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sabato 28 febbraio 2015

Il clericalismo: malattia mortale del cristianesimo - parte terza

Papa Innocenzo III (1161-1216)
Quanto è stato scritto fino ad ora tende a mostrare una cosa: il clericalismo non è altro che l'alterazione dell'autorità evangelica. Per clericalismo, alcuni canonisti medievali nel perido di papa Innocenzo III erano arrivati a scrivere che “tale e tanta è l'autorità del papa che è pure in grado di cambiare i vangeli!”. Qui è evidentissimo che l'autorità umana si pone prima della tradizione ed è in grado di alterarla. 
Ovviamente affermazioni così palesi non sono frequenti ma bisogna stare attenti: esse sono solo la punta di un iceberg sommerso, il segnale di una mentalità sovvertitrice che lavora silenziosamente e che, come si vede, ha tentato gli uomini di Chiesa ben prima di 50 anni fa!

Per capire bene tale argomento, è necessario osservare che tipo di rapporto esiste tra la tradizione della Chiesa e l'autorità ecclesiastica.
Ne avevamo già parlato tempo addietro ma è necessario riprenderlo in questo contesto.

La tradizione deriva, in definitiva, da Dio. Nel momento in cui avviene la rivelazione non si trasmettono solo delle parole o delle disposizioni (ad es. “Ama il prossimo tuo come te stesso”) ma un ethos, uno stile, un gusto particolare che permette di riconoscere o meno quanto appartiene a Dio. È un poco come chi, avendo avuto grande familiarità con un amico, ne riconosce la presenza dalla disposizione degli oggetti in una stanza. La formazione evangelica non è, dunque, una formazione intellettuale astratta ma un'intimità di grazia, per usare un linguaggio più teologico. Per tradizione gli Apostoli ricevono questa formazione e per tradizione la tramandano. Questo riguarda non soltanto i soli vescovi (come si crederebbe) ma tutto il corpo ecclesiale poiché la grazia riguarda tutti, esattamente come il dovere di difendere la fede. Il vescovo ha un incarico particolare, è vero, ma laddove viene meno si dovrebbero attivare gli altri, com'è successo molte volte nella storia del Cristianesimo (mentre oggi succede assai di rado anche a causa del clericalismo che ha sottratto di fatto questo dovere agli stessi cristiani).

Questa “tradizione di grazia”, la definirei propriamente, forma le autorità evangeliche che, in definitiva sono gli autentici santi.

Le autorità di questo tipo non potranno mai dire “io sono la tradizione” poiché la tradizione viene da essi ricevuta e tramandata, non depositata in essi come possesso personale, dal momento che non la creano loro. Se lo dicessero è come se dicessero “io sono la grazia di Dio”, il che suonerebbe sicuramente blasfemo poiché assolutamente idolatrico. Tra tradizione e grazia di Dio esiste, infatti, un intimo legale poiché una è per l'altra ed entrambe discendono dall'Alto.

La tradizione, dunque, precede l'autorità umana (discendendo dall'autorità divina) e contribuisce a generarla in senso evangelico. Un'autorità umana evangelica (un vescovo, un santo) possono determinare delle consuetudini nella Chiesa che respirano, però, dello stesso ethos-stile-gusto della tradizione. Queste consuetudini sono delle “figlie minori” della tradizione, in supporto e aiuto a quest'ultima, in grado di far comprendere e vivere meglio quest'ultima.

Il clericalismo non è altro che un'autorità che si fonda su se stessa – traendo pretesto dal vangelo – ma non è in grado di trasmettere lo stesso ethos-stile-gusto evangelico. Ogni suo prodotto romperà più o meno con la tradizione poiché un albero cattivo non può dare frutti buoni, come dichiara il loghion evangelico! Il clericalismo confonde drammaticamente quant'è increato (il mondo di Dio) con quant'è puramente creato (il mondo di quaggiù), il volere di Dio con il volere umano, le cose di Dio con le cose degli uomini...

Se, per fare un esempio-limite, un vescovo, un patriarca o un papa iniziasse ad ammettere l'immoralità nella Chiesa, questo dimostrerebbe che costui non è un'autorità evangelica, che si impone in modo clericalista e che non c'entra nulla con la tradizione, per quanto il suo discorso potesse pure avere brandelli di vangelo a supporto delle sue personalissime opinioni. Questo prelato, agendo contro la rivelazione, finisce per "ibernare" la sua autorità, renderla inattiva evangelicamente parlando, anche se con il ricatto e le armi del diritto si facesse ancora valere. A questo punto la disobbedienza è un assoluto dovere morale!

Quello che molti cristiani devono ancora capire, è che non esiste la “grazia di stato” distribuita in modo automatico. Per il fatto che uno sia cristiano, vescovo, patriarca o papa, non significa che abbia l'assistenza garantita (= la “grazia di stato”) da parte di Dio. In queste cose non esiste nulla di magico! Se un uomo usa della tradizione e della sua posizione in modo autoritativo e sganciato dalla rivelazione cristiana, non ha sicuramente alcuna “grazia di stato”.

Ciò significa che quanto viene dall'autorità non è automaticamente autentico, soprattutto quando l'autorità vuole sostituire la tradizione, ne fonda un'altra o si sente al posto di essa. Per questo nella Chiesa antica, a differenza di oggi in cui si impone l'autoritarismo, esisteva un “riconoscimento” delle dichiarazioni del tal vescovo o del tal concilio. Se le si riconosceva in linea con lo stile della Chiesa le si accettava altrimenti le si rigettava! In altri termini si "annusava" se in esse c'era o meno la grazia di Dio.

Il clericalismo è una malattia mortale del cristianesimo proprio perché inganna, si fonda sull'autorità facendo intendere di essere evangelico e invece non lo è affatto. È mortale perché crea uno o diversi nuovi ethos-stili-gusti nella Chiesa che non sono affatto quello voluto dal suo fondatore e trasmesso per tradizione.

La liturgia è il luogo in cui più di ogni altro si respira questo ethos-stile-gusto evangelico. Nel momento in cui viene mutata, si deve stare attenti a non cambiare l'orientamento degli spiriti.

