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martedì 23 agosto 2016

Comunità benedettine...

Nei pressi di Prosecco, località in provincia di Trieste famosa per il suo vino, c'è un piccolo monastero di monache benedettine. Il monastero è dedicato a san Cipriano. Originalmente le religiose risiedevano nel centro storico di Trieste, in un antico stabile. Non potendo più rimanervi, hanno trovato una nuova sistemazione in una località tranquilla che ben si presta alle esigenze di un monastero. Il nuovo complesso offre una buona impressione, ha le dimensioni di una grande casa ed è accogliente, non incute soggezione come certi antichi palazzi padronali. L'aria del monastero sa di buono. Ci si rende conto che ci sono delle persone che pregano e vivono tranquillamente. Seppur la mia visita è stata fugace, nulla mi ha comunicato delle disarmonie, come quelle che talora si sentono provenire da locali con famiglie difficili e problematiche.

La vita pacata dei monaci è quanto il nostro mondo dimentica ma, in realtà, è quanto di cui avrebbe bisogno: negli ambienti monastici è normalmente assente quel nervosismo che riempie l'aria delle nostre città, troppo piene di negative polluzioni mentali.

Sono giunto nel monastero in un momento in cui le monache cantavano il vespero domenicale, metà in latino e metà in italiano, secondo uno schema proposto dall'Abbazia di Praglia (Padova) e che, a mio modesto avviso, pare essere piuttosto ridotto per essere praticato nei monasteri.
Entrando in chiesa sono finite le mie percezioni positive perché ho subito avuto una sorpresa: non esiste alcuna separazione tra il coro delle monache e l'area riservata ai laici. In questo modo, chi entra è come se fosse quasi tra le file delle monache stesse. Strana cosa questa, poiché tutto ciò non dovrebbe essere consentito, se non altro per motivi di ordine pratico: così la preghiera delle monache non è per nulla custodita ed è facile che chi entra ed esce le distragga.
Al posto dell'altare la chiesa ha una mensa, al centro del coro monastico. Non esiste, dunque, alcuna separazione tra il santuario (nel qual centro normalmente c'è l'altare) e il coro. Come il coro è di fatto confuso con il piccolo spazio della chiesa che funge da navata, così il coro è confuso con il santuario. Si può tranquillamente dire che chi ha progettato questa chiesa, forse con l'approvazione delle monache stesse, ha mandato la simbolica ecclesiale a farsi benedire!
Sulla mensa, brillava un solo cero. "Buffo - mi son detto - nel mondo cattolico si è passati dalle 6 o 4 candele sull'altare a sole 3 candele. Poi anche queste sono parse troppe e si ha preferito metterne solo 2. Ora qui brilla una sola candela!".
Ovviamente queste non sono affatto pure esteriorità o questioni formali ma rimandano a tutto un modo di sentire che, evidentemente, è cambiato con il tempo trascinando anche gli ambienti dei monasteri, normalmente più conservativi.
Verso la fine dell'ufficio monastico è iniziata la preghiera d'intecessione. Dal gregoriano, che stabiliva un piano dignitoso e alto di preghiera, ho avuto la sensazione di scendere in uno scantinato: le preghiere d'intercessione erano improvvisate dalle monache stesse e non avevano, perciò, uno stile liturgico ma un semplice stile pietistico personale; erano espressione di quella che un tempo si definiva "devozione privata". Qualcuna di loro si dilungava in poco opportune descrizioni cronachistiche di fatti e avvenimenti, qualcun'altra raccomandava un trattamento dignitoso ai rifugiati, come vuole papa Francesco. Nessuna, ovviamente, pregava per la conversione di tali persone... 
Questa parte aveva introdotto una cesura tra la preghiera ufficiale, la liturgia, e la preghiera personale e individualistica facendo decadere la liturgia stessa, immiserendola, alterandone la natura. Le monache benedettine avrebbero dovuto saperlo, essendo appartenenti ad un ordine attento alle res liturgicae ma, evidentemente, sono pure loro vittime dell'incredibile confusione dei tempi attuali.

Notavo tutto ciò in modo discreto a chi mi accompagnava. La monaca più vicina a noi dava segni di fastidio per la nostra discretissima presenza critica. Che dire? La mia mente volava in certi monasteri bizantini dove, al contrario, nonostante l'entrare e l'uscire di fedeli e monaci per i bisogni della comunità, nonostante il rumore delle cucine poco lontane, la preghiera continua lo stesso per tutti, la pietà non si lascia distrarre da nulla, la devozione non scade mai in pietismo individualistico: è tutto un altro mondo!
Al contrario, il fastidio della monaca per la nostra presenza mi faceva pensare di non essere in una chiesa, nella quale il sacro permea tutto, anche l'infante che piange in braccio alla mamma, ma in una biblioteca oxfordiana, dove al minimo rumore di pagine sfogliate, qualcuno solleva lo sguardo e rimprovera silenziosamente chi lo causa. Qui, allora, si stava su un piano psichico mentale, non tanto su un piano spirituale!
A questo punto mi sono mosso e sono subito uscito di chiesa verso luoghi per me più ricreativi...

martedì 9 agosto 2016

Simbolo e allegoria...

Ho da un po' di tempo un libro che mi fu prestato da un sacerdote cattolico, ora canonico confessore di una Cattedrale, sulla divina Liturgia di san Giovanni Crisostomo. Questo sacerdote è sempre stato un grande estimatore del mondo ortodosso e, mi ricordo, mi presentò questo libbricino come se fosse un gran tesoro. In realtà il libro non è gran che ed è per certi versi pure criticabile, poiché è stato fatto in modo molto sommario. Tuttavia non è del libro che voglio parlare ma di questo prete. Costui ha studiato con scrupolo ogni pagina della pubblicazione, sottolineando alcune frasi che riteneva significative. Non è una persona sguarnita intellettualmente poiché ha alle spalle un dottorato universitario il che rende più pesante ogni suo eventuale errore.
Alcune volte egli ha riportato piccoli appunti sul bordo. Uno di questi ha attratto la mia attenzione. Mentre il testo recita: “L'elevazione del santo pane simboleggia, per san Giovanni Damasceno, l'elevazione del Signore in croce”, il “pio” prete scrive a matita: “allegorismo”.

Una semplice parolina, quasi insignificante, si direbbe.
Eppure tale parolina ha attirato la mia attenzione perché il medesimo “pio prete” che si crede tanto ma tanto vicino all'Ortodossia l'ha scritta più e più volte.
A questo punto ho voluto vederci chiaro.

Cos'è un'allegoria?
L'allegoria è una figura retorica con la quale si sottintende qualcosa, partendo da un determinato contesto. Quanto si sottintende è un'idea astratta. Ad esempio, la lonza, il leone e la lupa, citati nella Divina Commedia di Dante Alighieri, rappresentano la lussuria, la superbia e l'avidità.
L'allegorismo è un uso abbondante dell'allegoria.

Cos'è un simbolo?
Il simbolo si riferisce a qualcosa di reale e concreto che soggiace dietro l'apparenza di una realtà. Per i santi Padri, la liturgia è simbolo della realtà celeste, non è una semplice “idea astratta”, poiché la realtà celeste si manifesta realmente, anche se misteriosamente, dietro le parole e i gesti della Liturgia.



Questo è così vero che san Nicola Cabasilas ha una visione molto realistica della Liturgia, non ne fa un gioco intellettuale, poiché per lui come per tutti i Padri, essa è un luogo di trasformazione spirituale attraverso i simboli presenti che agiscono attivamente.

Se si leggerà qualsiasi altro scritto patristico si troverà lo stesso realismo che nulla ha da spartire con l'intellettualismo o l'astrattismo.


