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venerdì 23 settembre 2016

Appunto ecclesiologico

Esistono dei blog cattolici in cui diverse persone esprimono il loro disorientamento crescente dinnanzi a quanto a me pare essere un'alterazione dei pilastri stessi della dottrina cristiana. Quest'alterazione essi la intravvedono nelle parole di non poco clero fino a riconoscerla perfino negli atti e nei discorsi del papa stesso. Qualcuno, allora, suggerisce quanto segue:
«Che ci sia il papa x o il papa y poco importa, l'importante che la mentalità, il senso comune ritorni cattolico».

Ottimo appunto ma mi pare quasi fuori luogo. Questo perché, per avere senso, si dovrebbe essere in un contesto ecclesiastico in cui la Tradizione (intesa in tutti i sensi ma, soprattutto, nel senso del "modo" in cui si vive la fede cristiana) sia concepita al di sopra dell'autorità personale del papa stesso. 
Ebbene, questo da troppo tempo nel nostro caso non è più così poiché è la persona del papa stesso (x o y che sia) a determinare il sentire cum ecclesia fino al punto che pure il cosiddetto magistero ordinario non dev'essere confrontato e riconosciuto cattolico o meno (come si avrebbe fatto anticamente in modo diffuso e sistematico) ma semplicemente accettato con ossequio.

Mi si dirà che è il sensus fidei dei fedeli che, dinnanzi alle situazioni più controverse, dovrebbe regolare le persone, la mentalità cattolica, come si dice nel consiglio citato.

In realtà, osservando con molta attenzione e con scrupolosa coscienza mi pare di poter concludere che il rapporto tradizione-autorità sia uno dei più emblematici e contorti nella pratica del mondo cattolico odierno (e non solo da oggi, se si è onesti!). Infatti il "carisma" dello Spirito santo (inteso nel senso più autentico e profondo) è al di sopra delle autorità ecclesiastiche, può riguardare qualsiasi cristiano e non chiede che di essere riconosciuto dalle autorità stesse, non manipolato o alterato autoritativamente! In realtà, sempre più, nel nostro contesto questo "carisma" è equivocato, finisce per essere qualcosa di caotico e contraddittorio ("carisma" sarebbe il movimento di Kiko Arguello ma pure la sensibilità dei tradizionalisti cattolici totalmente contrari ad esso!). Ovvio che allora non è il carisma fondativo della Chiesa che l'ha sostenuta nei secoli, nonostante mille prove, poiché quel carisma era contraddistinto da armonia e comunione, non da difformità litigiosa e contrastante! Inevitabilmente si finisce, allora, per affidarsi all'autorità per se stessa. Quest'affidamento sancisce una volta per tutte la priorità del diritto canonico sulla spiritualità, ridotta troppo spesso ad un fantasma in cui si esprimono unicamente istanze sociologiche o psicologiche. Ed eccoci in pieno antropocentrismo ecclesiale!
 

Se è vero che l'autorità, a sua volta, cerca di conformarsi ad una generica tradizione per rivendicare la sua autenticità, è pur vero che è  l'autorità nel cattolicesimo a fare la tradizione. E questo da secoli.

Non a caso Giovanni XXIII osò dire che "la novità di oggi (promossa dall'autorità ecclesiastica) sarà la tradizione di domani". Non lo disse tanto nei riguardi di una novità carismatica riconosciuta come opera dello Spirito nel corpo ecclesiale, quanto come una novità pensata e imposta dall'alto, dall'autorità stessa. E lo disse a quanti, ancora, gli ricordavano che l'autorità deve conformarsi alla tradizione ...

Se allora era così figuriamoci oggi, in cui è in espansione un vero e proprio culto della personalità, in cui una cosa finisce per essere "buona" solo e unicamente perché promossa dall'alto.

In definitiva: il consiglio sopra citato è ottimo ma mi sembra che, in un contesto in cui tutto è stato rovesciato, viene reso all'atto pratico totalmente impotente ...


Al contrario, in Oriente, la Chiesa a livello monastico e popolare resiste dinnanzi ai reiterati tentativi di autoritarismo da parte di qualche patriarca. Lì esiste ancora la possibilità di confrontare se l'autorità è conforme o meno alla tradizione, finanto che pressioni esterne alla Chiesa, servendosi di chierici influenti, non rovescino le cose, iniziando dapprima a combattere il monachesimo depositario della memoria storica, della spiritualità e della tradizione antica (storia che è accaduta già in Occidente diversi secoli fa) ... 

mercoledì 21 settembre 2016

Segnalazione bibliografica

Titolo: Certain Sainthood: Canonization and the Origins of Papal Infallibility in the Medieval Church
ISBN-10:0801454034
ISBN-13:9780801454035
Autore: Donald S. Prudlo
Editore: Cornell University Press
Data di pubblicazione 18-Dec-2015
Numero di pagine: 232


La dottrina dell'infallibilità del Papa è un principio centrale del cattolicesimo romano, eppure è spesso fraintesa da cattolici e non cattolici. Gran parte degli attuali punti di discussione teologica sulla definizione di infallibilità papale provengono dal concilio Vaticano I nel 1870, ma le origini del dibattito sono molto più lontane. In "Certain Sainthood", Donald S. Prudlo ripercorre questa storia dal Medioevo, nel periodo in cui Roma stava lottando per estendere i limiti dell'autorità papale sulla cristianità occidentale. Infatti, come egli mostra, la nozione stessa d'infallibilità papale è cresciuta nei dibattiti sull'autorità del Papa nella canonizzazione dei santi.

