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martedì 16 giugno 2015

Solidarietà all'Istituto san Sergio di Parigi



Foto commemorativa di alcuni partecipanti ad un convegno su Jean Meyendorff nel 2012
 all'Istituto san Sergio nel quale fui presente.


Ricevo e molto volentieri pubblico.

_____________


dell'Istituto san Sergio
di teologia ortodossa di Parigi

1. Mentre l'Istituto celebra i suoi 90 anni d'esistenza, è giunto il momento in cui, oggi più che mai, si tratta di "rendere conto della speranza che è in noi" (1 Pt 3, 15).
Cacciati dal totalitarismo [dalla Russia], i nostri padri fondatori hanno fatto del loro esilio una provvidenza. Hanno accettato di vivere pienamente l'Occidente, l'Europa, la Francia, di incontrare volontariamente le altre confessioni cristiane, le altre religioni, i movimenti filosofici, d'assumere coscientemente la disciplina universitaria dell'insegnamento e della ricerca, del dialogo e del dibattito. Essi hanno coraggiosamente sorpassato le divisioni del mondo ortodosso per accogliere l'insieme delle Chiese ortodosse e testimoniare l'universalità della Chiesa ortodossa. Hanno pazientemente costruito la sola scuola di teologia ortodossa che, nel vecchio Continente, può dire d'aver attraversato l'umbratile Novecento in costante libertà. Come scrisse già vent'anni fa Olivier Clément in occasione del 70° anniversario dell'Istituto: «È proprio qui che l'Ortodossia può ora provare a conoscere la modernità senza maledirla, senza neppure dissolversi in essa ma per superarla al suo interno nella fedeltà alla vera Tradizione che è, nel Corpo di Cristo, la novità sempre rinnovata dello Spirito”.

2. È questo patrimonio che dobbiamo portare la cui stessa altezza c'invita ad essere modesti e a mostrarci risoluti. È quest'eredità che oggi subisce un tentativo di demolizione che porta alla sua distruzione. Dalla sua controversa elezione, nel novembre 2013, alla testa dell'Arcivescovato delle Chiese ortodosse russe in Europa occidentale, mons. Job di Telmessos non ha smesso di denigrare, destabilizzare, impedire l'attività dell'istituto, negandogli l'autonomia garantita dalla legge francese e dal diritto europeo. Il suo obiettivo costante è quello di trasformare la carica onoraria di rettore dell'Istituto, che assume dalla consuetudine e dal regolamento, in un controllo totale sulla vita dell'Istituto stesso. Ecco qualche esempio:

- Dalla fine del 2013 alla metà del 2014, mons Job di Telmessos è intervenuto, senza successo, presso i servizi del Ministero dell'Interno e del Ministero dell'Istruzione superiore e della ricerca per far stabilire da parte delle autorità repubblicane dei diritti che, secondo la legge e lo statuto dell'Istituto, come gli è stato già ricordato, non possono appartenergli poiché tale azione contravviene pure al regime di laicità.

- Il 19 giugno 2014, durante la sessione di chiusura al termine della liturgia, mons. Job di Telmessos ha denunciato dall'ambone “delle disfunzioni, dei problemi d'ordine ecclesiale, amministrativo, accademico”, una “cattiva gestione, una cattiva qualità”, un' “incompetenza generalizzata”, “una situazione penosa, grottesca, vergognosa” la cui causa sarebbe “l'appropriamento” dell'istituto da parte di una “tendenza laicizzante” che avrebbe innescato un “colpo di Stato, un'entrata in guerra” contro la sua persona mentre l'Istituto dovrebbe avere verso di lui “il rapporto di un bambino con sua Madre”, ossia riconoscergli tutti i poteri.

- Lunedì 29 settembre 2014, mons. Job di Telmessos ha reiterato i suoi attacchi durante la prima riunione di un “Comitato indipendente ad hoc” [...], dopo che mons. Job ne ebbe fatto legittimare il principio e l'esistenza dal santo Sinodo di Costantinopoli sulla base di una sua relazione unilaterale rimasta in seguito riservata e redatta, più che probabilmente, in vista del risultato ottenuto. Non possiamo che rammaricarci se le onorevoli personalità necessarie a questo Comitato hanno creduto partecipare ad un'istanza oggettiva che, in realtà, era formata, carpita e strumentalizzata da una tra le più soggettive ambizioni.

- Il 25 dicembre 2014, mons. Job di Telmessos ha inaugurato la tradizionale questua di Natale, che si svolge ogni anno nelle parrocchie della sua diocesi e a beneficio dell'Istituto chiedendo che le donazioni siano ora indirizzate alla “Collina san Sergio”, un'associazione parallela da lui fondata e il cui equivoco titolo causa furbamente confusione.

- L'8 febbraio 2015, in occasione della riunione solenne dell'Istituto, Mons. Job di Telmessos ha fatto leggere una dichiarazione per rispondere alla presa di posizione dell'Istituto che aveva giudicato suo dovere mostrare, attraverso la lettera di un esperto in legge (in data 2 febbraio 2015) che il “Comitato ad hoc” si poneva oggettivamente in una situazione d'abuso di diritto.

- L'intenzione dell'Istituto era chiaramente di proteggere le autorità e le personalità coinvolte, a cominciare dal santo Sinodo, da un'azione illegittima alla quale mons. Job li aveva esposti pur di perseguire i propri obiettivi celati. Nella sua dichiarazione, mons. Job ha pertanto incriminato “i membri del Consiglio d'amministrazione dell'Istituto”, accusandoli di “porsi al di fuori della Chiesa” e, in nome di una non-verità ha voluto “ricordare che i canoni interdicono di portare gli affari ecclesiastici davanti alle autorità civili”, ossia minacciando implicitamente i chierici che lavorano nell'Istituto e sono sotto la sua giurisdizione di trascinarli davanti ad un tribunale ecclesiastico.

- Il 18 maggio 2015, nel corso di una sessione del tribunale che opponeva l'Istituto, in quanto parte civile, al signor Patrick Brispot, ex tesoriere dell'associazione Ameito [l'associazione che sostiene finanziariamente l'Istituto], giudicato per avere stornato dei fondi, mons. Job di Telmessos è intervenuto senza aver consultato o avvisato l'Istituto perché l'Arcivescovato si facesse parallelamente e stranamente parte civile, facendo pure dichiarare al suo avvocato che, a causa della sua presunta negligenza, l'Istituto sarebbe in parte responsabile moralmente del grave danno di cui in realtà è vittima. Questo porterebbe l'Istituto ad indebolire la sua posizione e la sua capacità a recuperare i suoi fondi.

- Il 26 maggio 2015, mons. Job alla delegazione dell'Istituto che gli aveva chiesto udienza per cercare nuovi termini per una collaborazione, ha dichiarato che esigeva: a) che l'Istituto presentasse le sue scuse ai membri del “Comitato ad hoc”, rilasciando a questi ultimi i documenti richiesti di cui i bilanci degli esercizi finanziari e i curriculum universitari degli insegnanti; b) che l'Istituto gli concedesse l'insieme dei seguenti poteri concentrati ex officio nella sua persona: la presidenza del Consiglio di amministrazione dell'Istituto, la presidenza dell'Ameito, il diritto di veto sulla persona del Decano eletto dal Consiglio; il diritto d'invalidare su base periodica degli insegnanti. In conclusione, ha reiterato il suo rifiuto di controfirmare i tradizionali diplomi stampati alla fine del 2015 com'è avvenuto nel 2014 con il pretesto di un'intestazione nel frattempo risolto e continuando in questo modo a mantenere gli studenti in una situazione pari a quella di ostaggi.

- Il 29 maggio 2015, mons. Job di Telmessos ha ricevuto degli studenti dell'Istituto per spiegare loro che declinava ogni responsabilità per questa situazione di stallo dovuta all'Istituto, che aveva un progetto personale, nuovi insegnanti e dei fondi per una radicale revisione dell'Istituto e che allora avrebbe controfirmato i loro diplomi. Consigliò loro per “prudenza” di fare una doppia iscrizione per l'anno 2015-2016, o d'iscriversi altrove.

