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domenica 13 settembre 2020

L'ignoranza religiosa e la vera sapienza evangelica

CIBO E SALUTE – GruppoAcquistoFederale BENVENUTI


Oramai non scrivo più spesso. Preferisco ritirarmi nel mio silenzio e abbandonare le arene nelle quali si disputa su tutto perdendo non di rado perfino la propria dignità.

Non posso, tuttavia, constatare una confusione crescente in ogni campo e, soprattutto, all'interno della realtà ecclesiale. Nel contesto europeo occidentale, che è quello nel quale vivo, tale confusione è arrivata ad eccessi mai visti prima.

Non mi riferisco alla confusione che può avere la gente comune in materia religiosa ma a quella che oramai domina le menti di chi dovrebbe orientare, insegnare, aiutare le persone: i sacerdoti, i religiosi, i vescovi.

In Occidente lo stesso papato, un tempo riferimento per interpretare il Vangelo, oramai è decaduto, reso inutile se non dannoso da un'attuale figura che non si sa se è più patetica o ignorante.

Ultimamente Bergoglio si è reso famoso per una frase riportata in tutti i mezzi di comunicazione i quali, a loro modo, hanno ulteriormente alterato il significato sotteso da costui: “Il buon cibo e il sesso sono piaceri divini e vengono da Dio” e, dunque, concluderebbe chiunque, perché non approfittarne?

La mia critica contro questa frase non ha considerazioni personali ma fa riferimento ai migliori aspetti della tradizione cristiana. Non ci possiamo far nulla se il Cristianesimo è indicato da questa tradizione e non dalle frasi bergogliane che la stravolgono!

La mia critica non è un discorso semplicemente morale perché tocca le basi e la sostanza dello stesso Cristianesimo al punto che qualcuno può pronunciare la frase di Bergoglio solo se ignora totalmente o non crede a tali basi.

Quando il Concilio di Calcedonia riconobbe in Cristo la natura umana e divina, pose un punto fermo che non riguarda solo Cristo ma indica il “funzionamento”, se così posso esprimermi, dello stesso Cristianesimo. Se si prescinde da esso, immediatamente tutto si blocca e la fede in Cristo diviene filosofia buonista, attività benefico-sociale o pura legge morale.

Il “funzionamento” del Cristianesimo necessita di due poli: quello umano e quello divino. Detto diversamente: Dio non può fare nulla senza il consenso dell'uomo e l'uomo non può far nulla senza Dio. Entrambi, collaborando, fanno “funzionare” il Cristianesimo.

Ma come avviene tale “funzionamento” e cosa lo determina? La fede in Cristo prende vita e diviene “avvenimento” quando la “forza” di Dio è lasciata agire nell'uomo. Tale “forza” è chiamata “grazia”: “Senza di me non potete fare nulla”, dice il Cristo, ossia senza la forza della sua grazia l'uomo non può elevarsi su un piano di salvezza.

Dunque l'unica attività sensata dell'uomo, per il Cristianesimo, è la ricerca di tale grazia, facendo trovare la propria "casa", ossia la propria interiorità, pulita e preparata. Lo sforzo morale, la pratica dei cosiddetti comandamenti, la morigeratezza e la fuga dai cosiddetti piaceri mondani non è mai fine a se stessa ma è paragonabile al mantenimento della pulizia dei tubi in un acquedotto. Se i tubi sono intasati, per quanto nei depositi vi sia acqua, essa non giungerà mai nelle case e non disseterà nessuno.

“Chi crede in me, fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno”, dice Cristo alla Samaritana. Questa frase si spiega esattamente in questo senso: se mantenete la vostra interiorità trasparente, come l'animo dei bambini, allora, quando giungerà la grazia, essa scorrerà in voi.

Lungo il Medioevo nella Chiesa latina si è parlato a lungo sulla validità dei sacramenti e di come un prete degno o indegno ne possa incidere. Si è concluso dicendo che i sacramenti sono validi a prescindere dal sacerdote, ossia “ex opere operato”. Purtroppo questa è una verità monca perché trascura un altro importante elemento: un sacramento può essere valido ma inefficace e questo non dipende solo dalla disposizione di colui che lo riceve ma pure dalla disposizione di colui che lo amministra. Solo così si può capire perché i sacramenti amministrati da sacerdoti santi si siano dimostrati particolarmente efficaci, a differenza di quelli amministrati da sacerdoti tiepidi o ben poco credenti.

L'uomo ha la capacità di creare un muro, uno spessore opaco, alla luce della grazia che, per quanto presente, non può splendere. Alcune frasi evangeliche sostengono questo concetto: “La luce non può essere nascosta ma dev'essere posta sul moggio, affinché tutti la possano vedere” è una di queste. Cristo se la prende con il formalismo dei farisei, attenti al significato materiale della legge ma incapaci di agire profondamente, e li paragona a quelle tombe che, esteriormente, sono pulite ma, internamente, sono piene di ogni immondizia. L'immondizia interiore impedisce, infatti, l'azione di Dio nell'uomo. Esattamente come una perenne mente distratta non può applicarsi allo studio, l'uomo attaccato alle passioni del proprio ventre, come direbbe san Paolo (le crapule, il sesso e quant'altro), fa aderire il suo essere ad esse e quindi si estranea necessariamente da Dio. "Non si può servire due padroni"!!

Se i tubi di un acquedotto sono intasati, immediatamente l'azienda comunale per l'acqua interviene per impedire problemi. E' chiaro a tutti, infatti, che la mancanza di acqua crea infiniti disagi.

Al contrario, un'interiorità “intasata” da molti pensieri estranei al Vangelo, aderenti a mille passioni che offuscano l'animo e lo opacizzano, non preoccupa quasi nessuno. Cibo e sesso sono divenuti nella nostra epoca che li ricerca ossessionatamente una passione e quindi, un ostacolo alla pratica evangelica.  Ultimamente tutto ciò non preoccupa neppure il clero al punto che un papa dichiara “divino” il piacere dovuto al sesso e al cibo solo perché già da tempo molto clero lo crede. A che tipo di “esperienza” costoro possono far riferimento quando parlano di “fare esperienza” di Dio? 

Qui c'è solo spazio per un'esperienza di se stessi, equivocata come divina! A questo punto, la Chiesa non serve più e, con tali presupposti, è giusto che i fedeli fuggano lontano.

Ognuno vede in tutto ciò non solo un orientamento esattamente opposto al Vangelo per il quale bisogna “cercare prima il Regno di Dio”, che in realtà è la grazia divina, ma un reale dispregio del Vangelo stesso.