La storia di Prudlo inizia nel XII e XIII secolo, quando Roma era sempre più concentrata sulla lotta contro l'eresia. A tal fine il papato arruolò il sostegno dei giovani ordini mendicanti, in particolare dei domenicani e dei francescani. Come mostra Prudlo, un tema chiave nella battaglia del papato contro l'eresia fu il controllo della  canonizzazione: i gruppi ereticali non contestavano solo la canonizzazione di specifici santi ma sfidavano il concetto generale di santità. Così facendo, hanno attaccato le radici dell'autorità papale. Alla fine, con il supporto dei mendicanti, l'atto di sfidare un santo creato dal papa fu ritenuta un'eresia.
"Certain Sainthood" riprende le intuizioni di una nuova generazione di studiosi che integra il vissuto della religione e la storia intellettuale nello studio della teologia e del diritto canonico. Il risultato è un lavoro che appassionerà gli studiosi e i studenti di storia della chiesa, nonché interesserà un più vasto pubblico sull'evoluzione di una delle più importanti istituzioni religiose del mondo.

domenica 18 settembre 2016

Che abissale differenza!!!

«Una volta un professore universitario visitò il Ghéron (l'anziano) Paisios (monaco del monte Athos vissuto e morto santamente) e gli disse: "Ghéron, ho difficoltà a credere che Dio esista. Sono un uomo colto, vivo in Occidente e tutto ciò che tu fai e dici si può spiegare razionalmente. Certo esiste qualche forza, ma non posso accettare tutto quello he tu dici su Cristo e sui sacramenti"»
Il Ghéron dopo averlo ascoltato gli disse con tono brusco: "Sei più stupido di una lucertola".
Offeso dalle parole del Ghéron il professore reagì. Il Ghéron insistette: "In verità, tu sei più stupido di una lucertola e te lo mostrerò".
Il Ghéron chiamò subito una lucertola. All'animaletto che corse da lui chiese se Dio esistesse. La lucertola si alzò su due zampe e chinò la testa, dando con questo movimento una risposta positiva alla domanda del Ghéron. Il professore ne fu sorpreso e incominciò a piangere. Il Ghéron aggiunse: "Hai visto che sei più stupido di una lucertola? Essa sa che Dio esiste e tu, con la tua intelligenza, non hai compreso la sua esistenza".
Il professore lasciò la cella del Ghéron del tutto scosso.


Dionisios Tatsis, Non cercate una santità a buon mercato. Vita e insegnamenti dal Monte Athos, Edizioni Dehoniane, Bologna 1997, pp. 132-133.

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«Tante volte io mi trovo in crisi con la fede e alcune volte anche ho avuto la sfacciataggine di rimproverare Gesù: “Ma perché Tu permetti questo?”, e anche dubitare: “Ma questa sarà la verità, o sarà un sogno?”. E questo da ragazzo, da seminarista, da prete, da religioso, da vescovo e da Papa. “Ma come mai il mondo è così, se Tu hai dato la Tua vita? Ma non sarà, questa, un’illusione, un alibi per consolarci?”. Un cristiano che non abbia sentito questo, qualche volta, la cui fede non sia entrata in crisi, gli manca qualcosa: è un cristiano che si accontenta con un po’ di mondanità e così va avanti nella vita».

Papa Francesco, Discorso tenuto a Villa Nazareth il 18 giugno 2016 (vedi la fonte qui).

sabato 17 settembre 2016

La Chiesa-tenda

L'antico popolo d'Israele nomade nel deserto in viaggio verso la terra promessa costruì il suo santuario in una tenda. Questo ricordo storico è rimasto sia negli israeliti, una volta raggiunta la Palestina, sia nei cristiani che da loro sono provenuti.
Esiste, dunque, un'analogia tra la Chiesa e la tenda dell'Alleanza, che non viene meno neppure pensando che la Chiesa è il compimento finale e perfetto della rivelazione neotestamentaria.

La figura della tenda ci è d'aiuto per fare qualche interessante riflessione.
Avene mai visto com'è costruita? Nella figura in alto ne ho posto un esempio attuale. La tenda è anche definita “tensostruttura”, nel senso che è una struttura che si edifica sulla tensione del suo materiale coprente. Perché possa realmente costruirsi è dunque necessario che, al suo interno, ci siano uno o più piloni di una certa altezza, in modo da sollevare il più possibile la tenda stessa e farla in seguito ricadere ai lati esterni. Se, per assurdo, iniziassimo ad abbassare sempre più i piloni principali che succederebbe? Facile a capirsi: la tenda si abbasserebbe di seguito fino a divenire inabitabile.

La Chiesa ha una perfetta analogia con tutto ciò.
Per quanto sia voluta da Dio, ha un aspetto prettamente umano, pure materiale, legato alla libertà umana che risponde o meno alla volontà di Dio. Quando questo aspetto contingente umano o materiale inizia a scadere è la stessa Chiesa che inevitabilmente scade.

Le persone più importanti in essa, papi, patriarchi, vescovi, sono le sue teste visibili. Essi sono analogicamente come i piloni di una tenda. Più sono alti (spiritualmente, moralmente, umanamente, dogmaticamente) più la tenda riceve respiro, elevatezza, diviene abitabile.
Più sono mediocri o insufficienti (spiritualmente, moralmente, umanamente, dogmaticamente) più la tenda diviene angusta, si abbassa, si rende inabitabile.

Ecco perché nei periodi migliori, ben conoscendo questa legge, si cercava di scegliere sacerdoti i più spiritualmente maturi tra il popolo e si stava particolarmente attenti quando si doveva nominare un vescovo. Oggi non è più così.

