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lunedì 17 luglio 2017

Recensione alla Divina Liturgia curata dalla Metropoli Ortodossa d'Italia (Patriarcato Ecumenico)

La liturgia di san Giovanni Crisostomo è, come sappiamo, praticata ordinariamente nelle Chiese ortodosse. La Metropoli ortodossa d'Italia, facente capo al Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli, ha deciso per la prima volta dalla sua istituzione (nel 1993) di editare un libretto ufficiale per i fedeli su tale Liturgia grazie al lavoro di una Commissione liturgica composta da membri laici e sacerdoti. 
Il libretto ha un formato tascabile (la metà di un foglio A5), e presenta la Divina Liturgia del Crisostomo in quattro lingue: greco (lingua di riferimento), italiano, romeno e paleoslavo. Ha un'introduzione del Metropolita d'Italia e Malta, Gennadios Zervos. Riporto un lungo passo di tale introduzione perché ne verificheremo la veridicità:  

«Benedico i laici professori, i reverendissimi presbiteri e archimandriti della nostra Arcidiocesi che hanno lavorato con cura e diligenza per presentare al popolo di Dio un testo, se non “infallibile”, certamente plasmato dal loro amore […] La Commissione ha lavorato con serietà e responsabilità, avendo il dovere di presentare un testo senza errori dal punto i vista della lingua italiana, anzi di ricercare termini e parole adatte e ben comprensibili, precise, in uso nella lingua corrente e di trasmettere con chiarezza i mistici tesori di Spiritualità Ortodossa. La creazione di un vocabolario comprensibile e chiaro, l'uso di un vocabolario nobile, il fornire una sola traduzione in italiano per ogni parola greca, come anche l'essere concorde alla teologia mistica dei santissimi Padri e degli scrittori mistici: tutti questi erano i punti più esaminati e approfonditi per far assicurare un testo di qualità superiore, preciso dal punto di vista liturgico […] e degno a essere abbracciato e usato dai sacerdoti, dalle nostre parrocchie, monasteri comunità e confraternite, così come anche dai nostri fedeli ortodossi. Nei limiti delle nostre possibilità abbiamo letto e seguito i lavori della “Commissione speciale”; esprimendo quindi ai suoi valorosi membri di nuovo le nostre congratulazioni, auguriamo e benediciamo […] con la preghiera di diffondere questa eccellente opera della nostra Arcidiocesi». 

Evitiamo di soffermarci sullo stile enfatico del Metropolita, pressapoco da 45 anni in Italia ma con un italiano ancora a tratti sommario (“così come anche” invece di “come pure”, “degno a essere abbracciato”, invece di “degno di essere abbracciato”) e andiamo al sodo: la sua trionfale introduzione corrisponde al vero? Più no che sì.

Scorrendo il testo si comprende che la Commissione incaricata di redigere la traduzione aveva anche persone di un certo valore. Lo si desume perché alcuni passi hanno una precisa interpretazione della lingua greca, rispetto ad altri testi correnti della stessa opera. 

Un particolare mostra che si tiene conto dello strato biblico ed ebraico della Liturgia, soprattutto quando si deve tradurre ὁ Θεὸς ὁ ἅγιος, ὁ ἐν ἁγίοις ἀναπαυόμενος, letteralmente “Dio santo che riposi nei santi”, ma che il testo, tenendo conto della consuetudine ebraica di nominare il santuario come il luogo delle “cose sante”, traduce “Dio santo che riposi nel santuario”. 

Purtroppo le osservazioni positive vengono ben presto spente da apporti dissonanti, fuori luogo e, pure, totalmente errati. Evidentemente, il responsabile della Commissione e il Metropolita non se ne sono accorti (nonostante tali “apporti” siano molto chiari e distribuiti in un testo, tutto sommato, poco esteso e di facilissima lettura) o li hanno evidentemente creduti “eccellente opera”, come afferma lo stesso Metropolita! 

Ne faccio un breve elenco ma temo che, purtroppo, ce ne saranno altri. 

1) La preghiera diaconale “Ὑπὲρ εὐκρασίας ἀέρων, εὐφορίας τῶν καρπῶν τῆς γῆς...” è tradotta: “Per la mitezza del clima, la fecondità dei frutti della terra...”. Il diacono prega perché Dio conceda un clima mite e... dei frutti “fecondi”? Dovrebbe, semmai, pregare per dei frutti “abbondanti”, non fecondi. È solo per la semente o per la terra che ci si augura la fecondità, non per i frutti!! 

2) “Τῆς παναγίας, ἀχράντου, ὑπερευλογημένης, ἐνδόξου, Δεσποίνης ἡμῶν, Θεοτόκου καὶ ἀειπαρθένου Μαρίας...”. Il termine ἀχράντου, riferito alla Madre di Dio è sempre reso come “purissima”. In realtà la giusta traduzione è “pura”, non essendo preceduto dal “παν”. 

3) Eὐσπλαχνία, bellissimo termine biblico che indica la “tenerezza viscerale” di Dio, è stravolto traducendolo “commozione”. 

4) Il verbo ψάλλω significa letteralmente “canto” da cui ψάλτης, ossia cantore. Ebbene, qui è reso ovunque con “salmeggio”. Se lo si può accettare per quanto riguarda i salmi, non si può assolutamente dire “salmeggio un inno o un'antifona”. Non è lingua italiana ma inopportuno calco dal greco! 

5) L'inno di Giustiniano ὁ μονογενὴς Υἱὸς riporta in un suo versetto una strana traduzione: “O figlio unigenito e Logos di Dio […], fatto uomo immutato, fosti crocifisso”. Fatto uomo immutato? Che vuol dire? La soluzione è nel greco il quale, se fosse tradotto meglio, renderebbe questo passo così: “Tu, che senza mutamento [nella tua divinità], ti sei fatto uomo”! 

6) L'invocazione “abbi pietà di noi!” è resa “abbi misericordia di noi!”. In tal modo il Trisagio è tradotto: “Santo Dio, Santo forte, Santo immortale, misericordia di noi!”. Non è un errore sfuggito ma un dato costantemente presente in tutta la Liturgia. Evidentemente il Metropolita pensa che ciò appartenga a “termini e parole adatte e ben comprensibili, precise, in uso nella lingua corrente”. È il caso di dire “Signore, pietà!” (non certo “Signore, misericordia!”). 

7) Ad un certo punto è citato il seguente versetto biblico: “Benedetto colui che viene in nome del Signore”. Immediatamente un italiano si accorge dell'errore perché in tutte le Bibbie italiane si traduce: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore”! La prima frase “in nome” ricalca il greco ἐν ὀνόματι Κυρίου ma dimostra l'ignoranza dell'italiano: se io vengo “in nome di Tizio”, vuol dire che lo sostituisco; se vengo “nel nome di Tizio”, vuol dire che lo rappresento. Evidentemente anche questi sono “termini e parole adatte e ben comprensibili, precise, in uso nella lingua corrente”, come dice il Metropolita? 

8) L'inizio dell'inno Cherubikòn ordinariamente è tradotto: “Noi che misticamente rappresentiamo i cherubini...” (Oἱ τὰ χερουβεὶμ μυστικῶς εἰκονίζοντες...). Nel libretto è tradotto: “Noi mistiche icone dei cherubini...”. Invece, teologicamente, l'uomo non è icona dei cherubini ma di Cristo! Quindi qui c'è pure un errore teologico, nel tentativo di fare un calco dal greco costi quel che costi... 