- Il 15 giugno 2015, durante il suo verdetto sul caso Brispot la Corte, la quale si è pronunciata particolarmente a favore dell'Istituto e gli ha riconosciuto pieno diritto a recuperare i fondi rubati, ha pure respinto la richiesta di mons. Job di costituirsi parte civile considerandola irricevibile. Il giudice ha così confermato l'indipendenza dell'Istituto quale soggetto giuridico.

3. Prima di tutto, dobbiamo purtroppo ammettere che non abbiamo visto nulla di nuovo sullo stato d'animo del nostro ex studente e insegnante Job Getcha, da quando è arrivato nell'Istituto nel 1996 fino al nostro rifiuto collettivo di riconfermarlo Decano nel 2007, evento che riteniamo essere la fonte delle sue manovre in corso per recuperare un potere assoluto che crede detenere da Dio sotto pretesto di una falsa concezione dell'episcopato che, riconosciamo, travolge indirettamente i nostri talenti di pedagoghi nei suoi riguardi.

4. Tuttavia, durante questo anno di ostilità aperte o celate, mosse da colui che nel frattempo è divenuto l'Arcivescovo Job, abbiamo preferito tacere nella speranza che lo scandalo cessasse, che non si riversasse all'interno della Chiesa, che s'imponesse la ragione e la comunione. Ci scusiamo con tutti coloro che, non capendo i motivi di questa attesa, ne hanno tratto l'amara idea che l'Istituto rinunciasse alla sua vocazione e alla sua missione.

5. In effetti, non siamo i soli a subire gli assalti di mons. Job di Telmessos nella sua ricerca frenetica di potere e riconoscimento. È con cuore triste che volgiamo il nostro pensiero fraterno verso il Consiglio diocesano, le parrocchie, i preti e i fedeli dell'Arcivescovado delle chiese ortodosse russe in Europa occidentale che ugualmente subiscono il suo arbitrio vendicativo e vessatorio, come lo testimoniano i numerosi rapporti e denunce formali e informali, emesse per posta o inoltrati su Internet. Inoltre, a tutti coloro che sono aggrediti, feriti o offesi dalle azioni di mons. Job di Telmessos, affermiamo con umiltà ma certezza, seguendo i Padri e i Dottori: “Questa non è la Chiesa di Cristo. Questa non è l'Ortodossia”.

6. Con l'Apostolo abbiamo così “rivestito il nostro cuore di pazienza” (1 Col 3, 12), fino al punto estremo in cui è necessario che “il nostro sì sia sì, e il nostro no sia no” (Mt 5, 37; Gc 5,12). Poiché come comanda san Massimo il Confessore, che si trovò a rappresentare da solo l'Ortodossia nel suo tempo: “Prima di tutto e su tutto siamo sobri e vigilanti [...]; manteniamo soprattutto il grande e principale rimedio della nostra salvezza, voglio dire l'eccellente eredità della fede, confessandola apertamente nel corpo e nell'anima, come i Padri ci hanno insegnato” (Lettera 12).

7. Pertanto, tenuto conto della crescente difficoltà delle nostre circostanze, ma soprattutto come segno di resistenza alla volontà liberticida di mons. Job Getcha, alla sua concezione dell'episcopato come autocrazia, al suo disprezzo verso le leggi della Repubblica francese e dell'Unione europea, noi, membri del Collegio dei docenti, dopo aver pregato, scambiato e concordato nella stessa ispirazione, abbiamo deciso, con maggioranza schiacciante, con l'approvazione unanime del Consiglio di Amministrazione, di sospendere l'insegnamento regolare locale dell'Istituto, durante tutto l'anno accademico 2015-2016.

8. Questo è un diritto inviolabile dell'Istituto San Sergio, Istituto maggiore d'istruzione privata riconosciuta dallo Stato e retto da un'associazione libera [compendiata] della legge 1901 che, di fatto, non può legalmente dipendere dall'Arcivescovato delle Chiese ortodosse russe in Europa occidentale. Tale associazione è un'unione diocesana di associazioni cultuali [compendiata] dalla legge 1905. È qui il dovere imperativo dell'Istituto San Sergio, nei riguardi della missione panortodossa che ha compiuto durante novant'anni a servizio di tutti, del Comitato poi Assemblea dei vescovi ortodossi di Francia, dell'insieme delle Chiese ortodosse nel mondo e in primo luogo del Trono ecumenico che ha sempre garantito, fino ad oggi, la libertà dell'Istituto come espressione del proprio irraggiamento.

9. Questo periodo di sospensione dell'istruzione regolare locale sarà condotto in conformità con gli studenti interessati e il corretto perseguimento dei loro studi e renderanno possibile i nostri vari accordi di cooperazione con le istituzioni consorelle e il mantenimento della Formazione Teologica per corrispondenza. Ma questo periodo è principalmente utilizzato, 90 anni dopo la nostra fondazione, a pensare alla nostra rifondazione per i prossimi 90 anni, adattando lo spirito delle nostre origini alle sfide attuali. Nel corso dell'esercizio 2015-2016, l'Istituto, sfuggendo così alla deleteria paralisi nella quale mons. Job di Telmessos s'impegna a sommergerlo, non resterà comunque un luogo inerte, ma sarà aperto a tutti, preparando il suo avvenire. Tutti coloro che hanno continuato ad accompagnarlo e aiutarlo siano completamente sicuri del nostro impegno per tornare a perpetuare la nostra vocazione. Li invitiamo anche a partecipare alla nostra riflessione sul futuro dell'Istituto.

10. Tale decisione, pertanto, non equivale ad un ritiro dalla Chiesa, ma ad una difesa della Chiesa. Comporta certamente un rischio di marginalizzazione, ossia di sparizione, che ci sembra ciononostante un male minore rispetto al tentativo di asfissia canonica e alla deviazione ideologica guidata da mons. Job Getcha. Poiché non lottiamo per noi stessi ma per la testimonianza della fede. Perciò sarebbe meglio per l'Istituto non esistere più piuttosto che abbandonarsi ad una morte spirituale che si tradurrebbe nella continuazione del suo nome ma con la sparizione della sua identità.

11. Poiché vogliamo che l'Istituto San Sergio viva, osiamo sollecitare, con rispetto ma fiducia, Sua Santità il Patriarca Bartolomeo e Sua Eminenza il Metropolita Emmanuele di Francia, di cui sappiamo la profondità del loro attaccamento all'Istituto, in modo che ci offrano sostegno spirituale e canonico per continuare la nostra missione in un clima di autentica comunione ecclesiale, di conformità legale e di dignità umana. Affinché, a nostra volta, e in loro nome, noi possiamo comunicare l' “acqua viva” della teologia ortodossa a tutte le donne e uomini “che ne provano sete” (Ap 22, 17).

12. Sottoscrivendo la definizione di padre Sergio Bulgakov il quale, nello stesso momento della creazione dell'Istituto di cui fu il primo decano, dichiarava che “l'Ortodossia per essere se stessa non può essere solo ricchezza della fede e vita attraverso la fede, ma dev'essere anche profezia”, facciamo nostra in conclusione, la frase del nostro padre tra i santi, Giovanni Crisostomo, arcivescovo di Costantinopoli e diciamo con lui: “Siano rese grazie a Dio per ogni cosa”.

Istituto San Sergio,


Parigi, 16 giugno 2015.

domenica 14 giugno 2015

Stupidaggini iconografiche ....