Ora i lettori si chiederanno con me: «Che cavolo ha capito questo “pio” prete che si pensa tanto ma tanto vicino al mondo ortodosso?» Nulla, evidentemente, poiché ridurre ad allegoria quanto per i padri è simbolo, significa rendere la stessa Messa, che lui celebrerà, a semplice giochino di parole e di idee. E se questo “pio” sacerdote è uno dei meglio disposti, verso le antiche liturgie e verso l'Oriente cristiano, proviamo ad immaginarci cosa saranno gli altri, privi della sua cultura e della sua disposizione d'animo! Non è che, dietro la parola “allegorismo” questa gente coltivi, senza averne profonda coscienza, una vera e propria miscredenza? È il mio forte sospetto, dal momento che usare il termine "allegorismo", nonostante nel testo si parli chiaramente di "simbologia", significa ridurre il realismo della fede a mera idea!! La liturgia, per questo prete è una raccolta di idee, ossia è un allegorismo, che ne abbia piena coscienza o no.

Purtroppo oramai gran parte del mondo cattolico è nello sbando totale ed è bene stare molto ma molto attenti da esso poiché, come abbiamo visto, con una sola parolina è in grado di smontare totalmente l'impianto di vigorosa fede che un tempo antico la Chiesa aveva ....

venerdì 8 luglio 2016

La troppa umanizzazione del Cristianesimo ne determina l'evanescenza

Nelle librerie è uscito un libro controverso di cui non è mia intenzione fare pubblicità ma che mi stimola qualche riflessione da condividere con i miei amabili lettori.
Qua e là ho già parlato dell'evanescenza di una spiritualità vera e solida, nel nostro vivace mondo occidentale, e della sua sostituzione, negli ambienti religiosi, con concetti psicologici o psicoanalitici. Quando una religiosità è retta prevalentemente dalla sola psicologia si umanizza e finisce per divenire sempre più evanescente. È dunque logico che emergano in modo prepotente i bisogni umani più elementari. 
Un conto è aver vissuto un'esperienza viva di Dio, averlo intuito dietro questo teatro mondano, esserne stati toccati dentro, un conto ben diverso è averne fatto una filosofia, un interminabile stressante discorso, una melensa consolazione affettiva.
Nel primo caso (relativo alla spiritualità) ci si sente ancorati, nel secondo (relativo alla filosofizzazione e alla psicologizzazione del Cristianesimo) non si può che continuare a fluttuare fintanto che non si è attratti da qualcosa di "meglio".

La vicenda umana e spirituale di Krzysztof Charamsa, mi pare, rifletta una condizione generale di gran parte del mondo cattolico che, a mio modesto avviso, è avviluppato in uno psichismo che ha ben poco di "spirituale", un po' come se fosse una mosca in una tela di ragno. Le stesse omelie di papa Francesco, se le si osserva attentamente, non sono spirituali ma molto "psichiche" o psicologiche, che dir si voglia. Ed è logico che, muovendosi sul piano prettamente psicologico, quindi eslcusivamente antropologico, si finisca, o prima o poi, per far trionfare certi bisogni che qualsiasi essere umano sente scoppiare dentro. Penso sia assolutamente facile (oltre che ridicolo) confinare la vicenda del Charamsa in un universo astratto o semplicemente perverso, come se alcuni presupposti del mondo cattolico non avessero influito sulla sua personalità. Il fatto è che, nei secoli, la progressiva riduzione del Cristianesimo a qualcosa di puramente umano, filosofico, idealistico e psicologistico sta conducendo all'esaurimento di ampi settori del Cattolicesimo, dopo averne rose non poche colonne portanti. I preti sono le prime vittime di questa crisi che vivono sulla loro pelle e iniziano a saltare come dei quadri elettrici sottoposti ad un'eccessiva tensione. 
Vista così, la vicenda del Charamsa è infinitamente più inquietante ma, probabilmente, più indicativa poiché mostra un'istituzione che, oramai a vari suoi livelli, si sta totalmente sfilacciando mentre alcuni suoi ambienti affondano tra lo sgomento di non pochi ...

sabato 2 luglio 2016

L’omicidio dell’akribeia per l’oikonomia e il suo successivo suicidio

In questo post accennerò brevemente e chiaramente a certi temi morali che si dibattono da molto nel mondo cattolico. Per mesi nel Cattolicesimo è stata invocata la “misericordia” nei riguardi di chi vive forme diversificate di convivenza dicendo che tali persone sono credenti di “serie B” dal momento che non possono accedere all’eucarestia. Questo e discorsi analoghi sono tediosi e molto pericolosi e dirò il perché. Con tale affermazione s’invoca un’applicazione generosa della legge morale un’oikonomia, per dirla con linguaggio tecnico greco. Se non si applica tale oikonomia si finisce per non essere dei veri cristiani e, qualcuno dice, si è dei rigoristi attaccati alla legge, come i farisei di un tempo.

Per uscire dai rovi di questi discorsi semplicistici e confusi e capire qualcosa di più bisogna interrogare la storia e comprendere le scelte di fondo dell’antico Cristianesimo, assai più rigoroso di quello attuale.

San Paolo ai suoi cristiani chiedeva addirittura di non sposarsi, poiché il Signore, per lui, stava per venire e un matrimonio li avrebbe, almeno parzialmente, distratti dagli inderogabili obblighi della vita cristiana (discorso rigoroso ossia che segue l’akribeia, detto con termine greco). Poi, vedendo la realtà, san Paolo decide di applicare l’oikonomia: “È meglio sposarsi che ardere!”.

Cosa c’indica il passo paolino? Che il fine delle posizioni rigorose di akribeia è quello di mantenere aperto il cammino verso Cristo, di mantenere viva nel cuore del credente la coscienza della realtà di Dio. La legge rigorosa non ha senso per se stessa ma per scrollare l’uomo e indicargli il cammino verso il Cielo, un cammino che non è facile per nessuno. Questo perché l’uomo, lasciato ai suoi soli criteri personali, si autogiustificherebbe subito con quel criterio utilizzato spesso e che si riassume nella seguente frase: “Se ti senti bene così, allora va bene così”.
Per la Chiesa questo discorso, che può essere valido per la psicologia, non ha senso. La Chiesa non si muove con la psicologia (come oramai accade spesso in Occidente) ma con la spiritualità che sta su un piano totalmente diverso e implica vere e proprie percezioni interiori. La seconda non è necessariamente contro la prima ma ha fini e prospettive che la prima non può avere per sua stessa scelta.
Perciò l’oikonomia della Chiesa è sempre fatta per portare all’akribeia o quanto meno per tendere verso essa, l’applicazione larga della legge morale è fatta per portare ad un’applicazione sempre più rigorosa.
Faccio un esempio:
Nel caso di due conviventi non sposati, la Chiesa dovrebbe chiedere ad entrambi se vogliono amare Cristo. Se sì, dovrebbe loro ricordare che questo comporta una sequela che, come per tutti, impone anche dei sacrifici. Cristo accoglie tutti ma non li vuole lasciare come sono e chiede loro pian piano di cambiare per assumere la “veste nuziale” e poter entrare nella stanza dello Sposo (cfr. Mt 22, 1-14 ).
Il cambiamento o metanoia, è prima di tutto un atteggiamento interiore, è l’ammissione che nessun uomo è perfetto dinnanzi a Dio, che la nostra è una natura ferita, passionale, dunque soggetta ad oscurarsi e a chiudersi a Dio.
A quest’atteggiamento interiore e spirituale deve corrispondere pian piano una scelta esteriore e pratica: due conviventi o si sposano regolarmente o rinunciano all’uso della sessualità. Nella Chiesa la sessualità è regolata, non lasciata all’arbitrio o al capriccio personale. Tale regola ha come fine ultimo quello di non oscurare l’animo dinnanzi alle realtà celesti poiché l’uomo nell’abbondanza e nella possibilità di far ciò che vuole si taglia inevitabilmente da Dio finendo per dire a se stesso: “Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e datti alla gioia” (Lc 12, 19).