È vero che nella storia sono avvenuti dei cambiamenti in tal campo. Si pensi al passaggio dalla liturgia di san Basilio (che una volta si celebrava ogni domenica nelle chiese bizantine) alla liturgia di san Giovanni Crisostomo (più semplice e breve). Ma non c'è dubbio che entrambe queste liturgie respirano della stessa atmosfera sacra e il cambiamento non ha affatto significato sovversione.

Abolire di fatto una liturgia e crearne una in cui esiste una diminutio di sacralità, potrebbe già significare un prodotto in parte alterato e chi lo ha approvato incrina senza dubbio la sua autorità davanti ai fedeli (dai frutti riconoscerete l'albero).

Se questo si rende possibile, è perché a monte si è reso possibile il clericalismo. Vedere il frutto malato e non accorgersi che l'albero è malato è un grave deficit!


L'unico rimedio è recuperare l'ethos tradizionale, cercarlo, capirne la ragione e i fondamenti. Solo in questo modo si potrà cogliere l'intimo e autentico essere della Chiesa e distinguerlo dalle sue distorsioni oggi sempre più frequenti.

Il clericalismo: malattia mortale del cristianesimo - parte seconda

Pio IX (papa Mastai.Ferretti)
La Chiesa è il papa con i cardinali, nessun altro!”. Quest'esclamazione mi giunse da parte di un monsignore tradizionalista cattolico che frequentava assiduamente la curia vaticana. Per quanto non esista nulla del genere nei libri di ecclesiologia cattolica, tuttavia è questo, in pratica, lo stile ecclesiastico con il quale molti chierici romani vedono le cose.

Quando Pio IX (1792-1878) ricevette un arcivescovo cattolico-melchita che non era d'accordo con lui su determinate tematiche, a nulla valse che quest'ultimo gli ricordasse la preminenza e il valore della tradizione, come riferimento normativo imprescindibile. Pio IX, nel momento in cui il vescovo melchita stava per rendergli omaggio baciandogli la pantofola (come allora si usava), gli sottrasse il piede e glielo mise in capo premendo la sua testa verso terra e ripetendogli: “Testone! Io sono la tradizione!” (*).

L'assorbimento della tradizione nel ruolo istituzionale di un chierico (per quanto importante sia) è indice di un rovesciamento di valori: di fatto non è più il chierico a servire la tradizione ma è la tradizione che lo serve e lui ne diviene fonte (**).

Che questa posizione abbia poi maturato il rifiuto di molti aspetti tradizionali in nome dell'autorità, e dell'autorità del papa – come è avvenuto dopo il Concilio Vaticano II – non è che una pura conseguenza di questo principio che pone l'autorità di un chierico al di sopra della tradizione.
Come si diceva, se il Luteranesimo ha scacciato i chierici dalla Chiesa secolarizzando quest'ultima, il cattolicesimo postridentino ha definitivamente scacciato (o meglio messo in soffitta) i laici, lasciando che il piano nobile del palazzo fosse abitato solo dai chierici.
Oggi, per quanto si parli tanto di “ruolo dei laici nella Chiesa” le cose non cambiano e questo lo si vede dai riferimenti normativi del Codice di Diritto Canonico in cui i chierici, per quanto possano consultare i laici, di fatto sono i soli a stabilire delle decisioni.
Questa estromissione dei laici anticamente non esisteva tant'è che l'elezione del vescovo Ambrogio di Milano si fece prendendo un laico del popolo, il più pio e il più colto certamente, ma pur sempre un laico. Questo laico, Ambrogio, era l'espressione della Chiesa e proprio perché tale fu messo nella cattedra milanese come “bocca” della sua Chiesa! Qualcosa di simile accadde alcun secoli dopo con l'elezione di san Fozio di Costantinopoli che da laico passò, nel giro di qualche giorno, tutti i gradi dell'ordine sacro per poi sedere sulla cattedra patriarcale.
San Massimo il Confessore (monaco non chierico, quindi laico) fu il redattore di alcuni sinodi romani nel VII secolo, segno ulteriore che i chierici condividevano in solidum ogni aspetto della Chiesa con i laici, per quanto avessero funzioni diverse!

In questo contesto si capisce perfettamente quello che in latino si chiama il “sensus fidei” dei fedeli o il cosiddetto “sensus fidelium”: i fedeli vivono la fede e sono un riferimento teologico imprescindibile per i teologi. Proprio perché esistevano tali fedeli da essi sono stati tratti sant'Ambrogio e il patriarca Fozio!

Oggi qualcosa del genere è impensabile e non solo perché sono i chierici a comandare nella "stanza dei bottoni". I laici sono di fatto confinati anche perché la teologia non è tanto qualcosa di vissuto ma qualcosa di accademico in mano ad esperti laureati.
A complicare le cose si deve pensare che se i chierici sono secolarizzati i laici non lo sono da meno. Una visione fortemente antropocentrica del Cristianesimo attraversa tutti i livelli della Chiesa. Come direbbe Paisios del Monte Athos, gli ecclesiastici e i laici che girano attorno ad essi corrono il rischio di avere la mentalità del sindaco o del segretario comunale, non la vera mentalità mistica e spirituale della Chiesa!

Il cambio di orientamento nella celebrazione eucaristica cattolica (con il chierico che viene osservato frontalmente dall'assemblea dei fedeli) assume, considerato quanto detto, una valenza inquietante.

Mentre tradizionalmente non ha senso guardarsi in faccia ma tutti sono orientati geograficamente verso oriente simbolo di Dio (dove il sacerdote apre una specie di cammino ponendosi alla testa del popolo), oggi sembra che le persone debbano assolutamente porsi di fronte al sacerdote, guardarlo e, in questo rapporto orizzontale, sembra esaurirsi tutto il mistero della celebrazione eucaristica (***).

Ogni elemento sacro fa da pura cornice per un rapporto da uomo a uomini. È il chierico in quanto tale ad essere essenziale! Questo è innegabilmente un rafforzamento del clericalismo, per quanto presentato in modo "democratico" e "populista".