Qui non si tratta di demonizzare il cibo o l'attività sessuale che, nel loro corretto quadro, hanno il loro valore, ma di distinguere ciò che è divino, la grazia di Dio, da tutto ciò che non lo è e che, per la fragilità umana, può divenire passione smodata e quindi, abbrutimento, come la ricerca del piacere sessuale e culinario sono di fatto divenuti.

Purtroppo i nostri tempi sono talmente assurdi che l'ultimo dei fedeli, con qualche base di buon catechismo, può capire la prassi evangelica meglio di un papa.

E' dunque il caso di dire: “Il Figlio dell'Uomo, quando tornerà sulla terra, troverà ancora la fede?”.


sabato 25 luglio 2020

Santa Sofia tra sogno e realtà



santa sofia istanbul

Non è certo mia intenzione inimicarmi i greci verso i quali personalmente nutro sentimenti di affetto. Non è neppure mia intenzione disprezzare i simboli della loro storia che io stesso venero. 

Urge, però, una riflessione riguardo al loro atteggiamento di lutto per la riapertura a moschea di Santa Sofia.

Già a suo tempo il noto bizantinologo Mayendorff diceva che "L'impero bizantino è morto ed è morto di morte violenta nel 1453". Tutto ciò significa che nella storia ci sono delle svolte dove non è più possibile tornare indietro. 

Lungi dal realizzarlo, finita la turcocrazia alla quale erano sottomessi, i greci hanno sempre accarezzato l'idea di riprendersi Istanbul da loro continuata a chiamare Costantinopoli. Ancora una volta la storia ha dato loro una severa lezione facendo capire che non c'era più posto per la Μεγάλη Ιδέα, ossia per una ricostituzione dell'Impero bizantino, seppur in versione molto ridotta.

Santa Sofia, simbolo della Cristianità tardo antica e medioevale, non è più "greca". Ciononostante, i greci odierni la ritengono loro. È comprensibile il sentimento che ci lega al passato ma questo non deve e non può oscurare lo sguardo sul presente, tanto più che qui sembra dimenticata la capacità del Cristianesimo di creare nuovi luoghi santi, nuovi riferimenti simbolici. Questo continuo volgersi al passato, fino a indire una giornata di lutto per il ritorno di Santa Sofia a moschea, non mi trova affatto concorde: ho il sospetto che tutto ciò significhi vivere nel sogno e manifesti una grande incapacità di gestire il presente. 

Il vangelo ricorda che la Chiesa è il luogo in cui convivono cose vecchie e cose nuove. Non è, dunque, un museo, la fotocopia statica di quanto è sempre stato ma è la stessa e identica tradizione che vive nel tempo e lo santifica, adattandosi in qualche modo ad esso. 

Il Cristianesimo non vive nel sogno, vive nel tempo! Il Cristianesimo è, infatti, una religione storica, non onirica il quale implicherebbe una sorta di monofisismo religioso.

Vivere nel sogno caratterizza i popoli e le epoche di grande crisi. E oggi la Grecia vive in una crisi profonda dove, in diversi casi, non possiede più se stessa: sprofondata in un mare di debiti, i cui porti, autostrade, ferrovie, non sono più suoi ma di potenze straniere, dal futuro più che incerto, con un'estrema difficoltà a gestire se stessa, può  pensare di rivendicare quanto sta fuori di sé se pure quanto sta in sé sembra non appartenerle più?

Allora per rincuorare se stessi ci si rifugia in un nazionalismo che finisce pure per distorcere la storia, come l'idea che Santa Sofia è greca! No, Santa Sofia era bizantina ossia fatta da un imperatore non greco, Giustiniano, che parlava il greco come oggi un italiano può parlare l'inglese, una lingua franca. 

La riduzione di un impero multietnico ad una situazione monocolore, monoculturale e monoetnica è lo sfondo del lutto odierno dei greci sulla "nuova perdita" di Santa Sofia. L'ecumenicità bizantina, nel frattempo, è completamente persa a tutto favore di un campanilismo nazionalistico. 

Essi piangono di perdere quello che hanno perso da secoli mentre sembra non si accorgano che stanno realmente perdendo sul piano della credibilità religiosa con un patriarca (Bartolomeo)  che si sta mettendo contro tutti gli altri patriarchi con scelte ecclesiologiche a dir poco discutibili.

Piangono di perdere ciò che da secoli è perso e non piangono di perdere quanto fino ad ora hanno avuto, non riconoscendo le sconfitte odierne. La nuova ecclesiologia sostenuta da Bartolomeo, infatti, tende ad escluderlo dalla comunione con tutto il resto dell'Ortodossia isolando di fatto i greci dalla maggioranza dell'Ortodossia stessa! Sono grossi problemi aperti che sanguinano e attendono una risposta eppure i gerarchi greci rifiutano di osservarli e di prendere una efficace posizione in merito poiché ciò che riguarda l'ethnos sembra più importante del fatto religioso e allora bisogna solidarizzare con Bartolomeo, costi quel che costi...

Questo mi rattrista molto, soprattutto a causa del mio affetto per la nazione e la Chiesa greca ... Sorge il sospetto che, alla fine, il peggior nemico del cosiddetto ellenismo sia la mentalità di molti greci odierni.

lunedì 11 maggio 2020

Nuova colletta dal "Missale Oecumenicum"




Vedendo come vanno le cose in Italia e come se la passa il Cattolicesimo sotto la guida di papa Bergoglio, tra il serio e il faceto immagino il testo di una nuova colletta da inserire in una prossima edizione del “Messale Romano” (postconciliare) Messale che, per l'occasione, potrà iniziare a chiamarsi “Ecumenico”. 
Questo, per portare avanti le premesse di Nostra Aetate (documento del Vat. II), il dialogo interreligioso e far in modo che esso non sia estraneo a chi si reca in chiesa ma innervi la liturgia cattolica.
Non so perché ma temo che questa immaginazione o prima o poi diverrà realtà. Tutte le premesse sono già poste, non resta che tirare le logiche conclusioni. E allora se ci sarà chi ancora si meraviglierà, vuol dire che non avrà capito nulla di ciò che sta avvenendo pure oggi.




venerdì 17 aprile 2020

Il cristiano in rapporto a Cristo....

Il forzato isolamento di questi giorni è fonte d'insegnamento per chi lo sa intendere, poiché nel deserto è Dio che parla. Cosa si può imparare? 

Prima di tutto che il rapporto tra le persone ha bisogno d'essere instaurato con maggior profondità: i rapporti veloci e funzionali all'ottenimento di risultati pratici sono la base della nostra civiltà consumistica ma, in uno stato d'isolamento, fanno vedere tutta la loro inconsistenza. 

