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martedì 30 maggio 2017

Disgusto...

Proiezione del 23 maggio 2017
sulla facciata della cattedrale cattolica di Metz (Francia)
Non amo le polemiche ma, sinceramente, mi chiedo quale sia l'anima dell'Occidente. L'uomo medioevale che aveva un forte senso del simbolo non avrebbe mai acconsentito di far dipingere sulla facciata di una chiesa (visto che allora non si poteva proiettare) simboli come un dragone il quale, letto nell'ottica biblica ha un solo significato...
L'uomo medioevale lo avrebbe considerato quanto meno blasfemo, se non rivoltante. Se oggi tutto ciò lo si permette in nome della cultura, è segno che, dietro a tante belle chiacchiere, si ha perso il senso del sacro. Dopo decenni di prediche, da parte di molti chierici e teologi progressisti, che il sacro non esiste più, mi sembra il risultato più logico.
(Il riferimento è a questo link nel quale si può anche beneficiare del video con una musica di commento piuttosto inquietante).

lunedì 29 maggio 2017

L'altare medioevale

In Occidente, nelle chiese latine, non esisteva una tipologia unica di altare durante il medioevo. Tuttavia, fino ad un certo periodo storico l'altare latino non era troppo dissimile da quello delle chiese greche. Segnalo, in questo post, il caso di un altare portatile, quindi rimovibile, che appare in una tela quattrocentesca ritraente la predica di san Bernardino da Siena.
Tale tela, conservata nel museo diocesano adiacente alla cattedrale senese, è parte di un dittico che ritrae due momenti diversi di una predica del santo cattolico.
Riporto due foto: una generale e una particolare concentrata sull'altare.
La prima osservazione è che la presenza dell'altare testificava senz'altro una preghiera che veniva fatta prima e dopo la predica, ovviamente rivolti verso l'altare stesso. Quando Martin Lutero "riformerà" il culto riducendo la Messa ad una Cena e facendo fare spesso al posto di quest'ultima un semplice sermone preceduto e seguito da preghiere, avrà avuto assai probabilmente in mente questa consuetudine medioevale.
La seconda osservazione è relativa all'altare: pur essendo un altare rimovibile, dunque dotato solo dell'essenziale, vi si nota la presenza di un'iconografia con santi appoggiata su di esso. L'altare è rivestito con tessuti raffinati il che lo fa emergere agli occhi degli astanti come un oggetto sacro. Le iconografie sembrano fare un corpo unico con l'altare, segno che non sono solo un elemento devozionale ma strettamente liturgico. Rimanderanno probabilmente ai santi a cui l'altare stesso era dedicato. L'iconografia, dunque, non è un elemento accessorio ma pare essere essenziale ed è legata al culto e alla preghiera che si compie dinnanzi all'altare.
Solo successivamente gli altari portatili potranno prescinderne, in un'epoca nella quale le pale d'altare delle chiese, di dimensioni sempre maggiori, diverranno l'occasione per mostrare prevalentemente il virtuosismo dell'artista. Allora il tema religioso suonerà spesso come un puro pretesto per indicare molto altro. Nel XV secolo, periodo in cui è stata fatta questa tela, avviene lentamente la svolta ricordando ancora, però, consuetudini antiche che pian piano si perderanno e di cui nessuno sentirà la mancanza. Il formalismo e l'estetismo tenderanno ad invadere sempre più lo spazio sacro a tutto scapito del valore delle forme simboliche a cui l'iconografia inevitabilmente rimanda. Il problema liturgico, dunque, non è solo questione di questi ultimi decenni ma, seppur in altre forme, ha riguardato anche altre epoche. 

lunedì 15 maggio 2017

Prefazione al libro "La contestazione ignorata"



“Il Concilio ortodosso di Creta è stato come il Concilio Vaticano II per i cattolici?”. 

Questo è il genere di domanda che la maggioranza delle persone si porranno davanti al recente storico evento che ha caratterizzato il mondo ortodosso. Ad essa si può rispondere: “Sì e no” per i motivi che stiamo per esaminare.

Il Concilio o Sinodo di Creta, detto pure “Grande e Santo Concilio”, si è celebrato dal 20 al 25 giugno 2016 e, nelle intenzioni di chi lo ha convocato, avrebbe dovuto coinvolgere tutte le Chiese ortodosse per esprimere, con un’unica e concorde voce, l’intera Ortodossia. 

Purtroppo all’ultimo momento si sono rifiutate di partecipare le Chiese di Bulgaria, Russia, Antiochia e Georgia. Altre Chiese, come quella Serba, hanno partecipato non celando forti riserve. Questi incidenti hanno ridimensionato tale evento, impedendogli l’attribuzione del titolo “pan-ortodosso”. 

Nonostante ciò, grazie alla forte determinazione del patriarca ecumenico Bartolomeo, il Concilio è giunto allo scopo voluto. 

Esistono verosimiglianze tra quest’evento e il Concilio Vaticano II (1962-1965), al punto che c’è chi ritiene che l’iniziativa ortodossa sia stata, in un certo senso, ispirata da quella cattolica. 

Mi riferisco, soprattutto, al rapporto Chiesa-mondo contemporaneo ma pure al diverso orientamento con cui l’Ortodossia nel Concilio ha considerato se stessa in rapporto con le altre realtà cristiane. Decenni di rapporti interconfessionali ed ecumenici non potevano non lasciare una loro evidente traccia nei testi conciliari. 

Perciò nel messaggio finale è stato detto che «il Santo e Grande Concilio ha aperto il nostro orizzonte sul mondo contemporaneo diversificato e multiforme [… per cui] la Chiesa ortodossa è sensibile al dolore, alle angosce e al grido di giustizia e di pace dei popoli». 

Tale Concilio si è concentrato pure sullo sviluppo della scienza, sulla crisi ecologica, sulle problematiche della famiglia contemporanea e sulla politica. Ufficialmente gli organizzatori hanno voluto che l’evento fosse caratterizzato dal dialogo e dal confronto franco e aperto tra i partecipanti dinnanzi alle problematiche insite nel mondo ortodosso.