Sarebbe interessante osservare, dal punto di vista storico, quanto la società feudale abbia influenzato il cristianesimo e la Chiesa occidentale, un lavoro che non mi sembra sia chiaro a molti!
Le classi feudali, si sa, erano chiuse: il signore rimaneva tale e il servo non poteva aspirare a divenire signore. Il signore comandava e il servo doveva solo obbedire.
Su questo modello sociale si plasma la Chiesa: il vescovo è il signore della Chiesa, egli comanda e i laici-servi devono solo obbedire. Qui non ha più senso il “sono cristiano con voi” di sant'Agostino, poiché i riferimenti sono ben altri; se con Agostino chierici e laici sono sullo stesso piano, con la chiesa feudale i primi stanno in alto gli altri solo in basso. Ebbene, la Chiesa passando attraverso questa fase si è in un certo senso trasformata. Bisognerebbe essere ciechi per negarlo!
Il dramma seguito alla riforma luterana ha ulteriormente irrigidito questo sistema imponendo a tutti gli ordini religiosi di ordinare sacerdoti, mentre precedentemente la maggioranza dei religiosi non era affatto ordinata.


Inutile dire che l'Oriente, non avendo conosciuto il feudalesimo, è rimasto in uno stadio differente, molto più simile a quello antico e patristico. Per questo fanno pena tutti quei chierici ortodossi che, per ingenuità o per ignoranza, finiscono per ammirare quanto in Occidente non è affatto ammirabile (mi riferisco al clericalismo).

L'esasperazione del ruolo dei sacerdoti nella Chiesa, ha messo in secondo piano e, alla fine, ha fatto dimenticare l'importanza della vita mistica e spirituale. Ciò che è funzionale e temporaneo (per questa terra) è divenuto fondamentale ed essenziale e ciò che è fondamentale ed essenziale (il rapporto con Dio) è divenuto scontato e quasi accessorio.

Per questo più una realtà ecclesiastica è clericalista, più è facile incontrare un agnosticismo di tipo pratico e da queste strutture non è impossibile uscire privi di fede.

L'epoca attuale sembra aver portato tutti questi nodi al pettine. In questo modo, i presupposti gettati pian piano lungo i secoli hanno determinato o facilitato la scristianizzazione odierna.

Può una realtà scristianizzata nel suo stesso animo riportare la società a Cristo? Ecco la domanda fondamentale! Infatti non sono le molte parole a fornire un'alternativa ma una vita autenticamente evangelica!

____________

(*) Il fatto è più che noto agli storici. Se ne parla anche qui: Olivier Clement, Roma diversamente, Jaka Book, 1997, p. 61. L'autore, tuttavia, omette alcuni particolari, come quelli del piede in testa al patriarca e questo indica come, da parte di certi ortodossi, ci siano reticenze nel dire le cose per quel che sono. 
Ora, se è vero che a volte la situazione non si è sempre manifestata così rigida, in senso clericalista, è pur sempre vero che l'impianto generale dell'ecclesiologia latina si è discostato significativamente dagli equilibri antichi e alto medioevali. E' esattamente questo che ha capovolto il rapporto tradizione-autorità a tutto scapito della tradizione, cosa che il mondo tradizionalista cattolico non riesce a vedere. Più precisamente, non è tanto un'autorità carismatica (quindi con i requisiti evangelici) a stabilire una consuetudine ecclesiastica e spirituale ma un'autorità puramente istituzionale a prescindere dal fatto che la persona che la assume viva o meno il vangelo. Ecco l'autorità che diviene autoritativa per se stessa, ed ecco il clericalismo!

(**) Posizione totalmente contraria a quella di Pio IX la vediamo in Leone III nel suo dialogo con i teologi franchi in cui il papa manifesta che egli, in quanto tale, non può da solo mettere mano sul dogma ma deve fare riferimento a tutto il corpo ecclesiale poiché, per quanto assuma una funzione importante, non è al di sopra della Chiesa ma NELLA Chiesa e ad essa deve rendere conto. Qui è la tradizione ad essere preminente sull'autorità istituzionale!

(***) So bene che i partigiani delle innovazioni ricorderanno che sono esistite antiche celebrazioni in cui il celebrante si volgeva verso l'assemblea. Quello che essi però non vogliono capire è che pure in queste celebrazioni il sacerdote non guardava il popolo ma il sole nascente i cui raggi entravano attraverso le porte della chiesa (quando l'edificio era orientato in questo modo, altrimenti volgeva le spalle ai fedeli!). I fedeli stessi non erano interessati a osservare il sacerdote ma il mistero che si stava svolgendo e quindi non potevano volgere le spalle al sole nascente e, per rispetto, neppure al sacerdote e quindi si disponevano seduti o in piedi lungo le navate laterali con le spalle verso il muro perimetrale della chiesa! Si tratta, come si vede, di una soluzione ben differente e per disposizione e per mentalità rispetto a quella delle liturgie cattoliche attuali nelle quali, coerentemente e non a caso, penetra sempre più una mentalità da "mondo dello spettacolo" a tutto scapito di quanto rimane di tradizionale (ben poco, oramai!).

venerdì 27 febbraio 2015

Il clericalismo: malattia mortale del cristianesimo

Papa Bonifacio VIII in un dipinto di Giotto
Tempo fa' un cristiano ortodosso, Alexander Kalomiros, noto per le sue posizioni religiose fin troppo chiare e a volte polemiche, si era proposto di scrivere un libro sul clericalismo nella Chiesa, intendendolo come una malattia mortale per quest'ultima.

La morte lo colse senza che ebbe modo di farlo. Nonostante ciò, di lui ci rimangono parecchie opere che possono indicarci cosa avrebbe potuto scrivere in quest'ultimo suo lavoro non compiuto.