La conseguenza è quella di aver reso la Chiesa un luogo sempre più inabitabile e infatti non pochi escono da essa perché non ci si può più stare. Non li scuso affatto ma posso capire perfettamente il loro disagio interiore che li spinge a fare ciò ...

venerdì 16 settembre 2016

Dio di giudizio e di bontà

La tradizione cristiana riguardo le verità fondamentali in cui credere è chiara. Una Chiesa che si lega ad essa e la rispetta non si fa scuotere da nulla. Quando ambienti, piccoli o vasti, e persone ecclesiali (umili o grandi) iniziano a prescinderne, si genera confusione pure dinnanzi alle cose più elementari. È quasi inutile rimarcare che oggi assistiamo a tale confusione, fino a poco tempo fa ritenuta impossibile. A peggiorare le cose, succede che qualche responsabile all’interno della Chiesa si ritrova ad avere idee così confuse da non contraddistinguere neppure il più sguarnito e improbabile sacrestano di sperduta provincia.

Per non far giri inutili di parole, mi basta riferirmi ad un esempio corrente: quello sulla bontà di Dio.
La rivelazione cristiana ricorda che Dio è buono. Egli è iconizzato nel padre misericordioso che attende il figlio dissoluto e, una volta che quest’ultimo ritorna pentito, lo accoglie a braccia aperte.

La bontà di Dio è però indissolubile dal suo giudizio che può essere pure di condanna. Questo lo vediamo chiaramente rappresentato nelle antiche raffigurazioni del giudizio universale. Soffermiamoci un po’ su.
In questo post riporto l’immagine di una delle ultime raffigurazioni occidentali in cui il giudizio universale è rappresentato in modo tradizionale, quella di Giotto nella cappella degli Scrovegni di Padova.

Vediamo che Cristo è circondato da una mandorla di fuoco la cui luce e calore allietano i beati in Paradiso. Dalla stessa mandorla si diparte un fiume di fuoco che alimenta le fiamme dell’inferno. In questo fuoco i dannati sono condannati alle pene eterne. Lo stesso Dio che è fonte di letizia infinita in alcuni determina in altri un dolore altrettanto infinito. Il Dio di bontà è pure un Dio di giudizio ma il giudizio non è tanto Lui a stabilirlo quanto la condizione con cui la persona giunge nell’Al di là. Dio non fa altro che prendere atto se, chi si presenta dinnanzi a Lui, ha o non ha la veste nuziale. Dio è come la luce che, in chi ha buona vista mostra i colori del mondo e in chi ha gli occhi malati, fa male. Non è la sorgente del male poiché il male si ingenera solo in chi non è in grado di percepire Dio positivamente.

Il giudizio rappresentato riguarda certamente quello alla fine del mondo ma ricorda al fedele che lo ammira anche il giudizio particolare che lo attende subito dopo la morte e, per estensione, quello che lo riguarda al momento presente: la condizione di comunione con Dio rende Dio fonte di piacere, la condizione di rottura da Dio (o peccato) lo rende fonte di tormento. Chi è nella grazia contempla la presenza di Dio in sé, chi non è in grazia sente suonare come assurda la stessa parola “Dio”.

La misericordia di Dio è dunque una cosa sola con la sua giustizia, la pace e gioia che genera nei beati è una cosa sola con il tormento e il dolore che genera nei dannati.

Nel momento in cui s’inizia a mettere in dubbio questa verità di fede, inevitabilmente cambiano anche i discorsi e l’arte religiosa ne è influenzata.
È abbastanza nota, penso, l’iconografia del giudizio universale dipinta dall’ex ateo esistenzialista convertito (?) cristiano Kiko Arguello, fondatore del Cammino Neocatecumenale, movimento ecclesiale cattolico. Nonostante infonda un'impressione allucinatoria, tale dipinto cerca d’imitare le antiche raffigurazioni del giudizio universale apportandoci, però, sostanziali modifiche. Prescindo dai nimbi neri (?) che circondano Cristo e mi concentro sul lago di fuoco alimentato dalla mandorla di fuoco del Cristo. Tale lago, che rappresenta l’inferno vuoto, è abitato solo da Satana. Il Dio di Arguello è, dunque, un Dio di esclusiva bontà e il suo giudizio, in quest’icona, non prevede alcuna condanna. Mentre per la tradizione patristica greca il cristiano in questo mondo si esercita a purificare le proprie passioni per essere illuminato dalla grazia ed eventualmente trasfigurato, nel caso di questa rappresentazione arguellana Dio giustifica l’umanità (in senso luterano?) e di conseguenza l’inferno è vuoto.
D’altronde quest’idea kikiana è quella del secolarismo attuale, ben penetrato in troppi ambienti cristiani. L’uomo attuale, per molti cristiani occidentali, va bene com’è, non deve cambiare, non deve purificare nulla di sé. È accolto com’è e com’è viene giustificato da Dio, Essere di assoluta misericordia. L’esaltazione unilaterale della misericordia, oscurando il pentimento e la lotta contro le malvagie passioni, è pure caratteristica del pensiero del papa argentino di Roma, un pensiero che squilibra totalmente l’antica tradizione cristiana. Il racconto del figlio dissoluto viene perciò alterato: il padre lo accoglie non pentito, lo ama e gli fa festa ben sapendo che tornerà a dilapidare il resto delle sue ricchezze per vivere dissolutamente. Il figlio non chiede di essere trattato come l’ultimo dei suoi servi ma pretende con arroganza i suoi diritti, poco importa se questo stride con la fedeltà di quanti non hanno abbandonato la casa paterna nella quale egli ritorna solo per finire di rovinarla.

Mi sembra di vedere la storia di molti ambienti ecclesiali in Occidente e, forse, oramai di qualche ambiente ecclesiale ortodosso, dove laici e chierici non convertiti pretendono privilegi con arroganza, insozzando e affondando la Chiesa con l’assurdo teatro di tutte le loro passioni. I cristiani residuali di queste realtà fuggono come su scialuppe di salvataggio davanti ad un mare in tempesta ...

mercoledì 7 settembre 2016

Quando un Cristianesimo diviene eretico...

