque mesi dopo la concessione del “tomos di autocefalia”, il metropolita  Denissenko e alcuni altri “vescovi” si ritirarono dalla “Chiesa ortodossa ucraina” riconosciuta da Costantinopoli e dichiararono che stavano riformando il “Patriarcato di Kiev”, consacrando nuovamente a tal scopo dei “vescovi”.

Si vedrà che Filarete fu deposto per scisma ma che questa causa, pur essendo una delle principali, non fu la sola. L’atto giudiziario del Concilio dell’11 giugno 1992 cita, tra l’altro, le seguenti accuse: “metodo autoritario di leadership ..., totale disprezzo della voce conciliare della Chiesa”, “spergiuro”, “deformazione consapevole delle decisioni autentiche del Concilio episcopale”, “si è arbitrariamente attribuito il potere collegiale”. La validità di queste accuse fu, con ogni probabilità, respinta senza esame dal Sinodo di Costantinopoli, ma presto dimostrata dallo stesso Filarete, autore di un nuovo scisma, questa volta all’interno della nuova struttura stessa, praticamente ricadendo nella condotta che ha motivato la sua deposizione quasi trentanni fa. Pertanto, l’unico gerarca dell’ex “patriarcato di Kiev”, che a suo tempo era stato canonicamente consacrato, respinse la nuova “chiesa autocefala” e respinse pubblicamente il cosiddetto “tomos di autocefalia”.

Inoltre, la gerarchia della cosiddetta “Chiesa ortodossa autocefala ucraina” è stata pienamente integrata nell’“episcopato” della “Chiesa ortodossa ucraina”. Tuttavia, questo “episcopato” risale alle “consacrazioni” fatte nel 1990 dall’ex vescovo di Jitomir, Jean Bodnartchouk (ridotto allo stato laicale con una decisione del Santo Sinodo della Chiesa ortodossa russa nel 1989) e dall’ex diacono Victor Chekaline (ridotto allo stato laicale nel 1998 per immoralità), un impostore che finge di essere vescovo, senza essere mai stato consacrato, neppure dagli scismatici. Gli scismatici cercarono di “provare”, usando documenti falsi, che un altro gerarca aveva partecipato alla consacrazione dei primi “vescovi” dell’UAOC con Bodnartchouk, ma un attento esame, basato su documenti provenienti dagli archivi, ha stabilito che quest’informazione era completamente falsa.

Parte della “gerarchia” della “Chiesa ortodossa autocefala ucraina” è stata riconsacrata da Filarete Denissenko, ma le “ordinazioni” di numerosi “vescovi” di questa struttura risalgono a Chekaline, compresa la “consacrazione” del Nikolai Maletitch, che deve attribuire pure la sua alla gerarchia Chekaline. Senza nemmeno avere la successione apostolica, lex arciprete Nikolai Maletich è stato ristabilito dal Patriarcato di Costantinopoli nel titolo di ex metropolita di Leopoli. Questo fatto dimostra che il Santo Sinodo del Patriarcato di Costantinopoli ha restaurato i due leader con le loro gerarchie senza aver neppure studiato le circostanze della loro uscita verso lo scisma e quelle della loro condanna, né la questione della successione di consacrazioni scismatiche, o anche senza aver letto gli elementi principali della loro biografia.

I limiti di applicazione del principio di economia 

La prima e assolutamente necessaria condizione per l'applicazione del principio di economia nell'accoglienza di vescovi o chierici scismatici nella Chiesa, è l'espressione del loro pentimento. San Basilio Magno, nella sua prima regola, afferma: "Quanto a quelli che si trovano nelle parasinagoghe, quando si sono perfezionati con una giusta penitenza e un serio pentimento, devono essere ricollegati alla Chiesa". Egli testimonia che "gli stessi personaggi costituiti in dignità, usciti con i ribelli, sono ammessi nello stesso ordine, dopo aver fatto penitenza". Anche altri autorevoli canonisti bizantini sottolineano, nei loro commenti, la necessità del pentimento: Giovanni Zonaras, Teodoro Balsamone e Alessio Aristene [1]. L'ottavo canone del Primo Concilio Ecumenico, dedicato all'accoglienza dei convertiti dallo scisma dei novaziani, prescrive di riceverli solo dopo aver fornito un documento scritto, attestante che osserverebbero tutte le cose e le definizioni della Chiesa cattolica. Infine, il settimo Concilio ecumenico ha ricevuto i vescovi iconoclasti nella comunione della Chiesa solo dopo che ciascuno di loro ha proclamato di rinunciare ai suoi precedenti errori (Primo atto del VII Concilio Ecumenico).

