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venerdì 20 marzo 2020

Coronavirus e spiritualità


A causa della nota pandemia del coronavirus, l'Italia è soggetta da più giorni ad una rigida normativa che non consente alla popolazione di muoversi se non in casi molto definiti e strettamente necessari. Le persone devono dunque rimanere a casa e limitare i propri spostamenti e le proprie relazioni. Gli esercizi, tranne le farmacie e i supermercati, sono chiusi. Neppure nel periodo di ferragosto le strade delle nostre città sono così vuote.

Tutto questo cosa c'entra con la spiritualità?, mi chiederete.
Ebbene esiste un legame, seppur indiretto tra queste due realtà perché, in un certo senso, le città sono divenute dei grandi monasteri, quelli di un tempo, ovviamente.
Come in antichità il monaco rimaneva confinato nella sua cella, nelle città odierne si deve restare in casa. Per qualcuno, già abituato senza radio e televisione, la propria casa diventa a maggior ragione come una cella monastica.

Ora, il monaco di un tempo sapeva che questo permanente ritiro non era fine se stesso ma in funzione dell'interiorizzazione della preghiera, dell'attivazione del suo “occhio interiore”, affinché la propria energia non si disperdesse al di fuori di sé lasciando la casa del suo cuore vuota. Infatti, in una casa vuota e ben spazzata subito accorrono i demoni, come ricorda il vangelo, e non vi giungono a mani vuote: portano i loro regali, tentazioni e pensieri malvagi. Il loro fine è sempre quello di disperdere l'energia interiore spegnendo così l' “occhio interiore” attraverso il quale, in casi particolari, può giungere l'esperienza divina.

Il monaco di un tempo sapeva bene tutto ciò e perciò accettava di buon grado l'isolamento dal mondo. Man mano che la sua interiorità prendeva forza ed era visitato dalle consolazioni divine (in tal senso la letteratura patristica è più che chiara), comprendeva che la vita mondana con tutte le sue distrazioni è una follia, che la catena dei pensieri ossessivi o l'attaccamento alle passioni negative agiscono similmente alla frusta di un gatto a nove code sul corpo; feriscono l'anima a tal punto da renderla come un colapasta, incapace di raccogliere l'acqua evangelica per dissetarla, di riconoscere consistenza in qualsiasi discorso che cerchi di elevarla e spiritualizzarla.

E oggi? Oggi assistiamo ad ampi settori di ecclesiastici completamente conquistati dallo spirito di questo secolo che, appunto, è uno spirito dispersivo e, poiché normalmente chiunque altro non può essere meglio del clero, la conseguenza è il totale disorientamento dei cosiddetti cristiani. 

Ciò significa pure che il dover rimanere a casa per molte persone finirà per divenire una pena insopportabile. Questo perché vivere “al di fuori” di sé è talmente diffuso da essere divenuto una cultura generalizzata, amplificata, per di più, dall'economia capitalistica, tutta basata sul consumo frenetico. Le persone sono sempre più destabilizzate, rese fragili da questa situazione in costante accelerazione, dipendenti totali dal possesso del mondo materiale. Non potendo o non volendo nutrire la propria interiorità vivono nella superficie delle apparenze esteriori, nello sfavillio dei negozi e nella transitorietà delle mode. 

Di conseguenza, essere obbligati a rimanere in casa le riporta al centro di loro stesse e non pochi di quanti vivono così possono sentirsi vuoti, persi, infastiditi. Intuiscono il deserto del proprio cuore, bisognoso di essere colmato da una verità che non sono le solite vuote chiacchiere, neppure di tipo religioso, una verità che implica un'autentica Presenza che non sono in grado di trovare e, dinnanzi al loro cuore desertificato, se ne ritraggono orrificati per dimenticare cercando ancora altre distrazioni in un circolo vizioso senza fine. 

Il virus miete le sue vittime e fa riapparire, al contempo, il grande rimosso odierno, la morte dinnanzi alla quale l'uomo mondano prova orrore.

L'esempio del monaco antico, perciò, riguarda  particolarmente tutti, quel monaco per il quale la morte non è la fine di tutto ma il passaggio verso il Tutto e il dimorare lontano dalla confusione mondana è una beatitudine! Da quell'esempio pure la parabola del figlio dissoluto assume tutto il suo eloquente significato poiché costui può tornare alla casa paterna, può accettarla e viverci bene, solo quando “rientra in sé”, come dice il vangelo. Questo “rientrare in sé” è la chiave di comprensione di tutta la vita cristiana ed è, allo stesso tempo, una definizione fortemente simbolica, ha tutt'altro che una accezione banalmente morale.

Le istituzioni ecclesiastiche, il clero e quanto è stato tradizionalmente disposto nella Chiesa ha il suo senso tanto in quanto aiutano le persone a “rientrare in sé”, non a disperderle facendole “uscire da sé” in una corsa verso sfibranti esteriorità. La stessa Chiesa deve dare l'esempio di “essere in sé”, non di “uscire da sé”, come si sente a volte da parte di qualche alta autorità religiosa con inevitabili ricadute pratiche che non possono che essere nefaste e antievangeliche.

Di conseguenza, i cristiani devono aver ben presente che le istituzioni ecclesiastiche sono dei puri mezzi, non dei fini o dei permanenti appigli. Ciò non significa affatto prescinderne e tanto meno disprezzarle ma saper instaurare con esse un rapporto corretto.

La mamma permette di aggrapparsi alle sue gonne solo al figlio più piccolo. Ma quando il piccino cresce, pur seguendolo, lo allontana dalla gonna perché deve reggersi da solo. I cristiani non possono continuare ad aspettarsi tutto dal clero anche perché un certo clero odierno potrebbe essere spiritualmente molto più malato di loro; le istituzioni non si devono mai idolatrare come vedo spesso fare per ignoranza e debolezza. Nel mondo cattolico questo continuo e ossessivo appellarsi al papa, chiedere al papa, protestare verso il papa non potrebbe essere anche il risultato di una etero-dipendenza divenuta dannosa nonostante, anticamente, la preminenza delle figura papale avesse una funzione molto equilibrata? Quale eremita o asceta antico aveva un tal singolare atteggiamento che, in pratica, nell'attenzione del singolo, tende a porre una creatura al posto del Creatore poiché gli fa dedicare fin troppe attenzioni ed energie privandole ad Altro? Che forse, nel Cristianesimo, non abbiamo un Dio in grado di guidarci direttamente, nonostante l'utile presenza dei ministri sacri e delle gerarchie la cui ragion d'essere è, appunto, solo quella di farci maturare in Cristo?

Il vangelo ricorda che il "Regno di Dio è dentro di voi", per cui chi lo sa cercare non ha alcun fastidio e noia quando è costretto a limitare i propri rapporti umani e a chiudersi tra le mura domestiche. 

Questo fa capire anche che l'autentico monaco è davvero l'uomo forte, colui che è in grado di dire e di dare molto pure oggi, proprio perché, infatti, oggi siamo giunti a vivere con uno stile che è il suo esatto contrario, uno stile che, però, rivela perfettamente una malattia che ci ha tutti indeboliti, omologati ed estremamente etero-dipendenti, resi tali da tutto un mondo consumistico che, al contrario, ci illude di essere forti, originali e indipendenti nella misura in cui ci assoggetta a sé.