Come sono noti i rilievi ampiamente positivi su quest’evento, così sono quasi totalmente ignorate le sue critiche, sollevate ben prima della sua celebrazione. 

Non è mia intenzione aprire polemiche, dal momento che cerco di pormi come osservatore in un campo neutrale. La mia intenzione è capire la logica di chi dissente perché non è possibile alcuna storia oggettiva senz’avere sentito tutte le parti in causa. 

Perciò, invito il lettore a cogliere le linee di fondo delle questioni sollevate, evitando di soffermarsi su aspetti che lo arenerebbero in una semplice disputa confessionale. 

Certamente, dopo il coro entusiasta per tale Concilio, paiono essere veramente strane e dissonanti le idee sostenute nei quattro documenti esposti in questo libro, idee che lo contestano radicalmente. 

Sembra d’essere dinnanzi ad un copione già visto molti anni fa quando, negli anni immediatamente successivi al Concilio Vaticano II, mons. Marcel Lefebvre dichiarava a gran voce: “J’accuse le Concile!”. E, come in quel caso, la maggioranza delle persone sono portate a pensare d’essere dinnanzi unicamente a uomini retrivi, ancorati al passato e incapaci di comprendere le necessità dei tempi presenti. 

Cosa spinge alcuni ad essere contro quest’evento indubbiamente storico e di grande importanza? 
È giusto che chi registra i fatti storici se lo chieda e cerchi una risposta evitando facili semplificazioni e stereotipi. È stato detto che una delle principali ragioni è da ricercarsi nel crescente contrasto ecclesiastico tra Mosca e Costantinopoli: il patriarcato moscovita, particolarmente importante per influenza e numero di fedeli, non ha avuto poche frizioni con quello di Costantinopoli rappresentato da Bartolomeo. 

Tali frizioni sono apparse anche recentemente davanti alla richiesta di autocefalia della Chiesa ucraina. Non pare, dunque, un caso che l’assenza dei moscoviti dall’assise cretese abbia polarizzato attorno a loro i più accesi contestatori di Bartolomeo. 

Nei canali ufficiali di comunicazione, tale lettura “politica” è la prevalente al punto che il sottobosco di tensioni e opposizioni contro il Concilio di Creta può essere facilmente liquidato dai più come “beghe tra preti”.

Quello che la maggioranza non si chiede è la ragione profonda mossa da diversi refrattari alle “riforme” ortodosse, ragione che, per un certo verso, li accomuna ai refrattari cattolici dinnanzi alle novità del Vaticano II o a quelle avanzate da papa Francesco. E la ragione profonda, in perfetta buona fede, non è pretestuosa né “politica” ma  squisitamente religiosa. 

Consiste, sostanzialmente, nel ritenere totalmente incompatibile unire tra loro prospettiva ecclesiologica tradizionale e pensiero postmoderno attuale per il quale, alla fine, tutte le credenze si equivalgono. Nella tradizione cristiana siamo dinnanzi ad un pensiero esclusivo, nella cultura odierna abbiamo un pensiero inclusivo.

Detto diversamente: secondo la dottrina patristica antica, la Chiesa non è altro che l’estensione, nel tempo, del Corpo di Cristo. Come il Salvatore dell’umanità è uno solo, Cristo, seconda Persona della santa Trinità, così la Chiesa, che rappresenta il suo Corpo, il luogo in cui lo si può concretamente sperimentare ed incontrare, è una sola. Tale Corpo non subisce amputazioni: nonostante nel tempo molti cristiani abbiano creato comunità parallele e scismatiche, il Corpo di Cristo, ossia la Chiesa, rimane una e unica e, nella storia, s’incontra in una sola e specifica realtà che ha mantenuto la fedeltà con le origini apostoliche e patristiche nonostante gli scossoni della storia stessa. 

Prescindendo da ciò e introducendo differenti concezioni (la teoria delle “branche”, quella delle “Chiese sorelle” e quella dei “due polmoni”) inevitabilmente si offusca l’idea tradizionale che la Chiesa di Cristo è unica e ciò, alla fine, comporta pure la relativizzazione del suo stesso fondatore. 

Ecco quanto, in estrema sintesi, sostengono gli autori dei testi riportati in questo libro per i quali il Patriarcato Ecumenico è sicuramente entrato in una prospettiva inclusivista, rompendo con l’antica tradizione e condizionando, in tal senso, alcuni testi del Concilio cretese.

Per capire come tale tematica abbia un peso importante, citerò l’esempio offertoci da un particolare autore: John-Henry Newmann (1801-1890). 

Passato dall’Anglicanesimo al Cattolicesimo, verso la fine del XIX secolo, Newmann era uno studioso dei Padri della Chiesa. Fu esattamente lo studio coscienzioso dei Padri che lo indirizzò in quella forma di Cristianesimo che, allora per lui anglicano, gli pareva più convincente.

L’Anglicanesimo cercava di trattenere a sé persone dalle idee più svariate con un pragmatismo che non lo convinceva affatto. D’altra parte, il Cattolicesimo del tempo gli veniva dipinto come una realtà intransigente e poco disposta a venire a patti con la mentalità secolare. 

Ad un certo punto della sua vita, Newmann matura una convinzione che i suoi stessi scritti riportano: la Chiesa dei Padri era caratterizzata da un’intransigenza religiosa fondata sulla convinzione della necessità della fede in Cristo e in Cristo solo. Piegarsi ad uno stile differente, significava ammorbarsi con idee liberali il cui esito finale non poteva che essere l’ateismo: “L’ortodossia si distingue dall’eresia proprio per la fedeltà ai principi”, principi evangelici e patristici.