Un amico mi ha proprio tirato per i piedi per cui sono costretto a scrivere queste brevi riflessioni relativamente ad una icona che rappresenta il primo concilio ecumenico (325).
Al momento non so quando sia stata fatta quest'opera pittorica. Quello che so è che quando si fa una rappresentazione storica bisogna stare attenti a cosa si rappresenta e ai significati delle cose rappresentate.
Da parte mia risulta addirittura inconcepibile come possano passare inosservati certi marchiani errori. Alla maggioranza, invece, sfuggono, eccome!
L'iconografo ha voluto rappresentare alla destra dell'imperatore il papa di Roma, come prevedeva la taxis ecclesiastica antica.
Forse proprio per rimarcare che quello era il papa di Roma gli ha messo in testa il ... triregno!
Ma quando viene forgiato il triregno, di grazia? 
Solo a partire dall'anno 800 (quindi ben dopo il primo concilio ecumenico!) i papi iniziano ad indossare una tiara con una corona, poiché erano di fatto i sovrani del territorio da loro presenziato.
Bonifacio VIII nel 1300 circa aggiunse una seconda corona. Nel 1342 Benedetto XII aggiunse una terza corona.
Il triregno assume un forte valore che vuole rimarcare il potere papale. Il papa con il triregno è il padre dei Principi e dei Re, rettore del mondo, vicario di Cristo in terra.
Ora, questa forte valenza di potere era totalmente sconosciuta al tempo del primo concilio ecumenico, nonostante il papa avesse un ruolo di primo piano nella Chiesa (e la taxis lo pone subito dopo l'imperatore). E, d'altra parte, che senso ha che proprio il "padre dei Principi e dei Re, il rettore del mondo", stia seduto in secondo ordine dopo l'imperatore? Avrebbe dovuto sedersi al primo posto e l'imperatore avrebbe dovuto venire come secondo, se si sta prettamente alla logica e al senso delle cose. 
No, l'iconografo e molti che vedono questa icona non lo pensano! Non lo pensano neppure vedendo la strana incongruenza di un imperatore (con una sola corona) e di un papa (con ben tre corone!).
È il caso di dire che se un'opera è religiosa le si da automaticamente carta bianca senza attivare il minimo senso critico. Alcuni che la vedono, poi, non sono in grado di riconoscere da essa le cose più elementari, come se avessero il prosciutto sugli occhi ...

Appunto ulteriore
Ieri mi sono fidato di chi mi presentava quest'icona come russa, basandosi pure sullo stile iconografico e non ho controllato bene lo scritto in alto che, sebbene poco chiaro, è greco. Tale icona appartiene a Michail Damaskinòs, un iconografo cretese che opera alla fine del '500, mescolando nelle sue opere stili bizantini e rinascimentali. Damaskinòs ha subito particolari influssi veneziani ed è da ciò che, presumo, proviene la sua rappresentazione papale con il triregno. L'artista, dunque, non poteva non sapere cosa stava facendo anche perché visse in una Venezia all'apogeo del suo splendore storico e artistico.
Questo, oltre a non togliere nulla dalle mie precedenti osservazioni, a mio parere le peggiora: mentre dai russi non mi meraviglierei strane innovazioni iconografiche (al punto che hanno pure introdotto la "madonna dai sette dolori o dalle sette spade") questa è un'amara sorpresa dai greci tendenzialmente più conservativi.
Ringrazio, dunque, un amabile lettore che, in un messaggio personale, mi ha molto gentilmente segnalato la provenienza greca di questo manufatto spingendomi a cercare ulteriori notizie da un sito greco da me citato e che, sicuramente, pure lui potrà leggere agevolmente.


venerdì 5 giugno 2015

I diritti dei bambini ...

Una classe di un seminario minore. I bambini fotografati avranno attorno ai 7-8 anni,


Questo blog non si dedica a questioni sociali, così dibattute in questi tempi, ma quando il buon senso delle persone va a farsi benedire ho la tentazione di sfruttare questo spazio per fare almeno qualche accenno.
Sono a dir poco infastidito dal tono grottesco con il quale si affrontano certe tematiche come quella che prevede per dei bambini il diritto di avere una famiglia con padre e madre. Purtroppo il nostro popolo, per l'80 per cento almeno, non è in grado di ragionare a mente fredda e, da qualsiasi schieramento stia, spara a zero senza tenere conto di tante cose.
Il bambino ha certamente diritto di vivere in un ambiente familiare con padre e madre e un'atmosfera positiva.
Ma è un dato di fatto che spesso manca o il padre o la madre o, in altri casi ancora, i tutori del  bambino possono essere altri: parenti prossimi o estranei che lo addottano. Anche queste sono indubbiamente famiglie!
Piuttosto che sia lasciato in un istituto è molto meglio che sia allevato con amore anche in una coppia non convenzionale (non voglio entrare nelle questioni omogenitoriali, se non altro per risparmiarmi discorsi risaputi o di cattedratici improvvisati).
In tutto ciò si dimentica che per molto tempo il tanto reclamato "diritto del bambino" non esisteva, via per lo sfruttamento minorile (che continua ancora nelle zone povere del pianeta) via perché, o per convinzioni religiose o per togliersi una bocca da sfamare da una famiglia numerosa e povera, lo si affidava ad istituti religiosi.
Nel medioevo i pargoli erano affidati in istituzioni religiose anche molto molto piccoli ma non chiedo di ricordare questo quanto qualcosa di più vicino a noi: i seminari minori.
I seminari minori erano (e in parte lo sono ancora laddove esistono) luoghi in cui certamente non c'è mamma e papà ma altre persone che compongono un contesto ben differente da quello familiare. Se chiamiamo questi luoghi "famiglia" perché non chiamare così le altre che lo meriterebbero a maggior ragione?
Pongo allora una domanda retorica: perché chi protesta sul diritto del bambino ad avere padre e madre si dimentica di questi ultimi casi? 
O tale diritto vale sempre o non vale mai. 
O la sua mancanza fa danni sempre o non lo fa mai. 
L'ipocrisia, ecco cosa mi da più fastidio, il che porta a ragionare per compartimenti stagni. Se poi un cervello è pure rigido il danno è completo ...

sabato 16 maggio 2015

La sindrome del Selfie

Pare che oramai alcuni 
fanno i selfie pure durante la liturgia....


Vanità clericale

Totò in una scena del famoso film "Miseria e nobiltà"

La vanità clericale non ha veramente mai fine. A parte chi tende a rendere la liturgia uno show per mostrare se stesso, a parte la moda dei selfie che oramai ha contagiato anche il clero per cui non passa momento in cui, come ragazzini adolescenti, alcuni spediscono immagini al cui centro ci sono sempre loro, qualcuno inizia a superare i suoi colleghi credendosi in un empireo al di sopra di tutti, talmente elevato nobiliarmente da esigere, da qualche fedele, l'eredità dei suoi beni auspicandone la morte il più rapidamente possibile.

Gesù Cristo, che indica nei vangeli la perfezione nella piccolezza e umiltà dei fanciulli, è bell'è che dimenticato!

Al contrario, ricordo un archimandrita greco (ora vescovo) il quale, per quanto grezzo, aveva un senso profondo della realtà tale da far scendere qualche suo collega dalle nuvole. Egli a chi aveva arie di nobiltà diceva: «Ma che arie ti dai? Non vedi che quando noi [preti] passiamo per strada la gente si tocca i genitali?».

Padre Paissios, da poco canonizzato, oltre a sottolineare che oggigiorno le persone hanno perso la vera nobiltà d'animo (che un titolo o una semplice presunzione di se stessi certo non conferisce), affermava di sè d'essere una puzzolente scatola di calamari buttata via che da lontano, illuminata dal sole, poteva essere scambiata per un oggetto d'oro.

Un santo si paragona alla spazzatura, chi santo non è si sente al centro dell'universo fino al punto da disprezzare il prossimo. È sempre la stessa storia!

L'umiltà benedetta è l'ultima cosa a cui si volgono coloro il cui animo è talmente gonfio di sé da non poterla contenere ...

domenica 10 maggio 2015

Dispotismo clericale e tradizione ecclesiale

Innocenzo III, il papa dal cui petto sgorgava
la fonte di ogni diritto sulla terra.
Με πολλή αγάπη και παρρησία.