Il rigore normativo imposto dall'autorità civile alla popolazione a causa del coronavirus, può aiutarci a prendere coscienza di tutto ciò analogamente a chi può comprendere di essersi rammollito solo quando finalmente lo constata in montagna, dopo anni d'innaturale vita cittadina. 

E, anche qui, non mi sembra casuale che molti santuari e monasteri antichi siano stati costruiti in punti elevati, in alture e in montagne, quasi a significare che quanto con la disciplina rafforza il corpo richiama in qualche modo quanto rafforza lo spirito; l'altura geografica che si conquista con un corpo sano è simbolicamente collegata con l'altura spirituale che si raggiunge con un'animo altrettanto sano. 

Un concetto sapienziale che abbiamo troppo velocemente dimenticato, purtroppo!

mercoledì 4 marzo 2020

La comprensione spirituale


Risultato immagini per sant'antonio del desertoUna delle mie personali preoccupazioni, quando tratto questioni di ordine religioso, è quella di farmi capire. Temo, infatti, che viviamo in un contesto tale in cui la maggioranza delle persone, compresi i cosiddetti credenti, non sono in grado di cogliere determinati fondamentali argomenti trattati. Non che siano argomenti difficili, bene inteso, ma, in qualche modo, temo sia come parlare dei colori e delle loro sfumature a chi è cieco dalla nascita e non è in grado d'intendere l'effetto che i cromatismi determinano nell'animo umano.

Prima di tutto voglio fugare una facile obiezione: quella di presentarmi come uno che ha capito tutto o che conosce in profondità ogni aspetto del Cristianesimo. Non è così. Ciononostante ho ben chiaro il valore e il senso di quelli che chiamo gli "argomenti fondamentali", come un vedente ha ben chiaro che i colori esistono e che il blu non si può confondere con l'azzurro e tanto meno con il rosso.

Nei post precedenti ho mostrato quello che chiamerei il punto di partenza: il senso della Chiesa e il lavoro del cristiano è esattamente quello di attivare, in lui, una potenzialità rimasta addormentata: l'intuizione o l'occhio spirituale (detto "nous" in greco).
Questo è il primo lavoro da fare ed è il più fondamentale. Parlare di teologia, di catechismo o di altro senza aver dapprima aperto questo occhio spirituale è perfettamente inutile. Penso sia questa la causa per cui molti, pur essendo passati nelle chiese, si siano poi allontanati.

L'istruzione su come sia fatto un cibo e sul sapore che abbia è perfettamente inutile ad un inappetente! Se non si apre l'appetito per le realtà divine, il che significa esserne stati in qualche modo colpiti, ogni parola è vana.

L'ordine di Cristo "Andate e predicate!" non si deve comprendere razionalisticamente, come spesso si fa a causa del nostro modo intellettualistico di accostarci al Vangelo. Lo si deve comprendere in un modo diverso: gli apostoli non portavano solo la loro parola ma una forza che non era semplicemente umana e che veniva percepita aprendo, in tal senso, l'occhio spirituale ai loro ascoltatori.
Se oggi ciò non accade più è semplicemente perché i predicatori odierni, ovunque siano e a qualunque confessione appartengano, sono impotenti a fare altrettanto.

Allora, pur di far colpo, alcuni associano al vangelo ogni corbelleria oppure ogni stratagemma di tipo psicologico o spettacolare-mondano. Sappiamo che anche la liturgia cattolica è stata semplicemente rovinata seguendo proprio questo tristo schema, ma è una rovina che covava da parecchio tempo. In realtà tutto ciò lascia il tempo che trova e, direi, è semplicemente fuorviante, non ha nulla a che fare con lo stile degli apostoli che, come abbiamo visto, era ben altro.

Se si pensa a questo stile tutto d'un colpo assumono un rilevo assai significativo le guarigioni di Cristo, soprattutto quando ridona la vista ai ciechi.
L'uomo a cui viene riattivato il "nous" è un graziato, dovesse essergli successo anche un solo istante nella vita passata. Ma è grazie a quel solo istante che lui ora non può più essere lo stesso ed è in grado di intuire facilmente quanto ad altri risulta impossibile o ostico.

La riapertura dell' "occhio spirituale" è l'inizio del lungo percorso verso la cristificazione del cristiano e l'unico senso della Chiesa è esattamente quello di accompagnare i suoi figli in questo percorso.

Nel mondo cattolico l' "occhio spirituale" della quasi totalità dei fedeli ha finito per essere, di fatto, il papa. Se poi si considera la crescente diffidenza dell'istituzione ecclesiastica nei riguardi della vita mistica e la costante preoccupazione di normatizzare e clericizzare ogni aspetto della Chiesa, quell' "occhio spirituale" non poteva non essere al di fuori del semplice fedele e incarnarsi permanentemente nel vertice di tale istituzione. 
Di qui l'enfasi sempre maggiore di esaltare tale figura lungo i secoli e le conseguenti mille questioni attuali se il papa soddisfa o meno le proprie aspettative (tra l'altro sempre meno spirituali)! Ma il fine della venuta di Cristo è stato quello di ... creare il papa? 

Nel mondo protestante l' "occhio spirituale" del fedele ha finito per divenire l'interpretazione individuale della Scrittura. Tuttavia tale interpretazione non mi sembra che attinga alla coscienza intuitiva, illuminata da un occhio realmente spirituale, quanto ad istanze sempre più secolari o semplicemente psicologiche. Allora il fine della venuta di Cristo è stato quello di offrire la Bibbia al suo credente?

In entrambi questi casi (soprattutto nelle loro esasperazioni) ci si allontana sensibilmente dalla prassi cristiana antica che si può facilmente ritrovare nella letteratura ascetica dei padri. In particolare, è disatteso il motivo fondamentale per cui Cristo ha stabilito la Chiesa: l'autentica cristificazione degli uomini.

Si può discutere fino a domattina se il papa attuale fa o meno la volontà di Dio, se il tal o talaltro pastore luterano interpretano più o meno bene la Scrittura e vi si può perdere tutta l'esistenza senza vedere che, con ciò, non ci si è neppure accorti di aver perfettamente disatteso la volontà di Cristo.

In questo senso, capitemi bene!, il Cristianesimo non è affatto una questione di papa o d'interpretazione scritturistica (che poi finisce per essere sempre razionalistica). Tali questioni se poste come principali finiscono per essere talmente snervanti da irritare: i blog cattolici non fanno che parlare ossessivamente del papa non meno di certi protestanti che si concentrano sull'ultima loro "invenzione" cristiana.

Il Cristianesimo, invece, è una semplice questione di salvezza, ossia di luce o di tenebre, di visione o di cecità nei riguardi delle realtà future ma che, in verità, sono già ben presenti seppure in stato germinale. 

La persona che intuisce cosa sia l'occhio interiore può pregare come chi si nutre perché ha fame, può intuire la presenza di grazia nel profondo di se stesso, non è mai solo, non ha bisogno che un papa gli ricordi qualcosa (gli eremiti nel deserto ne avevano forse bisogno??), non ha bisogno che un pastore gli faccia un sermone... 

Lo stesso san Giovanni Crisostomo ricordava ai suoi fedeli che la Bibbia ci è stata data perché siamo ignoranti (in senso spirituale). Fossimo almeno un po' istruiti (da Dio) non ne avremo bisogno! 

Ma questa è una bestemmia per il Luterano che, in questo modo, rivela a se stesso e agli altri che il suo approccio religioso è prevalentemente psicologico, non spirituale!