Non amo sparare sentenze, non l'ho mai amato. Non amo, quindi, tutti quegli scritti, rinvenibili nel web, nei quali si affibbiano facilmente etichette di ortodossia o di eresia a questo e a quello, finendo per dare l'impressione agli altri che chi scrive è meglio di tutti.
Tuttavia, quando si supera un certo livello di confusione sarebbe codardìa e complicità non chiamare le cose con il loro vero nome. Perciò ho messo questo titolo, solo apparentemente provocatorio ma sostanzialmente realistico.

Sono stato nel Monte Athos dove ho incontrato alcuni interessanti monaci con i quali mi sono intrattenuto. Non facciamoci illusioni: se fino a ieri non esaltavano il Cristianesimo occidentale, oggi a tutti loro quest'ultimo fa estrema pena (compreso l'operato di papa Francesco) e non si può certo dire che abbiano torto. Questi monaci si accorgono subito quando c'è autenticità o apparenza nelle cose.

Mi ricordavano che la rivelazione cristiana non ha solo proposto un elenco di realtà a cui credere ma ha fornito una mentalità con la quale vivere la fede. Se tutto ciò è rispettato onestamente, Dio è lasciato com'è, non viene modificato a seconda dei gusti e delle mode.
Al contrario, la tendenza di "adattare" Dio agli uomini è sempre esistita in Occidente fino a giungere alla stranissima situazione attuale, strana per chi ancora ha qualche riferimento tradizionale.
Gli ingenui tradizionalisti cattolici pensano che riportando l'orologio della storia agli anni '50 del XX secolo, il Cattolicesimo si risanerebbe. Che illusi! 

Un monaco greco, che aveva ben conosciuto un cistercense degli anni '50, mi diceva che nel monastero in cui questo religioso viveva c'erano monaci benedettini in silenzio da decenni. Dopo il concilio vaticano II quei monaci che erano rimasti così a lungo in silenzio iniziarono a parlare e dalle loro bocche uscirono dei mostri ... Decenni prima del concilio vaticano II, questi monaci cattolici stavano in silenzio, perché la disciplina di allora lo imponeva, ma nel loro cervello c'erano già dei tarli velenosi che lavoravano incessantemente e che poi, aprendo la bocca, produssero incredibili eresie... Nulla nasce da un giorno ad un altro! In questo esempio, si ha la reale sensazione che la tradizione vivente era ben lungi da quei monaci, pure decenni prima del concilio vaticano II!

Non è allora un caso che Louis Bouyer, teologo cattolico, negli anni '70 scrisse che l'odore di morte di molti ambienti cattolici derivava dalla putrefazione di membra decedute molto tempo prima e che solo una ferrea disciplina esteriore e formale poteva far parere in florida forma ...

Il fatto è che quando un ambiente ecclesiale diviene eretico - in senso reale e proprio - è l'immagine stessa di Dio ad essere sfigurata. Allora non è più Dio a cambiare gli uomini ma sono questi ultimi a renderlo a loro immagine e somiglianza. E un idolo, si sà, è totalmente impotente!
La tentazione perenne di vedere troppo umanamente Dio, ha portato pian piano alla situazione attuale.
Così, se negli anni '70 si parlava di "teologia della liberazione", oggi si parla di "teologia queer" e, in quest'ultimo caso, si parla addirittura di un "Dio queer" (vedi qui).

Attribuire a Dio delle attese puramente umane (giuste o sbagliate che siano) significa una sola cosa: non avere mai conosciuto il Dio rivelato da Gesù Cristo e pronunciare, di conseguenza, delle bestemmie.

In tal modo, molti ambienti ecclesiali di oggi stanno bestemmiando e ciò avviene perché sono divenuti eretici, ossia hanno travisato totalmente le basi sulle quali Cristo ha voluto la Chiesa.
Ecco l'orribile situazione nella quale molto cattolicesimo odierno è arrivato, generando uno smarrimento senza precedenti e un intenso dolore nelle persone più sensibili.
È dunque chiaro perché in questi ambienti le persone sono impotenti a migliorarsi e, al contrario, esaltano quanto, fino a ieri, era considerato semplicemente scandaloso perfino da gente molto distante dalla Chiesa.

martedì 30 agosto 2016

La maschera della mondanità

Mi è stato segnalato un articolo che, a suo tempo, lo scrittore e poeta Pierpaolo Pasolini scrisse su Paolo VI quando, in occasione di un incontro avuto con i pellirossa, il pontefice si coprì il capo con una corona di penne. Forse storicamente è quello il primo momento in cui un papa iniziò ad assumere vestiari o atteggiamenti non suoi nell'intenzione di compiacere le persone.
A Pasolini non sfuggivano di certo i significati profondi di questo tipo di atteggiamenti e non si lasciava incantare da scuse convenzionali e banali che spesso si sentono per spogliare tali fatti del loro vero contenuto. Intravvide, dunque, in questo mascheramento la tragedia di una Chiesa che, sempre più ignorata dal mondo, iniziava a rincorrerlo assumendone modi e atteggiamenti. Una tragedia davanti alla quale si sorride per ingannare se stessi e gli altri. Contemporaneamente, in questi ambienti ecclesiastici era sempre più diffuso, fino a divenire volgata comune, un autentico disprezzo per le proprie radici, per le forme tradizionali con cui non solo il cattolicesimo ma il cristianesimo stesso si è espresso lungo i secoli. Ci troviamo dinnanzi ad una Chiesa che ha perso se stessa ed è in scisma con il suo passato. È senz'altro una situazione inedita nella storia e che produce all'interno di tale Chiesa un'altra creatura, somigliante alla prima ma sostanzialmente diversa da essa. Ebbene, nelle parole di Pasolini pare ritrovarsi tutto questo. Inutile dire che tali parole, lungi dall'essere state capite, apparvero all'Osservatore Romano di allora come un'inutile provocazione alla quale il poeta rispose con poche ma sferzanti frasi. Oggi le parole dello scomparso scrittore paiono essere più vere che mai. La soluzione, quella di essere autenticamente se stessi, non pare affatto essere presa in considerazione e si cerca di essere sempre più "come gli altri" non avvedendosi che, così, gli "altri" hanno una scusa in più per allontanarsi dalla Chiesa ...

