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lunedì 27 agosto 2018

Gli infiltrati all’interno del clero

La lettera-bomba di mons. Viganò sulla spinosa questione del clero omosessuale e, in particolare, sull’abusatore seriale mons. McCarrick, non ha fatto altro che rendere ulteriormente noto un problema sempre più grande all’interno del Cattolicesimo. 

A dire il vero, non è solo il mondo cattolico ad avere tali problemi ma, più o meno, tutte le Chiese cristiane, il che significa essere dinnanzi a dei problemi umani sempre più grossi. 

Un clero gay sempre più libertino può essere qualificato come una vera e propria infiltrazione massiva di estranei all’interno della Chiesa, ossia di uomini che si servono della Chiesa piegandola e usandola per le loro finalità (soldi, sesso e quant’altro), senza necessariamente servire la Chiesa. 

Tali estranei, gay o meno, sono sempre esistiti ma oggi il loro numero è talmente aumentato da mettere in serio pericolo la credibilità della Chiesa stessa. 

Qui non è in gioco una banale questione sessista o “omofobica”, come direbbero alcuni, ma un vero e proprio rovesciamento di sensi e di valori: laddove un tempo era la Chiesa a cambiare le persone, oggi sono certe persone a cambiare la Chiesa (o a tentare di farlo) abbassando indefinitamente le esigenze evangeliche o traducendole in questioni sociologiche o psicologiche che poco o nulla hanno a che fare con il cuore del Vangelo. 

Certamente nel mondo cattolico odierno stanno arrivando tutti i nodi al pettine, dopo decenni di allegra tolleranza e, pure, di spensierata licenza al punto che, per quanto riguarda i chierici gay, le loro cordate si alimentano e s’ingrossano sempre più divenendo sempre più sfacciate perché, alla fine, protette dalle massime autorità. 

Le massime autorità si servono di loro in quanto ricattabili poiché ciò è utile a chi gestisce un'istituzione con rigidi criteri mondani di potere. Perciò essi vengono privilegiati e promossi.

È vero che la Chiesa accoglie e deve accogliere tutti ma non per lasciarli nella loro situazione primigenia o, peggio, per radicarli nelle loro secolari convinzioni. 

Così, il vero problema per la Chiesa non è che un uomo sia gay ma che pratichi la sua sessualità fino a giustificare il libertinaggio senza porsi alcuno scrupolo e si dica, al contempo, cristiano. 

Questo è problematico perché non implica una semplice questione morale ma uno stile di vita! 

Non si vuole affatto fare degli stereotipi sottolineando certe tipologie caratteriali poiché chi non ha potuto constatare, nella realtà, che nel mondo gay esistono pure persone “allegre” ossia caratterialmente leggere, vacue, superficialmente estetiche? L’uso di “gay” (ossia “allegro”) per qualificare tali persone non è buttato a caso e finisce per rappresentare uno stile che, di fatto, è opposto a quello tradizionale della Chiesa dove, al contrario, prevale l’interiorità, la moderazione, la profondità spirituale. 

Chi non ha incontrato, almeno una volta, il tipico gay (o il chierico gay) estroso, vezzoso, capricciosamente femminile? [*] E come non notare che tale stile è diametralmente opposto a quello del saggio uomo spirituale, dell’asceta che vive nell’essenzialità e nelle rinunce? Questo tipo di clero rappresenta, dunque, il tipico “prete moderno”, come dice il popolo correntemente, non il “prete di sempre” come dovrebbe essere, il prete disperso nelle chiacchiere da salotto, non il prete dedito all'adorazione...

Non si tratta semplicemente di essere dinnanzi a sensibilità differenti che devono coesistere nella stessa casa, si tratta di un vero e proprio rovesciamento di mentalità dove la mentalità mondana ha sostituito quella ecclesiale tradizionale. 

La questione gay richiama ed esprime senz’ombra di dubbio una certa cultura attuale nella quale ognuno deve aver diritto ad esprimere se stesso, così com’è. Questa cultura, che potremo definire individualista, è semplicemente contraria alla cultura della Chiesa nella quale l’individuo ha valore tanto in quanto esprime e incarna la tradizione, non quando finisce per rovesciarla per esprimere la sua individualità. 

Che piaccia o no ci troviamo dinnanzi a due mondi contrapposti che non è possibile conciliare. O prendere o lasciare! 

Quindi quando parliamo dei “diritti” dei gay (ma potremo anche accennare ai “diritti” delle donne, delle minoranze etniche e così via) e cerchiamo di introdurre tali concetti nell’ambito della Chiesa, è come cercare di mescolare l’acqua con l’olio, dal momento che ci troviamo dinnanzi ad elementi costituzionalmente diversi, che puntano a finalità differenti. Non dico che un ambito è buono e l’altro è cattivo, dico che ci troviamo dinnanzi a realtà diverse che tali devono essere riconosciute.

Nella Chiesa non esiste un “diritto” ad essere gay ma un dovere ad assumere l’animo di Cristo che non è un animo secolare ma uranico e ascetico. 