E che gli eremiti del deserto non avessero bisogno di un papa è chiaro come il sole ma può scandalizzare il bigotto cattolico che ha fatto del Cristianesimo una religione puramente istituzionale e, quindi, secolarizzata. Costui, per non sentirsi destabilizzato, finirà allora per immaginarsi che perfino sant'Antonio del deserto seguiva il magistero del papa di allora. Non meravigliatevi: è stato addirittura scritto e pubblicato anni fa in un agile libretto edito da Cittanuova e che io, dopo averlo velocemente passato con lo sguardo, l'ho riposto con comprensibile disgusto nello scaffale della libreria dove si trovava.

In realtà un certo tipo di cattolico, esattamente come un certo tipo di protestante, si sono costruiti i loro rispettivi idoli, idoli che, se sono tali, li fanno poi essere ciechi ad una prospettiva più profonda poiché è "come loro chi li fabbrica e chiunque in essi confida" (Sl 115, 8).

Oggi è necessario tornare alle fonti, si dice. Ma se le fonti del Cristianesimo non possono essere comprese, come si fa a tornarvi? È come diffondere libri agli analfabeti.

Tuttavia quello che è impossibile agli uomini a Dio è possibile!

lunedì 24 febbraio 2020

L'assenza di sacro - parte 2



Quando l'uomo non riconosce più la presenza del sacro nella vita, in un luogo, in un insegnamento, è indice che in lui si è consumato e portato a compimento quel processo che abbiamo riassunto nello schema sopra riportato: il dominio della ragione, con le sue possibilità ma pure con i suoi evidenti limiti, oramai lo definisce totalmente. L'intuizione e la spiritualità non gli dicono più nulla. L'intuizione, per quanto ancora gli rimanga in stato larvale, è resa impotente come un muscolo non più adoperato. In pratica è inesistente.

Tutto questo ha molte conseguenze. Ne abbiamo ricordate alcune. Ora ne ricordiamo altre.

In una religiosità razionalistica la chiesa non è un luogo sacro ma un'aula di raduno sociale. In assenza di raduno, non ha senso che la chiesa rimanga aperta. L'edificio, infatti, è concepito privo di profondi significati spirituali. Questo lo si può vedere in certi paesi luterani dove, al di fuori del culto, la chiesa è chiusa. Nel mondo cattolico molte attuali chiese sono oramai divenute così.

Nel periodo moderno, nel cattolicesimo c'era ancora la prassi dell'adorazione in chiesa o esisteva, almeno, un'idea didattica: l'interno, attraverso raffigurazioni e opere artistiche, istruisce i fedeli. La chiesa deve dunque rimanere aperta come un libro per istruire ed edificare chiunque vi entri. 

La simbologia, che più propriamente caratterizza l'edificio sacro, continuava a permanere nella liturgia latina e nei suoi gesti ma era, in un certo senso formalizzata, più che vissuta. Era la reliquia di un tempo passato che in qualche modo continuava a permanere in un contesto in progressivo cambiamento. Questo diffuso formalismo e l'incomprensione di tale tradizione sono state la causa scatenante delle successive riforme da cui si sono dipartite le dissoluzioni liturgiche attuali.

L'idea di un incontro con Dio, attraverso la simbologia di un'iconografia, rimaneva confinata in certi santuari mariani. Nella maggior parte delle chiese si praticava l'adorazione alle specie eucaristiche, cosa attualmente in gran decadenza.

L'attuale negazione del sacro, da parte di molto clero cattolico, ha portato a cambiamenti radicali nell'edificio ecclesiastico e nel comportamento dei fedeli. Ha determinato pure una concezione puramente sociale di Cristianesimo, dov'è inconcepibile qualsiasi tipo di spiritualità tradizionale.

Precedentemente, la moralità, ossia il seguire determinati canoni morali, faceva la differenza tra il cristiano degno di Dio e l'indegno. Il primo, a differenza del secondo, era meritevole della grazia sacramentale eucaristica e del Paradiso.
Lo stesso santo era detto tale proprio perché aveva raggiunto un grado eroico di esercizio delle virtù finendo quindi per divenire degnissimo agli occhi divini e a quelli degli uomini.

C'è da dire che questo concetto di moralità, che ha un vago sapore mercantilistico, non ha alcun profondo collegamento con il mondo spirituale da me ricordato. Lutero avrà, dunque, gioco abbastanza facile ad abbandonarlo asserendo che vi si nasconde, in modo neppur tanto velato, un certo orgoglio o presunzione spirituale. Invece di conservare la prassi tradizionale ma con fondamenti più solidi, oggi un gran numero di laici e chierici cattolici ha seguito le orme luterane. I riferimenti morali sono, di fatto, disattesi.


In realtà l'obiettivo della cosiddetta moralità non è quello di giungere ad essere degni ma quello di preparare il terreno a Dio o, per dirla più precisamente, quello di sensibilizzare la nostra sfera intuitiva. “Beati i puri di cuore perché vedranno Dio”, non è un'affermazione insensata o squilibrata, com'è giunto ad affermare incredibilmente papa Bergoglio, ma presuppone esattamente la rinuncia a qualcosa per poter conseguire qualcos'altro. E' un po' come uno studente che rinuncia al divertimento per occupare il tempo allo studio e giungere a sostenere un buon esame. In tutto ciò c'è una profonda logica, una preparazione, l'esercizio della libertà personale, non certo uno squilibrio!

Il monachesimo antico non aveva per scopo quello di divenire “degni” o “santi” davanti a Dio. Il suo scopo era preparare l'interiorità o, come si diceva, praticare la purificazione dalle passioni. Le passioni cattive attivano energie dispersive che oscurano l'intelletto spirituale. Nella misura in cui dominano l'uomo, il suo intuito diviene sempre più impotente: “Se dunque il tuo occhio è limpido, tutto il tuo corpo sarà illuminato; ma se il tuo occhio è malvagio, tutto il tuo corpo sarà nelle tenebre. Se dunque la luce che è in te è tenebre, quanto grandi saranno le tenebre!” (Mt 6, 22-23).

E' evidente che qui si parla dell'occhio spirituale, ossia della facoltà intuitiva dell'uomo, del "nous", com'è stato ribadito.

Una volta che avviene la preparazione, e che quindi l'invitato assume la veste bianca, per dirla con la parabola evangelica, può avvenire l'invito a nozze quando e come lo Sposo vorrà.

Ma se tutto questo è negato, incompreso, stravolto, il vangelo diviene una raccolta di detti insensati, squilibranti, come direbbe Bergoglio, e il razionalismo finisce per deformarlo per poi rifiutarlo.

Ne consegue che il monachesimo, ultimo rifugio per una corretta prassi evangelica, viene a sua volta rammollito, modificato e gradualmente abolito.

La diffidenza verso il monachesimo, il secolarismo dei chierici e il formalismo liturgico è quanto, oramai, caratterizza pure una parte del mondo ortodosso che si prepara, così, ad abbracciare quel Cristianesimo che lo ha preceduto in tal avvilente percorso storico.

La verità evangelica, come abbiamo visto, sta in un orientamento totalmente differente e si caratterizza per la sua somiglianza con le scelte e gli stili che la Chiesa aveva nella sua antichità e che ha cercato di mantenere diffusamente finché ha potuto.

domenica 23 febbraio 2020

L'assenza di sacro


Il mondo tradizionalista cattolico ha notato più volte l'invasione del secolarismo all'interno della Cattolicità. Quest'invasione si è concretizzata in opposizioni più o meno evidenti alle forme tradizionali del culto antico, all'adorazione e, di conseguenza, agli antichi ordini religiosi che fondavano la loro identità su una solida vita liturgica e contemplativa.