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 I  DILEMMI DI UN PAPA

Forse qualche lettore è stato colpito da una fotografia di Papa Paolo VI con in testa una corona di penne Sioux, circondato da un gruppetto di «Pellerossa» in costumi tradizionali: un quadretto folcloristico estremamente imbarazzante quanto più l'atmosfera appariva familiare e bonaria. Non so cosa abbia ispirato Paolo VI a mettersi in testa quella corona di penne e a posare per il fotografo. Ma non esiste incoerenza. Anzi, nel caso di questa fotografia di Paolo VI, si può parlare di atteggiamento particolarmente coerente con l'ideologia, consapevole o inconsapevole, che guida gli atti e i gesti umani, facendone «destino» o «storia». Nella fattispecie, «destino» di Paolo VI e «storia» della Chiesa. Negli stessi giorni in cui Paolo VI si è fatto fare quella fotografia su cui «il tacere è bello» (ma non per ipocrisia, bensì per rispetto umano), egli ha infatti pronunciato un discorso che io non esiterei, con la solennità dovuta, a dichiarare storico. E non mi riferisco alla storia recente, o, meno ancora, all'attualità.
Tanto è vero che quel discorso di Paolo VI non ha fatto nemmeno notizia, come si dice: ne ho letto nei giornali dei resoconti laconici ed evasivi, relegati in fondo alla pagina. Dicendo che il recente discorsetto di Paolo VI è storico, intendo riferirmi all'intero corso della storia della Chiesa cattolica, cioè della storia umana (eurocentrica e culturocentrica, almeno). Paolo VI ha ammesso infatti esplicitamente che la Chiesa è stata superata dal mondo; che il ruolo della Chiesa è divenuto di colpo incerto e superfluo; che il Potere reale non ha più bisogno della Chiesa, e l'abbandona quindi a se stessa; che i problemi sociali vengono risolti all'interno di una società in cui la Chiesa non ha più prestigio; che non esiste più il problema dei «poveri», cioè il problema principe della Chiesa ecc. ecc.
Ho riassunto i concetti di Paolo VI con parole mie: cioè con parole che uso già da molto tempo per dire queste cose. Ma il senso del discorso di Paolo VI è proprio questo che ho qui riassunto: ed anche le parole non sono poi in conclusione molto diverse. A dir la verità non è la prima volta che Paolo è sincero: ma, finora, i suoi impulsi di sincerità hanno avuto manifestazioni anomale, enigmatiche, e spesso (dal punto di vista della Chiesa stessa) un po' inopportune. Erano quasi dei raptus che rivelavano il suo stato d'animo reale, coincidente oggettivamente con la situazione storica della Chiesa, vissuta persona1mente nel suo Capo. Le encicliche «storiche» di Paolo VI, poi, erano sempre frutto di un compromesso, fra l'angoscia del Papa e la diplomazia vaticana: compromesso che non lasciava mai capire se tali encicliche fossero un progresso o un regresso rispetto a quelle di Giovanni XXIII. Un papa profondamente impulsivo e sincero come Paolo VI aveva finito con l'apparire, per definizione, ambiguo e insincero.
Ora di colpo, è venuta fuori tutta la sua sincerità, in una chiarezza quasi scandalosa. Come e perché? Non è difficile rispondere: per la prima volta Paolo VI ha fatto ciò che faceva normalmente Giovanni XXIII, cioè ha spiegato la situazione della Chiesa ricorrendo a una logica, a una cultura, a una problematica non ecclesiastica: anzi, esterna alla Chiesa; quella del mondo laico, razionalista, magari socialista - sia pur ridotto e anestetizzato attraverso la sociologia. Un fulmineo sguardo dato alla Chiesa «dal di fuori» è bastato a Paolo VI a capirne la reale situazione storica: situazione storica che rivissuta poi «dal di dentro» è risultata tragica. Ed è qui che è scoppiata, stavolta sinceramente, la sincerità di Paolo VI: anziché prendere la falsariga del compromesso, della ragion di Stato, dell'ipocrisia, sia pure postgiovannea, le parole «sincere» di Paolo VI hanno seguito la logica della realtà.
Le ammissioni che ne sono seguite sono dunque ammissioni storiche nel senso solenne che ho detto: tali ammissioni infatti delineano la fine della Chiesa, o almeno la fine del ruolo tradizionale della Chiesa durato ininterrottamente duemila anni. Certamente - magari attraverso le illusioni che non potrà non dare l'Anno Santo - Paolo VI troverà modo di ritornare (in buona fede) insincero. Il suo discorsetto di questa fine d'estate a Castelgandolfo, sarà formalmente dimenticato, saranno alzate intorno alla Chiesa nuove rassicuranti barriere di prestigio e speranza ecc. ecc. Ma si sa che la verità, una volta detta, è incancellabile; e irreversibile la nuova situazione storica che ne deriva.
Ora, a parte i particolari problemi pratici (come la fine delle vocazioni religiose) sulla cui soluzione il Papa è apparso impotente a fare qualsiasi ipotesi, è su tutta la drammatica situazione della Chiesa che egli si dimostra del tutto irrazionale (cioè, ancora una volta in altro modo, sincero). La soluzione infatti che egli propone è «pregare». Il che significa che dopo aver analizzato la situazione della Chiesa «dal di fuori», e averne intuito la tragicità, la soluzione che egli propone è riformulata «dal di dentro».