9) La preghiera sacerdotale che segue all'inno dei Cherubini riporta, ad un certo punto, il seguente passo: “A te, infatti, mi appresso avendo chinato la mia cervice e ti supplico...”. La mia cervice?? Questo è un termine preciso, “in uso nella lingua corrente”, come dice il Metropolita? Da quando, questi signori, o il responsabile della Commissione, hanno sentito nell'italiano corrente (non in quello ottocentesco letterario) il termine “cervice”? E non si pensi che così si nobilita la lingua italiana; ci si rende solo ridicoli e ci si mostra ignoranti. La rubrica che precede tale preghiera è invece, stranamente, corretta perché riporta: “Al canto dell'inno Cherubico, il sacerdote chinato il capo...”. Il termine “cervice” non ricorre solo qui ma anche in altri passi, segno che è voluto con inspiegabile determinazione. 

10) Lascio perdere altri punti deboli (come l'uso di termini traslitterati e non spiegati quali Theotokos, dynamis, metània, ecc.). Non mi trattengo sul principio artificiale per cui ogni termine greco deve rigorosamente essere tradotto da uno italiano, dal momento che proprio questo libro lo viola (vedi ad es. a p. 44 dove il verbo ψάλλω è tradotto “intonare”) e giungo alla “ciliegina sulla torta”.

Verso la fine della Liturgia, in una delle preghiere per ricevere la Comunione, è riportato: “Ecco, mi appresso alla divina comunione; o Creatore non bruciarmi con questa transustanziazione...”. Transustanziazione ??!?? Chi ha pasticciato su questo testo ha così interpretato il termine μετουσία. Tale pasticcio indica chiaramente il modo in cui almeno qualcuno ha lavorato, con il benestare dei responsabili, essendo questo termine troppo clamoroso per passare inosservato. 

Penso che solo un approccio rigido alla lingua possa produrre tali cose poiché fa avvicinare al testo bizantino con i paraocchi: quanto si trova nel vocabolario dev'essere automaticamente riportato. 

In effetti, alla voce “μετουσιόω” in Lexikon zur byzantinischen gräzität, [5 Faszikel, Verlag der Österreichischen Akademie der wissenschaften, Wien 2005, p. 1017.] si dice: “in eine andere materie umwandeln” ossia “convertire ad una diversa materia”. Il dizionario forse suggerisce una specie di “transustanziazione”. 

Però non si può lavorare così, accontentandosi di un vocabolario, tanto più che il termine “transustanziazione” appartiene alla filosofia tomista del XIII secolo, mentre il testo di questa preghiera lo antecede di alcuni secoli ed è, per giunta, di ambito bizantino, non latino! 

Per venirne fuori, un traduttore serio cerca il modo in cui il termine è stato significato nelle opere dei Padri. E da queste opere risulta che μετουσία viene inteso con “partecipazione”

“[...] ἀλλ' ὡς ἀληθῶς αὐτῷ πλησιαζούσας ἐν πρώτῃ μετουσίᾳ τῆς γνώσεως τῶν θεουργικῶν αὐτοῦ φώτων”. 

[...] sono veramente vicine a lui [a Cristo] nella prima partecipazione della conoscenza delle sue luci divine”. 

(Pseudo-Dionysius Areopagita, De caelesti hierarchia, in “Corpus dionysiacum II”, ed. G. Heil, A. M. Ritter, Berlin, 1991, 208 B 10). 

Ho controllato anche altri autori nella Patrologia Graeca, come Giorgio di Nicomedia, e si segue l'identico significato. 

Così è assai più probabile che la traduzione sia: “Ecco, mi appresso alla divina comunione; o Creatore non bruciarmi con questa partecipazione...”. La frase con il termine “partecipazione” risulta essere molto più sensata anche dal punto di vista elementare e logico, non solo filologico. 

Mi sono dilungato apposta per mostrare come, in certi ambiti, non sia proprio possibile fare un discorso serio di traduzione. Anche se certe persone possono ricevere buoni suggerimenti, proseguono per una strada alquanto stravagante, per non dire altro. Qualsiasi persona che conosca un po' di greco e, soprattutto, di lingua italiana, che abbia un po' di buon senso e di metodo, toglierà a lavori del genere ogni credito. 

Le parole magniloquenti di un Metropolita non potranno mai trasformare in oro quello che rimane vile metallo al di là di ogni buona intenzione. Mi duole affermarlo ma i fatti sono questi e qui si giudicano solo i fatti. 

Mi riservo di aggiungere altre eventuali osservazioni su tale lavoro che, mi si dice, ha riempito di tristezza e irritato alcuni studiosi ben ferrati nelle materie umanistiche.

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Addenda 1

Com'era prevedibile il libretto contiene ulteriori errori.
A p. 82 è riportata una rubrica che recita quanto segue:

ερες λγει χαμηλοφνως τν Χερουβικν μνον, τνστασιν Χριστο θεασμενοι” (μνον κατ τς Κυριακς κα κατ τν Πασχλιον περοδον)...
La traduzione in italiano corretto è la seguente:
Il Sacerdote dice sommessamente l'inno Cherubico “Contemplando la resurrezione di Cristo” (solo durante le Domeniche e il periodo Pasquale)...
Nel libretto, invece, si scrive:
Il Sacerdote recita tra sé l'inno Cherubico, “La resurrezione di Cristo contemplando” (in Domenica e nel periodo di Pasqua)...

Immediatamente balzano all'occhio omissioni ed errori. Prima di tutto non si dice mai “in Domenica” ma, semmai, “nella Domenica” (anche se la traduzione corretta è “nelle Domeniche”), poi è omesso il termine μνον ossia “solo” o “solamente”. Ciò è indice di una persona ignorante dell'italiano (contrariamente alla pubblicità del Metropolita nell'introduzione) e superficiale nel tradurre.

Addenda 2

Le omissioni sono indice di superficialità, quindi di un lavoro tutt'altro che professionale. Ne troviamo un'altra a p. 110. L'esortazione del sacerdote all'inizio dell'Anafora è:
νω σχμεν τς καρδας che letteralmente tradotta significa: “Teniamo in alto i cuori”. Nel libretto troviamo: “Teniamo in alto i nostri cuori”. Dov'è il termine nostri in greco? E se proprio si doveva aggiungerlo, dal momento che nel greco è assente, si avrebbe dovuto scrivere così: “Teniamo in alto i [nostri] cuori”.
Abbiamo evidentemente a che fare con qualche persona che non conosce neppure tali elementari rudimenti. E poi hanno il coraggio di editare un libro di liturgia e di lodarlo!



Addenda 3

Nella grande preghiera d'intercessione iniziale, al diacono si fa cantare:

“Per la Santa Grande Chiesa di Cristo, per la nostra Arcidiocesi divinamente redenta...”. 

Questo testo non esiste da nessuna parte, o meglio, la preghiera per la “Santa Grande Chiesa di Cristo” avviene solo al Fanar (Patriarcato Ecumenico) non fuori di esso. Invece, l' “Arcidiocesi divinamente redenta...” è una pura invenzione. Mi consta che nella storia della Liturgia solo chi defletteva dall'Ortodossia si inventava i testi liturgici o alterava quelli esistenti! Siamo in questo caso?

Inoltre ogni volta che ricorre il nome del vescovo, nel libricino è specificato il nome di Gennadios, cosa che nei testi liturgici non si fa mai.

Sicuramente ci sono altri errori ed omissioni...