Se la scelta della castità non si può fare, anche per umani e ragionevoli motivi, la vita cristiana sarà inevitabilmente sempre piuttosto marginale alla Chiesa (*). Ciò non significa essere di “serie B” o esserne fuori, significa aver scelto da se stessi un luogo in cui stare e in quel luogo Dio aiuterà le persone di buona volontà nella misura a Lui nota e possibile.
Dal mio punto di vista, se i conviventi non hanno rapporti sessuali per un certo tempo, la Chiesa può anche ammetterli ai sacramenti, ma sempre agendo con attenzione. In questo modo è fatta salva l’oikonomia e non si intacca l’akribeia.

Molto differente è il caso che si sta cercando di attuare: partendo dalla constatazione puramente psicologica che l’amore di due conviventi è uguale (o più elevato) all’amore di due persone regolarmente sposate, si dice che esiste una vera e propria ingiustizia a non ammetterli ai sacramenti. Esiste, dunque, chi li vorrebbe ammettere immediatamente e sempre, cosa che si fa già.

Siamo dinnanzi al caso di una oikonomia che uccide l’akribeia: chi fin ora ha seguito la via rigorosa si sentirà tradito dalla stessa Chiesa! Non ci si accorge, per di più, che tale oikonimia, dopo aver ucciso l’akribeia, non può che uccidere se stessa! Infatti, rimosso il valore della conversione, dichiarata de facto l’identica dignità di ogni forma di convivenza (probabilmente vero psicologicamente ma non spiritualmente), appoggiati unicamente su una visione psicologica e non spirituale dell’uomo, si giunge inevitabilmente al detto: “Se ti senti bene così, allora va bene così”. Questo alla lunga può veramente portare all’agnosticismo e all’abbandono di ogni pratica religiosa poiché l’uomo si concepisce autosufficiente, ossia bastante a se stesso.

Credo che in Occidente il mancato dosaggio sapienziale dell’oikonomia, l’ideologica e pregiudiziale condanna senza appello dell’akribeia, la mancanza di una prospettiva spirituale sostituita in gran parte da concezioni psicologiche porteranno alla fine dello stesso Cristianesimo.

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(*) Questargomento è spinoso. In un contesto che esalta all’inverosimile la sensualità e la sessualità  - fino al punto incredibile da paragonare le relazioni trinitarie a quelle sessuali - risulta quasi impossibile valorizzare la continenza sessuale. In realtà la Chiesa l’ha sempre  valorizzata (come non poche religioni storiche) perché l’uso indiscriminato della sessualità sfibra le energie dell’anima, abbassa o acceca la coscienza spirituale, snerva l’intuito interiore. Il logion evangelico "Beati i puri di cuore perché vedranno Dio" non è pronunciato a caso e non si riferisce neppure ad una semplice condizione ultraterrena, oltrepassata la vita presente. L’intuizione della presenza divina è come l’ascolto del rumore leggero del vento (e anche qui non è un caso che la Scrittura riferisca che la presenza di Dio sta nella brezza - 1 Re 19, 11-13): come sarebbe impossibile sentire il rumore leggero del vento se ascoltassimo musica a tutto volume, così è impossibile intuire la presenza divina in un animo dedito ai piaceri sensuali e disperso nella molteplicità del mondano. Non è dunque un caso che tutte le religioni che coltivino un minimo di spiritualità sostengano la continenza sessuale, cosa alla quale sono chiamati in determinati periodi a praticare pure gli sposi cristiani. Se, viceversa come sta succedendo, quasi un’intera Chiesa perde di vista la spiritualità sostituendola con la psicologia, è inevitabile non capire più la continenza sessuale. La ribellione verso essa finirà per essere addirittura favorita da una concezione della vita legalistica e moralistica, dal momento che pure questa è sganciata da ogni genere di spiritualità ed empeirìa cristiana o equivoca la spiritualità con una concezione religiosa puramente psichica, un sottoprodotto della stessa sensualità dove Dio è un zuccheroso bonaccione mille volte distante dal "Dio sabaoth" della rivelazione biblica.
Inoltre, a ben osservare, la cosiddetta "sessuofobia" e il disprezzo del corpo, atteggiamenti malati che l’Oriente cristiano non conosce e provenienti da una matrice filosofica neoplatonica che ha affascinato il mondo latino medioevale, provengono inizialmente dalla sopraccennata conoscenza spirituale ma poi, con l'idea di migliorarla, l'hanno distorta. Perciò si deve stare ben attenti a non proiettare sulla rivelazione cristiana e sugli scritti paolini questo tipo di concezioni - alcuni dicono che san Paolo era un sessuofobo! - concezioni posteriori e che il mondo biblico era lungi dal condividere.

giovedì 30 giugno 2016

Al di là del bene e del male...

Diversi anni fa', in una scuola teologica, un allievo, ora divenuto noto biblista in Italia, amava ripetere: “Il sacro non esiste, esiste solo il santo e tutto, nel mondo, è santo!”. Da allora ho fondate ragioni per credere che quel biblista non abbia cambiato idea e, anzi!, l'abbia portata alle sue estreme conseguenze.

Ricordo in altre accademie teologiche che ricordare la lotta tra il bene e il male presente costantemente nel mondo e, tra l'altro, ricordata da san Giovanni nel suo vangelo, era causa di non poco imbarazzo. “Meglio non portare l'attenzione su questo tema!”, mi si diceva. 
Allora non capivo per quale motivo esisteva tale avversione. Oggi sì.

Quasi tutto il mondo cattolico è divenuto refrattario a quel realismo evangelico con cui si presenta la vita del cristiano come una tensione per raggiungere il bene e un combattimento a volte aspro per respingere il male. Se attorno agli anni '70 e '80 esisteva questa repulsione nell'ammettere tale realismo evangelico, oggi abbiamo superato e di molto quello stadio. Oggi siamo al di là del bene e del male. Se, infatti, si deve ammettere un concetto di bene non si può non ammettere, almeno implicitamente, un concetto di male. Ma siccome non si vuole accettare la nozione di male nel campo della fede (che corrisponderebbe a quella di peccato, di eresia, di ribellione), allora è la stessa nozione di bene che viene meno.
Dal momento che pare non aver senso parlare di peccato, di eresia e di ribellione a Dio, allora non ha senso neppure affermare il suo contrario: grazia, ortodossia e umile obbedienza a Dio. Se ci pensiamo, non è casuale che proprio tali temi siano quasi scomparsi dall'omiletica cattolica! Oggi “obbedire a Dio” significa  praticamente proporre solo un progetto di tipo sociale. Gli altri due termini hanno avuto una sorte peggiore: sono caduti nell'oblio poiché “grazia” e “ortodossia” fanno pensare a definizioni rigorose di fede e ciò è repellente alla maggioranza dei chierici cattolici.

Tali concetti riguardano, dunque, ben da vicino gli ambienti di Chiesa e lo stesso clero; non pochi sacerdoti se ne fanno abili diffusori o ne sono semplici vittime.