Fondamentalmente, l'applicazione del principio d'economia agli scismatici è possibile solo osservando un altro antico principio, secondo il quale una sanzione può essere revocata solo dall'autorità ecclesiastica che l'ha inflitta. Il 5° canone del Primo Concilio Ecumenico stabilisce che "coloro che i vescovi, in ciascuna diocesi, hanno rimosso dalla comunione ecclesiastica, che appartengano al clero o ai laici, devono attenersi alla regola che coloro che sono stati respinti da alcuni non siano ricevuti da altri" (vedi anche il 32° Canone Apostolico, il sesto canone del Concilio di Antiochia). Inoltre, secondo il 2° canone del 6° Concilio Ecumenico che approvava simili decreti del Concilio di Cartagine, le persone scomunicate dal Concilio della loro Chiesa non hanno il diritto di appellarsi al tribunale del patriarca di nessun altra Chiesa qualunque essa sia. Pertanto, la questione della revoca delle sanzioni degli scismatici e della loro ricezione nel loro ordine può essere risolta positivamente dalla Chiesa che ha imposto tali sanzioni, o dal Concilio ecumenico, con la partecipazione obbligatoria della Chiesa locale che ha sofferto per l'azione degli scismatici e tenendo conto della sua posizione. Un tipico esempio di economia è quello verso i vescovi meleziani, che fecero scisma nella chiesa locale di Alessandria. Al primo Concilio ecumenico fu chiesto di esaminare tal caso. Tuttavia, il Concilio ha espresso il suo verdetto con la partecipazione e tenendo conto dell'opinione del vescovo Alessandro d'Alessandria che, secondo gli atti conciliari, è stato "il principale attore e partecipante su tutto ciò che accadde in seno al Concilio" . Più vicino ai nostri tempi, lo scisma nella Chiesa bulgara ortodossa del Concilio pan-ortodosso di Sofia è terminato allo stesso modo nel 1998. Per motivi di economia, ha ricevuto nel suo ordine precedente i gerarchi scismatici, dopo che l'ultimo fece penitenza e si unì al suo legittimo primate, il patriarca Massimo di Bulgaria.

Pertanto, la decisione unilaterale del Patriarcato di Costantinopoli di accogliere gli scismatici ucraini nel loro ordine precedente non può essere riconosciuta come legittima, neppure sulla base del principio di economia, poiché non sono state stabilite e adempiute due condizioni essenziali per la sua applicazione: il pentimento degli scismatici e la loro riconciliazione con la Chiesa che avevano lasciato e che li aveva sanzionati.

È fondamentale che nel corso della sua storia, la Chiesa ortodossa, in tutti i casi di applicazione del principio d'economia agli scismatici, abbia avuto a che fare con persone la cui consacrazione rimontava da una successione d'imposizioni delle mani, almeno in modo formale, a vescovi che una volta erano consacrati canonicamente. Non esiste un precedente nella storia in cui "individui" la cui ordinazione per imposizione delle mani risale a impostori che non hanno mai ricevuto la consacrazione episcopale e nonostante ciò sono ricevuti "nel loro ordine precedente". In questo senso, per quanto riguarda la maggior parte dei "gerarchi" della cosiddetta "Chiesa ortodossa autocefala ucraina", menzionata sopra, la formulazione stessa della questione dell'applicazione del principio d'economia è assolutamente impossibile.

La mancanza di legittimità della "Chiesa ortodossa ucraina" 

Nella storia della Chiesa ortodossa (specialmente nel periodo contemporaneo), ci sono diversi casi in cui lo Stato e le autorità politiche hanno svolto un ruolo importante nel proclamare l'autocefalia. In questo modo, nel diciannovesimo e all'inizio del ventesimo secolo, apparvero le Chiese autocefale attuali. Questi processi, in genere, furono la conseguenza della creazione di uno Stato nazionale sovrano (in Grecia, Bulgaria, Romania, Serbia) e furono considerati come un elemento di costruzione nazionale. La legittimità di una nuova Chiesa autocefala è stata sostenuta dalla maggioranza della popolazione.

La proposta di creazione di una Chiesa autocefala ucraina del presidente ucraino Petro Poroshenko, avanzata nel 2018, si basava anche sull'affermazione che, se non tutti, almeno la maggioranza degli ortodossi ucraini sosteneva l'idea dell’autocefalia. Nelle sue dichiarazioni pubbliche, il patriarca Bartolomeo di Costantinopoli, avendo probabilmente fatto affidamento alle informazioni ricevute dalle autorità ucraine, era anche certo che, se non l'intera popolazione ortodossa dell'Ucraina, almeno la maggioranza, si unirebbe all’ “Unica Chiesa”.

Tuttavia, gli eventi dimostrarono in modo convincente che l'idea di "Chiesa autocefala" non era sostenuta, in effetti, dalla maggioranza degli ortodossi ucraini. La struttura creata dal Patriarcato di Costantinopoli è composta quasi esclusivamente da rappresentanti di due gruppi scismatici. Dei 90 vescovi della Chiesa canonica, solo due si sono uniti alla nuova organizzazione. La Chiesa ortodossa ucraina, presieduta dal metropolita Onofrio di Kiev e di tutta l'Ucraina, continua a essere la confessione più popolare del Paese, sia in termini numerici di vescovi, chierici e parrocchie, sia in termini numerici di fedeli. Questo fatto conferma ancora un passo dell'enciclica dei patriarchi orientali del 1848: "È il corpo stesso della Chiesa ad essere il guardiano della pietà, vale a dire il popolo stesso, quello che ha sempre il desiderio di mantenere invariata la fede”.