L'idea di questo tema, lo confesso, mi ha sempre stimolato perché è fondamentale per la storia dello stesso Cristianesimo. Forse molti non capiranno il mio indugiare sul profilo monastico e misterico della Chiesa antica e alto-medioevale e sul successivo profilo legale-clericale che ha trionfato sul primo in parte soffocandolo. Non capiranno che in modo non sempre indolore c'è stato un cambio di prospettiva e uno spostamento di baricentro. In altre parole, senza che sempre lo si volesse, c'è stato un iniziale moto verso l'attuale secolarizzazione che così affonda le sue radici da quelle stesse vecchie scelte.

Certo non si parla di cattiva intenzione, da parte di chi ha iniziato a cambiare certi antichi equilibri. Spesso forse non c'era altra scelta. Ma, di fatto, lungo i secoli, c'è stato un movimento degli spiriti e una disposizione degli stessi in modo da aprirli sempre più in senso secolaristico. E, ovviamente, mi riferisco agli spiriti dei cristiani praticanti nella Chiesa.

Sant'Agostino in una sua opera riferiva di essere “cristiano con i cristiani e vescovo per essi”. Questa frase indica una interazione profonda tra il chierico e i laici, un essere sullo stesso piano dei secondi, per quanto con una funzione differente. In questa fase della storia cristiana, ogni elemento della comunità cristiana (dal semplice laico al vescovo, al patriarca e al papa) è in funzione del mistero di grazia che si manifesta concretamente nella Chiesa. Non si spiega diversamente che così e non si usa del mistero per altri fini!

Non siamo padroni della vostra fede ma servitori della vostra gioia”, diceva san Paolo mostrando, in questo modo, la prospettiva appena indicata.

Oggi, soprattutto in Occidente, è perfettamente inutile servirsi di queste frasi perché il clima ecclesiale è profondamente cambiato, via per motivi storici, via per scelte strutturali ecclesiastiche.

Il rifiuto del mondo clericale (che ha finito per abusare della sua posizione) da parte di Lutero ha portato per opposizione il mondo cattolico a sospettare e confinare il mondo laico al di fuori dalla “stanza dei bottoni” della Chiesa (*). Il laico di fatto non ha alcun vero ruolo importante che spetta unicamente al chierico o all'alto chierico. Il laico non ha più nemmeno il diritto di dire se quanto vede attorno a sé esprime l'autentica fede o meno.

A questo punto il laico, di fatto estromesso, si è sempre più secolarizzato seguendo una laicizzazione simile a quella del mondo protestante che lo voleva coinvolgere (secolarizzando pero' la Chiesa). Il chierico cattolico ha conservato fintanto che ha potuto una certa tradizione, esponendo quest'ultima non di rado in modo sempre più formale, fintanto che anch'essa è stata sottoposta a logiche funzionali razionaliste: era necessario cambiarla, riformarla, adattarsi al mondo.

La Chiesa come realtà vivente del mistero di Dio, in cui si pratica concretamente la vita nello Spirito che dirige tutto lo stile e le scelte ecclesiali, è divenuta una bella fiaba nel nostro mondo e, in primis, una sicura fiaba all'interno di grandissima parte del mondo clericale. Dio oramai non è più neppure un'idea, figuriamoci se è una realtà concreta!

Il mondo dei chierici isolati, chiusi tra loro, autoreferenti, è una chiesa nella Chiesa e si traduce realmente e non di rado nell'ammazzamento della Chiesa quale “mistero dello Spirito”, come poteva essere concepito nell'antichità cristiana e nell'alto medioevo (pur con i limiti presenti in queste epoche).

Purtroppo alcune strutture della Chiesa ortodossa odierna, abbandonando questa tradizionale antica impostazione o non comprendendola più, stanno seguendo i cammini razionalisti dell'Occidente. Essi non a caso si sentono sempre più simili ai loro fratelli protestanti e cattolici dei quali ammirano la capacità organizzativa e razionale. Oh potenza dell'ecumenismo!

Il tradizionalismo cattolico non capisce o fa finta di non capire che la crisi attuale della Chiesa cattolica, espressa nel clericalismo di alcuni chierici che impongono la loro idea personale contro ogni opzione contraria, esprime di fatto un clericalismo consolidato già da alcuni secoli, un clericalismo per il quale i laici sono buoni solo quale fonte di ricchezza e di nuove leve per il clero.

Per questo clericalismo ciò che è importante non è tanto la tradizione in se stessa ma tutto quello che da forza al proprio partito ed emargina ogni altra cosa che la mette in penombra, fosse pure realmente sostenuta dall'Alto. Scopriamo così una strana stretta parentela tra un certo clericalismo tridentino e il clericalismo di tipo "moderno" del cattolicesimo attuale.

Trionfa così, un'idea prettamente utilitarista e secolare nella gestione della Chiesa. E se fino a ieri c'era una certa tradizione, nel momento in cui si è ritenuto più utile metterla da parte lo si è fatto senza scrupolo alcuno, segno che quanto sta a cuore a questo genere di gerarchie non è la tradizione in se stessa, quale espressione di un mistero ultraterreno che ha la sua casa nella Chiesa, ma puri calcoli umani.

Ed è questo, in sintesi, a rapprentare la malattia mortale per lo stesso Cristianesimo, malattia di cui certi mondi tradizionalisti sono ben lungi dall'accorgersi.


Lamentarsi che il mondo è secolarizzato, che ha voltato le spalle alla Chiesa, che, soprattutto in Occidente, è necessario rievangelizzare, è dunque simile all'atteggiamento dell'asino che da dell' “orecchione” alla lepre. Come può, un ambito ecclesiale che ritiene “favola” la spiritualità, rinnovare il Cristianesimo? Seguirà coerentemente il mondo come di fatto sta succedendo ogni giorno sotto i nostri occhi. E, in questo senso, anche un certo tradizionalismo cattolico è figlio della stessa madre poiché anche per lui la cosiddetta "spiritualità" (**) sta almeno all'ultimo posto nella gerarchia dei fondamenti della Chiesa.    