Non è per un banale gusto di gossip che ho riportato i dolorosi fatti nel post precedente ma per mostrare un fenomeno che, sinceramente, mi sta allarmando: l’aumento del dispotismo clericale nella Chiesa.

Per poterci bene intendere, devo spiegare cosa intendo per “dispotismo” clericale: è quella situazione in cui un superiore ecclesiastico decide su tutto non ascoltando nessuno e volendo avere sempre ragione. È stato giustamente rilevato che proprio queste sono le caratteristiche dello “psicorigido”, di colui, cioè, che sia nella vita professionale che in quella personale pone grossi problemi agli altri, poiché manifesta una sostanziale incapacità di relazionarsi. Un interessante articolo francese mostra come lo “psicorigido” provenga da un’infanzia e un’adolescenza nella quale nessuno lo ha mai contraddetto ed è stato sempre portato sul palmo della mano dai propri genitori. Proviene, in buona sostanza, da una mancanza di reale educazione la quale ha contribuito a gonfiare all’estremo il suo egocentrismo [1].

Un vescovo, proprio perché “bocca e maestro” della Chiesa locale, non può essere un egocentrico, incapace d’interagire positivamente con il gregge affidatogli. Se è uno “psicorigido” la storia non lo ricorderà come un buon vescovo, anche se fosse teoricamente animato dalle migliori intenzioni.

Parlando del ruolo di un vescovo non possiamo prescindere dal tipo di Chiesa nella quale egli offre il suo servizio. Generalmente esistono due modelli di Chiesa:

a) quello occidentale-latino e
b) quello orientale.

Non consideriamo le comunità ecclesiali uscite dalla Riforma luterana per l’ovvio motivo che non sempre vi figura la presenza di un vescovo e che la struttura ecclesiologica di tali realtà ha subìto molte variazioni, talora assai radicali, rispetto alle prime due.

a) È usuale credere che il tipo occidentale (cattolico) di Chiesa come lo conosciamo oggi sia sempre esistito. È un errore. Già in altri post ho accennato che l’assetto odierno, per quanto non radicalmente nuovo rispetto a quello antico, si sia imposto poco per volta e, soprattutto, con l’emergere e il predominare dei chierici a partire dall’ultima parte del Medioevo. Il predominio del monachesimo, che contraddistingueva la Chiesa latina fino a tutto il basso medioevo, non prevedeva una forte presenza clericale. Esso sottolineava maggiormente gli aspetti carismatico-spirituali del Cristianesimo, al punto che un semplice monaco o addirittura una abbadessa divenivano rierimento per molti. Al contrario, il predominio dei chierici nella Chiesa, dalla fine del medioevo, anche grazie al vuoto lasciato loro dal mondo monastico in crisi, ha cominciato a introdurre lentamente delle novità. 

Tanto il modello clericale si appoggia sulla contemplazione e sulla fuga dal mondo, tanto il modello clericale si appoggia sull’uso della ratio e su una presenza sempre più attiva nel mondo. Il passaggio ha inevitabilmente portato l’accento dal carisma spirituale ad una visione istituzionale, regolamentata da precise leggi canoniche.

Vorrei precisare che sia monaci sia chierici, in una visione equilibrata, sono entrambi espressione della Chiesa, per cui non dovrebbe esistere un contrasto o un’opposizione tra contemplazione e ragione, tra fuga mundi e presenza mondana (fintanto che questa rimane discreta e non sia trionfalistico-imperiale), tra spiritualità e legge canonica. Sta di fatto, però, che non raramente si è giunti a sostituire la prospettiva clericale a quella monastica.

Lo vediamo chiaramente oggi in cui, se si evoca la spiritualità, molti non ne capiscono la ragione e la interpretano come un disimpegno verso il mondo nel quale è, al contrario, necessaria una forte presenza.

Nel modello occidentale, in cui trionfa la presenza clericale, è molto facile che l’autorità divenga autoritarismo. Questo è senz’altro segnale di una rottura di equilibri nella Chiesa e ciò avviene quando la spiritualità si è oscurata e la legge canonica sembra l’unica cosa concreta con la quale si spiega e si regge la Chiesa stessa. Passare dall’indifferenza all’incomprensione per terminare nellaperta opposizione al monachesimo è, qui, assai logico. Una Chiesa nella quale il monachesimo langue o è seriamente alterato è, dunque, una Chiesa clericalista!

In una realtà sifatta l’imposizione dell’autorità è un bisogno, l’unico vero bisogno per poter governare la Chiesa. È qualcosa che non si può non constatare. Ecco perché, in piena epoca romantica è stato necessario ribadire l’autorità ecclesiastica nel concilio vaticano I contro il pensiero agnostico-liberale anticristiano. I cristiani in questo contesto, non vedono il predominio dell’autorità come un eccesso o uno squilibrio ma come l’unico modo con cui la Chiesa può proteggere la verità rivelata. Essi credono che, praticamente, i chierici sono automaticamente  (o magicamente?) assistiti e garantiti dalla “grazia di stato” per cui non resta che obbedire loro.

Personalmente noto che in questo caso siamo dinnanzi ad un pericoloso piano inclinato dove l’autorità può facilmente scivolare in autoritarismo. 

Un buon vescovo farà certamente appello al suo buon senso e al suo cuore per non scivolare ma, se vuole fare il contrario, ha campo libero ed ha, addirittura, delle garanzie che ne proteggono l’azione: il diritto ecclesiastico occidentale è dalla sua parte. Infatti, nel consiglio presbiterale, il vescovo può benissimo decidere contro tutti e addirittura a svantaggio della Chiesa, motivandolo positivamente e facendo leva semplicemente sulla sua autorità. L’autorità, in questo caso, corre il terribile rischio di divenire fine se stessa!

b) In Oriente c’è una storia completamente diversa (con eccezioni in qualche patriarcato). Qui la Chiesa tradizionalmente è intesa come “chiesa di popolo”, non tanto come “chiesa di chierici”. Questa visione tradizionale nasce dal fatto che il popolo è ritenuto custode delle tradizioni ecclesiastiche [2]. Il tesoro della Chiesa, espresso nelle sue tradizioni, non è qualcosa che riguarda solo il clero ma tocca (o dovrebbe toccare) realmente tutti. I monaci, di solito, sono quei “laici impegnati” che sensibilizzano il popolo in tal senso.

Vorrei osservare che questa sensibilità orientale non era peculiare solo alla Chiesa bizantina ma, anticamente, la si riscontrava in ogni Chiesa, pure in quella occidentale quando il ruolo monastico era predominante.

In questa prospettiva il vescovo che cura la sua Chiesa, senza venir meno alla sua fondamentale funzione di capo e bocca della Chiesa locale, si deve necessariamente confrontare con i suoi fedeli che, con lui, custodiscono la tradizione e, ognuno a suo modo e nella sua forma, la trasmettono. Se non c’è questa sinergia di forze, si è rotto un equilibrio e viene meno la tradizione ecclesiale, intesa come trasmissione di un ethos dogmatico e spirituale allo stesso tempo.

L’Occidente ha avuto la sua storia, inevitabile e travagliata, nella quale, volenti o nolenti, i chierici hanno assunto la quasi totalità del comando nella Chiesa. Questo non ha necessariamente creato situazioni negative ma, essendosi imposto un nuovo assetto, in non pochi casi lo ha potuto realizzare più facilmente: una Chiesa di fatto di soli chierici e con un popolo passivo scivola nel clericalismo, ossia in una malattia mortale, in cui tende a predominare il formalismo e si azzera progressivamente la spiritualità. In tutta la storia religiosa occidentale si nota, soprattutto negli ultimi secoli, un continuo braccio di ferro tra chi altera la Chiesa con il clericalismo e chi cerca di riequilibrarla con una visione religiosa più sana. I primi, però, tendono sempre più a prevalere, a ricavare uno spazio sempre maggiore per loro stessi: “privilegia sunt amplianda, odiosa restringenda!”, si dice a Roma, e questo non può non estendersi al potere dei chierici sulla totalità della Chiesa.