La sconfitta di Petro Poroshenko alle elezioni presidenziali del 2019, per cui la proclamazione dell'autocefalia ucraina era una parte fondamentale della sua campagna elettorale, ha solo confermato che le affermazioni della "Chiesa ortodossa ucraina" come ruolo della Chiesa nazionale erano mal fondate.

Deformazione del ruolo del primo vescovo nella Chiesa ortodossa 

I membri e gli esperti della Commissione sinodale biblica e teologica hanno analizzato in dettaglio le tesi della lettera del patriarca Bartolomeo nei suddetti commenti. Queste tesi sottolineano gli eccezionali pieni poteri dell'autorità dei patriarchi di Costantinopoli in tutta la Chiesa ortodossa. Tra queste tesi spiccano i seguenti punti:

La dottrina di una "responsabilità oltre i confini" del Patriarca di Costantinopoli nella risoluzione definitiva di diverse situazioni canoniche nelle altre Chiese locali; in altre parole il diritto di intervenire nella vita interna di qualsiasi Chiesa locale.
La dottrina del diritto di essere "custode" e "arbitro" per risolvere i disaccordi tra le Chiese locali, per "rafforzare", anche di propria iniziativa, gli atti dei primati delle Chiese autocefale che troverebbe inadeguati;
La rappresentazione del "primato d'autorità" del patriarca di Costantinopoli a livello universale come condizione assolutamente necessaria per l'esistenza della Chiesa, proprio come lo è il primato d'autorità del vescovo nella propria diocesi o quello del primate all'interno dei confini della sua Chiesa locale;
Il diritto di definire e ridisegnare i confini delle Chiese ortodosse locali, di staccare diocesi, episcopato, clero o laici dalla sacra giurisdizione, severamente vietato dai santi canoni, in una Chiesa locale, e di sottoporli in un'altra; il diritto di proclamare unilateralmente l'autocefalia di parti di altre Chiese locali, anche contro la volontà dell'autorità ecclesiastica;
Il diritto di ricevere e giudicare come ultima istanza gli appelli di vescovi e chierici di qualsiasi Chiesa autocefala. 

Le posizioni di questa nuova dottrina sono in contraddizione con la Santa Tradizione della Chiesa di Cristo; distorcono grossolanamente l'ecclesiologia patristica, incitano i gerarchi e i teologi del Patriarcato di Costantinopoli che li difendono alla formazione nell'est ortodosso di un modello di leadership ecclesiastica che si avvicina al papismo medievale. I santi padri dell'Ortodossia, i gerarchi e i teologi degli antichi patriarcati orientali, hanno avuto molto da soffrire, confessando la loro fede, nella lotta contro l'idea papista. La Chiesa ortodossa russa si attiene scrupolosamente a ciò che questi padri hanno difeso nelle loro controversie con il papismo nei secoli passati. Non è superfluo citare un passo dell'enciclica patriarcale e sinodale del 1895, menzionato nei Commentari della Commissione, com’è stato menzionato sopra, un passo in cui la Santa Chiesa di Costantinopoli ha testimoniato e ha condiviso la prospettiva ortodossa del primato:

“Da questo canone [28° canone del Quarto Concilio Ecumenico, nota del CSBT ] sembra che il vescovo di Roma sia uguale in onore al vescovo di Costantinopoli e ai vescovi delle altre Chiese, e non sarà trovato in nessun riferimento il fatto che il vescovo di Roma sarebbe stato l'unico capo della Chiesa cattolica e il giudice infallibile dei vescovi nelle altre Chiese indipendenti e autocefale”. 

La Chiesa russa ha ricevuto questa fede da sua madre, l'antica Chiesa di Costantinopoli, che la conservava saldamente, non accettando né distorsioni né innovazioni.

L'interruzione della comunione eucaristica 

A causa dei procedimenti anti-canonici del Patriarcato di Costantinopoli in Ucraina, la Chiesa ortodossa russa fu costretta a interrompere la comunione eucaristica, guidata dai santi canoni che prescrivono chiaramente d’interrompere la comunione con coloro che "rimangono in comunione con gli scomunicati". Va ricordato che, durante il V Concilio Ecumenico, il santo imperatore Giustiniano invitò i padri del Concilio a cessare di commemorare Papa Vigilio, "non leggendo più il suo nome estraneo ai cristiani nei sacri Dittici, per non comunicare con ciò all'infamia di Nestorio e Teodoro". Se continuare la comunione con un individuo che sostiene una dottrina condannata dalla Chiesa significa condividere con lui la sua infamia, quale dovrebbe essere la reazione all'accoglienza alla comunione da parte dei gerarchi e dei chierici della Chiesa costantinopolitana, di coloro che, fino a poco tempo fa, l'intera Ortodossia riconosceva come scismatici, privi della grazia e impostori? Non è forse un peccato contro la Chiesa e la Santa Eucaristia?