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(*) Usando un'espressione forte ma molto eloquente, si potrebbe dire che come in Germania i chierici laicizzati con Lutero hanno "buttato fuori" dalla Chiesa i chierici, nei paesi mediterranei cattolici i chierici, per reazione, hanno "buttato fuori" dalla Chiesa i laici. Se, infatti, nella regola di san Benedetto si ricordava ancora all'abate che Dio porebbe parlare all'ultimo del suo monastero, ragion per cui l'abate doveva ascoltare con attenzione i suoi fratelli, poi si stabilisce il rigoroso schema di una chiesa docente (i chierici) e una chiesa discente (i laici). Il Concilio vaticano II nel mondo cattolico ha cercato di ammorbidire questo rigido schema raggiungendo, però, alcuni risultati del mondo protestante con l'effettiva laicizzazione del clero. Di fatto la situazione è, così, peggiorata perché si scambia per ecclesiastico ciò che è mondano e per spirito evangelico ciò che è solo secolare (lo vediamo in forma eclatante con lo stile di questo pontificato romano).

Che i laici nel mondo cattolico siano "buttati fuori" dalla Chiesa, l'ho notato a più riprese nella mia esperienza personale in settori accademico-teologici in cui se si chiede ragione della fede con domande non proprio comode, ci si sente cadere nel vuoto, voltare le spalle, ci si sente non esistenti. In questo senso per certi chierici è meglio avere delle chiese vuote, credendo di comandare meglio, che delle chiese piene in cui il chierico stesso deve costantemente dar conto della fede che predica! 
Nella mia analisi non considero quel tipo di laici a cui appartengono i movimenti ecclesiali cattolici e ciò per vari motivi, uno dei quali è quello per cui tali laici, in realtà, non sono altro che la longa manus dei chierici, una loro esatta riproduzione, non sono laici in senso proprio.
Ringrazio, viceversa, il responsabile di un istituto religioso cattolico tradizionalista il quale, in un suo momento di sincerità, mi confessò apertis verbis l'esistenza di quanto ho appena esposto (che cioè nel cattolicesimo i chierici hanno "buttato fuori" dalla Chiesa i laici): "Cos'è la Chiesa? E' solo il papa con i cardinali, la Chiesa, nessun altro!!!". E' qui chiaramente espressa una realtà: un gruppo si è impossessato di una realtà mentre all'inizio non era affatto così! Non importa affatto che le "Storie della Chiesa" tipo il Filiche-Martin non ne parlino o dicano cose contrarie. I fatti si impongono per loro stessi!
Viceversa, nella parte sana del mondo ortodosso le cose sono ben diverse. Padre Paisios del Monte Athos, da poco canonizzato, ripeteva: "La Chiesa non è la barca personale del papa o del patriarca!", dal momento che la Chiesa è una realtà misterica rivelata da Cristo  e che chiama a sé tutta l'umanità per incorporarla nel Cristo stesso, non per sottometterla ai chierici (i quali dovrebbero essere a servizio di Cristo, non di loro stessi!).

(**) Spiritualità è qui intenso in senso biblico-patristico, non in senso psicologistico pietista o, peggio, in senso sociologico, come succede oggi in gran parte dell'Occidente cristiano.

mercoledì 18 febbraio 2015

Testi liturgici bizantini autentici e non

INTRODUZIONE

L’argomento di questo post è, come al solito, vasto ma cercherò d’essere più chiaro e sintetico possibile. I testi liturgici, come ogni altro genere di scritto, hanno determinate caratteristiche, stili, finalità e le esprimono nel modo loro proprio. In questo blog ho già accennato al fatto che i testi cattolici di nuova composizione respirano sempre più un’aria troppo umanistica, ossia troppo centrata sul solo umano. Dio, in non pochi di questi testi, sta sullo sfondo, un po’ come una carta da parati. L’attore principale diviene l’uomo che mostra se stesso al suo prossimo e si esalta. La spiritualità tende ad essere sostituita da una generica impostazione psicologica. Ricordo la incredibile invenzione di un “prefazio per gli alpini” anni fa, compiuta da un sacerdote cattolico friulano tutt’oggi vivente e che, nel frattempo, si sarà reso partecipe di altre iniziative del genere. 
In quel “prefazio” (ossia nella preghiera sacerdotale precedente la consacrazione del pane e del vino eucaristico), si esaltavano le virtù proprie agli alpini dinnanzi a Dio che non avrebbe dovuto far altro che benedire. Ebbene, questa visione molto antropocentrica oramai la troviamo ovunque, appena vengono abbandonati i criteri che regolano i testi liturgici antichi. È il caso di dire che non esistono ambiti protetti. Per non rimanere nel generico, farò un esempio applicato alla liturgia bizantina con gli apolytìkia. 


LE CARATTERISTICHE DEI TESTI AUTENTICI 

Gli apolytìkia sono dei brevi testi un po’ simili alle antifone latine usate per il Benedictus e il Magnificat (alle Lodi e al Vespero del rito romano): indicano all’ascoltatore la festa del giorno. 
In una Divina Liturgia (Messa) o in un vespero bizantino, indicano il tempo liturgico corrente o il santo festeggiato. Ancor oggi, in particolari casi, si compongono dei nuovi apolytìkia, soprattutto per i santi neo-canonizzati. Questi nuovi testi, per avere realmente lo spirito della Chiesa, si devono conformare allo stile tradizionale. Ne vedremo qualche esempio. 

Gli apolytìkia hanno una struttura particolare, codificata nel tempo. Se dedicati alle feste del Signore sono generalmente composti da: 

1) una narrazione dell’evento salvifico; 
2) una richiesta d’intercessione o glorificazione di Dio. 

Si noti, ad esempio, l’apolytìkion per la festa della Teofania (6 gennaio) in cui sono applicati questi due punti che per comodità evidenziamo colorati: 
«Al tuo battesimo nel Giordano, Signore, si è manifestata l’adorazione della Trinità; la voce del Padre ti rendeva, infatti, testimonianza chiamandoti “Figlio diletto” e lo Spirito in forma di colomba confermava la sicura verità di questa parola. O Cristo Dio che ti sei manifestato e hai illuminato il mondo, gloria a te». (Testo tradotto dall’Orologion greco)

Per quanto riguarda le feste dei santi, lo schema è simile con qualche variazione. 

