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lunedì 27 ottobre 2014

Chiesa umile e bella


Il mio recente viaggio a Roma mi ha riservato diverse novità, alcune, a dir la verità, inaspettate.
Per chi viene dalla provincia la capitale potrebbe dare delle opportunità. Penso alla nutrita presenza plurietnica e alla possibilità d’incontrare molti mondi.
Personalmente trovo la capitale stancante, molto dispersiva. In modo inaspettato ho scoperto diverse presenze di cristiani orientali, più di quanto immaginassi. A sorpresa, dopo una piccola pausa caffè, lungo una via centrale ho notato una cappella nella quale si teneva un culto, forse di moldavi ortodossi. Era giovedì pomeriggio e penso che facessero una preghiera d’intercessione (Paraclisi) alla Madonna. La chiesa era piccina ma la stessa atmosfera, a detta di chi mi accompagnava, sembrava calda e colorata. Nulla a che fare con quello che, la stessa persona in un’altra occasione definiva, la “grigia noia domenicale di certe chiese”.
Eppure non si faceva chissà cosa: i presenti esprimevano solo la loro devozione in modo semplice e sincero.

Il sabato sera passando in via del babuino mi sono trovato dinnanzi alla chiesa del collegio greco-cattolico di sant’Atanasio. Era l’ora del vespro. All’interno la chiesa aveva la classica disposizione bizantina adattata, molto probabilmente, ad una preesistente chiesa latina barocca. Il coro era formato da una decina di studenti, tutti rigorosamente in abito religioso e la funzione, pur essendo di una semplice domenica dopo pentecoste, era provvista di diacono. I cantori conoscevano bene la loro parte ma l’insieme aveva qualcosa di ampolloso che non ho mai trovato nelle chiese bizantine, neppure in quelle slave che tendono a solennizzare le cerimonie più dei greci. Il diacono mi colpì assai: sembrava avesse mangiato il manico di una scopa, tanto era rigido nei movimenti, pettoruto, quasi tronfio. 
In questo blog da qualche parte ho ricordato l’importanza, da parte dei sacri ministri, di non comportarsi in modo da attrarre troppo lo sguardo su di loro: il centro dell’attenzione non dev’essere mai una persona ma la realtà invisibile presente in chiesa: Dio. Ora in questo contesto la tendenza a barocchizzare la cerimonia con movimenti quasi tronfi era un’evidente allontanamento dall’umiltà e dalla bellezza dei riti antichi. Questo mi fu ben evidente.
In questo modo, però, la liturgia da forma rituale diviene ritualistica poiché basta poco per alterare i delicati equilibri della liturgia!

Quest’eccesso, d’altronde, a Roma lo si nota ovunque, pure nelle librerie religiose che sembrano letteralmente “vomitare” di illustrazioni e di libri. È un modo per fare quasi violenza ai clienti e obbligarli a comperare.
Gli esercizi prospicienti al Vaticano fanno ronzare la testa, tanto sono insistenti, inopportuni a volte volgari con la loro mercanzia. Sembra che la macchina del commercio non solo non deve fermarsi mai ma deve accelerare ogni giorno di più.

Un’eccezione a questa triste regola l’ho percepita nella libreria “russia ecumenica” nella quale i toni tornano discreti e non si nota nulla di religiosamente volgare, per quanto ci siano manufatti con prezzi realmente esorbitanti: un’icona di 10 cm per 7, fatta a mano, la fanno pagare 750 euro, quando il suo attuale prezzo non supera di molto i 100 euro!

La domenica non è raccomandato prendere un metrò per andare verso il Vaticano. L’afflusso delle persone è talmente eccessivo, pur in una stagione non turistica come l’attuale, da innervosire.
Con tutto il rispetto, mi chiedo cosa vadano a sentire o a vedere...
I musei, i sontuosi edifici ecclesiastici barocchi, qualcuno potrebbe dire. Invece tutta questa effervescenza sembra piuttosto legata ad una persona.
Un taxista romano mi disse che l’afflusso delle persone e i guadagni degli esercenti sono aumentati di molto con la presenza del papa argentino. “Prima, con il tedesco, c’era un preoccupante calo di presenze al punto che gli albergatori non facevano grandi affari”, affermò. Alla fine è tutto all’insegna del denaro, insomma!

D’altronde immagini del volto dell’argentino le si notano ovunque, pure tra gli edicolanti attorno alla stazione Termini. Qui, tra adesivi magnetici con il pene marmoreo del David di Michelangelo sui quali compare la scritta “il pisello”, occhieggia il volto radioso e compagnone di papa Francesco da un altro adesivo in tutto simile. I due non di rado stanno vicini, a volte accanto. L’abbinata “pisello” e “papa Francesco” fanno ben pensare che per la massa il cosiddetto sacro non esiste più e questo forse va bene anche al papa compagnone!

Eppure ci sono anche eccezioni a quest’apoteosi di vanità e superficialità. In un’altura, presso la stazione ferroviaria san Pietro non lontano dal Vaticano, lo stato russo ha contribuito alla costruzione di una chiesa russo-ortodossa di pregevole fattura il cui interno è decorato con affreschi di calda bellezza.
 
Qui la sacralità della liturgia non viene meno e si tengono gli antichi saggi equilibri, mediati nella forma slava.

“Si esce con la sensazione d’aver partecipato ad un rito”, è stato il commento di qualche astante. 
Ecco, vorrei tanto che questo commento potesse accompagnare anche chi esce dalle chiese cattoliche odierne ma so che pretenderei troppo, purtroppo!

Lo spettacolo e la teatralità nella maggioranza dei casi hanno avuto la meglio sulla forma rituale, forse perché quest’ultima è troppo umile e ha una bellezza interiore troppo nascosta per la maggioranza delle persone attuali, così nascosta da non essere minimamente avvertita.

All’umile bellezza si preferisce l’arrogante e impositiva presenza, forse anche perché questo amato popolo italiano, dai tempi di Mussolini, in fondo non è poi cambiato molto...

mercoledì 22 ottobre 2014

Il cavallo di Troia della moralità

La storia, si sa, è maestra di vita. Tuttavia sembra che gli uomini non capiscano mai le lezioni date da essa. Si ricade, dunque, sempre nei medesimi errori, vittima degli stessi e identici inganni. Sono pochi quelli che vanno oltre l'apparenza che viene loro sciorinata.

