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domenica 19 marzo 2017

La forza del simbolo liturgico e il suo rifiuto

Un signore mi ha raccontato il fatto seguente: 

«Vent'anni fa ero assiduo frequentatore di una comunità religiosa nella quale si officiava nella liturgia latina tradizionale. Un giorno i religiosi stavano preparando la chiesa per una messa pontificale da celebrarsi il giorno seguente. C'era tutto: il trono del vescovo, le sedi dei diaconi e dei presbiteri, i libri e i paramenti liturgici. Ero amico del sacrestano che mi faceva vedere come si disponeva la chiesa per l'occasione. Mi caddero gli occhi sulle chiroteche (i guanti) che il vescovo avrebbe indossato per la liturgia. Per curiosità le presi in mano e ne indossai una. Vedendo la mia mano guantata, ebbi una imprevista e immediata reazione: sentii dentro di me che l'aver indossato quel guanto liturgico, gesto che non voleva essere irrispettoso seppur dettato da una innocente curiosità, mi faceva male dentro perché mi rappresentava per quello che non ero affatto. Immediatamente lo levai, come se l'oggetto mi scottasse, e lo misi dove stava originalmente».

Il racconto può sembrare banale ma non lo è affatto e vedremo subito il perché.
Il simbolo liturgico indica uno "status" un modo di essere, una funzione ben precisa. Un abito liturgico non può, perciò, essere indossato per altri scopi che per quelli per il quale è stato confezionato, non può essere indossato da altre persone se non dai cosiddetti sacri ministri perché esteriorizza uno "status" interiore; è l'esteriorizzazione di una realtà spirituale. L'esterno deve corrispondere all'interno!
Laddove tutto ciò non sussiste, il simbolo liturgico confligge con il contesto (che siano persone o luoghi) nel quale viene posto, diviene formalità che svuota di efficacia e senso l'azione liturgica, oltre a privarsi di senso in se stesso!
Ecco perché il soggetto di questa storia sente che quel suo ingenuo gesto gli ha "fatto male dentro".
E, d'altronde, basta avere un minimo di sensibilità per accorgersi di tutto ciò! Una volta, proprio per questo, il presbiterio non era "liberamente calpestabile" come lo è oggi e ci sono Chiese dove, penso agli etiopi, non solo non è concesso entrare nel presbiterio ma nella stessa chiesa si entra senza scarpe...

Al contrario, attorno a noi esiste la tendenza generalizzata a diminuire i simboli, a cancellarli se non ad invertirli (nei casi deprecabili delle "messe nere"): i vescovi (nel mondo cattolico) tendono a non assumere più tutti i paramenti che un tempo indicavano la pienezza del sacerdozio, i sacerdoti riducono sempre più i loro e, in pubblico, appaiono sempre più come dei semplici laici.

Temo che qui non ci sia solo un semplice "timore" ad apparire o la condanna per trionfalismo dell'apparato liturgico esterno, ma un'inconscia paura verso il simbolo il quale evoca una sacralità che, in un animo impreparato, è fonte di imbarazzo, se non di fastidio. Questo potrebbe spiegare da quali animi è nata la spoliazione delle chiese e il pauperismo delle sciattissime liturgie cattoliche odierne. I vecchi di un tempo, se avessero visto questa moda clericale, l'avrebbero giudicata così: "Sembra il demonio che ha paura dell'acqua santa e ne fugge via"... 

Il simbolo, infatti, parla ancora e parla assai bene; parla a chi lo riconosce e parla, soprattutto, a chi lo rifiuta perché entra in contrasto con la sua interiorità impreparata! In fondo, l'iconoclastia nelle chiese occidentali non è che un'involontaria ma chiarissima confessione: indica chiaramente che, se non ci sono le condizioni interiori richieste, il simbolo (dunque il mondo sacrale) entra in collisione con chi non lo può sostenere. Da qui l'antipatia e l'avversione per esso che si concretizza anche in una vera e propria persecuzione verso chi lo conserva.

E qui nasce la grande domanda: una Chiesa che non è più in grado di stabilire le condizioni con cui un uomo (o un sacerdote) possa efficacemente sintonizzarsi con il simbolo e con Quanto questo rimanda (poiché la liturgia ha essenziale bisogno di simboli per rimandare al Cielo!), non ha forse fallito il suo autentico e fondante mandato?


martedì 14 marzo 2017

Dialogo tra sordi

Cattolico utopistico-modernista
ESCI dalla tua TERRA è l'invito di Dio ad Abramo SCENDETE a valle è l'invito di Gesù ai discepoli è ... la CHIESA IN USCITA descritta dai 5 verbi del n 24 della Evangelici Gaudium :
- prendere l'iniziativa 
- coinvolgersi
- accompagnare
- fruttificare
- festeggiare

Uomo tradizionale
Scusate l'intervento e se volete non rispondetemi: Uscire da cosa, dalle proprie sicurezze religiose? (Infatti il "non detto" è assai più interessante del detto in questa frase!) Ma se sono proprio per quelle che nel Cristianesimo sono stati fatti dei martiri! La "Chiesa in uscita" era una frase che vidi, anni fa, in un vecchio e ingiallito libro stampato attorno al 1968 in una biblioteca teologica di giovani teologi. Ci feci un bel sorriso di amarezza, allora, pensando di non rivedere più simile slongan tratto da un libro utopistico del sessantotto oramai ingiallito, letto dagli allora "giovani teologi" oggi totalmente scomparsi... Se i copti "uscissero" da loro stessi sarebbero letteralmente fagocitati dall'Islam (che non vede altro di farlo!) e il Cristianesimo non esisterebbe più in Egitto. D'altronde penso che fra non molto non esisterà neppure tra di noi...