Il Cattolicesimo, invaso nel suo interno da forze a lui eterogenee, si è trasformato in qualcosa di molto distante da quanto potevano immaginare le stesse generazioni dei cattolici praticanti di soli settantanni fa.

Oggi, con un pontificato romano a dir poco strano, gli è stata data una più forte accelerazione in direzione secolaristica.

In tal modo, si sta finendo di compiere l'aspirazione di quel seminarista da me conosciuto che, negli anni ottanta, desiderava una Chiesa più vicina al mondo, seminarista che oggi insegna nei seminari cattolici in qualità di docente e sacerdote in Friuli. Si può solo immaginare che tipo di insegnamento e “formazione” darà ai suoi poveri alunni!

In realtà, il Cattolicesimo che oggi si sta confezionando non è un adattamento della sua perenne identità ad un nuovo mondo ma una realtà totalmente nuova e quindi in rottura, più o meno profonda, con il suo passato.

Questo, dal punto di vista religioso, rappresenta un suicidio poiché con la Rivelazione, il Cristianesimo ha ricevuto per sempre anche il modo di intenderla, il senso di se stesso e della sua missione.

Oggi, quanto si sta perdendo, è proprio il modo di intendere la Rivelazione (ossia il contenuto della tradizione) e, di conseguenza, il senso e la missione del Cristianesimo.

Una delle conseguenze fatali di tutto ciò è esattamente la perdita del sacro, più volte denunciata dal mondo tradizionalista cattolico.

Molte volte abbiamo detto che il sacro non dev'essere inteso banalmente, come lo intendono certi “progressisti” cattolici che, perciò, lo combattono. Il sacro è il senso del trascendente, la sensazione dell'Alterità in un determinato contesto poiché, se Dio regge tutto il mondo, non ovunque l'uomo lo può intuire anche perché ci troviamo in una realtà ferita dalla cosiddetta disobbedienza adamitica.

La perdita del sacro comporta un'infinità di aspetti che i nostri amici “tradizionalisti” non sempre notano a causa dei loro presupposti religiosi di carattere prevalentemente razionale.

Se nella coscienza religiosa prevale l'aspetto razionale, determinato non di rado dall'ambito culturale moderno, si oscurano senza saperlo altri aspetti tutt'altro che secondari. Si tende a dimenticare, ad esempio, che il Cristianesimo antico non pone la semplice razionalità al centro di tutto ma ha un concetto di uomo molto più ampio e profondo, un concetto che oggi facciamo difficoltà a comprendere perfino nello stesso ambito ecclesiale e che si definisce “spirituale”.

L'ambito della spiritualità, ossia quello di una dimensione più profonda e dimenticata ma insita da sempre nell'uomo è connesso con la tradizione e, in un certo qual modo, con il cuore della stessa successione apostolica che, così, non è una semplice trasmissione del potere di ordine dal vescovo ordinante al vescovo ordinato ma della giusta dimensione spirituale nella quale si colloca quel sacramento e quel potere stesso.

In tal modo, se avviene una consacrazione episcopale, anche con corretti presupposti dogmatici e con una liturgia ortodossa, ma non è più chiara la corretta dimensione spirituale con la quale si esercita il sacramento dell'Ordine sacro, possiamo trovarci dinnanzi ad un'ordinazione valida ma di fatto inefficace.

È come dare ad un medico l'abilitazione di esercitare la sua professione, dopo corretti studi teorici, ma nella totale ignoranza di come si applica tale professione. Non a caso, nel caso del medico, si può esercitare la professione solo dopo un adeguato tirocinio poiché la sola formazione intellettuale non basta affatto.

Cosa succede nei seminari cattolici odierni, mi riferisco a quelli che hanno in orrore la loro stessa antica tradizione (e sono la stragrande maggioranza)? Non è solo progressivamente deformata la formazione intellettuale ma pure la corretta dimensione spirituale con la quale si dovrebbe esercitare il sacramento dell'Ordine sacro.

Il laico non può rimanere indifferente. Infatti quanto qui inizia ad essere messa a repentaglio è esattamente la successione apostolica, ciò che fa in modo che quel vescovo sia un reale vescovo, quel sacerdote un reale sacerdote.

Già da tempo abbiamo compreso che la gran maggioranza del clero cattolico sembra esprimersi sempre più come dei laici che “fanno” i preti, non come degli uomini che “sono” preti. La differenza non è da poco poiché qui è semplicemente stato svuotato il sacerdozio del Nuovo Testamento.

Il frutto che genera questa nuova comprensione di Chiesa e di sacerdozio, infatti, non è quello evangelico che infonde una sana inquietudine dinnanzi a Dio per la nostra personale indegnità. Il frutto è un orgoglio per essere ciò che si è per cui non ha senso alcuna conversione. L'unica conversione possibile è, allora, quella compresa dal mondo, tipo quella ecologica, quella sociale, quella semplicemente filantropica, ecc.

Si tratta, qui, di una spiritualità invertita che rimanda, a sua volta, ad una formazione invertita e ad un sacerdozio invertito o, in una sola definizione, ad una assenza di successione apostolica.

L'assenza del cosiddetto “sacro” nelle nuove liturgie cattoliche e il modo essenzialmente mondano o nevrotico di vivere il tempo, la razionalizzazione o banalizzazione del mistero, non sono che semplici conseguenze di un'assenza o inoperatività della successione apostolica.

Quando la dimensione spirituale è incompresa o combattuta siamo dinnanzi alla cecità spirituale o, detto diversamente, al dominio e allo schiacciamento dell'intuizione da parte del razionale.

L'intuizione presente nell'uomo ci è testimoniata dalle stesse Sacre Scritture in modalità differenti (vedi, ad esempio, At 8, 26 oppure Lc 24, 32). Si tratta di una sfera dell'umano sensibile a realtà di tipo spirituale che la mente è impotente ad afferrare. È quello che i padri greci chiamano “nous”, ossia l'occhio spirituale, l'intelletto spirituale, cosa ben distinta e diversificata dalla razionalità.

Quanto, nella Rivelazione o nel dono di grazia, appare al “nous” può, in un certo senso, essere espresso razionalmente ma solo limitatamente. L'intuizione riesce ad attraversare il tempo e a trovare in un suo solo istante la dimensione dell'eterno, è quanto trasforma l'uomo in un contemplativo, in un essere che comunica con l'Altro mondo o ne è toccato coscientemente. Il vero veggente è l'uomo nel quale l'intuizione lavora. Perciò la Scrittura riporta: “Io effonderò il mio Spirito sopra ogni uomo e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie; i vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni”(Gioe 3,1).

Gesù Cristo comanderà ai suoi discepoli di “farsi come bambini” proprio perché nell'infante non domina la sfera del razionale ma, piuttosto, quella dell'intuizione, seppur ancora ad un livello iniziale. Se ciò non avviene, “non entrerete nel Regno dei Cieli”, ossia non sarete toccati dall'Eternità fin da quaggiù.

Se tutto questo è oscurato, incompreso, dimenticato, combattuto, per un certo tempo rimane l'interpretazione razionale della Rivelazione. Poi si finisce per considerarla inutile e contraddittoria e si sposano categorie sempre più mondane: la religione viene compresa nei limiti dell'umana ragione! Da quel punto in poi, si trasformano la Chiesa, la liturgia i sacramenti i dogmi. L'uomo si nevrotizza e non sopporta più pregare o assistere a lunghe liturgie. Di conseguenza queste vengono abbreviate o semplicemente soppresse.