Siccome invoco la storia, mi rifarò ad essa per poi tornare ai giorni nostri, nei quali stanno avvenendo fatti analoghi.

Nel X – XI secolo l'Italia, religiosamente parlando, stava percorrendo un momento molto delicato. Roma non pareva più legata culturalmente e religiosamente all'Oriente bizantino ma non aveva ancora un ruolo preciso, una sua identità stagliata nell'Europa in formazione di allora. La Roma ecclesiastica era, dunque, attratta in parte verso il suo non lontano passato, l'Oriente, in parte verso i popoli e i dominatori del nord. Era, come diremo oggi, in una situazione transizionale.

Gli Ottoni, prosecutori della politica di espansione dei Franchi, dinnanzi all'esitazione politica del mondo mediterraneo non persero tempo e invasero l'Italia, luogo importante nello scacchiere politico di allora. Ovunque passavano detronizzavano il vescovo del luogo e ponevano un loro uomo. È impressionante vedere come, all'interno di un breve periodo, la cronotassi episcopale delle principali città italiane ha nomi tedeschi, nomi di uomini evidentemente imposti con la forza imperiale.

Uno dei motivi di copertura del fatto, era un motivo morale: il vescovo o il clero italico era decadente, corrotto. Era necessaria la presenza di un clero irreprensibile, in modo che il vangelo potesse essere predicato da persone attendibili.

Che tutti i popoli europei nel X e XI secolo fossero barbari è un dato di fatto. Ma che, tra i barbari, ci fossero dei popoli più morali degli altri ho seri dubbi a crederlo. Ciononostante fu la scusa morale a determinare la detronizzazione di molti vescovi e, in ultimo, dello stesso papa romano.

In buona sostanza, dietro ad una scusa, si celava semplicemente un gioco di potere: porre degli uomini fedeli all'imperatore germanico in terra italica. Tutto ciò richiese un elevato prezzo determinando più in là la famosa lotta tra le due spade, con confronti a volte pesanti tra papa e imperatore.
Il fatto storico ci è utile per capire quanto sta accadendo oggi nel mondo cattolico.

Una parte dell'opinione pubblica, agitata da certa stampa, si sta lamentando della deriva morale di una parte di clero. Faccio notare che questa deriva riguarda clero di ogni orientamento (sia religiosamente conservativo che rivoluzionario): la debolezza umana è diffusa ovunque. Questa deriva, tuttavia, è determinata soprattutto dalla fragilità dei tempi. Come nel X-XI secolo il mondo europeo si poteva dire imbarbarito (al punto da non poter fare eccezioni di sorta), oggi tutto il nostro mondo può dirsi molto fragile, dedito alle passioni umane e chiuso in esse. Chi può dirsi migliore di altri?

Eppure, a dispetto di ciò come nel Medioevo, qualcuno agita la bandiera morale e invoca una purificazione di costumi, come se il fine del Cristianesimo sia moralistico e non, primariamente, spirituale (1). 
Chi fa questo tipo di pubblicità, simile agli Ottoni, ha mire ben precise: deve adattare il corpo ecclesiale a certe caratteristiche volute dalla modernità. Una di queste è, appunto, voltare le spalle a concetti religiosi tradizionali, qualora siano d'ostacolo all'agenda mondana attuale.

Ecco perché, tra tutte le persone fragili, vengono particolarmente bastonate quelle con una visione conservativa o tradizionale di Cristianesimo. 
È di questi giorni la notizia dell'esautorazione di un vescovo troppo indulgente poiché tendeva a incardinare nella sua diocesi clero con tendenza omosessuale, come se tutte le altre diocesi d'Italia siano prive di tale caratteristica (cosa ben risaputa!) e come se potesse esistere qualcuno più irreprensibile di altri da poter giudicare il prossimo. Questo vescovo (che preferisco non nominare ma che è facile intuire) ha, purtroppo per certe dirigenze ecclesiastiche, una sensibilità religiosa tradizionale. Guarda caso!

Quelle stesse dirigenze “preoccupate” di moralizzare il clero, stranamente, si dimenticano di moralizzare (o punire) alcuni loro collaboratori con la medesima tendenza ...

La storia insegna e dei fatti remoti di mille anni fa sembrano ripetersi, pur in altro contesto e con ben altre persone.

C'è da dire che la Chiesa occidentale, passata sotto la “cura” degli Ottoni, riuscì a dimenticare velocemente il suo legame tradizionale con l'Oriente cristiano e collaborò, a modo suo, alla nascita di una Nuova Europa. 

C'è da temere che quella attuale sotto la “cura” di altri “Ottoni ecclesiastici” dimenticherà altri legami tradizionali che la collegavano ad antiche pietà, per collaborare – probabilmente o quasi sicuramente – alla nascita di una Nuova Europa sempre più laica e sempre meno religiosa.

La "Chiesa libera" in Occidente si mostra dietro le apparenze, una volta di più, legata e determinata dal mondo, un mondo anticristiano.


Historia docet!

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1) Oramai il fine spirituale non è valorizzato o non interessa quasi più a nessuno. Rimane una morale esteriore da rivendicare che diviene perfetto moralismo.

domenica 19 ottobre 2014

Povera Chiesa cattolica! ...


Brugel: la parabola dei ciechi

"Guarda, la differenza tra Occidente e Oriente [cristiano] è una sola... cioè la logica; l'Occidente crede in essa mentre l'Oriente crede nello Spirito Santo".
Questa frase di padre Paisios l'Athonita mette il dito nella piaga indicando cosa genera la decadenza del Cristianesimo. I problemi nascono quando, staccata la "spina" dalla Rivelazione e da Dio, si fanno ragionamenti unicamente umani, anche con le migliori intenzioni possibili. Questo crea problemi e spaccature a non finire. Come ieri lo si è visto (e lo si continua a vedere) nella liturgia, oggi lo si vede in altri ambiti.
Il testo tradotto e pubblicato qui sotto lo dimostra chiaramente, essendo una sincera relazione giornalistica sul recente evento sinodale vaticano. Non servono ulteriori commenti.