1) una parte iniziale nella quale si presenta il santo o qualche suo elemento biografico che ne indica luogo o provenienza (e che può pure mancare); 
2) una parte mediana nella quale si presentano le sue virtù o le sue caratteristiche principali; 
3) una parte terminale nella quale si chiede la sua intercessione presso Dio a favore di chi lo prega o lo si glorifica

Ad esempio, notiamo qualcosa del genere nell’apolytìkion dedicato a san Nicola di Mira. 
«Regola di fede, immagine di mitezza, maestro di continenza così ti ha mostrato al tuo gregge la verità dei fatti. Per questo, con l’umiltà, hai acquisito ciò che è elevato, con la povertà, la ricchezza, padre gerarca Nicola. Intercedi presso il Cristo Dio, per la salvezza delle anime nostre». (Testo tradotto da saint.gr, il sinassario greco) 
In questa composizione delle tre possibili parti ne abbiamo solo due: la mediana e la finale. Questo perché tale apolytìkion è un testo generico applicato a tutti i santi vescovi (gerarchi) e nello specifico adattato a san Nicola. È dunque privo di elementi biografici particolari. La parte in verde esalta le virtù del santo, la parte in blu ne chiede l’intercessione con l’espresso fine della salvezza in Dio di chi lo supplica. 

Gli apolytìkia di nuova composizione dedicati a nuovi santi, hanno lo stesso schema. Vediamo, ad esempio, quello al beato Paisios del Monte Athos recentemente canonizzato.
«Fedeli, onoriamo il fanciullo di Farassa e ornamento dell’Athos, l'imitatore degli antichi santi, uguale a loro in onore; onoriamo Paisios, questo vaso di grazia, che s’affretta ad esaudire coloro che esclamano: Gloria a Colui che t’ha dato la forza, gloria a Colui che t’ha coronato, gloria a Colui che attraverso te opera guarigioni per tutti» (Testo tradotto da saint.gr, il sinassario greco). 
Notiamo in rosso la prima parte biografica che c'informa sulla provenienza di Paisios e sulla sua ultima residenza (Farassa in Cappadocia, il Monte Athos); in verde notiamo le virtù sue specifiche, mentre in blu si vede la glorificazione a Dio per il dono della sua presenza tra gli uomini. 

Un ulteriore esempio che ricalca questo stile lo troviamo nell’apolytìkion di san Giovanni Theristis, un santo calabro italo-greco: 

 «Hai lasciato la luminosa isola dei siciliani, la ricca provincia del padre, e su esortazione della fede materna hai trovato la santa Calabria, Giovanni padre nostro, perciò supplica per noi il Signore». (Testo tradotto da saint.gr, il sinassario greco).
Qui la parte mediana è assente ma si nota una sintesi biografica (la prima parte contraddistinta in rosso) che qualifica il particolare apolytìkion per il santo e non un apolytìkion generico applicato ad un gruppo di santi e adattato ad uno tra loro. Si nota pure l’ultima parte: la richiesta di supplica (contraddistinta in blu) che quindi non manca mai in questo tipo di testi. 


TESTI AMBIGUI O INIZIALMENTE FUORVIANTI 

Girovagando in Internet, purtroppo, non è difficile trovare anche testi liturgici che si discostano dalle indicazioni della tradizione, spesso composizioni personali che non hanno alcun permesso ecclesiastico e che non rispettano questo schema classico con il rischio di scadere nello spirito del secolo che è, come abbiamo visto sopra, molto antropocentrico e autogiustificativo. 

Mi pare d'aver individuato un testo di tal genere in un “apolytikion” dedicato a san Giovanni Theristis del quale non si specifica assolutamente la paternità né la fonte: 
«In te,Venerabile Padre Giovanni Theristìs, si è realizzata in pienezza l'immagine della Santa Triade. Le energie dello Spirito ti hanno spinto alla continua ed incessante preghiera. Hai quindi resistito agli inganni dell'avversario e hai sconfitto il Separatore. La tua vita si è sempre orientata a Cristo Dio a cui tu presenti ancora oggi questo tuo popolo in preghiera». Testo tratto da Qui.
Innanzitutto non si capisce perché chi diffonde questo testo non si sia riferito a quello greco già esistente e che rispetta sicuramente i canoni della pietà tradizionale. 
Secondariamente, qui si notano diversi elementi eterogenei che collidono con lo stile tradizionale, per quanto apparentemente ad occhi inesperti, il testo non paia strano. 

1) Questo “apolytikion” usa un linguaggio discorsivo, la prosa, in una composizione che di sua natura dovrebbe essere poetica. Anche in una traduzione dal greco (vedasi gli esempi in alto) non è, viceversa difficile accorgersi che non si tratta di prosa ma di forma poetica. 

2) Si fa riferimento alla generica dottrina della deificazione, cosa che vale per tutti i santi ortodossi e che, quindi, non è per nulla indicativa della “specificità” di questo santo rispetto ad altri santi. Dunque si dedica un “apolytikion specifico ad un santo privo di ... specificità!

3) La parte terminale è piuttosto strana perché indeterminata, come se fosse un'azione compiuta a metà: ritrae il santo in atto di presentare genericamente il popolo orante a Dio ma non ne specifica il perché come fanno tutti gli apolytìkia fino ad ora considerati. 

In questo testo non è possibile determinare i tre punti che hanno classificato tutti gli altri testi considerati. Infatti: 

a) Non si può determinare il luogo o la provenienza del santo, per quanto questo testo sembra essergli particolarmente dedicato
b) Non si possono determinare le specifiche virtù di questo santo sostituite da una descrizione generica che riguarda tutti i santi ortodossi. Se tale testo è dedicato solo a san Giovanni perché ci si è “accontentati” di descrizioni generiche? 
c) Non esiste una finale né di glorificazione né di richiesta d’intercessione ma il popolo è semplicemente presentato a Dio (perché? Per qual fine? Per essere benedetto? Per ricevere grazie? per essere giustificato? Non lo sappiamo!). 