Ed eccoci ai giorni nostri dove tutta questa preparazione ha generato agnostici e atei. Non illudiamoci: nelle strutture ecclesiastiche mondanizzate odierne è perfettamente logica la presenza di preti e vescovi agnostici e atei!

L'assenza di sacro, dunque, non è che il frutto finale e più maturo di un percorso dove tutto è stato invertito e l'uomo è stato rinchiuso nella sua unica razionalità, una razionalità per giunta non più illuminata dalla più elevata facoltà intuitiva.

Le strutture ecclesiastiche, a quel punto, non servono più poiché non sono più in grado di compiere il lavoro che dovrebbero, per loro natura, fare.

Mi impressiona non poco osservare che alcune realtà della Chiesa ortodossa, un tempo gelose custodi di tale prospettiva antropologica e spirituale, si stiano “modernizzando” e iniziano a produrre quello stesso vuoto di senso che vediamo nella maggioranza delle strutture ecclesiastiche attorno a noi. Esse sono oramai pronte ad unirsi con un certo mondo “cristiano” occidentale poiché hanno la sua stessa e identica atmosfera interiore!


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Schema riassuntivo





lunedì 23 dicembre 2019

Bilancio di un anno e prospettive future


La fine di dicembre porta automaticamente a considerare l'andamento di un anno sotto vari punti di vista. In questa sede lo si farà sotto il profilo religioso. È innegabile che sia in Occidente sia in Oriente il Cristianesimo è sotto pressione. Si ha quasi la sensazione che venga di fatto combattuto, seppur in modo non cruento.

In Occidente continua a scendere la parabola di un papato a dir poco imbarazzante i cui risultati catastrofici sono a mala pena mascherati da un coro di esaltazioni provenienti, per lo più, da ambienti per cultura e formazione molto lontani dalla tradizione della Chiesa.

L'accettazione e la promozione di un vero e proprio culto idolatrico nel cuore della Cattolicità, la basilica di San Pietro e i giardini vaticani, consacra di fatto questo papato come  indifferentista religioso anche se tali suoi atti sono presentati come una opinabilissima “inculturazione” religiosa, pur di scusarli.

La storia registrerà questi eventi come logiche conseguenze di presupposti stabiliti oramai decenni fa, almeno dal Concilio Vaticano II, e che hanno finito per evaporare quel poco di tradizionale che la Chiesa romana fino a poco fa ancora conservava.

Gli elementi più positivi di essa sono oramai residuali e per lo più ghettizzati in gruppi ristretti e controllati. Questo consente alle alte gerarchie di avere libera mano per finire la “trasformazione genetica” del Cattolicesimo purgandolo da quanto potrebbe ancora ricordare il passato, ma mantenendo un minimo di apparenze per non turbare troppo quanti continuano ancora a frequentare le parrocchie.
Tutto ciò, per diversi aspetti, fa ricordare la mutazione avvenuta nell'Anglicanesimo il quale, mantenendo le forme esterne del culto, ha sostanzialmente modificato se stesso divenendo una differente confessione cristiana.

In Oriente il Cristianesimo Ortodosso è inquietato dalle azioni spericolate e antitradizionali del patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo I, il quale, con il totale appoggio politico degli Stati Uniti, ha contribuito a far geopoliticamente orbitare l'Ucraina in Occidente. Tutto ciò è avvenuto con una “giustificazione” religiosa, se così si può dire, ed ha somiglianze impressionanti con i fatti accaduti in Occidente mille anni fa: come nell'XI secolo l'impero germanico degli Ottoni si è servito del papato per consolidare il proprio potere, – facendo definitivamente gravitare il papato stesso in Occidente (recidendo dunque i tradizionali legami che lo legavano con l'Oriente) e confondendo le acque di quest'operazione geopolitica con questioni religiose che, però, già pendevano da tempo –, così oggi si è ripetuto qualcosa di analogo con Bartolomeo. Il patriarca riceve il pieno appoggio americano e in cambio ottiene di farsi considerare il “primo” gerarca al di sopra di tutti. La storia si ripete, pur in un quadro diverso.

Ma per l'Ortodossia, che ha diversi patriarchi in comunione tra loro e in obbedienza ad una ben precisa tradizione religiosa e canonica, l'impresa spericolata di Bartolomeo non è facile come lo fu in Occidente nell'XI secolo. E, in effetti, si profila una tenace opposizione che, probabilmente nel febbraio del prossimo anno, farà incontrare i primati della maggioranza delle Chiese ortodosse per discutere su tutti i problemi sollevati dalla questione ucraina. Non è improbabile che, per quella data, avvenga qualcosa di sensazionale: l'isolamento o la sconfessione di Bartolomeo I, l'eventuale dichiarazione della sua deposizione e la reazione invelenita e vendicativa di quest'ultimo che potrebbe concretizzarsi in una scomunica contro i gerarchi oppositori, rei di così lesa mestà.
A quel punto la situazione precipiterà e diverrà irreversibile. Bartolomeo I, con le mani completamente libere, proclamerà la sua unione alla Roma di papa Bergoglio, dal momento che l'ha già preannunciata agli attoniti e increduli monaci atoniti.

Una valutazione

Lo scenario, come si vede, è estremamente denso e inquietante. Se le cose avverranno come da me prospettate, avremo valutazioni di ogni sorta. Non è detto che tutti coglieranno la profondità di tali avvenimenti che, certo, possono essere letti con molte chiavi. In questo contesto ne espongo una che mi pare piuttosto profonda e che non è solo farina del mio sacco.

Quando due persone si uniscono in amicizia o, a maggior ragione, in matrimonio, se c'è sincerità c'è pure una base comune, un insieme di linguaggi condivisi e compresi facilmente, dei gusti simili nonostante diverse personalità.
Analogamente avviene dinnanzi ad un corpo sociale più ampio, quando consideriamo intere comunità di credenti o Chiese intere. Quando una Chiesa, per opera del capo che la rappresenta, accetta di ridefinire la sua identità, è successa una trasformazione in capite et in membris. Ancor più quando questa Chiesa si unisce in comunione con un'altra perché, nel frattempo, ci si è assimilati a chi ci si unisce.

Questo processo ha aspetti molto articolati e si può spiegare sotto molti punti di vista ma, fondamentalmente, tutti questi aspetti rimandano ad una radice profonda che troviamo indicata in Dionigi l'Areopagita e, molti secoli dopo, in Gregorio Palamas.

Tale radice è il tipo di “sguardo” che i credenti hanno dinnanzi alle realtà religiose. L'Areopagita ci parla dell'esistenza di uno sguardo spirituale di tipo rettilineo e di un'altro di tipo circolare.

Lo sguardo rettilineo nasce dal soggetto e si proietta nel mondo fenomenico della molteplicità. Qui giunto, vi si disperde. 

Lo sguardo circolare, al contrario, s'inabissa nell'interiorità dello spirito attraverso la preghiera e, nella grazia, giunge all'esperienza divina. Solo intinto da quest'ultima, poi, valuta la realtà circostante.