“La sensazione generale è quella di un enorme sollievo”, dice un professore influente presso un'Università Pontificia. “Giovedì, verso mezzogiorno, Giovanni Paolo II ha operato un miracolo al Sinodo”.

A quell’ora iniziò la rivolta contro l'uomo accuratamente scelto da Francesco, il suo primo cardinale, Lorenzo Baldisseri - apprezzatissimo da Bergoglio per gli inestimabili servizi resi prima e durante il Conclave del 2013 - scelto più di un anno prima del Sinodo per orchestrare entrambe le assemblee, del 2014 e del 2015, in modo da poter raggiungere i risultati voluti dal Papa, senza alcun dissenso. Era un compito difficile, ma Baldisseri vi si dedicò strenuamente e il dato essenziale fu l'operazione dei media.

Finché i lavori del Sinodo rimanevano segreti, l'operazione dei media doveva procedere a mosse rapide con fatti compiuti, impossibili da fermare per qualsiasi forza, in modo che il risultato conclusivo determinasse una relatio finale rivoluzionaria. Tale relatio avrebbe dovuto funzionare come la grande acclamazione di Papa Francesco proveniente dall'episcopato mondiale, quasi egli fosse un guru della moda, un leader glorioso la cui padronanza degli eventi non gli può essere negata o impedita.

In questa serie di fatti compiuti, la prima relatio della settimana, scritta da monsignor Bruno Forte prima del Sinodo, avrebbe dovuto essere un passo abbagliante. Tutti a Roma sapevano che Francesco conosceva, aveva letto e approvato tale pubblicazione. Nulla poteva avvenire in questo personalistico e super egocentrico pontificato senza la conoscenza diretta del papa. Quanto fu inaspettato, e non avrebbe dovuto esserci, fu che, nonostante la forte pressione, la maggioranza decisionale fu più wojtyliana che bergogliana.

Negli ultimi giorni, ho parlato con un gran numero di prelati, molti dei quali padri sinodali. Erano tutti furiosi e indignati contro Francesco. Il presidente di una Conferenza episcopale di un grande paese africano, lo eticchettò di fronte a me come elemento disgregatore”, la definizione più azzeccata per descrivere l'atmosfera generale della Curia e del Sinodo dopo 18 mesi di un governo imposto con la paura e la persecuzione; il termine che ho sentito più volte durante la scorsa settimana è stato “esasperazione”.

Le esperienze del secolo scorso hanno mostrato che un governo basato sulla paura e sulla manipolazione non può sussistere a lungo senza ribellioni, e questo è quanto è successo Giovedi. Era come se una pentola a pressione fosse esplosa alla fine di 18 mesi di ebollizione.

Il Sinodo ha fallito, perché i suoi obiettivi sono stati vanificati da quest'esplosione di angoscia sotto pressione e questo è ciò che rende questo “Sinodo straordinario”, davvero straordinario!

La protesta dei Padri sinodali del 16 ottobre contro Baldisseri, è stata la più inaudita degli ultimi 50 anni, e il silenzio dei media il più stupefacente, considerando l'enormità di ciò che avvenne. I mezzi informativi italiani furono presi totalmente alla sprovvista, e questo già Sabato, tentando di salvare il prestigio di Papa Bergoglio e trasferendo la responsabilità per la mancata riuscita sinodale ai suoi collaboratori, tra cui Baldisseri, ma tutti sanno che questi erano solo gli agenti fedeli della sua incrollabile e potente volontà.

Nel frattempo, il prestigio del Cardinale Kasper ha raggiunto i livelli più bassi e i capi della rivolta sono stati considerati come degli eroi.

In ogni caso, il Sinodo del 2014 è solo un passo di un percorso in cui Francesco e i suoi alleati stanno facendo parecchi errori, molti dei quali derivati dalla loro infinita arroganza. Si sta mostrando un'inattesa resistenza, una resistenza che viene minimizzata dalla stampa e dai mezzi di comunicazione in tutto il mondo.

Per quanto riguarda il testo finale del Sinodo, come pare? Probabilmente piuttosto male, ma meno di quello predisposto anticipatamente e che ci si aspettava. L'ottimismo dei "progressisti" è nel caos, e il testo finale del Sinodo, a questo punto, è un problema secondario; ciò che conta da ora è la battaglia che sarà combattuta alla prossima assemblea, nel 2015. Francesco non dovrà incassare quant'è successo ora per leggerezza e Baldisseri dovrà essere sottoposto ad enormi pressioni dall'alto per manipolare l'incontro del 2015, in un modo che non venga ostacolato da alcun nuovo miracolo di Giovanni Paolo II.

Articolo tratto da:
http://rorate-caeli.blogspot.com/2014/10/important-backlash-against-manipulated.html

mercoledì 15 ottobre 2014

L'oblio dell'ascesi (Osservazioni a margine del recente sinodo vaticano sulla Famiglia).


Nessuno che sia schiavo di desideri e di passioni carnali è degno di avvicinarsi o di presentarsi o di offrire sacrifici a te, Re della gloria”.
(Preghiera offertoriale tratta dalla Divina Liturgia di san Giovanni Crisostomo).
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Quanto ho esposto nei post passati (particolarmente quello sulla religiosità psicologica e sulla religiosità spirituale), presuppongono che:

l’uomo per quanto formato da aspetti carnali (sensibili) e intellettuali, ha una realtà profonda, detta cuore o spirito, con la quale entra in contatto con la trascendenza divina e s’accorge di essa. Tale realtà spesso è nascosta a lui stesso.

È a partire da questa sua realtà più profonda che avvengono i più elevati fenomeni religiosi: è stata definita la Rivelazione, è stata esperita la Pentecoste, è stata fondata la Chiesa e si sono formati i santi. La realtà spirituale nell’uomo non disprezza quella carnale (sensibile) e quella intellettuale a meno che queste non presumano sostituirla. Essa sta su tutto un altro piano rispetto alle prime due.
Perciò, leggendo i testi mistici, ci si trova dinnanzi ad espressioni che, per la ragione intellettuale, appaiono contraddittorie, incomprensibili e inafferrabili.