Cattolico utopistico-modernista
Veramente la "chiesa in uscita" vede le sue radici qualche anno prima del '68 e dei giovani teologi ora scomparsi. Nasce dall'invito di Gesù a portare il Vangelo in tutto il mondo: "Andate e annunciate". Gesù non aveva nulla da difendere ma tutto da donare e annunciare per il bene dell'umanità intera. Poi ... ci siamo concentrati sulle difese e sulle paure. grazie

Uomo tradizionale
Gentile signore, per lunga esperienza so che è molto arduo mostrare la propria prospettiva e farla intendere a chi, in buonissima fede, non considera altro. Il suo linguaggio lo sentivo diversi anni fa da parte di gente che, ora, insegna teologia (qualcuno pure in atenei romani). Inutile dirle che pure io, nel frattempo, ho maturato un percorso sia umano che accademico. Ebbene, sono convinto che la sua sia una posizione perfettamente ideologizzata. Mi riferisco alle idee che mi esprime, non ovviamente alla sua persona verso la quale non posso dire nulla. Nel Vangelo Cristo invita ad annunciare e ad andare, è vero, ma senza mai abbandonare quanto ricevuto, una identità ferrea, stabile (non per nulla Simone prende il nome di Kefas "Pietra"!), che non tarderà a manifestarsi adamantina e integerrima nella prima epoca patristica. L' "Andare e annunciare" è strettamente vincolato ad una identità chiarissima, non è mai a detrimento di ciò, fino al punto da essere tutt'altro rispetto a quello che il mondo propone. Tale identità è strettamente legata al concetto di tradizione, che tipicizza ogni religione antica, Cristianesimo compreso, fino alle soglie dell'età moderna dove, solo allora!, si inventa l'individualismo religioso da cui in definitiva discende anche l'ideologia che la influenza, come pare! Oggi, purtroppo, per quell'ideologia a cui accenno e di cui forse non è cosciente delle conseguenze, il Cristianesimo si deve de-cristianizzare e Cristo divenire una generica cifra nel quale si può vedere un operatore e giustiziere sociale e ben poco più (se va bene!). Questo "Cristo-decristianizzato" non ha più nulla del "Sophos" (sapiente), più nulla del maestro spirituale (cos'è mai divenuta la spiritualità in casa nostra?), tanto meno è il fondatore di una tradizione attraverso i suoi discepoli e gli uomini cristificati di ogni epoca. In perfetta coscienza e senza alcuno spirito polemico, da quello che ho appreso fino ad oggi sono convinto che questo non è affatto Cristianesimo. Spiegarla diversamente con la questione di "paure e difese" (argomenti ad hominem che fanno effetto solo su menti molto semplici!) ha poco senso: o si è in comunione con tutto quanto ci rappresenta nel passato (non formalmente ma realmente) o non lo si è affatto. Se non lo si è, ci si è sradicati e si può parere un po' patetici, come quelle sette cristiane che pensano, da sole e senza tradizione alcuna, di essere in collegamento reale ed efficacie con le origini del Cristianesimo. Liberi di farlo, ovviamente, ma onestamente si deve dire di essere una cosa "ben diversa". La tradizione bene intesa, infatti, è essenziale al Cristianesimo come l'aria da noi respirata, non è affatto opzionale o intercambiabile o, peggio!, abolibile. La tradizione non è sinonimo di paura o di difesa ma semplicemente di VITA in Cristo. Tutta la storia del Cristianesimo ce lo mostra e dimostra. L'idea di vederla negativamente sarebbe parsa semplicemente blasfema a tutti i più rappresentativi uomini di Chiesa. È la tradizione che forma gli uomini poiché non è l'uomo per se stesso o la sua autorità ad essere importante, nel Cristianesimo, ma Dio. Le auguro di cuore buona giornata!

Cattolico utopistico-modernista
Scusi per la mia patetica e semplice ignoranza, mi inchino ai suoi titoli! e le ricordo che proprio questo atteggiamento è il problema: tradizione come identità non Cristo come prospettiva. Buon cammino a lei.

Uomo tradizionale
Mah, è facile buttarla in ironia, vede, d'altra parte non è mia intenzione offendere lei ma criticare certe idee che reputo bislacche: tradizione-identità e Cristo, bene intesi, non sono in opposizione ma in inscindibile unità, dove una conduce all'altro. Il fatto è che tutte le religioni storiche si esprimono come "tradizione" la quale è, se è possibile fare un paragone, il letto di un fiume che conduce la sua acqua. Pensare ad un fiume (fede cristiana) significa pensare contemporaneamente all'acqua (Cristo) e al suo letto che la conduce (tradizione). Dissociare le due cose - invitando in nome della fede ad "uscire" dalla propria tradizione religiosa vista come una sicurezza umana - è impresa solo moderna (fine rinascimento, dicevo) e precedentemente era assolutamente inaudita. Tutto questo non sono io a dirlo ma appartiene al patrimonio della storia delle religioni. Cristo stesso, dunque, si muove nell'alveo della tradizione (non abolisce uno iota ma porta a compimento) e il divorzio con la sinagoga avviene solo quando agli apostoli è impossibile continuare la preghiera nel tempio (a causa degli ebrei che li disconoscono). Altrimenti forse sarebbe in qualche modo continuata poiché la tradizione non si abbandona mai, nell'insegnamento di Cristo. Il soggetto postmoderno che pensa utopisticamente di prescinderne, in una religione storica, è come un pesce fuor d'acqua ed è tutto l'insieme di queste cose che lo indica chiaramente (non io!). A questo punto ognuno deve tirare le sue conclusioni senza però tirare in campo pseudo argomentazioni come quelle della paura e delle difese che alla fine sono cavalli di troia per spaccare quel poco di tradizionale che oramai rimane nel mondo cattolico occidentale... Auguri belli per la sua vita!

martedì 7 marzo 2017

La consacrazione dell'Eucarestia: prospettiva occidentale e orientale.