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giovedì 13 luglio 2017

Antropologia ottimistica bizantina – antropologia pessimistica luterana

Martin Lutero (1483-1586)
Il modo di considerare l’uomo, da parte della letteratura patristica è sostanzialmente positivo, soprattutto negli autori greci. Da quest’ultimi si è sviluppata una spiritualità in base alla quale l’uomo per natura è buono ma ferito dalle conseguenze del peccato adamitico. Se opera il male non è solo in conseguenza di tale ferita che lo inclina a sbagliare ma per l’azione incessante dei demoni i quali s’insinuano in lui come dei parassiti nella sua buona natura (*). L’azione demoniaca si serve innanzitutto di pensieri e d’immagini che vengono fatte considerare all’uomo. Entrando in dialogo con pensieri e immagini mentali, l’uomo si può aprire al loro acconsentimento e con questo mezzo si sviluppano o si rinfocolano le passioni che portano, di conseguenza al peccato. 

L’uomo è buono ma è in una condizione di debolezza dalla quale si può sottrarre con un’incessante opposizione ai pensieri passionali fortificata dalla grazia della preghiera e dei sacramenti. 

Questa è dunque l’antropologia degli antichi Padri alla quale fa ancora riferimento l’Oriente bizantino e su essa appoggia la sua spiritualità praticata dagli asceti ortodossi. 

Se adesso ci volgiamo in Occidente, non per polemica ma per un semplice confronto, è inevitabile paragonare questo genere di antropologia con quella ben differente luterana. Martin Lutero (1483-1586) fu un monaco agostiniano alcuni tratti del cui pensiero risentono di un agostinismo esasperato. 

Per Lutero l’uomo è radicalmente malvagio: fa il male perché la sua natura è malvagia e non può operare differentemente. Lo può salvare solo la fede fiduciale in Dio che, in tal modo, lo giustifica. Si noti: non lo cambia, lo giustifica!

Mentre la patristica antica fa un’equivalenza tra la bontà e la natura umana al punto che per santAtanasio con lincarnazione del Verbo luomo può divenire dio (per grazia), l’antropologia luterana fa un’equivalenza tra la corruzione e la natura umana. 

Mentre nell’ascetica orientale si ritiene che il demonio cerca di convincere l’uomo di essere cattivo per farlo solidarizzare con lui, per Lutero l’uomo è corrotto di natura e non ha bisogno di essere convinto in tal senso da nessuno. 

Attenersi alla bontà è necessario anche nel pensiero luterano perché l’uomo essendo un animale sociale deve poter convivere con i suoi simili in un mondo che ha delle regole per poter funzionare. Ma la ricerca della bontà in senso religioso è un’altra cosa: essa significa solo una dimostrazione di orgoglio, un presumere quanto non potrà mai aversi, data la corruzione della natura umana. 

Al contrario, pensare che la natura umana è inguaribilmente corrotta significa, agli occhi degli asceti orientali, cadere nel peccato della disperazione. Inoltre, la ricerca della bontà per loro è un dato essenziale non per sentirsi qualcuno ma per prepararsi al Regno e ciò può avvenire efficacemente solo con l’aiuto della penitenza, dell’umiltà e della preghiera e, soprattutto, con il concorso indispensabile della grazia sacramentale che è una forza divina. 

Il concetto di grazia, per Lutero è, invece, differente poiché egli lo legge nel senso di un “essere graziati” da una condanna inevitabile, il che avviene solo per fede. Ci troviamo, dunque, davanti a sistemi religiosi che, sotto questo aspetto, non si possono integrare, nonostante nel mondo protestante si siano sviluppate, dal tempo della Riforma, concezioni non tutte uniformi al pensiero luterano e di cui è bene tenere conto. 

Il mondo cattolico attuale ondeggia o in direzione luterana o in direzione patristica senza assumerne, però, tutti i presupposti e le conseguenze. Ad es., se parla di “peccato in pensieri” non esiste, tuttavia, una precisa pratica per confutarli come nellascetismo bizantino e la “custodia dello sguardo” in ambiti tradizionalisti viene equivocata con un “castigo dello sguardo”. Le condizioni remote al peccato (uno sguardo e una curiosità inopportune, un pensiero vagante) oramai non sono più seriamente considerate nel Cattolicesimo che, quindi, decurta la dottrina ascetica antica forse perché non la ritiene più applicabile ai nostri giorni o forse perché la pensa confinabile ai soli ambiti monastici. Anche l'idea che luomo possa divenire dio per grazia (idea già Atanasiana ma ribadita soprattutto nel XIV secolo bizantino), è sempre parsa troppo forte al Cattolicesimo e, quando era dominato dai presupposti filosofici tomisti, era ritenuta addirittura quasi eretica. 

In tutto ciò ci sembra che il Cattolicesimo si situi in una specie di “via media”, per usare un vocabolario proprio a John Henry Newmann (1801-1890), laddove, al suo tempo, tale “via media” era rappresentata dall’Anglicanesimo. 

Ma se si considerano le ultime derive, la quasi indifferenza per le tematiche morali tradizionali di papa Bergoglio nell’Amoris Laetitia, si è tentati di concludere che anche la “via media” sembra oramai essere stata superata. 

Queste differenze ci obbligano a constatare una permanenza di identità distintamente diversificate e non facilmente integrabili tra loro all’interno del Cristianesimo. Sulla base di cosa, dunque, si vuole a tutti i costi fare un’unità? (**) 

____________ 

(*) Le presenti riflessioni emergono al mio spirito grazie anche alla traduzione d'una opera relativa alla vita e ai consigli spirituali di uno Staretz russo. Quando avrò finito di tradurre questo libro lo renderò noto. È infatti uno stimolo ad una migliore vita cristiana, al pentimento, alla preghiera, alla lotta contro le passioni e alla vigilanza spirituale. È scritto con un linguaggio molto semplice. Reputo che farà molto bene a quanti cercano di essere fedeli. 

(**) Bene inteso la domanda è retorica. Non essendoci un vero motivo interiore per fare tale unità, il motivo non potrà che essere esteriore ossia mondano, seppur con pretesti evangelici e in un quadro religioso. E, da questo punto di vista, sembra che centri di potere esterni al Cristianesimo stiano giocando un ruolo di non secondario piano. Se può passare il paragone, è come trovarci dinnanzi ad un matrimonio di convenienza, dove gli sposi hanno nulla o poco in comune ma dove l’interesse per unirli gioca un ruolo fondamentale. Tutti sanno, poi, come finiscono tali matrimoni!

lunedì 10 luglio 2017

Un esempio di canto liturgico beneventano greco-latino (XI sec.)


Benevento è stata l'antica capitale dei Sanniti, che diedero tanto filo da torcere ai soldati dal Lazio quando si lanciarono alla conquista della penisola italiana. All'epoca che ci riguarda, Benevento è la capitale della Lombardia del Sud, guidata da un duca. Questa città è abbastanza distante, isolata nelle montagne oltre Napoli (che allora aveva la presenza bizantina).
Il canto beneventano era eseguito in vari centri del sud d'Italia, il più prestigioso fu il monastero di Monte Cassino. Lo si rinviene nei libri liturgici dell'XI e del XII secolo, assieme al repertorio gregoriano. Il suo corpus è assai ridotto: circa un centinaio di pezzi, molti dei quali sono brillanti nello stile per un virtuoso solista. Ma se guardiamo da vicino, questa abbagliante vocalizzazione  è composta da un piccolo numero di formule melodico-ritmiche che si combinano tra loro e si ripetono; la trasmissione puramente orale di questo repertorio è evidente. Ha una specifica caratteristica: la vicinanza con la Grecia mostra diversi pezzi in questa lingua con il loro calco latino. Sotto ne riportiamo un esempio la cui traduzione è la seguente:

«Oh, quando sulla croce gli iniqui inchiodarono il Signore della gloria, egli disse loro: In cosa vi ho fatto torto? O in cosa ho meritato la vostra rabbia? Prima di me, chi vi ha liberati dalle vostre angosce? E ora perché mi rendete male per bene? Al posto della colonna di fuoco, mi avete inchiodato sulla croce; al posto della nuvola, mi avete scavato un sepolcro; al posto della manna, mi avete abbeverato con del fiele; al posto delle acque, mi avete versato nella coppa dell'aceto. È perciò che parlerò alle nazioni affinché almeno esse mi glorifichino, con il Padre e il santo Spirito, Amen».