Smettendo di commemorare il papa, l'imperatore Giustiniano ha sottolineato che, nonostante l'accaduto, "rimaniamo uniti alla Sede Apostolica ... perché nonostante il cedimento di papa Vigilio o di qualsiasi altro non si può danneggiare la pace delle Chiese (Acta Conciliorum Oecumenicorum, IV, 1. P. 202). Questo è il motivo per cui la Chiesa russa non si è separata da qualcosa di santo o veramente ecclesiale nella Chiesa costantinopolitana. Tuttavia, essa considera impossibile condividere gli atti non canonici del suo primate, dei suoi gerarchi e del clero, dovendo proteggere i suoi fedeli figli. Pertanto, il rifiuto forzato di partecipare ai sacramenti del Patriarcato di Costantinopoli, in piena comunione con individui privi della successione apostolica, è dettato dalla devozione alla Divina Eucaristia e dall'impossibilità di condividere, anche indirettamente, la santità del Sacramento con gli scismatici.

Questa rottura forzata della comunione con la Chiesa di Costantinopoli è dettata dal desiderio di preservare la purezza della fede e di seguire rigorosamente la tradizione della Chiesa.

Eleviamo preghiere ardenti e zelanti all'unico Dio glorificato nella Trinità, in modo che i problemi provocati dal Patriarcato di Costantinopoli si risolvano e perché si ripristini l'unità di pensiero e della Chiesa ortodossa.

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[1] Giovanni Zonaras: "Coloro che si trovano nelle parasinagoghe e vengono di nuovo ricevuti nella Chiesa se si convertono con una giusta penitenza, saranno quindi ricevuti, spesso, nello stesso ordine".

Teodoro Balsamone: "Coloro che hanno organizzato parasinagoghe si uniscono di nuovo alla Chiesa se si pentono con dignità, così da essere spesso ricevuti nel loro ordine precedente”.

Alessio Aristene: "Questi, se si pentono e si correggono con una giusta penitenza e conversione, vengono riuniti di nuovo alla Chiesa, come un solo corpo" (Commenti sulla 1a Regola di San Basilio il Grande).

Vedi: https://orthodoxie.com/eglise-orthodoxe-russe-de-linvalidite-des-ordinations-dans-la-nouvelle-leglise-orthodoxe-dukraine/


giovedì 10 ottobre 2019

Appunto su Cristo come essere unicamente umano.

È di qualche giorno la notizia che, secondo Scalfari direttore di Repubblica, papa Francesco gli avrebbe confidato che Cristo è solo uomo, non Dio come tutta la tradizione della Chiesa ha sempre creduto. Dopo qualche ora è arrivata la smentita dal Vaticano secondo la quale Scalfari avrebbe capito male e riportato peggio.

Sono dell'avviso che la situazione attuale (di cui Bergoglio è responsabile cosciente-volente o meno), ha radici molto profonde, non nasce come i funghi dall'oggi al domani. Esiste, infatti, tutto un ramo dell'esegesi e della storia del Cristianesimo per cui Cristo è solo uomo e non mi sorprenderebbe se il papa, il quale non ha una solida formazione teologica e, nonostante ciò, ama cercare vie totalmente nuove e rischiose, abbia accennato qualcosa di ciò a Scalfari. 

Le affermazioni di Scalfari sono molto coerenti nel loro insieme da non parere inventate da un anziano farneticante. Metterle in bocca al papa, sarebbe stato molto rischioso in tempi normali. Ma siccome la nostra epoca è tutt'altro che normale e, probabilmente, Scalfari si sente le spalle coperte, osa tanto. 

Sono tra quelli che propendono a pensare che Bergoglio in cuor suo abbia queste idee eccessive, azzardate, se non altro  perché fa parte della sua personalità mettere a proprio agio il proprio interlocutore non credente, salvo poi, il giorno dopo, dire il contrario in un'udienza del mercoledì o in un'altra occasione davanti a persone diverse.

Il tempo della coerenza è in gran parte ovunque finito per cui il clero, prima di ogni altra istituzione, da lezione di camaleontismo, fatta salva quell'esigua e lodevole fettina che non si piega allo spirito di questi tristi tempi. Chi è cristiano e lo è in modo solido e tradizionale non ha posto in questa strana chiesa dove perfino i papi testimoniano sempre più progressivamente il relativismo fino a cavalcarne le onde più elevate. Il loro magistero è perciò chiamato "magistero liquido", come se fosse possibile qualcosa del genere. 

Fatto sta che il credente è sempre più solo con Dio e forse oggi è proprio meglio così.

giovedì 5 settembre 2019

La straordinarietà del Cristianesimo

Con lo scorrere dei secoli, soprattutto nella vecchia Europa, è andata persa la coscienza della straordinarietà del Cristianesimo. 

Fa parte dell’essere umano avere dei segnali certi che lo confortino nel suo cammino terreno in vista dell’Al di là. 

Con l’avvento della Rivelazione cristiana sono stati donati tali segnali. Quello che oggi è molto difficile da comprendere, a livello esperienziale, è, ad esempio, il senso della rivelazione del Dio uno e trino. La domenica, durante la liturgia eucaristica, si ripete di credere in Dio come Padre, Figlio e Spirito Santo in modo meccanico, senz’alcun senso profondo di quanto ciò possa voler dire.