Le antiche liturgie cristiane si sono formate tenendo ben presente la cosiddetta “esperienza nello Spirito” ossia l’attivazione, nell’uomo, della sua realtà interiore per opera della Grazia con la quale “nella luce [della grazia] si può vedere la Luce [di Dio]” (Cfr. Salmo 35).

La conseguenza di questi presupposti determina una mentalità per cui nella Chiesa è posto come esempio e valore solamente l’uomo che vive lo Spirito. L’uomo mosso solo dalla ragione intellettuale o da principi puramente umani non è l’oggetto principale della considerazione della Chiesa a meno di non confonderla con i luoghi che coltivano questo tipo di uomini come le accademie o le realtà umanistiche (1). 
Compito dell’università è formare dei geni dell’intelletto poiché è su esso che questa istituzione fa leva; compito della Chiesa dovrebbe essere quello di formare geni dello spirito dal momento che essa dovrebbe far leva sullo spirito. Ne discende che come l'università sforna dei laureati, la Chiesa dovrebbe sfornare dei santi e questi, se sono veramente tali, dovrebbero mostrare con piena evidenza d’essere a contatto con il Divino, non con semplici principi ideali. Lo stesso calendario tradizionale cristiano assegna ad ogni giorno dell’anno la commemorazione di uno o più santi.

Se, al contrario, si dovesse esaltare qualcuno solo perché lavoratore, umanista, riformatore, compositore musicale o letterato (come si deduce dal calendario della Chiesa anglicana), saremo dinnanzi ad un Cristianesimo che non ha più rapporto con l’antica mentalità cristiana; è un Cristianesimo deviato (2).

Per giungere a livello del santo, ossia dell’uomo spirituale simile a Cristo, la Chiesa ha sempre indicato la porta stretta e la via impervia dell’ascesi: la natura umana non è perfetta di suo, al punto che la volontà umana tende all’oblio di Dio, chiudendo l’uomo in se stesso e spingendolo a cercare piaceri e godimenti.

La “conoscenza secondo la carne”, di paolina memoria, si appoggia sulla logica (anche di profitto) e sul piacere umano. La “conoscenza secondo lo Spirito”, sta agli antipodi di questa conoscenza mondana.

Per questo nella Chiesa non si esalta (o non si dovrebbe esaltare) la persona per il suo intelletto o per delle caratteristiche semplicemente umane, ma per i suoi doni spirituali. Se la Chiesa dovesse esaltare le persone solamente per dei motivi umani, sarebbe esattamente come tutte le altre istituzioni secolari. A questo punto non servirebbe più.

Nella cristianità occidentale attuale sta avvenendo una “mutazione genetica”: quello che fino a ieri era considerato tradizionale è dimenticato e dileggiato a vantaggio di concezioni puramente secolarizzate. Abbiamo molti segnali di ciò.

In questi giorni sto leggendo qualche articolo sul sinodo vaticano dedicato alla famiglia. Vedendo il suo andamento, qualcuno in rete ha fatto un’osservazione molto interessante: “Un sinodo teoricamente cattolico che parla di famiglia e matrimonio ma non dice niente sulla castità: il non plus ultra del grottesco”.

Questa frase lapidaria coglie quanto sta alla base di tutto: in Occidente l’aspetto ascetico del Cristianesimo tende totalmente a scomparire. Al posto di ciò – il cui senso, lo ripetiamo, è solo in rapporto a Dio – sono poste argomentazioni puramente umane.

Card. Péter Erdő
Una di esse l’ho tratta dallo stesso sinodo, per bocca del card. Péter Erdő: “Le persone omosessuali hanno doti e qualità da offrire alla comunità cristiana: siamo in grado di accogliere queste persone, garantendo loro uno spazio di fraternità nelle nostre comunità? Spesso esse desiderano incontrare una Chiesa che sia casa accogliente per loro. Le nostre comunità sono in grado di esserlo accettando e valutando il loro orientamento sessuale […] ?” (3).

Non ricordo alcun esempio in cui, nel passato della Chiesa, si ha cercato di valutare una persona per eventuali “doti e qualità” provenienti dal suo orientamento sessuale (omosessuale o eterosessuale che sia) (4). Al contrario, la persona era ritenuta cristianamente matura - quindi un esempio - nella misura in cui incarnava Cristo, l’uomo spirituale per eccellenza, e rifiutava l’uomo secolare o “secondo la carne”. Questo perché era chiaro che, se un tal uomo aveva delle doti o qualità a prescindere da Cristo, non sarebbe servito a nulla secondo il noto detto evangelico: “Chi non raccoglie con me disperde” (Mt 12, 30).

Tale principio evangelico dovrebbe valere maggiormente dinnanzi alle cosiddette “doti o doni” attribuiti all’orientamento sessuale.

Ad essere precisi, l’orientamento sessuale, di suo, non è in grado d’esprimere “doti o doni” in senso proprio. È piuttosto qualcosa di neutro, essendo una forza nella natura umana che, in quanto tale, può operare positivamente o negativamente a seconda di mille altre variabili che il card. Péter Erdő non pare affatto aver considerato, almeno in questo passo. Se s’inizia a considerare il modo in cui si usa la sessualità si spiega perché l’uso smodato della stessa con l’unico fine di trarre piacere personale è sempre stato considerato un disordine nel Cristianesimo, poiché, oltre a non avere una vera finalità, svia l’individuo dal percorso trascendente.

Qui inizia un discorso delicato e complesso. Qualcuno dice che la Chiesa è avversa alla sessualità in quanto tale. A me pare, piuttosto, che la Chiesa, almeno anticamente, è sempre stata avversa a qualsiasi cosa potesse distrarre l’uomo dal suo cammino ascetico, da una positiva tensione verso Dio. Per la Chiesa al momento della morte l’uomo è colto ed eternizzato nell’attitudine spirituale avuta fino a quel momento. Se l’uomo è colto in tensione verso il Cielo entrerà tra i beati, se è colto intento e totalmente assorbito in questioni terrene (pur con tutto lo zelo, i doni intellettuali e le qualità possibili), troverà il Cielo chiuso semplicemente perché gli ha voltato le spalle. “La carne non serve a nulla”, ricorda a tal proposito san Paolo o, ancora: Chi semina nella sua carne, dalla carne raccoglierà corruzione; chi semina nello Spirito, dallo Spirito raccoglierà vita eterna” (Gal 6, 8).