Dunque non solo tra impostazione e soluzione del problema c'è un rapporto storicamente illogico: ma c'è addirittura incommensurabilità. A parte il fatto che il mondo ha superato la Chiesa (in termini ancora più totali e decisivi di quanto abbia dimostrato il «referendum») è chiaro che tale mondo, appunto, non «prega» più. Quindi la Chiesa è ridotta a «pregare» per se stessa. Così Paolo VI, dopo aver denunciato, con drammatica e scandalosa sincerità il pericolo della fine della Chiesa, non dà alcuna soluzione o indicazione per affrontarlo.
Forse perché non esiste possibilità di soluzione? Forse perché la fine della Chiesa è ormai inevitabile, a causa del «tradimento» di milioni e milioni di fedeli (soprattutto contadini, convertiti al laicismo e all'edonismo consumistico) e della «decisione» del potere, che è ormai sicuro, appunto, di tenere in pugno quegli ex fedeli attraverso il benessere e soprattutto attraverso l'ideologia imposta loro senza nemmeno il bisogno di nominarla? Può darsi. Ma questo è certo: che se molte e gravi sono state le colpe della Chiesa nella sua lunga storia di potere, la più grave di tutte sarebbe quella di accettare passivamente la propria liquidazione da parte di un potere che se la ride del Vangelo.
In una prospettiva radicale, forse utopistica, o, è il caso di dirlo, millenaristica, è chiaro dunque ciò che la Chiesa dovrebbe fare per evitare una fine ingloriosa. Essa dovrebbe passare all'opposizione. E, per passare all'opposizione, dovrebbe prima di tutto negare se stessa. Dovrebbe passare all'opposizione contro un potere che l'ha così cinicamente abbandonata, progettando, senza tante storie, di ridurla a puro folclore. Dovrebbe negare se stessa, per riconquistare i fedeli (o coloro che hanno un «nuovo» bisogno di fede) che proprio per quello che essa è l'hanno abbandonata. Riprendendo una lotta che è peraltro nelle sue tradizioni (la lotta del Papato contro l'Impero), ma non per la conquista del potere, la Chiesa potrebbe essere la guida, grandiosa ma non autoritaria, di tutti coloro che rifiutano (e parla un marxista, proprio in quanto marxista) il nuovo potere consumistico che è completamente irreligioso; totalitario; violento; falsamente tollerante, anzi, più repressivo che mai; corruttore; degradante (mai più di oggi ha avuto senso l'affermazione di Marx per cui il capitale trasforma la dignità umana in merce di scambio).
È questo rifiuto che potrebbe dunque simboleggiare la Chiesa: ritornando alle origini, cioè all'opposizione e alla rivolta. O fare questo o accettare un potere che non la vuole più: ossia suicidarsi. Faccio un solo esempio, anche se apparentemente riduttivo. Uno dei più potenti strumenti del nuovo potere è la televisione. La Chiesa finora questo non lo ha capito. Anzi, penosamente, ha creduto che la televisione fosse un suo strumento di potere. E infatti la censura della televisione è stata una censura vaticana, non c'è dubbio. Non solo, ma la televisione faceva una continua réclame della Chiesa. Però, appunto, faceva un tipo di réclame totalmente diversa dalla réclame con cui lanciava i prodotti, da una parte, e dall'altra, e soprattutto, elaborava il nuovo modello umano del consumatore. La réclame fatta alla Chiesa era antiquata e inefficace, puramente verbale: e troppo esplicita, troppo pesantemente esplicita. Un vero disastro in confronto alla réclame non verbale, e meravigliosamente lieve, fatta ai prodotti e all'ideologia consumistica, col suo edonismo perfettamente irreligioso (macché sacrificio, macché fede, macché ascetismo, macché buoni sentimenti, macché risparmio; macché severità di costumi ecc. ecc.). È stata la televisione la principale artefice della vittoria del «no» al referendum, attraverso la laicizzazione, sia pur ebete, dei cittadini. E quel «no» del referendum non ha dato che una pallida idea di quanto la società italiana sia cambiata appunto nel senso indicato da Paolo VI nel suo storico discorsetto di Castelgandolfo. Ora, la Chiesa dovrebbe continuare ad accettare una televisione simile? Cioè uno strumento della cultura di massa appartenente a quel nuovo potere che «non sa più cosa farsene della Chiesa»? Non dovrebbe, invece, attaccarla violentemente, con furia paolina, proprio per la sua reale irreligiosità, cinicamente corretta da un vuoto clericalismo? Naturalmente si annuncia invece un grande exploit televisivo proprio per l'inaugurazione dell' Anno Santo. Ebbene, sia chiaro per gli uomini religiosi che queste manifestazioni pomposamente teletrasmesse, saranno delle grandi e vuote manifestazioni folcloriche, inutili ormai politicamente anche alla destra più tradizionale. Ho fatto l'esempio della televisione perché è il più spettacolare e macroscopico. Ma potrei dare mille altri esempi riguardanti la vita quotidiana di milioni di cittadini: dalla funzione del prete in un mondo agricolo in completo abbandono, alla rivolta delle élites teologicamente più avanzate e scandalose.
Ma in definitiva il dilemma oggi è questo: o la Chiesa fa propria la traumatizzante maschera del Paolo VI folcloristico che «gioca» con la tragedia, o fa propria la tragica sincerità del Paolo VI che annuncia temerariamente la sua fine.

Pierpaolo Pasolini (Corriere della Sera, 22 settembre 1974)

martedì 23 agosto 2016

Comunità benedettine...