Premessa 

Ho sempre evitato di entrare dettagliatamente in certi temi perché, soprattutto su internet, ci sono animi poco disposti ad un esame obbiettivo dei dati storici e amanti, piuttosto, della polemica con uno stile più consono alla taverna che all'accademia. Un recente esempio emerge da qualche blog cattolico (1) dove si ama polemizzare gratuitamente, pasticciando questioni storiche con istanze apologetiche nate soprattutto col “senno di poi”. Per questi signori, tutto ciò che non è latino-cattolico-tridentino, è sospetto ed è almeno potenzialmente alterato, poiché solo la loro posizione è totalmente priva di alterazioni in quanto magicamente assicurata da una promessa divina. È, questo, un assioma che suona molto fastidioso a chi vede le cose storicamente, dove continuità e cambiamenti agiscono sempre, ovunque e contemporaneamente e la cosiddetta verità religiosa può essere a tratti oscurata per poi essere ripresa, quando non viene definitivamente affossata. 
Oltretutto, l'assioma suddetto impedisce di considerare posizioni differenti dalle proprie proprio perché fa assolutizzare se stessi, finendo per assolutizzare anche quanto è storico e relativo (2).

Costoro aggravano la loro posizione - già criticabile - con affermazioni dove i piani si confondono e tutto si rende indistinto: sarebbe a causa dello scisma da Roma che i “dissidenti orientali” hanno alterato la loro dottrina. Questa totalizzante affermazione, da provare caso per caso, ha la stessa ingenuità di quella del legato papale, il cardinale di Silva Candida, quando sosteneva che “I Greci sono rei di aver tolto il filioque dal Credo greco che originariamente lo aveva”. Ogni storico serio si farebbe a buona ragione beffe di tali affermazioni infantili! Invece, incuranti di tutto, costoro continuano a lanciare affermazioni iperboliche, se non proprio insensate, pensando di essere interessanti, senza fermarsi un attimo a riflettere. Pensano, così, di essere una valida alternativa all'acuta crisi del Cattolicesimo? (3) 

Personalmente cerco di evitare di scadere in visioni ideologiche. A tal fine, dinnanzi a complesse e contrastanti problematiche religiose, invito anche il mio lettore ad assumere un atteggiamento un po' distaccato e freddo. 

Spiegazioni differenti alla consacrazione eucaristica 

Questo tema è molto impegnativo. Il lettore non pretenda un esauriente trattato cosa che, per altro, potrebbe forse annoiarlo. Il tema nasce da una richiesta, avvenuta un paio di settimane fa, con la quale un mio lettore di lingua spagnola mi chiedeva l'opinione sull'attuale posizione vaticana riguardo all'anafora (o prece eucaristica) di Addai e Mari. In quella sede, mi limitai ad una rapida risposta. 
Quest'anafora, però, tira in ballo una grossa questione. Tale preghiera consacratoria della Chiesa assira orientale, è totalmente priva delle parole dell'ultima Cena sul pane e sul vino con cui Cristo istituisce l'Eucarestia. 
Mentre alcuni decenni fa il Vaticano ufficialmente ne rifiutava la validità, ultimamente afferma il contrario. 
Cosa c'è a monte? 

Dinnanzi a questa contraddizione è controproducente argomentare apologeticamente (e ideologicamente!), con quello slogan per cui le “Chiese scismatiche” orientali sono “eretiche” e il Vaticano odierno, seguendole, è caduto nello stesso errore. Come ho già detto, questi sono discorsi da taverna: accendono gli animi, fanno credere di aver capito tutto quando, al contrario, è necessario osservare le cose nella loro complessità senza facili semplificazioni. 

La posizione classica del mondo romano-cattolico, è quella per cui la consacrazione del pane e del vino avviene quando il sacerdote, che agisce “in persona Christi”, ossia come lo stesso Cristo, pronuncia sulle specie eucaristiche le parole dell'ultima Cena riportate nei Vangeli. Dall'epoca scolastica, si parla di “transustanziazione”, ossia di cambiamento della sostanza del pane e del vino in quella del Corpo e del Sangue di Cristo. 

La posizione classica del mondo ortodosso-cattolico o bizantino, è quella per cui la consacrazione del pane e del vino avviene quando il sacerdote, che è tramite tra Cielo e terra, chiede allo Spirito santo d'intervenire per la trasformazione delle specie eucaristiche in Corpo e Sangue di Cristo. Questa posizione non ama una spiegazione razionale come la “transustanziazione”, afferma la realtà del mistero ed evita volutamente di entrare in suoi possibili dettagli. Le due posizioni hanno entrambe dei precedenti storici nell'epoca patristica nonostante i Padri non abbiano esposto la loro dottrina eucaristica nei termini propri della Scolastica medioevale. 
Ecco due esempi relativi alle due posizioni (4)

a) Per la prima, che definiamo “istituzionale-sacerdotale”, citiamo Fausto di Riez († 492 circa): «Infatti il sacerdote invisibile [Cristo] con la sua parola, con segreto potere, trasforma le creature visibili [il pane e il vino], nella sostanza del suo Corpo e del suo Sangue, dicendo così: Accipite et comedite: Hoc est corpus meum. E ripetendo la consacrazione (sanctificatione), dice: Accipite ... et bibite: Hic est sanguis meus» (5)

b) Per la seconda posizione, che definiamo “pneumatico-carismatica”, citiamo Giovanni Damasceno († 750) che, per quanto posteriore a Fausto di Riez, non esprime una dottrina originale ma opera una sintesi del pensiero greco precedente: « ... Dio disse: Questo è il mio corpo, e: Questo è il mio sangue, e: Fate questo in memoriale di me, e ciò si realizza in forza del suo onnipotente comando fino a quando egli verrà ... Infatti, come tutto quello che Dio fece, lo fece attraverso l'opera dello Spirito santo, così pure ora l'opera dello Spirito santo produce le cose che superano la natura... Anche tu ora domandi come può il pane diventare Corpo di Cristo, e [come possono] il vino e l'acqua [diventare] il suo Sangue. Anch'io ti dico: Lo Spirito santo discende, e realizza quelle cose che superano ogni discorso e pensiero ... Così il pane preparato sulla protesi, e parimente il vino e l'acqua, attraverso l'invocazione (διὰ τῆς ἐπικλήσεως) e la discesa dello Spirito santo, si trasformano nel Corpo e nel Sangue di Cristo; e non sono due cose, ma un'unica e medesima cosa» (6)