La sessualità è sempre stata vista come qualcosa che, più d’ogni altro aspetto, potrebbe distrarre l’uomo dal Cielo, al punto che lo stesso san Paolo, pensando che Cristo dovesse ritornare da un momento all’altro, tendeva a proibire le nozze tra i cristiani delle prime comunità. Sempre lui, che paragona la dedizione degli sposi a quella di Cristo verso la Chiesa, ritiene preferibile non sposarsi!

Da allora, la tensione tra l’obbedienza alle leggi di natura (con il matrimonio) e l’obbedienza alle leggi dello Spirito (con la castità per il Regno dei Cieli) ha da sempre contraddistinto la Chiesa. Si è pure giunti a predicare una castità all’interno dello stesso matrimonio essendo le leggi dello Spirito superiori a quelle di natura.

D’altronde, la Chiesa tradizionalmente sapeva che i mezzi della castità e del digiuno affinano la sensibilità spirituale e preparano il cuore all’incontro con Dio. Da qui il suo insistere su di essi poiché proprio perciò i puri di cuore potranno vedere Dio, secondo la nota beatitudine evangelica.

L’oblio di questi valori ha determinato dapprima una pesante ricaduta sul piano naturale, sulle cosiddette leggi di natura per cui si seguono solo le esigenze naturali, non essendo più chiare quelle spirituali, alla fine rifiutate. L’esempio ci può venire dallo stile di un certo ateismo etico.

A seguito di ciò, è avvenuta un’ulteriore ricaduta e una chiusura umana nella natura stessa a prescindere da ogni altra considerazione e a dispetto dell’evidente debolezza e malattia alle quali è soggetta la natura umana. “Qualunque cosa ti senti di fare che ti fa star bene è buona”, è il motto attuale. L’esempio è quello dell’edonismo attuale ampiamente entrato all’interno della stessa Chiesa.

Effettivamente ciò è potuto avvenire perché buona parte del Cristianesimo si è di fatto staccata dal contatto trascendente ed è rimasta intrappolata in se stessa, nelle supposte buone ragioni intellettuali. Non avendo più sensazione ed esperienza soprannaturale è rimasta con la sola natura (l’intellettualità, la sensibilità) ed è a partire da qui che sono discese tutte le altre conseguenze.

La dottrina tradizionale, che prevedeva l’ascesi, è rimasta in piedi ancora alcun secoli in Occidente riducendosi spesso a qualcosa di molto legale, meccanico e moralistico e che si può riassumere nel detto: “Fai questo ed avrai il premio del Paradiso”.

Oggi, dal momento che i cristiani hanno perso pure la tensione verso i fini ultimi (tra cui il Paradiso), anche l’ascesi si è persa per strada. Al suo posto s’è sostituita l’esaltazione della natura umana com’è, spesso prescindendo da quella voluta e restaurata da Cristo (oramai considerata utopistica) (5).

Se, dunque, una persona omosessuale ha doti e qualità che provengono semplicemente dalla sua omosessualità, come si può legittimamente desumere dall’osservazione della relazione del card. Péter Erdő nel sinodo vaticano, siamo ad un passo dalla mentalità del Gay Pride, dell’orgoglio per il semplice fatto d’essere omosessuali, dal momento che l’omosessualità (o la sessualità in senso lato) è considerata un valore per se stessa. Il logion paolino “La mia gloria è Cristo e Cristo crocefisso” sembra oramai incomprensibile e chiuso in un passato lontano.

Una Chiesa o un ambiente ecclesiale che predica questo o che semplicemente lo ipotizza non ha forse  strappato le sue radici dal terreno neotestamentario e dalla tradizione da esso discendente divenendo de facto un’antichiesa?
È veramente molto arduo negarlo.


© Traditio Liturgica
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NOTE

  1. Si noti come, purtroppo, attorno a noi avvenga sempre più questa confusione. Sfuggendo il senso e il valore dello spirituale, la Chiesa si concentra sull’intelletto e molti suoi aderenti si fanno trascinare nella dolce vita in cui si titillano i sensi.
  2. Fu questo uno dei motivi per cui, quando papa Giovanni XXIII proclamò la festività di san Giuseppe “lavoratore”, il 1° maggio, ci furono diverse perplessità e qualche resistenza nel mondo cattolico.
  3. In questo mio commento non entro di proposito a considerare l’omosessualità nella dottrina tradizionale della Chiesa, poiché si aprirebbe un discorso troppo ampio per questo contesto e totalmente fuori tema per questo blog. Qui mi limito a considerarla nel quadro generale della sessualità umana in rapporto all’istanza spirituale o religiosa.
  4. Questo è così vero che pure nella stessa Chiesa non pochi pensano a Cristo come ad un uomo come tutti gli altri, con moglie o amante e possibili figli. Un uomo che, come tutti, ha conosciuto le passioni umane. Questo Cristo gnostico e secolarizzato avrebbe fatto accapponare la pelle ai padri della Chiesa, ossia a quelle autorità sulle quali dovrebbe fondarsi la dottrina della Chiesa odierna.

domenica 12 ottobre 2014

La bellezza nella liturgia




Sul tema "bellezza" nel Cristianesimo e nelle sue arti è stato scritto molto e non sempre in modo esatto. Vi sono, ad esempio, alcuni secondo i quali la liturgia più bella la si riscontra in ambito barocco, con una chiesa piena di ridondanze, con cori e organi roboanti, con un rilucere intenso di paramenti e illuminazioni.

Personalmente ho sempre rituenuto tutto ciò come il prodotto di un'epoca oramai superata, checché se ne dica. Il barocco è uno straordinario mezzo di pubblicità, forse la prima apparizione della pubblicità in Occidente. Il suo linguaggio in molte sue manifestazioni è magniloquente, ipnotizzante, sembra voler inchiodare la persona stupefacendola. In questo ha qualcosa di evidentemente violento, d'impositivo, tipico dell'epoca in cui è fiorito.