Ciò che Newmann evoca è esattamente una caratteristica precipua al Cristianesimo antico e patristico: l’esclusivismo. È per esclusivismo che la Chiesa dei Padri negava l’ecclesialità a quei gruppi che da essa si distaccavano ed è per esclusivismo che san Massimo il Confessore riteneva che, anche se in tutto l’ecumene fosse esistito un solo cristiano la cui fede fosse rimasta integra o ortodossa, l’unica Chiesa non sarebbe venuta meno e sarebbe stata rappresentata storicamente solo da lui.

Gli attuali tempi hanno una mentalità differente. 

Ciò che sembra essere urgente non è quanto stava a cuore ai Padri ma la coesistenza pacifica tra popoli e religioni, coesistenza che spinge all’integrazione ed è ricercata con una mentalità generalmente umanistica. In nome di tale coesistenza il Concilio Vaticano II ha cercato “quello che unisce” i cristiani, lasciando da parte ciò che li differenzia. In nome degli stessi principi ma portati ad ulteriori logiche conseguenze, il movimento ecumenico ha posto sullo stesso piano tutte le realtà ecclesiali del Cristianesimo giungendo a progettare un’ideale unità con i credenti di tutte le religioni. Tale opera, non è ardito pensarlo, ha dirette conseguenze geopolitiche poiché, in un certo senso, tende ad omologare il mondo con risultati particolarmente utili a chi gestisce e organizza gli affari internazionali! 

Ora, tutto ciò è fatto in nome dell’inclusivismo o quanto meno tende a spingere ad esso. Ed è qui che si vede nascere un reale problema in chi, latore della coscienza degli antichi Padri, sottolinea l’esclusivismo dinnanzi alla mentalità odierna che spinge verso l’inclusivismo.

Gli scritti che seguono, dunque, manifestano questo problema che, a ben osservare, è tutt’altro che banale e non può essere ridicolizzato. Ci si potrà solo chiedere se la lettura fatta calza o meno con i fatti reali.

I critici sostengono che il Concilio di Creta, sulle orme del Vaticano II, si è aperto al mondo e alle altre realtà ecclesiali cercando di attribuire ad esse il titolo di “Chiesa”, come ordinariamente succedeva negli incontri tra il Patriarcato Ecumenico e le varie realtà cristiane. L’assunzione di questo concetto in sede conciliare, quindi in sede istituzionale, è parsa ai critici stessi in totale dissonanza con il linguaggio tradizionalmente impiegato nei concili passati, linguaggio che abbiamo definito “esclusivista”. 

La conseguenza per loro è ovvia: il Concilio di Creta è uno “pseudo-Concilio” e, nonostante abbia affermato anche molte cose positive, dev’essere abbandonato e condannato.

Tuttavia seguendo tale logica, esiste pure un’altra conseguenza che forse diversi tra loro ancora non considerano: come il Vaticano II ha rappresentato per molti versi un “nuovo fondamento” per il Cattolicesimo, così il Concilio di Creta, stabilendo un nuovo orientamento e una tendente nuova ecclesiologia, farà inevitabilmente da “nuovo fondamento” per il mondo ortodosso. 

Vaticano II e Concilio di Creta hanno, però, una radicale differenza che si gioca tutta sulla ricezione dei testi conciliari. Mentre il primo, una volta concluso, è stato imposto al Cattolicesimo che non lo doveva rifiutare (è questa la prassi di ricezione dei concili in Occidente, almeno dal periodo moderno in poi), il secondo, per poter essere veramente ritenuto valido, deve passare al vaglio di tutta la Chiesa (popolo, monaci e clero) che ne riconosce la compatibilità con l’ethos patristico della Chiesa ortodossa. Questo, almeno, nella prassi tradizionale ortodossa che cerca di seguire quanto caratterizzava la Chiesa antica. 

I critici sottolineano che se il corpo della Chiesa non riconosce come ortodosso tale Concilio, a nulla potranno valere le insistenze e gli sforzi profusi dal Patriarcato Ecumenico o le imposizioni, con minacce e censure, di diversi vescovi.

Le parti in gioco non prevedono una divisione di campi banale, come può essere quella di chi divide il mondo tra “buoni” e “cattivi”, ma il riconoscimento della verità cristiana che è sempre stata concepita esclusiva, mai inclusiva nel senso odierno.

Con ciò in mente, si potranno meglio comprendere anche i seguenti scritti. 

Il primo è una relazione di taglio teologico, tenuta ad un Convegno teologico-accademico nel Pireo (Grecia) poco prima dell’inizio del Concilio di Creta (23 marzo 2016). In essa si ribadisce l’ecclesiologia ortodossa tradizionale indicando nelle idee proposte e poi confermate a Creta, un’innovazione basata su una lettura forzata ed errata di canoni conciliari e di qualche passo patristico nonché su un’influenza ecumenica che ha le sue radici nel pensiero del riformatore ginevrino Giovanni Calvino.

Il secondo testo è il documento finale del medesimo Convegno teologico-accademico che riassume per punti gli argomenti in esso esposti.

Il terzo testo, indirizzato a tutti, appartiene ad un ex abate della Grande Meteora dove, con linguaggio semplice e lineare rifiuta il Concilio di Creta ribadendo i concetti teologici ed ecclesiologici della tradizione ortodossa. 

Il quarto testo è una relazione molto discorsiva che fa il punto della situazione a quasi un anno dal Concilio di Creta.

Tutti questi testi sono indice di una mentalità esclusivista che si serve, talora, di un linguaggio che può sorprendere chi non ne è abituato e può parere ai non ortodossi rigoroso e severo.

Tuttavia, se dobbiamo trovare una radice a tale mentalità esclusivista – che definirei pure integrale, non necessariamente integristica –, non si deve risalire ad un’attitudine psicologica malata o ad una ristrettezza mentale di alcuni, come si è soliti dire per soffocare sommariamente e drasticamente la questione, ma a Cristo stesso il quale, senza tanti giri di parole, disse: «Senza di me non potete fare nulla!» (Gv 15, 5). 