I cristiani hanno un modo differente d'intendere i rapporti umani, almeno quelli che vivono immersi in una tradizione antica e la praticano. Per essi il rapporto umano non è mai diretto ma mediato attraverso Cristo. Mi spiego: quando Paolo incontra Pietro, non considera Pietro in quanto tale o un suo aspetto che gli può far piacere; lo considera sempre nel mistero di Cristo e ravvisa Cristo in lui, pur nelle caratteristiche proprie a Pietro. Non è un approccio ideologico, dove si considera Pietro in Cristo se pensa in un certo modo. È un approccio con gli occhi del cuore, mistico, dove comunque si ravvisa Cristo in Pietro. Cristo è dunque sempre presente, non è confinato in un ambito o un tempo specifico.

In tal modo, l'eremita che non ha una vita sociale, dal momento che vive nel mistero di Cristo, finisce, in Cristo, per incontrare tutto il mondo. Non si tratta, qui, di un'ideologia consolatoria ma di un fondamento sul quale si costruisce la propria fede. Di conseguenza, neppure l'eremita può dire di essere mai solo! 

Lo stesso rapporto che possiamo avere con il mondo animale cambia perché ravvisiamo nelle creature il dono e l'immensa fantasia del Creatore il che fa scaturire un profondo rispetto verso di esse. 

Chi si è staccato, consapevolmente o meno, da questa tradizione ha un modo differente d'intendere il rapporto umano, anche se si ritiene ancora cristiano. 

Prima di tutto è succube dell'ideologia consumistica per cui, anche per lui, il prossimo può divenire un oggetto di consumo o un mezzo per ottenere questo o quel fine. 

Secondariamente, l'assenza di incontri sociali, come avviene in questo periodo d'isolamento, gli fa credere di non aver più rapporto con il mondo. Ed è qui, su questo secondo punto, che scorgiamo, in filigrana l'atteggiamento di molti chierici cattolici. Essi, iniziando dal papa [*] che lo avrebbe affermato ieri, 17 aprile, pensano che la messa senza popolo è "meno messa", è una "condizione alterata" che minerebbe l'espressione stessa della Chiesa, farebbe in modo che la Chiesa, in qualche modo, venga quasi meno nel suo essere, come, d'altronde, la messa stessa. 

Allora un monastero di clausura, proprio perché tale, è un'espressione sminuita di Chiesa, è una caricatura di Chiesa! Ecco perché alcuni di loro non capisco e disprezzano il monachesimo! 

Questo stesso pensiero è condiviso addirittura dal metropolita ortodosso Zizioulas, non a caso esaltato da gran parte del mondo cattolico. Purtroppo per tutti questi, è un pensiero eretico. 

Eretico, perché l'azione cultuale eucaristica, pur essendo finalizzata a donare la grazia divina al popolo, non è fondata sulla presenza o il volere del popolo ma sul volere di Cristo. Da Cristo trae la sua grazia e mette in comunione, attraverso di Lui, vivi (presenti e assenti) e defunti. Non evoca, dunque, una comunione sociale, ma una comunione mistica, non si basa su un'evidenza oculare ma su un'evidenza di fede. 

È vero che in Oriente si tende a non celebrare l'eucarestia nel caso di mancanza di popolo ma non perché la messa non avrebbe valore, bensì perché non ci sono presenti sui quali riversare la sua grazia. Sarebbe come tenere una farmacia aperta in mezzo ad un deserto. Resta pur sempre vero, anche lì, che l'Eucarestia diffonde la sua grazia sugli assenti e sui defunti. 

La società ecclesiastica è particolare, non è quella che si può secolaristicamente immaginare. Non si tratta, infatti, di contare presenze fisiche ma di rapportarsi considerando che si passa sempre attraverso Cristo. Così, se il Cristianesimo si riducesse talmente da far esistere solo due veri cristiani, uno in Europa e uno in Australia, anche lì esisterebbe la pienezza della Chiesa precisamente perché la comunità cristiana si farebbe comunque, attraverso Cristo. 

Per lo stesso motivo alcuni uomini spiritualizzati avevano il carisma di poter farsi intendere a lontananza, come il caso di san Paisios l'Atonita che riuscì a fermare l'insano gesto di un uomo che voleva suicidarsi, ordinandogli di non farlo. Tra i due esistevano centinaia di chilometri di distanza! 

Purtroppo questa prospettiva sembra persa per sempre nel mondo Cattolico, pure in quello tradizionalista che, nonostante ciò, presume di poter salvare la Chiesa! Che tipo di risposte è in grado di dare quest'ultimo ai suoi chierici, soprattutto a quelli secolarizzati, che pensano che “la messa è meno messa quando non è visibile la comunità?”. 

Le uniche risposte da me rilevate si basano tutte sul valore della messa in se stessa, il che è vero, sì, ma non è affatto completo perché non tiene conto che il rapporto umano si basa tutto sempre attraverso Cristo. Che si dovrebbe dire, dal momento che Cristo non si vede con gli occhi del corpo? Che, allora, non esiste alcun rapporto con lui e, di conseguenza, con tutto il mondo? Sarebbe negare la propria fede! 

Ebbene, lo è pure quando si è sottomessi ad una visione puramente sociologica di Chiesa e quando non si dà una risposta perfettamente esauriente a questa limitandosi a semplici considerazioni sul valore della messa in se stessa. È ovvio che un ambiente così ha una concezione almeno potenzialmente negativa della mistica cristiana, mistica che è stata condannata nelle sue manifestazioni fuorvianti nel XVII secolo ma che, di fatto, è stata marginalizzata dalla vita della stessa Chiesa moderna, in Occidente [**]. 

Certi tradizionalisti non sono in grado di comprendere fino in fondo il limite nel quale si pongono come non sono in grado di comprendere che questo loro atteggiamento apre, alla fine, le porte all'ateismo proprio perché non rappresenta una risposta efficace. Non sono in grado di comprendere perché, in misura più o meno consistente, sono pure loro vittime del secolarismo che ha totalmente eroso i loro fratelli modernisti. Che siano in grado o meno d'intenderlo, il loro sforzo di porre un argine al modernismo potrebbe essere minato in partenza perché è come andare in guerra con delle armi giocattolo. 

Non si tratta, qui, d'imparare i principi accennati intellettualmente per "aggiustare il tiro", perché, se non è veramente vissuto, o prima o poi l'errore salterà ancora fuori e sarà comunque segno che non si vive nella vera tradizione. È come continuare a fare armi giocattolo, solo un po' più verosimili, giusto per ingannare se stessi.

Il silenzio dell'isolamento per il Coronavirus è veramente sorgente d'insegnamento per tutti! 