Dopo un primo impatto con questo linguaggio ho notato che nel mondo monastico (occidentale e orientale) esiste un altro genere di valori a mio avviso molto più eloquenti per il mondo attuale. 

Qui la cosiddetta bellezza non abbacina nessuno ma avanza con umiltà, silenziosamente, facendosi strada nell'animo carezzevolmente.

Qui non esiste alcuna "trovata mondana" spettacolare. Nessuno dei suoi aspetti è gonfiato e non obbedisce al desiderio di animi abituati ad essere drogati con eccessi o sensazionalismi di ogni sorta. (In questo senso anche la religiosità potrebbe essere una droga). Al contrario nel monachesimo la bellezza sembra un fiume carsico, nascosto ma che con le sue acque nutre il sottosuolo in cui affondano le radici degli alberi.

Ecco da dove inizia la bellezza della liturgia, essendo prima di tutto interiore,  sposa della modestia e nemica del protagonismo.

Oggi gli ambienti che la trasmettono sono ben pochi. Tra questi ho tratto un esempio che mi è parso assai eloquente. Si tratta del video di una divina liturgia (liturgia eucaristica) nel monastero femminile di santa Maria Eleusa, nella Macedonia slava.

La chiesa in cui si celebra è medioevale, essenziale. La liturgia è quasi sussurrata ma in tutto ciò si avverte un ritmo, un senso d'armonia interiore ed esteriore, un'immersione nel mistero che, attorno a noi, è rarissimo trovare, se non proprio impossibile. Invito ciascuno dei miei lettori a vedere questo video intimo e intenso allo stesso tempo.




sabato 4 ottobre 2014

La Chiesa del Nuovo Testamento

Siete così insensati? Dopo aver cominciato con lo Spirito, volete ora raggiungere la perfezione con la carne?” (Gal 3,3).

Nel confronto con i lettori che amabilmente seguono il mio blog, noto che molti concetti da me ritenuti scontati, non lo sono affatto. Ecco il motivo per cui sono costretto a tornarci su, cercando di esprimermi meglio e sperando di essere capito. Qui non si tratta di fare discorsi confessionali in senso stretto ma d'individuare gli elementi principali e fondanti che individuano la Chiesa da ciò che Chiesa non è.

Uno dei concetti-base tutt'altro che scontato, è l'origine della Chiesa. Secondo una larga tradizione patristica, la Chiesa si origina con l'evento della Pentecoste, un dato assodato alla maggioranza dei cristiani attuali i quali, però, non ne sospettano le conseguenze pratiche.

Se la Chiesa si origina con la Pentecoste, evento carismatico per eccellenza, ciò significa che la sua caratteristica principale ed essenziale è carismatica: essa è la porta del Cielo, ossia della trascendenza, oltre la quale c'è l'increato ossia Dio.

Questo comporta inevitabilmente tutta una serie di altre conseguenze:

  1. La Chiesa non può non essere il luogo nel quale, in qualche modo, si sperimenta la realtà ultraterrena. Anche se questa sperimentazione non può essere frequente, è certo che non può essere assente! Il fatto di sostare dietro alla porta di un appartamento abitato ci farà sentire dei rumori e delle voci, o prima o poi! Se non si sente mai niente è segno che quell'appartamento è vuoto o che siamo sordi noi!
  2. Se il fatto essenziale della Chiesa è carismatico, ne discende che deve abilitare e potenziare nell'uomo quegli aspetti in grado di percepire le realtà ultraterrene (aprire i sensi spirituali, cosa simbolicamente illustrata nel rito battesimale). Uno di questi aspetti è chiamato dal mondo patristico con il termine di “nous”, occhio dell'anima, o, detto biblicamente, “cuore”. Il “cuore” dell'uomo intuisce le profondità dello Spirito, la presenza trascendente, al punto che nel vangelo di Luca gli apostoli che non avevano capito con la mente di essere in presenza di Cristo, ad un certo punto si dicono l'un l'altro: “Non sentivamo forse ardere il cuore dentro di noi mentr'egli ci parlava per la via e ci spiegava le Scritture?”. Questo effetto empirico non ha nulla a che vedere con il sentimentalismo con cui spesso si legge e si travisa questo passo evangelico. È il segno di una potenzialità spirituale nell'uomo che la letteratura biblica, quella patristica e ascetica hanno ben presente ma che è stata progressivamente e drammaticamente persa lungo i secoli.
  3. Ne consegue che nella Chiesa la “bussola spirituale” non può che prevalere ed essere superiore ad ogni altro genere di potenzialità umana. La stessa razionalità umana, per quanto abbia un suo valore, è assolutamente secondaria e sta sullo sfondo dinnanzi all'agire di questa bussola.

Se, invece, l'aspetto spirituale, inteso come intuizione concreta della realtà trascendente, non esiste più, quanto sta sullo sfondo emerge e prevale. Avviene un fenomeno analogo a quello del mare quando si ritira ed emergono gli scogli.

L'esaltazione ipertrofica della razionalità nell'ambito della fede è una di queste conseguenze e indica il ritiro della spiritualità dalla vita dell'uomo. In Occidente quest'esaltazione è iniziata con le scuole teologiche di Carlo Magno le quali hanno iniziato a dare uno stile differente alla stessa teologia occidentale che, fino ad allora, si trasmetteva negli ambienti monastici. Le scuole carolinge e quelle che ne continuavano a trasmettere i presupposti, erano particolarmente affascinate dalla ragione e pensavano che, con l'uso della razionalità, fosse possibile penetrare i misteri di Dio, seppur in via analogica.

Ci chiediamo perché fino a poco prima nessuno lo aveva mai pensato! Ci chiediamo anche perché in Oriente nessuno abbia mai percorso questa via (si veda il pensiero e l'ironia di san Gregorio di Nazianzo a tal riguardo). La risposta risulta evidente se si osservano i 3 presupposti che ho sopra esposto.

Schema interno di una chiesa contemporanea.
Una chiesa vuota di spirito, nella quale costantemente si nota il vuoto
dello Spirito, non è più chiesa, avesse pure mille timbri
e mille approvazioni da parte degli uomini.
Se il fine della Chiesa è spirituale per cui apre ed espande nell'uomo delle capacità spirituali, la ragione obbedisce allo spirito e tace davanti alle manifestazioni dello stesso. Ecco perché per i santi l'unica vera disgrazia è il peccato, null'altro!