Il primo è uno sguardo mondano, dunque irrequieto perché scambia per essenziale quanto non lo è con la conseguenza che non può trovar pace. Per di più porta all'agnosticismo perché è impossibilitato ad avere un'esperienza autenticamente religiosa che lo può riposare.
Il secondo sguardo è il vero sguardo evangelico, quello degli antichi testimoni cristiani, dei santi monaci della Tebaide e di quanti hanno conservato tale tradizione. È lo sguardo di chi è nel mondo ma non vi appartiene.

La comunione ecclesiale ha senso in quanto solidarietà e consolidamento tra persone che vivono questo tipo di esperienza interiore unitiva. Al contrario, lo sguardo rettilineo applicato nel campo religioso disperde, fuorvia, crea molteplicità e contraddizioni, infinità di inutili discorsi e, alla fine, separazioni.

Oggi, dinnanzi ai suddetti fenomeni religiosi, possiamo tranquillamente dire che una parte dell'Ortodossia ci manifesta, ahimé, l'esistenza di uno sguardo rettilineo nelle realtà religiose che quindi sono considerate in modo formale, apparente, e sottoposte ad interessi tipicamente mondani. 

Non è un caso che Bartolomeo I non senta alcuna stranezza nel prospettare un'unione con il tipo di Cattolicesimo rappresentato oggi da Bergoglio, un Cattolicesimo estremamente secolarizzato. Al di là delle apparenze, evidentemente qualcosa di spiritualmente profondo unisce i due gerarchi: assai probabilmente hanno entrambi uno sguardo e un'attitudine puramente mondana che dirige tutta la loro vita e i loro interessi. I simili si attraggono! Se ciò non fosse, gli sforzi dei poteri mondiali per portarli nei loro rispettivi percorsi sarebbero vani, come furono vani i tentativi di sopprimere il primo Cristianesimo nell'epoca dei martiri.

Prepariamoci, dunque, a vedere grandi sorprese.

lunedì 16 dicembre 2019

Alexis Smirnov, La guerra dei cent'anni di Costantinopoli



La questione ucraina del Fanar non è una banale vendetta per l'assenza della Chiesa ortodossa russa al Concilio di Creta, ma un elemento di una strategia pluriennale volta a eliminare qualsiasi altro centro d'influenza nell'Ortodossia al di fuori della Chiesa di Istanbul


Più si sviluppa il conflitto tra il Patriarcato di Costantinopoli e la Chiesa russa, più diventa chiaro che il problema principale del mondo ortodosso non è tanto la "questione ucraina" in sé quanto, piuttosto, la crisi dei meccanismi interattivi tra le moderne Chiese ortodosse.

Fin dall'inizio delle attive azioni del patriarca Bartolomeo in Ucraina, molti esperti hanno notato che il suo obiettivo principale non era l'aiuto disinteressato agli "scismatici" al di fuori dei confini della Chiesa, ma l'affermazione della sua autorità su tutto il mondo ortodosso. Il tomos ucraino è diventato solo la punta di diamante che il patriarca Bartolomeo ha lanciato contro i suoi avversari, avversi al completo dominio di Costantinopoli nella Chiesa ortodossa.

È necessario affermare l’attuale esistenza di una lotta tra due modelli alternativi di struttura ecclesiale, ciascuno dei quali afferma di essere esclusivamente conforme alla tradizione ortodossa e al diritto canonico. Il Patriarcato di Costantinopoli promuove attivamente una di queste alternative, la seconda è meno attivamente proposta dalla Chiesa ortodossa russa, nonché da un certo numero di gerarchi di Chiese locali.

L'Ucraina in questo contesto è un campo di "battaglia generale" il cui risultato, senza esagerare, dipende dal futuro dell'Ortodossia nel suo insieme e della Chiesa ortodossa russa in particolare. Questo articolo tenterà di spiegarne il perché.

La Guerra dei cent'anni

Per i lettori che non conoscono a fondo la storia della Chiesa, potrebbe sorgere la domanda: perché oggi è apparsa la crisi nei rapporti delle Chiese ortodosse? È una specie di conflitto locale limitato che scomparirà nel tempo e poi tutto si riequilibrerà?

In effetti, si può dire che la crisi associata alle ambizioni di Costantinopoli, in un modo o nell'altro, si è sviluppata dal ... IV Concilio Ecumenico (451). E se parliamo dell'attuale fase d'esistenza della Chiesa, la fondazione dell'opposizione fu posta all'inizio del XX secolo dal Patriarca di Costantinopoli Melezio [Meletios Metaxakis].

Il crollo dell'Impero ottomano e la rivolta del nazionalismo greco, che Melezio sostenne con entusiasmo, scatenò un'altra crisi. Tuttavia, le idee utopiche per la rinascita dell'Impero bizantino crollarono e per "sopravvivere" i fanarioti dovettero cambiare la loro strategia. In quanto tale, l'internazionalizzazione dell'attività di Costantinopoli fu scelta sulla base dell'idea del primato del patriarca ecumenico nella Chiesa ortodossa. Allo stesso tempo, i fanarioti contavano attivamente sull'aiuto dei paesi occidentali ed ottennero dalla Turchia uno status speciale per il Patriarcato greco, sebbene con diritti limitati.

Da allora, la logica della sopravvivenza (e dell'orientamento verso i paesi occidentali) è divenuta uno dei principali motori della politica del Fanar. Se, all'interno dell'Impero ottomano, la sua dominazione ecclesiastica fu raggiunta attraverso gli ottomani (grazie alla quale i greci di Istanbul riuscirono ad assimilare i vecchi patriarcati orientali e ad assumere il controllo delle chiese serbe, bulgare e rumene), senza il supporto degli imperatori e dei sultani, furono costretti a seguire un percorso di falsificazione dei loro particolari “privilegi” e primati nel mondo ortodosso.

Durante il Patriarcato di Melezio apparvero le prime tesi propagandistiche che Costantinopoli era "il centro di tutta l'Ortodossia".

Fu durante il patriarcato di Melezio che apparvero le prime tesi propagandistiche che Costantinopoli era il "centro di tutta l'Ortodossia", la voce universale della Chiesa, "la Chiesa madre e il centro verso cui tutte le Chiese ortodosse locali convergono e si originano" e che il Patriarca di Costantinopoli è, né più né meno, “il primate dei primati di tutte le Chiese ortodosse”.

Oltre alle rivendicazioni storiche e canoniche del primato, il Fanar iniziò a diffondere aggressivamente la sua influenza amministrativa in tutto il mondo, aprendo nuove diocesi e assorbendo i non greci.

Come esempio più eclatante dell'aggressione fanariota, possiamo citare le sue azioni contro la Chiesa russa. Approfittando della persecuzione contro la Chiesa ortodossa russa da parte dei bolscevichi, Costantinopoli tentò di distruggerla quasi completamente, strappandogli la Chiesa di Finlandia, concedendo illegalmente l'autocefalia alla Chiesa polacca e sostenendo i "rinnovatori" Russi [la cosiddetta chiesa vivente (sic) di sinistra memoria].

Pertanto, la “guerra” di Costantinopoli contro la Chiesa ortodossa russa non è una vendetta ordinaria per non aver partecipato al Concilio di Creta. È una strategia a lungo termine volta a eliminare tutti gli altri centri d’influenza nell'Ortodossia, ad eccezione del Fanar. Questo è il motivo per cui Costantinopoli non si fermerà fino a quando non avrà completamente distrutto la Chiesa multinazionale russa: dopo Finlandia, Estonia e Ucraina, proverà a fare lo stesso in Bielorussia, Moldavia, in Kazakistan, ecc.