La spiegazione del Damasceno è, poi, ulteriormente precisata dall'ultimo mistagogo bizantino, Simeone di Tessalonica (XIV sec.) per il quale i doni eucaristici non sono consacrati attraverso il sacerdote per mezzo dello Spirito santo, ma attraverso lo Spirito santo, per mezzo del sacerdote (7)

Nel primo millennio queste due prospettive convivevano, per quanto l'Oriente bizantino, come l'Oriente cristiano in genere, sottolineasse di più la seconda mentre l'Occidente si ritrovasse meglio nella prima. Nel VII secolo, durante la crisi monotelita, Massimo il Confessore, risiede a Roma e diviene consigliere papale. Pare che lo stesso monaco abbia fornito un apporto sostanziale agli atti del sinodo romano contro il monotelitismo sostenuto dall'allora imperatore costantinopolitano. Massimo, nella Mistagogia che gli viene attribuita, non parla direttamente di come avviene la trasformazione eucaristica. Si può, tuttavia, supporre che, concordemente con la maggioritaria visione greca, sostenesse una posizione “pneumatico-carismatica”. Se allora questo fosse stato un problema, lo avrebbe escluso da ogni collaborazione teologica. In quel tempo, a differenza di oggi!, qualsiasi ombra nel pensiero teologico avrebbe reso il suo autore totalmente inattendibile minandone irrimediabilmente l'autorità. Lo stesso si deve dire vicendevolmente: Massimo non trovava ombre nella dottrina teologica del papa romano che difendeva a spada tratta contro inutili polemiche bizantine. Si può facilmente dedurre che, per un certo periodo, le due accentuazioni convivessero, esattamente come conviveva il filioque latino (ben differente da quello di origine franca e da non confondersi con esso!) con la monarchia del Padre nella Trinità, cara al pensiero trinitario patristico greco. Da un certo punto in poi, queste posizioni (come fu per il filioque) entrano in conflitto. Il conflitto nasce, evidentemente, perché da qualche parte c'è un'esasperazione del pensiero teologico, esasperazione forse pure strumentale. 

Sappiamo certamente che, nel Medioevo, la teologia era la più valida arma politica: Venezia, per rivendicare la sua indipendenza dal patriarca aquileiese (longa manus dell'imperatore germanico), s'impossessò delle reliquie dell'apostolo san Marco. Allo stesso modo, per rivendicare i territori di propria appartenenza, l'imperatore germanico doveva, come fece meno efficacemente Carlo Magno, “provare” l'eresia di quello bizantino. 

Così, iniziarono e si trascinarono diverse polemiche tra Oriente e Occidente, polemiche che non cessarono neppure molto tempo dopo. Constatiamo, allora, due divaricazioni avvenute in tempi e modalità differenti: 

1) l'esclusiva spiegazione “istituzionale-sacerdotale”, in cui, di fatto, si mette in ombra la determinante azione dello Spirito santo nell'Eucarestia. Tale spiegazione si rinforza, non casualmente, quando in Occidente il monachesimo sprofonda in un'interminabile crisi e trionfa un'ecclesiologia in cui è centrale e predominante il ruolo sacerdotale. Inutile dire che, dopo la riforma luterana, il ruolo sacerdotale, che si sente attaccato, si arrocca esaltandosi ancor più. Questo stato di cose non è affatto ininfluente alla visione eucaristica latina ed è saggio tenerne conto! 

2) L'esclusiva spiegazione “pneumatico-carismatica” che appare, probabilmente, già nell'anafora di Addai e Mari. Tale anafora non cita le parole dell'ultima Cena perché, evidentemente, non le ritiene essenziali, riferendosi ad esse in modo solo implicito: «[...] abbiamo ricevuto per tradizione l'esempio che viene da te, rallegrandoci, glorificando, esaltando, facendo memoria e celebrando questo mistero grande e terribile [...] nella memoria del Corpo e del Sangue del tuo Cristo, che noi offriamo a te sull'altare puro e santo, come tu ci hai insegnato, [...] sacramento vivificante e divino che io posso amministrare al tuo popolo, il gregge del tuo pascolo». Gli studiosi attribuiscono a tale anafora una buona antichità (III sec.). Quindi, in alcune parti dell'Oriente cristiano già anticamente, se il presente testo ci è giunto incorrotto, si faceva leva su una prospettiva esclusivamente “pneumatico-carismatica” con la quale si motivava la consacrazione dell'Eucarestia. 

L'Oriente bizantino, pur non arrivando a questo estremo, non tardò a polemizzare contro l'esclusivismo della posizione precedente, sostenuta dal mondo latino. Come fu per il “filioque franco”, non è irreale pensare che la polemica nascesse perché la teologia nascondeva, non estemporaneamente, interessi tutt'altro che teologici. 

Conclusioni 

Date le premesse e lo svolgimento di questo breve discorso, si può concludere come segue. 

1) La posizione tradizionale cattolico-romana, non è così antica come si vuol rappresentare, dal momento che anticamente, pur preferendo la spiegazione “istituzionale-sacerdotale”, non escludeva quella pneumatica poiché la riteneva ugualmente valida. Massimo il Confessore, nel VII secolo, rinviene in Roma una Chiesa perfettamente ortodossa. L'esclusione pare avvenire solo più tardi ed essere certamente definitiva nella mentalità cattolico-tridentina. 