Nei pressi di Prosecco, località in provincia di Trieste famosa per il suo vino, c'è un piccolo monastero di monache benedettine. Il monastero è dedicato a san Cipriano. Originalmente le religiose risiedevano nel centro storico di Trieste, in un antico stabile. Non potendo più rimanervi, hanno trovato una nuova sistemazione in una località tranquilla che ben si presta alle esigenze di un monastero. Il nuovo complesso offre una buona impressione, ha le dimensioni di una grande casa ed è accogliente, non incute soggezione come certi antichi palazzi padronali. L'aria del monastero sa di buono. Ci si rende conto che ci sono delle persone che pregano e vivono tranquillamente. Seppur la mia visita è stata fugace, nulla mi ha comunicato delle disarmonie, come quelle che talora si sentono provenire da locali con famiglie difficili e problematiche.

La vita pacata dei monaci è quanto il nostro mondo dimentica ma, in realtà, è quanto di cui avrebbe bisogno: negli ambienti monastici è normalmente assente quel nervosismo che riempie l'aria delle nostre città, troppo piene di negative polluzioni mentali.

Sono giunto nel monastero in un momento in cui le monache cantavano il vespero domenicale, metà in latino e metà in italiano, secondo uno schema proposto dall'Abbazia di Praglia (Padova) e che, a mio modesto avviso, pare essere piuttosto ridotto per essere praticato nei monasteri.
Entrando in chiesa sono finite le mie percezioni positive perché ho subito avuto una sorpresa: non esiste alcuna separazione tra il coro delle monache e l'area riservata ai laici. In questo modo, chi entra è come se fosse quasi tra le file delle monache stesse. Strana cosa questa, poiché tutto ciò non dovrebbe essere consentito, se non altro per motivi di ordine pratico: così la preghiera delle monache non è per nulla custodita ed è facile che chi entra ed esce le distragga.
Al posto dell'altare la chiesa ha una mensa, al centro del coro monastico. Non esiste, dunque, alcuna separazione tra il santuario (nel qual centro normalmente c'è l'altare) e il coro. Come il coro è di fatto confuso con il piccolo spazio della chiesa che funge da navata, così il coro è confuso con il santuario. Si può tranquillamente dire che chi ha progettato questa chiesa, forse con l'approvazione delle monache stesse, ha mandato la simbolica ecclesiale a farsi benedire!
Sulla mensa, brillava un solo cero. "Buffo - mi son detto - nel mondo cattolico si è passati dalle 6 o 4 candele sull'altare a sole 3 candele. Poi anche queste sono parse troppe e si ha preferito metterne solo 2. Ora qui brilla una sola candela!".
Ovviamente queste non sono affatto pure esteriorità o questioni formali ma rimandano a tutto un modo di sentire che, evidentemente, è cambiato con il tempo trascinando anche gli ambienti dei monasteri, normalmente più conservativi.
Verso la fine dell'ufficio monastico è iniziata la preghiera d'intecessione. Dal gregoriano, che stabiliva un piano dignitoso e alto di preghiera, ho avuto la sensazione di scendere in uno scantinato: le preghiere d'intercessione erano improvvisate dalle monache stesse e non avevano, perciò, uno stile liturgico ma un semplice stile pietistico personale; erano espressione di quella che un tempo si definiva "devozione privata". Qualcuna di loro si dilungava in poco opportune descrizioni cronachistiche di fatti e avvenimenti, qualcun'altra raccomandava un trattamento dignitoso ai rifugiati, come vuole papa Francesco. Nessuna, ovviamente, pregava per la conversione di tali persone... 
Questa parte aveva introdotto una cesura tra la preghiera ufficiale, la liturgia, e la preghiera personale e individualistica facendo decadere la liturgia stessa, immiserendola, alterandone la natura. Le monache benedettine avrebbero dovuto saperlo, essendo appartenenti ad un ordine attento alle res liturgicae ma, evidentemente, sono pure loro vittime dell'incredibile confusione dei tempi attuali.

Notavo tutto ciò in modo discreto a chi mi accompagnava. La monaca più vicina a noi dava segni di fastidio per la nostra discretissima presenza critica. Che dire? La mia mente volava in certi monasteri bizantini dove, al contrario, nonostante l'entrare e l'uscire di fedeli e monaci per i bisogni della comunità, nonostante il rumore delle cucine poco lontane, la preghiera continua lo stesso per tutti, la pietà non si lascia distrarre da nulla, la devozione non scade mai in pietismo individualistico: è tutto un altro mondo!
Al contrario, il fastidio della monaca per la nostra presenza mi faceva pensare di non essere in una chiesa, nella quale il sacro permea tutto, anche l'infante che piange in braccio alla mamma, ma in una biblioteca oxfordiana, dove al minimo rumore di pagine sfogliate, qualcuno solleva lo sguardo e rimprovera silenziosamente chi lo causa. Qui, allora, si stava su un piano psichico mentale, non tanto su un piano spirituale!
A questo punto mi sono mosso e sono subito uscito di chiesa verso luoghi per me più ricreativi...

martedì 9 agosto 2016

Simbolo e allegoria...

Ho da un po' di tempo un libro che mi fu prestato da un sacerdote cattolico, ora canonico confessore di una Cattedrale, sulla divina Liturgia di san Giovanni Crisostomo. Questo sacerdote è sempre stato un grande estimatore del mondo ortodosso e, mi ricordo, mi presentò questo libbricino come se fosse un gran tesoro. In realtà il libro non è gran che ed è per certi versi pure criticabile, poiché è stato fatto in modo molto sommario. Tuttavia non è del libro che voglio parlare ma di questo prete. Costui ha studiato con scrupolo ogni pagina della pubblicazione, sottolineando alcune frasi che riteneva significative. Non è una persona sguarnita intellettualmente poiché ha alle spalle un dottorato universitario il che rende più pesante ogni suo eventuale errore.
Alcune volte egli ha riportato piccoli appunti sul bordo. Uno di questi ha attratto la mia attenzione. Mentre il testo recita: “L'elevazione del santo pane simboleggia, per san Giovanni Damasceno, l'elevazione del Signore in croce”, il “pio” prete scrive a matita: “allegorismo”.