Del Padre si ha un concetto meramente intellettuale come il Fattore di ogni cosa, del Figlio un concetto prettamente umanistico (sarebbe il predicatore di una giustizia spesse volte puramente terrena), dello Spirito nessun concetto al punto da parere un’entità astratta. Oso dire che questo contraddistingue il 90 per cento dei cattolici, almeno, giusto per rimanere in Italia. Le formule del Catechismo, anche tradizionale, non aiutano ad andare in profondità dal momento che fanno ripetere meccanicamente al cristiano dei concetti che, in realtà, non toccano l’intimo della sua persona.

Il cristiano rimane così impermeabile alla Rivelazione alla quale asserisce di credere mentalmente. È utile, a tal proposito, fare il parallelo con l’esperienza di un ex musulmano divenuto cristiano ortodosso. 
Tale esperienza è pubblicata in un sito web gestito dalla Chiesa russa.

Questa persona, ad un certo punto, asserisce che l’unicità di Dio nell’Islam impedisce un concetto tripersonale dello stesso, come si sostiene nel Cristianesimo, ma tutto ciò si riflette, a livello di chi vi crede, in una fede puramente intellettuale: Dio si può conoscere, ad esempio attraverso l’armonia del creato, ma non si può esperire, rimanendo Egli assolutamente al di fuori e al di là di ogni realtà creata. Egli è l’altissimo, il totalmente altro.

“Ho riconosciuto che Dio esisteva, che dovevo crederlo e adorarlo, ma come ho detto di recente, il mio concetto di Dio come musulmano non mi ha permesso di sperimentarlo” [1].

Questa frase sintetizza un punto importantissimo che sfugge ai più nel nostro Cristianesimo occidentale: il modo di credere influenza il proprio orientamento verso Dio e, di conseguenza, la possibilità di sperimentarlo o meno.

L’Islam è verticalità assoluta, brivido incontenibile per la trascendenza di Dio; è come vedere una montagna che si staglia verticalmente dai nostri piedi per migliaia di metri al di sopra di noi e non poterla assolutamente scalare.

Il Cristianesimo, credendo in un Dio che si è fatto carne nella sua seconda persona, Gesù Cristo, ha dato un volto a Dio, un volto storico che ne ha permesso la riconoscibilità. Credere in Gesù Cristo, come seconda persona della Trinità divina, significa credere possibile che Dio sia riconoscibile e che partecipi alla nostra vicenda umana.

Ma c’è molto di più e questo è rappresentato dallo Spirito Santo. Egli è la terza Persona della Trinità. Il fine dei cristiani, secondo san Serafino di Sarov, è quello di avere in sé lo Spirito, questo Spirito che, pur non lasciando mai la Trinità come Persona, si effonde sulla creazione intera come energia, come forza divina.

Qui le teologie cristiane si distanziano. E’ noto come la riflessione prevalentemente intellettuale, nel Medioevo latino, abbia rifiutato il concetto dello Spirito come energia [2], preferendo definire la stessa grazia sacramentale come una realtà soprannaturale ma creata.

In Oriente non è così ma com’è sempre stato: si crede che lo Spirito Santo, come forza o azione divina, intervenga nel creato e nei sacramenti. Questo da la possibilità all’esperienza poiché l’impatto di una forza trascendente nell’animo umano non può non segnarlo, cambiarlo o, come si dice in Oriente, divinizzarlo.

“Credo nello Spirito Santo che è Signore e da la vita” dev’essere inteso esattamente così: la terza Persona dell’Unico Dio, nella sua energia (che condivide con le altre Persone) cambia il creato e l’uomo che l’accoglie. Il fine della Rivelazione cristiana, dunque, è l’assunzione dello Spirito Santo in se stessi e l’esperienza della pace che ne deriva la quale supera ogni genere umano di pace.

Così, nell’unico Dio della Rivelazione cristiana, il Padre rappresenta l’estrema verticalità o trascendenza, il Figlio la riconoscibilità e lo Spirito Santo, l’esperienzialità per l’uomo.

L’Islam, al contrario, rappresenta un regresso, come si coglie dalle  parole di chi l’ha lasciato e di cui sopra offro un esempio. 

Purtroppo oggi gran parte dei Cristiani, avendo un concetto al più solo intellettuale di Dio, sono inconsapevolmente pronti ad accogliere l’Islam, piuttosto che volgersi alla pienezza della Rivelazione cristiana a loro assolutamente ignota. 
Questo è un dato di fatto, ulteriormente accelerato dall’atteggiamento di un papa eufemisticamente “più che benevolo” verso i discepoli di Mohammed.

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[1] Vedi qui. L'autore prosegue: "
Io la vedo così: Il Dio di Israele non è stato pienamente realizzato fino all'Incarnazione della Parola di Dio, cioè Gesù Cristo, che ha rappresentato il più grande, gigante e profondo passo avanti nella storia dell'umanità. Lo definirei il più grande cambio di gioco nella storia dell'umanità stessa.

Quindi circa sei secoli dopo si ha Maometto, che ha riportato indietro l'orologio, per così dire, e, rifiutando l'Incarnazione e gli atti salvifici del Signore Gesù Cristo, ha in effetti riportato l'umanità sotto la Legge derubando, in coloro che lo seguirono, la verità su Dio in quanto rivelato attraverso il suo Figlio unigenito e il Suo Spirito Santo. ". Ibid.