2) Per la mentalità cattolico-tridentina, è impossibile ammettere la validità dell'anafora di Addai e Mari per cui il recente documento vaticano che lo fa, è chiaramente contraddittorio con le posizioni cattoliche di almeno 60 anni fa. 

3) Sembrerebbe, dunque, che il mondo cattolico-romano odierno voglia raggiungere la posizione teologica alto-medioevale, dal momento che si può giungere ad ammettere la validità dell'anafora suddetta solo facendo leva sulla prospettiva “pneumatico-carismatica” o, quanto meno, presupponendola. 

4) Tuttavia, tutto un insieme di situazioni, nonché lo stile del pontificato cattolico-romano attuale, ci fanno sospettare che le posizioni teologiche vaticane non vanno in direzione di una riaffermazione dell'assetto alto medioevale, quanto in una direzione teologica almeno potenzialmente indifferentista. È questo il punto più dolente nel quale concentrarsi, lasciando perdere le sterili e solite polemiche che, a volte un certo tradizionalismo cattolico ama scatenare contro il mondo ortodosso, portatore nonostante tutto e nonostante opinioni contrarie, dell'antica posizione dei padri greci. 

Traditio Liturgica

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Note

(1) Mi riferisco al post Un documento ecumenico che tocca la dottrina sulla validità della santa Messa: il documento sull'anafora di Addai e Mari, in “Chiesa e postconcilio”, a questo indirizzo internet, data di lettura 8 marzo 2017.

(2) Ricordo lo stupore addolorato di un sacerdote romano-cattolico, per altro non tradizionalista, quando assistette ad una Divina Liturgia bizantina dove il celebrante greco, prima della comunione, non metteva solo due o tre gocce d'acqua nel calice di vino consacrato, come d'uso nel mondo latino, ma un'intera piccola brocca, il cosiddetto zeon! Il chierico cattolico era scosso perché sentiva in se stesso la contraddizione tra quanto il Cattolicesimo sostiene (la validità dell'Eucarestia ortodossa) con una sua prassi dai presupposti tomistici (non si può annacquare il vino consacrato, pena la perdita di consacrazione dello stesso). Questo succede quando si assolutizza una spiegazione razionale a scapito di una comprensione più ampia del mistero!

(3) Il tradizionalismo cattolico ha anche lati ampiamente positivi, non lo nego, soprattutto quando fa appello ad una integrità religiosa, oggi fin troppo equivocata. Ciononostante, ha pure aspetti pesanti che non sono visti come tali perché viene fatta una lettura assolutistica su tutto, anche su quanto francamente non lo merita. Così, passa facilmente dall'integrità all'integrismo religioso. In pratica, non si tratta di negare una delle prospettive emerse dalla storia (ad esempio quella “pneumatico-carismatica” tipica del Cristianesimo orientale a differenza di quella “sacerdotale-istituzionale” tipica del Cristianesimo occidentale) ma di capirne le ragioni, cosa che in questo caso i tradizionalisti cattolici fanno molto confusamente confondendo i piani perché impegnati ad affermare una ben precisa lettura della storia (la loro!) dove non deve esistere spazio per altro, nel caso immediatamente denigrato come “fuorviante”, “scismatico” o “eretico”, perché “disunito da Roma”. Tale lettura sfocia inevitabilmente in una ideologia. Purtroppo non se ne rendono conto, per cui tra ideologia e storia è meglio che venga meno quest'ultima, come affermava candidamente un vescovo infallibilista inglese, mons. Manning, al concilio Vaticano I (Il dogma, che per lui era qualcosa di molto ideologico, doveva “sconfiggere la storia!” nel caso in cui potesse accampare prove che lo oscuravano e lo negavano). Siamo dunque dinnanzi al trionfo di una preconfezionata lettura degli eventi. Se poi a fare altrettanto sono i cosiddetti “modernisti” (di fatto uguali in ciò ai primi, seppur con altro orientamento), allora si inalberano. Che coerenza! Così, la cosa più buffa e interessante al contempo, è vedere come il tradizionalismo coglie profondamente i limiti del suo stesso impianto di pensiero (nel caso in cui diviene ideologia) ma lo fa solo in riferimento ai suoi avversari “modernisti”, impedendosi, in tal modo, di fare il passo successivo: applicare tale analisi a se stesso! Siamo come dinnanzi a due fratelli che a volte camminano storti piegando male il piede destro, l'uno, e sinistro, l'altro. Uno vede i limiti dell'altro ma nessuno dei due lo fa per se stesso, perché si pensa indiscutibile in nome di Dio o della propria coscienza!

(4) Non si creda che necessariamente tutta la patristica greca sia uniformemente schierata in un senso e quella latina in un altro. Ci sono, infatti, variazioni a seconda degli autori, dei tempi e dei luoghi. Illustrare una dottrina pensando che tutto il mondo la sostiene significa prendere a schiaffi la storia, come tende a fare chi ha una visione preordinata delle cose con la quale, quindi, vede solo quanto ha deciso di vedere. Ciononostante, si può tranquillamente affermare che, generalmente, il Cristianesimo latino tende a far prevalere una spiegazione un po diversa da quella del Cristianesimo greco e non solo su questo tema.

(5) Homilia de corpore et sanguine Domini, 2, in PL 30, 272 [omelia un tempo attribuita a Girolamo].

(6) De fide orthodoxa, 4, 13, in PG 94, 1140-1141. 1145

(7) Spiegazione sul Tempio divino, 6 [85].

giovedì 2 marzo 2017

Religione o fede, vero o falso dilemma?