L'idea che ogni uomo è “carne di Cristo”, come afferma l'attuale papa di Roma in un suo discorso del 7 gennaio 2016, è espressione di questa mentalità in cui non solo trionfa una grande imprecisione ma si tende, volente o nolente, a perdere i tradizionali concetti di bene e di male. Solo ammettendo che qualsiasi uomo è “carne di Cristo” – battezzato o meno – si può giungere ad un inclusivismo così radicale da rendere possibile l'incorporazione nella liturgia cristiana di chi non è cristiano (vedasi la lavanda dei piedi il giovedì santo amministrata dallo stesso papa).

Un tempo l'uomo più lontano, il non battezzato, l'eretico manifesto, il ribelle e il peccatore erano ritenuti membra morte o addirittura separate da Cristo, non la sua stessa vivente carne. Essi divenivano, dunque, sollecita cura della Chiesa che faceva di tutto per sottrarli dalla loro condizione, non li riteneva affatto giustificati. La Rivelazione conforta totalmente questa prassi. Il pensiero dei santi Padri, prudente, equilibrato ed armonioso, parte proprio dalle Sacre Scritture per mostrarci che chi appartiene realmente a Cristo, e ne è sua carne, è il battezzato che vive in Lui: da qui proviene l'immagine di Cristo come vite i cui tralci sono i suoi discepoli o, in generale, chi lo segue.

La Chiesa è la carne di Cristo, essendo il suo corpo, la sua estensione nel tempo e nello spazio. Ma la Chiesa non coincide con l'umanità e, soprattutto, non con quella che lo rifiuta. Ecco perché nonostante Cristo sia venuto per tutti, la sua redenzione si rende efficace solo pro multis, per molti.
Ne consegue che se ogni uomo, qualsiasi uomo, è voluto da Dio (la sua stessa nascita è, per i santi Padri, una chiamata a “cristificarsi”), non tutti gli uomini sono “carne di Cristo”, poiché diversi di essi, per loro stessa volontà, se ne escludono.
Pensare che tutti gli uomini indistintamente siano “carne di Cristo” (Cristo ha assunto la carne umana, non l'individualità di tutti gli uomini presenti e futuri né l'individualità di chi lo respinge!), significa non vedere la reale lotta tra il bene e il male esistente nel mondo attuale, significa oltrepassare ogni evidenza evangelica e reale. A questo punto, si può affermare che tutto è santo e il comportamento degli uomini diviene totalmente relativo: ciò che 100 anni fa dichiaravamo “male” oggi non lo sarebbe più.

Quest'annullamento di riferimenti fa in modo che avvengano i fatti più strani. Ad esempio, un tempo era normale pensare che l'attività di un sacerdote nel trovare i carcerati, fosse quella di confortarli nella fede o stimolarli alla pratica cristiana offrendo loro una speranza celeste. Anche a me risulta automatico pensarlo. Ma oggi crederlo non è più scontato. L'altro giorno un membro del clero, persona affidabilissima, mi ha raccontato di un suo ex confratello il quale, una quindicina di anni fa' andando a trovare i carcerati, li colmava di generi di conforto tutt'altro che evangelici: riviste pornografiche. Costui, particolarmente amato dalla sua diocesi e dal vescovo diocesano di allora, evidentemente non pensava di fare nulla di male e, anzi, credeva di beneficare particolarmente quei poveri carcerati. Già quindici anni fa' costui era oltre ai concetti classici di “bene” e di “male” e sarà stato visto come una specie di “profeta” da alcuni suoi confratelli modernisti...

È per lo stesso motivo che la liturgia in Occidente è scaduta adeguandosi spesso agli standard degli spettacoli televisivi. Se i riferimenti tradizionali non hanno più molto senso, è meglio allinearsi con quanto conta nel mondo! 
Piccola digressione: si racconta che un giorno un sacerdote cattolico si sia complimentato con un vescovo ortodosso ad Atene, per la "meravigliosa liturgia" a cui aveva assistito. Quel vescovo con lodevole coraggio gli rispose: "Ma se a lei piace tanto questa liturgia, perché voi nel Cattolicesimo avete distrutto la vostra?". L'altro non trovò parole per rispondergli. Beata incoerenza! 
Tale incoerenza nella mente di molti non si riscontra solo qui ma anche nel tema che stiamo trattando, quand'anche non ci sia una coerenza precisa nel voler rovinare il vangelo stesso.

Infatti, un conto è pensare che ogni cosa è chiamata ad esprimere il santo regno di Dio, che tutti gli uomini sono chiamati a divenire Cristo, una cosa totalmente diversa è ritenerlo già attuato, indipendentemente da tutto e dalla libertà di rifiutarlo. Crederlo scontato ed automatico non solo non è evangelico ma risponde ad un'ideologia ben precisa con la quale, alla fine, Cristo stesso non ha più senso.


Tutto ciò rimanda ad un idealismo utopistico che non è e non sarà mai espressione della Chiesa del Nuovo Testamento. In fondo, ammettere ciò è solo questione di onestà: la rivelazione neotestamentaria dice ben altre cose e solo staccandosi da essa si può pacificamente affermare il suo contrario!

domenica 26 giugno 2016

Vocazione cecchino ...

Se devo essere sincero, mi pesa un po' dover scrivere questo post ma ci sono costretto dall'inesorabile procedere degli eventi.


H
o sempre pensato, almeno fino a non troppo tempo fa', che nel mondo cattolico la gerarchia cattolica non avesse sempre riguardo dei suoi credenti con sensibilità tradizionale. In fondo un gruppo di fedeli che chiede di pregare con una liturgia latina le cui radici come sembra sono addirittura del V secolo, e che si sente maltrattare non può che creare solidarietà: si può mai rifiutare ad essi il diritto di pregare, seppure in una forma antica?


Q
uesto blog ha, come fine, anche quello di ricordare che questo non è possibile, poiché collegarsi allo spirito della patristica e dell'ascetica antica, pur attraverso la liturgia latina che io stesso ho lungamente stimato, non rappresenta che un vantaggio.


C
ome il solito, i fatti mi hanno dimostrato che ho valutato troppo positivamente certe persone, perché le vittime si stanno trasformando in carnefici... 

Infatti attualmente il campo cattolico si sta velocemente estremizzando:


-
 da un lato ci sono i “riformisti” che con papa Francesco battono la via di una prassi sempre più indifferente a dottrina e culto e, in questo modo, si sentono ponte tra varie religioni. Temo, purtroppo, che qui si vada semplicemente  verso l'agnosticismo;


dall'altro lato, ci sono i “tradizionalisti”, piccolo gruppo ma agguerritissimo, sempre più rabbiosi ed aggressivi.


È 
per questi ultimi che scrivo.

P
osso perfettamente capire la difficile situazione da essi vissuta, presi tra l'incudine di un mondo indifferente che li bistratta e il martello di un clero secolarizzato che li mette in crisi ogni giorno di più. Essi, però, stanno facendo delle mosse che risulteranno loro fatali: pensano, come al Congresso di Vienna, di poter riportare le lancette della storia indietro e di risolvere, così, ogni problema nel Cattolicesimo. Come se questo fosse mai possibile con tal semplicistica maniera!


U
n paio di settimane fa', un eremita mi ha informato che su Radio Maria, in una trasmissione molto popolare, si era parlato di Chiesa ortodossa. Purtroppo lo si è fatto con lo stesso e identico linguaggio di 70 anni fa, incuranti della storia e con la delicatezza di un elefante in una cristalleria. Si credeva, così, di “rinvigorire” la propria fede cattolica? Forse sì ma a qual prezzo? “Come si fanno a dire ancora queste cose?”, mi diceva esterefatto l'eremita, ben formato su quei temi da lui lungamente studiati e che aveva sentito trattare in modo a dir poco osceno.