Costantinopoli non si fermerà finché la Chiesa multinazionale russa non sarà completamente distrutta

Il Fanar può produrre una distruzione simile nei confronti della Chiesa serba e, in generale, in qualsiasi Chiesa che si interponga al suo cammino. Va notato che il Fanar cerca di sottomettere l'autocefalia appena creata imponendo un tomos in cui sono prescritti gli speciali "privilegi" di Costantinopoli. Il tomos ucraino in questo contesto è un buon esempio. L'autocefalia di tali Chiese acquisisce così un carattere relativo e la loro sovranità diventa casuale.

Fortunatamente, all'inizio del secolo scorso, il Fanar non riuscì a realizzare pienamente i suoi piani e la crisi fu di nuovo messa in secondo piano. Tuttavia, implicitamente, l'affare Metaxakis ha continuato a vivere e svilupparsi.

Nel 1948, il fratello d'armi di Melezio, Atenagora (Spira) divenne patriarca di Costantinopoli con il sostegno degli Stati Uniti. Egli ha ripreso tutte le attività di Metaxakis in particolare, avviando i preparativi per il Concilio pan-ortodosso e aprendo le porte all'ecumenismo radicale. Successivamente, il corso di Costantinopoli non è cambiato.

La trappola cretese

Dopo molti anni di preparazione,  il Concilio di Creta è stato l'apoteosi dei piani "papisti" di Costantinopoli. Nonostante l'assenza di quattro Chiese, il patriarca Bartolomeo è parzialmente riuscito a risolvere il suo compito principale: imporre un nuovo modello di relazioni interortodosse.

Un attento studio delle regole di tale Concilio assicura dei limiti, considerevolmente nel principio di collegialità, e afferma la dittatura dei patriarchi di Costantinopoli.

In primo luogo, Costantinopoli ha il diritto esclusivo di convocare concili pan-ortodossi, sebbene nessun canone dei concili ecumenici gli conferisca tale diritto (storicamente, gli imperatori hanno sempre convocato concili, anche quando era necessario deporre gli stessi patriarchi).

In secondo luogo, la procedura per l'esame dei documenti presentati al Concilio è sorprendente. Ai sensi dell'articolo 11, paragrafo 2, non è preso in considerazione l'intero documento nel suo insieme, ma solo gli emendamenti che possono essere adottati solo per consenso (quindi Costantinopoli gode del veto universale su qualsiasi modifica).

Attraverso questa procedura di revisione del documento, Costantinopoli ha il diritto di porre il veto su qualsiasi modifica.

In terzo luogo, per sottoporre una questione al Concilio per essere esaminata o per avere il diritto di parlare, è necessario passare attraverso il "crogiolo" di una commissione speciale, quindi ottenere l'autorizzazione del presidente del Concilio (ad es. il Patriarca di Costantinopoli).

Tutte queste sfumature hanno provocato il rifiuto di partecipare al Concilio da parte della Chiesa bulgara. Nel giugno 2016, in un'intervista al metropolita Gabriel Lovchansky, ha spiegato le azioni della BOC [Chiesa Ortodossa Bulgara]:

“Siamo invitati alla cattedrale, dove tutto viene acquisito in anticipo. Sì, anzi, fino ad ora - fino all'ultimo momento - non c'era alcuna decisione di andare al Concilio. Ma ora, in ogni caso, la verità è chiara”.  

Secondo il metropolita Gabriel, i progetti dei documenti del Concilio di Creta sono stati preparati anche prima dell'adozione dei regolamenti, e i rappresentanti delle Chiese hanno pensato di poterli sostanzialmente modificare o respingere durante l'incontro, quindi hanno ceduto alle pressioni da fanarioti. Tuttavia, dopo l'adozione del regolamento, ciò è diventato quasi impossibile.

“Si sperava che queste cose potessero essere riviste al Concilio. Di conseguenza, la Sinassi adotta lo statuto che - te l'ho detto - non consente alcuna modifica al Concilio”.  

Va aggiunto che la commissione per la preparazione dei documenti è stata controllata - e nel caso del suo rinnovo continuerà ad essere controllata - dai fanarioti. Alcune fonti sostengono che nella preparazione del Concilio, hanno apertamente ignorato i commenti di un certo numero di Chiese locali, insistendo costantemente sulla loro versione dei testi, fino a quando le firme dei rappresentanti della Chiesa sui documenti non sono state apposte.

Oggi, è un mistero su come la maggior parte delle Chiese locali abbiano accettato tali regolamenti dittatoriali e siano andate al Concilio. Sotto quale influenza ipnotica hanno perso di vista l'evidente pericolo associato alla concessione di poteri ingiustificati a Costantinopoli? Sembra che per loro la catastrofe di Creta stia cominciando a succedere solo ora.

La pubblicazione greca Oukraniko ha recentemente pubblicato la trascrizione di una conversazione con uno dei cosiddetti primati della chiesa "greca". Probabilmente stiamo parlando del Patriarca di Gerusalemme Teofilo.

“Tutta la responsabilità spetta a noi primati. Dobbiamo incolparci per aver creduto nell'istituzione! [Il Patriarca costantinopolitano] Lo abbiamo elevato al terzo cielo, dandogli il primato. [...] Abbiamo fatto un errore e siamo andati al Concilio dei Principi. Certo, allora avevamo buone intenzioni, non capivamo dove gli eventi avrebbero portato ... Ora ci dicono: “Hai riconosciuto il primato del patriarca e non si può tornare indietro”, gli spiegarono al vescovo.

Pertanto, le Chiese che desiderano preservare il principio cattolico dell'Ortodossia e, nel complesso, preservare l'Ortodossia in quanto tale, sono semplicemente obbligate a sollevare la questione della revisione delle regole dei Concili pan-ortodossi.

Per rinnegare i regolamenti cretesi, ci sono tutti i motivi.

In primo luogo, non sono stati firmati dalla Chiesa di Antiochia (qui si può anche sollevare la questione della legittimità del Concilio stesso, che secondo le regole dovrebbe essere convocato con il consenso di tutte le Chiese senza eccezioni).

In secondo luogo, non sono stati approvati dal Concilio stesso, pertanto non possono e non devono essere visti come una sorta di "dogma".


Unione in movimento

Oltre alla minaccia di distruzione del sistema cattolico ortodosso, c'è un altro pericolo che non è sempre visibile dietro i combattimenti attorno ai dettagli. Ciò può sembrare paradossale per alcuni, ma l'affermazione del Fanar sul suo status di "primo senza eguali" nel mondo ortodosso è strettamente legata ai suoi piani ecumenici per una nuova unione con la Chiesa cattolica.

Ciò è dimostrato da numerosi fatti che non sono solo i recenti e frequenti comuni incontri tra i fanarioti e i cattolici o le dichiarazioni sull'inevitabile unificazione delle Chiese. Non sono sempre visibili, ma questi processi chiave richiedono un'attenzione speciale.

Innanzitutto, nell'ambito del menzionato Concilio di Creta, è stato adottato un documento sull'atteggiamento della Chiesa ortodossa nei confronti del resto del mondo cristiano. Molti esperti hanno osservato che, oltre a far valere il suo diritto di convocare i concili, l'adozione di questo documento è stato uno dei compiti principali del patriarca Bartolomeo.

Le sue formulazioni vaghe e ambigue consentono la metamorfosi della teologia ortodossa e legalizzano l'ecumenismo radicale rifiutando di usare i concetti di scisma ed eresia in relazione ai cristiani eterodossi.