Una delle consuete obiezioni che emergono dall’ambiente cattolico e non, è quella con cui si oppongono tra loro l’atteggiamento “religioso” a quello “di fede”. 

Già qualche decennio fa sentivo pressappoco quanto segue: “Dobbiamo passare dalla religiosità alla fede, perché Cristo, nei Vangeli ce l’ha insegnato”. Recentemente c’è chi dice: “Papa Francesco ci sta traghettando dalla religiosità alla fede”. Anche nell’ambito dell'Ortodossia greca esistono autori che argomentano con questa contrapposizione dicendo pressappoco: “Il Cristianesimo non è una religione ma è fede in Gesù Cristo” (Christos Yannaras). 

È importante capire dove vuole condurre questo discorso perché, stando com’è, suona come uno slogan che, in quanto tale, chiede un immediato e acritico assenso da parte di chi lo ascolta. Chi lo fa ci benda gli occhi per portarci dove vuole lui senza che noi ce ne rendiamo conto. 

Cerchiamo, allora, di capirci qualcosa.
Nell’ambito della religiosità esistono gli atteggiamenti più disparati. È religiosità il sacrificio umano che, un tempo, praticavano determinate popolazioni per favorirsi la divinità ma è religiosità anche l’atteggiamento del pio ebreo che praticava il tempio di Gerusalemme. La “religio” è un concetto sociologico poiché indica la connessione tra i credenti di una determinata fede. 

L’avvento di Cristo ha voluto abolire l’atteggiamento religioso? Le fonti rivelate non danno una risposta uniforme: quando Cristo si trova dinnanzi ad una religiosità oramai strettamente autoreferenziale, che perde di vista l’essenzialità, la risposta è “sì”. Qui Cristo riassume tutta la legge e i profeti nel precetto dell’amore verso Dio e verso il prossimo per riportare tutto l’apparato legalistico-religioso ebraico al principio fondante dal quale si era disperso. 

Ma più spesso Cristo ricorda di non essere venuto ad abolire ma a portare a compimento: neppure uno iota della legge dev’essere trascurato poiché chi lo farà sarà considerato minimo nel Regno dei Cieli, egli dice. Gli apostoli lo avevano ben compreso. Lo si può evincere anche dalla loro continua pratica religiosa nel tempio ebraico: essi continuarono a salirvi per pregarvi, fintanto che non apparve chiaro che ebraismo e cristianesimo non erano tra loro compatibili essendo divenuti due sistemi religiosi differenti e, alla fine, antagonisti. 

Le fonti rivelate ci mostrano dunque un’integrazione della religiosità all’interno della fede in Cristo, non un’opposizione. L’opposizione nasce solo in quei casi in cui la religiosità si distacca dal suo principio fondativo. 

Esiste pure un altro genere di considerazioni che avvalorano questa scelta. Tutte le fedi religiose antiche hanno un culto che si esprime in forma simbolica. Il simbolismo, ben prima del Cristianesimo, fa parte essenziale del culto e qualifica la religiosità stessa poiché è il linguaggio del sacro, del rapporto con la divinità. Non è dunque un caso che, con il suo avvento, il Cristianesimo abbia assunto forme simboliche cultuali. La liturgia cristiana ha, in questo, elementi di continuità con il passato precristiano, pur avendo contenuti ben differenti. 

Il rapporto “religiosità-fede in Cristo” è pressappoco lo stesso che intercorre tra “filosofia e teologia”: la fede in Cristo non si può trasmettere convenientemente se non ha una trasmissione di tipo religioso (che ovviamente non la esaurisce nelle sue categorie, poiché la fede ha un ampio profilo di "indicibilità"); la teologia non si può esprimere convenientemente se non assume un linguaggio mediato pure dalla filosofia, filosofia che pure lei non può esaurire la teologia che ha un ampio profilo di "indicibilità" o di trascendenza. 
Solo l’eresia fa prevalere la filosofia (il puro ragionamento umano) a scapito della teologia (il dato rivelato) e solo l’autoreferenzialità fa prevalere la religiosità a scapito della fede. Normalmente, però, queste realtà agiscono in coppia, non in opposizione! 

Chiunque, ora, è in grado di vedere l’assurdo di chi oppone religiosità e fede: farlo è come pensare che l’acqua del fiume non abbia bisogno del suo letto o che il letto è dannoso all’acqua stessa che vi scorre. La religiosità sostiene la fede e la fede illumina dall’interno la religiosità. Viceversa, opporre le due porta inevitabilmente all’anemia e alla morte della fede. 

Ed è qui che, alla fine, si giunge, passando attraverso l’odio delle forme religiose o, nel caso ben conosciuto al Cattolicesimo, l’odio o l’opposizione alle forme cultuali tradizionali. 

Anche questo spiega benissimo, allora, perché attualmente il mondo cattolico viva una delle peggiori crisi della sua storia.

domenica 19 febbraio 2017

Ricevo e rispondo

Ho appena letto l'intervista al generale dei gesuiti, quell'uomo coi baffi. Adesso leggo questi interventi, e mi chiedo cosa abbiano in comune, sono due mondi diversi, due punti di vista estranei, forse con buone ragioni da entrambe le parti, così come vi possono essere aspetti positivi nello scintoismo da un lato e nell'astrologia da un altro, senza che le due "filosofie" abbiano niente in comune, niente da darsi né da dirsi. Credo che al generale dei gesuiti della liturgia, come la spiega lei, non importi assolutamente niente, anzi che la detesti. E forse non solo il generale dei gesuiti. Forse il cristianesimo resisterà e rimarrà, ma sarà altra cosa, che forse fatichiamo a immaginare? Io ormai sono troppo vecchio per avere una elasticità mentale che mi permetta di comprendere e di adattarmi; forse è come una nuova religione, e non è detto che fallisca. Tutto questo mi ricorda la fine del paganesimo antico e lo svilupparsi del cristianesimo:una erosione della mentalità e la società si è trovata cristiana prima di esserlo per fede convinta e accettata. Erano mutati i parametri generali, l'antropologia, in una zona magmatica in cui la " dottrina" , intesa come nuova ortodossia, non era più chiara e non ancora definita: una fase di stallo simile alla attuale. Verrà un nuovo cristianesimo di cui non sappiamo ancora parlare e che sarà una nuova religione? Purtroppo non è più possibile proporre la religione di quelle foto e contemporaneamente si è incapaci di accogliere le novità vaticane. Invidio gli entusiasti di questo papa, sordi ciechi sottomessi e felici. 