L’Oriente ha proseguito l’assetto antico, con accentuazioni differenti da luogo a luogo ma con una base comune: i chierici hanno un posto importante nella Chiesa ma non possono far finta che i laici non esistono e non possono sentirsi “padroni” della Chiesa. Ad esempio, un vescovo di non ottima fama può non venire accolto in cattedrale, quindi può non prendere possesso ufficiale della diocesi poiché il popolo può impedirglielo. A quel punto, non gli resta che ritirarsi. Certamente anche questa procedura può prestarsi ad abusi e avere i suoi lati negativi (uno tra tutti la reale difficoltà a “mettere ordine” tra contrastanti voci). Il pregio è che, ordinariamente, tende ad impedire il dispotismo clericale, ossia il comando arbitrario di uno su tutti.

Ecco perché, laddove il dispotismo cerca d’imporsi, suona infinitamente più antitradizionale e stonato rispetto all’Occidente.

Chi cerca di proporre in buona fede una condizione che può introdurlo, a volte cade in situazioni quasi patetiche e tragicomiche.
Ad esempio, ricordo un corso accademico tenuto da un docente greco. Costui tentava di porre sullo stesso piano i pronunciamenti cristologico-dogmatici di un concilio ecumenico e quelli relativi all’ecumenicità della Chiesa di Costantinopoli, come se le due cose avessero la medesima importanza.

Il 28° canone del Concilio ecumenico di Calcedonia (451) stabilisce i privilegi della Chiesa di Costantinopoli, dal momento che questa risiede nella nuova capitale imperiale [3]. I privilegi che porteranno il suo vescovo a fregiarsi con il titolo di “ecumenico”, ossia universale, sono legati ad un contesto storico che, con il tempo, è divenuto tradizione ecclesiastica.

Se la capitale imperiale fosse stata a Milano e vi fosse rimasta, questo ruolo lo avrebbe senz’altro avuto il vescovo di tale città, poiché allora l’ordine ecclesiastico si modellava sull’ordine amministrativo dell’impero romano [4].

Questa tradizione ecclesiastica, dunque, non si radica assolutamente in un dogma o nella rivelazione come, invece, si è imposto in Occidente con la figura del papa. Il fatto di volerlo quasi rivendicare e di agire come se lo fosse è totalmente antitradizionale, in Oriente, e ha qualcosa di disperato e di patetico allo stesso tempo [5]; è come essere davanti alla possibilità di unestrema rovina per cui, questo modo puramente umano, sembra l’unica via per poter conservare ancora qualcosa. Fatte le dovute distinzioni è come vedere limperatore Giovanni VIII Paleologo tentare il tutto per tutto pur di salvare il pochissimo che restava dell'impero bizantino. È un atteggiamento che atterrisce e stringe il cuore!

Conosco e ho visitato più volte il Fanar, la sede patriarcale costantinopolitana, posso dire di avere amore per quest’antica reliquia dell’impero bizantino ma, oggettivamente, la deriva autoritaristica che sembra sempre più caratterizzarlo (e tende ad influenzare le realtà ad esso legate) mi preoccupa molto poiché non è affatto un segno positivo. Ovviamente queste mie impressioni non sono puramente personali perché sono confortate anche da fatti precisi e puntuali. 

Sarebbe totalmente errato interpretare queste mie analisi come un atteggiamento nemico, poiché sono oggettive ed evidentissime a molti che hanno la libertà e la possibilità di vederlo [6]. Vedere qualcosa che pare sotto molti aspetti essere il sintomo d
una malattia grave, significa, forse, odiare chi si pensa esserne affetto? No affatto e, anzi, è sicuro segno del contrario! Invece dire che tutto va bene e che non è mai stato così splendido, potrebbe essere il peggior servizio da farsi in una Chiesa con problematicità. Le parole servono per descrivere la realtà, non per contraffarla anche perché la realtà stessa o prima o poi s’impone all’evidenza di tutti e i vuoti non potranno mai essere riempiti dal caos delle parole.

L’autoritarismo nella Chiesa è dunque sempre qualcosa di negativo, che accada in Occidente o in Oriente. Oltre a polarizzare l’attenzione dei fedeli solo su un ruolo istituzionale, di fatto rende quest’ultimo l’unica cosa importante. Chi si appoggia sull’autoritarismo finisce per essere sordo alle voci nella Chiesa, finendo per non capire più la famosa raccomandazione di san Benedetto all’abate nella sua Regula, secondo la quale lo Spirito potrebbe parlare anche all’ultimo del monastero, ragion per cui il superiore deve porvi attenzione.

Con l’autoritarismo si realizza perfettamente quello che un chierico cattolico tradizionalista in un empito di sincerità mi confessò: “La Chiesa è solo il papa e i cardinali e nessun altro!”

Ma se, almeno teoricamente, il Cattolicesimo non accetta queste affermazioni, questa grottesca caricatura di Chiesa, quanto più grottesco diviene il mondo ortodosso se, nonostante tutto, alcuni sono tentati di seguire la via dell’autoritarismo!

Questo, poi, non tiene affatto conto della realtà odierna in cui se le persone si avvicinano alla Chiesa cercano generalmente un rapporto autentico e diretto con Dio, non una sottomissione passiva ad una gerarchia che, nell’autoritarismo, tende a perdere il contatto con Dio ed è sempre più a digiuno di spiritualità [7].

Non è dunque un caso che la Regula di san Benedetto nella scelta dell’abate, ossia dell’autorità nel monastero, vuole un candidato con santità di vita e cultura spirituale, anche se fosse l’ultimo della comunità. Oggi in Occidente per quanto riguarda i vescovi non è quasi più così e questa “moda” inizia ad essere seguita anche nell’Oriente cristiano. Chi sceglie i vescovi non si pone tanto la domanda È una santa persona?, quanto “Sarà di vantaggio alla struttura?. Di conseguenza sceglie.

I danni che si generano sono immensi, tali da fare affondare il Cristianesimo stesso, nella generale spensieratezza narcisistica di molti suoi chierici che manco si rendono conto della posta in gioco. I gradi clericali sono visti, da costoro, come medaglie al petto, non come la pesante responsabilità di mantenere, nella Chiesa, la profezia e la libertà dello Spirito, il suo autentico ethos evangelico e patristico.


Note

[1] Alexandra Durand, Comment vivre en harmonie avec un psychorigide?, in Téléseptjours, 24-30 mars 2012, p 1. L’articolo è in linea in questo link.

[2] Vedi, ad esempio, la lettera inviata dai patriarchi ortodossi in risposta alla lettera agli orientali di papa Pio IX (1848): “Il protettore della religione è lo stesso corpo della Chiesa, persino il popolo stesso, che desidera che la loro religiosa adorazione sia sempre immutata e della stessa specie che quella dei loro padri”. Per una visione del carteggio tra Pio IX e i patriarchi orientali vedi qui.

[3] Cfr. Conciliorum Oecumenicorum Decreta, a cura dell’istituto per le scienze religiose, EDB, Bologna 1991, p. 99.

[4] Lo stesso Concilio Ecumenico ricorda il ruolo importante del papa di Roma nella Chiesa poiché Roma era l’antica capitale imperiale. Se, al tempo in cui si redisse tale concilio fosse stato chiaro a tutti e universalmente accettato che il potere papale era universale in quanto appoggiato su san Pietro, non vedo perché il Concilio non avrebbe dovuto registralo. Invece lo omette, segno che quest’interpretazione è senz’altro posteriore al Concilio stesso. Storicamente parlando, non dobbiamo dunque proiettare nel passato dati che si sono manifestati chiaramente solo posteriormente.