I
l fatto mi ha costretto ad accendere l'attenzione in questa direzione e cosa ho notato? L'apparizione di diversi “cecchini cattolici” la cui voglia di “menar pugni” si accompagna, evidentemente, alla ribellione verso lo stato confusionale nel quale vige attualmente il Cattolicesimo. Essi sono convinti che bisogna tornare a parlare come “una volta”! Sì, ma a prezzo del più alto dispregio verso la verità storica, come se decenni di confronti e di studi non siano serviti a nulla!


Così, davanti alle notizie sul “Concilio panortodosso”, alcuni di loro hanno sollevato le critiche più acide, non so se per ignoranza o per mala fede. Probabilmente per entrambe:


«
Gli “ortodossi”, questi ribelli, eretici e scismatici! Gli “ortodossi” dal “misticismo torbido” e dal rigetto ingiustificato del “Filioque”».


C
onosco da lunga data il mondo ortodosso e sono impegnato attivamente in un continuo approfondimento su tematiche teologiche e spirituali ortodosse e patristiche. Dal mio punto di vista, potrei tirare fuori mille documenti polemici dalla “pars orientalis” contro i cosiddetti “latini”, documenti anche ben giustificati! Non lo faccio perché non mi piace schiaffeggiare le persone, neppure in nome della cosiddetta verità.


A
l contrario, su internet sempre più “cecchini cattolici” si apprestano a recuperare il bambino di una volta con l'acqua sporca, quel bambino e acqua sporca buttati via dal clero cattolico secolarizzato. Come i secondi, i primi sono incapaci di fare un distinguo, di avere un minimo di senso storico, di capire che se è il bimbo da salvare, l'acqua sporca è senz'altro da buttare. I primi e i secondi, pur su campi opposti, si manifestano essere molto simili, figli della stessa "mamma": l'ideologia.


H
o dunque fatto una vibrata ma civile protesta verso certe critiche ingenerose e assurde. Inutilmente, poiché non mi è stato dato alcuno spazio.


R
iporto, giusto per cronaca e per mostrare in che caos il mondo Cattolico sta finendo, tale protesta. È oramai chiaro che a chi era diretta non serve più: certa gente si sta spingendo in una concezione molto settaria di Chiesa, mentre i loro confratelli, dalla parte opposta, stanno marciando verso l'agnosticismo.



P
regherei la moderazione d'intervenire dinnanzi a interventi di estremisti cattolici.

I
n quanto cultore del mondo bizantino e della sua spiritualità sono particolarmente infastidito dinnanzi ad espressioni che possono nascere solo da ignoranza se non da mala fede. [...]


N
on intervengo per quanto riguarda le solite polemiche attorno al rifiuto della giurisdizione papale da parte del mondo cristiano orientale, polemiche che tutti noi conosciamo bene e che, dal punto di vista strettamente cattolico-romano hanno una loro logica, in base ai suoi presupposti alto medioevali e moderni.


S
ono tuttavia molto irritato dinnanzi a chi parla di “misticismo torbido dei bizantini” e “rigetto ingiustificato del Filioque”. Nella prima affermazione si palesa un'ignoranza indicibile che si serve di slogans ad effetto pensando che questa sia una prova dimostrativa sufficiente. Per quanto riguarda la seconda affermazione, se si osserva con molta attenzione, la dottrina trinitaria dei padri Cappadoci non ammette il Filioque (nel senso agostiniano!) mentre la dottrina trinitaria di Agostino, al contrario, lo accoglie.


P
artendo da certi presupposti si arriva a certe conseguenze: l'Occidente cristiano, partendo da presupposti agostiniani, logicamente (e comprensibilmente dal suo punto di vista) arriva all'affermazione del Filioque. L'Oriente, che non ha mai conosciuto Agostino, lo rifiuta ed è coerente in modo perfetto con se stesso.


I
 tentativi di far conciliare le due posizioni non iniziano certo da ora e sappiamo bene come sono allo stato attuale. Questo è un aspetto. Un altro aspetto ben differente è contestare i presupposti di partenza che, come ho solo accennato, sono perfettamente logici e che solo per pura ignoranza possono essere messi in dubbio.


V
orrei che la moderazione, nota per la sua prudenza e buon senso fin ora dimostrati, non desse spazio a critiche che nascono solo da amarezze ingiustificate e da voglia di “menar pugni” (come pare) altrimenti mi sentirei autorizzato (se dovessi muovermi con l'animus di alcuni) a postare interminabili polemiche contro il mondo latino, citando documenti storici, cosa che mi ripugna assai perché serve solo a creare muro contro muro.


F
accio appello almeno ad un minimo senso di civiltà che spero non sia stato ancora spento da una sterile polemica che si risolve ad essere solo fine se stessa. Grazie!



I
n nome della fede, oramai in un certo mondo cattolico si sta perdendo la civiltà e la “guerra civile” avanza tra i loro ranghi. Si lanciano, così,  sassi in ogni dove, pure verso il mondo ortodosso!





lunedì 20 giugno 2016

A cosa serve la Chiesa


Ho pensato di scrivere il seguente breve racconto per illustrare a persone disorientate, nella maniera più semplice possibile, a cosa serve la Chiesa.

C'era una volta un bravo alpinista che, nella sua gioventù ebbe molte esperienze di sentieri e di scalate montane. Un bel giorno questo alpinista si sposò ed ebbe dei pargoletti. La famigliola venne ad abitare in riva al mare, quindi assai lontano dalla montagna.
I pargoli crebbero, sentendo parlare il papà della montagna ma, tranne qualche foto, non seppero realmente cosa essa fosse né si diedero animo di volerlo sapere. In fondo il mare, con i suoi divertimenti, era per loro un gran piacere.
Ma il papà, che ben conosceva gli ambienti alpini e come questi elevano lo spirito, aveva il desiderio di mostrare ai propri figli almeno qualcosa di quanto vide in gioventù.
Così, un giorno, li portò in un negozio di prodotti sportivi, al reparto montagna. “A cosa servono questi?”, disse uno dei bimbi. “Sono scarponi chiodati – rispose il papà – e servono per camminare sul ghiaccio, evitando di scivolare sui sentieri”. “E quest'altra?”, aggiunse il secondo bimbo. “Questa è una giacca termica e si deve indossare quando si è in alta montagna altrimenti muori dal freddo”.
Il papà, più deciso che mai ad aprire i suoi pargoli a nuove esperienze, comprò loro quanto necessario per portarli almeno nel più basso rifugio alpino.
I bambini, però, per quanto non più troppo piccoli, non se la sentirono molto di abbandonare il mare, la spiaggia e il pallone caro compagno di tanti giochi. Il papà cercò di confortarli dicendo loro che solo se si fossero distaccati da tutto ciò avrebbero potuto iniziare ad aprire gli occhi su cose più belle. “Il pallone non è certo una brutta cosa, – disse loro – ma se pensate sempre al gioco del calcio, quando siamo in cammino verso la montagna, non gusterete il paesaggio, rimarrete sempre con la testa indietro!”.
E fu così che arrivò il giorno in cui papà e bimbi decisero di recarsi ai monti. L'auto abbandonò dapprima la pianura, con la sua monotona serie di paesi e case un po' tutte uguali, poi si avvicinò ai primi colli. “Che belli!, Sono la montagna?” disse uno dei bimbi. “No, affatto”, disse loro il papà. “I colli sono certamente differenti dal mare, hanno un rilievo elevato, una ricca vegetazione; il paesaggio con i colli è molto più grazioso rispetto alla pianura ma... non è affatto la montagna dalla quale si ha un paesaggio formidabile”. I bimbi lo ascoltavano a bocca aperta. Non avevano mai, prima di allora, visto i monti e iniziavano ad averne un desiderio sempre maggiore viste le premesse. “Come per il mare, non dovete ancorare il vostro pensiero ai colli, altrimenti la vostra testa non sarà libera di godervi la solennità delle montagne, i suoi aspri sentieri, i suoi paesaggi mozza fiato”.
Giunti ai primi monti, il papà invitò i figli a mettere gli abiti più pesanti comperati in negozio. Iniziarono a vedersi neve e ghiaccio. Scesi dall'auto, i figli compresero perché dovevano mettersi gli scarponi che, per quanto un po' stretti, almeno li custodivano da possibili cadute.
Ci volle diversa fatica per arrivare, sempre a piedi, al più basso rifugio che il padre voleva far loro vedere ma solo da lì essi capirono, finalmente, quello che il padre diceva loro quando raccontava, nelle lunghe notti invernali, le sue sensazioni e le sue meraviglie dinnanzi al paesaggio solenne e indicibile.