Sergio

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Gentile Sergio,

innanzitutto grazie per la sua attenzione. Proverò a risponderle in modo franco, sperando di non turbare qualche animo delicato.
Lei ha ragione a dire che non esiste quasi nulla in comune tra la mia prospettiva (o quella degli esempi che pongo) e la prospettiva degli esponenti della "neochiesa" Cattolica. Costoro, infatti, sono esponenti di una "neochiesa", come la definisce correttamente il giornalista Alessandro Gnocchi, definizione che io condivido perché è solo apparentemente polemica ma, in realtà, è sostanzialmente vera, sia dal mio che dal loro punto di vista.
Che la mia prospettiva (che poi non è mia in senso individuale o originale) e quella di questi signori abbiano dei lati positivi, non lo nego. Tuttavia, una prospettiva religiosa è buona non per qualche suo aspetto positivo ma per tutto l'insieme dei suoi insegnamenti che o conducono e servono alla Rivelazione o la avversano e stornano gli uomini da Dio. Non credo che non possiamo giudicare e riconoscere la qualità religiosa proposta da questo gesuita baffuto e da molti altri simili a lui. Lo possiamo e lo dobbiamo fare, se non altro per non perdere il tempo della nostra vita. Lo possiamo fare anche perché abbiamo tutti i mezzi per farlo.
Che al generale dei gesuiti possa non importare nulla della mia spiegazione sulla liturgia (che poi non è una mia spiegazione personale) ne sono più che certo e non mi meraviglia affatto. Ho vissuto abbastanza per vedere pure clero praticamente agnostico, indifferente ad ogni tematica squisitamente religiosa, quand'anche attratto solo da soldi o da sesso. Che gliene può fregare ad un clero secolarizzato di quanto entusiasma un cristiano neobattezzato o delle fatiche di chi vuole mantenersi nel retto e tradizionale cammino cristiano? Per questo, sono convinto che certi chierici sono, di fatto, fabbriche di atei, intenti come sono a inseguire il mondo e ad osservarne con cupidigia tutte le passioni. Da tempo essi hanno scambiato la vita cristiana con il vitalismo mondano ...
Infatti già negli anni '80 dei seminaristi (ora sacerdoti e insegnanti di seminario, nonché docenti in facoltà pontificie), chiedevano tra il serio e il faceto ad alcuni loro nuovi compagni: «Cosa possiamo imparare da chi è appena venuto dal mondo?». Figuriamoci oggi che, morte le generazioni più tradizionali, sono divenuti una schiacciante maggioranza e stanno nella "stanza dei bottoni" della Chiesa cattolica!

Chi ha un minimo di sensibilità, di formazione culturale e di buon senso come fa a dare credito ad una versione così sfigurata di Cristianesimo, quale molti di essi di fatto impongono? E se non è possibile darle credito, figuriamoci adattarsi ad essa, come dice lei!
Si conforti, dunque, perché la sua difficoltà ad accettare il "nuovo ordine religioso" non deriva dalla vecchiaia che le rende difficile adattarsi ai cosiddetti "cambiamenti". Le proposte sfornate da questi signori, in realtà, non sono semplici cambiamenti - in una certa misura, i veri cambiamenti sono necessari e vitali - ma degli autentici imbrogli, in buona o cattiva fede non ha, poi, molta importanza. Fa bene chi, vedendole, se ne fugge più lontano possibile. Se lo facessero tutti, costoro sarebbero costretti ad accorgersi cosa sono anche se, forse, neppure allora avrebbero il coraggio di ammetterlo!

I segni odierni preludono, forse, all'avvento di un nuovo Cristianesimo o, più realisticamente, ad una nuova religione universale, come lei acutamente si chiede?

In parte, forse, sì ma la cosa mi lascia totalmente indifferente e non mi rattrista affatto perché lascio che "i morti seppelliscano i loro morti". Infatti, credo che Cristo non è un filosofo, un uomo come me e lei, vissuto e morto per sempre. Egli è Dio, vivo e attuale. L'insegnamento da lui lasciato, custodito  e vissuto sapientemente nei secoli da uomini santi e ortodossi indica la verità  per l'uomo, l'unica direzione nella quale è possibile estinguere la sete di eternità insita nel cuore umano.

Una liturgia tradizionale e priva di eresie, se pregata e vissuta, agisce nell'animo come la presenza di una mano benedetta che accarezza e solleva (*). Questo intervento di grazia non interviene nelle liturgie di "platica", confezionate con idee psicologiche di uomo, impotenti ad elevarsi e impotenti a richiamare l'intervento celeste, che attraggono la maledizione del salmo, quella dell'uomo che confida esclusivamente nell'uomo e lo isola dal Cielo. Tutto ciò non è determinato da tempo, cultura, luogo geografico ma dall'unica legge dello spirito, ben conosciuta a chi pratica lo Spirito, della quale si riempiono la bocca i "novatores" senza, tuttavia, conoscerne veramente leggi e presenza, poiché essi seguono e vedono solo criteri umani. Essi, infatti, sono tentati di credere che le "leggi celesti" sono miti primordiali ai quali l'uomo attuale non può e non deve credere più. Sostituiscono, dunque, il Dio rivelato con una razionalità umana priva della luce della grazia. Fatto ciò, credono di aver raggiunto il mondo secolare e di dialogarvi da cristiani. Non si accorgono, però, che hanno abbandonato il Cristianesimo e sono amati dall'altro per il semplice fatto che sono oramai come lui!