Il parallelo tra gli eventi vetero-testamentari (la colonna di fuoco, la nuvola, la manna, le acque) posti in parallelo con gli eventi operati da Cristo pongono probabilmente questo brano nella Liturgia del Venerdì santo.



Questo testo è stato tradotto (e adattato) alla presente pubblicazione dall'originale (qui).

mercoledì 5 luglio 2017

Impressioni amalfitane

Il nome di Amalfi riporta immediatamente ai banchi di scuola e fa affiorare il ricordo che la cittadina è stata per lungo tempo una repubblica marinara. Il periodo in cui Amalfi solcava libera i mari, fu il suo momento più florido prima della sua sottomissione ai normanni avvenuta attorno al 1139. Ma anche allora Amalfi non si spense d’un colpo rimanendo per diverso tempo vivace. Oggi pare piuttosto incredibile che Amalfi abbia potuto essere una potenza marinara: la cittadina è realmente piccola e lo spazio antistante non lascia sospettare una qualche passata potenzialità.  Inoltre, nella storia spesso non si pone in luce che l’intraprendenza degli amalfitani non era certo limitata al semplice commercio e alla costruzione di proprie navi, necessarie per mantenere il presidio marino. L’autonomia politica amalfitana aveva come corrispettivo, sul piano religioso, una precisa identità, se non proprio un’autonomia, che la collegava strettamente all’impero bizantino.
La successiva perdita d’autonomia politica portò la città ad un inarrestabile declino e al raffreddamento dei rapporti religiosi con l’Oriente. Se oggi il visitatore si reca ad Amalfi non trova nulla che possa in qualche modo collegarlo con il periodo pre-normanno, eccezion fatta per qualche manufatto come le porte bizantine del duomo. Al di là di una rappresentazione folcloristica annuale, la città non offre nulla ai visitatori e ai turisti che possa farle ricordare il suo glorioso passato, neppure una semplice brochure, nei pochi negozietti antistanti il porticciolo. L’oblio è prevalso e il nuovo assetto religioso pure.

Ma con in mente alcuni riferimenti, il luogo ci parla ancora. Non mi riferisco alla facciata del duomo né al suo chiostro adiacente, decorati nell’onda nostalgica del Medioevo che caratterizzò il romanticismo ottocentesco. Mi riferisco a quanto segue.

Probabilmente quasi nessuno sa che san Francesco venne ad Amalfi per venerare il corpo dell’Apostolo Andrea (un possesso che indica il grande prestigio della città) e per fondarvi uno dei suoi primi conventi. Il Poverello vi arrivò nel 1220 con il discepolo Bernardo da Quintavalle. È vero che Amalfi in quel periodo era già sotto il dominio normanno ma è contemporaneamente vero che il suo passato religioso non doveva affatto essersi affievolito. Se il Poverello vi giunse e si convinse di potervi fondare un convento, vi dovette notare attenzione e fervore religioso. Un altro discepolo del Poverello, Angelo Clareno, che per tristi successive vicende si trovò a soggiornare in un’isola greca, ci testimonia che lo stile monastico da lui ivi riscontrato, sarebbe stato l’ideale per Francesco. Non è dunque un caso che il Poverello si ferma ad Amalfi: vi trova il buon terreno per  far rinascere un autentico spirito religioso, un terreno in tutto simile a quello trovato dal Clareno nella religiosità monastica bizantina.

Quanto rimane del Monastero degli Amalfitani
nel Monte Athos: la torre.
Questa riflessione è avvalorata da un ulteriore fatto storico: attorno al 1045 nel Monte Athos venne fondato un monastero benedettino. I monaci provenivano tutti da Amalfi. È consuetudine atonita accogliere qualsiasi monaco o eremita che desideri condurre una vita religiosa ma a patto che costui professi la fede ortodossa. È dunque indubbio che Amalfi in tal data non solo era collegata con l’impero bizantino ma ne condivideva la fede. Monaci amalfitani continuarono ad esistere nell’Athos fino agli inizi del XIV secolo, segno che il passato religioso non si spense da un momento ad un altro e che le date con le quali si vuole dividere l’Occidente dall’Oriente cristiano sono più convenzionali che reali.

C’è poi un altro particolare, forse secondario ma non così privo d’importanza. Il sito geografico in cui si trova Amalfi è abbastanza somigliante al litorale della penisola del monte Athos. Come quella, la costa amalfitana è contraddistinta da rilievi montuosi e mare. Pare dunque verosimile che gli amalfitani sull’Athos si sentissero praticamente a casa propria. Tutto ciò pian piano finì e oggi non ne rimane praticamente nulla. Un’estemporanea visita del patriarca Bartolomeo al luogo e un suo pernottamento in quello che fu il convento francescano, trasformato nel frattempo in Hotel 4 stelle, non ha certo aiutato a rinverdire gli oramai lontani ricordi, esattamente come una sola rondine non può mai far primavera…

venerdì 30 giugno 2017

Ecȏne dopo 25 anni

La classica liturgia latino-gregoriana nella chiesa principale del Seminario

Ecȏne è una località alpina della svizzera francese in cui un tempo c'era una casa appartenuta ai canonici del Gran san Bernardo oramai di fatto estinti (vedi qui). Questa casa è poi appartenuta al noto arcivescovo Marcel Lefebvre che vi ha costruito un Seminario per formare in modo tradizionale dei sacerdoti cattolici. Erano gli anni '70, famosi per le derive contestatrici nella società e per gli impazzamenti religiosi nel mondo cattolico, impazzamenti che, ahimé, proseguono ancor oggi seppur in un contesto assai mutato. In un mondo che lasciava ben volentieri alle sue spalle il proprio passato, Ecȏne divenne rapidamente il simbolo della reazione e del fanatismo.
Quando conobbi questa realtà religiosa, più di 25 anni fa, l'arcivescovo Lefebvre era ancora vivo. Lo ricordo come un uomo semplice e dal sorriso luminoso. Ero molto giovane e quindi privo di punti di riferimento per comprendere e ben orientarmi nella galassia catto-tradizionalista che mi si presentava. I giovani del Seminario erano molto più numerosi degli attuali; d'altra parte allora Ecȏne era l'unico luogo che manteneva la liturgia latina nella sua forma tradizionale e mons. Lefebvre riusciva a tenere unito il suo gruppo, a differenza di oggi. Nonostante la mia inesperienza mi accorgevo che quelle persone erano tutte molto idealiste: non facevano altro che parlare di principi e di come tali principi oggi venissero traditi.
Si può apprendere da loro una buona cosa: la capacità di rimanere fedeli alle proprie scelte, costi quel che costi. Nella vita, infatti, non è importante il plauso della gente ma rimanere fedeli ai buoni orientamenti della propria coscienza. Il “pacco regalo” del mondo tradizionalista cattolico ha molte cose, alcune che già allora mi parevano piuttosto strane o esagerate, ma, ovviamente, ne ha pure altre positive.