Se, viceversa, il fine della Chiesa è filosofico, essa non può che produrre concetti su concetti, riempire la testa con affermazioni, produrre documenti a non finire che se non lo fa si crede morta e improduttiva. Ma è questa l'attività vera della Chiesa?

Da qui nasce tutta una diatriba spesso improduttiva e senza fine sul tema “ragione e fede”. I paladini della “fides et ratio” pensano che la ragione sia un dono a vera e propria immagine di Dio, un Dio che tende in realtà a divenire espressione della loro intellettualità. Essi in buona fede vogliono contrastare il razionalismo moderno ateo ma si pongono esattamente sullo stesso piano dei loro cosiddetti nemici. Come potranno offrire una alternativa? Ecco, allora, l'idea che si deve dialogare sempre, a tutti i costi, pure contro ogni evidenza contraria.

Invece la vera ragione della Chiesa non sta in un dialogo, spessissimo impossibile con chi le è avverso. Sta nel mostrare umilmente una vita le cui radici sono eminentemente ultraterrene, spirituali, chiamando bene ciò che è bene e male ciò che è male.

Per questo Dio nella Bibbia non “entra in dialogo” con il suo popolo, nonostante si dica il contrario. Si rivela, ossia si mostra per quel che è. Da questa rivelazione – che in forme differenti continua nella Chiesa neotestamentaria – il popolo trae i principi per la sua vita e si crea una tradizione.

Ecco perché il Cristianesimo, pur avendo una sua “filosofia” e una sua “cultura”, non è filosofia e cultura in senso proprio. Ed ecco perché non è possibile battere infinitamente sulla ragione.

Qualcosa del genere, seppur trasposto in modo differente, lo ritroviamo nel discorso paolino tra carne e spirito. È un discorso da leggere e meditare in profondità. Per san Paolo lo spirito è una realtà che trascende la carne ma è conoscibile ed è ben evidente. La carne, viceversa, è quella realtà creata propria all'uomo, una potenzialità ma pure un suo limite. San Paolo avendo conosciuto di persona la profondità e l'incommensurabile tesoro dello spirito conclude in modo tranciante: “Se vivete secondo la carne voi morrete; ma se mediante lo Spirito fate morire le opere del corpo, voi vivrete” (Rom 8, 13). La carne intesa in senso lato, consiste anche nell'esaltare oltre il debito la ragione, nel porla sopra ogni cosa, nel far della Chiesa la serva della razionalità (con la scusa di Dio).

Mi rendo conto che è un discorso duro ma è l'unico da farsi per recuperare l'identità vera della Chiesa, almeno in se stessi. Questo tipo di discorso è sempre emerso nei momenti di crisi della Chiesa, sia in Oriente sia in Occidente anche se attualmente l'Occidente non è sempre in grado di accorgersi dell'ipertrofia del razionalismo nella vita della Chiesa e nella sua stessa teologia e molti suoi ambienti soccombono miseramente alle ideologie del secolo. (Oggi assieme al razionalismo teologico, c'è l'altra faccia della medesima medaglia: l'irrazionalismo teologico che punta al puro sentimentalismo, succedaneo alla spiritualità).

Fu davanti all'affacciarsi del razionalismo teologico che, nel XIV secolo bizantino, scoppiò la famosa polemica tra Gregorio Palamas, alfiere del monachesimo, e Barlaam il Calabro, insegnante di greco del Petrarca e filosofo pre-umanista. Barlaam si muoveva appoggiato a criteri assolutamente razionalisti e, in un certo senso, è l'antesignano di un certo razionalismo teologico contemporaneo che porta inevitabilmente ad un certo scetticismo teologico la cui corsa si esaurisce in un ateismo bello e buono.

L'agnosticismo filosofico che Barlaam dirigeva inizialmente contro i latini, durante il suo soggiorno costantinopolitano, non poteva che cozzare contro Palamas. La polemica inizia qui e ha una sua prima risposta da parte di Gregorio Palamas: Cristo incarnandosi ha stabilito nell'uomo una conoscenza soprannaturale, distinta dall'intellezione ma eminentemente reale, ben più reale di ogni conoscenza filosofica! Barlaam che, fuggendo a Costantinopoli, si era allontanato dal realismo intellettuale della scolastica, finiva per collidere con il realismo mistico dei monaci orientali poiché, in realtà, rimaneva ingabbiato in categorie unicamente razionali.

Palamas non era contrario alla razionalità e alla filosofia ma vi si opponeva quando queste invadevano il campo teologico in quegli aspetti che sono propri all'ineffabilità di Dio. Davanti all'ineffabilità divina l'uomo non può dire nulla né può farne una filosofia analogica, per quanto possa viverla e patirla. Ecco la Pentecoste che continua nella Chiesa!

Perciò Palamas non dà alcun credito sulla conoscenza divina dei filosofi ellenisti e sviluppa una dottrina realista della conoscenza soprannaturale che coinvolge l'uomo intero – anima e corpo – il quale vi può accedere non per le sue forze ma per la Grazia dello Spirito.

Tutto questo pone in primo piano la preghiera e la vita liturgica nella Chiesa, dal momento che questi sono mezzi di unione con il divino.

Ma nel momento in cui è totalmente oscurato l'aspetto trascendente del cristianesimo e il motivo reale per cui è fondata la Chiesa, gli elementi accessori divengono principali ed essenziali: la razionalità (razionalismo teologico) ha il sopravvento e la stessa liturgia non può che divenire momento d'incontro sociale.

Allora si possono fare certi assurdi discorsi di un prete friulano contemporaneo, famoso nel campo sociale e culturale ma assolutamente nullo dal punto di vista tradizionale cristiano: “Io non prego mai il breviario e in pratica non faccio vita di preghiera. Ma siccome faccio molta attività sociale di beneficenza, in realtà prego sempre” (citazione a memoria tratta da una delle opere di don Pierluigi di Piazza). Non meraviglia che proprio gente come lui si sia ubriacata di allegrezza con l'avvento del papa argentino...