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[*] (ANSA) - CITTÀ DEL VATICANO, 17 APR - Celebrare la messa senza popolo "è un pericolo", queste modalità a distanza sono legate "al momento difficile" ma "la Chiesa è con il popolo, con i sacramenti". Non si può "viralizzare la Chiesa, i sacramenti, il popolo". "È vero che in questo momento" occorre celebrare a distanza ma "per uscire dal tunnel, non per rimanere così" perché la Chiesa "è familiarità concreta con il popolo". "Questa non è la Chiesa, è una Chiesa in una situazione difficile". Lo ha detto Papa Francesco nell'omelia della messa a Santa Marta. 
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Se non fosse una pura perdita di tempo, sarebbe da chiedere a questo strano papa: "Quando mai la Chiesa non è stata in una condizione difficile? E perciò non è, forse, stata meno Chiesa?". Il modo di articolare i ragionamenti in Bergoglio è veramente sconnesso. Egli afferma un'eresia e, allo stesso tempo, per non aver contestazioni cerca di limitare tale sua precedente affermazione. Intanto, però, ha fatto intendere ciò che voleva a chi lo doveva capire. Si deve inoltre dire che questo suo modo di ragionare deriva da una profonda mancanza di solida formazione e da una prassi che sembra avere inquietanti aspetti machiavellici. 

[**] Per quanto ci si possa distinguere dalle sue scelte, non si può non dire che Mons. Marcel Levebre non fosse rispettabilissimo per la sua sincerità. Egli aveva un'alta considerazione della vita contemplativa dal momento che, diceva, "aiuta le missioni". Ma nel suo caso e in quello di chi si ritrova nel suo pensiero, temo che i contemplativi non siano tanto il modello della Chiesa per le ragioni da me sopra esposte, ma delle creature che si sacrificano e nel loro personale sacrificio ottengono grazie anche per le missioni. E' una concezione di tipo sacrificale, cara al concilio di Trento, ma che non riprende e valorizza in toto la tradizione antica quella in cui, cristificandosi, il monaco diviene specchio della Chiesa e luogo d'incontro spirituale, in Cristo, con il prossimo. Questo senza dubbio è dato anche dall'aver messo in ombra la vita mistica nella Chiesa. Oggi, dall'ombra in cui era, la vita mistica è stata estromessa dalla prassi e dal pensiero religioso in moltissimi ambiti ecclesiastici e sostituita da una visione sociale: la Chiesa ha senso se ha un immediato impatto benefico materiale. Prova ne sia che pure i monasteri di clausura cattolici sono chiamati, nell'ottica bergogliana, a divenire asilo per i cosiddetti rifugiati.
 

venerdì 20 marzo 2020

Coronavirus e spiritualità


A causa della nota pandemia del coronavirus, l'Italia è soggetta da più giorni ad una rigida normativa che non consente alla popolazione di muoversi se non in casi molto definiti e strettamente necessari. Le persone devono dunque rimanere a casa e limitare i propri spostamenti e le proprie relazioni. Gli esercizi, tranne le farmacie e i supermercati, sono chiusi. Neppure nel periodo di ferragosto le strade delle nostre città sono così vuote.

Tutto questo cosa c'entra con la spiritualità?, mi chiederete.
Ebbene esiste un legame, seppur indiretto tra queste due realtà perché, in un certo senso, le città sono divenute dei grandi monasteri, quelli di un tempo, ovviamente.
Come in antichità il monaco rimaneva confinato nella sua cella, nelle città odierne si deve restare in casa. Per qualcuno, già abituato senza radio e televisione, la propria casa diventa a maggior ragione come una cella monastica.

Ora, il monaco di un tempo sapeva che questo permanente ritiro non era fine se stesso ma in funzione dell'interiorizzazione della preghiera, dell'attivazione del suo “occhio interiore”, affinché la propria energia non si disperdesse al di fuori di sé lasciando la casa del suo cuore vuota. Infatti, in una casa vuota e ben spazzata subito accorrono i demoni, come ricorda il vangelo, e non vi giungono a mani vuote: portano i loro regali, tentazioni e pensieri malvagi. Il loro fine è sempre quello di disperdere l'energia interiore spegnendo così l' “occhio interiore” attraverso il quale, in casi particolari, può giungere l'esperienza divina.

Il monaco di un tempo sapeva bene tutto ciò e perciò accettava di buon grado l'isolamento dal mondo. Man mano che la sua interiorità prendeva forza ed era visitato dalle consolazioni divine (in tal senso la letteratura patristica è più che chiara), comprendeva che la vita mondana con tutte le sue distrazioni è una follia, che la catena dei pensieri ossessivi o l'attaccamento alle passioni negative agiscono similmente alla frusta di un gatto a nove code sul corpo; feriscono l'anima a tal punto da renderla come un colapasta, incapace di raccogliere l'acqua evangelica per dissetarla, di riconoscere consistenza in qualsiasi discorso che cerchi di elevarla e spiritualizzarla.

E oggi? Oggi assistiamo ad ampi settori di ecclesiastici completamente conquistati dallo spirito di questo secolo che, appunto, è uno spirito dispersivo e, poiché normalmente chiunque altro non può essere meglio del clero, la conseguenza è il totale disorientamento dei cosiddetti cristiani. 

Ciò significa pure che il dover rimanere a casa per molte persone finirà per divenire una pena insopportabile. Questo perché vivere “al di fuori” di sé è talmente diffuso da essere divenuto una cultura generalizzata, amplificata, per di più, dall'economia capitalistica, tutta basata sul consumo frenetico. Le persone sono sempre più destabilizzate, rese fragili da questa situazione in costante accelerazione, dipendenti totali dal possesso del mondo materiale. Non potendo o non volendo nutrire la propria interiorità vivono nella superficie delle apparenze esteriori, nello sfavillio dei negozi e nella transitorietà delle mode. 

Di conseguenza, essere obbligati a rimanere in casa le riporta al centro di loro stesse e non pochi di quanti vivono così possono sentirsi vuoti, persi, infastiditi. Intuiscono il deserto del proprio cuore, bisognoso di essere colmato da una verità che non sono le solite vuote chiacchiere, neppure di tipo religioso, una verità che implica un'autentica Presenza che non sono in grado di trovare e, dinnanzi al loro cuore desertificato, se ne ritraggono orrificati per dimenticare cercando ancora altre distrazioni in un circolo vizioso senza fine. 

Il virus miete le sue vittime e fa riapparire, al contempo, il grande rimosso odierno, la morte dinnanzi alla quale l'uomo mondano prova orrore.

L'esempio del monaco antico, perciò, riguarda  particolarmente tutti, quel monaco per il quale la morte non è la fine di tutto ma il passaggio verso il Tutto e il dimorare lontano dalla confusione mondana è una beatitudine! Da quell'esempio pure la parabola del figlio dissoluto assume tutto il suo eloquente significato poiché costui può tornare alla casa paterna, può accettarla e viverci bene, solo quando “rientra in sé”, come dice il vangelo. Questo “rientrare in sé” è la chiave di comprensione di tutta la vita cristiana ed è, allo stesso tempo, una definizione fortemente simbolica, ha tutt'altro che una accezione banalmente morale.