L'ambiente montano circostante alla struttura religiosa di Ecȏne
Ritornarvi dopo più di un quarto di secolo aveva almeno due finalità: esaminare la mia reazione, poiché oramai non osservo più le cose con uno sguardo troppo inesperto e apprendere che succede oggi in quel posto. Ebbene, sono stato ancora confermato nelle mie attuali posizioni.

I ragazzi che s'incrociano lungo il percorso verso il Seminario o negli stessi suoi locali sono molto gentili: salutano e sorridono. Ma questa politesse francese non significa automaticamente apertura d'animo verso il prossimo, come ebbi poi modo di constatare. 


La tenda per le ordinazioni sacerdotali
Ero giunto alla vigilia delle ordinazioni sacerdotali, per la festa di san Pietro e Paolo, e il luogo ferveva di preparativi. Nel campo antistante il Seminario, la prairie, era accampata una grande tenda adibita ad ampio santuario nella quale, il giorno dopo, si sarebbe celebrata la grande liturgia delle ordinazioni dalle 9 di mattina fino alle 13. La mia intenzione era quella di fermarmi solo per osservare i Vespri celebrati in modo molto preciso, nella classica forma della liturgia romana.

Nonostante non avessi intenzione d'intavolare alcun discorso con le persone del luogo, ben indaffarate in molte faccende, ci ebbi a che fare almeno per due cose essenziali: avere qualche informazione e chiedere dove avrei potuto trovare dell'acqua per dissetarmi. In quest'ultimo caso, ebbi una risposta strana e dissonante: “Se lei ha sete non ci sono che le toilettes dove può bere, non esiste altro!”. La mia mente tornò al passato quando non ricevevo certo quella risposta, in un tempo in cui, giovane come loro, ero visto come un possibile nuovo adepto. Se fossi stato un po' sfrontato avrei potuto rispondere all'abbé: “Ma pure lei, se ha sete, beve dalle toilettes?”. Era inutile chiederglielo perché sapevo che qualche decina di metri più in là c'erano le cucine e non serviva neppure fare delle scale per raggiungerle, dal momento che il refettorio era molto vicino ad esse. Ma l'abbé nato senz'altro dopo la mia ultima visita in quel posto, non sapeva che io conoscevo quel particolare. Immediatamente pensai al detto evangelico: “Avevo sete e mi avete dato da bere...”. Gesù Cristo prima di ogni altra cosa pone attenzione alle persone: “Avevo sete, avevo fame, ero nudo...”. Non mi risulta che nel Vangelo sia scritto: “Avevo sete e mi avete mandato nelle latrine!”. Non faccio gratuita ironia perché la risposta ricevuta imprimeva nettamente la sensazione d'una esclusione che in altri ambienti non esiste affatto. Infatti, ogni volta che mi reco nel Monte Athos so per esperienza che pure l'ultimo scalcinato monastero, perfino in una kalivi dai tetti di latta, appena arriva un pellegrino, un monaco gli va incontro con un bicchiere d'acqua e un dolcetto su un vassoio per rinfrancarlo. Ovviamente il fine del monaco non è quello di portare acqua ai pellegrini ma di pregare e di santificarsi. Tuttavia, l'attenzione al Vangelo lo obbliga a fare ciò perché non può esistere vero amore per Dio se non esiste vero amore per il prossimo! E, alla fine, tutto è organizzato in quel senso e nessuno può dire: "Le cucine sono chiuse, andate nelle latrine" lavandosene le mani. È un piccolo particolare, se vogliamo, ma fa accedere a tutta una mentalità.
Probabilmente l'abbé che mi ha dato quella risposta, non priva di garbata francese politesse che nel contesto mi suonava piuttosto ipocrita, non da molta importanza a questo precetto evangelico perché per lui sono importanti i grandi principi, le grandi idee per le quali si consacra pur di salvare il Cattolicesimo dalla “putredine modernista” della quale oggi è affetto, come sicuramente si dirà nel suo Seminario.

La chiesa principale del Seminario
E qui si apre una grande questione da me per nulla considerata 25 e più anni fa. Dicevo che l'orientamento di fondo di tutto questo mondo è molto idealistico. Ma questo non può che porre delle domande: una religiosità concepita in grandissima parte su un piano ideale (i grandi principi, le idealità), non corre il forte rischio di divenire pura ideologia? In parole povere, una religiosità idealistica in cosa si discosterebbe dallo stile di un programma partitico? O ancora: i rapporti umani all'interno di una religiosità idealistica non sono, forse, assai simili a quelli di un partito totalitario?
In un partito totalitario se il “compagno” o il “camerata” fanno delle domande scomode, magari con la migliore delle intenzioni, iniziano ad essere sospettati, a far parte dei possibili reietti per aver osato mettere in dubbio il programma di partito. Qualcosa del genere non è, forse, possibile anche in questi ambienti? Sono domande retoriche perché in realtà io so per esperienza che in questi ambienti religiosi i rapporti umani sono in grandissima parte sottomessi ad un programma ideologico, seppur di tipo religioso.

Il padre misericordioso, nella nota parabola evangelica, continua ad amare il proprio figlio anche se gli ha dissipato metà dei beni; continua ad aspettarlo perché, seppur abbia idee e stili di vita contrari ai suoi e dei quali è convintissimo, lo ama e spera sempre in un suo ritorno. L'atteggiamento del padre misericordioso non può esistere in un ambito ideologizzato perché qui se solo si offre il minimo sospetto d'aver “tradito l'idea” si è tagliati “fuori” in quanto “persona pericolosa”. Non servirebbe ricordarlo, ma questo è pure l'atteggiamento delle sette.

Facciamo un passo ulteriore con il quale tiriamo le conclusioni.
Se i rapporti umani sono sottomessi ad un “programma di partito”, che tipo di familiarità può mai esistere tra le persone? Possono esistere, sì, dei rapporti funzionali, dove ognuno ha bisogno del suo prossimo per fini ideologico-personali, ma null'altro. Con questi presupposti le persone stanno assieme ma non si sentiranno mai affratellate, rimarranno individui.
Ebbene il fine della Chiesa non è questo. La Chiesa è stata fondata, voluta da Cristo, per unire a Dio e affratellare evangelicamente le persone. Egli stesso non chiama i suoi discepoli “servi” ma “amici”. Cristo capisce perfettamente che il cuore dell'uomo non trova pace se non riposa in Dio e se non è circondato da autentici rapporti di fratellanza. L'uomo, che si sposi o meno, cerca sempre una famiglia perché dalla famiglia proviene. E nella famiglia ci si sente a casa, nonostante possano anche esserci momenti poco sereni, perché è un luogo stabilizzante. Ovviamente qui non considero le famiglie patologiche che certo non stabilizzano chi ci vive, ma famiglie normali.

L'individualismo è l'esatto contrario della famiglia, l'esatto contrario della Chiesa voluta da Cristo. Eppure oggi lo si constata massivamente pure nelle realtà ecclesiali il che è indice di un vero e proprio fallimento. A quel punto la religiosità non è qualcosa che passa nel vissuto ma riguarda solo la mente con l'idea di sottomettervi sommariamente la vita, come il programma di un partito, e regola i rapporti tra gli uomini. Fa impressione che un movimento convinto di poter rinnovare positivamente il Cattolicesimo, come il tradizionalismo cattolico di cui Ecȏne è bandiera, possa, alla fine, essere soggetto alla peggiore ruggine dei nostri tempi. Fa impressione ma a me non meraviglia più. Questo è il motivo di fondo per cui, pur apprezzando molto l'antica liturgia latina celebrata ad Ecȏne e facendo appello alla tradizione e ai principi evangelici, non sono mai stato un tradizionalista cattolico né da questi ambienti sono mai stato riconosciuto come tale.

lunedì 26 giugno 2017

Lettera aperta

Ricevo per conoscenza e volentieri pubblico questa lettera dalla quale tolgo, per ragioni comprensibili, i riferimenti.