Queste osservazioni indicano che il compositore potrebbe essere una mano inesperta con qualche infarinatura di principi teologici bizantini ma a cui pare sfuggire lo stile proprio dell’innologia bizantina. 
È logico che con questi presupposti si può finire per cincischiare con i testi liturgici dimostrando di non aver imparato gran che. Ci si allontana sensibilmente, dunque, da una composizione tradizionale. 

Se gli autori fossero persone lontane dal mondo ecclesiastico in fondo non mi preoccuperei. Il problema è che questi testi provengono assai probabilmente da ambienti nei quali ci si attenderebbe una maggiore attenzione e formazione ecclesiastica.

Mi si dirà che qui, tutto sommato, non ci sono grossi problemi perché, a modo loro, queste composizioni originali hanno una loro pietà. Rispondo dicendo che, dall'esame fatto, si dimostra che questo comportamento socchiude una porta: è come la dimostrazione che si può iniziare a "manipolare" la liturgia componendo testi senza regole precise o con riferimenti sempre più sfumati. E che qui non si rispettino le regole degli apolytìkia è stato ben dimostrato.
Questo fa ricordare un poco quanto successe nel mondo cattolico con le prime riforme alla liturgia romana (che non sembravano cosa contraria alla tradizione, in fondo). Eppure fu da questo spiraglio che si rese pian piano possibile il disprezzo di gran parte del clero verso le forme tradizionali, forme che cercano di custodire lo spirito di pietà che la Chiesa voleva tramandare nei secoli. 

La tensione verso il basso, dunque, non è la sola prerogativa del mondo cattolico per quanto la caduta, in tal senso, trovi alcuni tra questi ultimi in posizioni decisamente molto più avanzate.

Aggiunta all'ultimo momento

Ho ricevuto conferma che la composizione da me criticata non è ecclesiastica. Oggi mi è stato detto che era  proposta come testo devozionale ed è stata aggiunta una precisazione che fino a ieri (18/2/2015) era assente. Osservo quanto segue: non ha senso proporre "preghiere devozionali personali" nella prospettiva ortodossa, facendo quasi intendere che sono testi ufficiali (chiamando apolytìkio ciò che non è tale e affibiandogli pure un tono musicale ecclesiastico con il quale dovrebbe essere cantato)*. Ciò è comprensibile e va bene in un contesto protestante, non in un contesto ortodosso in cui è l'individuo che si adatta alla Chiesa non è la Chiesa ad essere adattata all'individuo. Si osservi, infatti, l'opera dell'iconografo: lascia perdere originalità che metterebbero a soqquadro lo stile iconografico tradizionale e si adatta ad esso, per quanto si noti il suo carattere nell'opera dipinta. Purtroppo, l'individualismo nella nostra cultura è pompato all'esasperazione e perfino gli ambienti ecclesiali ne sono influenzati. È triste che alcuni di tali ambienti non abbiano la forza necessaria per capire che così non va' ma non mi meraviglia più. O prima o poi verrano presi dalla corrente secolarizzante che tutto trascina. I fedeli possono salvarsi solo se avranno un forte ancoraggio nella tradizione e non saranno sottomessi all'autorità ecclesiastica solo perché è una autorità. Viviamo in tempi in cui le autorità religiose sono sempre meno autorevoli...


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*) Nel mondo ortodosso ci sono pure composizioni poetiche paraliturgiche. Pensiamo, ad esempio, agli inni di san Simeone il Nuovo teologo. Questi inni, però, non sono mai stati denominati "tropari", "apolytikia", "Odi", "Kondàkia", ecc., nomi che indicano composizioni prettamente liturgiche. Appartengono alle opere del santo e non sono spacciate per testi cultuali né gli si indica un tono musicale con il quale dovrebbero essere cantate.
Ecco la differenza tra l'opera personale e l'opera ecclesiale. Nel mondo protestante questa differenza non esiste: infatti, in una cena un fedele può improvvisare una preghiera personale che con quella degli altri fa parte della preghiera dell'assemblea. Qui non ci sono distinzioni come in ambiti in cui si osserva ancora la tradizione antica.
Per questo, far passare per composizione ecclesiastica ciò che non lo (e fino a ieri nel blog "ortodosso" da me indicato si parlava di "Apolytìkio del santo"!!) indica una confusione di fondo ed è l'indice di una chiara lontananza dalla distinzione della tradizione.

domenica 15 febbraio 2015

Il Sacro Terrore!


I musei sono un grande tesoro perché permettono di avere la percezione del passato, cosa che altrimenti con il fluire del tempo si perderebbe inesorabilmente. Recentemente ho visitato un'esposizione nella quale è stato collocato un quadro di grande intensità emotiva. Il suo autore è Carl Frithjof Smith (1859-1917). L'opera s'intitola "Dopo la prima comunione" ed è stata realizzata attorno al 1892.
In questa sede non m'interessa esporre a quale corrente artistica e quali influssi culturali può aver subito il suo autore. Quello che mi pare più interessante è la forza d'impatto che esercita questa rappresentazione. Si tratta di una festa: la prima comunione di alcune bambine. Ma è una festa strana poiché le fanciulle si mostrano tutt'altro che gioiose.


Nella parte centrale appaiono volti pensosi, impauriti, direi terrorizzati. Solo una bimba accenna vagamente ad un sorriso, molto smorzato, quasi avesse timore di farlo. Qualcun'altra cammina letteralmente irrigidita, come se avesse subito una doccia fredda.
Ecco l'elemento di constrasto con l'idea di festa, la forte vibrazione emotiva che la tela trasmette: qui è rappresentato l'effetto del "sacro terrore" che consiste nel predicare un cristianesimo molto rigido e intollerante, non di rado ideologico.

Un effetto del genere lo si ottiene in ambienti molto severi e religiosamente fanatici. Qualcosa del genere vidi, anni fa, sul volto di qualche laico molto fedele ad un movimento tradizionalista cattolico. In quest'ambiente, erroneamente definito "lefebvriano" poiché è solo tradizionalmente cattolico, si fa leva molto sull'aspetto psichico e si ottiene non di rado ansietà, paura, terrore di Dio.