Prendendo sul serio questo esclusivismo non si possono prendere sottogamba quelli che ne discendono logicamente, quando toccano temi essenziali. 

Così, in definitiva, l’unica domanda da porsi è: la rivelazione neotestamentaria può supportare o meno l’inclusivismo odierno e, se sì, in quale preciso senso? 

L’autenticità del Cristianesimo in futuro si giocherà tutta su come verrà risposto a tale domanda.

Se il Concilio di Creta ha saputo mantenersi in un giusto equilibrio, sapendo rispondere sapientemente a tale domanda, lo si potrà vedere pure dai suoi frutti e da come le Chiese ortodosse lo avranno recepito o respinto, terminato il necessario processo del suo riconoscimento che può richiedere anche molto tempo.   

Il libro può essere ordinato cliccando su questo link.



domenica 14 maggio 2017

Il messaggio pasquale "esclusivo" del patriarca serbo-ortodosso






«"Cristo è risorto dai morti, ha distrutto la morte attraverso la morte e a coloro che sono nelle tombe ha ridato la vita".

Cari fratelli e sorelle, la Pasqua è la più grande festa cristiana: la festa della fede, della vita e della benedizione di Dio. Compiendo i comandamenti di Dio confermiamo il nostro amore a Cristo, ma amiamo pure il nostro prossimo.

Il mondo di oggi ha in gran parte accettato altre filosofie: la filosofia della strada larga che porta alla caduta. 
Stanno tentando di sostituire le virtù cristiane con un falso apparente umanesimo e con la falsa spiritualità dell'Estremo Oriente. 
Tutte le false religioni e filosofie sono schiave della morte. 
Viviamo in un'epoca in cui il male è proclamato come buono e la bontà come il male.
Secondo le parole di san Paisios del Monte Athos, il peccato è proclamato come qualcosa di moderno e accettabile. 
Invece di virtù e onestà, la gioventù viene nutrita di idoli e anti-eroi con la disubbidienza e il rifiuto verso qualsiasi autorità. 
C'indirizziamo paternamente a tutti coloro che si sono separati dall'Una, Santa, Cattolica e Apostolica Chiesa affinché vi ritornino. 
Il peccato di scisma e di eresia è terrificante. I santi Padri hanno detto che neppure il sangue del martire lo può lavare. 
Perdoniamoci davanti alla Resurrezione e diveniamo ancora Uno nella Santa Chiesa, l'unica arca di salvezza. 
Possa il Signore risorto, Colui che ha sconfitto la morte, il datore di vita, dare ogni bene al suo popolo, alla sua razza cristiana ortodossa e a tutti i popoli di buona volontà, in modo da poter tutti gustare la gioia dell'era ventura, la gioia della risurrezione e della vita eterna. 
Porgiamo a tutti il saluto più gioioso: "Cristo è risorto!"».

venerdì 12 maggio 2017

Documentazione critica sul Concilio ortodosso di Creta

Segnalo un libro di recente uscita sul Concilio ortodosso di Creta (20-25 giugno 2016) nel quale sono contenuti quattro testi critici su quest'evento.
I testi, tradotti dall'inglese, presentano un punto di vista strettamente esclusivista, seguendo la tradizione patristica e canonica della Chiesa ortodossa. Come sono noti i rilievi ampiamente  positivi su quest'evento conciliare, così sono quasi totalmente ignorate le sue critiche, sollevate ben prima della sua celebrazione. Con questa pubblicazione non si vogliono assolutamente aprire polemiche (il lettore cattolico noterà un linguaggio che non è particolarmente "ecumenico") ma capire le idee di chi dissente perché non è possibile alcuna storia oggettiva senz'aver sentito tutte le parti in causa. Si scoprirà, così, che il cuore del dibattito ruota tutto sull' "inclusione" e l' "esclusione". Il Cristianesimo, partendo dalle sue fonti, può permettersi d'essere inclusivo e, se sì, fino a che punto? Un tema particolarmente interessante per i nostri giorni.

Il libro è in vendita qui e di esso, probabilmente, riporterò in questo blog la presentazione.

giovedì 4 maggio 2017

Verso uno scisma interno?

Il patriarca di Costantinopoli Bartolomeo I
Una coalizione internazionale opposta alle decisioni del Concilio pan-ortodosso celebrato nell'ottobre scorso sull'isola di Creta, sta progettando di tenere un Concilio ortodosso in Ucraina nel giugno-luglio per anatemizzare l'ecumenismo e coloro che lo sostengono, riferisce il sito "Religione in Ucraina".

La decisione per la Sinassi dell'Ucraina è dovuta alla recente "Sinassi inter-ortodossa di Salonicco", tenuta il 4 aprile. Anche se la riunione è stata proibita dalla gerarchia della Chiesa greca, ha radunato circa un migliaio di chierici, monaci e laici avversari dell'ecumenismo e del globalismo nelle Chiese ortodosse greche, rumene e russe.

Saluti e benedizioni sono stati letti alla riunione del vescovo Longin (Zhar), vescovo vicario della diocesi di Chernivtsi della Chiesa ortodossa ucraina e fondatore del monastero della Santa Ascensione a Bachensk che si preoccupa di circa 500 bambini, alcuni dei quali disabili e afflitti di HIV.

La Sinassi ha invitato il clero greco a cessare la commemorazione del patriarca ecumenico Bartolomeo, dicendo: «Abbiamo sospeso di associarci al Patriarca Bartolomeo di Costantinopoli quale principale organizzatore del Concilio, ai rappresentanti e ai predicatori della paneresia dell'ecumenismo e a tutti i vescovi che accettano il Concilio di Creta come ortodosso».

Le persone riunite hanno condannato l'ecumenismo e il Concilio di Creta. Inoltre, i partecipanti di Salonicco hanno pianificato di tenere un concilio pan-ortodosso antiecumenico nel monastero di Bachensk nel giugno-luglio, in cui intendono anatematizzare il patriarca Bartolomeo e altri che considerano sostenitori dell'ecumenismo.