Parlare di “diritti” nella Chiesa significa introdurvi una logica puramente secolare che, alla fine, confligge con le basi della Chiesa stessa a meno di non cambiare quest’ultima fino a farle assumere connotati antitradizionali, come sarebbe in chi trasforma l’olio in acqua in modo che l’acqua che vi si aggiunge possa mescolarsi a quella preesistente senz'alcun problema. 

Affrontare la questione gay nella Chiesa come una questione puramente morale è assolutamente riduttivo e può finire per esporre il fianco ai più fieri detrattori della Chiesa stessa come, ad esempio, a chi nega la nozione stessa di peccato. 

L’esortazione antica con la quale s’invitava le donne convertite a “divenire uomini” significava, in altri termini, deporre l’animo vezzoso, capriccioso, superficiale per assumere l’animo essenziale di un certo tipo di uomini, perché solo nell’essenzialità si può incarnare il Vangelo. 

Se ciò riguarda le donne, che dire di un certo tipo di gay, modaioli e goderecci? E allora che senso ha vaneggiare di una “Chiesa giovane”, allegra, bontempona e aperta a tutte le mode? 
Non esiste una “Chiesa giovane” o una “Chiesa vecchia” ma la Chiesa di sempre!

Qui non si tratta di “avercela” con qualcuno o con un certo tipo di cultura, non si tratta di condannare l’allegria vissuta con equilibrio e moderazione, ma di far in modo che le persone giuste trovino la loro giusta collocazione senz’alterare un ambiente che, piaccia o no, è quello che è e tale deve rimanere. 

Dal momento che oramai in Occidente si è piegata la Chiesa a riferimenti puramente mondani (quali sono la questione dei “diritti” e dell’indiscriminata integrazione per tutti), non vedo via di uscita o, quanto meno, mi è assai difficile vederla, umanamente parlando. 

Una persona razionale che conosce la tradizione della Chiesa dovrebbe farsi molti dubbi, osservando l'attuale stato del mondo Cattolico, aperto a tutto tranne che ad un sano ritorno alle tradizioni. 

Di sicuro, come si è detto, un tempo la Chiesa cambiava le persone ma oggi sono le persone che vogliono cambiare la Chiesa. Questo capovolgimento ha qualcosa di profondamente antievangelico e, laddove si verifica, è tale da togliere ad una comunità cristiana le caratteristiche della vera Chiesa, quella voluta da Cristo ...
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[*] Queste tipologie esistono sia tra i cosiddetti "tradizionalisti" sia tra i cosiddetti "progressisti", il che può accomunare questi due ambiti facendo loro esprimere un identico ethos che, di fatto, è molto secolare.

venerdì 3 agosto 2018

Individualismo contro Tradizione


Quando si esaminano le dinamiche religiose nell'Occidente cristiano, non ci si può esimere dal considerare tutti i cambiamenti culturali avvenuti in esso, cambiamenti che, in un modo o in un altro, hanno finito per condizionare la fede.

Non è, dunque, un inutile sforzo quello di esaminare il contesto che circonda il Cristianesimo perché non di rado la stessa catechesi cristiana lungo i tempi ha dovuto adattarsi a uomini diversi per sensibilità e cultura.

Nel volgere dell'ultimo secolo certi fenomeni si sono enormemente accelerati. Non mi riferisco solo alle scoperte scientifiche e tecnologiche, al modo di vestire, alle convenzioni sociali... Penso, più generalmente, all'emergere prepotente dell'individualismo, ossia all'affermazione individuale della persona. Se in una società tradizionale di un tempo un uomo aveva senso tanto in quanto era legato da vincoli di sangue, di etnia e di religione ad un gruppo ben preciso o a una grande famiglia, oggi un uomo si sente realizzato quando sente di essere “se stesso”, ossia quando è sciolto da quei vincoli che, al contrario, nel passato erano parte costitutiva e irrinunciabile della sua identità. In tal modo, la sua felicità non consiste nel giungere anche al sacrificio pur di contribuire alla felicità del gruppo nel quale si identifica, ma a svincolarsi da quel gruppo appena gli viene chiesto un suo contributo in termini di tempo, denaro e fatica.
Il divorzio della coppia, evento oramai rapidamente praticabile anche per motivi leggeri, rappresenta la concreta manifestazione di quanto sto dicendo.
Se l'individuo è più importante della coppia, di una grande famiglia o di un gruppo sociale, ad egual ragione è più importante di qualsiasi autorità poiché diviene, de facto, autorità per se stesso.

I legami che un uomo individualista può avere verso la società sono allora caratterizzati dal semplice vantaggio personale. Tutto è filtrato da questo individualismo che non lascia spazio per altre possibilità.

Se questo modo di vivere entra nella Chiesa o prima o poi ci saranno degli sconquassi. L'antica Tradizione cristiana non si è stabilita per dei semplici vantaggi individualistici, dal momento che richiede la spoliazione dell'uomo vecchio e la conformazione a Cristo. Conformarsi a Cristo non significa solo farsi lavorare dalla grazia, ossia dalla sua forza redentiva, ma seguirne gli insegnamenti poiché Egli è il Maestro, l'Autorità per eccellenza.