Le istituzioni ecclesiastiche, il clero e quanto è stato tradizionalmente disposto nella Chiesa ha il suo senso tanto in quanto aiutano le persone a “rientrare in sé”, non a disperderle facendole “uscire da sé” in una corsa verso sfibranti esteriorità. La stessa Chiesa deve dare l'esempio di “essere in sé”, non di “uscire da sé”, come si sente a volte da parte di qualche alta autorità religiosa con inevitabili ricadute pratiche che non possono che essere nefaste e antievangeliche.

Di conseguenza, i cristiani devono aver ben presente che le istituzioni ecclesiastiche sono dei puri mezzi, non dei fini o dei permanenti appigli. Ciò non significa affatto prescinderne e tanto meno disprezzarle ma saper instaurare con esse un rapporto corretto.

La mamma permette di aggrapparsi alle sue gonne solo al figlio più piccolo. Ma quando il piccino cresce, pur seguendolo, lo allontana dalla gonna perché deve reggersi da solo. I cristiani non possono continuare ad aspettarsi tutto dal clero anche perché un certo clero odierno potrebbe essere spiritualmente molto più malato di loro; le istituzioni non si devono mai idolatrare come vedo spesso fare per ignoranza e debolezza. Nel mondo cattolico questo continuo e ossessivo appellarsi al papa, chiedere al papa, protestare verso il papa non potrebbe essere anche il risultato di una etero-dipendenza divenuta dannosa nonostante, anticamente, la preminenza delle figura papale avesse una funzione molto equilibrata? Quale eremita o asceta antico aveva un tal singolare atteggiamento che, in pratica, nell'attenzione del singolo, tende a porre una creatura al posto del Creatore poiché gli fa dedicare fin troppe attenzioni ed energie privandole ad Altro? Che forse, nel Cristianesimo, non abbiamo un Dio in grado di guidarci direttamente, nonostante l'utile presenza dei ministri sacri e delle gerarchie la cui ragion d'essere è, appunto, solo quella di farci maturare in Cristo?

Il vangelo ricorda che il "Regno di Dio è dentro di voi", per cui chi lo sa cercare non ha alcun fastidio e noia quando è costretto a limitare i propri rapporti umani e a chiudersi tra le mura domestiche. 

Questo fa capire anche che l'autentico monaco è davvero l'uomo forte, colui che è in grado di dire e di dare molto pure oggi, proprio perché, infatti, oggi siamo giunti a vivere con uno stile che è il suo esatto contrario, uno stile che, però, rivela perfettamente una malattia che ci ha tutti indeboliti, omologati ed estremamente etero-dipendenti, resi tali da tutto un mondo consumistico che, al contrario, ci illude di essere forti, originali e indipendenti nella misura in cui ci assoggetta a sé.

Il rigore normativo imposto dall'autorità civile alla popolazione a causa del coronavirus, può aiutarci a prendere coscienza di tutto ciò analogamente a chi può comprendere di essersi rammollito solo quando finalmente lo constata in montagna, dopo anni d'innaturale vita cittadina. 

E, anche qui, non mi sembra casuale che molti santuari e monasteri antichi siano stati costruiti in punti elevati, in alture e in montagne, quasi a significare che quanto con la disciplina rafforza il corpo richiama in qualche modo quanto rafforza lo spirito; l'altura geografica che si conquista con un corpo sano è simbolicamente collegata con l'altura spirituale che si raggiunge con un'animo altrettanto sano. 

Un concetto sapienziale che abbiamo troppo velocemente dimenticato, purtroppo!

mercoledì 4 marzo 2020

La comprensione spirituale


Risultato immagini per sant'antonio del desertoUna delle mie personali preoccupazioni, quando tratto questioni di ordine religioso, è quella di farmi capire. Temo, infatti, che viviamo in un contesto tale in cui la maggioranza delle persone, compresi i cosiddetti credenti, non sono in grado di cogliere determinati fondamentali argomenti trattati. Non che siano argomenti difficili, bene inteso, ma, in qualche modo, temo sia come parlare dei colori e delle loro sfumature a chi è cieco dalla nascita e non è in grado d'intendere l'effetto che i cromatismi determinano nell'animo umano.

Prima di tutto voglio fugare una facile obiezione: quella di presentarmi come uno che ha capito tutto o che conosce in profondità ogni aspetto del Cristianesimo. Non è così. Ciononostante ho ben chiaro il valore e il senso di quelli che chiamo gli "argomenti fondamentali", come un vedente ha ben chiaro che i colori esistono e che il blu non si può confondere con l'azzurro e tanto meno con il rosso.

Nei post precedenti ho mostrato quello che chiamerei il punto di partenza: il senso della Chiesa e il lavoro del cristiano è esattamente quello di attivare, in lui, una potenzialità rimasta addormentata: l'intuizione o l'occhio spirituale (detto "nous" in greco).
Questo è il primo lavoro da fare ed è il più fondamentale. Parlare di teologia, di catechismo o di altro senza aver dapprima aperto questo occhio spirituale è perfettamente inutile. Penso sia questa la causa per cui molti, pur essendo passati nelle chiese, si siano poi allontanati.

L'istruzione su come sia fatto un cibo e sul sapore che abbia è perfettamente inutile ad un inappetente! Se non si apre l'appetito per le realtà divine, il che significa esserne stati in qualche modo colpiti, ogni parola è vana.

L'ordine di Cristo "Andate e predicate!" non si deve comprendere razionalisticamente, come spesso si fa a causa del nostro modo intellettualistico di accostarci al Vangelo. Lo si deve comprendere in un modo diverso: gli apostoli non portavano solo la loro parola ma una forza che non era semplicemente umana e che veniva percepita aprendo, in tal senso, l'occhio spirituale ai loro ascoltatori.
Se oggi ciò non accade più è semplicemente perché i predicatori odierni, ovunque siano e a qualunque confessione appartengano, sono impotenti a fare altrettanto.

Allora, pur di far colpo, alcuni associano al vangelo ogni corbelleria oppure ogni stratagemma di tipo psicologico o spettacolare-mondano. Sappiamo che anche la liturgia cattolica è stata semplicemente rovinata seguendo proprio questo tristo schema, ma è una rovina che covava da parecchio tempo. In realtà tutto ciò lascia il tempo che trova e, direi, è semplicemente fuorviante, non ha nulla a che fare con lo stile degli apostoli che, come abbiamo visto, era ben altro.