Mi chiedo: è questo il timor Dei al quale le scritture fanno riferimento? Temo proprio di no! Il timore di Dio è sempre associato alla fiducia di Dio, esattamente come l'atteggiamento dimesso della quaresima è associato alla gioia della risurrezione non lontana. Timore e fiducia, atteggiamento dimesso e gioia possono parere opposti solo a chi non si accosta alla dimensione spirituale o a chi non l'ha mai conosciuta. In realtà, sono atteggiamenti "antinomici" o apparentemente contraddittori, come ricorderebbe l'Oriente cristiano che utilizza la categoria di "antinomia" anche per spiegare altre realtà ecclesiastiche, laddove in Occidente, soprattutto un tempo, si preferiva, invece, usare la logica di non contraddizione (= ad A non può che seguire A e A non può stare con B).

L'insistere sulla croce, sulla morte di Cristo per riparare ai peccati di un'umanità che può sempre offendere Dio, ha determinato il cosiddetto "sacro terrore" e ha portato Dio così in alto nei cieli da renderlo quasi estraneo al cuore dell'uomo, come, viceversa, si manifesta nella rivelazione cristiana.

Questo ha creato una forte reazione: nel mondo cattolico modernista da cinquant'anni in qua è  disprezzato ogni elemento ascetico e ogni atteggiamento dimesso (equivocato inevitabilmente come prodotto del terrore religioso) fino a raggiungere l'esatto contrario: oggi le feste di comunione sono certamente delle feste in senso proprio ma hanno sovente perso ogni carattere sacro. Insomma: si è passati da un estremo ad un altro, da uno squilibrio allo squilibrio opposto in cui la mondanità e la sensibilità "carnale" hanno avuto il sopravvento e Dio è stato talmente "abbassato" da non essere più tale!

Sia il vivere la religiosità in forma psichica (come si vede chiaramente in questo quadro) sia il viverla in forma mondana indica la perdita del senso spirituale nel quale si mantiene un equilibrio e nulla di tradizionale viene perso o equivocato.

Infatti l'autentica vita di fede si fonda solo nella dimensione spirituale, non in quella psichica o nella spettacolarizzazione mondana (come ho più particolarmente esposto qualche mese addietro).

La radice dell'attuale desolazione liturgica occidentale, quindi, è molto lontana e rimonta molto prima di 60 anni fa': consiste in una serie di squilibri ed equivoci che continuano a generarsi costantemente e senza posa, come se questo mondo fosse destinato a girare attorno a se stesso inesorabilmente, senza trovare una reale via d'uscita. Chi è addentro alle questioni spirituali spiega che ciò può avvenire solo quando, di fatto, c'è una forte chiusura dell'uomo nella sola dimensione umana nella quale è stata imprigionata pure la stessa religione, ridotta oramai a puro fenomeno sociologico. E questo è un problema che potrebbe riguardare, si noti bene, sia il mondo cattolico progressista che quello cosiddetto tradizionalista che così finirebbero per essere due facce della medesima medaglia.


Feste mondane nell'ambito liturgico: abusi che divengono sempre più prassi normale, indice della totale perdita di sacro

giovedì 12 febbraio 2015

Padre Nostro





Versione greca
Πάτερ ἡμῶν ὁ ἐν τοῖς οὐρανοῖς ἁγιασθήτω τὸ ὄνομά σου·
Padre nostro che  [sei] nei cieli, sia santificato il tuo nome,
ἐλθέτω ἡ βασιλεία σου·
venga il regno tuo,
γενηθήτω τὸ θέλημά σου, ὡς ἐν οὐρανῷ καὶ ἐπὶ τῆς γῆς·
sia fatta la volontà tua, come nel cielo così nella terra;
τὸν ἄρτον ἡμῶν τὸν ἐπιούσιον δὸς ἡμῖν σήμερον·
il pane nostro sovrasostanziale [per quest’oggi] da a noi oggi;
καὶ ἄφες ἡμῖν τὰ ὀφελήματα ἡμῶν,
e rimetti a noi i nostri debiti,
ὡς καὶ ἡμεῖς ἀφίεμεν τοῖς ὀφειλέταις ἡμῶν·
come noi rimettiamo ai debitori nostri;
καὶ μὴ εἰσενέγκῃς ἡμᾶς εἰς πειρασμόν,
e non ci introdurre/portare nella tentazione,
ἀλλὰ ῥῦσαι ἡμᾶς ἀπὸ τοῦ πονηροῦ.
ma liberaci dal maligno.
[Ὅτι σοῦ ἐστιν ἡ βασιλεία καὶ ἡ δύναμις καὶ ἡ δόξα εἰς τοὺς αἰῶνας·]
[Poiché tuo è il regno e la potenza e la gloria nei secoli].
ἀμήν.
Amen.

Traslitterazione
Pater hēmōn, ho en tois ouranois
hagiasthētō to onoma sou;
elthetō hē basileia sou;
genethetō to thelēma sou,
hōs en ouranōi, kai epi tēs gēs;
ton arton hēmōn ton epiousion dos hēmin sēmeron;
kai aphes hēmin ta opheilēmata hēmōn,
hōs kai hēmeis aphiemen tois opheiletais hēmōn;
kai mē eisenenkēs hēmas eis peirasmon,
alla rhusai hēmas apo tou ponērou.
[Hoti sou estin hē basileia, kai hē dúnamis, kai hē doxa eis tous aiōnas;]
Amēn.


Versione della Vulgata

Pater noster qui es in coelis,
Padre nostro che sei nei cieli
sanctificetur nomen tuum,
sia santificato il nome tuo
adveniat regnum tuum,
venga il regno tuo
fiat volutas tua sicut in coelum et in terram.
Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra.
Panem nostrum quotidianum da nobis hodie,
Il pane nostro quotidiano da a noi oggi
et dimitte nobis debita nostra
e rimetti i nostri debiti
sicut et nos dimittibus debitoribus nostris
come noi li rimettiamo ai nostri debitori
et ne nos inducas in tentationem
e non ci indurre in tentazione
sed libera nos a malo.
Ma liberaci dal male.