Il vescovo Longin ha anche preso una posizione rigorosa sulla dichiarazione congiunta di Papa Francesco e del patriarca Kirill del febbraio 2016. Allo stesso tempo, vladyka Longin è continuato a rimanere membro della "Presenza interconciliare della Chiesa russo-ortodossa", un corpo che consiglia la più alta autorità della Chiesa russa in materia di vita interna e attività esterne.

Sua beatitudine il Metropolita Onuphry di Kiev e di tutta l'Ucraina ha celebrato la Divina Liturgia al Monastero della Santa Ascensione a Bachensk ieri, Domenica di san Tommaso o di antipasqua, concelebrando con il Metropolita Meletios di Chernivtsi e Bukovina e con il vescovo Longin.

lunedì 1 maggio 2017

L'inevitabile alterazione? (parte 2)

Il presente testo tradotto, è la relazione finale di un convegno di studi, tenuto a Salonicco (Grecia) sul concilio ortodosso di Creta (vedi qui) che, al momento in cui avveniva il convegno (settembre 2016), doveva ancora tenersi. Il convegno ha radunato alcuni nomi di spicco nel campo della teologia ortodossa nonché alcuni noti vescovi. Il giudizio espresso, in buona parte valido ancor oggi a concilio terminato, tocca dei punti molto interessanti che ho sottolineato. Il lettore noterà particolarmente:

- l'esplicita ammissione che tale assemblea conciliare (come avvenne nel Cattolicesimo) possa servire per un Nuovo Ordine Mondiale. L'evento subisce, dunque, influenze di potentati interessati ad un ordine geopolitico a cui le Chiese devono necessariamente adeguarsi;

- il concilio fa sua l'ideologia dell'ecumenismo il cui fine è l'instaurazione de facto di una superChiesa che non ingloba solo tutte le Chiese cristiane ma, pure, tutte le credenze mondiali. 

- perciò i documenti proposti al concilio cretese evitano accuratamente di condannare qualsiasi errore, come fece lo stesso concilio vaticano II e usano talora espressioni non chiare e piuttosto ambigue;

- le risoluzioni conciliari non sono volute dal popolo ma imposte autoritativamente dall'alto da una ristretta cerchia di alti prelati che non rispetta volutamente la prassi tradizionale dei concili ecumenici servendosi pure di una teologia artificiale, non espressione della fede vivente della Chiesa;

- questa relazione riassuntiva del convegno ammette l'esistenza di vescovi non formati teologicamente e spiritualmente e la contemporanea esistenza di un "pensiero postpatristico" che cerca d'introdurre alterazioni nella Chiesa ortodossa sotto pretesto di una presunta attenzione alle esigenze del mondo attuale. Il clero ortodosso privo di formazione tradizionale è accomunato da una mentalità simile o identica a quella del "neoclero" cattolico, una mentalità di fatto secolaristica.

Questi punti sono particolarmente interessanti anche per il lettore cattolico che vi troverà, perciò, una formidabile analogia con quanto avviene nella propria casa. 
Ci si chiede: anche in Oriente sta avvenendo un' "inevitabile" e imposta alterazione? Quello che è certo è che a lungo andare non possono convivere sotto lo stesso tetto la sensibilità tradizionale e quella modern(istic)a poiché esprimono di fatto punti di vista diametralmente opposti e di difficile conciliazione. 
L'ordine cristiano tradizionale, che obbedisce ai presupposti della rivelazione e della teologia antica, non può essere accolto da chi cerca di sovvertirlo, illudendosi di poterlo mantenere formalmente. Come il Vaticano II fu di fatto un concilio di "rifondazione" del Cattolicesimo, creando nei fatti una "nuova Chiesa", checché ne dicano i moderati suoi sostenitori, così il concilio di Creta, per quanto più prudente, sembra porre gli stessi fondamenti con le medesime inevitabili conseguenze che interverranno pian piano portando ad una graduale dissoluzione della pratica cristiana.
  

1. La teologia della nostra Chiesa è il dono della Rivelazione Divina, l’esperienza della Pentecoste. Non c’è Chiesa senza teologia e nessuna teologia al di fuori della Chiesa, teologia che ha parlato attraverso i profeti, gli apostoli, i Padri e i Santi Sinodi. Quando un Concilio non segue l’insegnamento ortodosso, non può essere un vero Concilio ortodosso, accettabile ai fedeli ortodossi. Ciò può succedere quando i partecipanti nel Concilio non hanno l’esperienza dei santi padri o, almeno, non li seguono poiché li interpretano erroneamente. In tal caso, i membri del Concilio proclamano insegnamenti eretici o finiscono per essere influenzati da obiettivi politici o da altri programmi. La moderna realtà ecclesiastica ha dimostrato che i membri di alto rango della gerarchia della Chiesa sono infatti spesso indebitamente e impropriamente influenzati da agende politiche. In molti casi possiamo vedere la creazione di una rivalità inter-ecclesiastica in cui predominano le priorità nazionali e politiche.

2. Dopo un lungo periodo di preparazione per la convocazione del santo e grande Concilio – 93 anni – dai temi, dai documenti preconciliari e dai commenti del comitato organizzatore notiamo una grande perdita del vero ideale di un Concilio, una perdita di pienezza e chiarezza teologica e, rispetto alle idee dei documenti che sono poi stati discussi, un problema ancora maggiore per l’ambiguità teologica con cui sono stati scritti.