Una semplice parolina, quasi insignificante, si direbbe.
Eppure tale parolina ha attirato la mia attenzione perché il medesimo “pio prete” che si crede tanto ma tanto vicino all'Ortodossia l'ha scritta più e più volte.
A questo punto ho voluto vederci chiaro.

Cos'è un'allegoria?
L'allegoria è una figura retorica con la quale si sottintende qualcosa, partendo da un determinato contesto. Quanto si sottintende è un'idea astratta. Ad esempio, la lonza, il leone e la lupa, citati nella Divina Commedia di Dante Alighieri, rappresentano la lussuria, la superbia e l'avidità.
L'allegorismo è un uso abbondante dell'allegoria.

Cos'è un simbolo?
Il simbolo si riferisce a qualcosa di reale e concreto che soggiace dietro l'apparenza di una realtà. Per i santi Padri, la liturgia è simbolo della realtà celeste, non è una semplice “idea astratta”, poiché la realtà celeste si manifesta realmente, anche se misteriosamente, dietro le parole e i gesti della Liturgia.



Questo è così vero che san Nicola Cabasilas ha una visione molto realistica della Liturgia, non ne fa un gioco intellettuale, poiché per lui come per tutti i Padri, essa è un luogo di trasformazione spirituale attraverso i simboli presenti che agiscono attivamente.

Se si leggerà qualsiasi altro scritto patristico si troverà lo stesso realismo che nulla ha da spartire con l'intellettualismo o l'astrattismo.


Ora i lettori si chiederanno con me: «Che cavolo ha capito questo “pio” prete che si pensa tanto ma tanto vicino al mondo ortodosso?» Nulla, evidentemente, poiché ridurre ad allegoria quanto per i padri è simbolo, significa rendere la stessa Messa, che lui celebrerà, a semplice giochino di parole e di idee. E se questo “pio” sacerdote è uno dei meglio disposti, verso le antiche liturgie e verso l'Oriente cristiano, proviamo ad immaginarci cosa saranno gli altri, privi della sua cultura e della sua disposizione d'animo! Non è che, dietro la parola “allegorismo” questa gente coltivi, senza averne profonda coscienza, una vera e propria miscredenza? È il mio forte sospetto, dal momento che usare il termine "allegorismo", nonostante nel testo si parli chiaramente di "simbologia", significa ridurre il realismo della fede a mera idea!! La liturgia, per questo prete è una raccolta di idee, ossia è un allegorismo, che ne abbia piena coscienza o no.

Purtroppo oramai gran parte del mondo cattolico è nello sbando totale ed è bene stare molto ma molto attenti da esso poiché, come abbiamo visto, con una sola parolina è in grado di smontare totalmente l'impianto di vigorosa fede che un tempo antico la Chiesa aveva ....

venerdì 8 luglio 2016

La troppa umanizzazione del Cristianesimo ne determina l'evanescenza

Nelle librerie è uscito un libro controverso di cui non è mia intenzione fare pubblicità ma che mi stimola qualche riflessione da condividere con i miei amabili lettori.
Qua e là ho già parlato dell'evanescenza di una spiritualità vera e solida, nel nostro vivace mondo occidentale, e della sua sostituzione, negli ambienti religiosi, con concetti psicologici o psicoanalitici. Quando una religiosità è retta prevalentemente dalla sola psicologia si umanizza e finisce per divenire sempre più evanescente. È dunque logico che emergano in modo prepotente i bisogni umani più elementari. 
Un conto è aver vissuto un'esperienza viva di Dio, averlo intuito dietro questo teatro mondano, esserne stati toccati dentro, un conto ben diverso è averne fatto una filosofia, un interminabile stressante discorso, una melensa consolazione affettiva.
Nel primo caso (relativo alla spiritualità) ci si sente ancorati, nel secondo (relativo alla filosofizzazione e alla psicologizzazione del Cristianesimo) non si può che continuare a fluttuare fintanto che non si è attratti da qualcosa di "meglio".

La vicenda umana e spirituale di Krzysztof Charamsa, mi pare, rifletta una condizione generale di gran parte del mondo cattolico che, a mio modesto avviso, è avviluppato in uno psichismo che ha ben poco di "spirituale", un po' come se fosse una mosca in una tela di ragno. Le stesse omelie di papa Francesco, se le si osserva attentamente, non sono spirituali ma molto "psichiche" o psicologiche, che dir si voglia. Ed è logico che, muovendosi sul piano prettamente psicologico, quindi eslcusivamente antropologico, si finisca, o prima o poi, per far trionfare certi bisogni che qualsiasi essere umano sente scoppiare dentro. Penso sia assolutamente facile (oltre che ridicolo) confinare la vicenda del Charamsa in un universo astratto o semplicemente perverso, come se alcuni presupposti del mondo cattolico non avessero influito sulla sua personalità. Il fatto è che, nei secoli, la progressiva riduzione del Cristianesimo a qualcosa di puramente umano, filosofico, idealistico e psicologistico sta conducendo all'esaurimento di ampi settori del Cattolicesimo, dopo averne rose non poche colonne portanti. I preti sono le prime vittime di questa crisi che vivono sulla loro pelle e iniziano a saltare come dei quadri elettrici sottoposti ad un'eccessiva tensione. 
Vista così, la vicenda del Charamsa è infinitamente più inquietante ma, probabilmente, più indicativa poiché mostra un'istituzione che, oramai a vari suoi livelli, si sta totalmente sfilacciando mentre alcuni suoi ambienti affondano tra lo sgomento di non pochi ...