Se si pensa a questo stile tutto d'un colpo assumono un rilevo assai significativo le guarigioni di Cristo, soprattutto quando ridona la vista ai ciechi.
L'uomo a cui viene riattivato il "nous" è un graziato, dovesse essergli successo anche un solo istante nella vita passata. Ma è grazie a quel solo istante che lui ora non può più essere lo stesso ed è in grado di intuire facilmente quanto ad altri risulta impossibile o ostico.

La riapertura dell' "occhio spirituale" è l'inizio del lungo percorso verso la cristificazione del cristiano e l'unico senso della Chiesa è esattamente quello di accompagnare i suoi figli in questo percorso.

Nel mondo cattolico l' "occhio spirituale" della quasi totalità dei fedeli ha finito per essere, di fatto, il papa. Se poi si considera la crescente diffidenza dell'istituzione ecclesiastica nei riguardi della vita mistica e la costante preoccupazione di normatizzare e clericizzare ogni aspetto della Chiesa, quell' "occhio spirituale" non poteva non essere al di fuori del semplice fedele e incarnarsi permanentemente nel vertice di tale istituzione. 
Di qui l'enfasi sempre maggiore di esaltare tale figura lungo i secoli e le conseguenti mille questioni attuali se il papa soddisfa o meno le proprie aspettative (tra l'altro sempre meno spirituali)! Ma il fine della venuta di Cristo è stato quello di ... creare il papa? 

Nel mondo protestante l' "occhio spirituale" del fedele ha finito per divenire l'interpretazione individuale della Scrittura. Tuttavia tale interpretazione non mi sembra che attinga alla coscienza intuitiva, illuminata da un occhio realmente spirituale, quanto ad istanze sempre più secolari o semplicemente psicologiche. Allora il fine della venuta di Cristo è stato quello di offrire la Bibbia al suo credente?

In entrambi questi casi (soprattutto nelle loro esasperazioni) ci si allontana sensibilmente dalla prassi cristiana antica che si può facilmente ritrovare nella letteratura ascetica dei padri. In particolare, è disatteso il motivo fondamentale per cui Cristo ha stabilito la Chiesa: l'autentica cristificazione degli uomini.

Si può discutere fino a domattina se il papa attuale fa o meno la volontà di Dio, se il tal o talaltro pastore luterano interpretano più o meno bene la Scrittura e vi si può perdere tutta l'esistenza senza vedere che, con ciò, non ci si è neppure accorti di aver perfettamente disatteso la volontà di Cristo.

In questo senso, capitemi bene!, il Cristianesimo non è affatto una questione di papa o d'interpretazione scritturistica (che poi finisce per essere sempre razionalistica). Tali questioni se poste come principali finiscono per essere talmente snervanti da irritare: i blog cattolici non fanno che parlare ossessivamente del papa non meno di certi protestanti che si concentrano sull'ultima loro "invenzione" cristiana.

Il Cristianesimo, invece, è una semplice questione di salvezza, ossia di luce o di tenebre, di visione o di cecità nei riguardi delle realtà future ma che, in verità, sono già ben presenti seppure in stato germinale. 

La persona che intuisce cosa sia l'occhio interiore può pregare come chi si nutre perché ha fame, può intuire la presenza di grazia nel profondo di se stesso, non è mai solo, non ha bisogno che un papa gli ricordi qualcosa (gli eremiti nel deserto ne avevano forse bisogno??), non ha bisogno che un pastore gli faccia un sermone... 

Lo stesso san Giovanni Crisostomo ricordava ai suoi fedeli che la Bibbia ci è stata data perché siamo ignoranti (in senso spirituale). Fossimo almeno un po' istruiti (da Dio) non ne avremo bisogno! 

Ma questa è una bestemmia per il Luterano che, in questo modo, rivela a se stesso e agli altri che il suo approccio religioso è prevalentemente psicologico, non spirituale!

E che gli eremiti del deserto non avessero bisogno di un papa è chiaro come il sole ma può scandalizzare il bigotto cattolico che ha fatto del Cristianesimo una religione puramente istituzionale e, quindi, secolarizzata. Costui, per non sentirsi destabilizzato, finirà allora per immaginarsi che perfino sant'Antonio del deserto seguiva il magistero del papa di allora. Non meravigliatevi: è stato addirittura scritto e pubblicato anni fa in un agile libretto edito da Cittanuova e che io, dopo averlo velocemente passato con lo sguardo, l'ho riposto con comprensibile disgusto nello scaffale della libreria dove si trovava.

In realtà un certo tipo di cattolico, esattamente come un certo tipo di protestante, si sono costruiti i loro rispettivi idoli, idoli che, se sono tali, li fanno poi essere ciechi ad una prospettiva più profonda poiché è "come loro chi li fabbrica e chiunque in essi confida" (Sl 115, 8).

Oggi è necessario tornare alle fonti, si dice. Ma se le fonti del Cristianesimo non possono essere comprese, come si fa a tornarvi? È come diffondere libri agli analfabeti.

Tuttavia quello che è impossibile agli uomini a Dio è possibile!

lunedì 24 febbraio 2020

L'assenza di sacro - parte 2



Quando l'uomo non riconosce più la presenza del sacro nella vita, in un luogo, in un insegnamento, è indice che in lui si è consumato e portato a compimento quel processo che abbiamo riassunto nello schema sopra riportato: il dominio della ragione, con le sue possibilità ma pure con i suoi evidenti limiti, oramai lo definisce totalmente. L'intuizione e la spiritualità non gli dicono più nulla. L'intuizione, per quanto ancora gli rimanga in stato larvale, è resa impotente come un muscolo non più adoperato. In pratica è inesistente.

Tutto questo ha molte conseguenze. Ne abbiamo ricordate alcune. Ora ne ricordiamo altre.

In una religiosità razionalistica la chiesa non è un luogo sacro ma un'aula di raduno sociale. In assenza di raduno, non ha senso che la chiesa rimanga aperta. L'edificio, infatti, è concepito privo di profondi significati spirituali. Questo lo si può vedere in certi paesi luterani dove, al di fuori del culto, la chiesa è chiusa. Nel mondo cattolico molte attuali chiese sono oramai divenute così.

Nel periodo moderno, nel cattolicesimo c'era ancora la prassi dell'adorazione in chiesa o esisteva, almeno, un'idea didattica: l'interno, attraverso raffigurazioni e opere artistiche, istruisce i fedeli. La chiesa deve dunque rimanere aperta come un libro per istruire ed edificare chiunque vi entri. 

La simbologia, che più propriamente caratterizza l'edificio sacro, continuava a permanere nella liturgia latina e nei suoi gesti ma era, in un certo senso formalizzata, più che vissuta. Era la reliquia di un tempo passato che in qualche modo continuava a permanere in un contesto in progressivo cambiamento. Questo diffuso formalismo e l'incomprensione di tale tradizione sono state la causa scatenante delle successive riforme da cui si sono dipartite le dissoluzioni liturgiche attuali.