[5] Nella stessa logica si pone chi definisce il patriarca ecumenico "vertice dell'Ortodossia", affermazione totalmente falsa! Nella ecclesiologia orientale non esiste alcun "vertice" umano poiché esso è solo Cristo. Il patriarca ecumenico è un coordinatore, un ecclesiastico eminente che, in casi particolari e solo su invito, può entrare negli affari di un altro patriarcato per cercare di risolverli. L'idea di "vertice" comporta automaticamente l'idea di un verticismo ecclesiastico piramidale, cosa assolutamente antitradizionale in Oriente nel quale, al contrario, si ha da sempre insistito sull'aspetto comunionale e sulla parità dei vescovi tra loro. È molto strano e paradossale che chi critica il papato come "impedimento" all'unione delle Chiese, poi ne imiti alcune caratteristiche. Si può rinvenire questa definizione totalmente errata qui e qui. Tuttavia, dal momento che chi propone questi concetti non lo fa a caso, si può supporre che provengano direttamente dall'alto e dal patriarca stesso.

[6] Rimasi assai stupito quando scoprii che, se un metropolita del patriarcato costantinopolitano vuole ordinare al sacerdozio un candidato, deve attendere il benestare del santo Sinodo fanariota. Una cosa del genere non avviene neppure nel mondo cattolico, che pure ha un forte senso di accentramento delle istituzioni! D’altronde un esame di queste cose, facendone emergere l’atipicità rispetto al resto del mondo ortodosso, lo si nota anche in un articolo scritto in greco Ετσι θα εκλεγεί ο επόμενος Αρχιεπίσκοπος Αμερικής e visibile qui. Riporto la traduzione italiana di un suo piccolo passo che riguarda la facoltà totale di disporre da parte del Patriarca (in questo caso nell’eleggere l’arcivescovo greco-ortodosso d’America):

“Ecco come sarà eletto il prossimo arcivescovo d’America […]. Mostro la tesi secondo la quale l’elezione dell’arcivescovo d’America costituisce un privilegio del Patriarcato Ecumenico per la semplicissima ragione che l’Arcivescovado è una delle sue province ecclesiastiche. Se il trono arcivescovile diviene vacante, il Patriarca Ecumenico convoca il santo Sinodo del Fanar, costituito da 12 vescovi di cui lui è il presidente, che elegge l’arcivescovo d’America. Per quanti conoscono la situazione mi limito semplicemente a un accenno e per coloro che non la conoscono informo: sarà eletto colui che proporrà e porrà innanzi il patriarca Bartolomeo. Le cose sono chiare! Quanto si dice sulla libera scelta, sulla concertazione tra i membri del Sinodo e sull’effusione dello Spirito santo, non sono che espressioni formali, vuote di contenuto, poiché è noto a tutti che al Fanar il dogma in vigore è ’un solo uomo ha tutto il potere’. Questo significa che il Primate come si dice abitualmente, ossia il Patriarca fa quel che vuole, come vuole e quando lo vuole”.

Senza nulla togliere alla mia venerazione per questo antico centro storico cristiano, non posso non vedere, in questo suo attuale sistema, un rischio non remoto di autoritarismo e il pericolo di scadere in un sistema rigidamente autoreferenziale, totalmente isolato dalla vera realtà della Chiesa. Non serve essere profeti per immaginare che, a lungo andare, le conseguenze potrebbero essere mortali esattamente come in tutti i sistemi totalitaristi.

A questo punto, mi viene in mente una parte del Polychronion che si canta nella liturgia patriarcale del Fanar. In esso, oltre ad augurare i molti anni al Patriarca, lo si definisce “Signore e Padrone nostro. Ora, che lo si definisca Signore lo posso capire, dato che la liturgia cristiana è stata influenzata dalla prassi della corte imperiale (nonostante per san Paolo si dovrebbe chiamare “Signore uno solo: Gesù Cristo). Ma che si definisca il Patriarca “nostro Padrone, sinceramente mimpressiona e non positivamente poiché, nello stesso Vangelo, Cristo non chiama i suoi discepoli servi (altrimenti ne sarebbe il padrone) ma amici. Se in Oriente non ci fosse stata una forte tradizione monastica (che remava contro questi personalismi ecclesiastici) si sarebbe anche qui arrivati in tutto e per tutto ad una specie di “papa orientale. Non che nella storia non ci sia stato chi lo abbia tentato. Un nome significativo: il patriarca Giovanni XIV Kalekas (1334-1347) il quale iniziò ad attribuire a se stesso alcune prerogative imperiali, i sandali rossi, simbolo dell'imperatore, qualche tempo prima assunti dal papa stesso in Occidente.

[7] Ricordo con infinito affetto la figura di un chierico ortodosso il quale aveva un cuore talmente cristallino da fare affermazioni disarmanti con la semplicità di un bambino, rivelando una profondità sconcertante. Per certi versi costui mi sembrava un "pazzo di Cristo". Una volta davanti al suo vescovo osò dire: "Noi non lavoriamo per Cristo ma per il Patriarca". Fu ovviamente sgridato: non era opportuno che orecchie estranee lo sentissero! Tuttavia in questa splendida confessione si capisce come, in una visione clericalista, non si lavori più per Cristo ma per i fini di un gerarca ecclesiastico, con il pretesto di Cristo. Infatti non è assolutamente detto che lavorare per un papa, un vescovo e un patriarca significhi automaticamente lavorare per Cristo ! In un caso del genere, a lungo andare chi lo fa accumula un senso d'insoddisfazione e di frustrazione molto forte. Non è un caso che i peggiori anticlericali siano usciti da certe strutture ecclesiastiche (cosa che riguarda ogni confessione cristiana di tipo clericalista).



© 2015 – Traditio Liturgica

mercoledì 6 maggio 2015

Ladri, lupi e pazzi....


Un leader cretino può essere riconosciuto tale anche in vita,
 ma solo nel caso in cui egli abbia raggiunto il vertice dell'organizzazione e abbia avuto modo 
di arrecare il maggior danno possibile.


Questo post prende spunto da una lettera scritta da una parrocchiana, membro di un consiglio parrocchiale la quale è stata testimone di quanto descrive. Per un motivo di privacy ho tolto ogni riferimento in grado di risalire al luogo e alle persone ma i fatti riportati oltre che ad essere attuali, paiono reali. Sulla base di queste descrizioni faccio le seguenti osservazioni.


Nella Chiesa è entrato uno spirito che non è e non sarà mai della Chiesa e che qui si vede nell'animo di un arcivescovo che non si può propriamente definire un autentico "pastore".

Sarò chiaro: il comportamento di questo prelato a mio avviso non sembra affatto normale. Da come lo descrive questa signora e da com'è stato descritto pure in altre testimonianze che qui non riporto, sembra un mitomane, un uomo che non vede se non se stesso (ipernarcisista) e le sue ragioni, che evita ogni rapporto con gli altri. In breve: sembra di essere dinnanzi ad una persona con psicopatìe e pesanti problemi comportamentali e psicologici, tali, forse, da rasentare la patologia psichiatrica. Ecco senz'altro il profilo del perfetto clericalista!


Ebbene, pare che oggi si facciano anche questo genere di vescovi, veri e propri flagelli per la Chiesa (che costui sia ortodosso o cattolico non ha importanza, infatti il risultato è devastante in entrambi i casi).
Viceversa i santi antichi non avrebbero messo un essere così neppure nella portineria di un monastero, figuriamoci farlo vescovo!
C'è da dire che una struttura ecclesiastica quando inizia a ordinare prete o vescovo un personaggio così, getta un'ombra inquietante su se stessa. Mi viene da pensare al fatto che Himmler non poteva che essere promosso da Hitler e che Hitler non avrebbe mai messo al posto di Himmler un Ghandi. Infatti c'è molto più in comune tra Himmler e Hitler che tra Ghandi e Hitler e ciò non è casuale!

Rimango esterefatto ma purtroppo non sono nuovo nel vedere queste cose, segno di una rovina senza fine nella Chiesa. "Continuano a pugnalare il cuore della Chiesa - diceva un monaco atonita - ma questo cuore, stranamente continua a vivere!". Il fatto lo dimostra chiaramente!