3. Il fatto che non tutti i vescovi, ma solo ventiquattro, di ogni chiesa autocefala locale parteciperanno al Concilio, è estranea alla nostra tradizione canonica e conciliare. I documenti storici esistenti testimoniano, non la rappresentazione, ma la maggior partecipazione possibile dei vescovi di tutti i distretti della Chiesa in tutto il mondo. Inoltre, il fatto che questo Concilio non si caratterizzi come ecumenico a causa della nuova affermazione che “i cristiani occidentali non sono in grado di parteciparvi” (Patriarca Bartolomeo) è in diretto conflitto con i santi padri, che ha convocato i santi Concili senza la partecipazione degli eretici. Di conseguenza, è inaccettabile per i suoi organizzatori affermare che la sua autorità equivale e coincide con i Concili ecumenici. Questo Concilio non può essere chiamato Pan-Ortodosso, perché ovviamente non consente a tutti i vescovi ortodossi di partecipare. Ciò che è altrettanto privo di testimonianza nella nostra tradizione ecclesiastica e canonica, ed è per questo inaccettabile, è la regola “una Chiesa-un voto” con la necessità dell’unanimità tra tutte le Chiese locali. Ogni vescovo ha diritto al suo voto, poiché solo per i problemi non dogmatici è in vigore il principio di “lasciare che il voto della maggioranza prevalga”. Riteniamo inoltre che sia inaccettabile predeterminare le questioni e che il Concilio sia organizzato senza che il corpo direttivo dei vescovi delle chiese locali abbia sinodicamente espresso la sua posizione su questi temi.

4. I dialoghi teologici congiunti tra gli ortodossi e gli eterodossi svolti finora sono stati un tragico fallimento, come i pionieri di questi dialoghi stessi ora confessano. La cosiddetta offerta di aiuto, attraverso i dialoghi, all’eterodossia per il loro ritorno alla verità in Cristo e all’Ortodossia è ora nota come falsa e inesistente. In fin dei conti, questi dialoghi servono e promuovono gli obiettivi di un passaggio ad un Nuovo Ordine Mondiale e alla Globalizzazione. Una realtà importante attualmente ignorata, che i documenti preconciliari presentano, è il fatto che non c’è stranamente nessuna valutazione critica dei progressi fatti finora, nei dialoghi teologici congiunti tra la Chiesa Ortodossa e il resto della comunità cristiana, o nella partecipazione della Chiesa al movimento ecumenico e al WCC - qualcosa che era chiaramente presente nei testi della terza Conferenza preconciliare.

5. Il testo preconciliare intitolato “Relazioni della Chiesa Ortodossa con il resto del mondo cristiano” presenta una serie d’incoerenze teologiche e persino delle contraddizioni. Quindi, il primo articolo dichiara correttamente l’autocoscienza ecclesiastica della Chiesa ortodossa come “Chiesa unica, santa, cattolica e apostolica”. Tuttavia, il sesto articolo presenta una contraddizione con la formulazione dell’articolo precedente (1). Essa afferma che “la Chiesa ortodossa riconosce l’esistenza nella storia di altre Chiese cristiane e delle confessioni che non sono in comunione con essa”. Ciò solleva l’ovvia questione teologica: se la Chiesa è “una”, secondo il simbolo della fede e la coscienza della Chiesa ortodossa (articolo 1), allora come si parla di altre Chiese cristiane? È ovvio che queste altre Chiese sono eterodosse. Le “Chiese” eterodosse, tuttavia, non possono in alcun modo essere chiamate “Chiese” da parte degli ortodossi. Teologicamente, non ci possono essere molte “Chiese” con differenze dogmatiche e, pure, rispetto a molte questioni teologiche. Di conseguenza, poiché queste “Chiese” restano ferme nella cacodossia della loro fede, non è teologicamente corretto attribuire loro alcuna ecclesialità (specialmente in maniera ufficiale), e sono separate dalla “Chiesa Unica, Cattolica e Apostolica”. Nello stesso articolo (6) si trova una seconda grave contraddizione teologica. All’inizio dell’articolo si osserva quanto segue: “L’unità con la quale la Chiesa è distinta nella sua natura ontologica è impossibile a rompersi”. Alla fine dello stesso articolo, tuttavia, si afferma che la partecipazione della Chiesa ortodossa al Movimento Ecumenico è allo scopo di “perseguire un obiettivo oggettivo” di percorrere il cammino verso l’unità. “Qui viene sollevata un’altra domanda: poiché l’unità della Chiesa è un fatto, quale tipo di unità delle Chiese si ricercano nel Movimento Ecumenico? Forse ciò che s’intende è il ritorno dei cristiani occidentali all’Una e unica Chiesa? Questo non appare affatto dalla lettera e dallo spirito del testo nel suo complesso. Al contrario, si dà chiaramente l’impressione che la Chiesa sia infatti divisa e che gli obiettivi degli interlocutori mirino all’unità della Chiesa.

6. Il testo di cui sopra si muove all’interno dei confini della nuova ecclesiologia ecumenica, già articolata dal Concilio Vaticano II. Questa nuova ecclesiologia pone il riconoscimento del battesimo di tutte le confessioni cristiane come fondamento (la cosiddetta “teologia battesimale”). Gli scrittori del testo invocano il settimo canone del secondo Concilio ecumenico e il novantacinquesimo canone del sesto Concilio ecumenico, al fine di prestare validità canonica e legittimità sinodale a questa ecclesiologia cacodossa. Tuttavia, questi sacri canoni regolano solo la maniera in cui gli eretici pentiti vengono accettati nella Chiesa e non parlano in alcun modo dello stato ecclesiologico degli eretici, né parlano del processo di dialogo tra la Chiesa e l’eresia. Inoltre, certamente non implicano l’esistenza di sacramenti dell’eterodosso, né che tali eresie possano comportare la grazia divina. La Chiesa non ha mai riconosciuto né proclamato l’ecclesialità per coloro che sono in errore ed eresia. La “porzione dei salvatati” di cui parlano questi sacri canoni è solo nell’Ortodossia non nell’eresia. L’economia, che i canonici precedenti introduce, non può oggi essere applicata ai cristiani occidentali (cattolici e protestanti) perché mancano i presupposti teologici e i criteri che questi canoni specifici fissano. E poiché l’economia non può essere applicata in questioni che riguardano l’auto-consapevolezza dogmatica della nostra Chiesa, i cristiani occidentali sono chiamati a rinunciare e anatematizzare la loro eresia, abbandonare le loro comunità religiose, essere catechizzati e, nel pentimento, cercare l’accoglienza nella Chiesa attraverso il Battesimo.