L'idea di un incontro con Dio, attraverso la simbologia di un'iconografia, rimaneva confinata in certi santuari mariani. Nella maggior parte delle chiese si praticava l'adorazione alle specie eucaristiche, cosa attualmente in gran decadenza.

L'attuale negazione del sacro, da parte di molto clero cattolico, ha portato a cambiamenti radicali nell'edificio ecclesiastico e nel comportamento dei fedeli. Ha determinato pure una concezione puramente sociale di Cristianesimo, dov'è inconcepibile qualsiasi tipo di spiritualità tradizionale.

Precedentemente, la moralità, ossia il seguire determinati canoni morali, faceva la differenza tra il cristiano degno di Dio e l'indegno. Il primo, a differenza del secondo, era meritevole della grazia sacramentale eucaristica e del Paradiso.
Lo stesso santo era detto tale proprio perché aveva raggiunto un grado eroico di esercizio delle virtù finendo quindi per divenire degnissimo agli occhi divini e a quelli degli uomini.

C'è da dire che questo concetto di moralità, che ha un vago sapore mercantilistico, non ha alcun profondo collegamento con il mondo spirituale da me ricordato. Lutero avrà, dunque, gioco abbastanza facile ad abbandonarlo asserendo che vi si nasconde, in modo neppur tanto velato, un certo orgoglio o presunzione spirituale. Invece di conservare la prassi tradizionale ma con fondamenti più solidi, oggi un gran numero di laici e chierici cattolici ha seguito le orme luterane. I riferimenti morali sono, di fatto, disattesi.


In realtà l'obiettivo della cosiddetta moralità non è quello di giungere ad essere degni ma quello di preparare il terreno a Dio o, per dirla più precisamente, quello di sensibilizzare la nostra sfera intuitiva. “Beati i puri di cuore perché vedranno Dio”, non è un'affermazione insensata o squilibrata, com'è giunto ad affermare incredibilmente papa Bergoglio, ma presuppone esattamente la rinuncia a qualcosa per poter conseguire qualcos'altro. E' un po' come uno studente che rinuncia al divertimento per occupare il tempo allo studio e giungere a sostenere un buon esame. In tutto ciò c'è una profonda logica, una preparazione, l'esercizio della libertà personale, non certo uno squilibrio!

Il monachesimo antico non aveva per scopo quello di divenire “degni” o “santi” davanti a Dio. Il suo scopo era preparare l'interiorità o, come si diceva, praticare la purificazione dalle passioni. Le passioni cattive attivano energie dispersive che oscurano l'intelletto spirituale. Nella misura in cui dominano l'uomo, il suo intuito diviene sempre più impotente: “Se dunque il tuo occhio è limpido, tutto il tuo corpo sarà illuminato; ma se il tuo occhio è malvagio, tutto il tuo corpo sarà nelle tenebre. Se dunque la luce che è in te è tenebre, quanto grandi saranno le tenebre!” (Mt 6, 22-23).

E' evidente che qui si parla dell'occhio spirituale, ossia della facoltà intuitiva dell'uomo, del "nous", com'è stato ribadito.

Una volta che avviene la preparazione, e che quindi l'invitato assume la veste bianca, per dirla con la parabola evangelica, può avvenire l'invito a nozze quando e come lo Sposo vorrà.

Ma se tutto questo è negato, incompreso, stravolto, il vangelo diviene una raccolta di detti insensati, squilibranti, come direbbe Bergoglio, e il razionalismo finisce per deformarlo per poi rifiutarlo.

Ne consegue che il monachesimo, ultimo rifugio per una corretta prassi evangelica, viene a sua volta rammollito, modificato e gradualmente abolito.

La diffidenza verso il monachesimo, il secolarismo dei chierici e il formalismo liturgico è quanto, oramai, caratterizza pure una parte del mondo ortodosso che si prepara, così, ad abbracciare quel Cristianesimo che lo ha preceduto in tal avvilente percorso storico.

La verità evangelica, come abbiamo visto, sta in un orientamento totalmente differente e si caratterizza per la sua somiglianza con le scelte e gli stili che la Chiesa aveva nella sua antichità e che ha cercato di mantenere diffusamente finché ha potuto.

domenica 23 febbraio 2020

L'assenza di sacro


Il mondo tradizionalista cattolico ha notato più volte l'invasione del secolarismo all'interno della Cattolicità. Quest'invasione si è concretizzata in opposizioni più o meno evidenti alle forme tradizionali del culto antico, all'adorazione e, di conseguenza, agli antichi ordini religiosi che fondavano la loro identità su una solida vita liturgica e contemplativa.

Il Cattolicesimo, invaso nel suo interno da forze a lui eterogenee, si è trasformato in qualcosa di molto distante da quanto potevano immaginare le stesse generazioni dei cattolici praticanti di soli settantanni fa.

Oggi, con un pontificato romano a dir poco strano, gli è stata data una più forte accelerazione in direzione secolaristica.

In tal modo, si sta finendo di compiere l'aspirazione di quel seminarista da me conosciuto che, negli anni ottanta, desiderava una Chiesa più vicina al mondo, seminarista che oggi insegna nei seminari cattolici in qualità di docente e sacerdote in Friuli. Si può solo immaginare che tipo di insegnamento e “formazione” darà ai suoi poveri alunni!

In realtà, il Cattolicesimo che oggi si sta confezionando non è un adattamento della sua perenne identità ad un nuovo mondo ma una realtà totalmente nuova e quindi in rottura, più o meno profonda, con il suo passato.

Questo, dal punto di vista religioso, rappresenta un suicidio poiché con la Rivelazione, il Cristianesimo ha ricevuto per sempre anche il modo di intenderla, il senso di se stesso e della sua missione.

Oggi, quanto si sta perdendo, è proprio il modo di intendere la Rivelazione (ossia il contenuto della tradizione) e, di conseguenza, il senso e la missione del Cristianesimo.

Una delle conseguenze fatali di tutto ciò è esattamente la perdita del sacro, più volte denunciata dal mondo tradizionalista cattolico.

Molte volte abbiamo detto che il sacro non dev'essere inteso banalmente, come lo intendono certi “progressisti” cattolici che, perciò, lo combattono. Il sacro è il senso del trascendente, la sensazione dell'Alterità in un determinato contesto poiché, se Dio regge tutto il mondo, non ovunque l'uomo lo può intuire anche perché ci troviamo in una realtà ferita dalla cosiddetta disobbedienza adamitica.