Questo racconto è molto semplice, come si vede, ma ha tutti gli elementi per poter farci capire a cosa serve la Chiesa. Uscendo dalla metafora lo si può spiegare così.

La casa al mare è la nostra vita sensoriale, riguarda i nostri cinque sensi. La vita sensoriale non è un male in sé perché ci permette di vivere nel mondo e di relazionarci con esso ma se diviene una trappola (e per molti lo è basta pensare a quelli che vivono per il piacere della gola o per altri generi di piaceri), non ci permette di andare oltre. Saremo come dei bambini che sognano continuamente il gioco al pallone sulla spiaggia, come dei fiori che, invece di farsi baciare dal sole, sono reclinati a terra. Ecco perché la Chiesa ricorda(va) di vivere i comandamenti e di staccarsi pian piano dalle passioni.

Le colline sono la nostra vita intellettuale o razionale. Anche questa non è un male in sé perché grazie alla razionalità abbiamo contribuito a costruire il nostro attuale benessere e a sviluppare le scienze. Ma se diviene una trappola (e per molti lo può divenire, basta pensare a chi si astrae totalmente dalla vita concreta o non concepisce nulla se non in modo puramente razionale) ci fa credere che la razionalità è la forma più elevata di vita umana.
Per chi è chiuso nella sola razionalità Dio è una contraddizione al pensiero, dunque non esiste. La razionalità, se sopravvalutata, diventa come una camera a specchi dove, sulla superficie di ciascun specchio, si riflette la nostra sola immagine. Ecco il razionalismo! Anche nella Chiesa ci può essere il razionalismo quando tutto inizia e finisce in se stessi, quando si fa della struttura ecclesiastica un idolo.

Le montagne sono la nostra vita spirituale. Fintanto che non c'è qualcuno che ce le fa toccare con mano, possono esserci totalmente indifferenti. Ci vuole, dunque, un “buon papà” che ne ha avuto esperienza, che conosce gli strumenti per poterle affrontare, che ci incoraggia nella fatica del cammino e, solo dopo, potremo con lui godere di quanto lui stesso aveva precedentemente goduto.

Normalmente Dio non si rivela alle persone se non dopo che costoro si sono preparate (e non ci si prepara mai da soli), dopo che le persone hanno assunto scelte adeguate (scarponi e giacche termiche sono, fuor di metafora, i sacramenti e la prassi ascetica). Contrariamente a ciò non si è in grado di affrontare la montagna, ossia la salita verso Dio e si ricade nel razionalismo. Una religiosità formale o intellettualizzata è, oggi, facilmente rinvenibile nelle Chiese.

Ed eccoci alla domanda finale: a cosa serve la Chiesa?

Serve a rimanere “al mare”, ossia a titillare le nostre facoltà sensoriali (con religiosità dolcificate, sensuali e “buoni sentimenti”)? No, affatto! Ecco perché la vera arte sacra non è e non sarà MAI sensuale! Chi rappresenta immagini sensuali di santi ci mostra chiaramente il suo livello, tutt'altro che spirituale, e ci suggerisce di rimanere in quello in modo cosciente o incosciente.

Serve a rimanere “in collina”, ossia a titillare le nostre facoltà intellettuali (scrivendo libri su libri sempre più teorici ed astratti)? Niente affatto! Ecco perché la vera arte sacra non è e non sarà mai assenza di immagini. Chi spoglia le chiese da ogni immagine ha un concetto astratto di uomo, non reale!

Serve a portare “in montagna”, ossia a preparare le persone ad un incontro con Dio, sperimentato nella propria interiorità? Sì! Ecco perché la vera arte sacra si rappresenta con forme simboliche.

Piaceri sensoriali e intellettuali sono sempre esistiti da che l'uomo esiste. L'incontro con Dio, al contrario, è garantito solo con i mezzi della Rivelazione, all'interno della vita spirituale della Chiesa (oggi quasi totalmente introvabile).

L'inganno dei nostri tempi è quello di far credere che il senso della Chiesa è quello di sfamare e sovvenire i poveri (quando qualsiasi altra istituzione lo può ugualmente fare), che nella Chiesa si può “pensare Dio”- ecco molta teologia” odierna - quando Dio non è pensabile in senso proprio ma solo vivibile....

Così “scarponi” e “giacche termiche” che abbiamo ereditato nel passato e che chiamiamo anche “tradizione” non le capiamo più e le buttiamo in un angolo: infatti chi vive in pianura o in collina non ha bisogno né degli uni né delle altre! Oggi la cosa più patetica è che molto clero ha in profonda antipatia la tradizione manifestando, dunque, la sua profonda ignoranza su di essa e indicando che il suo cuore abita in tutt'altro luogo che nella tradizione evangelica.

Una Chiesa, qualsiasi Chiesa!, che abbia dimenticato il suo unico vero fine, quello di portare le persone ai “monti”, ha, in effetti, cessato di essere tale. 
Anche se si presenta apparentemente come sempre ma dimostra di essere esistenzialmente ignorante dei “monti”, è divenuta un'altra cosa! Ecco in breve spiegata la desacralizzazione di molti ambienti ecclesiastici e il loro penoso sradicamento dalle radici apostoliche. Il semplice diritto canonico e una formale successione apostolica episcopale non sono la garanzia della verità. La verità la si riscontra solo nella capacità, in una Chiesa, di portare ai “monti” poiché la Chiesa stessa è stata creata SOLO per quello!



sabato 18 giugno 2016

Geopolitica e concilio panortodosso. Qualche considerazione di fondamentale importanza

In prossimità della celebrazione del concilio panortodosso, dal quale si sono ufficialmente dissociate già alcune Chiese in testa alle quali c'è quella russa, gli animi si surriscaldano. La defezione dei russi ha fatto gridare allo scandalo alcuni che vi vedono un gioco imperialistico, un tentativo di capovolgere le cose per portare attenzione a Mosca e disprezzare il patriarcato di Costantinopoli. Interpretazioni di questo genere in Italia sono state diffuse da Andrea Riccardi, sul sito de “La Stampa” (1), da un’istituzione della Metropoli ortodossa d’Italia facente capo al Patriarcato Ecumenico (2) e, in Francia, da un teologo dell’Istituto ortodosso san Sergio di Parigi, Jean François Colosimo (3), giusto per citare qualche fonte. Queste letture, per quanto comprensibili dal loro punto di vista, sono oggettive?