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Caro padre,

la ringrazio per avermi inviato la sua conferenza che mi ha sorpreso, poiché non gliel'avevo richiesta. Infatti, per quanto culturalmente la cosa sia interessante e mi trovi ben disposto, in questo periodo sono concentrato nell'essenzialità e questo suo scritto non mi aiuta in tal senso.
In questo suo scritto, per quanto più dotto rispetto alla media del clero italiano, sembra vi sia la stessa propensione a non vedere i veri problemi ecclesiali dovuti ad una profonda mancanza di formazione teologica, spirituale e umana.

Tutto ciò è aggravato da una tendenziale gestione a concepire il proprio servizio sacerdotale più come potere che come missione evangelica con tutte le ricadute del caso, prima fra tutte un insignificante impatto pastorale. Eccezioni a parte, non credo, infatti, che i diversi eventi con cui il clero italiano si circonda siano "pastorali" poiché sono frutto del nostro tempo in cui apparire significa essere e la Chiesa appoggiata sull'apparenza fa presto a divenire qualcos'altro, avesse pure conservato formalmente tutto. È la realtà, come sempre, a ricordarcelo: nonostante in certi paesi europei il Cristianesimo sia ancora maggioritario, la domenica nelle chiese ci sono prevalentemente solo persone anziane né sembra che la cosa preoccupi molto. Umanamente parlando fra uno o due decenni i "negozi" chiuderanno, come sta chiudendo in molte parti quello cattolico.
Come vede oramai sono abbastanza disincantato: non sono queste le cose che, sinceramente, mi toccano dentro perché sono puro riflesso celebrativo istituzionale, nonostante buonissime intenzioni.

Noto che il fenomeno è trasversale: in questo senso oramai anche non poche chiese ortodosse in Italia si stanno muovendo come il Cattolicesimo, ossia su un piano di pura apparenza. Gli uomini autentici, davanti a ciò, si allontanano o preferiscono starsene zitti. La foto del latte, infatti, non nutrirà mai un bambino e la mamma che parla con le amiche del cuore dimenticando di nutrire il suo infante come se lo ritroverà?

Non prenda questa critica come un appunto personale ma come una confidenza perché, in effetti, sono abbastanza stanco di apparenze il cui fine, poi, è sempre molto concreto e secolare, non spirituale.

Mi sono accorto che non sono solo: diverse persone come me siamo "orfani di Chiesa" nonostante i suoi capi dichiarino ad alta voce di fare grandi e storiche cose. In realtà, i rappresentanti della Chiesa sono molto impegnati a parlarsi tra loro o con "chi conta" e sembra che noi fedeli non contiamo più ... Mi pare una cosa surreale: il Titanic affonda ed è come se il comandante e gli ufficiali non lo sappiano poiché sono intenti a lodarsi.

Un carissimo saluto con la richiesta di preghiere per me. Io mi ricorderò di lei nelle mie, piccole e povere.

martedì 20 giugno 2017

La porta del Cielo

Questo post trae spunto da un ottimo commento da me trovato nel web sulle iconografie bizantine (vedi qui). Una signora chiede: “Come mai nelle icone bizantine le persone rappresentate non sorridono mai? Sorridere non è mica un peccato!”. Domanda intelligente ma rivelatoria. 

Chi gli risponde giustamente ricorda che il sorriso non è affatto qualcosa di riprovevole ma le icone non sono immagine della dimensione terrena in cui l’uomo è soggetto alla sua psicologia, ma del Cielo in cui l’uomo è soggetto allo Spirito. Raffigurare l’uomo santificato, “immerso” nello Spirito lo si può fare simbolicamente soltanto privandolo di certe caratteristiche che, nella contingenza terrena, lo rendono fluttuante, tra sorriso e tristezza, dipendente dalla fragilità e dall’instabilità della sua psicologia.

La domanda della signora è anche rivelatoria perché indica che noi tutti assolutizziamo la nostra dimensione terrena e psicologica e la “proiettiamo”, in un certo qual modo, nell’Al di là: come siamo qui, con tutte le caratteristiche delle nostre passioni, pensiamo di esserlo anche nella situazione ultraterrena. Non a caso nell’Olimpo pagano gli dei erano capricciosi e irosi e la cosa attirava la sferzante ironia dei Padri della Chiesa.

Ebbene, la Chiesa è nel mondo con il preciso fine di farci intuire qualcosa dell’Al di là, aiutandoci a non assolutizzare la nostra situazione contingente. Ma se la Chiesa non “funziona” più, nel senso che le persone più qualificate in essa hanno “staccato la spina” di collegamento con la dimensione ultraterrena, allora in essa non è più possibile sperimentare altro che terrenità e, nel peggiore dei casi, passionalità, meschinità e vendette personali.

A volte alcuni credenti si chiedono come può essere possibile che certi sacerdoti siano divenuti più mondani dei laici, nonostante vivano in ambienti ecclesiastici che dovrebbero cambiarli. Purtroppo ciò è possibile perché pure in questi ambienti è entrata l'oscurità, favorita da chi, appunto, ha “staccato la spina”

Gli ambienti da noi frequentati ci aiutano o ci ostacolano a cambiare in meglio e ciò avviene anche in modo non cosciente. Immersi in un ambiente, in qualche modo ne sentiamo le “linee di forza” e la nostra psiche si conforma ad esso. 

Un ambiente mondano e salottiero modellerà la persona in quel modo e di tali ambienti può essere (ed è!) caratterizzata anche la Chiesa. In questa situazione, dunque, si assolutizza se stessi e non si è più in grado di sintonizzarsi con la realtà o con un minimo di oggettività. Se una persona onesta denuncerà a malincuore una malefatta di un sacerdote mondano, quest’ultimo non solo non riconoscerà il male per ripararlo ma si scaglierà ferocemente contro chi lo ha rivelato; ciò che è  importante è apparire! Un sacerdote così diviene facilmente come i mercenari del Vangelo giovanneo, quei mercenari che non s’importano delle pecore e fuggono dinnanzi all’arrivo del lupo (che rappresenta il male o il demonio) (cfr. Gv 10, 11).
Essi non difendono i fedeli dal male perché sono impegnati a difendere loro stessi e i propri interessi mondani (dietro un’apparenza religiosa).

Sono quegli stessi mercenari che il profeta Geremia dipinge come “coloro che si riempiono la pancia per poi fuggire assieme” (Ger 46, 21). Ebbene, ciò è possibile quando un ambiente lo favorisce e questo riguarda, ovviamente, anche i laici perché un laico non potrà mai essere meglio del sacerdote a cui fa riferimento.

Se, viceversa, la Chiesa ha ambienti che sono come “porte del Cielo”, allora il cambiamento avviene in senso contrario: quanto è importante non è se stessi, il proprio orgoglio, la propria individualità ma servire il Signore che è sorgente di pace e di felicità spirituale.

I monasteri, un tempo, erano in Occidente un rifugio e un’oasi in tal senso, un luogo in cui ci si poteva riequilibrare, rinfrancare spiritualmente e vedere il mondo con occhi nuovi, privi di malizia e passioni. Oggi è assai difficile trovarne di buoni e anche in Oriente la situazione sta divenendo difficile.