La perdita del sacro comporta un'infinità di aspetti che i nostri amici “tradizionalisti” non sempre notano a causa dei loro presupposti religiosi di carattere prevalentemente razionale.

Se nella coscienza religiosa prevale l'aspetto razionale, determinato non di rado dall'ambito culturale moderno, si oscurano senza saperlo altri aspetti tutt'altro che secondari. Si tende a dimenticare, ad esempio, che il Cristianesimo antico non pone la semplice razionalità al centro di tutto ma ha un concetto di uomo molto più ampio e profondo, un concetto che oggi facciamo difficoltà a comprendere perfino nello stesso ambito ecclesiale e che si definisce “spirituale”.

L'ambito della spiritualità, ossia quello di una dimensione più profonda e dimenticata ma insita da sempre nell'uomo è connesso con la tradizione e, in un certo qual modo, con il cuore della stessa successione apostolica che, così, non è una semplice trasmissione del potere di ordine dal vescovo ordinante al vescovo ordinato ma della giusta dimensione spirituale nella quale si colloca quel sacramento e quel potere stesso.

In tal modo, se avviene una consacrazione episcopale, anche con corretti presupposti dogmatici e con una liturgia ortodossa, ma non è più chiara la corretta dimensione spirituale con la quale si esercita il sacramento dell'Ordine sacro, possiamo trovarci dinnanzi ad un'ordinazione valida ma di fatto inefficace.

È come dare ad un medico l'abilitazione di esercitare la sua professione, dopo corretti studi teorici, ma nella totale ignoranza di come si applica tale professione. Non a caso, nel caso del medico, si può esercitare la professione solo dopo un adeguato tirocinio poiché la sola formazione intellettuale non basta affatto.

Cosa succede nei seminari cattolici odierni, mi riferisco a quelli che hanno in orrore la loro stessa antica tradizione (e sono la stragrande maggioranza)? Non è solo progressivamente deformata la formazione intellettuale ma pure la corretta dimensione spirituale con la quale si dovrebbe esercitare il sacramento dell'Ordine sacro.

Il laico non può rimanere indifferente. Infatti quanto qui inizia ad essere messa a repentaglio è esattamente la successione apostolica, ciò che fa in modo che quel vescovo sia un reale vescovo, quel sacerdote un reale sacerdote.

Già da tempo abbiamo compreso che la gran maggioranza del clero cattolico sembra esprimersi sempre più come dei laici che “fanno” i preti, non come degli uomini che “sono” preti. La differenza non è da poco poiché qui è semplicemente stato svuotato il sacerdozio del Nuovo Testamento.

Il frutto che genera questa nuova comprensione di Chiesa e di sacerdozio, infatti, non è quello evangelico che infonde una sana inquietudine dinnanzi a Dio per la nostra personale indegnità. Il frutto è un orgoglio per essere ciò che si è per cui non ha senso alcuna conversione. L'unica conversione possibile è, allora, quella compresa dal mondo, tipo quella ecologica, quella sociale, quella semplicemente filantropica, ecc.

Si tratta, qui, di una spiritualità invertita che rimanda, a sua volta, ad una formazione invertita e ad un sacerdozio invertito o, in una sola definizione, ad una assenza di successione apostolica.

L'assenza del cosiddetto “sacro” nelle nuove liturgie cattoliche e il modo essenzialmente mondano o nevrotico di vivere il tempo, la razionalizzazione o banalizzazione del mistero, non sono che semplici conseguenze di un'assenza o inoperatività della successione apostolica.

Quando la dimensione spirituale è incompresa o combattuta siamo dinnanzi alla cecità spirituale o, detto diversamente, al dominio e allo schiacciamento dell'intuizione da parte del razionale.

L'intuizione presente nell'uomo ci è testimoniata dalle stesse Sacre Scritture in modalità differenti (vedi, ad esempio, At 8, 26 oppure Lc 24, 32). Si tratta di una sfera dell'umano sensibile a realtà di tipo spirituale che la mente è impotente ad afferrare. È quello che i padri greci chiamano “nous”, ossia l'occhio spirituale, l'intelletto spirituale, cosa ben distinta e diversificata dalla razionalità.

Quanto, nella Rivelazione o nel dono di grazia, appare al “nous” può, in un certo senso, essere espresso razionalmente ma solo limitatamente. L'intuizione riesce ad attraversare il tempo e a trovare in un suo solo istante la dimensione dell'eterno, è quanto trasforma l'uomo in un contemplativo, in un essere che comunica con l'Altro mondo o ne è toccato coscientemente. Il vero veggente è l'uomo nel quale l'intuizione lavora. Perciò la Scrittura riporta: “Io effonderò il mio Spirito sopra ogni uomo e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie; i vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni”(Gioe 3,1).

Gesù Cristo comanderà ai suoi discepoli di “farsi come bambini” proprio perché nell'infante non domina la sfera del razionale ma, piuttosto, quella dell'intuizione, seppur ancora ad un livello iniziale. Se ciò non avviene, “non entrerete nel Regno dei Cieli”, ossia non sarete toccati dall'Eternità fin da quaggiù.

Se tutto questo è oscurato, incompreso, dimenticato, combattuto, per un certo tempo rimane l'interpretazione razionale della Rivelazione. Poi si finisce per considerarla inutile e contraddittoria e si sposano categorie sempre più mondane: la religione viene compresa nei limiti dell'umana ragione! Da quel punto in poi, si trasformano la Chiesa, la liturgia i sacramenti i dogmi. L'uomo si nevrotizza e non sopporta più pregare o assistere a lunghe liturgie. Di conseguenza queste vengono abbreviate o semplicemente soppresse.

Ed eccoci ai giorni nostri dove tutta questa preparazione ha generato agnostici e atei. Non illudiamoci: nelle strutture ecclesiastiche mondanizzate odierne è perfettamente logica la presenza di preti e vescovi agnostici e atei!

L'assenza di sacro, dunque, non è che il frutto finale e più maturo di un percorso dove tutto è stato invertito e l'uomo è stato rinchiuso nella sua unica razionalità, una razionalità per giunta non più illuminata dalla più elevata facoltà intuitiva.

Le strutture ecclesiastiche, a quel punto, non servono più poiché non sono più in grado di compiere il lavoro che dovrebbero, per loro natura, fare.

Mi impressiona non poco osservare che alcune realtà della Chiesa ortodossa, un tempo gelose custodi di tale prospettiva antropologica e spirituale, si stiano “modernizzando” e iniziano a produrre quello stesso vuoto di senso che vediamo nella maggioranza delle strutture ecclesiastiche attorno a noi. Esse sono oramai pronte ad unirsi con un certo mondo “cristiano” occidentale poiché hanno la sua stessa e identica atmosfera interiore!


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Schema riassuntivo