A mio avviso esse pongono la lente solo su un aspetto di una realtà assai più complessa con il rischio di dividere il campo in “buoni” (coloro che promuovono il super-concilio con il patriarca Bartolomeo) e in “cattivi” (coloro che si oppongono a tale assise o che, semplicemente, osano avanzare qualche timida critica). Se fosse così, e potrebbe certamente esserlo, saremmo davanti ad una lettura assai ideologica per non dire banalmente puerile.

Grazie ad un docente francese, proprio ieri ho avuto la segnalazione di un interessante articolo apparso in Francia qualche anno fa ma che, ancor oggi, è in grado d’illuminare alcuni probabili scenari dietro a questo concilio dell’Ortodossia (4). La cosa ha un interesse tale da travalicare i semplici confini della Chiesa ortodossa e da coinvolgere l’intero ambito cristiano. Nessuno, quindi, può dire: “La cosa non mi riguarda!”.

L’articolo, che si focalizza su geopolitica e religione in rapporto al Patriarcato Ecumenico, è stato scritto in modo serio, rispettoso, prudente e attendibile. È piuttosto lungo per cui non posso tradurlo nella sua interezza, per quanto lo ponga in appendice al mio scritto. Qui mi limiterò a segnalare qualche sua espressione significativa.

Prima, però, vorrei inquadrare l’argomento con una breve introduzione storica in modo da capire meglio la pesante posta in gioco.

L’apparizione del Cristianesimo, nella società imperiale romana, fu caratterizzata rapidamente da un conflitto istituzionale. Questo conflitto nacque sostanzialmente per “colpa” dei cristiani: essi non volevano sentirsi parte del pantheon religioso imperiale, come se fossero stati una delle tante intercambiabili opzioni religiose. Per di più, i cristiani non potevano offrire il culto all’imperatore, come a quel tempo era consueto. Questa loro posizione li rendeva sospetti e invisi all’impero: essi potevano essere il classico granello di sabbia che inceppava il ben organizzato meccanismo imperiale. Inevitabilmente, dal sospetto su di loro l’istituzione imperiale passò alla persecuzione: i cristiani con queste loro idee erano socialmente pericolosi. Dal suo punto di vista, l’impero aveva delle buone ragioni.
Dopo qualche secolo, vista l’impossibilità di rendere i cristiani parte del pantheon imperiale romano, l’imperatore cambiò tattica cristianizzando l’impero, rendendo in tal modo i cristiani funzionali al buon andamento dell’organizzazione imperiale. I vescovi, da perseguitati, iniziarono ad essere onorati e ad entrare nella corte imperiale. Non mancò, a quel tempo, chi vedeva dei pericoli in quest’abbraccio tra l’impero e la Chiesa, pericoli che, puntualmente, si verificarono e contro i quali combatterono i monaci nel tentativo di conservare il fervore iniziale della Chiesa dinnanzi al progressivo rilassamento del clero e dei cristiani.

La fine delle società confessionali in Europa, iniziata con la laicizzazione dello Stato francese agli inizi del XX secolo, determina un nuovo assetto: lo Stato non è più il “protettore interessato” della Chiesa e la credenza religiosa, per quanto oramai indifferente allo Stato, è obbligata ad avere caratteristiche differenti nel contesto sociale laico: la religione dev’essere un fatto privato, non deve rivendicare a sé privilegi che possono parere eccessivi alla laicità dello Stato.

Oggi, in un quadro più ampio come quello degli schieramenti internazionali e dell’attuale influenza americana sull’Occidente europeo, la religione deve conformarsi a determinate regole per poter essere tollerata ed essere funzionale alla gestione politica internazionale. Una di esse, lo si vede chiaramente!, è quella di farle abbassare sempre più le sue prerogative esclusivistiche. In altri termini, in una società pluralistica, composta da molte etnie e religioni, nessuna delle fedi deve creare conflitti per i suoi esclusivismi altrimenti questo impedisce la buona gestione laica della società. Per certi versi, fatte le dovute differenze, sembra di essere tornati al tempo dell’antico impero romano: tutte le religioni possono andare bene a patto che stiano in un pantheon dove, alla fine, si equivalgono. Anticamente i cristiani ebbero la forza e il coraggio di dire “no”. Oggi è così? Vediamolo.

Se il Cristianesimo abbandona il suo esclusivismo, ossia la sua convinzione che Cristo solo è la salvezza per ogni uomo in ogni tempo, che solo quella Chiesa che lo confessa in modo veritiero lo può realmente proporre, ha abbandonato la sua vera ragione di essere. Ecco perché anticamente, anche a costo della vita, i cristiani non facevano il minimo compromesso su tale materia, per quanto nella pratica accettassero, a determinate condizioni, i matrimoni con i pagani.

Le società europee del novecento considerano sempre più irrilevante la Chiesa e il Cristianesimo in genere. A livello macroscopico, la gestione politica cerca di addomesticare sempre più la Chiesa stessa in funzione di nuove condizioni di vita e di nuovi bisogni.

È da ingenui non credere che, nel Concilio Vaticano II indetto dalla Chiesa cattolica, non ci siano state forti influenze politiche esterne alla Chiesa perché il Cattolicesimo si adeguasse al nuovo corso dei tempi, un corso sempre più laico e indifferente al fatto religioso. Uno dei primi adeguamenti, forse il più importante, è stato proprio quello di ammorbidire l’esclusivismo religioso e di rendere possibile una sempre maggiore apertura verso tutte le religioni su un piano di sempre maggiore eguaglianza. Ultimamente questo atteggiamento sta toccando le sue estreme logiche conseguenze, conseguenze che, fino a sessant’anni fa, sarebbero parse inaudite e impossibili perfino agli stessi vescovi cattolici nel Vaticano II: papa Francesco augura “buon ramadan” ai mussulmani lodandoli per la loro spiritualità, lava loro i piedi facendoli divenire parte della liturgia del giovedì santo in chiesa o prega, come fece Ratzinger, nella moschea blu di Istanbul con il gran muftì ...



Questi gesti non sono fatti isolati, legati ad un gusto personale di questo o quel papa, ma fanno parte di un progressivo adattamento della religione ad un nuovo ordine mondiale nel quale essa deve manifestare un sempre minor esclusivismo. Non credo affatto che questa sia fantapolitica o fantateologia, visto come vanno le cose!
Certo, da questo punto di vista, il Concilio Vaticano II è stato una svolta fondamentale ed è stato formidabilmente utilizzato a tal scopo. All’inizio nessuno avrebbe sospettato di come poi sarebbero andate le cose. All’inizio sono state fatte solo piccole timide aperture, un po’ come oggi nei documenti preparatori al concilio panortodosso, quelle piccole aperture che hanno generato la contestazione, nell'Ortodossia, di teologi, monaci e vescovi, contestazioni rimaste prive di ascolto a tutt’oggi, evidentemente per volere degli organizzatori del Concilio (5).

Se crediamo che il Concilio panortodosso di questi giorni non sia esposto allo stesso rischio nel quale è caduto il Cattolicesimo, siamo degli illusi!