Qui la Chiesa come incontro del soprannaturale con la dimensione naturale non esiste più e non vi si crede neppure, anche se esisteranno molte architetture filosofiche e razionali con le quali essa si presenterà al mondo.

Questa, però, non è la Chiesa del Nuovo Testamento, quella inaugurata da Cristo ma una antichiesa.

I cristiani, a digiuno delle più elementari nozioni con cui riconoscerlo, vengono morbidamente e gentilissimamente trasformati in qualcos'altro e ne sono pure felici! Più assurdo di così...

giovedì 2 ottobre 2014

Un libro sui sacramenti nell'ottica ortodossa


Le Editions du Cerf hanno recentemente pubblicato un nuovo libro di Jean-Claude Larchet dal titoloLa vita sacramentale”, continuazione di due precedenti libri sulla Chiesa (“La Chiesa, Corpo di Cristo, Natura e struttura”, volume 1; “I rapporti tra le Chiese”, volume 2).

“È solo nella Chiesa di Cristo, poiché è il suo corpo e poiché lo Spirito santo è presente e attivo, che l'uomo può ricevere la pienezza della grazia, fonte di tutti i beni spirituali attuali e futuri. Questa grazia gli è comunicata in Cristo per mezzo dello Spirito, attraverso i sacramenti”.

In
questo volume di 600 pagine, l'autore analizza ciascuno dei principali sacramenti, la sua natura, i suoi fondamenti storici e il ricco significato simbolico nella sua attuale forma. Mostra contemporaneamente le sue relazioni con la vita comunitaria e le sue implicazioni per la vita cristiana.

La maggior parte dei
dibattiti attuali (intercristiani o interortodossi) sono trattati in modo approfondito, ad esempio per quanto riguarda: i modi di amministrare il battesimo; il momento della crismazione; la natura dell'Eucaristia; la frequenza e le condizioni per comunicarsi; la natura e lo scopo del matrimonio; la possibilità del divorzio e le  condizioni per un nuovo matrimonio; i problemi posti dai matrimoni misti; il modo di trattare pastoralmente le convivenze; il senso, il ruolo  e le forme della confessione e le sue relazioni con la comunione; il campo d’applicazione dell’unzione dei malati; la natura dell’ordine sacro e le esigenze e le responsabilità del ministero sacerdotale.

L'autore
risponde a molte domande pratiche: i sacramenti hanno un ruolo terapeutico? Con quale frequenza e come ci si deve confessare? Come dobbiamo prepararci per la comunione? A chi s’indirizza il sacramento dell’unzione dei malati? C’è un matrimonio per tutti? Con quali condizioni si tollera il divorzio? Che sanzioni esistono per i chierici caduti in peccato? I sacramenti agiscono da soli (ex opere operato)? Che deve fare il fedele per beneficiare concretamente della grazia sacramentale?

Questo
libro si riferisce particolarmente alla Scrittura, ai Padri e alla tradizione canonica e liturgica della Chiesa ortodossa ed è un vero e proprio manuale di vita ecclesiale. Sarà integrato da un volume dedicato alla vita liturgica.

lunedì 29 settembre 2014

L'unica cosa essenziale


"Il mio amore per te è per sua natura, grazie al Cielo, spirituale. È simile all'amore mostrato dagli angeli. L'amore elimina le distanze e i legami tra noi non si rompono in questa vita, nonostante il fatto che uno è distante dall'altro, né dopo la vita, quando esistono anche distanze maggiori. Esse divengono assai piccole perché siamo uniti dall'amore che è Gesù Cristo".
(Estratto da una lettera dell'Anziano Paisios, 17 settembre 1975). 

"Gli uomini hanno i loro progetti [per far andare a rotoli il mondo] ma anche Dio ha i suoi [per ristabilire l'ordine]". Anziano Paisios.



«Ora ti rifesco di un momento in cui l'Anziano Paisios mi diede un gran dono spirituale, poco prima della sua morte. Avevo l'abitudine di prenderlo e portarlo fuori dal Monte Athos per andare al monastero di Souroti viaggiando con la mia auto. Si tratta di un viaggio che dura da 2 a 3 ore, a seconda di quanto si corre. Lungo la strada, abbiamo discusso di varie cose. Ad un certo punto gli chiesi: "Padre com'è Dio? Per favore, dimmi un po' di Lui. A cosa è simile Dio?". Ora, quello che stavo chiedendo lo chiedevo davvero. Gli stavo domandando di dirmi qualche parola. Cosa sia Dio, se è così o colà. Padre Paisios non mi rispose, abbassò la testa assorto nella preghiera solo per un istante, meno di un minuto. Ed ecco che i cieli mi si spalancarono improvvisamente. Stavo guidando e stavamo facendo diverse curve nella strada quando immediatamente iniziai a sentire la presenza di Dio! Dentro l'auto, nella collina, in alto tra le stelle, nella galassia... Sentii la sua presenza ovunque. Infatti allora ero ansioso riguardo alla sorte del mondo, su come le cose stavano prendendo piega nel mondo e via dicendo. Non mi ero reso conto che tutto è nella mani del Signore. Nulla si sposta, neppure la foglia più piccola, senza la volontà di Dio».

Athanasios Rakovalis, scrittore, Tessalonica.

Sacra rappresentazione

Ecco un esempio di sacra rappresentazione, parte integrante della liturgia ortodossa: la lavanda dei piedi. L'esempio che traggo si celebra nella chiesa russo-ortodossa a Mosca. Mentre il diacono canta il vangelo, il patriarca, rappresentante Cristo, segue passo passo quanto il vangelo narra. Si toglie gli abiti pontificali, si riveste dell'asciugamano e passa a lavare i piedi a dodici chierici simboleggianti gli apostoli. Giunto all'ultimo, che impersona san Pietro, ne ascolta il dialogo, ossia l'iniziale diniego dell'apostolo e la sua seguente accettazione, dopo essere stato rampognato da Cristo.
Questa è una sacra rappresentazione ma non toglie nulla alla sacralità del momento liturgico. Interessante da osservare soprattutto tenendo conto di come, in troppe chiese del nostro Occidente, la teatralità ha invaso la liturgia togliendole, al contrario di questo caso, la sua valenza sacra.