[2] Secondo la filosofia sottesa alla teologia latina medioevale, ammettere in Dio la presenza di un'energia che si diffonde nel mondo lederebbe la semplicità divina. Ma se ci atteniamo strettamente a queste logiche razionali, saremo ugualmente costretti a negare la trinità perché contraria all'unità divina! In realtà nella rivelazione cristiana esistono le cosiddette antinomie, ossia la compresenza di realtà che, per la razionalità umana, sono antitetiche. Ecco perché si crede nella trinità e nello stesso tempo nell'unità di Dio ed ecco perché è possibile (e si deve!) accettare la presenza dell'energia divina che non scalfisce la semplicità dell'essere divino. Al contrario, e portando alle sue ultime conseguenze il discorso che nega le antinomie, si dovrebbe dare ragione all'Islam.

venerdì 30 agosto 2019

Esperienze disarmanti

La figura del sacerdote e, a maggior ragione, del vescovo, è molto importante al punto da influenzare tutta la Chiesa che a lui fa riferimento. In queste figure istituzionali il cristiano non deve vedere un semplice uomo ma quanto essi rappresentano. Deve soprattutto vedere quanto li trascende e che, nella misura loro consentita, essi rappresentano. Metto a confronto due esperienze lontane nel tempo e nel contenuto. La prima, che ricordo solo a memoria e riporto nella sua sostanza, riguarda Pio XI, la seconda Bergoglio, entrambi vescovi di Roma e papi. 
Sono esperienze disarmanti che mostrano il miserevole livello nel quale è scaduta la Chiesa di Roma.

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"Mi fecero entrare nel suo studio e vidi personalmente il papa. Pio XI non figurava per me come un semplice uomo, né come il semplice papa odierno. Vedevo in lui i secoli, la tradizione della Chiesa. Scorgevo papa Gregorio, papa Innocenzo e su su fino alla sua persona. Mi parlò ma non furono parole di semplice uomo. In lui parlava quella tradizione plurisecolare da lui rappresentata". 

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"L’ho visto, domenica. Da lontano. Agita le braccia ma potrebbe essere il vento a muovergliele. Parla ma nei suoni che emette c'è solo il mondo, non ansia di Dio, non dolore del peccato, non sollecitudine per le anime.
E sospetti che sia già morto.
Sì: il papa è morto. E chi vediamo è solo una cosa che ha l’immagine della vita. Come la carcassa di un cane travolta dalla torrente. Sembra nuotare, muoversi. Ma è solo una orribile imitazione della vita".

giovedì 1 agosto 2019

Le false iconografie

Gentili lettori, alcuni anni fa ho parlato di icone vere e icone false, ossia di immagini che possono essere proposte al culto cristiano e immagini che non sono proponibili per disparati motivi. Le icone vere sono tutte quelle immagini tradizionali che ossequiano la verità rivelata e, allo stesso tempo, invitano alla devozione, all'elevazione spirituale, all'imitazione. Sono uno stimolo alla preghiera e alla contemplazione del mondo ultraterreno, contemplazione per illuminare, nei limiti del possibile, anche l'al di qua.
Le icone false possono avere lo stile formale delle icone vere e possono essere fatte anche da mani esperte, come quelle che sotto esporrò. Ma hanno tutt'altro significato. Alla fine, il loro è un significato puramente etico o semplicemente secolaristico. E' perciò singolare che possano essere fatte, come nel nostro caso, da un uomo teoricamente di Chiesa, un religioso francescano.

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L'artista
Si tratta del frate francescano Robert Lentz il quale, dotato di un'ottima capacità iconografica, vuole convertire lo stile bizantino nelle varie culture, come dice lui, per esprimerne il meglio. I risultati lasciano quanto meno perplessi perché qui i santi (o presunti tali) non esprimono l'ascesi tradizionale, la fuga mundi ma pure istanze sociologiche o, addirittura, un culto sincretistico se non rovesciato. 
E, a questo punto, è lecito chiedersi: questa gente a cosa o a chi rivolge il suo culto dietro le apparenze cristiane? 
Il nostro artista segue più piste, da quella tradizionale ortodossa a quella sociologico-marxista, a quella ecumenistico-indifferentista, a quella gay, fino a pervenire a quella demonologica.