Ecco perché nel blog segnalo lo smarrimento del senso spirituale della Chiesa e vedo non di rado la missione spirituale della gerarchia ridotta al ruolo di un'amministrazione fredda e calcolatrice, a volte pure priva della furbizia del mondo. In certi momenti e davanti a certe persone, sembra veramente di essere dinnanzi a ladri di galline, lupi e pazzi che devastano la Vigna evangelica. 
Se pensiamo che tutto ciò è normale o lo scusiamo, è segno che siamo divenuti complici e pazzi pure noi.
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L'arcivescovo, invitato per la festa parrocchiale e attesissimo da parte del consiglio parrocchiale ci ha offerto l' "onore" di presiedere il consiglio stesso dopo averci fatto attendere per più di un'ora, senza alcuna spiegazione o scuse ...


La chiesa di xxx, situata vicino al mare, aveva riportato ulteriori danni in seguito alle tempeste della primavera 2014, subendo un preoccupante degrado, tale da minacciarne la sicurezza. Essendo stato allertato, il Comune esortava la chiusura della chiesa in attesa di lavori per rendere nuovamente sicuro lo stabile. Tali lavori di emergenza superavano i sessantamila euro per non parlare del costo del vero restauro: quasi un milione di euro in cinque anni. La parrocchia con la sua cinquantina di fedeli non poteva avere tutti quei soldi. [Lo stato nel quale scrive questa signora non si prende carico della ristrutturazione degli edifici ecclesiastici, ndt.]


L'arcivescovo fu molto atteso! Quando finalmente arrivò, iniziò a battere furiosamente i pugni sul tavolo per diversi minuti, urlando che non era felice (lo si sarebbe rappresentato come un brutto cartone animato), gridando che era stato ricevuto molto male, accusando i membri del consiglio che si erano incontrati il ​​giorno prima del suo arrivo per il loro abbigliamento, considerato non idoneo a ricevere una persona della sua importanza! (*)


In tutto questo fu sostenuto dal suo segretario che stava pure cercando di superare i suoi argomenti ...


Ha poi chiesto le dimissioni di due membri del consiglio, della stessa famiglia con la quale aveva evidentemente un conto in sospeso! 


Queste persone non avrebbero e non hanno nulla a che fare né con questo consiglio né con la chiesa! Parole estremamente dure e ingiustificate. 


In nessun momento ha lasciato la parola agli interessati! Ha criticato il consiglio per la chiesa chiusa al pubblico, come richiesto dal Comune, il quale aveva esplicitamente minacciato di portare la situazione in tribunale in caso di mancato rispetto di tale richiesta; ha anche criticato l'inerzia del consiglio, l'incompetenza nel trovare i soldi necessari per il ripristino dell'edificio ecclesiastico, senza conoscere la storia e gli sforzi fatti in questa direzione ... 


Tutto questo per dire chiaramente che non avrebbe aiutato finanziariamente la parrocchia. Il bilancio della sua visita è stato disastroso e ha portato alla dimissione di altri due componenti del consiglio e ad un grande scoraggiamento.

Per la visita "pastorale" ci aspettavamo ben più comprensione, sostegno e amore ... poi fu difficile celebrare la liturgia e gli uffici del giorno dopo in un clima di preghiera e di pace!

[...] La mia fede in Dio rimane intatta, ma quella nella sua Chiesa è fortemente scossa ...

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(*) Si consideri l'assurda argomentazione: i parrocchiani si devono "vestire bene" per onorare il vescovo, non per onorare una festa liturgica o il fatto di ricevere Cristo nell'Eucarestia. Questa considerazione sembra provenire da una persona malata, come certi chierici che pensano che la gente entra in chiesa per loro, non per Cristo. Ma costoro si sentono attricette hollywoodiane o sono chierici cristiani? Siamo infatti davanti ad un reale capovolgimento di valori e di simboli che oramai è entrato anche in certe parti dell'Oriente cristiano.

domenica 3 maggio 2015

La funzione del sacerdote nel Cristianesimo


Se si volesse affrontare questo tema in modo adeguato bisognerebbe farci una o più di una tesi. Pretendere di esaurire l'argomento in un post è chiedere veramente troppo. Ciononostante in un blog che si dedica alla liturgia, mi pare essenziale farvi qualche accenno, tenuto pure conto che ho già sfiorato alcune volte il tema del sacerdozio, particolarmente quando mi riferisco ad una sua attuale alterazione: il clericalismo.

Il sacerdozio, per quanto negato e contestato da alcune assemblee protestanti, è un dato inequivocabile e testificabile già in era apostolica. L'istituzione di presbiteri e di diaconi la possiamo constatare già negli Atti degli Apostoli. Secondo alcuni studiosi, l'episcopato pare essersi generato dal presbiterato. Sembra che in un primissimo tempo una vera e propria attività episcopale fosse esercitata addirittura da un collegio di presbiteri, in determinate comunità ecclesiali.

Che ne sia stato, all'inizio del II secolo si stabilizza chiaramente la struttura clericale della Chiesa locale con il vescovo, i presbiteri e i diaconi. Un nome importante che ce lo mostra è Ignazio d'Antiochia (+ 107).

Già a questo livello si deve chiarire un punto sul quale molti fanno diversa confusione: il rapporto tra vescovi e apostoli. È usuale dire, ad esempio, che san Pietro è stato il primo papa e che i vescovi di Roma furono i suoi successori. Chi parla in questi termini vuole dimostrare il legame esistente tra la struttura clericale  e la fondazione apostolica della Chiesa romana. Che vi sia stato questo legame non lo si mette in dubbio. 
Che la funzione dell'apostolo sia di tutt'altro genere e identità, rispetto a quella del vescovo, è giusto ribadirlo con forza, nonostante mille voci contrarie. Per questo le antiche cronotassi episcopali distinguevano sempre la fondazione apostolica dall'episcopato che ne seguiva.

Nel caso di san Pietro, se vogliamo essere logici e coerenti con l'idea che il papa è successore dell'apostolo, dovremo dire pure che il patriarca di Antiochia è successore di san Pietro, dal momento che la Chiesa di Antiochia è stato fondata da san Pietro e, anzi!, lo è maggiormente, visto che la sua fondazione è precedente a quella romana. In realtà mentre la funzione episcopale è trasmettibile sotto certe condizioni, la funzione apostolica non lo è affatto. L'apostolo si distingue dal vescovo per la sua diretta discendenza da Cristo e per la sua funzione universale:

1) Cristo istituisce gli apostoli, non i vescovi che nascono solo dopo dai secondi. Una volta che un apostolo muore nessuno con le sue identiche caratteristiche e la sua provenienza lo può sostituire.
2) San Pietro non si lega ad un solo luogo poiché va ovunque la necessità lo chiami. L'apostolo ha una funzione universale. Il vescovo di Roma nei primi secoli, al contrario, non fu visto come “universale” (di qui la forte opposizione di Gregorio Magno alla sola idea che un vescovo potesse chiamarsi “universale”) ma assolutamente legato-sposato ad una Chiesa locale. O si è universali (nel caso dell'Apostolo) o si è locali (nel caso del vescovo). Non si può essere contemporaneamente universali e locali, almeno nei primi secoli. Solo molto posteriormente si appiccica al vescovo di Roma l'appellativo di “universale” ma, dati i presupposti dimostrati, non era affatto tollerabile anticamente: solo l'apostolo è universale e il vescovo non è un apostolo!

Questi principi, certissimamente chiari nei primi secoli, si sono appannati e confusi per varie ragioni e motivi storici e questo ha introdotto un altro genere di valutazioni.