Notiamo anche singoli punti (9° e 10°) legati al dialogo con gli eterodossi.

Tale dialogo è presentato come un risultato che può essere annullato solo per consenso! Vale a dire, la stessa logica perversa viene applicata qui come nel voto sugli emendamenti ai documenti: è quasi impossibile influenzare l'esito del dialogo, perché l'ultima parola sarà sempre del Fanar. Anche se alcune Chiese abbandoneranno questo processo, il dialogo continuerà.

Inoltre, Costantinopoli assume lo status ingiustamente elevato di una commissione che conduce il dialogo con i cattolici. Dal suo punto di vista, i documenti che sono il risultato del lavoro di tale commissione sono obbligatori per tutte le Chiese locali, anche se non è chiaro quando la rappresentanza in queste commissioni ha iniziato a significare un'implicazione in qualcosa più di una semplice discussione teorica.

Controllando questa commissione, il Fanar porta essenzialmente le Chiese locali a riconoscere il primato del Papa.

Controllando la commissione del dialogo con i cattolici, il Fanar porta essenzialmente le Chiese locali a riconoscere il primato del Papa


Dal 2006, dopo una lunga interruzione dei lavori e dopo che la commissione è stata presieduta dal metropolita Giovanni di Pergamo [Zizioulas], il tema dei suoi incontri si è concentrato solo sul primato del capo del Vaticano. Nel giugno di quell'anno, il patriarca Bartolomeo nella sua lettera a papa Francesco ha annunciato il completamento dei lavori sul documento riguardo al primato del papa. La scadenza era prevista per il novembre dell’anno seguente.

In secondo luogo, alla vigilia del Concilio di Creta, il copresidente della commissione mista per il dialogo ortodosso-cattolico, l'arcivescovo Giobbe (Getcha) (succeduto a Zizioulas nel 2016) ha pubblicato un articolo che può essere considerato una dichiarazione programmatica della chiesa di Costantinopoli. In tale documento, ha affermato che tra la Chiesa ortodossa e la religione cattolica romana, non c'è scisma, ma solo un'interruzione di comunicazione!

Si sostiene che tra la Chiesa ortodossa e i cattolici non c'è scisma, ma solo una interruzione di comunicazione!

Questi due fatti indicano che il Patriarca Bartolomeo sta preparando un'unione con la Chiesa cattolica sotto forma di restauro della comunione eucaristica e riconoscimento del primato del Papa sulla base di una formula che sarà preparata per il prossimo anno.

Sembra difficile: come combinare le pretese di primato e la concessione di questo primato a Roma? In realtà, non c'è contraddizione.

In primo luogo, l'imposizione aggressiva dell'idea dell'esistenza obbligatoria di un singolo primato nella Chiesa [ortodossa] è un passo intermedio verso l'unione con i cattolici. I fanarioti insegnano che tale primato è qualcosa di naturale per la Chiesa, il che significa che il primato del papa in caso di ristabilimento dell'unità con i cattolici, secondo la loro opinione, non dovrebbe provocare indignazione.

In secondo luogo, probabilmente tra Roma e Costantinopoli, alcuni accordi lasceranno quest'ultimo [Bartolomeo] come "primo" nel mondo ortodosso. Inoltre, nella fase iniziale, il primato di Roma sarà formulato in termini semplificati, in modo da non provocare un rifiuto immediato delle Chiese locali. I fanarioti possono persino affermare che Roma ha accettato l'Ortodossia, non che Costantinopoli ha concluso un'unione con Roma.

In terzo luogo, come abbiamo detto, il Fanar è motivato dalla "logica della sopravvivenza". Il fatto è che i greci sono un popolo relativamente piccolo. Il suo peso politico ed economico nell'Unione europea lascia molto a desiderare e la diaspora americana si sta gradualmente dissolvendo nell'ambiente di lingua inglese. Per non rimanere ai margini della storia durante il processo di globalizzazione, sono costretti a cercare uno sponsor di fronte agli Stati Uniti e al Vaticano, che sia in grado di offrire loro un "posto al sole".

Pertanto, l'Ortodossia dei fanarioti è una sorta di "merce" esclusiva, con la quale negoziano per il "mondo greco" un biglietto per il "treno della storia", fino a quando questo "treno" non sia loro completamente scomparso.

"L'ultima battaglia è la più difficile"

Alla luce di quanto sopra, è necessario trarre alcune importanti conclusioni pratiche.

1. Non dobbiamo dimenticare che un compromesso non risolverà il problema e Costantinopoli non si fermerà sulla strada della distruzione della Chiesa ortodossa russa, così come sull'affermazione della pienezza del suo potere nel mondo ortodosso.

2.   L'unico modo per fermare la promozione dei fanarioti nei loro rispettivi campi è condannare i loro errori teologici. L'inizio di questo può essere stabilito dal Concilio dei vescovi della nostra Chiesa, durante il quale è necessario sollevare la questione dell'appropriazione illegale, da parte di Costantinopoli, dello status di "primo senza eguali" e del "privilegio" di ricevere appelli dal clero di altre chiese locali.

3.   Non possiamo accettare di tenere un Concilio pan-ortodosso alle condizioni del Fanar, perché è una delle parti in conflitto e non può fungere da organizzatore della revisione delle proprie azioni in Ucraina. Tornare al "formato cretese" sarà un errore. Abbiamo bisogno di nuovi regolamenti e regole per l'interazione delle Chiese locali. Lo scenario più vantaggioso sarebbe un incontro pan-ortodosso presieduto da una terza parte.

4.   In nessun caso il "problema ucraino" può essere ridotto alla questione della legalità della "gerarchia" della "Chiesa ortodossa scismatica ucraina", aggirando il fatto dell'invasione di Costantinopoli nella giurisdizione della Chiesa ortodossa russa. A giudicare dalle dichiarazioni degli albanesi, ciprioti, rumeni e di altre chiese, s’ignora l'abrogazione della legge del 1686 e si riconosce indirettamente il diritto di Costantinopoli a concedere l'autocefalia in Ucraina. È necessario evitare di ignorare questo problema e richiedere la creazione di una commissione pan-ortodossa per studiare i documenti storici legati al trasferimento della metropoli da Kiev al Patriarcato di Mosca.

5. Devono essere sviluppate delle critiche teologiche alla nuova ecclesiologia del Fanar. Ai nostri tempi, la teologia non dovrebbe rimanere confinata, ma dovrebbe avere il valore pratico di proteggere la fede ortodossa. In particolare, si dovrebbe prestare attenzione all'analisi della teologia modernista del metropolita Giovanni (Zizioulas), le cui debolezze sono evidenti e che sono un comodo bersaglio di critica. È anche necessario creare piattaforme internazionali per il dialogo teologico, alternative a quelle controllate dai fanarioti.

6.   La Chiesa ortodossa russa deve formulare principi ecclesiologici comprensibili a tutte le Chiese locali e si può erigere come uno stendardo attorno al quale si uniranno tutti coloro che si oppongono al "papismo" di Istanbul.

Questi principi dovrebbero essere: la vera sovranità delle Chiese locali, indipendentemente dai capricci di Costantinopoli; il rispetto dei confini canonici delle Chiese e - cosa ancora più importante - il primato di una collegialità reale e non falsa nella Chiesa. In particolare, è necessario garantire il diritto per qualsiasi Chiesa locale di avviare la convocazione di un Concilio pan-ortodosso.

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