Icone tradizionali-ortodosse: 

St. Seraphim of Sarov - Learn more about Robert's work at www.robertlentz.com/selected-works/
san Serafino di Sarov
copyright Robert Lentz

Risultati immagini per robert lentz

san Seraphim Rose di Platina
copyright Robert Lentz


Icone sociologico-marxiste
L'immagine può contenere: 1 persona, cappello
"san" Oscar Romero
copyright Robert Lentz


L'immagine può contenere: 1 persona, cappello e testo
"san" Cesare Chavez
copyright Robert Lentz


Icone ecumenico-indifferentiste

Immagine correlata


"san" Giovanni Bach
copyright Robert Lentz


Mohandas Gandhi Painting - Mohandas Gandhi - Rlmog by Br Robert Lentz OFM

"san" Mohandas Ghandi
copyright Robert Lentz



"san" Rumi di Persia
copyright Robert Lentz

Risultati immagini per robert lentz francis

san Francesco e il Sultano
(si noti come entrambi 
sono immersi nel fuoco divino)
copyright Robert Lentz

Icone gay o tradizionali 
con sotteso messaggio gay

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san Polyenktos e Mearchos
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santi Gionata e David
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"santi" Philip e Daniel Berrigan
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(Il primo attivista gay, 
il secondo sacerdote sposato)


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"sant'" Harven Milk di san Francisco
(fondatore del movimento gay)
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Icone sensuali e demonologiche: 

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Il "buon pastore"
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(si noti il simbolo del caprone cornuto 
al posto della pecora)

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Quest'ultima "icona", la più inquietante, 
manifesta un "Cristo" cosmico inviato o ispirato 
da un demone danzante.

giovedì 27 giugno 2019

La fine delle illusioni: un nuovo 1054

Il Metropolita americano fanariota Elpidophoros, probabile successore di Bartolomeo I

Le recenti vicende ecclesiali in Oriente non riportano nulla di buono.
L’Oriente bizantino, così meritevole d’aver conservato una tradizione teologico-spirituale unica che ancora si perpetua in alcune sue realtà monastiche, sta attraversando un pesante periodo di crisi e sta cercando di trascinare altre Chiese ortodosse nel nella sua difficile situazione.
Ovviamente, una certa stampa e alcuni siti internet cercano di dipingere una realtà piuttosto rosea e ottimistica ma, anche in tal caso, lasciano interdetto il lettore perché, senza volerlo, fanno intuire troppe cose che non quadrano.
Nel 1054 si consumò lo scisma Oriente-Occidente. Questo scisma fu motivato dal fatto che le Chiese si erano troppo differenziate tra loro. In realtà, tale differenziazione divenne aperto contrasto anche e soprattutto per questioni politiche che si celavano dietro ai dibattiti religiosi.
Come allora, oggi dietro al “1054” dell’Ortodossia greca, c’è la politica: la potente influenza americana negli ambienti del Fanar [il “Vaticano greco” a Istanbul] per fini di controllo geopolitico. L’iniziativa ecclesiale in Ucraina di Bartolomeo I, animato dall’idea di “unire” la Chiesa ortodossa di quella nazione sotto la sua obbedienza, ha sortito l’effetto opposto: non solo non ha unito le tre precedenti  Chiese nazionali, ma indirettamente ne creata un’altra poiché il bizzoso “patriarca” Filarete, che doveva rimanere dimissionario nella nuova Chiesa voluta da Bartolomeo, ha rivendicato il suo diritto di non essere accantonato. Così, oggi l’Ucraina si trova in una condizione peggiore: con quattro Chiese di cui una sola riconosciuta dall’Ortodossia mondiale ma disconosciuta da Bartolomeo.

Quest’ultimo ha recentemente posto sul trono d’America il suo braccio destro: il metropolita Elpidophoros, il grande teorico del “papato orientale”, del primus super pares.
Il “papato orientale” è un’invenzione ecclesiologica in aperto contrasto con l’ecclesiologia tradizionale ortodossa. Se l’Oriente scopre d’aver bisogno di un papato, storicamente tale papato esiste in Occidente, a Roma, e non si capisce perché ne deve creare un altro su basi tutt’altro che stabili, rispetto a quello occidentale [*].

Ma se l’Oriente, in base alla sua ecclesiologia tradizionale, sente di non aver bisogno di un papato, perché dovrebbe accettare quello artificiale di Bartolomeo? Siamo al colmo del ridicolo! Il bello è che nelle asserzioni di Elpidophoros, chi non accetta questo papato artificiale sarebbe addirittura eretico:

“Lasciatemi aggiungere che il rifiuto di riconoscere il primato all’interno della Chiesa ortodossa, un primato che necessariamente non può non essere incarnato da un primus (cioè da un vescovo che ha la prerogativa di essere il primo tra i suoi compagni vescovi) costituisce nientemeno che un’eresia. Non si può accettare, come spesso si dice, che l’unità tra le Chiese ortodosse sia salvaguardata da una norma comune di fede e culto o dal Concilio ecumenico come istituzione. Entrambi questi fattori sono impersonali mentre nella nostra teologia ortodossa il principio di unità è sempre una persona. Infatti, a livello della Santa Trinità il principio di unità non è l’essenza divina ma la Persona del Padre (o “monarchia” del Padre), a livello ecclesiologico della Chiesa locale, il principio di unità non è il presbiterio o il culto comune dei cristiani ma la persona del vescovo, quindi a livello pan-ortodosso il principio di unità non può essere un’idea né un’istituzione ma dev’essere, se vogliamo essere coerenti con la nostra teologia, una persona... Nella Chiesa ortodossa abbiamo un primus, ed è il patriarca di Costantinopoli” [**].