Il grosso problema dei nostri tempi è proprio qui: gli ambienti che ci sintonizzano verso le Realtà superne sono sempre meno. 

Perciò è possibile l’incremento dell’ateismo e dell’agnosticismo pratico. Per credere in Dio non ha senso filosofizzarci su chiacchierando sull’argomento dalla mattina alla sera. Per credere è necessario cercarlo in ambienti elevanti. In essi saremo plasmati e preparati a sentirne l’esistenza nel cuore, quell’esistenza che ha un’ineffabilità che nessuna parola o filosofia del mondo può comunicare. L’evangelizzazione, infatti, non è chiacchiera, spettacolo, evento abbacinante ma discreto e silenzioso contatto con il Trascendente in ambienti che ancora lo rendono possibile.

domenica 18 giugno 2017

Η αλήθεια μέσα από τα ιερά λείψανα

Tα φερόμενα λείψανα της Αγίας Ελένης

Η πρόσφατη είδηση από την οποία πληροφορούμαστε τα σχετικά με την παραχώρηση των δήθεν λειψάνων της Αγίας Ελένης εκ μέρους του Πατριαρχείο Βενετίας στην Ελλάδα για προσκύνημα, από τις 17 Μαΐου μέχρι τις 15 Ιουνίου, αξίζει να επανεξεταστεί προσεκτικότερα.
Ο ελληνικός οργανισμός «Αποστολική Διακονία» προκειμένου να γιορτάσει την ογδοηκοστή επέτειο της ιδρύσεώς του (δείτε εδώ), έκρινε σκόπιμο να ζητήσει από το (ρωμαιοκαθολικό) Πατριαρχείο Βενετίας τα λείψανα που αποδίδονται στη μητέρα του αυτοκράτορα Κωνσταντίνου, Αγία Ελένη, τα οποία διατηρούνται στο ομώνυμο νησί της πόλης της λιμνοθάλασσας. Όπως έχω ήδη περιγράψει λεπτομερώς, μια πρόσφατη επιστημονική έρευνα που διενεργήθηκε, όχι περισσότερο από τριάντα χρόνια πριν, έτρεφε πολλές αμφιβολίες σχετικά με τη γνησιότητα αυτών των λειψάνων, λόγω του ότι απ’ αυτά σώζεται πλέον μόνο ένα κρανίο σε πολύ κακή κατάσταση, που πιθανότατα ανήκε σε άνδρα (1). Δεν μπορώ να δεχτώ ότι το Καθολικό Πατριαρχείο Βενετίας δεν τα γνώριζε όλα αυτά και ότι δεν προσπάθησε να τα κοινοποιήσει, κάτι που θα ήταν συνετό να πράξει. Άλλο πράγμα η ιστορική αξία ενός λειψάνου όπως αυτό, προερχόμενο από την εποχή των Σταυροφοριών κι άλλο η αυθεντικότητά του.

Όλα τα διατηρούμενα λείψανα των ορθοδόξων ανατολικών αγίων στη Βενετία μπορούν να έχουν σημαντική ιστορική αξία και γι’ αυτό το λόγο τυγχάνουν ιδιαίτερης φροντίδας. Παρ’ όλα αυτά κανείς δεν μπορεί να διαβεβαιώσει την αυθεντικότητά τους, σε βαθμό που οι μελετητές να θεωρούν ως αυθεντικά μόνο τα μισά περίπου απ’ αυτά (2).

Παρ’ όλο που μού φαίνεται αδιανόητη τέτοια άγνοια στους υψηλά ιστάμενους εκκλησιαστικούς χώρους, τα γεγονότα αποδεικνύουν το αντίθετο. Τα φερόμενα λείψανα της Αγίας Ελένης μεταφέρθηκαν στην Ελλάδα με επισημότητα, με την υποστήριξη και, φαντάζομαι, την αντίστοιχη επιδότηση του Ελληνικού Κράτους.
Το να μιλήσουμε για επιπολαιότητα σε αυτή την υπόθεση είναι το λιγότερο. Και εν προκειμένω δεν είναι η καθολική πλευρά που έσφαλε περισσότερο αλλά η ορθόδοξη.

Μια άλλη πολύ αμφίβολη περίπτωση αφορά στα ψευδο-ιερά λείψανα
 της Αγίας Βαρβάρας, που επίσης μεταφέρθηκαν από τη Βενετία στην Ελλάδα
για προσκύνηση από τις 10 έως τις 24 Μαΐου 2015
Για τον ρωμαιοκαθολικό κόσμο τα λείψανα των αγίων έχουν ιστορική αξία και εμπνέουν ευσέβεια: αποδεικνύουν την ιστορική ύπαρξη ενός αγίου ενώ ταυτόχρονα ελκύουν την ευσέβεια των πιστών που αιτούνται την μεσιτεία του ίδιου του αγίου με σκοπό να λάβουν τη χάρη του. Μετά την Β΄ Βατικανή Σύνοδο, η αφοσίωση του ρωμαιοκαθολικού κόσμου στα λείψανα των αγίων εξασθένησε φανερά. Σήμερα πλέον μπορούμε να πούμε ότι τουλάχιστον το 80% των καθολικών δεν πιστεύει πλέον στην αξία των λειψάνων και, όταν αυτά εκτείθενται στο ιερό βήμα, τα αντιμετωπίζουν με αδιαφορία. Σήμερα στον ρωμαιοκαθολικισμό φτάνουν στο σημείο να λένε ότι «τα λείψανα δεν έχουν αξία γι’ αυτό που είναι, την λαμβάνουν από την ευσέβεια που οι πιστοί τούς αποδίδουν», όπως μού επιβεβαιώθηκε προσωπικά. Με λίγα λόγια δεν έχουν κάποια αντικειμενική αξία από μόνα τους· ο πιστός είναι αυτός που τούς τη δίνει (3). Στο μέλλον, αν ο πιστός σταματήσει να τούς αποδίδει αυτή την αξία, δεν θα σημαίνουν πλέον τίποτα!

Δεν ισχύει το ίδιο στην ορθόδοξη παράδοση. Τα λείψανα των αγίων, εκτός από την ιστορική και τη λατρευτική τους αξία, έχουν και θεολογική αξία: αποτελούν την απόδειξη της χριστιανικής Αλήθειας. Πράγματι, η ορθόδοξη θεολογία δεν είναι μια φιλοσοφική θεώρηση των ισχυρισμών της Αποκάλυψης. Πρόκειται για την επαλήθευση, στην ζωντανή πραγματικότητα, της αποκαλυπτικής αλήθειας (ορθοδοξία και ορθοπραξία είναι ένα και το αυτό!). Υπ’ αυτήν την έννοια υπάρχει άμεση σχέση μεταξύ ύλης και πνεύματος: η μεταμορφωμένη από τη Χάρη ψυχή επηρεάζει τον υλικό κόσμο. Το σώμα του αγιασμένου ανθρώπου είναι διαφορετικό από εκείνο οποιουδήποτε άλλου, μολονότι εξακολουθεί να υπόκειται στην ασθένεια και το θάνατο. Αυτό οφείλεται στο γεγονός ότι η θεία Χάρη που αφομοιώνεται στα μυστήρια είναι άκτιστη, έχει δηλαδή θεία χαρακτηριστικά, κάτι που η ρωμαιοκαθολική και θωμιστική φιλοσοφία δεν δέχεται (4). Πέρα ακόμα και από τη φιλοσοφία, η ορθόδοξη θεολογία μοιάζει πολύ με τη χημεία, η οποία υποχρεωτικά επαληθεύει το κάθε τι στο εργαστήριο. Υπό αυτές τις προϋποθέσεις, καθίσταται σαφές ότι τα λείψανα ενός αγίου πρέπει να έχουν ορισμένα χαρακτηριστικά, κυρίως αυτό της αφθαρσίας.