Tutti quei signori che, con tali caratteristiche, costruiscono una nuova religione o quanto meno la favoriscono, dentro o fuori il Cristianesimo, gesuiti o altro, di fatto non tengono conto di Dio poiché in pratica non gliene importa nulla. Essi sono chiusi in un mondo di soli artifici e calcoli umani, cosa comprensibile in un ragioniere, in un economista o in uno statista ma totalmente estranea a chi segue veramente Cristo. 

Ed è proprio questo l'inizio del loro fallimento e della loro tragica fine, come cristiani e preti! La stessa "neochiesa", nata già vecchia, seguirà a ruota la loro sorte e, dovesse pure durare un altro po', avrà lo stesso destino di una donna sterile: "Chi non semina con me, disperde", dice Cristo. E se lo dice lui, c'è da crederci davvero!

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Nota

(*) A ulteriore conforto di quest'affermazione mi giunge la recente notizia (vedi qui) di un esperimento compiuto in Ucraina da uno scienziato il quale ha analizzato i campioni di sangue a persone prima e dopo che esse pregassero. Le persone erano di varie estrazioni sociali e culturali. Ha notato in tutti un notevole miglioramento di certi valori ematici. C'è da sottolineare che non tutte le preghiere "funzionano" perché devono esserci determinate caratteristiche e sia il soggetto orante che il testo pregato non possono essere indifferenti alla verità rivelata. 

giovedì 16 febbraio 2017

Udine una volta

Uno scorcio fotografico
della religiosità friulana di un tempo
Fotografie tratte dal Sito dei Beni Culturali
della Regione Friuli Venezia Giulia

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Basilica delle Grazie
Cerimonia in onore di
mons. Luigi Quargnassi (1867-1945)


Il chiostro della basilica era usato come
luogo processionale liturgico. Oggi non più.


È l'umanità di un tempo in continuità con riti vetusti,
assorta, provata dalla vita, forse rassegnata
ma con una fortezza e compostezza oggi rare a trovarsi.


Messa Prelatizia al tronetto (momento del Gloria)


Messa Prelatizia (canto dell'Epistola)


Messa Prelatizia (canto del Vangelo)


Messa Prelatizia (offertorio)


Messa Prelatizia (elevazione dell'Ostia)

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Basilica delle Grazie
Cerimonia in onore di
mons. Valentino Venturini (prima metà XX sec.)


Processione liturgica nel chiostro



Messa Prelatizia al tronetto

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Ingresso
di Mons. Giuseppe Nogara (1872-1955)
nella diocesi di Udine






Messa Pontificale in Cattedrale


Messa Pontificale alla Basilica delle Grazie

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Messa Pontificale mons. Anastasio Rossi

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Ordinazioni sacerdotali
Cattedrale di Udine (anni '40 del XX sec.)



Presentazione e prostrazione degli ordinandi


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domenica 12 febbraio 2017

La grafica estetica nei libri liturgici

Parlare della grafica e dell'estetica nei libri liturgici è cosa ardua, in un mondo come il nostro che non ha alcun tempo per cose del genere, facilmente giudicate come "inutili". Se si ragiona in questo modo, è ovvio!, divengono in un attimo "inutili" pure secoli di arte...
Dal momento che sono convinto del contrario, amo indicare ai miei cortesi lettori che un bel libro non è solo questione di estetica ma coinvolge molte più cose, cuore compreso.


Propongo due esempi tratti dalla liturgia cattolico-latina preconciliare (quella successiva non m'interessa affatto, anche perché in più punti si allontana sensibilmente dalle comuni radici cristiane). Un esempio è stato preparato da me, dopo aver realizzato il font tipografico tratto direttamente dal libro, e uno è facilmente reperibile nel web (compilato con il comune font "Times").
Nel primo esempio la scelta tipografica ricalca esattamente l'originale, un Missale Romanum edito negli anni '40 del XX sec., libro particolarmente elegante. La chiarezza di lettura è elevatissima. Il carattere, pur non essendo grassetto, non da adito ad alcuna difficoltà d'interpretazione. Tale carattere, non esistendo affatto, mi ha obbligato alla sua realizzazione. Il font ha caratteristiche che lo rendono utilissimo per questo genere di lavori tra cui i segni grafici seguenti, introvabili nei fonts comuni (la "f" fusa con la "i" o con un'altra "f" è tipica dei testi umanistici a stampa):




Nel secondo esempio, redatto da un giovane tedesco, è stato preferito il carattere "Times". La pagina appare piatta, come "slavata". La lettura non ha la facilità del primo esempio.

Una grafica estetica non è facile da trovare se si va in Europa orientale, area che non ha conosciuto la sensibilità umanistica verso il libro tipica dell'Europa occidentale. Nei paesi ortodossi normalmente ci si accontenta di libri con grafica sommaria. Una certa eccezione è rappresentata, in questi ultimi anni, dai libri editi dal monastero di Simonos-Petra ma, è necessario sottolinearlo, uno dei suoi principali responsabili, padre Makarios, è di origini ... francesi!

Auguro a chiunque voglia intraprendere la strada editoriale per dei libri di liturgia, o per semplici dispense, di non scegliere le vie più comode, ma quelle più classiche anche se chiedono molto più lavoro. Un libro liturgico, per il suo contenuto, dev'essere obbligatoriamente bello, non cosa di poca fatica e conto perché, oltre a dire molto di più sullo stesso contenuto, dirà qualcosa anche su chi lo ha realizzato.