7. Nemmeno nel testo sopra citato è menzionata alcuna specifica cacodossia [= credenza errata, ndt] o errore, come se lo spirito erroneo non esistesse più nei nostri giorni. Il testo non evidenzia alcuna eresia o distorsione negli insegnamenti e nella pratica ecclesiastica di coloro che sono nel mondo cristiano che sono fuori dell’ortodossia. D’altra parte, le differenze cacodossiche ed eretiche dagli insegnamenti dei Padri e dei Concili Ecumenici sono caratterizzate come “differenze teologiche tradizionali o possibili nuovi disaccordi” (§ 11), che la Chiesa Ortodossa e l’eterodossia sono chiamate a “superare” (§ 11). “Gli autori di questo testo desiderano l’unità delle “Chiese”, non l’unità della Chiesa di Cristo. Ed è per questo che non si trova alcuna chiamata al pentimento, né al rifiuto e alla condanna degli errori e dei falsi insegnamenti che si sono infiltrati nella vita di queste comunità eretiche.

8. I riferimenti testuali di cui sopra, si collegano a quanto statuito nel W.C.C. [il Consiglio Mondiale delle Chiese] (§§ 16-21) e valutano positivamente il suo contributo al Movimento Ecumenico, sottolineando la piena e uguale partecipazione delle Chiese ortodosse e il loro contributo “alla testimonianza della verità e alla promozione dell'unità dei cristiani” (§ 17). Tuttavia, l'immagine che ci viene data da questo testo per quanto riguarda il W.C.C. è falsa ed artificiale. Per cominciare, la stessa inclusione della Chiesa ortodossa in un'organizzazione che si presenta come una specie di “super chiesa” [ὑπερεκκλησία] e la sua convivenza e cooperazione con l'eresia costituiscono una violazione del suo ordine canonico e una violazione della propria autocomprensione ecclesiologica. L'identità teologica del W.C.C. è chiaramente protestante. La testimonianza della Chiesa Ortodossa nel suo complesso non è stata finora ricevuta dalle confessioni protestanti del W.C.C., come risulta dalla sua storia di settant'anni. Tutto ciò rende manifesto che il risultato finale del W.C.C. tende verso l'omogeneizzazione delle sue confessioni-membri attraverso un lungo e intrecciato sconfinamento. Tale testo nasconde la verità di ciò che è successo in questi dialoghi con le confessioni protestanti-membri del W.C.C. e la morte da esse raggiunta. Oltre a ciò, il testo non condanna l'inaccettabile prospettiva, da un punto di vista ortodosso, dei documenti comuni dell'Assemblea Generale del W.C.C. (Porto Alegre, Busan, ecc.), oltre a non menzionare i numerosi fenomeni degenerativi che ci troviamo, come la “liturgia di Lima”, l'intercomunione, la preghiera comune interreligiosa, l'ordinazione delle donne, la lingua inclusiva, l'accettazione dell'omosessualità da parte di molte confessioni e molto altro ancora.

9. Il cambiamento del calendario della Chiesa nel 1924, da parte del Patriarcato Ecumenico e della Chiesa di Grecia, fu un atto unilaterale e arbitrario, non essendo stata una decisione ortodossa [ossia di tutte le Chiese ortodosse, ndt]. Tale cambiamento ha frammentato l'unità liturgica tra le Chiese ortodosse locali, causando scissioni e divisioni tra i fedeli. La modifica del calendario è avvenuta attraverso l'alacre attività del Patriarca Meletios (Metaksakis), delle confessioni eterodosse e delle agenzie governative occidentali. [Nei riguardi del Concilio pan ortodosso] si è manifestato un impegno da parte dei dirigenti ecclesiastici che ha suscitato aspettative tra i fedeli che avvenisse una discussione e una soluzione di tale problema. Purtroppo, durante i lunghi procedimenti preconciliari, i “protestanti cattolici” e i “protestanti riformati” [i cattolici e i protestanti, ndt] hanno presentato una nuova discussione per l'Ortodossia: la “comune celebrazione della Pasqua”. Di conseguenza, l'interesse si è rivolto a questa nuova discussione e la precedente discussione per guarire la ferita contro l'unità liturgica nella celebrazione delle feste mobili (problema originato senza alcun motivo o bisogno pastorale) ha perso slancio. Anche se era la questione più urgente e bruciante, il calendario è stato rimosso dall'elenco dei problemi da discutere durante la fase finale dei preparativi per il Concilio e senza decisioni sinodali delle Chiese locali.

10. La storia dei Concili ecumenici conferma che ogni volta che sono stati convocati, è stata per una particolare eresia che stava minacciando l'esperienza nello Spirito Santo della verità ecclesiastica e della sua espressione nel corpo della Chiesa. Al contrario, il prossimo Concilio sarà convocato non per definire la fede in opposizione all'eresia, ma per concedere il riconoscimento e la legittimazione ufficiale alla paneresia dell'ecumenismo. Il procedimento nel suo complesso, la preparazione e l'argomento del Concilio sono il risultato dell'imposizione di un'oligarchia ecclesiastica, che esprime una teologia accademica, ossificata, zoppicante e senza spirito, tagliata fuori dal corpo ecclesiastico. Il giudice finale della giustizia e della validità delle decisioni dei Concili è sempre la pienezza della Chiesa – il clero, i monaci e il popolo fedele di Dio – che con la sua vigile coscienza ecclesiastica e dogmatica conferma o rifiuta tutte queste decisioni. Tuttavia, questo progettato Concilio manca completamente di quest'importante parametro, poiché, com'è stato dichiarato ufficialmente, il portatore della validità delle sue decisioni sarà la sua “conciliarietà”, non la sua pienezza ortodossa.