Come il rapporto apostolo-vescovo, la realtà del sacerdozio non è rimasta con le stesse e identiche valenze dei primi secoli. Già altrove osservavo che il famoso detto agostiniano: “Sono vescovo per voi ma fedele con voi”, indicava un assetto ecclesiologico molto particolare che noi, nonostante tutto, abbiamo molto smarrito. Qui il vescovo, per quanto bocca della Chiesa e insegnante della fede, diveniva fedele con i fedeli in quanto obbediente, come loro, alle tradizioni ricevute. Qui non c'è un principio personalistico alla testa della Chiesa (il vescovo in quanto autorità costituita, autorità per se stessa o ex sese) ma il principio della tradizione alla quale il vescovo non meno dei fedeli doveva rimanere sottomesso.

Formalmente tutto ciò cerca di conservarsi anche posteriormente ma vi si assomma sempre più l'idea del vescovo come autorità, semplicemente e solo perché vescovo. Il feudalesimo da una botta formidabile in questa direzione. È questo principio che, poi, fa in modo che l'autorità ecclesiastica, in qualche modo, inizi a precedere e “superare” la tradizione stessa: ecco l'inizio del clericalismo per cui il chierico in quanto chierico può innovare nella Chiesa, esattamente come il fedele in quanto fedele può leggere la bibbia come vuole nel Protestantesimo.

Contrariamente a ciò, la Chiesa antica generalmente non è clericale. Ha una struttura sacerdotale, questo sì, ma non conosce il clericalismo perché in essa è diffusamente chiaro il suo fine: quello di cristificare i suoi membri (cfr. le catechesi battesimali). Gli occhi dei fedeli si appoggiano sul vescovo solo tanto in quanto costui è a loro servizio per aiutarli a divenire Cristo. La diffusione del monachesimo nei primi secoli obbedisce particolarmente a questo criterio. Il monaco si isola (monos = solo) per cercare nell'asprezza del deserto la condizione più radicale e favorevole che lo porti al rifiuto della mondanità dissipante e delle sue distrazioni. Il fine è unicamente spirituale, poiché l'autentica identità della Chiesa lo è. 
In questa prospettiva anche la carica ecclesiastica potrebbe essere una tentazione demoniaca nel momento in cui è vissuta come vanità e gloria personale.

In questo contesto, il sacerdote ha la funzione del medico: è colui che applica alle persone una cura spirituale, diversa per ognuno, poiché è divenuto esperto, avendo cercato di curare prima di tutto se stesso. Il sacerdote non è solo l'uomo della preghiera e dei sacramenti ma colui che applica le terapie spirituali ai suoi fedeli affinché essi rinascano in Cristo. Non è dunque un caso che tutti i padri della Chiesa abbiano conosciuto, in un modo o in un altro, l'esperienza monastica, cosa assai raccomandabile e tutt'altro che opzionale, allora!

Qui c'è uno stretto contatto tra eremo e sacerdozio, tra deserto e chiesa, tra ascesi e sacramenti. Tale contatto, assai chiaro nei primi secoli, si perderà inesorabilmente con l'andare del tempo e con la decadenza del monachesimo specialmente in Occidente.

La vita spirituale dei fedeli finirà inevitabilmente per “meccanizzarsi” fino a divenire un puro lavoro formale, magari eseguito con perfetta convinzione e buone intenzioni.

A quel punto, in Occidente, arriva Martin Lutero. Il monaco agostiniano tedesco apparteneva ad un monastero in cui si applicava la cosiddetta “osservanza” religiosa. Egli, per quanto si scandalizzasse dell'andazzo della Chiesa romana, non aveva seri motivi per lamentarsi nei riguardi della religiosità monastica tedesca. Dal punto di vista formale il suo era un monastero serio.
Eppure entra in crisi e trascina pian piano con sé tutto il mondo di allora. Non si può spiegare tutto ciò se non si pensa che l' “osservanza” religiosa doveva portare ad un certo disseccamento interiore probabilmente perché rimandava più ad un formalismo religioso che ad un'autentica prassi spirituale.

Chi ci rimise le “penne”, nella Germania della Riforma fu, allora, il sacerdozio. Vedendolo come supporto ad una vuota formalità che, secondo Lutero, portava alla superstizione, non c'era altra via che la sua abolizione e la sua trasformazione ad un'emanazione del laicato. Ecco la nascita della figura del pastore.

Nel versante opposto, in campo cattolico, la figura del sacerdote fu ulteriormente elevata a causa della polemica protestante. “Non c'è cosa più grande sulla terra che divenire sacerdote”, disse recentemente un sacerdote “lefebvriano” in un'intervista da me criticata nel mio blog. Quest'espressione obbedisce ad una mentalità realmente controriformista al punto che la potremo certamente trovare sulla bocca di un ecclesiastico barocco. In questa espressione la cosiddetta santità cristiana non è immediatamente la “cosa più grande della terra”; il punto di arrivo non pare essere più la cristificazione della persona ma un'istituzione prettamente terrena: quella sacerdotale. Il resto sembra divenire sua semplice proiezione.

Le istanze spirituali della Chiesa barocca non furono così forti da riequilibrare questa prospettiva molto istituzionalizzante. Oggi, essendosi ulteriormente affievolite, hanno contribuito a  sottolineare l'autorità ecclesiastica facendola quasi divenire fine se stessa (clericalismo). Di qui un concetto cattolico sempre più fantasmatico di tradizione, almeno nella stragrande maggioranza della prassi.

C'è da evidenziare un ulteriore “particolare” che, però, è molto importante al nostro discorso. Se in Occidente l'opera del sacerdote è quella di un “alter Christus”, al punto che quando pronuncia le parole sul pane e sul vino ne opera la mutazione in corpo e sangue di Cristo, come se fosse Cristo stesso nell'Ultima Cena, in Oriente non è mai stato così. Il sacerdote ha la facoltà di chiamare lo Spirito santo che opera la mutazione ma non è lui, in quanto tale e per il potere che ha, a fare questa mutazione.

Questo non è il luogo per dire se è giusta o sbagliata una o l'altra visione, tanto più che oggi ci possono anche essere ulteriori modi di spiegarle confondendo l'una con l'altra o semplicemente sovrapponendole. 

Qui si mostra solo che se il sacerdote è un “alter Christus”, quello che emerge ulteriormente è la sua autorità, autorità in quanto sacerdote. Se nella tradizione orientale lo Spirito santo è l'attore principale, al punto che potrebbe illuminare l'ultimo dei fedeli che, perciò, dovrebbe avere a tutti gli effetti diritto di parola nella Chiesa, in Occidente le cose non sono assolutamente viste in questo modo poiché l'aspetto istituzionale, in qualche modo, tende sempre più a superare e precedere quello carismatico che rimane sullo sfondo (quando c'è e se c'è).

Se poi l'aspetto spirituale decade e non si sa più cosa sia precisamente, ciò che rimane nella Chiesa è solo l'aspetto istituzionale, l'autorità fine se stessa: chi ha i timbri della curia ha le chiavi del potere, gli altri non contano più nulla (clericalismo).

Qui, dobbiamo onestamente rilevarlo, siamo dinnanzi ad una perversione di Chiesa e di sacerdozio.

Questa perversione oggi tocca un po' tutti gli ambiti confessionali e, oltre ad essere ampiamente conosciuta in Occidente, finisce per tentare sempre più diversi chierici ortodossi che manifestano al mondo di “nutrirsi della loro stessa sostanza”, non di quanto Dio dispensa a tutti alla Chiesa per il dono gratuito della sua grazia (cosa astratta, irreale, iperuranica per i più). 

Occidente e Oriente, così, tendono ad affratellarsi non nella virtù o nella pietà (nel senso di san Massimo il Confessore) ma in una forma alterata di ecclesialità che tende a prescindere sempre più dalla Chiesa voluta da Cristo. La tendenza a far decadere quant'è stato istituito per il Cielo, per farlo girare attorno a se stessi è più forte che mai, oggi giorno, e non conosce più pudore: la luce che dovrebbe illuminare Cristo è da lui strappata per se stessi. Le conseguenze sono attorno a noi in modo, ahimè, fin troppo eloquente, con un clero sempre più "hollywoodiano" e sempre meno evangelico.