Queste asserzioni sembrano dei vaneggiamenti: mentre nel mondo cattolico il papa è definito “vicario di Cristo”, Elpidophoros sostiene che il patriarca diverrebbe una specie di “vicario del Padre”! Cristo che, nell’ecclesiologia neotestamentaria paolina (l’unica sensata!), è il capo del Corpo che è la Chiesa, non è sufficiente a spiegare l’unità della Chiesa! Bisogna perfezionare san Paolo e introdursi nel piano intratrinitario, ficcare il naso tra le Persone divine dove non ci è consentito entrare, come già diceva san Gregorio di Nazianzo, per mettere le mani addirittura sulla persona del Padre, il cui vicario sarebbe … il Patriarca di Costantinopoli! [***]

Oltretutto, qui abbiamo una profonda e insanabile contraddizione: quando nel 1054 Costantinopoli rifiutò il primato del papa, poi ulteriormente esplicitato da Innocenzo III nel XIII sec., lo fece anche perché vi vedeva in esso un’ “innovazione sostanziale e incompatibile” rispetto alla dottrina precedente: quella di un primus super pares!

Oggi, quasi mille anni dopo, Bartolomeo I ritiene questa dottrina veritiera e canonica de facto. Ma, se ciò è vero, perché non accetta il primato del papa? Forse perché dovrebbe accontentarsi di un semplice secondo posto? Penso sia l’unica risposta, visto il modo quanto meno spensierato con cui s’interpretano la tradizione e i sacri canoni.

Lancinanti contraddizioni nella dottrina, innovazioni illogiche (almeno in riferimento alle antiche tradizioni), secolarismo e assenza di scrupoli nella conduzione ecclesiale, sono oramai le note distintive dell’ultima parte del patriarcato di Bartolomeo I, circondato da pavidi e interessati cortigiani che accettano ogni suo capriccio pur di essere da lui ben visti. Rari sono quelli che, sulla base almeno del buon senso, ammettono che i chierici non sono i “padroni” della Chiesa ma i servitori della stessa e che, quindi, si devono attenere alle tradizioni e alle loro sapienti logiche.

Purtroppo il nostro è un periodo in cui regna la confusione, e ciò è possibile perché al posto dell’umiltà i capi hanno spesso incarnato la stravaganza e l’orgoglio, in Occidente come in Oriente.
Assisteremo, dunque, a scismi in ogni parte del Cristianesimo e pure l’Ortodossia, che fino ad oggi marciava praticamente compatta, inizierà a frantumarsi  almeno in due obbedienze: quella fanariota (che aggregherà in buona parte i greci più sensibili all’etnos che al dogma) e la restante che cercherà di mantenere l’assetto precedente. I grandi sogni di dominio del Fanar, si ridurranno, così, a poca cosa e il “papa di plastica” orientale potrà fare il despota solo su poche migliaia di greci.



_________________

Note

[*] Mentre il primato romano è appoggiato sul fatto storico che san Pietro è morto e sepolto a Roma (principio apostolico), il primato costantinopolitano è unicamente politico: si appoggia sul fatto che Costantinopoli è la capitale di un impero che oggi, però, non esiste più. Non esistendo più l’impero che diritto ha ancora e su cosa si appoggia il primato del Patriarcato Ecumenico se non su una semplice consuetudine perpetuata, per pura convenienza politica, dai sultani nella turcocrazia? E questo sarebbe un “principio ecclesiologico” valido per sempre, quando, al contrario, è espressione evidente di una convenzione di un ben preciso periodo storico?

[**] Vedi qui.



[***] È molto importante notare che per la teologia ortodossa, diretta erede della patristica greca, la realtà si divide in creata (noi stessi e il mondo di cui facciamo parte) e in increata (Dio). Non si può e non si deve fare confusione mescolando questi due piani o giudicando l’increato con il metro del creato. Ecco perché, visto a posteriori, l’ecclesiologia paolina è sensata: pone Cristo a capo della Chiesa perché la Chiesa è una realtà creata – almeno nella sua componente umana – e Cristo in quanto Dio che però diviene uomo (di natura creata) ne è capo. Entrare nell’increato – la Trinità – servendosi di categorie umane e proiettandovi i propri bisogni o ragionamenti è assurdo. Non a caso il mondo cattolico, che in questo si è dimostrato più tradizionale, definisce il papa “vicario di Cristo” e non “vicario del Padre”, come fa Elpidophoros. Servirsi di categorie intratrinitarie per l’Ecclesiologia è assolutamente ardito, stupefacente e antitradizionale. Significa andare contro la mentalità di tutta la patristica greca. Con tutto ciò Elpidophoros crede di essere “coerente” con la teologia ortodossa! La natura di Cristo è duplice, divina e umana, ed è grazie a questa duplicità che Egli è ponte ed è capo della Chiesa, come realtà che in qualche modo riflette la duplicità della sua natura. Ma porre il Padre (increato e coeterno) come capo della Chiesa (contrariamente a quanto dice san Paolo), di cui il Patriarca Ecumenico sarebbe il “vicario”, comporta o la sola natura divina della Chiesa o la sola natura creata del Padre. Ciò mostra con solare evidenza l’eresia del ragionamento di Elpidophoros e di quanti gli sono stati maestri instradandolo in questa direzione.