11. Un altro prerequisito fondamentale per la legittimità del Grande e Santo Concilio è riconoscere come ecumenico, così come fa la consapevolezza della Chiesa, l'VIII Concilio (879-880), riunito sotto san Fozio e il IX (1351) riunito sotto san Gregorio Palamas e che ha condannato gli insegnamenti eretici emananti dal Papismo. Ma questa possibilità non è nemmeno entrata nell'oggetto del Concilio o nei testi preconciliari.

12. La modalità ortodossa del digiuno è così forte nella coscienza dei pastori e delle persone, che non ha bisogno di riduzione o di adeguamento. Sono i pastori della Chiesa che hanno la responsabilità di acquisire una mentalità ascetica e di essere istruiti nella loro fede ortodossa per poter così insegnare al proprio gregge con discernimento, con l'esempio e facendo uso dell'inconcepibile ricchezza degli scritti dei Santi Padri. La nostra Chiesa ortodossa applica benevolmente l'economia, in tutta la sua grandezza, a tutti i cristiani ortodossi in tutto il mondo. Ci sono tanti testi dei santi Padri sul digiuno, sull'uccisione delle passioni e sui suoi salutari effetti che non c'è alcun bisogno di banalizzare tale questione sottoponendola alle revisioni postpatristiche con la loro mentalità minimalista, revisioni che pretendono di prestare attenzione all'uomo moderno. Se il prossimo Concilio impone nuove riforme sul numero dei giorni di digiuno e sul tipo di cibo, scimmiotterà il totalitarismo che caratterizza la legge canonica papale che regolamenta ufficialmente tali cose, soffocando pure l'economia stessa.

13. Nel corso del XX secolo l'ecumenismo si è degenerato e tasformandosi oramai in una fantasia pan-religiosa. L'incontro interreligioso e le preghiere comuni fra ortodossi e leader delle religioni del mondo (ad esempio ad Assisi) testimoniano che l'obiettivo finale dell'ecumenismo è l'accettazione reciproca di tutte le religioni e la loro fusione in un grottesco corpo “religioso”, un incubo pan-religioso, che cerca di negare la verità salvifica dell'Ortodossia. Alla luce di ciò, è impossibile giustificare la cooperazione interreligiosa, né può essere fondata sulla sacra Scrittura o sugli insegnamenti dei santi Padri. Le parole ispirate da Dio all'apostolo sono cristalline: “Non vi mettete con gli infedeli sotto un giogo che non è per voi; infatti che rapporto c'è tra la giustizia e l'iniquità? O quale comunione tra la luce e le tenebre?” (2 Cor 6, 14). Inoltre, l'ideale della convivenza pacifica, spinto dai dialoghi interreligiosi ad nauseam, è impossibile, in quanto contrasta direttamente con le parole del Signore: “Se mi hanno perseguitato, perseguiteranno anche voi” (Gv 15, 20) e con le parole dell'Apostolo, “Tutti quelli che desiderano vivere piamente in Cristo Gesù subiranno persecuzioni” (2 Tim 3, 12). Coloro che hanno partecipato fino ad ora a questi dialoghi, non sono stati purtroppo in grado di trasmettere l'insegnamento cristiano ortodosso, né la loro testimonianza ha portato alla conversione all'ortodossia di una sola persona di un'altra religione. D'altra parte, ora hanno raggiunto lo spiacevole risultato di essere sconfitti in quanto illusioni ed eresie, poiché presentano dichiarazioni blasfeme, scandalizzano il fedele popolo di Dio, conducono all'inganno coloro che sono deboli nella fede e provocano una grande erosione spirituale e una corruzione nella mentalità ortodossa. Oltre a ciò, nonostante la pletora di dialoghi svolti finora, non solo il fanatismo islamico non è diminuito, ma sta ulteriormente crescendo.

14. Dobbiamo essere ispirati dalle lotte dei profeti dell'Antico Testamento e dei santi padri della nostra Chiesa per proteggere la sacra Fede [Παρακαταθήκη]. Come loro, ci troviamo di fronte a tentativi di adulterare la fede ortodossa, come fu con la fede mosaica nell'Antico Testamento in cui, prima i cananei, poi i babilonesi e gli egiziani, minacciarono di contaminare la fede nell'unico Dio. I grandi uomini – i profeti, i re, i leader politici e altri – hanno lottato con coraggio per preservare tale pura fede. Combatterono, in particolare, contro i vari falsi profeti emergenti di volta in volta.

In sintesi, concludiamo che il prossimo “Grande e Santo Consiglio” non sarà né grande né santo perché, basandosi sui fatti attualmente in essere, non sembra conforme alla tradizione sinodale e canonica della Chiesa Cattolica Ortodossa. Sembra, inoltre, che non funzionerà veramente come una vera e propria continuazione degli antichi e grandi Concili ecumenici e locali. Il modo in cui i documenti preconciliari sono formulati, con una apparenza dogmatica, non lasciano spazio al dubbio che il Concilio in questione non miri a concedere l'ecclesialità all'eterodossia e a espandere i confini canonici e sacramentali della Chiesa. Tuttavia, nessun Concilio pan-ortodosso ha l'autorità di delineare l'identità della Chiesa diversamente da quella che è sempre stata ed è attualmente. Non vi sono, inoltre, indicazioni sul fatto che il Concilio in questione vorrà condannare le eresie moderne, in particolare la pan-eresia dell'ecumenismo. Al contrario, tutto indica che il prossimo grande e santo Concilio è un tentativo di legittimare e consolidare questa pan-eresia. Tuttavia, siamo convinti che tutte le decisioni che esprimano uno spirito ecumenico non saranno accettate dal clero e dal popolo di Dio, mentre il Concilio stesso sarà registrato nella nostra storia ecclesiastica come uno pseudo-Sinodo.