L’articolo di geopolitica a cui ho fatto sopra accenno, parla degli stretti rapporti tra il patriarca Atenagora, predecessore dell’attuale Bartolomeo, e il potere americano. Atenagora, pur nato in Turchia, aveva assunto la nazionalità americana divenendo arcivescovo ortodosso d’America. Per poter essere eletto patriarca di Costantinopoli avrebbe dovuto conservare la nazionalità turca, una conditio sine qua non imposta dalla politica turca. Il presidente degli Stati Uniti in persona fece pressione al presidente della Turchia perché Atenagora riavesse tale nazionalità e, di conseguenza, potesse essere eletto patriarca. L’articolista si chiede giustamente quale interesse avesse il presidente degli Stati uniti d’America ad appoggiare il patriarca di una Chiesa che, già allora, contava ben poche migliaia di persone e che, tutto sommato, non era così importante per un centro di potere come quello americano. In realtà quando l’America si muove lo fa sempre a ragione ben veduta e con ampie prospettive geopolitiche. Il fine è sempre quello di rendere stabile ed espandere il proprio potere. Atenagora, di cui sono stati resi noti i legami con la massoneria, si manifestò una persona particolarmente significativa: nel suo pontificato il patriarcato di Costantinopoli accrebbe di molto la sua importanza internazionale. L’America stessa s’impegnò ad appoggiare quest’ascesa del patriarcato costantinopolitano. La ragione geopolitica è semplice: per una potenza mondiale è molto meglio aver a che fare con un solo interlocutore (che rappresenta tutta l’Ortodossia) piuttosto che con molti (6).

Contemporaneamente, grazie ad Atenagora, il patriarcato Ecumenico s’impegnò nel campo dell’Ecumenismo. Quest’impegno influì sempre più sulla mentalità di alcuni ambienti ortodossi i quali, pian piano, iniziarono ad ammorbidire la loro visione esclusivistica religiosa. L’attuale patriarca Bartolomeo è perfettamente nella linea del suo predecessore e, ancor più di lui, ha contribuito all’ascesa del Patriarcato Ecumenico.
Nel frattempo, a livello di mentalità generale, nel Cattolicesimo si è passati da un ammorbidimento dell’esclusivismo ad un sempre più progressivo cammino verso l’indifferentismo religioso. L’Ortodossia, rispetto a ciò, è rimasta molto “indietro”, cosa che non pochi ambiti cristiani le rimproverano apertamente.

Com’è possibile non credere che il concilio pan-ortodosso non rappresenti una golosissima possibilità per infiltrare “aggiornamenti” come quelli avvenuti nel Cattolicesimo? Infatti, da molti decenni esiste una forte influenza di tipo ecumenico, a vari livelli, in seno al Fanar e in vari settori della stessa Ortodossia. Lo stesso patriarca Bartolomeo si è impegnato profondamente negli ambienti ecumenici e nel Consiglio Ecumenico delle Chiese (CEC).

Ora, a mio modesto avviso, gli ambienti ecumenici non sono solo animati da un desiderio di dialogo e unità cristiana, cosa in sé lodevole, ma hanno sovente forti influenze relativistiche con le quali si crede che, in fondo, ogni credenza o religione è cosa buona, ogni credenza tutto sommato è intercambiabile con un’altra. Questo relativismo è stato spesso denunciato da diversi teologi ortodossi e non è minimamente accettabile, in un’ottica tradizionale cristiana, essendo opposto ad ogni esclusivismo tradizionale (7). È, al contrario, perfettamente utile ad un nuovo ordine mondiale, alla gestione internazionale e imperiale americana a cui sopra accennavo. Non si può non vedere tra queste cose dei reali e stretti rapporti!

È questo il prezzo che il Cristianesimo e, in particolare, l’Ortodossia dovrà pagare nel tempo, per avere l’aiuto dell’impero americano al Fanar?
Purtroppo il patriarca Bartolomeo sta lottando duramente, pur di mantenere vivo il patriarcato a Istanbul, in un ambiente a lui sempre più ostile. Se dovesse avvenire un forzato trapianto del patriarcato fuori dalla Turchia, tale drammatico fatto non potrà che essere visto come una nuova caduta di Costantinopoli. Anche perciò Bartolomeo non può permettersi il lusso di privarsi dell’appoggio americano e, anzi, sicuramente lo coltiva con determinazione. Ma quest’appoggio, mi preme sottolinearlo con forza, non è e non potrà mai essere disinteressato!

Dunque non siamo dinnanzi a un semplicistico rapporto di forza tra Mosca e Costantinopoli, con l’appoggio politico moscovita, come si sta dicendo in queste ore, ma a qualcosa di molto più complesso e dalle inquietanti conseguenze.

Oggi, come anticamente, un impero chiede alla Chiesa il suo prezzo in cambio della sua sopravvivenza. Ma, dopo che la Chiesa lo avrà pagato, saremo ancora sicuri che essa veicolerà l’antica autenticità apostolica?

Ecco il problema che molti, in queste ore, facendo discorsi troppo superficiali, semplicistici o banali, non pongono sufficientemente in luce.

Pietro Chiaranz


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ABSTRACT

Da sempre il potere politico ha avuto bisogno di quello religioso per coordinarsi meglio o, almeno, per non esserne ostacolato. Da sempre il potere religioso ha avuto bisogno di quello politico per ingigantirsi e trarne vantaggio materiale.
Ma a quale prezzo?
In queste righe si prende in considerazione qualche possibile retroscena, conseguenza di questo rapporto tra poteri, dietro certe novità del Concilio panortodosso attualmente in corso.



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Note

(1) Vedi il sito internet: http://www.lastampa.it/2016/06/14/vaticaninsider/ita/inchieste-e-interviste/ecco-perch-la-chiesa-russa-non-va-al-concilio-di-creta-Xpk98tlet0b5tY6eNHqUSI/pagina.html

(2) Vedi il commento pressapochistico e semplicistico apparso sul sito del monastero ortodosso di Montaner, espressione della Metropoli ortodossa d’Italia: http://www.monasterosantabarbara.it/news/?post=inizia-il-santo-e-grande-concilio-della-chiesa-ortodossa

(3) Vedi: http://orthodoxie.com/pourquoi-leglise-orthodoxe-russe-refuse-de-participer-au-concile/
La stessa intervista a Colosimo è apparsa su “La Croix”, giornale cattolico francese, al seguente link: http://www.la-croix.com/Religion/Monde/Pourquoi-l-Eglise-orthodoxe-russe-refuse-de-participer-au-concile-2016-06-15-1200768849

(4) Eglise orthodoxe d’Istanbul, in “Enjeux méditerranée”, 4 (2007), pp. 46-49. “Enjeux méditerranéens” è una rivista trimestrale francese di attualità internazionali, che appartiene al gruppo editoriale Areion. La rivista, sostenuta dalla camera di commercio e dell’industria, la banca mondiale, grandi gruppi industriali bancari, è sotto il controllo scientifico del CAPRI (Centre d’analyse et de prévision des risques internationaux ). Il suo direttore redazionale è Alexis Bautzmann, del CNRS Sorbonne. Non si tratta, dunque, di un organo informativo privo di attendibilità e che si può sottostimare.

(5) Mi riferisco, in particolare, al documento nel quale si parla del rapporto tra la Chiesa ortodossa e le Chiese cristiane, documento le cui contestazioni sono state ignorate.

(6) È per un motivo assai simile che, anticamente, sono sorti i patriarcati, poi giustificati in varie maniere. Gli antichi concili ne parlano solo legandoli all'importanza imperiale assunta dalle città in cui risiedevano, e non a caso!


(7) L’esclusivismo e la sua difesa non è fanatismo, come pare suggerire recentemente pure un vescovo ortodosso in Italia, ma è il necessario e indispensabile ancoraggio alla rivelazione cristiana. In mancanza di ciò, avviene una sempre più forte secolarizzazione nella Chiesa fino ad un totale annichilimento del messaggio evangelico, ridotto ad un puro messaggio etico e sociale, come oramai succede in fin troppi ambiti cristiani. Oggi si ha quasi la sensazione che la coerenza tradizionale cristiana sia qualcosa di antipatico, perfino all’interno delle realtà ecclesiastiche. 

Clicca qui per scariare l'articolo francese di cui si propongono sotto le immagini.