La mens cristiana faceva sì che nell'epoca medioevale l'artista potesse non firmasse le sue opere, che al più erano catalogate in una scuola, in uno stile. Non ne sentiva il bisogno perché non esisteva la mentalità odierna. La stessa teologia medioevale latina, per quanto fosse insegnata da maestri particolari, ritenuti affidabili e stimabili, si credeva aderente più possibile alle auctoritates e, se introduceva delle novità di metodo, aveva somma cura di motivarle in modo tale da renderle il più possibile in continuità con il passato.

Nella teologia bizantina c'era la stessa mentalità: Gregorio Palamas, che sembrava avesse introdotto delle novità, si difese lungamente appellandosi alla tradizione antica e alle autorità ascetiche di cui si sentiva autentico prosecutore. Pure i suoi accusatori si appellavano alle antiche autorità, non ad una migliore e originale loro comprensione.

Rispetto a quel tempo, attualmente si da un profondo valore alla coscienza individuale, una grande enfasi alla singola persona e all'originalità che essa può proporre. Il bisogno individuale diviene, dunque, legge.

Se la regola benedettina esorta il discepolo ad ascoltare “i precetti di tuo padre”, un possibile discepolo attuale rifiuterà sempre più l'educazione che, per lui, sarà equivocata come un'umiliazione alla sua spontaneità e alla sua voglia di vivere. Il “clero fai da te” che ci circonda sembra sia un chiaro segnale di tutto ciò e la fatica improba degli insegnanti nelle scuole ce lo testifica chiaramente.

La Chiesa, che lo voglia o no, eredita ancora ampiamente l'impostazione antica, quella delle auctoritates per intenderci, e la ritroviamo negli insegnamenti del passato e nella sua storia. La stessa Tradizione ha il suo valore proprio perché la si fa risalire a Cristo Maestro. Tutti gli insegnamenti che derivano dalla Tradizione e la formazione del culto cristiano trovano la loro autorevolezza perché sono stati composti da chi ha carismaticamente praticato e ben capito l'insegnamento di Cristo Maestro fino ad incarnarlo. Qui l'individualismo e le ragioni puramente umane non trovano spazio alcuno.

La Chiesa può mantenere quest'impostazione antica fintanto che in essa esiste una formazione reale, efficace e carismatica (in senso evangelico) dei suoi membri o, almeno, dei suoi membri più rappresentativi. Questo non significa che il clero, ad esempio, non debba sapere in che mondo vive ma che non deve assolutamente assumerne la mentalità.
Nel momento in cui ciò disgraziatamente avviene, nella Chiesa si stabilisce una vera e propria rivoluzione.

Recentemente Bergoglio ha manifestato il desiderio di cambiare l'insegnamento catechetico sulla pena di morte ritenendo quest'ultima sempre e comunque inammissibile. Viceversa, la tradizione cristiana sia in Oriente che in Occidente l'ha ritenuta possibile in determinati estremi casi.
Quello che in questo fatto si deve cogliere non è tanto il favore o meno alla pena di morte, la ragione o meno di Bergoglio, quanto il suo bisogno di affermare una decisione individuale (che, dati i tempi, trova pure ampio consenso altrui) contro una decisione tradizionale mantenuta dalle auctoritates (non ultima quella di san Paolo in Rom 13,4).

Qualcosa del genere si è visto nell'inserimento del nome di san Giuseppe nel Canone Romano da parte di papa Roncalli. Essendo costui personalmente devoto allo sposo della Madonna, decise di inserirne il nome nell'anafora romana. Fino a quel momento era impensabile che una persona, fosse pure un papa, potesse mettere mano all'anafora per un bisogno personale. Ciononostante, l'evento fu rapidamente giustificato ma non ci si avvide che rappresentava simbolicamente la crepa di una diga. Infatti quello che poi successe convalida quest'interpretazione ed è oramai storia: i più coraggiosi liturgisti cattolici presero iniziative sempre più ardite e trasformarono, non di rado stravolgendo, la liturgia stessa fino ad allora intangibile. Che lo facessero con “buone e studiate intenzioni” non toglie nulla al fatto che siamo dinnanzi a bisogni individuali che si contrappongono ad una stabile e immutabile Tradizione.

Gli stravolgimenti della teologia, della liturgia e dell'ethos ecclesiastico trovano la loro autentica radice nell'individualismo che, dunque, si pone agli antipodi della Tradizione e dell'obbedienza che normalmente le si tributava.

Non è difficile immaginare che, una volta introdotta la suddetta correzione nell'insegnamento catechetico, avvengano altri ritocchi per altri insegnamenti troppo lontani dalla mentalità individualistica secolare, perché ancora troppo legati ai dettami della rivelazione.

Anche qui, presi da considerazioni molto individualistiche e umane, non ci si avvederà che la meta finale di tale mentalità potrà scivolare nel radicarsi dello snaturamento della Chiesa, nella rottura della successione apostolica e nell'invalidamento di ogni sua forma sacramentale. In breve: nella fine secolare della Chiesa in quanto istituzione globale e nella sua sopravvivenza in sparuti e dispersi gruppi.