Αντιθέτως, η φερόμενη ως κάρα της Αγίας Ελένης βρέθηκε σε «πολύ κακή κατάσταση». Αυτό το κρανίο, το μοναδικό ευρισκόμενο ανάμεσα στα υποτιθέμενα λείψανα, έχει εκτεθεί στους πιστούς για προσκύνηση στην Ελλάδα. Ένα κρανίο που οι ειδικοί θεώρησαν ότι κατά 75% τουλάχιστον πρέπει να ανήκε πιθανότατα σε άνδρα.
Πρέπει να γίνει πλέον σαφές ότι πιθανότατα, οι διοργανωτές αυτού του προσκυνήματος, δεν εξαπάτησαν απλώς τους πιστούς (κάτι πολύ σοβαρό, πέρα από τις καλές ή κακές τους προθέσεις) αλλά, κυρίως, παραβίασαν μια θεολογική αρχή, όπως παρομοίως θα συνέβαινε αν ένας χημικός περνούσε το πετρέλαιο για νερό, μέσα σε κλίμα γενικής αδιαφορίας ή συγκατάθεσης των πάντων. Και εδώ φτάνουμε στο βάθος του προβλήματος: οι κληρικοί της σημερινής εποχής (καθολικοί ή ορθόδοξοι μοιάζουν πολύ από αυτή την άποψη) έχουν αυτήν την βαθειά θεολογική αίσθηση ή είναι πρόθυμοι να ανταλλάξουν την αλήθεια με το ψεύδος, στο όνομα πιθανών συμφερόντων;

Η ρωμαιοκαθολικός κόσμος, όπως είπα, έχει περισσότερα ελαφρυντικά διότι ζει σε μια κατάσταση δραματικής σύγχυσης σε σημείο που σήμερα να στέκεται πρακτικά αδιάφορος απέναντι σε ό,τι του θυμίζει την παραδοσιακή διαφορά μεταξύ αλήθειας και ψεύδους, ορθοδοξίας και αίρεσης. Τί ισχύει όμως στον ορθόδοξο κόσμο;

Συμπερασματικά, η υπόθεση των υποτιθέμενων λειψάνων της Αγίας Ελένης ανοίγει ένα μεγάλο χάσμα που αγγίζει άμεσα την πνευματική και θεολογική κατάρτιση του κλήρου, ο οποίος όλο και περισσότερο γαλουχείται από την τρέχουσα αδιαφορία (= τελικά όλα είναι το ίδιο πράγμα), την προσκόλληση στο θέαμα (= για να είσαι κάτι πρέπει και να δείχνεις) και τον υλισμό (= σημασία έχουν οι απολαύσεις της ζωής), προβάλλει ένα δυσάρεστο κενό που απογοητεύει και τρέπει σε φυγή τους ενσυνείδητους πιστούς. Οι υπόλοιποι πιστοί όμως, πώς μπορούν να είναι καλύτεροι όταν ο κλήρος βρίσκεται σε μεγάλο βαθμό σε τέτοιο επίπεδο;

Μακριά από μένα η απόδοση του τίτλου του δικαστή, ο οποίος απλά αρέσκεται να κρίνει! Όλα όσα συμβαίνουν είναι ορατά σε όλους μας, όμως φαίνεται ότι κανείς μέχρι τώρα δεν είχε το θάρρος να τα κατονομάσει, μολονότι πολλοί τα σκέπτονται. Γι’ αυτό θέλω να ελπίζω ότι στη δική μου περίπτωση θα εφαρμοστεί η ιταλική παροιμία: «στον πρέσβη που αναγγέλει τα γεγονότα να μην κρέμεται η καταδίκη» αφού, πράγματι, η υπόθεση μιλάει εύγλωττα από μόνη της!

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ΥΠΟΣΗΜΕΙΩΣΕΙΣ

1) Βλ. C. Corrain - M. A. Capitanio, “Ricognizioni di alcune reliquie, attribuite a santi orientali, conservate a Venezia”, στο Quaderni di scienze antropologiche 21 (1995), σελ. 43-45.

2) Μια άλλη πολύ αμφίβολη περίπτωση αφορά στα ψευδο-ιερά λείψανα της Αγίας Βαρβάρας, που επίσης μεταφέρθηκαν από τη Βενετία στην Ελλάδα για προσκύνηση από τις 10 έως τις 24 Μαΐου 2015 (δείτε εδώ). Αυτά τα λείψανα περιλαμβάνουν ένα κρανίο πολύ ώριμης γυναίκας (ενώ ιστορικά γνωρίζουμε ότι η Αγία Βαρβάρα πέθανε νέα), αναμεμιγμένα με οστά διαφόρων ανθρώπων. Το πιστοποιεί η ίδια μελέτη των Corrain - M. A. Capitanio.
Σε εκείνη την περίπτωση δεν ακούστηκαν διαμαρτυρίες και όλα εξελίχθηκαν ομαλά. Αυτός είναι ο λόγος για τον οποίο οι Έλληνες διοργανωτές οργάνωσαν εκ νέου μια παρόμοια εκδήλωση με τα δήθεν λείψανα της Αγίας Ελένης.

3) Αν είναι ο πιστός αυτός που τούς προσδίδει αξία, τότε προφανώς ακόμη και ψευδή λείψανα μπορούν να μετατατραπούν σε αληθινά, όπως φαίνεται να πιστεύει ο Πατριάρχης Βενετίας! Πάντως, αν στον ρωμαιοκαθολικισμό τα άγια λείψανα τιμούνται στα λόγια, στην πράξη θεωρούνται κληρονομιά μιας ξεπερασμένης εποχής. Δεν αναφέρομαι στις εξαιρέσεις, φυσικά.
Ωστόσο, οι πρωτοβουλίες αυτών των προσκυνημάτων προσπαθούν να βασίσουν τις απόψεις τους, σχετικά με τα βενετικά λείψανα, πάνω σε μια μελέτη τυπωμένη το 2005 η οποία, σύμφωνα με τις εκτιμήσεις κάποιων ακαδημαϊκών, φαίνεται ανακριβής και, σε κάποια σημεία, εσφαλμένη. Η εν λόγω μελέτη είναι η εξής: Αγαθάγγελος Επίσκοπος Φαναρίου, Ιερά λείψανα αγίων της καθ' ημάς Ανατολής στη Βενετία, Αποστολική Διακονία της Εκκλησίας της Ελλάδος, 2005.

4) Είναι αλήθεια ότι σήμερα ο ρωμαιοκαθολικισμός έχει εγκαταλείψει τη θωμιστική θεολογία, αλλά είναι εξίσου αλήθεια ότι δεν έχει «ισχυρή» την έννοια της μυστηριακής Χάριτος, όπως αντίθετα ισχύει στην ορθοδοξία. Δεν τούς είναι καθόλου σαφές ότι η χάρη, εκτός από το πνεύμα, μπορεί να επηρεάσει και τον υλικό κόσμο, δεδομένου ότι ο Χριστός ήρθε για να νικήσει «πᾶσαν νόσον καὶ πᾶσαν μαλακίαν» ακόμα και της σάρκας, μέχρι του σημείου να αναστήσει το ίδιο Του το σώμα. Δεν είναι τυχαίο λοιπόν που η γιορτή της Αναστάσεως στη Δύση προσλαμβάνει μικρότερη έμφαση σε σχέση με τα Χριστούγεννα.